Giudici, l’onda degli incarichi extra Oltre 5.000 tra docenze e arbitrati
L’arretrato record della giustizia non ferma il doppio lavoro dei magistrati.I 500 amministrativi si dividono 347 cattedre e 60 poltrone governative
I dati, allarmanti e scandalosi, saranno presentati questo pomeriggio da Giuseppe Di Federico, direttore dell’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari del Cnr, e altri relatori al Forum organizzato a Roma dall’Aiga, l’associazione nazionale dei giovani avvocati. I quali, in un polemico comunicato, avanzano la domanda più ovvia: come può funzionare una giustizia in cui una parte incredibilmente larga dei primi protagonisti, i giudici, ha spesso per la testa tutto meno il quotidiano lavoro per il quale arriva loro lo stipendio e cioè smaltire i fascicoli in arrivo? Per non dire, al di là della catastrofica produttività del sistema, del problema centrale: il conflitto di interessi sempre in agguato, ad esempio, dietro ogni arbitrato. Basti ricordare il caso di Franco Frattini che, prima di essere promosso alla Farnesina, partecipò a un Consiglio dei ministri nel quale si discuteva anche del tratto ferroviario della linea ad alta velocità Milano-Verona. Tratto sul quale era scoppiato un contenzioso che le parti avevano deciso di chiudere nominando un collegio arbitrale e affidandone la presidenza proprio al futuro ministro degli Esteri, consigliere di Stato. Il quale, solo pochi anni prima, aveva firmato con molti colleghi della destra la richiesta «d’incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi».
Sono anni che gli arbitrati e gli incarichi extragiudiziari sono al centro di polemiche. Fin da quando nel 1962, anziché intervenire per risanare il sistema giudiziario che già accumulava ritardi sempre più pesanti, fu deciso di varare una specie di giustizia parallela per le aziende che, in causa con un ente pubblico, potevano tagliare i tempi chiedendo un collegio composto generalmente da un magistrato del Consiglio di Stato, un avvocato dello Stato, un giudice d’Appello e due rappresentanti delle parti.
Il risultato, a distanza di pochi anni, fu lampante. I processi, spesso trascurati da giudici in altre faccende affacendati, diventarono sempre più interminabili. I (pochi) magistrati benedetti dai lavoretti paralleli, sempre più ricchi. Nel solo 1992, per esempio, Pasquale De Lise, consigliere di Stato e già capo di Gabinetto di Guido Carli al Tesoro, arrotondò lo stipendio di 245 milioni di allora con 848 milioni extra che spiritosamente definì «il guadagno legittimo di qualche soldo». Negli stessi anni un gruppetto di 24 magistrati si spartì le parcelle (tra il 3 e il 6%) di una massa di «verdetti paralleli» per un totale di 1.052 miliardi. Filippo Verde, uno dei giudici al centro del chiacchierato «lodo Mondadori», fu denunciato dai super-ispettori del Secit perché, forse distratto da una vacanza da 37 milioni avuta in dono dalla Canon, s’era dimenticato di mettere nella dichiarazione dei redditi 400 milioni. Non bastasse il cattivo esempio, lo Stato ci perdeva sempre: non solo usciva sconfitto dalla gran parte degli arbitrati ma ci rimetteva perfino nei casi in cui vinceva: la legge diceva infatti che le spese processuali in caso di vittoria dell’azienda in causa erano tutte a carico dell’ente pubblico, ma in caso di vittoria dell’ente pubblico si dividevano a metà. Un capolavoro.
L’andazzo era tale che Carlo Azeglio Ciampi, messo piede a palazzo Chigi, non ci pensò due volte ad abolire quell’indecorosa «corsia preferenziale»: basta. Da allora, però, si trascina un surreale balletto di ricorsi e controricorsi, ripristini e nuove abolizioni. Un balletto che vede come protagonisti da una parte il Consiglio Superiore della Magistratura e il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa (l’organo di autogoverno dei Tar e del Consiglio di Stato) e dall’altra quei magistrati che, abituati per anni a guadagni sontuosi spartiti fra amici e amici degli amici, non hanno perso un’occasione per dire che sì, certo, gli arbitrati sono stati aboliti però... E non c’è stato Natale o terremoto, bombardamento in Kosovo o offensiva in Iraq (neppure dopo il voto del luglio 1998 con cui una maggioranza non solo di sinistra credette di avere proibito per sempre le commistioni) senza che, con gli italiani distratti, arrivasse il tentativo di un colpo di mano.
Colpi di mano spesso surreali, come i ricorsi al Tar del Lazio da parte, non solo di lobbies di avvocati, ma anche di molti magistrati amministrativi, tra i quali perfino il capo di gabinetto a Palazzo Chigi Antonio Catricalà, contro il «loro» organo di autogoverno. Ricorsi saliti ormai a una trentina e baciati da due clamorosi successi.
Come la sostanziale abolizione della «camera arbitrale» che avrebbe dovuto farla finita almeno col sistema dei litiganti che si sceglievano loro i giudici. O la censura delle regole decise dal Csm amministrativo per arginare l’«assalto alla diligenza» (definizione di Renato Laschena, un magistrato che pure aveva guadagnato assai con gli arbitrati) dei soliti noti. Censura decisa da Corrado Calabrò che, prima di presiedere la prima sezione del Lazio, aveva accumulato una sfilza di incarichi extra lunga come il Mississippi.
Il risultato finale è nei numeri di oggi. Mentre la giustizia è allo sfascio, con l’organico dei giudici ordinari sotto di 1.078 unità, i processi civili che durano in media fino all’appello 2.046 giorni e quelli penali che sfondano i 1.509 giorni, con un arretrato di 3 milioni e mezzo di cause civili, quasi 6 milioni di penali e 940 mila amministrative (delle quali 210 mila a Napoli dove il Tar è stato governato per anni da un recordman degli arbitrati) i giudici sono letteralmente sommersi da una miriade di incarichi extra. Dalle docenze (c’è chi si è accollato anche 108 ore di lezione: il doppio di molti professori ordinari) alle cariche più o meno onorifiche nel mondo del calcio.
Un cumulo di lavoro che smentisce anche alcuni luoghi comuni. Come quello che il governo di Silvio Berlusconi, in attesa della promessa riforma dei codici nella scia di Napoleone e Giustiniano, sia ostile alla magistratura. Mica vero: tra i soli giudici amministrativi ne ha assunti, un po’ fissi e un po’ part-time, addirittura 60: capi di gabinetto, consiglieri giuridici, esperti dell’ufficio legislativo...
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
11 dicembre 2003
INDULTINO: INTINI, RESTANO MACERIE CDL ANCHE ISTITUZIONALI ''Il gruppo dello SDI- ha detto Ugo Intini- ringrazia l'on. Buemi che con l'on. Pisapia ha condotto una lunga battaglia e sottolinea, naturalmente, il significato politico dell'accaduto. Restano infatti le macerie all'interno della maggioranza e anche sul piano istituzionale, perche' l'aggressività della Lega verso il presidente della Camera Casini ha francamente superato il segno". "Resta anche un muro che e' ormai culturale e ideologico tra Lega e mondo cattolico -fa notare ancora il capogruppo dello Sdi -. Gli stessi leghisti infatti che hanno accusato le associazioni cattoliche di speculare sugli immigrati, oggi, hanno sfidato gli appelli del Papa alla clemenza, accanendosi contro i detenuti e, in particolare, contro i detenuti extra comunitari. Il governo non ha mantenuto la promessa elettorale di ridurre il crimine; adesso, una parte del Governo usa la retorica della durezza per nascondere il suo fallimento. Pugno di velluto, si potrebbe dire, e retorica di ferro''. (Adnkronos) Roma, 1 agosto 2003
INDULTINO: BUEMI, HA PERSO L'INTOLLERANZA DI AN E LEGA "In Parlamento, come in Italia, c'è una cultura comune di garantismo, di solidarietà, di tolleranza e di sensibilità civile e di umanità che se pur con fatica, prevale su una visione rozza, intollerante, vendicativa, in sostanza tribale, rappresentata dalle posizioni della Lega e da chi la affianca". Lo ha affermato il responsabile giustizia dello Sdi e relatore della legge sulla sospensione condizionata della pena subito dopo l'approvazione dell'indultino. "È questa la frontiera sulla quale si gioca principalmente la diversità tra le varie forze politiche
Enrico Buemi ha poi espresso soddisfazione per il voto di oggi e ha auspicato che si arrivi ad una applicazione dell'indultino in tempi brevi. ''Sono soddisfatto per il voto di oggi - ha detto - e spero che questo provvedimento verra' applicato il piu' resto possibile". Il testo, infatti, entrera' in vigore quindici giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale e poi ha rivolto un appello ai magistrati di sorveglianza affinche' valutino in tempi brevi tutte le situazioni processuali dei detenuti che potrebbero beneficiare di questo sconto di pena. "E' stato un iter lungo e tormentato, ma alla fine ce l'abbiamo fatta: per circa 5 mila persone si potrebbero aprire le porte del carcere''.(ANSA). Roma, 1 agosto 2003
La Corte di Strasburgo stabilisce un risarcimento per la famiglia
L’Europa condanna l’Italia «Violata la privacy di Craxi»
«Lette in aula e pubblicate intercettazioni personali»
DAL NOSTRO INVIATO
BRUXELLES - L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo perché in alcuni atti giudiziari riguardanti l’ex leader del Psi Bettino Craxi è stato violato il diritto fondamentale dei cittadini al rispetto della vita privata. In particolare nell’ambito di un procedimento per fatti corruttivi sono stati letti nell'aula del Tribunale di Milano stralci di intercettazioni telefoniche considerati dai giudici non necessari, in quanto di interesse esclusivamente personale. Queste violazioni, insieme alle «fughe di notizie» sulle stesse intercettazioni, hanno portato sui giornali il contenuto di conversazioni che sarebbero dovute rimanere nell’ambito della privacy di Craxi, morto nel dicembre del 2000 durante la sua latitanza ad Hammamet.
Le intercettazioni considerate a Strasburgo furono attuate nel ’95 sul telefono dell’ex leader nella cittadina tunisina dai magistrati della Procura di Milano, che indagavano sulle tangenti della «Metropolitana Milanese». In udienza il pm Paolo Ielo lesse alcuni stralci, che vennero riportati dalla stampa. Sui giornali finirono anche altre intercettazioni a sfondo personale. Tra queste telefonate ebbe risalto perfino quella confidenziale tra Craxi e la giornalista televisiva Alda D’Eusanio, riportata nella sentenza di Strasburgo che fa riferimento anche a conversazioni private relative a familiari e alla «moglie del signor Berlusconi».
I giudici della Corte contestano alle autorità italiane di non aver tutelato la riservatezza delle intercettazioni e di non aver eseguito «una efficace indagine su come queste conversazioni private divennero di pubblico dominio». Ritengono che ci sarebbe dovuta essere un’udienza preliminare in cui le parti e il giudice avrebbero potuto escludere i passaggi delle conversazioni inutili per il processo. Giudicano pertanto evidente la violazione dell’articolo 8 della Convenzione sui diritti dell’uomo, che garantisce il rispetto della vita privata dei cittadini. L’unico dissenso l’ha espresso il giudice italiano Vladimiro Zagrebelsky, limitatamente alla pubblicazione sulla stampa delle intercettazioni.
La Corte ha condannato l’Italia a risarcire con duemila euro ciascuno la vedova Anna Moncini e i figli Stefania e Bobo, che hanno reiterato a Strasburgo anche un precedente ricorso di Craxi, accolto in passato perché agli avvocati dell’ex leader del Psi non era stato consentito di interrogare in aula tutti i testimoni.
In Italia sono arrivate dal centrodestra molte reazioni politiche alla sentenza di Strasburgo, che non mette in discussione i fatti corruttivi attribuiti a Craxi dalla Procura di Milano, ma può avvalorare almeno in parte la tesi di chi lo riteneva sottoposto ad attenzioni degli inquirenti ben superiori a quelle richieste dalle esigenze processuali. «Risulta ormai evidente quale fu il carattere persecutorio e politico dell’azione giudiziaria che costrinse mio padre Bettino a riparare nell’esilio», ha commentato Bobo Craxi, ricordando che «la violazione dei più elementari diritti alla privacy fu ripetuta, ostinata e costante nei confronti degli imputati politici coinvolti nelle inchieste di Milano». Il presidente della Commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella di Forza Italia, collegando il verdetto di Strasburgo alle inchieste di Mani pulite, ha detto che l’obiettivo dei magistrati «era buono, ma i mezzi spesso sono stati ingiusti». Per il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti «c’è stata sicuramente nel passato un’anomalia a proposito dell’utilizzo giudiziario delle intercettazioni telefoniche». Fabrizio Cicchitto di Forza Italia ha affermato che «la decisione di Strasburgo contribuisce a smantellare le visioni apologetiche del pool di Mani pulite». Nessun commento è arrivato dalla Procura di Milano.
Ivo Caizzi
Corriere della Sera
18 luglio 2003
Se questo è un uomo
Il dramma delle carceri e la beffa dell’indultino
Dopo il danno, la beffa. Una beffa atroce, perfino meschina. Partorita neppure per cattiveria, ma solo dall’esigenza tutta politica di mascherare le spaccature nella maggioranza e la confusione e i tentennamenti nelle opposizioni. Prodotta quasi per inerzia – prevedibilmente ma non inevitabilmente - a partire dall’errore iniziale di non essersi trasparentemente confrontati e divisi sulla via maestra di un indulto vero e pieno, senza trucchi e senza diminutivi. Non solo in eventuale ossequio alle richieste del Papa, ma in doveroso rispetto del buon senso, della costituzionalità e dell’efficacia reale dei provvedimenti.
Il danno
Il danno è quello di vivere, e morire, in carceri invivibili, indecenti e inimmaginabili. Pure, per immaginarle, uno sforzo si può fare, per contrastare la cappa della disinformazione, del silenzio e dell’indifferenza. Per avere una lontana idea di cosa significhi vivere nelle celle d’estate, provate a pensare di essere sulla metropolitana in un’ora di punta, in una carrozza con i finestrini chiusi e bloccati, schiacciati in una folla di persone. Gronderete sudore, vi sentirete soffocare, probabilmente avrete un malore. Provate a pensare che questa insopportabile condizione duri non la mezz’ora di un tragitto medio, ma 20-24 ore al giorno. Tutti i santi giorni. Dopo tutto ciò, immaginate di non avere neppure l’acqua per dissetarvi o per lavarvi, come sta avvenendo in alcuni penitenziari.
Oppure provate a pensare che sia morta la vostra fidanzata e che vi venga negato il permesso di andare al suo funerale. È successo nei giorni scorsi a Paride Cozza, 29 anni, in carcere a Bologna per delle banconote false. Di fronte al rifiuto, si è impiccato alle sbarre. «Suicidio imprevedibile», è stato il commento dei responsabili del penitenziario.
Immaginate poi di essere gravemente malati e che vi vengano rifiutate le medicine per curarvi. Di nuovo: non per cattiveria, ma perché è così. Semplicemente perché le medicine in carcere non ci sono, perché ci sono i tagli alla spesa sanitaria (dal 1999 al 2002 una diminuzione del 35,5% a livello nazionale, con punte del -43% in Emilia-Romagna e del -42% in Piemonte) e perché in carcere, a onta delle leggi di riforma (n. 419 del 1998 e n. 230 del 1999), la sanità penitenziaria continua a essere separata dal sistema sanitario nazionale. Così - oltre che i detenuti del “Gruppo di lavoro” in una lettera al ministro Sirchia, lo denunciano gli stessi medici milanesi di San Vittore - dietro le sbarre manca tutto: dalle aspirine alle pomate, dalle pillole contro l’asma ai medicinali salvavita.
Provate a pensare di essere madre di un bambino piccolo, di essere in prigione (quasi sempre per reati irrisori). Sapete che, oltre due anni fa, nel marzo 2001, è stata varata una legge in base alla quale le detenute madri e i loro bambini non devono stare in carcere bensì in detenzione domiciliare. Eppure, oggi ci sono in carcere più bambini e madre di quando non c’era la legge: solo a San Vittore ci sono 5 bambini in cella, uno ha appena 20 giorni di vita.
Provate a pensare di avere problemi di sofferenza psichica e che la vostra malattia vi porti a fare cose sconsiderate, pur se non pericolose per gli altri: portare via un motorino non vostro, rubare delle candele dai tavoli di un ristorante. Sono le “colpe” commesse da Marco D. S., 41 anni, più volte ricoverato in ospedale psichiatrico. Finito nelle celle del carcere romano di Rebibbia per scontare 8 mesi e 15 giorni di condanna, nonostante il tribunale lo avesse per due volte dichiarato incapace di intendere e di volere, si è impiccato il mese scorso.
Immaginate di aver contratto in qualche modo il virus dell’AIDS (capita, anche a chi non è tossico o emarginato) e di essere assieme ad altre 41 persone nella vostra condizione, chiusi in pochi metri quadrati. Immaginate di avere a disposizione un’unica vasca per lavarvi, e di non poterla neanche utilizzare perché è sempre sporca di sangue degli altri malati. Immaginate di non riuscire più ad alzarvi dal letto e di dover effettuare i vostri bisogni fisiologici in un foglio di giornale perché non ci sono le “padelle” e altre attrezzature minime. Del resto, non sono garantite neppure le terapie. È quanto viene denunciato dai detenuti malati rinchiusi nel “centro clinico” (anche qui, come per l’indultino, oltre il danno c’è la beffa delle parole) del carcere milanese di Opera.
Provate a pensare di essere finiti in carcere per qualsivoglia motivo (e non è così difficile finirvi: può riguardare anche voi, non solo i tossici o gli esclusi), di essere in attesa di giudizio, di aver disperato bisogno di capire la vostra situazione, le prospettive. Provate a fare domande su domande per avere un colloquio con il direttore o con gli educatori. E di non avere mai né colloquio né risposte. Alla fine vi arrendete. È successo a Giuseppe Romeo, 52 anni: si è impiccato alla sbarre nella sua cella del carcere di Como la mattina del 26 maggio.
Provate a pensare di essere una donna e di fare l’agente di polizia penitenziaria. Di essere lontana da casa. Di essere stressata dai ritmi di lavoro o intristita dalla solitudine. È la storia di Loredana Calabrò: poco tempo fa si è sparata con la pistola di ordinanza nel carcere di Torino. Anche per lei, come avviene per la sorte dei detenuti, al suo disperato gesto ha risposto solo l’eco del silenzio dei giornali e la scarsa attenzione delle istituzioni.
Infine, immaginate di essere una persona tossicodipendente e di finire in carcere, magari neppure per furto, ma semplicemente per possesso o piccolo spaccio di qualche bustina. Non è un caso raro, tutt’altro: degli oltre 30.000 tossicodipendenti che entrano annualmente nelle carceri italiane, la metà viene arrestata esclusivamente per violazione dell’articolo 73 della legge sulla droga, vale a dire per traffico illecito di sostanze (e va considerato che il grande traffico, quello organizzato, viene punito dall’art. 74); in buona parte, peraltro, si tratta dei casi di spaccio di scarsa rilevanza ed entità, come previsti dal comma 5 dello stesso articolo 73. Immaginate di essere chiusi in cella, senza cure metadoniche, magari di essere sieropositivi e magari di esserlo diventati proprio in carcere. Peraltro, secondo uno studio dell’Osservatorio europeo sulle droghe, oltre il 50% dei detenuti nelle prigioni dell’Unione europea ha fatto uso o consuma sostanze stupefacenti e sino al 21% di loro ha cominciato ad assumerle per la prima volta proprio in carcere. E immaginate di leggere in questi giorni sui giornali le dichiarazioni di alti esponenti governativi, nonché di qualche leader di comunità terapeutiche preoccupato per la scarsità di clienti, che tuonano contro il lassismo delle leggi e che promettono una revisione della normativa, per renderla ancor più repressiva. Immaginate che il prossimo 26 giugno questa nuova legge venga presentata ufficialmente in occasione della Giornata mondiale contro le droghe. Immaginate che, come del resto avviene per gli “indultoni” a beneficio dei potentoni, essa trovi rapidissimi iter parlamentari e scarsa resistenza delle opposizioni. E provate a pensare cosa saranno le carceri nei prossimi anni. Perché è pur vero che non c’è fine al peggio. E neppure all’irresponsabilità della politica.
Ma soprattutto domandatevi se tutto questo è giusto, umano, sensato, utile. Se difende e risarcisce la società e le vittime o non, piuttosto, aggiunge solo rabbia a disperazione e a esclusione, sofferenza a sofferenza, ingiustizia a ingiustizia.
E domandatevi se le persone chiuse nelle celle, schiacciate nella dignità, umiliate nella speranza, irrise dal voto del Senato di martedì, sono ancora uomini e donne e non, invece, oggetti di un gioco obiettivamente cinico e politicamente miope.
La beffa
Poi tornate a guardare i giornali di oggi e di domani. E leggete dell’indultino, ulteriormente ribassato e rimandato alla Camera, sapendo che sarà affossato in un ping pong dove la parte della pallina tocca alla vita e alle aspettative, ora definitivamente e pericolosamente deluse, dei reclusi.
Allora, capirete che la beffa è veramente atroce. Per giunta aggravata dalle circolari della Direzione generale delle carceri che lanciano l’allarme estivo: non già sulle drammatiche condizioni di vita e di lavoro negli istituti, non sulla mancanza di medicine e di cure, non sulle carenze di personale, non sull’inosservanza di leggi e regolamenti, che pure esistono, non sulla mancanza d’acqua o sul dramma dei suicidi e dell’autolesionismo, ma sui pericoli di fuga.
Una beffa, tenacemente perseguita e infine realizzata. Ora, possiamo andare finalmente tutti al mare.
Sergio Segio
Milano, 25 giugno 2003
Finchè qualcosa di grave non ci tocca da vicino, potrebbe cadere il mondo, noi ci spostiamo di quel tanto, da non rimanerne coinvolti.
Sarà pure un meccanismo di difesa, ma è anche un atteggiamento che incrina la convivenza civile e logora il mantenimento di una coscienza civile non subordinata all'indifferenza di turno.
E' ciò che ho pensato quando un amico che non incontravo da alcuni anni mi ha raccontato di essere finito in carcere per due mesi.
Ho ricordato le sue battute di un tempo, quasi mi veniva da ridere, proprio lui, che in più di una occasione mi aveva ribadito con tono liquidatorio, che non avrebbe mai avuto a che fare con il carcere, figuriamoci con i carcerati, ebbene proprio lui ci era finito dentro testa e piedi.
Lo guardavo disegnare la disperazione dell'ingiustizia marchiata sulla pelle e pensavo come a volte il destino decanta lodi che ci riportano all'inizio delle nostre storie mentre noi siamo cambiati irrimediabilmente.
Il mio amico ricordava quell'esperienza di offese, di umiliazioni, di dignità svendute a poco prezzo nei metri a perdere perché mancanti, le serrature chiuse a sbattere, le grida e le ristrettezze, la libertà scomparsa e la sopravvivenza concessa con il contagocce.
Parlava di uomini diventati invisibili, di catene strette alla vita, di parole al macero, di dialoghi dispersi, di ascolto dimenticato, di un abbandono scelto per non avere altre scelte.
Parlava di cose mai viste; purtroppo vissute tragicamente in accezioni che mai possono essere confermate, di filosofie disarmate al punto da apparire " umane, troppo umane " in miserie disumane inenarrabili.
Il mio amico parlava e le sue mani non stavano mai ferme, come i suoi occhi, impauriti al punto da aggredirmi se non fossi rimasto ad ascoltarlo.
Ho pensato a come il carcere assolva al meglio la sua funzione di salvaguardia della collettività, ho ripensato alla fisicità di una prigione, che non è quella dei films, dei libri, di coloro che ci finiscono dentro per un motivo o per un altro, e poco importa se oltre a pagare pegno per il male fatto, ne pagano un altro assai maggiore in termini di umanità derelitta e sconfitta.
Il mio amico parlava ed io pensavo a quanto è importante la Giustizia per i politici che fanno le leggi, per i magistrati che condannano, per tutti gli uomini perbene…..tranne che per chi in carcere ne invoca uno spicchio, avendone infranto la parte più alta.
Ho pensato a come contenere e incapacitare non significhi prevenire, tanto meno rieducare, risocializzare, soprattutto non sottenda sperare.
Il mio amico balbettava di Dio fatto a pezzi e di Santi costretti alla diaspora, io pensavo ad una equazione e al danno che ne deriva, nella richiesta di una giusta e doverosa esigenza di giustizia per chi è stato lacerato, di contro alla ingiusta e indoverosa esigenza di indifferenza nei riguardi di chi in carcere è obbligato a sopravvivere.
Colpevoli e innocenti, per due giorni, per due mesi, per vent'anni, varcano i cancelli di un carcere, opera sgangherata eretta a difesa della vita umana e nell'illusione di migliorare gli uomini, affinché non ritornino a delinquere.
Penso che debba esistere, sì, un dazio da pagare, ma in un percorso e in un tragitto per ritornare a essere uomini nuovi.
E invece quanti in quelle celle non raggiungeranno alcuna consapevolezza, alcun equilibrio, alcuna conoscenza di se stessi, perché sconosciuti se non distaccati.
Mi chiedo allora se c'è attenzione e intervento per chi annega nella propria nevrosi, al punto da arrampicarsi nella psicosi, oppure questo contenitore disturbato chiamato prigione, è dichiaratamente terra di nessuno, dove i numeri sono la somma che conta e non la fatica dell'accompagnare.
Sto osservando il mio amico fare ritorno a ciò che resta della sua vita, lo guardo salire in macchina e scomparire oltre la curva, e mi rendo conto di non avere fatto caso ai motivi che l'hanno condotto in una cella, ma la risposta è lì, in superficie.
Avevo di fronte una persona, che mi parlava di un tempo e di uno spazio lunghi due mesi, dove il mondo era sprofondato ben al di sotto della sua colpa, del reato che aveva commesso.
Ma forse è questa la Giustizia che ci assolve dalla nostra indifferenza.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità Casa del Giovane
Pavia 7-6-03
CRISI DI FIDUCIA
Quel filo spezzato tra cittadini e giustizia
di BARBARA PALOMBELLI
Si avverte nell’aria un senso di precarietà, di insicurezza, una profonda sfiducia nell’idea stessa di giustizia. Dalla cassiera multi-rapinata al gioielliere che spara e uccide, seguito dal tabaccaio che sta diventando un simbolo, dalle cause civili lunghe più delle nostre vite alle sconcertanti liberazioni di mafiosi e di pentiti, dai misteri di Ustica a quelli di Cogne, dalla microcriminalità impunita alle sentenze che arrivano dopo decenni, il denominatore comune è la diffidenza nei confronti di quanti erano visti, sino a dieci anni fa, come veri e propri eroi nazionali. Si è spezzato un filo, il filo della fiducia nei confronti dell’amministrazione giudiziaria: lo dimostrano, senza ombra di dubbio, i sondaggi di Renato Mannheimer. E forse non è soltanto colpa delle polemiche continue alimentate anche dal presidente del Consiglio e neppure solo della televisione. La distanza che si è creata fra il mondo dei comuni mortali e il mondo abitato dalle toghe (già, la toga: ma è proprio così necessaria, a volte guarnita da ermellini, in un mondo in cui anche i militari e i sacerdoti hanno scelto di vestire come le persone normali, re e regine non portano la corona e perfino il Santo Padre viaggia in jeep per essere più vicino al suo popolo?) si misura entrando in uno dei Palazzi di Giustizia delle grandi città italiane.
Se siete arrivati fino lì - e non siete cronisti che lo frequentano per lavoro - è perché avete ricevuto un avviso, una convocazione... e, terrorizzati, vi siete rivolti ad un legale.
Impossibili da decifrare senza un avvocato accanto, i messaggi che arrivano dai Tribunali non raccontano quasi mai perché un inquirente voglia proprio ascoltarvi a quell'ora e in quel giorno (imposti, mai concordati con il convocato, chissà perché...), lo dirà un cancelliere al vostro legale, e voi sarete informati in un secondo tempo. Se questo è - nella maggioranza dei casi - il primo approccio del cittadino italiano con la Legge, il percorso successivo non sarà tanto più semplice. Essere dalla parte di chi accusa o di chi è imputato non cambia il linguaggio con cui la dea bendata si occuperà di voi. Altro che Perry Mason: all'interno del processo, non capirete un'acca dei ritmi, dei tempi delle udienze, mai riuscirete a leggere da soli una sentenza e a capire se per voi sarà fatta, in qualche modo, giustizia.
Fino a qualche tempo fa, il cittadino-suddito era lontano da tutto: dalla Politica, dalla Religione, dalla Televisione, da tutti i Poteri con la P maiuscola. Il parlamentare lo faceva ricevere dal segretario, il prete gli dava le spalle in chiesa e gli parlava in latino, la Tv monopolista comunicava con lui attraverso cartoline postali... Poi, per fortuna, tutti i poteri sono diventati servizi pubblici. Ministri, deputati, parroci, conduttori tv hanno smesso di essere inavvicinabili.
Smessa la sacralità, accorciate le distanze via Internet, spalancati i Palazzi ai visitatori, aperti gli archivi e i verbali di tutte le sedute, grazie a telefonini e posta elettronica, comunicano 24 ore su 24 con i cittadini (che sono poi i loro datori di lavoro). I magistrati e le loro amministrazioni sono visti ancora come Poteri Lontani, non ancora come servizi efficienti di uno Stato moderno e amichevole con i suoi utenti. Se la magistratura vorrà riannodare quel filo spezzato, dovrà riconquistare prima di tutto la fiducia del signor Rossi.
Corriere della Sera
26 maggio 2003
GLI IMPUTATI DI DOMANI
Quante volte ho sentito sostenere con estrema superficialità che i più giovani, quelli che non hanno ancora quattordici anni, rimangono impuniti anche quando sono protagonisti di accadimenti gravi, e appunto questa possibilità ( di non essere imputati ) favorirebbe la devianza di altri ragazzi che ne seguirebbero l'esempio devastante.
Quando si tratta di giovanissimi allo sbaraglio, di giovanissimi a perdere, come ho detto qualche tempo addietro in un'altra riflessione, di fronte all'ennesimo giovane caduto in solitudine ai bordi delle strade, siamo bravissimi ad additarne le colpe, contarne i misfatti, soppesarne gli eventuali dazi da pagare, difficilmente ne rammentiamo la storia, ancor meno tentiamo di scandagliarne i pochi anni trascorsi per conoscere ciò che ha prodotto il presente.
Non lo facciamo, perché costerebbe troppo in termini di corresponsabilità, costerebbe troppo a chi è indaffarato a non farsi disturbare dagli eventi che incombono e intralciano le loro intoccabili e comode certezze.
Eppure, per capire di più è sufficiente sbirciare nei registri di una agenzia di controllo, di un centro servizi sociali per minori, oppure visitare con occhi attenti e non morbosi una comunità terapeutica, una comunità di recupero, per renderci conto di quanti giovanissimi, prelevati da contesti-dissesti famigliari, dall'evasione scolastica, da modelli di riferimento autorevoli assenti e sostituiti da quelli identificativi della strada, sono "tradotti" e "accompagnati " in strutture protette, in forza di un intervento pubblico obbligatorio che comunque li sanziona nell'intento di garantire la sicurezza propria e altrui.
Fatti eclatanti ci spingono a condannare più che a pensare, fatti tragici ci incattiviscono emotivamente, fatti assai pesanti che ci riguardano da vicino anche se spesso ci illudiamo di essere a mille miglia di distanza.
Non è mia intenzione riepilogare l'assunto colpa-pena-punizione, tanto meno ritornare sulla poca onestà intellettuale di certi giudizi, privi di conoscenza delle cause e degli effetti che hanno prodotto quell'esplosione o implosione di aggressività.
Piuttosto vorrei rilevare la difficoltà di un intervento su un giovanissimo a cui sono state recise radici…. ancora non meglio identificate.
Giovani che hanno poca dimestichezza con il mondo delle proprie emozioni, che disconoscono gli affetti, il più delle volte negati, che nascondono profondi spazi di dolore, che graffiano e spingono per abbandonare il palo a cui sono stati relegati.
Giovani a cui chiedere " ma tu sai sognare?", e magari a chi formula la domanda i sogni sono fuggiti via da tempo e neppure lo sa.
E' difficile intervenire, ed è difficile farlo rimanendo distaccati, ci sono banalità in grosse quantità da spendere per non fare i conti con le eredità che ci portiamo addosso e che noi stessi lasciamo in giro come mine vaganti.
Questi ragazzi giungono anonimamente nelle comunità, sembrano sparuti gruppi di tartarughine che tentano di risalire le dune sabbiose per guadagnare il mare.
Sono fragili e incompiuti. Lo sono davvero.
Così si tenta di correre ai ripari, studiandone le lacerazioni subite, le assenze rimaste inaccettate, gli abbandoni percepiti come tradimenti.
Ci si imbatte in situazioni non sempre chiare o riconducibili a quadri clinici definiti, in veri e propri mascheramenti, dove dietro i soliti trasgressivi che saltano le finestre di casa, gli appuntamenti in classe, infrangono le poche regole dell'amore, ebbene dietro ciò si celano quei ragazzi che non sono pronti a vivere, ma sopravvivono nelle disattenzioni e nel disamore di chi li ha dimenticati.
Ragazzi silenziosi, ragazzi assordanti, ragazzi maneschi, ragazzi invisibili, dove il prima è scomparso e il dopo è seppellito, ragazzi hic et nunc, dove i domani sono davvero deprivati di qualsiasi ipoteca.
Ragazzi svegli e ragazzi addormentati, ragazzi sani e ragazzi malati, ragazzi che non camminano se non sono guidati, ragazzi che hanno bisogno di essere accompagnati, perché davvero affaticati, ma non ci domandiamo a sufficienza da chi e da che cosa.
Qualcuno ha definito questi ragazzi iracondi, io li definisco il resto della pura logica dei conti, eppure e nonostante le incomprensioni che derivano dalle varie ideologie psichiatriche e psicoanalitiche, tra nevrosi e psicosi, in mezzo a quella terra di nessuno permangono inalterati i risultati delle nostre distruttive ipnosi collettive, quelle proiezioni dell'ombra che fanno più vittime di una guerra santa.
Così, oltre ad imbatterci in giovanissimi lasciati soli, dobbiamo fare i conti con le loro imprevedibilità, con i nostri fallimenti per la loro incapacità di percepire il mondo per quello che è, non accettando e non adattandosi alle nostre retoriche, al nostro senno del poi, al nostro esserci dopo…..
In queste condizioni c'è tutta la difficoltà di aiutare e di sentire quel disagio salire, c'è il pericolo di apparire come la figura mancante, come colui che non c'è stato e ora c'è, ma non lo è.
Allora non basta lo stoicismo della sopportazione, non è più sufficiente essere presenti con il tempo e magari con il denaro, per rendere autentica la collaborazione e la cooperazione, perché imprevedibile in tutta la sua prevedibilità rimane la pura recita dei ruoli, nonché delle spettanze per chi conduce "influenzato" da una certa onnipotenza infantile.
Ragazzi in fila per tre attendono di conoscere il luogo del dolore che è dentro di loro, ma nuovamente le difficoltà irrompono, e nella ricerca del linguaggio, dei gesti, dei toni della voce, e nella tentazione di imporre la propria visione del mondo a chi rappresentazioni dell'universo ancora non ha, accade che chi conduce confonda il pericolo della patologia con la consuetudine adolescenziale.
Accade che si perda contatto con la realtà a nostra volta, che perda significato ciò che è, o ne acquisti più di ciò che vorremmo, perché questo espone meno al dolore di una delusione, di un fallimento.
Siamo poco consapevoli di non essere efficaci nell'insegnamento, ancor meno di non fare troppo caso alle menzogne reiterate, alle interruzioni dialettiche, ai licenziamenti relazionali, alle separazioni affettive, siamo disattenti e qualche volta disamorati a tal punto da credere che ragazzi così, bisogna ternerceli così, dimenticando che quel ragazzo ha le stesse potenzialità degli altri, e….. chiaramente un problema in più, un problema in più che spesso non è avvertito o percepito in tempo, soprattutto non è curato con l'amore dei no, rispetto alla corresponsabilità dei tanti sì, elargiti nel poco tempo a disposizione e nella disabitudine alla fatica.
Questo è un atteggiamento educativo ingannevolmente compassionevole, aggiunge al danno la beffa, fanno da corollario alla sofferenza le etichette costruite a misura, e non assolvono dalla incapacità di accorciare le distanze tra noi e questi "ragazzi a perdere".
Forse è il caso di farci carico di questo male, che trasferiamo sovente sugli altri, radicando nei più giovani una solitudine per lo più imposta, dove travestiamo di mete educative le nostre rese e le nostre insoddisfazioni.
Vincenzo Andraous
tutor Comunità Casa del Giovane
23-5-2003 Pavia