L'altro mondo escluso dalla Rete
di Luciano Gallino
Che fine han fatto i piani d'azione dell'Occidente
intesi a ridurre la frattura digitale, il fossato che separa a livello mondiale
individui ed aree geografiche in grado di accedere alle tecnologie
dell'informazione e della comunicazione da quelli che ne sono esclusi? Dovevano
essere uno dei punti dell'ordine del giorno del G8, ma sono scomparsi.
L'eclisse della frattura digitale, o "digital divide", dalla sfera di
attenzione dei Grandi un po' stupisce. L'impegno a combatterla era stato
proclamato, con notevole clamore, proprio dal precedente vertice del G8 svoltosi
ad Okinawa un anno fa. Per dar forza all'impegno fu nominato un gruppo di lavoro
multinazionale denominato Digital Opportunity Task Force, acronimo DOT Force (trovatina
allusiva ai tempi della new economy rampante, quando tutte le imprese volevano
fregiarsi del suffisso .com, che si pronuncia "dot com"). Nel maggio
2001 la DOT Force ha presentato un ampio rapporto, «Opportunità digitali per
tutti: come far fronte alla sfida». Esso includeva, dice il sottotitolo, un
piano d'azione che doveva essere proposto al summit di Genova.
C'è da rammaricarsi che così non sia stato, non tanto perché dai piani di
azione del G8 ci si possa attendere delle ricadute concrete. Ambiziosissimi
sulla carta, essi hanno in genere la stessa portata pratica del proposito di
eliminare la vecchiaia dal mondo, come notava ironicamente l'"Economist"
a proposito del vertice di Okinawa. Ma piuttosto perché la precoce presenza
d'un tema come la frattura digitale nell'agenda del G8, lo avrebbe imposto con
forza all'attenzione di tutti.
Perché della frattura digitale e delle sue conseguenze sociali e culturali non
si parla abbastanza. Perché non ne parlano abbastanza nemmeno i popoli di
Seattle, ad onta della perizia con cui sanno usare Internet. Infine perché si
potrebbe scoprire presto che la frattura digitale, quanto a rilevanza per il
nostro futuro prossimo, non è l'ultima tra le questioni da inserire nell'agenda
dei governi, come dei loro oppositori.
La frattura digitale presenta aspetti economici ben riconosciuti, ed aspetti
culturali poco noti quanto sottovalutati. Poche cifre per i primi, premesso che
quale misura della diffusione di Internet conviene prendere il numero di "hosts
computers" (i computers che ospitano banche dati, cataloghi di biblioteche,
archivi di immagini e brani musicali ecc.) per abitante. Nell'ottobre del
Duemila si contavano nei paesi Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo
sviluppo dei 20 paesi più ricchi del mondo, con circa un miliardo di persone,
82 "hosts" per 1000 abitanti. Nei paesi non Ocse, che sono circa 180
con 5 miliardi di persone, il numero degli "hosts", sempre per 1000
abitanti, era meno di 1 (0,85 per la precisione).
La quantità di "hosts" per abitante presenti nel Nord America a fine
2000 era 544 volte superiore a quello dell'Africa. Quanto ai punti di accesso a
Internet, si stima che oltre il 95% del totale mondiale sia collocato
nell'emisfero Nord.
Tutti questi indicatori della frattura digitale sono fortemente peggiorati in
soli quattro anni. Ad esempio, gli Internet "hosts" presenti in
Africa, che già erano pochissimi, non sono nemmeno riusciti a raddoppiarsi tra
il ‘97 e il 2000. In Europa e nel NordAmerica, dove erano già moltissimi,
sono aumentati rispettivamente di 3,3 e 3,6 volte.
La maggior parte degli studi sugli aspetti tecnici della frattura digitale,
inclusi i rapporti DOT Force e Ocse da cui provengono i dati succitati ("Understanding
the Digital Divide", Parigi 2001) raccomandano, allo scopo di ridurla,
interventi economici (per esempio ridurre i costi delle connessioni a Internet),
tecnologici (diffondere la banda larga), formativi (disseminare la conoscenza
delle ICT tra i bambini dei paesi in sviluppo).
Vista la stretta parentela tra globalizzazione e frattura digitale, ciò
equivale a raccomandare null'altro che lo sviluppo d'una globalizzazione meno
portatrice di disuguaglianze. Infatti la frattura digitale non è altro che un
aspetto della globalizzazione in corso – è la globalizzazione dei bits.
Fortemente disuguale la prima, parimenti disuguale la seconda.
I flussi di bits che scorrono nella Rete seguono da vicino, e sovente si
identificano con essi, i flussi finanziari, gli scambi di beni e servizi, gli
investimenti diretti all'estero, le delocalizzazioni, lo sviluppo di nuove aree
di attività economica, in Cina come in India o in Irlanda. Intervenire sui
flussi dei bits al fine di ridurre la frattura digitale tra le aree geografiche
del mondo rischierebbe si intervenisse al tempo stesso sulla direzione, intensità,
diffusione dei flussi di capitali, merci e servizi.
Vorrebbe cioè dire cambiare la faccia della globalizzazione. Con il che i
ponderosi rapporti della DOT Force e dell'Ocse, ed i loro iperbolici piani
d'azione, mostrano la loro reale natura di acqua fresca. Ma la frattura digitale
non è soltanto un problema da contrastare mediante la diffusione di computers e
di elementi d'informatica tra la popolazione. Riguarda anche il controllo sulle
risorse culturali della Rete, e inversamente, la possibilità di accedervi
liberamente. Risorse che sono oggi immense, in ogni campo, sì da formare il più
grande giacimento culturale che l'umanità abbia mai conosciuto.
Con un inconveniente: l'accesso a questo sterminato giacimento avviene di fatto
attraverso una decina di porte principali. Sono la decina di portali che
attirano ogni giorno l'80% delle centinaia di milioni di accessi quotidiani alla
Rete, con tre di essi che assorbono il 50% del tempo passato in rete dagli
internauti del mondo.
Chi entra in tali portali, per ampi che siano, e gestiti senza intenti
discriminatori, entra a contatto con una frazione minima dei contenuti culturali
della Rete, dell'ordine dell'12%. Una frazioncina che per di più è stata
selezionata e organizzata da altri, per fini suoi. Il mare del restante 9798%
gli resterà per sempre ignoto.
Abbiamo insomma costruito una nuova Biblioteca d'Alessandria, senza confini
spaziali o temporali, più grande del pianeta. Essa potrebbe cambiare in meglio
il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di miliardi di persone. Però i
suoi custodi ci dicono che possiamo visitare soltanto la prima stanzetta a
sinistra.
La Repubblica
15 agosto 2001
L'errore di sottovalutare la rivoluzione del popolo
di Seattle
SI DISCUTERÀ molto, da oggi fino al 20 di luglio, di quel singolare soggetto
collettivo che ormai si materializza periodicamente sulla scena del mondo, e che
per convenzione chiamiamo "popolo di Seattle". Temo, però, che se ne
discuta male. Il timore di incidenti induce a considerare la presenza a Genova
di decine di migliaia di manifestanti quasi esclusivamente come un problema di
ordine pubblico, e così si avviano risposte, pericolose, quasi esclusivamente
in chiave di riduzione del diritto costituzionale di manifestare in pubblico. Le
molte anime di quel popolo inducono ad abusare delle distinzioni, ora
enfatizzando gli aspetti di protezionismo, ora guardando piuttosto agli aspetti
neoluddisti, ora insinuando che dietro potrebbero esserci gruppi economici
interessati a combattere i grandi protagonisti degli attuali processi di
globalizzazione. Il dialogo con gli attori di questa nuova vicenda non è finora
andato al di là di qualche buona parola o della promessa di versare "una
goccia d'olio speciale" nel duro ingranaggio del liberismo, come si diceva
ai tempi in cui si progettava il codice civile dell'Impero germanico. S'ignora
così che un profondo mutamento è già avvenuto e che quel popolo sta
cambiando, ha cambiato, l'agenda politica e sociale del mondo. Solo chi è
prigioniero di disegni di breve periodo può pensare che i temi rimbalzati da
Seattle a Porto Alegre, da Praga a Québec possano essere cancellati d'imperio o
con qualche astuzia o concessione tattica. Dobbiamo sperare almeno in un
pensiero presbite, capace di fare i conti con quel che oggi è già evidente e
domani sarà ineludibile? Superbia e scarsa cultura inducono ancora molti,
troppi, a trascurare il valore altamente simbolico, e quindi politico, di un
tema imposto all'attenzione di milioni di persone che, da quel momento in poi,
tenderanno a valutare molte altre cose attraverso quel filtro. appunto quel che
è accaduto con i temi esplosi a Seattle e maturati a Porto Alegre. Agli occhi
di un numero crescente di cittadini del mondo l'azione di governi e governanti
sarà sempre più valutata con riferimento all'agenda progressivamente messa a
punto dal popolo di Seattle. Questa si dirama in molte direzioni, abbraccia
anche temi tra loro contraddittori. Ma la caratterizzano e la unificano alcune
idee forti. La globalizzazione viene presa sul serio, e proiettata fuori della
logica esclusiva del mercato che l'ha finora caratterizzata. Lavoro, ambiente,
proprietà, ricerca scientifica, brevetti, sono parole pronunciate con nuovi
accenti, e misurate non più soltanto con la logica del profitto, ma con quella,
ben più esigente, dei diritti umani. E tutto questo non avviene in una sorta di
vuoto sociale, non attira solo l'attenzione di minoranze. L'ostilità al
Trattato di Kyoto costa a Bush otto punti nei sondaggi sulla sua popolarità, e
lo induce a qualche (lieve) ripensamento. Dopo anni di sdegnosa arroganza,
società leader nel mondo delle biotecnologie, come la Monsanto, cominciano a
fare qualche concessione all'informazione dei cittadini e a ridimensionare
qualche programma. Perduti dodici milioni di clienti nel 2000, le società
statunitensi attive nel commercio elettronico si avvedono di non poter disporre
impunemente dei dati personali dei loro clienti, e avviano politiche più
rispettose della privacy. Grandi società farmaceutiche sono costrette a
rinunciare ad una intransigente difesa dei loro diritti di brevetto, quando il
governo sudafricano le sfida per difendere la salute di milioni di suoi
cittadini. La ricerca scientifica non può diventare colonizzazione del vivente,
estendendo sempre a quest'area il principio proprietario del brevetto, né
cercare tra i dannati della terra le cavie per la propria sperimentazione, così
come la logica del decentramento produttivo mai può legittimare le nuovissime
forme di uno sfruttamento che si trasforma in nuova schiavitù. Si progettano e
sperimentano forme d'accesso alle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione non mediate da pretese monopolistiche e proprietarie. Queste non
sono parole estreme, ma riflessi delle cronache d'ogni giorno, giganteschi
frammenti che attendono d'essere composti in un coerente disegno sociale e
politico. Un'agenda imposta dalla forza delle cose, con la quale si devono fare
i conti anche nella dimensione nazionale. Con quale cultura, però? Leggere il
mondo con strumenti nuovi non è facile. Ma è il compito ineludibile di
soggetti politici e sociali, e d'ogni singola persona, che non abbiano
rinunciato all'ambizione di una società in cui libertà, eguaglianza, dignità
siano i valori essenziali di riferimento. Questi strumenti esistono, non sono
riducibili a quelli soltanto che nascono dalle riflessioni del popolo di
Seattle, e possono dare fondamento al progetto d'una sinistra che oggi sembra
introvabile. Certo, non si va lontano se si rimane prigionieri di interessi o
pigrizie o di schemi culturali che riflettono un mondo in cui nessun intralcio
dev'essere opposto alla logica proprietaria. Oggi la grande partita si gioca
proprio intorno ai criteri in base ai quali i beni possono entrare nel mercato o
devono restarne fuori. Stiamo ridefinendo lo statuto planetario dell'ambiente,
lo statuto del corpo umano, la dignità come ineludibile criterio di controllo
d'ogni attività, le forme della cittadinanza elettronica. E chiunque si schieri
sulla più modesta frontiera dell'innovazione dovrebbe sapere che questi
problemi non si possono più affrontare con la vecchia logica proprietaria, con
una disciplina del brevetto nata in altri contesti. Ma il popolo di Seattle ci
parla anche di un altro modo di riferirsi ai soggetti politici. È vero che un
giorno esso viene identificato con José Bové, un altro con autrici di libri di
successo come Naomi Klein. Ma, poi, quel popolo non s'identifica con nessuna
singola personalità. Continua a chiamarsi e ad essere chiamato "popolo di
Seattle", presentandosi dunque esclusivamente come un soggetto collettivo.
Può essere utile, a questo punto, una lettura parallela tra vicende globali e
vicende nazionali. Mentre di quel popolo si registra la crescita, e a Genova se
ne teme "l'invasione", le ultime cronache ci parlano di drammatiche
cadute della tradizionale partecipazione politica: in Gran Bretagna l'astensione
arriva al 41%, solo il 30% vota per il referendum in Irlanda. Non è questo un
motivo di riflessione in tempi in cui si teorizza una personalizzazione della
politica senza alternative? Vi è, poi, la questione già ricordata della
formazione dell'agenda politica. In Italia, cercando spiegazioni alla sua
sconfitta, il centrosinistra ha lamentato la propria scarsa capacità di
comunicare i risultati della sua buona azione di governo. Questa spiegazione
consolatoria è contraddetta dalla realtà. Via via che passava il tempo,
l'opposizione riusciva ad imporre la propria agenda politica, già
nell'impostazione del lavoro della Commissione bicamerale per le riforme
istituzionali e poi con le giornate sulle tasse e la sicurezza, con l'insistenza
sull'immigrazione e la microcriminalità. Raggiunto l'obiettivo dell'entrata
nell'Unione monetaria, il centrosinistra non è più riuscito ad identificarsi
con un'idea forte, non ha saputo contrapporre un'agenda propria a quella del
centrodestra, trovandosi così obbligato a competere proprio sul terreno scelto
da quest'ultimo. Sì che l'opinione pubblica ha finito con il giudicare governo
e maggioranza con il metro imposto dall'opposizione: l'azione di governo perdeva
senso e capacità d'attrazione proprio perché non riusciva a dare risposte
all'unica, visibile agenda pubblica. E ancora. Le vicende del popolo di Seattle
mostrano come le nuove tecnologie, nel caso specifico Internet, non producano
necessariamente effetti sostitutivi, bensì integrativi, rispetto agli strumenti
già esistenti. Internet ha permesso di fare di una moltitudine dispersa
"un popolo". Ma, per incidere davvero sui processi politici, quel
popolo si è dovuto materializzare in una piazza reale, non virtuale, ha dovuto
manifestare per le strade. E le immagini di quelle manifestazioni sono state
diffuse in tutto il mondo dal tradizionale strumento televisivo, con un valore
aggiunto di conoscenza diffusa che ne ha accresciuto in modo determinante il
peso politico. Rifletterà anche su questo quella sinistra italiana che,
folgorata nel 1994 dalla politica dell'immagine, ha ritenuto che questa
sostituisse ogni altro mezzo e, dopo anni di discussioni sulla forma partito, ha
pensato che fosse venuto il tempo di liberarsene a vantaggio di una piccola
accolita di personalità più o meno mediatizzate? E questo è avvenuto mentre
Berlusconi - ben consapevole degli effetti integrativi, e non sostitutivi, dei
vari strumenti della tecnopolitica - affiancava alla politica dell'immagine
quella dell'organizzazione partitica. Infine. L'Europa si è resa conto che
l'integrazione attraverso il mercato non è più sufficiente a sostenere la
crescita dell'Unione (come mostrano le vicende di questi giorni) e sta cercando
di affiancarle una integrazione attraverso i diritti, partendo dalla Carta dei
diritti fondamentali proclamata a Nizza nel dicembre scorso. Questa volta la
lettura in parallelo va dal locale al globale. Il modello, allora, non può che
essere quello di una globalizzazione attraverso i diritti.
Stefano Rodotà
la Repubblica
14 giugno 2001
FU VERA GLOBALIZZAZIONE?
Le prospettive dei cattolici democratici e le trasformazioni del concetto di
sinistra
Come è noto, anche i più accaniti liberisti si sono oramai convinti che il
tanto sbandierato modello capitalistico non funziona abbastanza da poter essere
difeso così come è. Il primo ad accorgersi dei rischi della globalizzazione
(finanziaria) completa e selvaggia fu proprio uno dei suoi più puri artefici,
il magnate Soros, che sottolineò - più di due anni fa - la non simmetria, per
un singolo paese o per un'intera regione, tra gli effetti di una massiccia
entrata e gli effetti di una massiccia uscita di capitali.
Quasi contemporaneamente iniziò l'esperimento della Malesia, unico paese capace
di individuare efficaci misure di regolazione del movimento dei capitali e si
diffuse il convincimento che l'introduzione di una qualche tassa sulle
transazioni finanziarie fosse necessaria: la cosiddetta Tobin Tax di cui si è
molto parlato, ma che presuppone - anche se orientata solo a raffreddare i
movimenti da e per i paradisi fiscali - una collaborazione internazionale che
ancora non c'è.
Sono troppe le nubi che incombono sulla globalizzazione per non capire che il
modello in costruzione apparirà (forse non immediatamente) come qualcosa di un
tantino diverso rispetto a quella che si può definire la percezione attuale
della realtà.
Prima nube: la globalizzazione esiste compiutamente solo a livello finanziario;
il movimento libero delle persone appare fortemente ostacolato per evidenti
motivi e quello delle merci risente delle convenienze delle economie
politicamente e militarmente più forti. Banane, computers, automobili, salami e
scarpe vengono importati a costi vantaggiosi dai paesi più ricchi nella misura
in cui e solo se ciò corrisponde agli interessi prevalenti dei consumatori e
dei produttori dei paesi importatori stessi: di qui una selezione dei prodotti
soggetti o non soggetti alla globalizzazione a seconda della loro natura in
rapporto a precise scelte di politica economica e di difesa di interessi
particolari e non certo in rapporto ad un vero e proprio, appunto utopistico,
liberoscambismo.
Seconda nube: contrariamente a quello che comunemente si crede, il commercio
mondiale è cresciuto, negli ultimi dieci anni, secondo l'ufficio statistiche
internazionali del WTO (World Trade Organization), soprattutto all'interno delle
singole aree di influenza. Il NAFTA (Americhe) ha visto in dieci anni un aumento
delle esportazioni continentali e una diminuizione di quelle verso il resto del
mondo: quelle interne sono, infatti, passate dal 42,6% del totale al 54,1%;
quelle esterne del 57,4% al solo 45,9. Addirittura il MERCOSUR (tutto
sudamericano) ha visto passare, in dieci anni, la percentuale delle esportazioni
verso l'esterno dal 91,1 a meno dell'80. L'ASEAN (che comprende gran parte dei
paesi dell'estremo oriente escluso il Giappone) ha visto diminuire la
percentuale - sul totale - delle esportazioni verso il resto del mondo di due
punti percentuali.
L'Unione Europea, alla fine degli anni novanta , è riuscita ad esportare
all'esterno solo il 36,5% delle sue merci contro il 35,1 di dieci anni prima:
insomma, dieci anni di globalizzazione sono passati invano.
Sembra, quindi, rafforzarsi l'influenza dei poli regionali nell'ambito dei
sistemi economici che regolano le situazioni dei singoli Stati. E' possibile che
ciò costituisca la premessa di una regolazione globale conseguente a un accordo
tra i 6 e 7 principali poli di influenza regionale, ma poco probabile (se i meri
interessi economici, identificati con quelli delle multinazionali, continueranno
a rivelarsi prioritari su altri interessi di natura sociale e ambientale).
Terza nube: il declino degli Stati nazionali è apparso oltre che
contraddittorio anche eccessivamente funzionale alle tendenze in corso (che, per
comodità, qui definiremo pseudoglobalizzazione). Infatti, gli Stati sono
apparsi espropriati di sovranità circa la moneta, il bilancio pubblico e i
cambi - ovviamente con l'eccezione degli USA che stampano una moneta accettata,
per ora, senza alcun reale riferimento al suo valore oggettivo - ma sono rimasti
padroni dei loro particolarismi in materie fondamentali come i tributi, la
normativa sul lavoro, l'organizzazione amministrativa.
E qui si inseriscono le acute osservazioni di Carlo Pelanda e Paolo Savona nel
loro libro più recente, "Sovranità e ricchezza - Come riempire il vuoto
politico della globalizzazione, "Sperling e Kupfer editori 2001.
Gli autori riferiscono i rischi di decadimento degli Stati che compongono
l'Unione Europea alla incapacità di quest'ultima di affrontare più apertamente
le economie degli USA, del Giappone, dei paesi emergenti; accusano, e non senza
ragione, gli Europei di "un'architettura politica resa instabile dal
tentativo di combinare i vantaggi di consenso dati dal nazionalismo
protezionista con quelli economici che derivano dal partecipare a un libero
mercato internazionale".
Che l'Unione Europea, oggi, sia questo non v'è dubbio; ma Carlo Pelanda e Paolo
Savona, poi , preoccupati altresì degli svantaggi della globalizzazione
(teorica) propongono accordi tra gli Stati per compensare gli squilibri indotti
dalla globalizzazione stessa e assistere i paesi in crisi.
Tutto ciò mi pare sostenibile solo ad una condizione: che il mercato (e,
quindi, la sua globalizzazione) sia messo al servizio dello sviluppo, anzi, di
un equilibrato sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile.
Oggi è tutto il contrario: intellettuali e politici liberisti, nella migliore
delle ipotesi, identificando bene comune e libero mercato, producono
l'asservimento dell'uomo ad un meccanismo economico. Tale dinamica è già
cattiva in sé, a prescindere dalla funzionalità del meccanismo. Questo è il
punto.
Il mercato, per definizione, dev'essere libero; ma cosa significa questa libertà
se essa è causa di oppressione e infelicità per le persone? Il problema non è
risolvibile se non ammettendo che esistono regole da imporre al mercato senza,
beninteso, distorcerne la natura e renderlo un attrezzo inservibile.
Questa è la scommessa, la sfida (che esistono regole di tal genere). Ma ciò
significa, altresì, che l'attuale o, meglio, gli attuali modelli economici (più
o meno capitalistici) appaiono inadatti allo scopo che è quello di favorire la
valorizzazione dell'elemento umano.
Insomma, da questo punto di vista, la politica dovrebbe farsi carico di
selezionare le possibili soluzioni al problema (come asservire il mercato allo
sviluppo produttivo e alla valorizzazione dell'uomo modificando, in tal senso, i
modelli e i meccanismi economici).
Si tratta, ovviamente, di un'area di sensibilità politica che è alternativa a
quanto la destra (che è liberista) e la sinistra (anch'essa liberista) stanno
proponendo e praticando ormai da tempo: esiste anche una destra antiliberista e
populista che spaventa, per fortuna, i benpensanti e che, per ora, non pare
orientabile ad una qualche utilità sociale, ma sembra, al momento, forse più
interessante soffermarsi su quanto sta ormai accadendo alla sinistra a livello
europeo e mondiale (e di cui, in Italia, per motivi che si cercheranno di
ipotizzare, non vi è ancora una sufficientemente dispiegata consapevolezza).
I movimenti antiglobalizzazione - pur nelle loro non irrilevanti diversità
interne - hanno ormai contribuito decisamente a spingere il concetto di
"sinistra" in un ambito molto preciso e ristretto: esiste la
globalizzazione - un assunto che si è cercato, invero, di dimostrare, almeno
parzialmente, infondato - e, quindi, occorrono meccanismi di compensazione per
evitare squilibri insostenibili (dal lato sociale, da quello ecologico, ma forse
pure da quello finanziario). Anche la destra liberista più estremista - il
presidente Bush ne è un esempio significativo - ammette che questo modello
produce un quantitativo preoccupante di vittime; ma ritiene che non i poteri
dello Stato (o degli ordinamenti sovranazionali) bensì il buon cuore e
l'impegno dei privati - vedi volontariato, fondazioni "ad hoc", Ong -
debbano e possano occuparsi utilmente dei casi.
La sinistra, dunque, avrebbe una visione più sistematica dei meccanismi di
compensazione ovvero di ammortizzazione sociale; ma, di fondo, le due - destra e
sinistra - sembrano accomunate dalla valutazione circa l'ineluttabilità del
modello economico di base.
I movimenti antiglobalizzazione - che qualcuno ritiene la forma più vitale di
una nuova e, forse, più vera sinistra - presentano una scarsa capacità di
proposta alternativa, sicché il quadro politico sembrerebbe spezzettato così:
a) una sinistra liberista, ma moderata e pronta a far intervenire meccanismi
compensativi di un sistema che giudica anche iniquo, però non evitabile;
b) una sinistra antagonista che, solo in Italia, grazie ad una certa continuità
con l'ideologia marxista, continua ad esistere, ma che mantiene un eccessivo
ancoraggio al passato;
c) una non più sinistra che si sta prepotentemente sviluppando in tutto il
mondo sull'onda dei movimenti di protesta antiglobalizzazione e che non ha più
alcun motivo per cercare collegamenti - se non casualmente ed estemporaneamente
- con le altre sinistre.
Manca, insomma, proprio una forza politica che, pur contestando anche
radicalmente l'ineluttabilità delle prospettive attuali di incanalamento delle
risorse, tuttavia proponga un percorso alternativo, ma effettivamente
praticabile. Questa impostazione, che, oggi, manca - salvo qualche isolata
eccezione - apparteneva, storicamente, almeno in Italia, al cattolicesimo
democratico, capace di orientare il verbo socialdemocratico e keynesiano su un
terreno di cooperazione internazionale e non solo di arroccamento nella difesa
di interessi nazionalistici e/o di classe dentro gli ambiti caratterizzati dalle
economie cosiddette protette. Lo scardinamento di quel protezionismo - per
quanto parziale e contraddittorio - ha prodotto il mondo attuale.
Un mondo che richiede crescenti interventi, ma soprattutto la capacità di
individuare un preciso pacchetto di misure che vadano al di là dei semplici
meccanismi di compensazione delle tante ingiustizie prodotte dal sistema;
insomma, occorrerebbe riuscire ad intaccare profondamente il modello stesso pur
consentendo alle logiche della concorrenza e del mercato di fornire tutto il
loro apporto ai fini della realizzazione di uno sviluppo economico orientato
alla valorizzazione dell'uomo e delle risorse naturali del pianeta
Nino Galloni
11 maggio 2001
La giungla del mondo globalizzato
di LIONEL JOSPIN
LA mondializzazione costituisce la realtà in cui ci evolviamo. Ma questa realtà
è ambivalente. Favorisce la crescita globale, ma è accompagnata da
disuguaglianze sempre più grandi. Favorisce la scoperta della diversità umana,
ma porta in sé il rischio dell'uniformazione. Sprigiona energie, ma libera
anche forze negative che bisogna dominare.
Il senso di questa mondializzazione dipenderà da quello che ne faremo. Perché
se la mondializzazione è un fatto, non è però un fine in sé. Segue un corso
che dobbiamo padroneggiare per trarne i benefici e prevenirne le ripercussioni
negative. La mondializzazione è dunque una questione di natura politica, che
richiede una risposta politica: quella dei nostri governi.
A questo proposito alcune domande fondamentali non possono restare senza
risposta. Come ripartire più equamente i frutti della mondializzazione?
L'apertura delle economie, il moltiplicarsi degli scambi, l'accelerazione del
progresso tecnico: tutto questo ha alimentato la crescita. Ma le disuguaglianze
aumentano sia tra un paese e l'altro, sia all'interno delle singole economie. I
profitti dei dieci maggiori gruppi mondiali sono superiori al prodotto interno
lordo dell'insieme dei paesi meno avanzati. Una persona su quattro vive in
condizioni di povertà estrema.
Che fare perché l'espansione accelerata delle reti di comunicazione sia un
beneficio per tutti? Il moltiplicarsi delle fonti d'informazione, la più ampia
circolazione delle idee, l'abbondanza di possibilità nuove sono carichi di
promesse. Ma le disuguaglianze nell'istruzione frenano l'accesso a queste
tecnologie. Questi formidabili moltiplicatori di saperi possono scavare un
preoccupante "fossato numerico".
Come si può rispettare meglio la fragilità del nostro pianeta? L'ambiente in
cui viviamo non è una merce, un semplice stock di materie prime cui si possa
attingere senza preoccuparsi delle generazioni a venire. Il solo sviluppo vero
è quello durevole.
Come lottare contro il crimine organizzato, che grazie alla mondializzazione ha
avuto una vera e propria esplosione? La fluidità delle comunicazioni permette
alle organizzazioni criminali di sfruttare le contraddizioni tra le leggi
nazionali e la debolezza di alcune di esse per mettersi al riparo dalla
giustizia. Queste sono tutte questioni politiche. Riguardano tutti i cittadini
di tutte le Nazioni del mondo.
E' quindi logico che ne sia nato un dibattito mondiale, e che sia apparsa una
sorta di "opinione pubblica mondiale". Militanti di associazioni,
sindacalisti e universitari, uomini e donne si mobilitano attraverso il pianeta
e si organizzano sfruttando gli stessi canali della mondializzazione: Internet e
i media. A Seattle, alla fine del 1999, e poi a margine delle riunioni del FMI,
della Banca mondiale o del Forum di Davos, e più di recente a Porto Alegre,
questo movimento ha dimostrato una presa di coscienza del portato politico della
mondializzazione: la qualità dell'ambiente, i diritti sociali dei lavoratori,
la protezione dei consumatori, lo sviluppo dei paesi del Sud, la diversità
culturale. Questa mobilitazione è la benvenuta. Ma è un movimento che resta
imperfetto. Non può pretendere di rappresentare, da solo, la comunità
internazionale. Le associazioni e le organizzazioni non governative non hanno
una legittimità né una capacità di agire dello stesso ordine di quella
conferita dalla sovranità, soprattutto quando questa procede dal suffragio
universale. Il ruolo degli Stati rimane dunque determinante, perché è prima di
tutto in essi che vengono elaborate le scelte politiche.
La mondializzazione politica è dunque ancora da costruire, ed è la
regolamentazione. Ovunque ci sia il rischio che venga applicata solo la legge
del più forte, ovunque gli interessi privati ledano l'interesse generale,
ovunque la ricerca del profitto a breve termine faccia vacillare la giustizia
sociale e rovini l'ambiente, bisogna che gli Stati definiscano delle
"regole del gioco". Attraverso la consultazione e in una cornice
multilaterale, gli Stati devono costruire un'architettura internazionale di
regolamentazione. Ma c'è ancora molta strada da fare, specialmente per quanto
riguarda la regolamentazione finanziaria internazionale. Le istituzioni di
Bretton Woods devono continuare a svilupparsi. Se una crisi finanziaria colpisce
una parte del mondo, il FMI ha ormai i mezzi per intervenire preventivamente e
impedirne la propagazione. Deve però rafforzare ulteriormente il suo ruolo di
strumento di vigilanza.
Il mondo ha bisogno di un commercio equo. Mezzo secolo dopo la carta dell'Avana
e la creazione del Gatt, il mondo si è fornito di una Organizzazione mondiale
del commercio (Omc). L'Europa si è battuta per la creazione di questa
organizzazione, che permette di trattare i conflitti commerciali con procedure
obbiettive e di preservarci dall'unilateralismo. Questa regolamentazione deve
fare in modo che il commercio non prenda il sopravvento sugli altri aspetti
della vita sociale. Le scelte di ogni nazione in merito alla salute pubblica,
all'ambiente o ai servizi pubblici non possono essere valutate soltanto
nell'ottica delle regole commerciali. Per questa ragione l'Unione Europea si
augura che il prossimo ciclo di negoziati commerciali multilaterali, i cui
contorni saranno tracciati durante la conferenza ministeriale dell'Omc in Qatar,
nel novembre prossimo, abbia un ordine del giorno ampio e globale, che rispecchi
gli interessi di tutti i paesi membri: progresso sociale, sicurezza sanitaria,
ambiente.
La salute degli uomini, in particolare, esige la solidarietà della comunità
internazionale. Aggravate dalle disuguaglianze di sviluppo, nuove epidemie
minacciano intere popolazioni. La maggior parte delle persone colpite dal virus
dell'aids vive infatti nei paesi i via di sviluppo. Questa drammatica situazione
impone che si faciliti l'accesso dei malati alle cure disponibili. In questa
prospettiva, mi fa molto piacere che i grossi laboratori farmaceutici abbiano
preso coscienza delle loro responsabilità e comincino a proporre prezzi
differenziati a beneficio dei paesi in via di sviluppo. Infine, il mondo ha
bisogno della diversità delle culture, che devono essere difese. Attraverso
queste regolamentazioni, stabiliamo nuove solidarietà tra gli uomini e
traduciamo quello che deve essere il significato profondo della
mondializzazione: l'interdipendenza tra i popoli, la comunanza dei rispettivi
destini.
Se sappiamo regolarla, la mondializzazione può essere una nuova tappa nel
progresso della civiltà. Tuttavia ci pone di fronte a una responsabilità
collettiva: la protezione dell'ambiente che ci permette di vivere e in cui
dovranno vivere le prossime generazioni. Dopo il summit di Rio del 1992, sono
stati presi impegni importanti per il clima, la biodiversità, la
desertificazione. Il protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici o quello
sulla biosicurezza hanno dimostrato l'importanza di queste nuove prese di
coscienza. Ma l'avvenire incerto dei climi e il ricorrere delle catastrofi
naturali ci invitano ad applicare pienamente queste misure e a preparare nuovi
sforzi. L'Unione Europea e la Francia, per parte loro, sono risolute. La
posizione degli Stati Uniti sarà fondamentale: tengo qui a sottolineare la
grande preoccupazione della Francia per le prime dichiarazioni della nuova
amministrazione americana a questo propostito. La tentazione di respingere ogni
responsabilità nei confronti delle generazioni future deve essere combattuta
con determinazione. Il dialogo tra i paesi produttori e i paesi consumatori di
idrocarburi riconduce alla stessa conclusione: assicurare la stabilità del
prezzo del petrolio a un livello ragionevole è fondamentale.
La mondializzazione è un'opportunità che dobbiamo cogliere, una realtà
promettente che dobbiamo saper gestire perché ne possa beneficiare l'umanità.
Ci troviamo quindi dinanzi a una scelta collettiva. Possiamo lasciare che
presunte leggi economiche naturali guidino l'evoluzione delle nostre società, e
in questo modo rifiutare nostre responsabilità politiche, oppure possiamo
cercare di dare un orientamento alle forze in gioco nella globalizzazione
dell'economia. In questo modo potremo umanizzare la mondializzazione e renderla
uno strumento di progresso per tutti i popoli. Per riuscirci abbiamo bisogno di
nazioni pienamente coscienti della posta in gioco, di governi responsabili
determinati ad agire con decisionismo, di istituzioni multilaterali legittime e
trasparenti che rispettino il diritto di tutti gli Stati. La comunità
internazionale deve organizzare la mondializzazione nella direzione del diritto
e della giustizia. E' quello che i nostri popoli si aspettano da noi.
(traduzione di Elda Volterrani)
(l'autore è il Primo ministro francese)
La Repubblica
11 aprile 2001
Siamo sei miliardi di persone e se continua cosi' fra quindici anni saremo sette miliardi, almeno secondo le previsioni. Viviamo un'epoca fortunata, segnata da giganteschi passi in avanti della scienza e della tecnologia. Negli ultimi decenni la vita media degli abitanti della Terra s'e' allungata, molti piu' bambini vanno a scuola, e molti non muoiono piu' per malattie curabili e prevedibili. Molte piu' donne studiano e lavorano. Molti paesi sono progrediti. Eppure in molte aree della Terra sembra di essere all'Inferno: un miliardo di esseri umani puo' dissetarsi solo bevendo acqua sporca. Quasi altrettanti ogni giorno mangiano meno del minimo per vivere e trecento milioni di bambini non hanno un solo pasto caldo quotidiano. Due miliardi di persone non hanno corrente elettrica: un terzo
dell'umanita' non usa neppure le lampadine. Tanti quanti, se si ammalano, non si curano, non possono avere medicine essenziali come la penicillina. Dalle bidonville sudamericane o asiatiche alle pianure africane, passando per le opulente metropoli occidentali, piu' di un miliardo di persone non ha un'abitazione adeguata. Bere, mangiare, dormire, curarsi, avere una casa per vivere: ecco i primi ''lussi
proibiti'' dell'odierno pianeta povero, dove ogni giorno si inanellano inaccettabili privazioni di vita. Nessuno e' esente, paesi ricchi (ma solo in alcune sacche) e naturalmente paesi poveri o in via di sviluppo.
I dati del rapporto dell'Undp 2001 sullo sviluppo sociale elenca alcune voci e cifre delle
poverta'. Eccone alcune. Nei paesi in via di sviluppo: - SALUTE: 968 milioni di persone sono prive di accesso a fonti d'acqua pulita. 2,4 miliardi sono prive di accesso ai servizi sanitari di base. 34 milioni sono affette da
Hiv/Aids. 2,2 milioni muoiono ogni anno per inquinamento atmosferico. - ISTRUZIONE: 854 milioni di adulti sono analfabeti, di cui 543 sono donne. 325 milioni di bambini non frequentano la scuola primaria e secondaria, 183 milioni di essi sono bambine. - POVERTA' DI REDDITO: 1,2 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro Usa al giorno. 2,4 miliardi con meno di due dollari Usa al giorno. - BAMBINI: 163 milioni sotto i cinque anni sono denutriti. 11 milioni sotto i cinque anni muoiono ongi anno per cause prevenibili.
Nei paesi Ocse: 15% degli adulti sono semianalfabeti. 130 milioni di persone sono sotto la soglia della poverta' (con meno del 50% del reddito medio). otto milioni sono denutriti. 1,5 milioni di persone sono affette da
Hiv/Aids.
Questa umanita' vasta e dolente negli ultimi trent'anni ha fatto piccoli ma significativi passi in avanti. - PROGRESSI. Nel 1970 gli analfabeti erano il 53% della popolazione mondiale, oggi sono il 27%. La vita media globale e' passata da 59,9 anni a 66,4; l'aspettativa di vita e' cresciuta nei paesi poveri di 12/14 anni. Nell'Europa dell'Est pero' e' peggiorata dopo il 1989, e anche in Africa per l'Aids. L'accesso all'acqua potabile nelle zone rurali e' quintuplicato. Nel 1990 il 29% della popolazione dei paesi poveri viveva con meno di un dollaro al giorno, oggi e' il 24%. Nel decennio '80-'90 una nuova terapia di reidratazione ha salvato tre milioni di bambini da morte certa per malattie infantili come la diarrea. Ma non basta, perche' poi c'h il resto, tutto cio' che potrebbe colmare il fossato della disuguaglianza che taglia il mondo
globalizzato, lungo i confini dei suoi continenti e subcontinenti, ma anche all'interno degli stati: istruzione, formazione, accesso alle tecnologie vecchie e nuove, lavoro, risorse da investire in un progresso futuro. Il divario tra popoli ricchi e popoli poveri si nutre di nuove figure: computer, internet, satelliti, telecomunicazioni, poli tecnologici, commercio, investimenti diretti esteri, reddito. Se ad esempio negli Stati Uniti un mese di accesso a internet costa l'1,2 per cento dello stipendio, in Bangladesh costerebbe il 191 per cento, in Nepal il 278 per cento: ecco l'esempio piu' banale del cosiddetto
''digital divide'' la piu' moderna forma di disuguaglianza tra gli uomini. Qualche dato: - COMMERCIO: tra il 1990 e il '98 l'esportazione mondiale di beni e servizi e' passata da 4,7 trilioni di dollari (prezzi costanti del 1995) a 7,5 trilioni. Nel 1998 nei paesi meno sviluppati dove vive circa il 10% della popolazione mondiale, le esportazioni sono stati pari allo 0,4% del totale mondiale, meno del 1980 (0,6%) e del 1990 (0,5%). Ed e' diminuita dal 2,3% del 1980 all'1,4 del 1990 nell'Africa
subsahariana. - INVESTIMENTI E CAPITALI: i flussi degli investimenti esteri diretti sono concentrati soltanto in 20 paesi che ricevono l'83% dei 177 miliardi di dollari indirizzati verso le economie in sviluppo e verso quelle in transizione come Cina, Brasile, Messico e Giappone. - REDDITO: l'indice Gini (valore zero indica la perfetta eguaglianza, il valore 100 la perfetta ineguaglianza) ha oscillato dallo 0,63 del 1988 allo 0,66 del 1993; gli ultraricchi sono diventati ancora piu' ricchi. Nel 1999 la ricchezza combinata dei primi 200 miliardari era di 1.135 miliardi di dollari Usa; nel 1998 era 1.024 miliardi; il reddito complessivo di 582 milioni di persone in tutti i paesi meno sviluppati ammonta a 146 miliardi di dollari Usa. - NUOVE TECNOLOGIE: I 29 paesi Ocse hanno speso in ricerca e sviluppo 520 miliardi di dollari nel 1998, una cifra superiore al totale della produzione dei 30 paesi piu' poveri del mondo. Il numero dei brevetti richiesti negli Usa e' passato da 77.000 del 1985 a 169.000 nel 1999. I brevetti richiesti dai paesi Ocse (14% della popolazione mondiale) erano l'86% delle richieste totali nel 1998. L'India, settimo paese al mondo per numero di scienziati e ingegneri, ha il 44 % degli adulti analfabeta. In Corea la frequenza terziaria tecnica delle facolta' scientifiche era del 23,2% nel 1997 e dello 0,2% in Burkina
Faso. La spesa mondiale per la ricerca snaitaria dedica appena lo 0,2% dei fondi a polmonite e diarrea, responsabili dell'11% del peso mondiale delle malattie. I nuovi farmaci disponibili sul mercato sono aumentati tra il 1975 e il 1996 a 1.223, ma solo 13 di essi sono per combattere le malattie tropicali. Per spese militari e difesa i paesi
dell'Ocse hanno investito 51 miliardi nel 1998. Le colture transgeniche erano due milioni di ettari nel 1996, 44 milioni nel 2000: di essi il 98% e' concentrato in Argentina, Canada e Usa. - INTERNET: 2,5 miliardi di pagine accessibili attualmente su Web; crescono ogni giono di 7,3 milioni. Nel 1996 gli utenti erano 16 milioni; nel 2000 400 milioni, nel 2003 saranno tre miliardi. Il 79% degli utenti e' nei paesi
Ocse. Solo lo 0,4% degli abitanti dell'Africa subsahariana ha accesso a Internet. La tariffa mensile di accesso a Internet e' l'1,2% del reddito mensile medio del tipico utente americano; il 614% di quello di un utente del Madagascar; il 278% di un utente del Nepal, il 191% del
Bangladesh. E per finire nei paesi dell'Ocse c'e' una linea telefonica principale ogni due persone, nei paesi meno avanzati una ogni 200.(ANSA).
Rolando Alberto Borzetti
L'economia
della globalità
Nuove regole per affrontare la società globale
di Maurice Aymard
Dobbiamo diffidare delle parole astratte quando diventano troppo familiari.
Usarle in modo quotidiano ci permette di fare a meno della loro eventuale
definizione, che nessuno ha mai preso la pena di precisare con un minimo di
esattezza. Perché definirle, infatti? Basta che tutti le usino, non potrebbero
farlo se non ne conoscono il significato. Sono gli ombrelli comodi del
linguaggio facile, che mette tutti d'accordo: ognuno può dare a queste parole
il contenuto che gli conviene, ipotizzando che tutti la pensino nello stesso
modo. Perciò le stesse parole vengono usate come chiavi per aprire tutte le
porte, dimenticando che sono porte senza serratura.
Globalizzazione e mondializzazione, parole usate spesso l'una per l'altra, ma
anche l'una con l'altra, come facce della stessa medaglia, sono due buoni esempi
recenti di questa regola più generale. Il loro successo è legato al compito
che viene loro attribuito di spiegare - o, meglio ancora, di riassumere - le
trasformazioni in atto nel periodo in cui viviamo. La loro funzione è di dare
un senso al nostro presente (un significato) e al nostro futuro (una direzione).
Sono l'ultima (per il momento) incarnazione dell'idea di progresso, che i
cosiddetti "post-moderni" credevano di aver eliminato in modo
definitivo, e dimostrano la nostra esigenza di mantenere o ritrovare, dopo il
crollo del marxismo così come lo rappresentavano i Paesi socialisti, una
coerenza globale della storia.
Meglio dunque partire da una prima definizione, che cerchi di riassumerne i
contenuti principali. I progressi recenti della circolazione rapida su distanze
molto più lunghe, e potenzialmente mondiali, dei prodotti agricoli e
industriali, delle informazioni, delle idee, dei capitali e, fino a un certo
punto, degli uomini hanno ridimensionato il ruolo (e le pretese) degli Stati
come organizzatori principali del funzionamento delle società civili. Tutti i
Paesi del mondo ne sono stati colpiti, seppure in modo differente e diseguale.
I grandi Paesi sviluppati hanno dovuto adattare la loro struttura industriale e
la loro organizzazione economica alle nuove tecnologie dell'informazione e della
produzione, affrontare il problema della disoccupazione di una parte importante
della loro popolazione attiva, e finalmente accettare di imporre ai loro
cittadini dei sacrifici severi per ridurre in modo parallelo il deficit di
bilancio, l'indebitamento, l'inflazione, e il costo del welfare.
I Paesi socialisti europei, i quali all'inizio avevano creduto che la crisi
fosse della sola economia capitalista, sono stati rapidamente raggiunti dalle
stesse difficoltà, ma non hanno avuto la stessa capacità di risposta e di
adattamento: hanno dovuto accettare di cambiare insieme sistema politico ed
economico.
I Paesi in via di sviluppo, per la maggior parte, hanno dovuto invece
abbandonare i loro piani di sviluppo economico autonomo, incentrato sulla
valorizzazione sul posto delle loro risorse, per aprirsi ai flussi di capitali
stranieri e puntare sull'accesso ai mercati internazionali per aumentare le loro
esportazioni.
Il mondo può oggi sembrare più unificato, se pensiamo all'apertura delle
frontiere, all'eliminazione del socialismo come alternativa al capitalismo, al
ruolo affidato al mercato come regolatore principale a spese degli interventi
statali, all'accelerazione e all'intensificazione della circolazione dei
prodotti, delle idee e delle mode. Non lo è, però, se consideriamo le civiltà,
le culture, le religioni, che affermano più che mai le loro differenze. E lo è
ancora di meno se consideriamo le sue gerarchie interne. Che, malgrado i
progressi (ancora fragili) di alcune aree, soprattutto in Asia, non si sono
ridotte, ma piuttosto rafforzate.
La liberalizzazione dei mercati non ha significato l'affermazione di un mercato
libero dove tutti i partner sono uguali. La sola differenza è che il compito
del coordinamento e della regolazione degli stessi mercati è stato trasferito a
nuove entità sovranazionali: economiche, politiche, commerciali e finanziarie.
La cui composizione e il cui controllo sono peraltro limitati ad alcuni Paesi,
spesso gli stessi, che sono così in condizione di imporre decisioni conformi ai
loro interessi. Ciò spiega come mai la libertà di circolazione non è la
stessa per tutti: quasi totale per i capitali, lo è notevolmente di meno per
molti prodotti, ancora di meno per i servizi, e non lo è affatto per gli
uomini, i cui flussi sono strettamente limitati dalle varie legislazioni dei
Paesi più avanzati sull'immigrazione. Gli stessi Paesi approfittano della loro
posizione dominante per focalizzare il dibattito sui settori per loro decisivi e
per rinforzare o valorizzare i loro vantaggi.
La globalizzazione che viviamo prende in questo contesto una forma del tutto
particolare, che ben riassume l'esempio emblematico di Internet. La rete
permette a chi la può usare di comunicare in modo quasi istantaneo con il resto
del mondo e di avere così accesso a una quantità potenzialmente infinita di
informazioni e di dati. Usarla è diventata, per noi occidentali, un'abitudine
quotidiana. Non dobbiamo però dimenticare che, a livello di popolazione
mondiale, la percentuale degli utenti diretti o indiretti di Internet è
compresa tra il 5 e il 10%, concentrati nei Paesi più avanzati. Mentre la
percentuale di chi dipende, per la sua vita quotidiana, da decisioni prese e
comunicate via Internet in base a un sistema di informazioni mondiale, e sulle
quali non ha alcuna possibilità di intervenire, raggiunge livelli ben più alti
e sempre crescenti.
Visto in questo modo, il momento attuale dell'economia, che chiamiamo per
comodità quello della globalizzazione, non rappresenta né la fine né l'inizio
di una storia iniziata molti secoli fa, e destinata a protrarsi ancora a lungo
nel futuro. Siamo vittime della classica illusione ottica, che induce a
considerare il passato come tradizione, immobile e senza sorprese, e il presente
come il tempo delle rivoluzioni e delle rotture. La globalizzazione, in realtà,
è cominciata con la prima apparizione dell'uomo sulla terra, che segna l'inizio
della colonizzazione del pianeta, occupato prima da cacciatori-raccoglitori, poi
da pastori nomadi, e in seguito da agricoltori sedentari: ogni gruppo ha
elaborato e diffuso le sue tecniche di controllo della natura e di comunicazione
con altri gruppi, che occupavano altri territori. La comunicazione, cioè la
circolazione degli uomini, dei prodotti, delle conoscenze (tecniche o no), delle
idee, è senz'altro la chiave di lettura di più lunga durata della storia
umana. Ha permesso la formazione di entità politiche sempre più ampie.
Basta pensare all'esempio, solo in parte eccezionale, ma che conosciamo meglio,
dell'Europa. Essa è nata dal processo di unificazione del Mediterraneo iniziato
da Fenici e Greci. Mobilità degli uomini, con la fondazione di colonie e
spedizioni militari di conquista. Circolazione di alcuni prodotti più rari o più
ricercati (così per esempio lo stagno dell'Inghilterra attuale, necessario alla
fabbricazione del bronzo). Organizzazione di un commercio a più lunga distanza
(simboleggiato dai viaggi di Ulisse il Greco, Imilcone e Annone i Cartaginesi,
Piteas il Marsigliese...) che si estende prima a tutto il mare e poi segue a
Nord e a Sud le coste atlantiche. Creazione di entità politiche sempre più
ampie (fino all'impero romano). Uso di linguaggi accessibili a un numero
crescente di persone (latino e greco). Nascita ed espansione di religioni capaci
di diventare un'altra forma di lingua comune: cristianesimo e islamismo, che
vengono a semplificare un mondo mediterraneo unificato solo in parte dalle forme
di sincretismo religioso promosso in modo successivo da Alessandro e da Roma.
Tali sono gli aspetti principali di un processo di almeno due millenni, che
coinvolge l'Europa in modo passivo prima, attivo dopo. Quando, liberata dalla
dominazione di Roma, si sente abbastanza forte per confrontarsi sia con Bisanzio
sia con gli arabi, per rilanciare lo stesso processo a suo vantaggio,
colonizzare e integrare tutte le terre del Centro e dell'Est del nostro
continente rimaste al di fuori dell'influenza di Roma; riprendere, appoggiandosi
a Genova e Venezia, la sua parte nel commercio mediterraneo; ristabilire, usando
la mediazione araba ma anche attraverso l'istmo russo e il mar Caspio, i
contatti con le economie tropicali del Sud e del Sud-Est dell'Asia; raggiungere
con Marco Polo, via terra, la Cina. La tappa finale, quella del cambio decisivo
di scala, sarà, a partire dall'ultimo decennio del '400, quella
dell'unificazione marittima del mondo: l'Atlantico prima, poi l'accesso diretto
all'Oceano Indiano, e finalmente il Pacifico.
Anche dopo questa rottura fondamentale, il commercio a lunga distanza rimarrà,
fino all'800, limitato a quantità e qualità molto ridotte di prodotti di
elevato valore (spezie, metalli preziosi, tessuti pregiati, porcellane...). Lo
stesso vale per la mobilità degli uomini. In un mondo abitato da una stragrande
maggioranza di popolazioni rurali che vivono per la maggior parte dell'autoconsumo
delle loro risorse, l'unificazione economica vale soltanto per i livelli
superiori del settore monetarizzato e degli scambi a più lunga distanza.
Coinvolge però in modo profondo e brutale sia le popolazioni dell'Africa
subsahariana, che diventa il grande serbatoio di schiavi per il nuovo mondo, sia
quelle dell'America precolombiana, decimate dalle epidemie e sottomesse al
lavoro obbligatorio nelle miniere del Potosì.
Sono state loro le prime vittime di questa tappa del processo di globalizzazione,
che si accompagna ad altre forme, silenziose ma di grande importanza, di
mondializzazione. Unificazione microbica, dinamizzata dal contatto nuovo tra
gruppi umani precedentemente isolati l'uno dall'altro. Unificazione vegetale,
che introduce in America le piante europee e diffonde non solo in Europa, ma
anche in Africa e in Asia, alcune piante americane (patata, pomodoro,
granturco...). Unificazione animale, con l'arrivo in America dei cavalli e dei
buoi come principali animali da tiro. Seguirà, lentamente prima, attraverso
l'interesse per le cose rare e strane, poi in modo sistematico, come risultato
di programmi di scoperta e di descrizione lanciati e appoggiati dalle varie
Accademie delle scienze nel '700, l'unificazione delle conoscenze sulle società
umane, sul mondo vegetale e animale, e sulla terra stessa. Nell'età
dell'Illuminismo, etnografia, zoologia, paleontologia, botanica, geografia e
geologia sono state le prime "scienze umane", un secolo prima della
storia, dell'economia o della sociologia.
La storia ha privilegiato a lungo i trasporti, che hanno senz'altro giocato la
loro parte decisiva in questa dinamica: dalla vela al carbone, dai carri alle
diligenze, alle ferrovie, alle macchine, all'aereo. La cosiddetta rivoluzione
informatica è il punto d'arrivo di un'altra storia, che inizia pure lei nella
seconda metà del '400 con l'invenzione della stampa e segna i suoi passi
ulteriori a partire dalla seconda metà dell'800 e nei primi anni del '900.
In questa prospettiva, la vera rivoluzione recente non si limita a Internet e al
web. Si identifica con il multimediale, che permette a ogni utente, passando dal
ruolo passivo di lettore-uditore-spettatore a quello attivo di creatore, di
riunire nelle sue mani il testo, l'immagine e il suono, e di passare liberamente
dal reale al virtuale e viceversa. Questo privilegio, oggi ancora di pochi e
domani di molti ma comunque sempre di una minoranza, ci ricorda la faccia
nascosta della globalizzazione: la valorizzazione dell'individuo. Esso, come il
lettore colto rappresentato nei quadri del '700 nel suo gabinetto di lettura, può
credere di aver superato il suo isolamento e di tenere il mondo nelle sue mani e
davanti ai suoi occhi.
La tappa attuale della storia rappresenta una rottura solo se consideriamo come
definitiva quella precedente, incentrata sullo Stato e sui suoi sforzi per
organizzare, nel bene e nel male, la vita delle nostre società. Cambia invece
significato se consideriamo l'affermazione dello Stato come tappa intermedia in
una storia di più lunga durata. Segnata d'un lato dall'organizzazione di
comunità umane sempre più estese e dall'altro dall'autonomia crescente degli
individui. I sistemi totalitari, invenzione del '900, hanno rappresentato la
forma estrema e più assoluta del potere dello Stato. Non a caso, la democrazia
si è imposta come il regime più adatto per affrontare il nuovo cambio di scala
che stiamo vivendo: la posta in gioco è l'elaborazione e l'accettazione di
nuove regole di vita sociale.
da"Il Sole 24Ore"