QUEL DISINCANTO DELLA TERZA ITALIA
Ci sono i "militanti" pro giudici e pro governo. Ma cresce chi, tra condanne e assoluzioni, non sa più schierarsi
ILVO DIAMANTI
Una società doppiamente divisa. La abbozza il sondaggio realizzato nei giorni scorsi da Eurisko per "la Repubblica". Per metà, gli italiani intervistati dicono di non sapere, di non capire. Oppure di non volerci entrare. Perché esprimere un'opinione, su una frattura tanto profonda e tanto drammatica, oggi significa porsi al di qua o al di là del fossato politico che separa due
Italie. L'Italia che valuta il conflitto fra governo e magistratura una legittima difesa ad opera di un'istituzione che, negli ultimi mesi, ha visto le sue iniziative minacciate ogni qual volta al centro c'erano gli interessi del premier e dei suoi collaboratori. Contrapposta all'Italia di coloro che considerano le inchieste dei magistrati parte di una strategia politica, concepita a sinistra, per attaccare un governo legittimo, eletto dai cittadini.
Chiamati a scegliere fra il governo e i magistrati, coerentemente, gli italiani intervistati dall'Eurisko delineano tre orientamenti di analoga entità. Il 30% dei cittadini dichiara la sua fiducia nel governo. Il 28% nei magistrati. Il 35%, o giù di lì, in nessuno dei due.
Emergono, così, tre Italie. L'Italia che sta con la magistratura e contro il governo, l'Italia che sta con il governo e contro i magistrati, l'Italia di chi non sa oppure preferisce non sapere. Di chi si tira fuori.
Le due Italie "militanti" hanno idee che contrastano, circa la lettura della storia politica e giudiziaria recente, presente e circa il futuro prossimo.
Chi sta con i magistrati non solo considera il governo la principale causa del conflitto presente. Ma vede fortemente ridotta l'autonomia della magistratura (così pensano il 33% di loro: tre volte di più rispetto alla media del campione). Vedono le inchieste di Tangentopoli come un'occasione di moralizzazione della vita politica. Un tentativo importante, per quanto abbia prodotto esiti diversi dalle attese (è il parere dal 75% di loro, mentre la media del campione scende a meno della metà: il 35%). Infine: sostengono, senza esitazioni (74%, esattamente il doppio della media generale), che il presidente del Consiglio si dovrebbe dimettere, se il processo
Sme, che lo vede imputato a Milano, dovesse vederlo condannato. Politicamente, si colloca, in larghissima maggioranza, a centrosinistra.
L'altra Italia, quella che concepisce i magistrati malati di protagonismo oppure alleatistrumenti della sinistra nella lotta per il potere, scatenata contro il centrodestra di Berlusconi, la pensa in modo quasi simmetrico. Fra loro, quattro su dieci ritengono la stagione di Tangentopoli un mezzo per abbattere la Prima Repubblica, azzerandone la classe politica (mentre nella popolazione la media generale supera di poco il 10%), il 70% considera l'autonomia dei magistrati, nell'ultimo anno, inalterata o perfino aumentata (la media generale è circa il 40%), mentre oltre il 50% nega l'esigenza che Berlusconi si dimetta, in caso di condanna al processo Sme (la media generale è del 23%).
Un'Italia divisa dal tema dei rapporti fra giustizia e politica. E, quindi, sul diverso peso da attribuire al principio di rappresentanza, fondato sul consenso, rispetto a quello giudiziario e di controllo, fondato sulla Costituzione e sull'idea dell'equilibrio fra poteri. Lungo questo crinale si affrontano due settori sociali divisi, fra i quali il dialogo, auspicato dal presidente della Repubblica e dal Procuratore generale della Cassazione, Francesco
Favara, risulta quanto meno difficile. A causa dell'assenza di un terreno comune e condiviso, per valori e riferimenti, che permetta di comunicare.
Poi c'è la "terza Italia". Quella di chi non si esprime. Di chi non riesce a raccapezzarsi. Dopo tante inchieste condotte dal 1992 ad oggi. Con tanti imputati eccellenti, che perlopiù non hanno pagato. Con tanti processi avviati, senza esito. Hanno perso il conto. Non sanno più chi è stato inquisito, condannato, prosciolto. Ma percepiscono che molte indagini, molti procedimenti sono ancora aperti. Poi, hanno assistito al succedersi di stagioni diverse. La prima durante la quale i magistrati erano considerati alfieri del cambiamento. Seguita da una diversa stagione, in cui essi sono apparsi sempre più come ostacoli sulla strada della transizione verso la normalità. Sostenuti, dapprima, da destra e dalla Lega. Poi, avversati da questa parte e sostenuti da sinistra. Poi, ancora: bersaglio della critica di un fronte trasversale. Difficile, in tanto magma, orientarsi. Tanto più che, nel frattempo, è cresciuta la stanchezza. La delusione. Assieme alla sfiducia nella possibilità di moralizzare davvero lo Stato e la politica. Tanto oggi l'alternativa di cui si discute è fra il "paese delle banane" e quello dei "fichi d'india".
Infine, le vicende più recenti. Il dibattito sul processo Sme, sul ripristino dell'autorizzazione a procedere, dell'immunità "a tempo determinato" per le cariche politiche, secondo il modello spagnolo. Materia da addetti ai lavori. Difficile che i cittadini ne colgano il significato. Tanto meno che vogliano schierarsi, mobilitarsi, partendo da premesse così "tecniche".
Sullo sfondo, peraltro, si delineano orientamenti che superano, in parte, le logiche di fazione. In particolare, la memoria di Tangentopoli e delle inchieste che la accompagnano lascia ancora tracce importanti. Inoltre, circa il 40% degli intervistati considera necessaria la via delle dimissioni del premier, in caso di condanna al processo di Milano. Atteggiamenti che riflettono una certa riluttanza, al di là delle appartenenze, di fronte alla prospettiva di considerare ciò che è avvenuto dieci anni fa un incidente.
Tuttavia, nel quadro generale, anche questi segnali sembrano deboli. E quasi scompaiono fra i più giovani. L'82% di coloro che sono compresi fra 15 e 24 anni, infatti, affermano di non essere informati circa i motivi del conflitto in atto. E il 55% di essi non hanno opinioni su Tangentopoli.
In questo clima agnostico vediamo il rischio maggiore: che, attorno al contrasto acuto fra le due Italie attorno al tema della giustizia, salga la nebbia. Cresca il disincanto sociale, che convive con il consenso verso il sistema. Visto che quasi sette cittadini su dieci esprimono sfiducia nel governo. Ma la maggioranza degli elettori continua a sostenerlo. Un consenso per inerzia; per delusione nel cambiamento annunciato e mai avvenuto. Un consenso che coabita con la sfiducia.
Il peggiore viatico, per un paese che mira a costruire una democrazia matura. Una democrazia "normale".
la Repubblica
18 gennaio 2002
Pellegrino ai ds: «Non seguite i giudici»
Difendere i magistrati a scatola chiusa non ha senso. E’ la sostanza dell’appello che Giovanni Pellegrino, giurista, storico ex presidente ds della Commissione Stragi, rivolge
alla sinistra sul numero di gennaio de Le Ragioni del Socialismo , la rivista politica diretta dall’ex senatore pci Emanuele Macaluso. Una sinistra «europea», provoca Pellegrino, non può difendere un «sistema giudiziario drammaticamente inidoneo a svolgere con
rapidità ed equilibrio i compiti assegnatigli dalla modernità», né «appiattirsi sulle posizioni dei magistrati ordinari», un corpo «incapace da oltre 20 anni di produrre cultura nuova»
Corriere della Sera
12.1.2002
risponde Paolo Mieli
Berlusconi, la sinistra e gli eccessi di giustizialismo
Ho appena finito di leggere l’articolo di Angelo Panebianco dal titolo «Se gli umori battono la ragione». Panebianco ha colto
nel segno: in Italia ci sono due sinistre. Quella «della ragione», ultraminoritaria, vorrebbe dar battaglia a Berlusconi esclusivamente con armi politiche; quella «degli umori» spera invece nel colpo a sorpresa che, come nel ’94, venga fuori da qualche aula di
giustizia. D’istinto io sto con la prima.
Mi piacerebbe una vittoria pulita come quella di Romano Prodi del ’96.
Ma perché essere ipocriti?
Se a toglier di mezzo Berlusconi dovessero essere i magistrati, andrebbe bene comunque.
Anna
Valeriani , Milano
Cara signora Valeriani, le chiedo scusa per aver dovuto accorciare la sua lunga lettera. Dove lei diceva anche di ritenere che, ovviamente a suo avviso, «i presupposti perché il presidente del Consiglio sia condannato ci
sono tutti». E deprecava le «offese del personale di Berlusconi agli uomini in toga di Milano». Cosa posso aggiungere? Che anch’io considero migliore quella parte della sinistra che vuole sconfiggere l’attuale maggioranza esclusivamente con le armi della
politica. Ma senza la sua postilla. Di più: evitando stavolta di entrare nel merito delle vicende giudiziarie berlusconiane, ritengo che un colpo al presidente del Consiglio proveniente dalle aule di giustizia sarebbe, sotto il profilo politico, una iattura. Sì, una
iattura.
Credo poi che gran parte dei dirigenti della sinistra ne sia consapevole. Vedo che sono in molti, adesso, a criticare gli «eccessi di giustizialismo» degli anni passati. L’ex direttore dell’ Unità , Peppino Caldarola, che è stato uno dei più
autorevoli sostenitori di Mani pulite ed è oggi braccio destro del segretario Ds Piero Fassino, si è spinto a infrangere il tabù dei tabù: «Se Cesare Previti viene processato mentre è alla Camera - ha dichiarato - bisogna dire che Borrelli ha passato il segno e
bisogna dirlo proprio per tutelare il meglio di Tangentopoli». Ma le do atto che gli umori degli elettori sono altra cosa. Come ha intuito Panebianco. E, con lui, chiunque abbia avuto occasione di partecipare a una qualche assemblea o anche piccola riunione della
sinistra. Tant’è che gli stessi dirigenti Ds, quando si trovano a parlare di queste cose, dicono e non dicono, affermano e poi ridimensionano o smentiscono. Non per viltà, ma per paura di perdere il contatto con la loro base.
Qualche giorno fa, l’ex
procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, pur senza nominarli, li ha sfidati a uscire allo scoperto: «Stupisce che le forze politiche accusate di essere state indebitamente favorite (i Ds, ndr) non pretendano - con fermezza - che si dia un taglio a queste falsità,
che la si finisca di intossicare ogni dibattito». Per poi aggiungere: «Dialogare con chi non ti rispetta (la Casa delle Libertà, ndr) è come suicidarsi, è come ammettere che nella tesi dell’uso politico della giustizia per fini di parte potrebbe esserci qualcosa
di vero». E se l’è presa, anche qui senza far nomi, con chi ha parlato di «eccessi di giustizialismo». Espressione che gli appare alla stregua di una parziale ammissione.
Mi ha un po’ stupito questo modo di far polemica per allusioni. Tanto più che il
destinatario di quel riferimento agli «eccessi di giustizialismo» è a ogni evidenza un vecchio sodale torinese di Caselli, Luciano Violante che, a fine settembre, denunciò sulla Stampa gli «eccessi giustizialisti» degli anni Novanta. Mi ha convinto di più il
comportamento di altri due (ex?) amici torinesi, Gianni Vattimo e Franco Debenedetti, i quali hanno polemizzato tra loro senza occultarsi l’uno all’altro. Ai miei occhi, nel merito della disputa, aveva ragione Debenedetti. Ma Vattimo ha avuto l’onestà - gliene do
volentieri atto - di non nascondere né la mano che lanciava la pietra né il bersaglio del suo tiro. E ritengo che la sinistra ci guadagnerebbe se tutti facessero come loro. Soprattutto quando si parla della giustizia.
Corriere della Sera
7 gennaio 2002
risponde Paolo Mieli
Disagio per quel che accade sul pianeta giustizia
Il ministro Castelli ha ragione: basta con i giudici politicizzati. Allora basta
anche con le assoluzioni politicizzate del presidente del Consiglio! Anna
Pieraccini
Milano
Può spiegarmi, senza girare tanto in tondo sull’argomento, per quale motivo i
signori magistrati del tribunale di Milano ritengono di non applicare le leggi
della Repubblica e nessuno deve permettersi di far loro rilievi?
Lorenzo Giannone
Milano
Cara signora Pieraccini, caro signor Giannone, continuano ad arrivarmi
moltissime lettere come le vostre sulla questione giustizia. Dovessi fare un
sondaggio sulla base di queste missive giunte sul mio tavolo, direi che i più
sono ostili al presidente del Consiglio e al suo governo. Ma, credo, sarebbe
un’indagine senza valore. Nessun valore. Ne parlo solo per darne conto ai
lettori. C’è, però, qualcosa che accomuna questi scritti. Ed è un senso di
disagio assai diffuso per quel che accade sul pianeta giustizia. Proverò,
allora, a mettere in evidenza non già le certezze bensì i dubbi sulla propria
causa. Dubbi dei lettori di entrambi gli schieramenti.
Mario Pontacci di Roma - che si dichiara «fervente antiberlusconiano» - scrive
che la sinistra dovrebbe riflettere su alcuni «casi limite». Come quello del
capo dei gip di Firenze Giuseppe Soresina che ha definito «troiaio» il
Parlamento che aveva varato alcune leggi (dell’Ulivo) in materia di giustizia.
O forse le leggi stesse. Il lettore nota che il Csm ha discusso del fatto,
soffermandosi sul significato della parola «troiaio»: «luogo frequentato da
prostitute» o «posto per femmine di maiale, scrofe»? La conclusione è stata
che quel termine andava inteso come sinonimo di «evento confuso». Così il Csm
ha dato una pacca sulla spalla di quel magistrato che aveva esercitato in quel
modo il suo «legittimo diritto alla critica». «Questo non va» è la
conclusione di Pontacci. Concordo.
Ci sono, sull’altro versante, molti lettori di destra ammiratori di Berlusconi
- cito per tutti Laura Marotta di Salerno - che si dicono perplessi per gli
attacchi governativi (che si vanno intensificando) all’Europa. Che senso
hanno, domandano, le offese del ministro Roberto Castelli al Parlamento europeo
e alla Commissione europea? Qualcuno fa riferimento alla frase del ministro che
più lo ha colpito: «Vi rendo noto che esiste uno schieramento in Europa,
ispirato alla sinistra, che vuole il super Stato europeo... Uno Stato di pochi
tecnocrati senza volto, che imponga le regole al di fuori di ogni confronto
politico». Tutti hanno ben presente che c’è stato un giudice francese che su
Libération ha sparato a zero contro Berlusconi. E che parole analoghe, appena
più velate, sono state pronunciate dallo spagnolo Garzón. Ma si dicono
all’unanimità preoccupati dall’apertura di un nuovo fronte con l’intero
continente.
Per parte mia, considero un buon segno che qualcuno, a sinistra, avanzi dubbi
sui comportamenti di certi magistrati. E’ evidente che c’è qualcosa di
anomalo e mi sembra opportuno che, anche nella terra su cui cresce l’ulivo, si
esprimano apertamente le perplessità.
Ma considero ancor più rilevante il fatto che, a destra, siano in molti a
capire che dare una dimensione oggi continentale, domani - chissà - planetaria
agli scontri degli anni Novanta, non è una buona scelta. Anzi (e queste sono
parole soltanto mie) è una pessima scelta.
Corriere della Sera
7 dicembre 2001
Il deputato di Rifondazione: si rischia di
estradare persone in Paesi con la pena di morte
Pisapia: quella norma europea è incostituzionale
«Il mandato di cattura europeo è incostituzionale e pericoloso per le garanzie
individuali: perché obbligherebbe a estradare cittadini in Paesi che non
garantiscono il diritto di difesa o che addirittura prevedono la pena di morte».
Un inatteso sostegno alle tesi di Berlusconi e del suo governo giunge da
Giuliano Pisapia, deputato indipendente di Rifondazione comunista. Pur definendo
«contraddittoria la posizione dell’esecutivo», l’esponente
dell’opposizione riconosce «la pericolosità» del mandato di cattura: «Fino
a quando non vi sarà una Costituzione europea - afferma - l'introduzione del
mandato di cattura europeo nel nostro Paese pone forti e fondati dubbi di
costituzionalità, contrasta con i principi base di uno Stato di diritto e con
le garanzie fondamentali del nostro ordinamento. Sarebbe infatti possibile un
mandato di cattura per fatti che in Italia non sono considerati reato e per i
quali è vietata l'estradizione. Non solo, ma si creerebbe l’obbligo di
estradare cittadini anche in Paesi dove è prevista la pena di morte. Si
violerebbe insomma il principio di autonomia e indipendenza della nostra
magistratura». Prosegue Pisapia: «Ma vi è di più. Quel mandato di cattura
determinerebbe l'obbligo di trasferire un cittadino anche in Paesi dove può
essere irrogata una condanna senza un processo che garantisca il diritto di
difesa e dove la persona arrestata o condannata potrebbe subire "atti
persecutori o discriminatori" per motivi di razza, religione, nazionalità
od opinioni politiche o essere sottoposta a trattamenti disumani e degradanti in
aperto contrasto con l'articolo 698 del Codice di procedura penale che esclude
espressamente in tali casi l'estradizione». E qui il deputato di Rifondazione
punta il dito contro Paesi - e cita la Turchia e altre nazioni dell’Est - «dove
non è garantito il diritto di difesa, l'imparzialità del giudice e dove sono
quotidiane le discriminazioni e i trattamenti carcerari disumani».
Detto ciò, Pisapia definisce comunque «contraddittoria la posizione del
governo, che è pronto ad accettare il mandato di cattura europeo per
determinati reati e non per i reati finanziari, fiscali, di riciclaggio e
corruzione, ma che nel contempo approva leggi che rendono più difficile, e in
certi casi impossibile, la cooperazione giudiziaria tra magistrature di Paesi
diversi».
9 dicembre 2001
L’esponente dello Sdi: non si risolvono i processi con le leggi, ma nemmeno con i girotondi giustizialisti
Intini: Borrelli e Di Pietro, danni alla neutralità dei giudici
«Nessuna democrazia può consentire che in dieci anni tre sistemi legittimamente eletti siano travolti»
MILANO - Non gli piace né quello che sta succedendo al Senato, né la protesta in piazza. Ugo Intini, a nome dello Sdi, sui temi della giustizia prova ancora una volta a «smarcarsi», a cercare una posizione di equilibrio. «Bisogna mettere ai margini gli opposti estremismi - dice il parlamentare socialista - quello di chi pretende, come il governo, di risolvere i processi con le leggi, e quello dei girotondini che gridano "mafiosi" agli uomini della maggioranza e si oppongono a qualunque riforma della giustizia». Onorevole Intini, come giudica il disegno di legge Cirami?
«Quando vedo dei magistrati che insieme a Di Pietro polemizzano contro un partito, penso che siano magistrati politicizzati e che ci sia un legittimo sospetto sulla loro neutralità. Tuttavia non si può negare che la politica tende a prevaricare la giustizia e la magistratura. Per questo bisogna trovare un punto di equilibrio, far prevalere le posizioni razionali e costruttive, non le tifoserie».
Per il procuratore D’Ambrosio l’approvazione del progetto Cirami rappresenterebbe «un salto nel buio».
«Un tempo si diceva che la guerra è una cosa troppo importante per lasciarla ai soli generali. Oggi, parafrasando la battuta, si potrebbe dire che la giustizia non può essere lasciata ai soli giuristi. La sostanza della questione è che l’opposizione non deve dare l’impressione di voler cavalcare una via giudiziaria per la conquista del potere; e la maggioranza deve sgombrare il sospetto, che è più di un sospetto, di voler piegare le leggi sulla giustizia ai propri interessi. Altrimenti ci sarà un conflitto perenne che porterà al massacro delle istituzioni democratiche».
Che cosa teme?
«Nessuna democrazia occidentale può consentire che in dieci anni tre sistemi legittimante eletti siano travolti da iniziative giudiziarie: nel 1993 (Mani Pulite), nel 1994 (governo Berlusconi) e oggi, se ciò dovesse accadere. Ci troveremmo, come ha osservato Panebianco, in una situazione turca, di fronte a un’oligarchia di grand commis dello Stato i quali ritengono di avere una sorta di occhiuta supervisione sulle istituzioni. In Italia la magistratura, in Turchia le forze armate».
Lei crede che il dibattimento Imi-Sir a Milano sia un processo politico?
«Certamente gli errori di Borrelli e di troppi magistrati della Procura di Milano, e soprattutto di Di Pietro, hanno danneggiato l’immagine di neutralità della magistratura. Però non si può bloccare con una legge un processo che è in corso, è impensabile in uno stato di diritto».
Ma il principio garantista non impone che la nuova legge si applichi a tutti i procedimenti?
«Non necessariamente. Un principio di garantismo è anche che l’autorità politica non possa intervenire su un processo in corso. Questo sarebbe un caso assolutamente clamoroso».
Riccardo Bruno
Corriere della Sera
1 Agosto 2002
Magistrati in sciopero, Ciampi inascoltato
UNA SCELTA DANNOSA ANCHE PER LE TOGHE
I magistrati vanno dunque allo sciopero, il 20 giugno, contro il governo. E ne nasce un paradosso. Negli ultimi vent’anni, nonostante che per la Costituzione quello dei magistrati sia un «ordine» e non un «potere», i loro rappresentanti hanno fatto di tutto, peraltro riuscendoci benissimo, per accreditarsi, presso l'opinione pubblica, come un «potere dello Stato»: identico, in questo, al potere legislativo e al potere esecutivo. Hanno fatto, di conseguenza, anche di tutto per trasformare il Consiglio superiore della magistratura (Csm), da semplice organo di autogoverno, a vertice politico del «potere giudiziario»: un organo dotato (ma, naturalmente, la Costituzione non lo dice affatto) di pari dignità costituzionale rispetto al Parlamento o al governo. Il paradosso sta nel fatto che, se quello giudiziario fosse davvero un potere dello Stato, lo sciopero non avrebbe potuto essere nemmeno ipotizzato. Per le stesse ragioni per cui non si sono mai visti scioperare i deputati, i senatori o i ministri. Lo sciopero, per il solo fatto di essere stato indetto, equipara i magistrati (come hanno avvertito benissimo i pochi apertamente contrari e anche i molti che soffrono in silenzio) a una qualsiasi categoria di dipendenti pubblici. Né vale l'obiezione secondo cui lo sciopero non avrebbe obiettivi corporativi ma il nobile scopo di difendere lo «Stato di diritto». Anche la Cgil fa scioperi generali, sull'articolo 18, sostenendo di avere il nobile scopo di difendere democrazia e diritti inalienabili. E' normale, in altri termini, per qualunque gruppo di lavoratori dipendenti, sostenere che il proprio interesse particolare coincida con l'interesse generale, che la propria battaglia sia la più nobile delle battaglie. Ecco perché sarebbe stato saggio, da parte dei vertici sindacali della magistratura, dare retta al capo dello Stato, e lasciar perdere. Sembra difficile che lo sciopero non contribuisca ad accelerare quel declino del prestigio della magistratura da tempo registrato dai sondaggi.
Ci sono poi le questioni di sostanza, le ragioni autentiche dello sciopero, e sono in buona parte corporative. C'è innanzitutto l'opposizione a qualunque forma, anche attenuata, di divisione delle funzioni e soprattutto delle carriere. Ma l'unità dei percorsi di giudici e pubblici ministeri è una delle peggiori eredità dello Stato napoleonico. Nessuna persona in buonafede può seriamente sostenere che essa sia coerente con i princìpi di una società liberale.
C'è poi il grande nodo del controllo su professionalità, rendimento e carriere dei magistrati. Da quando, con una serie di leggi degli anni Sessanta e Settanta, quel controllo venne affidato al Csm, esso cessò rapidamente di funzionare. Né le cose avrebbero potuto andare diversamente. Poiché non si è mai visto in nessuna organizzazione (né si vedrà mai) un controllo di professionalità efficiente esercitato dagli eletti sui loro elettori.
Le proposte del Guardasigilli possono essere giuste o sbagliate, tecnicamente buone oppure no (alcune forse sono buone, altre no), ma non c'è dubbio che prendono di petto problemi autentici da troppo tempo lasciati lì a marcire, anche se va detto che governo e maggioranza hanno sbagliato a privilegiare provvedimenti, come le rogatorie e il falso in bilancio, che hanno influenzato i processi del premier. Problemi autentici che i leader sindacali della magistratura avrebbero potuto riconoscere come tali e sui quali, messa da parte l'arma dello sciopero, aprire un tavolo di trattativa per arrivare a soluzioni, magari diverse da quelle inizialmente avanzate dal Guardasigilli, atte però a risolvere sul serio quei problemi. Hanno invece scelto, appunto, lo sciopero, facendolo per giunta cadere nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Csm (30 giugno-1° luglio). A occhio, tutto ciò non sembra propriamente un capolavoro politico.
Di disagio, nei ranghi della magistratura, deve essercene molto in questo momento. Forse, in capo a qualche tempo, le conseguenze del disagio investiranno la rappresentanza sindacale dei magistrati e le loro correnti organizzate.
di ANGELO PANEBIANCO
Corriere della Sera
14 giugno 2002
Il conflitto fra il procuratore generale e i suoi sottoposti a seguito dei disordini no global di Napoli, le celebrazioni per il decennale dell’assassinio di Falcone e le squallide dispute per appropriarsene, la decisione dell’Associazione nazionale dei magistrati di indire uno sciopero contro la proposta del governo di riforma del sistema giudiziario, hanno impietosamente offerto un quadro desolante dello stato della nostra magistratura. Che annovera certamente nelle sue file magistrati di altissimo profilo professionale e morale, ma che, invece di essere l’indiscutibile organo di garanzia dello Stato di diritto, è diventata, per dirla con Max Weber, una «burocrazia autoreferenziale»; l’arena di fazioni l’una contro l’altra e tutte contro la pur pallida parvenza di una riforma che ne metta in discussione limiti e vizi. Uno spettacolo non solo francamente penoso, ma preoccupante. Scriveva nel 1821 il grande storico liberale francese François Guizot: «Poiché la politica ha smesso di essere buona e vera, cioè giusta, anche la giustizia uscirà fuori dalle sue strade e diventerà politica (...). Allora le azioni saranno considerate in ragione delle persone; le intenzioni prenderanno il posto delle azioni; le presunzioni suppliranno alle prove (...). Dovunque la politica si è rivelata falsa, incapace, cattiva, alla giustizia è stato intimato di agire al suo posto, di regolarsi con motivi attinti nella sfera del governo e non delle leggi, di lasciare infine il suo seggio sublime per discendere nell’arena dei partiti».
E ancora, a proposito dei pubblici ministeri: «Si è visto recentemente un avvocato generale scrivere sui giornali per spiegare in qual senso egli aveva parlato dei partiti, e scagionarsi di aver coinvolto nel biasimo uno dei capi del partito che domina attualmente (...). Così, non soltanto il pubblico ministero esce dalla sua sfera per quanto riguarda le cose, ma anche riguardo le persone. Egli parla di ciò che non gli pertiene e ne parla a chi non deve mai parlarne».
Il giudizio di fatto sull’attualità delle parole di Guizot lo lascio a un bell’articolo di Carlo Guarnieri sul Mulino . «I mutamenti introdotti negli anni Settanta e Ottanta aumentano notevolmente la capacità della magistratura di incidere sul sistema politico (...). I problemi della nostra giustizia possono essere stati usati in modo strumentale da Berlusconi, ma non sono stati inventati da lui (...). Un’organizzazione che, come la nostra magistratura, recluta in giovane età i propri componenti e non li sottomette più, per tutta la durata della loro vita lavorativa, cioè almeno quarant’anni, ad alcuna seria valutazione non è assolutamente in grado di garantirne la professionalità (...). Affidare a magistrati dello stesso corpo, che godono delle stesse garanzie e che si autogovernano tramite lo stesso Consiglio superiore, sia le funzioni giudicanti sia quelle d’accusa è in contraddizione con un modello processuale accusatorio che si basa su una struttura triadica, con il giudice terzo imparziale fra le parti poste sullo stesso piano (...). Il ricorso al principio di obbligatorietà come giustificazione delle proprie decisioni tende ad apparire come un modo per esercitare discrezionalità in modo poco trasparente e sottrarsi a qualunque forma di responsabilità (...). Se... l’attuale maggioranza si sfasciasse, magari in seguito ad una condanna del presidente del Consiglio, la posizione di forza della magistratura ne uscirebbe ratificata ma insieme anche il suo allineamento con l’opposizione... e il centrosinistra perderebbe per molto tempo ogni capacità di riformare davvero il sistema giudiziario».
Che cosa aggiungere? Se il governo non riuscirà, come si propone, a riformare la pubblica amministrazione, gli sarà impossibile procedere nella modernizzazione del Paese e lo stesso sarà anche per molti governi a venire quale ne sia il colore.
Piero Ostellino
Corriere della Sera
25 maggio 2002
Il caso aperto dalle dichiarazioni di Violante
Ayala su Falcone: Giovanni in aula portava prove certe
DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO - Nel vortice della polemica su chi avrebbe diritto o meno di commemorare Giovanni Falcone prova a imporre uno stop il pubblico ministero che del giudice ucciso nel ’92, fu uno dei colleghi e degli amici più vicini, Giuseppe Ayala, da dieci anni nei banchi del Parlamento con il centrosinistra: «Questo anniversario non può essere svilito dalla polemica politica».
Non condivide la polemica innestata dall’ex presidente della Camera Luciano Violante contro settori della maggioranza?
«Non voglio essere tenero con chicchessia, meno che mai con l’attuale maggioranza. Sconti a nessuno. Però in questi giorni andrebbero sospese le ostilità privilegiando piuttosto una analisi laica, seria».
Facciamola.
«Il dato da cui partire è che la mafia ha completamente cambiato strategia rinunciando alla contrapposizione frontale con lo Stato. Questo porta a due effetti. Il primo è positivo: per fortuna, non dobbiamo più contare i morti per strada. Il secondo un po’ meno: la mafia, di giorno in giorno, è diventata sempre meno emergenza proprio perché l’opinione pubblica, non vedendo morti, non si accorge dell’appalto truccato, del traffico di droga, della tangente. E, infatti, in questo Paese tutto è sempre stato fatto solo in nome dell’emergenza. Dai tempi della legge Rognoni-La Torre approvata solo dopo il massacro di Dalla Chiesa».
La politica si adatta così ai tempi di attenzione e di tensione dell’opinione pubblica?
«Purtroppo la politica, anche in buona fede, pur sapendo che c’è altro, ha gli stessi tempi».
Che cosa c’è di «altro»?
«C’è che la mafia per sua natura è una lobby. La più violenta e sanguinaria fra le lobby. E, muovendosi con metodi lobbistici, tesse rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione, con la finanza».
Alcuni settori della politica sono ancora oggi permeabili?
«E’ l’unica costante sicura».
Anche dentro il governo?
«Quel che è certo è che la mafia non ha interesse a infiltrarsi nell’opposizione. Ma questo non significa che tutto il Polo delle libertà è intriso di disponibilità a servire interessi mafiosi».
In quali settori di maggioranza lei oggi individua una permeabilità?
«Ripeto, evitiamo il gossip su chi ha titolo o meno a commemorare. La mia è una analisi. Anche perché gli errori li hanno fatti tutti. E basterebbe pensare ai torti subiti da Giovanni Falcone. Dalla nomina di Antonio Meli a capo dell’Ufficio istruzione all’incarico di procuratore nazionale antimafia, quando anche a sinistra si preferiva Cordova a Falcone. Per questo dico: lasciamo perdere questa voglia di fare l’elenco di chi può permettersi di commemorare e chi no».
Come visse quei «torti» Falcone?
«Qualcuno fu più doloroso degli altri perché proveniente dalla parte da cui meno se l’aspettava. Ma tutto questo ci riporta alla polemica che io voglio evitare. Ciò che Falcone non sopportava erano proprio le polemiche».
Ce ne furono anche sui processi da lui impiantati.
«Falcone non era Di Pietro, con tutte le polemiche che a Milano s’è trascinato dietro. No, Falcone non era né Di Pietro né altri».
Altri?
«Un processo Falcone non l’ha mai perso».
Si riferisce al tema della ricerca della prova?
«Io sono sempre stato il pubblico ministero dei processi istruiti da Falcone. Per me era come fare processi in Pretura. Alle spalle mi ritrovavo istruttorie esemplari. Anche perché quando Giovanni non aveva acquisito la prova non mandava l’imputato davanti al giudice del dibattimento».
Che cosa resta della lezione di Falcone?
«Molti dati positivi e uno negativo. Abbiamo acquisito grazie a lui un bagaglio di conoscenze e un modello. Ci fece capire che per contrastare chi era organizzato bisognava organizzarsi».
E il dato negativo?
«Il falconismo: la voglia di fare quello che si pensa avrebbe potuto fare oggi Giovanni Falcone, dimenticando però di non essere Giovanni Falcone. Il problema, per un processo, resta quello della prova».
Sta dicendo che alcuni grandi processi degli anni Novanta, quelli conclusi con clamorose assoluzioni, Falcone non li avrebbe mai fatti?
«Questo lo sta dicendo lei».
Invece, il presidente dell’Antimafia Roberto Centaro, replicando a Violante, scrive: «Sia maledetto chi introduce scontri e veleni nell’antimafia».
«Sono stato prima consulente e poi componente della Commissione antimafia a partire dal 1991. E ho sempre sostenuto che, finché questa lotta non diventerà un terreno di incontro anziché di scontro politico, risulterà debole la lotta dello Stato contro la mafia. E finora è accaduto quel che non dovrebbe accadere. Quindi, Centaro ha ragione».
Felice Cavallaro
Corriere della Sera
20 maggio 2002