CRIMINI E MINORI

Sono stato invitato a un convegno tenuto in Università, il tema da dibattere "Criminalità minorile ". Molti e autorevoli i relatori, perché capaci di dare risposte a quesiti mai del tutto correttamente formulati.
Devo dire che lo scranno da cui ho parlato è stato davvero inusuale per me, infatti mai come questa volta, nel luogo della ricerca instancabile, sono stato consapevole di non avere nulla da insegnare a nessuno, tanto meno di possedere risposte per le problematiche dibattute.
Ho soltanto il carico della mia esperienza, intesa come somma dei miei tanti errori, esperienza tutta dentro un viaggio che dura da oltre trent'anni.
Da adolescente difficile, a giovane trasgressivo, contrapposto e antagonista, e quando non si possiede capacità di subordinare qualche passione a qualche regola, ciò trascina spesso nella devianza, nell'entrata in un Istituto per minori, dove spesso ci si professionalizza negli atteggiamenti criminogeni, così giunge il carcere per adulti fino ad esserne respirato, fino a sopravvivere in una lucida follia.
Poi fortunatamente arrivando ai giorni nostri, ecco la comunità Casa del Giovane, dove da qualche anno collaboro e svolgo attività di tutor, e di questa grande opportunità sono grato a Don Franco Tassone, per avermi portato con sé e soprattutto per avermi teso una mano.
Attraverso questo viaggio ho potuto notare molte similitudini e molte differenze tra la mia generazione ed i giovani di oggi: allora come oggi tutti nella pancia dello stesso disagio.
Palese il punto di contatto tra passato e presente; se sono assenti i modelli di riferimento, i punti di riferimento certi, perché autorevoli, e dunque accreditati di autorità acquisita sul campo, ad esempio nella famiglia o nella scuola, nell'intorno, non rimane che l'incontro consapevole con i vicoli ciechi, e l'impatto inconsapevole con la violenza della strada e il suo corollario di falsi miti.
La differenza in questo presente sta nel disagio che non colpisce più solo i giovani delle classi meno abbienti, ma anche quelli che provengono da famiglie agiate, dove spesso benestante sta per una condizione di benessere finanziario raggiunto, e non per un raggiungimento di valori introiettati e portati avanti.
E ancora: i guerrieri in erba della mia generazione stavano insieme, in gruppo, formavano una banda di minorenni, perché avevano come nemico da combattere, il mondo degli adulti, dei cosiddetti grandi, che vedevamo intruppati e in fila per tre (come plotoni di esecuzione) nelle loro belle e comode certezze, oggi invece ci si mette insieme, in gruppo, in babygang, per competere e scontrarsi con il gruppo dei pari, per una griffe, per un telefonino, per una banconota da 50 euro, rispetto alla propria da 10 euro. 
Così il destino disegna la propria trama, ci si incontra sempre più ai bordi delle vie maestre, fino a dimenticarle, inizia una visione unidimensionale, interpretando la vita come un rettilineo privo di curve, di uscite di emergenza, dove l'inciampo è lì dietro l'angolo, e nel tentativo di esorcizzare le troppe assenze, le lacerazioni, le solitudini, irrompono i rischi estremi, la droga, il reato, e gridare: " ehi regista, sono stanco, fammi uscire dalla storia ", non è possibile, come non è facile risalire dal baratro in cui si è caduti.
Personalmente ho impiegato decenni per comprendere e rielaborare quel che è stato con occhi e sguardi nuovi, credo che il disagio di per sè sia nella natura delle cose, ciò che è davvero grave è il disagio che ognuno di noi provoca, sottovalutando e svuotando di contenuti se stesso e gli altri, soprattutto chi non ha ancora una personalità matura formata.
Io non so se occorre rivedere o addirittura ribaltare il metodo o l'indagine educativa, se sia più corretto abbassare l'imputabilità a 12 anni, o ridefinire la soglia della maggiore età a 16 anni per alcuni crimini, non ho titoli nè formazione scientifica per sostenerlo, credo però che nei riguardi dei giovanissimi, occorra ritornare a dire e a dare dei no, rispetto ai tanti sì elargiti a piene mani, occorre sul serio farsi carico della difficoltà e della fatica dei no, perché costringe l'adulto a fornire spiegazioni comprensibili, lo obbliga a una comunicazione sensibile, perché empatica e non certamente perché sbilanciata sull'accudente.
Forse occorre anche istituire dei nuovi corsi di formazione post-adolescenziale e genitoriale, affinché si sottolinei l'importanza e la inderogabilità del valore dell'attenzione.
Per questo mi sono permesso di appropriarmi di alcune parole, frasi, importanti, di una docente di questa università, che tanti anni fa ho conosciuto durante una sua visita in un Istituto Penitenziario Lombardo.
Sì, attenzione percepita come speranza dell'attesa, come speranza che se è vero che ancora non è, essa comunque avverrà, se con l'impegno di tutti, e se ciò sarà, la responsabilità che ne consegue sarà un carico condiviso, diverrà davvero una responsabilità operativa secondo coscienza.
E qui mi viene in mente una pedagogia della speranza che è peculiare della Comunità Casa del Giovane, quale eredità del suo fondatore Don Enzo Boschetti, e che Don Franco Tassone porta avanti con forza e coraggio.
Pedagogia della speranza e pedagogia del servire, nel tentativo di "forgiare giovani nuovi, senza più bisogno di nascondersi in comodi rifugi o facili scorciatoie".
"Crimini e minori " è stato il tema di questo convegno, così come lo è la preoccupazione dell'intera collettività, eppure nonostante l'esposizione di dati e statistiche, che consentono una lettura coerente dei fenomeni delinquenziali, ho compreso nella Comunità Casa del Giovane quanta importanza abbia una tecnica dialogica che consenta all'altro di accorciare le distanze, l'essere capaci di ascoltare l'altro in se stessi, con sensibilità diverse, interpretazioni diverse, ma giungendo alla stessa finalità.
Quanto da me detto non eleverà il grado di civiltà necessario per migliorare lo stato delle cose, ma forse costringerà noi adulti a non accampare più ulteriori giustificazioni per le cadute e le tragedie dei nostri figli.

Vincenzo Andraous 
Tutor Comunità "Casa Del Giovane" 
8-4-03 Pavia


Cofferati e Pardi al congresso dei magistrati

LE TOGHE DI PANCHO

di PIERO OSTELLINO


Che cosa direbbe l’opposizione, per non parlare di quello che farebbero i girotondini, nonché scriverebbero oggi i giornali se ieri un’ipotetica «Magistratura reazionaria» avesse invitato al suo congresso Emilio Fede e Baget Bozzo e questi ultimi lo avessero trasformato in un congresso di Forza Italia? Personalmente, continuo ad avere fiducia nella magistratura, in tutta la magistratura. Ma confesso, altresì, di avere sempre maggiore difficoltà a dirlo, soprattutto quando si tratta di «una certa magistratura». E, da ieri, non posso proprio sostenere, per dirla tutta, che le mie perplessità non siano aumentate. Al congresso di Magistratura democratica, il sostituto procuratore di Palermo, Ingroia, ha detto ciò che altri magistrati della stessa corrente pensano e dicono volentieri. Che «proprio il rapporto con i movimenti forti all’interno della società civile può dare (ai magistrati) un barlume di speranza per il futuro». Ma nella stessa sede, uno degli esponenti di maggior spicco dei «movimenti forti», il professor Francesco Pardi, detto Pancho, ha detto che «quella degli ultimi anni è stata la storia di come la politica e gli affari si sono presi la loro rivincita sulla giustizia». Aggiungendo che, dopo il primo governo di centrodestra del 1994, «la rivincita della politica è continuata, duole dirlo, in sordina con i governi (di centrosinistra, n.d.r. ) che gli sono succeduti ed è apparsa bene in vista nella Bicamerale, le cui bozze di riforma avevano l’effetto di frustrare l’azione dei magistrati». 
Ora, che il docente fiorentino abbia tutto il diritto di pensare non solo del centrodestra, ma anche dell’Ulivo, ciò che vuole è un fatto. Ma è anche un fatto che il suo attacco ai due schieramenti e agli stessi governi di centrosinistra finisce, per la sede in cui è stato pronunciato - senza che qualcuno dei magistrati presenti lo abbia sconfessato (anzi) - col fornire di Magistratura democratica l’immagine di una lobby autoreferenziale che distribuisce sberle a destra e a manca per affermare la propria idea di giustizia in contrapposizione con lo stesso Parlamento; e, quel che è peggio, si schiera apertamente con una forza politica, di opposizione sia al governo sia all’opposizione parlamentare, incoronandone il leader (Cofferati) il quale, da parte sua e nella stessa sede, ne definisce «legittime» le reazioni. 
Diciamola ancora tutta: che alla vigilia della decisione della Cassazione di accogliere o meno la richiesta degli imputati Imi-Sir e Sme (Berlusconi e Previti) di trasferire a Brescia i loro processi per legittimo sospetto sui giudici di Milano, il congresso di Magistratura democratica si sia trasformato in un congresso di partito non è francamente un caso esemplare di autonomia (di una parte) della magistratura dalla politica e il modo migliore per confutare l’accusa di parzialità contenuta nella richiesta di trasferimento del processo. Anzi. Intendiamoci: nessuno qui vuole fare il processo alle intenzioni e quindi insinuare che quegli stessi magistrati e i loro colleghi di Milano non siano imparziali nell’esercizio delle loro funzioni. Ciò che si vuol dire è semplicemente questo: se essi parlassero solo con le proprie sentenze sarebbe meglio per tutti. E, soprattutto, non costringerebbero anche chi vuole ancora credere nell’indipendenza della magistratura a chiedere loro con qualche preoccupazione in più: è questa l’indipendenza dalla politica cui pensate? 

Corriere della Sera
26 gennaio 2003


La curva sud irrompe in Tribunale
Derby fra girotondini e truppe castellate. I fan del ministro: abbiamo vinto


dal nostro inviato 
di MARIO AJELLO

MILANO — Nel silenzio della sala, a un certo punto si sente un tonfo. Cos’è, una cannonata contro il tribunale sparata dai leghisti che circondano il palazzo, per difendere il loro ministro finito nelle fauci delle Toghe Rosse? No, è il rumore di un corpo che sbatte per terra, quello di un giovane spettatore che perde i sensi nel bel mezzo della cerimonia, mentre sta parlando il vice-presidente del Csm, Rognoni. E’ svenuto per il caldo? Per la noia? O forse per la certezza, facilmente condivisibile, della irrisolvibilità del problema giustizia, in queste condizioni? 
Fuori dall’aula della cerimonia, nell’atrio del tribunale tappezzato dalle vignette dell’Anm («Il guardasigilli dice di avere un concetto molto alto della giustizia». «Dev’essere così alto che lo ha perso di vista»), c’è uno schermo gigante. Sparuti gruppetti di girotondini e una piccola folla lumbard penetrata nel palazzo - il resto è fuori - si litigano le parole del guardasigilli diramate dagli altoparlanti. Castelli dice una cosa, i girotondini gridano «buuuuhhhh...» e le «truppe castellate» tuonano «evviva!!!». E se giunge prima l’«evviva» della claque ministeriale, segue immediatamente il «buuuhhhh» movimentista. O viceversa. E avanti così. 
Di sicuro, nessuno ascolta davvero le parole di Castelli. Neppure i suoi cari, troppo impegnati a tifare. Scusi, lei, fa parte della claque del ministro? «E che vuol dire claque?», risponde sinceramente un massiccio sergentone delle «truppe castellate», sceso a valle chissà da quale alpeggio. E un altro: «Castelli è un genio». Un terzo: «Io ho un amico di Lecco che lavora a Roma con il guardasigilli. L’altra sera mi fa: sabato veniamo su a Milano, perchè non fate un salto a salutarci al tribunale? Ed eccoci qua». Eccoli. Uno, con sguardo da ripetente ma del Nord, assicura: «Più tardi, il ministro verrà a salutarci». Previsione azzeccata. I girotondini intonano «vergogna!», ma lo fanno non troppo forte perchè sennò la Cassazione, il 27 gennaio, potrebbe orientarsi più facilmente a favore dello spostamento da Milano a Brescia, per «incompatibilità ambientale», dei processi contro Previti e Berlusconi. Dice il deputato Michele Saponara, legale di Previti: «I girotondini si sono fatti furbi. Rognoni l’ho trovato corporativo. Castelli mi è piaciuto». Gridano i lumbard: «Scioperati». Rispondono, meno violentemente, gli altri: «Servi!». Il tutto all’interno di un tribunale trasformato in arena, di un’istituzione ridotta a Curva Sud. E in nome del «rebelot» - così in Padania si dice «confusione» - si dissacra quello che è o dovrebbe essere un tempio della giustizia. I magistrati impugnano, sotto il naso e di fronte al fazzoletto verde del ministro (ogni tanto gli sprofonda nel taschino ma lui lo ritira su), la copia della Costituzione in polemica con gli intenti eversivi che attribuiscono al governo. La Boccassini e Gherardo Colombo, i pm dei processi Previti-Berlusconi, decidono tatticamente di restare a mani vuote. 
Ilda la Rossa che sventola provocatoriamente questo fascicolo sinistrese, la Costituzione appunto, sarebbe un’icona che i tiggì berlusconiani, pubblici e privati, potrebbero sfruttare a proprio vantaggio per l’intero 2003: l’anno nel quale, parola di premier, «parleremo così tanto di giustizia che l’argomento vi uscirà dalle orecchie». La Boccassini indossa comunque un minuscolo giubbino di jeans, occhiali scuri e a specchio e i soliti stivaloni da donna tosta: sembra un ribelle del ’77, seduta in mezzo alle sue colleghe dal look femminista e munite di Costituzione. Anche Gerardo D’Ambrosio non la impugna. «Ma», giura, «io ce l’ho qua» (e si tocca il cuore) «e qua» (e si tocca il cervello). Il tutto un po’ retoricamente. Borrelli ha una mano ingessata (caduto da cavallo?). Osserva di sfuggita i leghisti che gli gridano contro «Lavorare-lavorare-lavorare!» e replica con un sorriso ironico da gentiluomo napoletano. Passa Ombretta Colli, moglie forzista di Gaber. E i lumbard: «E chi è Gaber?». Il presidente Formigoni si inginocchia e bacia la mano al cardinale arcivescovo Tettamanzi e non si stacca più. Chissà che cosa ne penserebbe Cavour. Un girotondino nell’atrio perde la pazienza: «Castelliiii, vieni fuoriiiii. Esci, schifoso!». Ma egli deve ancora concludere il suo discorso. Strano sentire un ministro che parla come un giacobino. Eppure, «La giustizia va amministrata in nome del popolo», sta dicendo Castelli ai magistrati che lo guardano perplessi. Corollario: e il popolo siamo noi, che abbiamo la maggioranza dei voti. Qualche professore apocalittico potrebbe definire tutto ciò «sovversivismo delle classi dirigenti». Ma per ora, c’è più che altro la farsa delle vicendevoli pernacchie fra le opposte tifoserie, Di Pietro che si agita nei corridoi ma a dispetto della stazza e dell’abnegazione pare ormai trasparente, il procuratore generale Blandini che polverizza a un anno di distanza il borrelliano «resistere-resistere-resistere!» e un ampio volteggiare di fantasmi su questo «rebelot»: la Cirami e la commissione su Tangentopoli, i processi di Berlusconi e i desideri di spedirli neppure a Brescia ma a Katmandù. 
Occhio. Esce finalmente dall’aula Castelli, con un sorriso da trionfatore. Si regala all’abbraccio dei suoi crociati. Che lo seguono per strada, osannandolo: «Libera la giustizia dai comunisti». Un avversario prova inutilmente a mettere in mano al guardasigilli la Costituzione e si sente gridare addosso da un leghista: «Cos’è quello, il libretto rosso di Mao?». Le «truppe castellate», che si sentono vincitrici, come in un festante corteo chiamano «puttano dei comunisti» Borrelli che sta passando da lì. Poi scortano l’impavido ed eroico ministro fino quasi dentro all’auto blu. Una vecchina lì accanto sussurra, ma è come se stesse urlando, una perfetta sintesi della vicenda: «Buzzurri!». 

Il Messaggero
Domenica 19 Gennaio 2003 


SEPOLCRI IMBIANCATI


Ci risiamo, un altro detenuto si è tolto la vita, un altro numero da immettere nel pallottoliere, un altro rompiscatole in meno.
Per la cadenza impressionante che assumono questi accadimenti, verrebbe da dire che il problema del sovraffollamento sta per essere risolto per vie del tutto naturali, per autoesclusione.
Ciò che però rende dura la digestione anche ai più disinteressati, sta nel fatto che l'ennesimo scomparso non era un delinquente incallito, neppure un uomo abituato alla gabbia, né era una persona che si sentiva illusoriamente eroe vincente in una prigione, bensì era un poveraccio extracomunitario con pochi giorni da scontare. 
E allora? Dirà qualcuno. 
Be', si potrebbe obiettare, che non occorrono navi in mare né uomini in divisa alle frontiere, si potrebbero risparmiare dei bei denari, conducendo il bagaglio umano in galera, una volta ripescato sulle strade, tanto non è gran spesa un po' di corda e di sapone.
Sarcasmo, cinismo? O ricorso spregiudicato all'estremismo reale? Non so più quale delle due opzioni mi appartenga, ma forse sarebbe bene che qualcuno si chiedesse come rendere le parole meno vuote e i fatti più consistenti.
Certo è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero.
Questo vale anche per chi in carcere muore, per chi in galera sopravvive e per chi ci lavora, perché ognuno parla, agisce, dimentica, per ideologia, per appartenenza, di conseguenza ognuno mira al proprio interesse personale, al rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere.
E così i morituri non fanno notizia né suscitano pietà: quella è finita da un pezzo nelle carceri italiane. 
Esaurita la pietà, come la sensibilità, perché la prigione così deve essere: un luogo di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza e riabilitazione.
Il carcere e la pena, il carcere e la persona umana, il carcere e gli operatori mai sufficienti, il carcere e la sicurezza, il carcere…..e l'uscita con i piedi in avanti.
Un tempo ( fortunatamente superato ) si "evadeva" in questo modo tra rivolte e omicidi, oggi per somma di sofferenza e di abbandono, e seppure la differenza sia abnorme, non saprei quale delle due eredità sia un fardello accettabile.
In questa inumanità che allontana e divide, appare pressante una domanda. Si tratta di stabilire una certezza, non solo quella della pena, troppo spesso usata come nascondimento di ben altre assenze politiche, occorre piuttosto delineare un'altra certezza, quella della vita, della dignità, della speranza. E lo si può fare partendo da un interrogativo, che può apparire anacronistico: a chi il compito di educare? Educare perché e a che cosa e quando? 
Queste domande, che possono riguardare ambiti diversi e ruoli distanti tra loro, sono interrogativi esistenziali, e dalla risposta che daremo, responsabile o disimpegnata, dipende in generale la qualità della vita sociale, nello specifico invece il sentire e l'agire di chi il carcere lo gestisce e ancor di più lo vive, subendolo passivamente.
Quando una persona muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non ci sono soluzioni esaustive o convincenti per far sì che quanto accaduto non si ripeta, ma almeno si può tentare di chiamare con il suo nome quella assenza che ha causato il danno: in questo caso l'attenzione.
Si parla spesso di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi e strumenti che mancano, forse occorre fare un passo indietro, e pensare, dentro e fuori, nella posizione che ognuno occupa, che siamo educatori e educandi, sempre e comunque, e educare alla vita può diventare un imperativo anche in galera: se sapremo riconoscere il valore della dignità umana.
Educare a rieducare non è uno slogan, né una critica, bensì è intendimento e capacità operativa, affinché il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme dialettiche rinsecchite, che servono solo a giustificare il proprio compito, ma ritrovino un sistema di valori, di diritti e doveri condivisi, come processo veritativo per una conquista di coscienza.
Il carcere c'è in tutto il suo fisico-psicologico e non se ne può fare a meno: ma di morti ammazzati per sofferenza, solitudine e abbandono, credo proprio di sì.
Forse il metodo da adottare e portare avanti per riuscire ad accettare le prove della vita, anche le più dure, sta nel tentare di delineare progetti futuri, che vedano il detenuto impegnato in prima persona. Infatti è al detenuto ( giustamente ) che si chiede di fare autocritica, di accettare l'accompagnamento in un tragitto di vita privo di libertà, a causa delle proprie azioni sbagliate. 
Di fronte all'impiccato di turno, potrebbe essere salutare ribadire l'importanza dell'autorità in quanto autorevole, perché chiamata a svolgere una funzione delicata, non limitata al contenere, una funzione ineliminabile nelle tante storie anonime e lacerate, quella di educare alla vita, senza falsi moralismi, ma attraverso una relazione, un rapporto con la società, perché è solo nell'incontro con l'altro che esiste possibilità di uscire dal proprio sé.
L'altro siamo noi, nessuno escluso.


Vincenzo Andraous 
tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia
9 dicembre 2002


La sinistra, la giustizia, il passato che ritorna.

Aveva ragione Borges ad affermare che "il passato e'indistruttibile, prima o poi ritorna, ed una cosa che ritorna è il progetto di distruggere il passato".

Gli arresti dei no-global del sud, hanno provocato grande e giusto scalpore. Chi, in questi anni, ha vissuto sulla propria pelle il malessere che vive la Giustizia in Italia, non ha potuto non notare un salutare ritorno al garantismo della sinistra italiana.
Feriti i propri figliocci, ci si ricorda di alcuni principi fondamentali del processo penale:
segretezza delle indagine, presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva, eccezionalità delle misure cautelari e divieto di anticipazione della pena.
Certo il caso appare paradossale, si perseguono dei giovani per reati chiaramente ispirati all'ideologia fascista che non sopportava opposizione, reati previsti nel codice del trenta che insieme al codice di procedura penale caratterizzava il nostro processo in senso prevalentemente inquisitorio.
Solo in Italia ci si poteva dimenticare di provvedere, in seguito al passaggio ad un sistema accusatorio, di rinnovare insieme alla procedura penale, anche il codice che contiene le regole che debbono essere applicate con il processo.
E' un peccato che allora la sinistra "post-comunista", non abbia colto la palla al balzo per chiudere definitivamente la questione tangentopoli, unico ostacolo al completo rinnovamento di quella sinistra verso una socialdemocrazia pienamente legittimata agli occhi dell'intero panorama politico.

Peccato che gli errori ritornino, che il diritto sia manipolato al fine di farne un'arma di lotta politica; e che ciò sia opera di una persona degna di tutta la mia stima, come Giuliano Giuliani.
E' legittima la sua opposizione ad una richiesta d'archiviazione che non condivide.
Non è corretto motivarla in tv (il suo avvocato non lo farebbe mai) facendo riferimento alla "complessità delle vicende accadute, che meriterebbero di essere trattate in dibattimento". Non e' sostenibile una tale tesi, che ancora una volta segnala come ci si dimentichi del prezzo che paga un imputato (e non più l'indagato) per il solo fatto che s'istruisca un processo nei suoi confronti. 
Quindi ancora più assurda è la richiesta di una commissione di indagine parlamentare su quei fatti, quasi a voler significare che sia necessario che indagini che si svolgono da un anno, e concluse con la richiesta del PM di archiviazione (leggi: non vi sono elementi idonei a sostenere l'accusa) siano pura formalità. Come se non vi siano rimedi processuali per far fronte ad un errore (eventuale); o come se un processo lungo anni non sia assolutamente nulla per una persona che è imputato.
Ecco uno dei motivi di una sinistra divisa e perdente. 
Talvolta manca il rispetto per la singola persona, quel rispetto che è mancato per i processi spettacolo sulla stampa seguiti dalle assoluzioni, che per Violante sono fisiologiche, di innumerevoli amministratori, a volte sconosciuti, ricoperti di vergogna prima, massacrati con arresti ingiustificati, processati, e infine assolti. 
La sinistra non può sopportare che anche in un contesto intollerabile di corruzione politica, un solo innocente venga confuso e trattato come criminale.
La sinistra o sceglie il garantismo, o sinistra non è.

Sandro D'Agostino
Referente organizzativo Costituente-PSE
www.socialisti.info 

3 dicembre 2002


Il sindaco: a leggere le motivazioni viene da ridere «I reati contestati sembrano degni non dell´Inquisizione, ma dell´anno Mille» 

ROMA. Signor sindaco, ha sentito degli arresti? «Se ho sentito? Ho sulla mia scrivania due grosse cartelle, una di dichiarazioni di stupore che vengono da tutte le parti politiche, non solo dai diesse. E un´altra con l´ordinanza di custodia cautelare». Eva Catizone è il sindaco dell´Ulivo che ha raccolto l´eredità di Giacomo Mancini, sbaragliando nel giugno scorso un candidato della Casa delle Libertà molto particolare anche lui, con un nonno del Partito D´Azione e un padre perseguitato dai fascisti, già vicesindaco psi. Negli arresti di ieri, ci sono dei cosentini, ed è la procura di Cosenza che ha spiccato i mandati.

La sua prima valutazione?

«Le dichiarazioni dei politici potrebbero sembrare anomale. Non lo sono, le spiegherò perché. Vorrei dirle innanzitutto del mio stupore, meraviglia e costernazione. Cosenza viene sbattuta in prima pagina. Ma il punto è che, pur apprezzando e rispettando come sempre il lavoro dei magistrati, leggendo i capi di imputazione, i reati contestati mi sembrano degni non dell´Inquisizione, ma dell´anno Mille. Qui si accusa ancora qualcuno di cospirazione politica, capisce. E la lettura allora non può che essere politica. Questi arresti sono un attacco alla manifestazione di Firenze. Una manifestazione pacifica, e che ha legittimato il movimento. E forse questo per qualcuno è un problema».

I reati contestati sono anche altri: associazione sovversiva, per esempio. A Napoli accaddero episodi di guerriglia urbana vera e propria, non crede che la magistratura potrebbe avere elementi fondati?

«Io ho la massima fiducia nella magistratura. Ma sono sindaco di una città nella quale ci sono stati solo negli ultimi due anni dodici omicidi. Sono sindaco di una città che si è costituita parte civile per fatti gravissimi legati alla mafia calabrese. Tutti procedimenti di cui non si sa più nulla, che sono come persi nei corridoi della Procura. Io apprezzo i giudici quando danno pronte risposte ai cittadini, il tema della sicurezza è importante anche a Cosenza. Ma non posso non constatare una doppia velocità nelle indagini, non sottolineare una certa discrasia. In questo caso, si è andati avanti velocemente perché Firenze è stata scomoda, e si risponde su Cosenza con un´operazione che fa scalpore. Un´operazione molto mediatica, troppo ».

A Firenze, al seminario sui rapporti tra no-global ed enti locali, c´era un suo assessore, Franco Piperno...

«Sì, l´ho mandato io alla manifestazione».

Piperno è stato uno dei leader di Potere Operaio. Che lei sappia all´attenzione della magistratura c´è anche questo elemento?

«Se fosse così vorrebbe dire che siamo in un regime. Io non ci credo, mantengo la fiducia nella magistratura. Piperno e gli altri della sua generazione hanno già pagato troppo, per quello che non hanno fatto. Riprocessarli oggi per le loro idee sarebbe pazzesco. Sarebbe vedere l´Italia che si avvia a somigliare a un paese sudamericano, come sembrava all´indomani di Genova. Per carità, non mi meraviglio di nulla. Io in campagna elettorale ho subito attacchi per cose che riguardano la vita privata, per la mia amicizia personale con Piperno, che era già assessore con Mancini, e con Toni Negri».

Insomma, lei dice che il clima generale è da anni Settanta, un nuovo «teorema Calogero», dal nome del giudice che il 7 aprile del 1979 fece arrestare mille sospetti fiancheggiatori delle brigate rosse, che poi dovette rimettere quasi tutti in libertà.

«Tra loro c´era anche Franco Piperno. Oggi qui abbiamo molti giovani, pacifisti e no-global, c´è un centro sociale che fa capo all´università degli studi della Calabria. E ieri notte il dipartimento di sociologia è stato fatto oggetto di perquisizione, esattamente come negli Settanta».

Alla ricerca di cosa?

«Guardi, ho qui l´ordinanza di perquisizione. Si contesta la "cospirazione politica, mediante associazione al fine di turbare l´esercizio delle funzioni di governo, effettuare propaganda sovversiva" eccetera. Poi c´è un´altra accusa: «Voler sopprimere la globalizzazione dei mercati economici». Ma a sopprimere la globalizzazione possono bastare venti studenti di sociologia? A me viene da ridere, e a lei?».

ant. ram.

La Stampa
16/11/2002


RIAPPROPRIAMOCI DELLE BATTAGLIE GARANTISTE

E' difficile, dopo aver seguito il dibattito che si è svolto al Senato e che ha preso le mosse dal caso Taormina, ma poi ha toccato i temi più generali dell'amministrazione della giustizia nel nostro Paese, essere in disaccordo con la lunga e durissima relazione del Ministro Roberto Castelli, che ha denunciato con toni aspri la crisi della giustizia civile e penale in Italia. E' difficile non essere d'accordo con i temi trattati nella lettera con la quale il Sottosegretario agli Interni, ha rimesso il proprio mandato nelle mani del Presidente del Consiglio. E' difficile non condividere la denuncia di Carlo Taormina sugli eccessi che hanno caratterizzato l'azione giudiziaria di una parte marginale ma importante della magistratura inquirente del nostro Paese che con il chiaro fine di cancellare un'intera classe politica ha calpestato ogni più elementare norma di uno Stato di diritto. La questione giustizia in questi anni ha rappresentato il terreno di scontro tra le diverse parti politiche. La destra tutta protesa a difesa dei propri leader ha cavalcato una battaglia che ha fatto passare come garantista ma che aveva come obiettivo quello di difendere soltanto alcuni personaggi, infischiandosene però della sorte di migliaia di imputati che subivano ieri e subiscono oggi, trattamenti che vanno ben oltre quelli consentiti dalle norme di uno Stato di diritto. Dall'altro una certa sinistra è stata troppo supina ed ha appoggiato incondizionatamente l'operato di alcune procure. Noi auspichiamo che da parte dei leader della sinistra vi sia una riconsiderazione di ciò che è avvenuto in questi anni. Nelle parole di Pietro Fassino, neo segretario dei Ds, alla vigilia del congresso, abbiamo colto una volontà in tal senso che abbiamo subito salutato positivamente, per un ripensamento e per un riposizionamento su linee più coerenti rispetto alla tradizione della sinistra europea. Oggi però alcune sue scelte ci lasciano più che perplessi: che senso ha affidare ad un esponente siciliano, regione nella quale la sinistra ha segnato profondamente il passo proprio a causa dell'errato posizionamento sulla giustizia, peraltro vicino alle posizioni di Caselli, il compito di riscrivere l'approccio con questi delicati temi? 
Il nuovo partito che ci auguriamo che con il contributo di D'Alema, di Fassino e di Amato, dovrà nascere nei prossimi mesi non potrà che avere un approccio garantista sulla giustizia e non potrà che sfidare la destra smascherando su quella che è invece una semplice difesa dei propri interessi. E' infatti difficile non essere d'accordo con la denuncia degli abusi e le persecuzioni che Taormina in questi anni dice che hanno subito Andreotti, Mannino, Contrada ed anche Previti. Ma il garantismo non deve essere uno strumento di difesa soltanto degli imputati ricchi e potenti, che si possono permettere di sborsare centinaia di milioni per le esose parcelle di avvocati come Carlo Taormina. Garantismo significa invece difendere i diritti di coloro i quali diritti non hanno, tenere a cuore e sostenere le battaglie degli indifesi, di coloro che sono rinchiusi in cella perché costretti dalle loro condizioni disagiate a vendere una dose di droga, di coloro i quali sono costretti a compiere piccoli crimini per portare a casa qualche soldo per mantenere la propria famiglia, di quei tossicodipendenti che affollano le nostre carceri, di quegli extracomunitari che senza un motivo sono rinchiusi ed attendono per anni che giustizia sia compiuta. Su queste battaglie la sinistra riformista deve avere la capacità di spendersi, avendo chiaro che il dogma dell'azione penale è un vuoto principio e che, dicendo che il magistrato che accusa deve seguire le indicazioni di un Governo legittimamente eletto dal popolo sovrano, non si commette nessun peccato di lesa maestà, ma si dà ai cittadini uno strumento che, se funziona, viene premiato dagli elettori, ma che se fallisce e persegue obiettivi che il comune sentire ritiene irrilevanti, viene cambiato.

Giacomo Mancini jr


L’INTERVISTA

«Difendo l’Italia a Strasburgo: sono l’avvocato delle cause perse»


ROMA - A Strasburgo difende l’Italia con tenacia, ma per definirsi usa l’ironia: «Sono l’avvocato delle cause perse». Da tre anni affronta l’ingrato compito senza perdersi d’animo: «Ogni tanto riesco ad evitare il giudizio, ma tanti ricorsi riguardano procedimenti la cui lunghezza è indifendibile». Vitaliano Esposito, magistrato di Cassazione, è l’addetto giuridico italiano in seno alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Tocca a lui cercare di far «assolvere» il nostro Paese dall’accusa di violare sistematicamente alcuni principi fondamentali di giustizia, in primo luogo quello di un processo che abbia tempi ragionevoli: «Ma la situazione - spiega - è gravissima, e non tende a migliorare. In tre anni sono triplicati i ricorsi dei nostri cittadini. E per l’Italia la Corte applica ormai una sorta di presunzione di colpevolezza». Ultimo bilancio archiviato: 228 condanne prese nel 2000; altrettanti italiani che hanno ottenuto un risarcimento (in tutto circa 20 miliardi) per i torti subiti dalla macchina giudiziaria del proprio Paese. Che effetto fa difendere l’Italia, che detiene numerosi record negativi, dinanzi alla Corte europea? 
«E’ indubbiamente molto difficile. Ma ogni ricorso può essere giudicato irricevibile dalla Corte. E il mio compito è anche questo, riuscire a dimostrare che la lentezza di un procedimento non è dipesa dalla giustizia italiana, ma da comportamenti dilatori degli avvocati». 
Le condanne arrivano solo per i tempi infiniti, o anche per violazioni di altri diritti? 
«Sono sempre più numerosi i ricorsi che pongono in discussione altri principi fondamentali del nostro ordinamento. L’Italia è stata condannata per aver violato l’inviolabilità della corrispondenza dei detenuti. E ha ricevuto gravi censure anche in tema di affidamento dei minori e di tutela dell’ambiente. Ma è il principio della ragionevole durata del processo quello maggiormente violato dal nostro Paese. Attenzione, però, anche altri Stati non fanno una bella figura: la Francia ha ricevuto più di una condanna per tortura. Noi, anche se per un solo voto, l’abbiamo evitata». 
Come si sente dinanzi ad altri magistrati che rappresentano Stati molto più efficienti in termini di giustizia? 
«Non dico che mi vergogno, ma certamente non posso essere orgoglioso. Il presidente della Corte non perde occasione per denunciare che stanno per essere seppelliti dai ricorsi provenienti dall’Italia. E le due sezioni di cancelleria che istruiscono i processi contro il nostro Paese sono le più nutrite». 
Alcuni avvocati si sono specializzati nel raccogliere le denunce dei cittadini contro la giustizia italiana. Che ne pensa? 
«Più di uno ha aperto lo studio anche qui a Strasburgo. E’ una cosa che nessun legale francese avrebbe mai fatto, sono molto più nazionalisti. In alcuni casi la lentezza dei processi viene strumentalizzata e i ritardi causati appositamente dai difensori. Una volta sono riuscito ad evitare la condanna nonostante il processo era pendente da 14 anni: riuscii a dimostrare che il ritardo era dipeso da comportamenti dilatori degli avvocati». 
Potrebbe sembrare una provocazione, ma non sarebbe impreciso definirla «l’avvocato delle cause perse». 
«Lo vado dicendo io stesso, mi prendo in giro da solo. Non la ritengo un’offesa. Quando sono arrivato a Strasburgo c’erano circa 370 ricorsi l’anno contro l’Italia. Ora siamo arrivati ad oltre mille. C’è stato anche un salto di qualità. E non è facile fronteggiare una tale mole di procedimenti». 
Contro di lei lavorano la Corte e 17 preparatissimi giuristi di cancelleria. Perché rappresenta da solo l’Italia? 
«Non dovrebbe chiederlo a me. Dispongo di due segretarie e lavoro dalla mattina alla sera. Alle mie spalle, comunque, ci sono gli uffici competenti dei ministeri». 


M. Gal.

Corriere della Sera
Giovedì 11 Gennaio 2001


L’EX SENATORE DEL PCI
Macaluso: i Ds sbagliano a delegare un ruolo politico ai giudici

«I due blocchi sono armate Brancaleone, le toghe stanno andando oltre i limiti»

ROMA - La premessa è che entrambi i blocchi «sono armate Brancaleone prive di identità culturale, senza una linea di politica giudiziaria». Una delle conseguenze è che «la magistratura pecca di interventismo». La conclusione è che «sbaglia Berlusconi, perché aggredisce un potere costituzionale con frasi rozze», «sbagliano i magistrati, in questo caso Gennaro, perché chi deve governare lo decidono solo gli elettori», sbagliano i Ds «che delegano il rinnovamento politico ai giudici». Emanuele Macaluso, ex senatore del Pci ed anima critica della sinistra, analizza l’ultimo scontro sulla giustizia tracciando uno scenario che non risparmia nessuno: «Dinanzi al vuoto di due coalizioni senza una precisa concezione dello Stato di diritto, la magistratura continua ad andare oltre la naturale divisione dei poteri». Un presidente dell’Anm può dire che Berlusconi non può governare? 
«No. Gennaro ha sbagliato. I magistrati devono solo applicare le leggi. Le riflessioni politiche si fanno dentro la cabina elettorale. Per difendere i magistrati c’è il Csm, ed eventualmente il presidente della Repubblica». 
Berlusconi può invitare i giudici a fare del bucato al loro interno? 
«Quelle di Berlusconi sono rozze aggressioni, dettate anche dall’intento di passare come vittima di persecuzioni giudiziarie. Intento che purtroppo va in porto, e credo gli faccia guadagnare voti, anche a causa dell’atteggiamento della sinistra e dei magistrati, che ingaggiano polemiche con arroganza e senza argomentazioni. Berlusconi ha torto, dovrebbe prendere lezioni da Andreotti, smetterla di pensare che l’azione giudiziaria è manovrata. Ma occorre anche fare una premessa». 
Quale? 
«Questo scontro si spiega anche rilevando che entrambi i blocchi sono armate Brancaleone prive di identità culturale e politica. Il Polo ha ben poco di liberale, ma così si definisce. Il centrosinistra non si capisce nemmeno quale nome abbia. In un Paese dove lo Stato di diritto non è mai stato costruito, che è sempre vissuto fra tolleranza ed emergenza, la debolezza di questa due forze favorisce l’interventismo dei magistrati». 
Al convegno di Magistratura Democratica, le parole di Gennaro, per sua stessa ammissione, sono state stimolate dai vertici di Md. Esiste, come dice Berlusconi, un problema «toghe rosse»? 
«Non c’è dubbio che Md ha sua specificità politica. Ma come dice Garapon nel libro "La Repubblica Penale", la magistratura può fare politica anche non agendo. E’ falso dire che prima di Md, negli anni ’50 e oltre, i giudici fossero neutrali. Dall’inerzia conservatrice si è passati ad un eccesso di interventismo che non ha colore politico, un virus da cui non sono stati immuni anche magistrati di destra». 
Condivide il giudizio di Giovanni Pellegrino, quando dice che i Ds si sono «appiattiti su Mani pulite» e hanno fatto «diventare la politica giudiziaria la loro unica politica culturale»? 
«Sono d’accordo. Come anche nel Polo, a sinistra praticamente non esiste una linea di politica giudiziaria. Ognuno sfoga i suoi umori, smarrendo le tradizioni. Ad esempio non sono d’accordo con Fassino che antepone la sicurezza alle garanzie: non esiste la prima senza le seconde, per il socialismo democratico, altrimenti c’è un deficit politico». 
Marco Galluzzo 

Corriere della Sera
26 novembre 2000


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