sulla giustizia e...dintorni

 

Giudici, l’onda degli incarichi extra Oltre 5.000 tra docenze e arbitrati

Passa l'indultino, sconfitta l'intolleranza

L’Europa condanna l’Italia «Violata la privacy di Craxi»

Segio:se questo è un uomo, il dramma delle carceri e la beffa dell’indultino

Barbara Palombelli: quel filo spezzato tra cittadini e giustizia

 

Andraous: l'indifferenza

Andraous:gli imputati di domani

Andraous: crimini e minori

Ostellino: le toghe di Pancho
La curva sud irrompe in Tribunale D'Agostino:la sinistra, la giustizia, il passato che ritorna. Andraous: sepolcri imbiancati Franchi: dialogo necessario
Sconcertante, di Paolo Franchi Al limite dell'arbitrio, di Galli della Loggia Il Sindaco di Cosenza: reati da anno Mille Francesco Merlo: la sinistra e Sofri
Andraous:volti nuovi ed abiti vecchi Ainis:La civiltà si misura in cella Magistrati in sciopero, Ciampi inascoltato Intini: né con Berlusconi, né coi girotondi
Ayala su Falcone: Giovanni in aula portava prove certe

Giacomo Mancini jr: Piero, più coraggio  

Andraous:dove muore la civiltà Ostellino: il conflitto a Napoli
G.Mancini jr: riappropriamoci del garantismo G.Ferrara: anniversario di un fallimento Macaluso sulla giustizia Pisapia: incostituzionale la proposta europea

Pellegrino ai ds: «Non seguite i giudici»

Diamanti: cresce il disincanto Italia ancora condannata per "malagiustizia" Mieli: la sinistra e gli eccessi di giustizialismo

 

Sulla giustizia

DIALOGO NECESSARIO


di PAOLO FRANCHI 


Lunedì, e cioè lo stesso giorno in cui a Milano, in base alla legge Cirami, è stato sospeso il processo Imi-Sir, Piero Fassino ha presentato, in materia di giustizia, un pacchetto di proposte ragionevoli, e in taluni casi (la netta separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, la revisione degli automatismi sin qui imperanti nelle carriere dei magistrati, gli antidoti alla giustizia spettacolo) fortemente innovative. E ieri, subito dopo che Silvio Berlusconi, di fronte ai giudici del processo Dell’Utri, si era avvalso della facoltà di non rispondere, il segretario della Quercia ha rimarcato, non senza ragione, l’inopportunità di una scelta del tutto lecita per un privato cittadino, meno per un presidente del Consiglio. Ma si è guardato bene dall’innescare la retromarcia. Anzi, ha difeso e argomentato, la scelta dei Ds di voltare pagina, per aprire sulla riforma della giustizia un confronto alla luce del sole.
«Vogliamo chiudere una fase nella quale si è discusso di leggi che interessavano solo qualcuno», ha detto Fassino, per cercare invece di cominciare a discutere, in Parlamento e nel Paese, «della giustizia che interessa i cittadini».
Sottoscriviamo. E ci aspettiamo tanto dall’opposizione quanto dalla maggioranza che alle parole cominci a seguire qualche fatto. Prima ancora, però, c’è da dare atto a Fassino (tante volte in questi mesi criticato, ora a torto ora a ragione, per un eccesso di indecisionismo) del coraggio dimostrato su un terreno minato come questo. È probabile, anzi è pressoché certo, che nel suo partito, e nel centrosinistra, molti (non solo i girotondini, non solo gli indignati in servizio permanente effettivo) storceranno il naso, fiuteranno inciuci, e non risparmieranno sarcasmi e ironie. Cominciando dalla scelta dei tempi. Come si fa, diranno, a rilanciare il dialogo proprio nei giorni in cui si vedono a occhio nudo gli effetti pratici di quella legge Cirami contro la quale così duramente ci siamo battuti, e il testimone Berlusconi si nega alle domande dei magistrati? Chi mai potrà garantirci che la stagione delle leggi personalizzate sia finita davvero, e alla Cirami non si aggiungano Ciramini, Cirametti e Ciramoni?
Sarebbe sbagliato, si capisce, fare finta di non vedere che in queste e altre simili contestazioni ci sono anche delle verità, e che molte preoccupazioni non sono infondate. Sarebbe ancora più sbagliato però nascondersi che l’esigenza di porre mano a una riforma seria è ormai avvertita come urgente, e spesso come improcrastinabile, da una parte assai vasta, probabilmente maggioritaria, sicuramente trasversale, di un’opinione pubblica che non vuole affatto mettere la mordacchia alla magistratura, ma è stanca di una guerra infinita, e sente maturo il tempo in cui la politica torni a fare la propria parte. Non solo per autotutelarsi, ma anche, e soprattutto, per rendere il sistema giustizia più efficiente e credibile agli occhi dei comuni mortali.
Fassino lo ha capito, e si è assunto i rischi del caso, come si conviene a un leader di un’opposizione che voglia tornare ad essere governo. Ci piacerebbe che ci fossero anche altri, nel suo campo, ad avere lo stesso coraggio. Massimo D’Alema, sin qui alquanto tiepido, certo. Ma pure Sergio Cofferati. Nella sua biografia non c’è traccia di eroici furori giustizialisti. Sapere come la pensa in materia sarebbe davvero importante. Anche per capire meglio con quale leader politico, e con quale sinistra, potremmo, nel caso, avere a che fare domani.

Corriere della Sera
27 novembre 2002 


 

SCONCERTANTE

di PAOLO FRANCHI



Le sentenze si rispettano, anche quando non ci convincono o, più semplicemente, non le condividiamo. E’, questo, uno dei princìpi basilari su cui si fonda la convivenza civile all’interno di uno Stato di diritto. A un simile principio non è lecito derogare in alcun caso. E comunque non saremo noi a farlo. Neanche di fronte a un evento che ci lascia sconcertati e smarriti come la condanna a 24 anni di carcere inflitta dalla Corte d’appello di Perugia a Giulio Andreotti per l’assassinio di Mino Pecorelli. Ma rispettare una sentenza (e, più in generale, rispettare e difendere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura) non significa nascondere la testa sotto la sabbia, o ignorare il contesto più generale in cui si colloca. Quando lo assolsero dall’accusa di associazione mafiosa, i giudici palermitani restituirono ad Andreotti anche il suo onore politico, certo. Ma di fatto, rifiutandosi al teorema storico-politico secondo il quale accanto alla storia «emersa» della Prima Repubblica ce ne sarebbe stata una «sommersa», assai più sordida e assai più vera, che appunto in Andreotti avrebbe avuto la sua massima incarnazione, restituirono l’onore politico a un’intera stagione della nostra vita democratica. I magistrati di Perugia che adesso lo condannano come mandante del delitto Pecorelli (e stiamo parlando di un delitto del quale, stando a ciò che a Perugia è emerso, restano però ignoti gli esecutori) questo giudizio lo rovesciano. 
Appena qualche giorno fa, in occasione del discorso a Montecitorio di Giovanni Paolo II, Andreotti ci era stato proposto nei panni del rappresentante per antonomasia del valore di una continuità meritevole, fra tanti tumultuosi cambiamenti, di essere salvaguardata al di là delle sue ombre. Oggi, questa sentenza, qualsiasi cosa possa decidere, domani, la Cassazione, torna a proporcelo come l’emblema vivente di una continuità che, all’opposto, deve essere sradicata, per il semplice motivo che si tratta della continuità del Male. 
Potremmo cavarcela mettendo in rilievo come queste siano cose che succedono, con pessimi risultati per tutti, quando, sull’onda di una falsa rivoluzione, prima si annebbiano le pur evidentissime differenze tra il giudizio storico-politico e il giudizio penale, e poi il secondo compendia il primo, lo surroga e lo sostituisce. Parleremmo, così facendo, di un Paese che, mentre si dibatte di una ipotetica storia nazionale universalmente condivisa, non ha neppure un minimo di memoria collettiva, e quindi difficilmente può ambire a un futuro importante. E sarebbe difficile stabilire chi, tra una politica che ha abdicato ai propri compiti e una parte della magistratura che ha, per così dire, invaso il campo, porti le responsabilità più gravi per una simile situazione. 
Ma, di mezzo, c’è una parte significativa dell’opinione pubblica italiana che in uno scenario siffatto fatica a riconoscersi. Che guarda a dir poco perplessa alle retate di no global promosse dai magistrati cosentini come alla sentenza di Perugia. Che non apprezza né la maggioranza quando pone in cima ai propri pensieri la legge Cirami né l’opposizione quando colpevolmente sogna vie giudiziarie alla soluzione dei propri guai. E che, soprattutto, pensa sia giunta l’ora per tutte le forze responsabili di dimostrarsi tali, smettendo di considerare questo problema cruciale come una ricorrente occasione di guerriglia, e ponendo finalmente mano a una riforma della giustizia che valga anche a restituire alla storia ciò che è della storia, alla politica ciò che è della politica, alla magistratura ciò che è della magistratura.

Corriere della Sera
18 novembre 2002


 

AL LIMITE DELL’ARBITRIO

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA



Le cose dunque, se le cronache sono attendibili (e sembrano proprio esserlo), sarebbero andate così: per oltre un anno i carabinieri del Ros, nel doveroso adempimento della loro funzione, avrebbero raccolto un variegato materiale d’indagine a carico della rete meridionale dei no global e di alcuni suoi dirigenti. Sottoposto all’esame di una prima Procura (quella di Genova), tale materiale non sarebbe però stato giudicato sufficientemente valido per costruire un’accusa sostenibile. Stesso risultato con una seconda Procura. Presentato infine alla Procura di Cosenza, il medesimo materiale è stato considerato invece più che valido per configurare ipotesi di reato da ergastolo, come «cospirazione politica mediante associazione», «attentato contro gli organi costituzionali dello Stato» e altre quisquilie del genere. Da qui gli arresti di Francesco Caruso, leader di «Sud ribelle», e d’una ventina di suoi compagni. Quanto appena illustrato dimostra già almeno un fatto: e cioè l’ampiezza indiscriminata, e si direbbe incontrollabile, che in Italia ha l’azione della magistratura inquirente, la quale, non dimentichiamolo, è per legge la padrona della libertà personale dei cittadini. 
Il termine ampiezza sta evidentemente per qualcos’altro. Infatti, se ciò che per una Procura non serve a nulla può, invece, per un’altra portare dritti dritti in Corte d’Assise, allora è lecito chiedersi e chiedere: in che cosa divergono queste due opposte condotte dall’arbitrio? 
Dove passa tecnicamente il confine tra una decisione capricciosa e un provvedimento motivato? E quale potere ha il cittadino di impedire che tale confine sia calpestato a suo danno? Ancora: in quale misura i sacrosanti princìpi costituzionali dell’assoluta indipendenza della magistratura inquirente e dell’obbligatorietà dell’azione penale servono tuttavia nella pratica come istigazione e alibi per comportamenti nella sostanza arbitrari? I mandati di cattura di Cosenza dimostrano che domande come quelle di cui sopra non sono iscrivibili in alcuna ottica di parte, non servono gli interessi di nessuno in particolare, ma esprimono semplicemente il disagio profondo che scaturisce da dati di fatto reali, dalla macchina giudiziaria italiana che chiede di venire riformata urgentemente a beneficio innanzitutto dei suoi veri padroni, e cioè dei cittadini. 
Malauguratamente, invece, gli arresti di Cosenza sono stati motivo perché scattasse per l’ennesima volta il corto circuito politico-giudiziario che da anni impedisce in questo campo ogni approccio ragionevole. La medesima volontà di sottomettere le ragioni della giustizia a quelle della politica, manifestatasi appena ieri nelle file della maggioranza con l’approvazione della legge Cirami, ha infatti indotto anche la sinistra (una parte, fortunatamente, non tutta, non lo Sdi e la Margherita, non Piero Fassino) a imboccare la via della valutazione dei fatti giudiziari in base al vantaggio o allo svantaggio per il proprio schieramento politico; ribadendo così quel criterio dei due pesi e due misure che è da sempre l’insegna per antonomasia di ogni strumentalizzazione. 
Ma è pur sperabile, a dispetto di tutto, che si tratti degli ultimi fuochi di una faziosità antica che è diventata sì una specie di seconda natura per la maggior parte del ceto politico, ma che dalla maggior parte degli italiani, invece, è sempre di più sentita come una camicia di Nesso. Il Paese nel suo complesso è ormai consapevole che nel campo della giustizia sono venute accumulandosi distorsioni profonde, anomalie interpretative macroscopiche, gelosie corporative e suggestioni esibizionistiche. È consapevole della necessità di cambiare strada, e che per farlo non c’è altro modo che cambiare alcune regole del sistema giudiziario: riconfermando l’autonomia della magistratura, certo, ma non dimenticando di garantire il bene supremo della libertà dei cittadini. 

Ernesto Galli della Loggia

Corriere della Sera
18 Novembre 2002



La sinistra e Sofri

IL CAVALIERE DI GRAZIA (E DISGRAZIA)


di FRANCESCO MERLO


Sembra una barzelletta, ma adesso che anche Berlusconi vuole la grazia per Adriano Sofri, sono gli altri, i suoi avversari più ideologizzati, i presunti amici politici di Sofri che non la vogliono più, e anzi temono la grazia come una disgrazia. E difatti i fantasmi di quella che fu l’orgogliosa sinistra, le larve della nostra Utopia, i fraticelli dei girotondi e dell’indignazione pubblicano sull’Unità un appello a Sofri, firmato da Gianni Vattimo e non da un autore di testi comici demenziali, affinché, se graziato, il detenuto Sofri rifiuti - proprio così - di uscire di galera, si aggrappi alle sbarre, si barrichi nella cella. Insomma, per far contento Vattimo che lo «ammira tanto», definitivamente Sofri marcisca nel carcere di Pisa «per difendere la democrazia calpestata». Dia retta e non si faccia liberare da questi liberatori «perché questa volta ne vale la pena». E Vattimo persino minaccia col dito alzato: «Per quello che sei e rappresenti ne hai quasi un imperativo dovere». Vattimo capirebbe infatti se Sofri scappasse, come il conte di Montecristo; dice d’essersi addirittura augurato che Sofri finisse con «l’ammettere una colpevolezza che sapeva non appartenergli». 
Tutto Vattimo accetterebbe da Sofri e per Sofri, ma non che uscisse di galera con l’aiuto di Berlusconi. E’ infatti dovere di Sofri custodire la propria cella come la tomba della libertà e della «severa regola etica e politica»: la prigione di Sofri diventi il patibolo di Berlusconi. 
Così, nelle salde mani di Vattimo e di Pancho Pardi, che firma sullo stesso numero de l’Unità un lungo articolo d’appoggio, anch’egli intonando con passione un inno alla galera (altrui), la detenzione di Sofri diventa necessaria per «resistere a Berlusconi, al suo giornalista di servizio Giuliano Ferrara», «a questa intollerabile immondizia». Vattimo non sopporta che l’iniziativa di Berlusconi a favore di Sofri passi attraverso una lettera scritta al Foglio , che è il giornale appunto diretto da quel Giuliano Ferrara verso il quale «un po’ di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile: non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi». E qui, scoprendo la sua natura umana a chi lo aveva confuso con Dio, Vattimo mostra chiaramente dove portano l’indignazione e l’invettiva; e quanto abbassi il tasso di civiltà questa letteratura politica, questo trasloco della ragione dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere. 
Non sappiamo a che cosa mirava Berlusconi, non sappiamo se voleva mettere in difficoltà la sinistra, come sta accadendo. Tutti sappiamo però che Ferrara si è sempre battuto per Sofri, molto prima che Berlusconi inventasse Forza Italia. E si è battuto anche contro il realismo e qualche volta contro il rispetto delle istituzioni, animato dall’affetto sincero e dalle sue personali opinioni. Sospettiamo perciò che la lettera al Foglio sulla grazia a Sofri non sia un servizio di Ferrara a Berlusconi, ma al contrario che sia stato Berlusconi a fare un servizio a Ferrara, e, di conseguenza, a tutti quelli che non sopportano più Sofri in galera. Non tanto a quelli che credono nella sua «non colpevolezza penale» (che è materia affidata e già risolta dai giudici), ma soprattutto a quelli che non vogliono fermare la storia a trent’anni fa, magari perché sanno che i propri pensieri di allora erano gli stessi pensieri di Sofri, e che lui sta in prigione in rappresentanza di una generazione, sicuramente al posto di un altro, perché il Sofri di oggi non è il Sofri di una generazione fa. 
Paradossalmente, chi somiglia al Sofri di trent’anni fa è proprio il Vattimo di oggi, che lo vuole in galera «per ammirazione e per affetto» mentre denuncia che la Lega lo vuole dentro «per idiozia» e Fini «per faziosità». E chissà la differenza tra un calcio alle gengive ricevuto per affetto e uno ricevuto per idiozia o per faziosità. E’ vero che come attenuante (aggravante?) Vattimo, senza volerlo, confessa di non sapere di che cosa parla, visto che in prigione non c’è stato mai, professore di una materia che non professa, cavaliere che suona la carica stando a cavallo di un cavallo a dondolo, viso truce e spada di carta: «Io certo non lo saprei fare, confesso che al tuo posto avrei ammesso qualunque cosa». 
Si potrebbe ridere di questa prosa se l’indignazione e l’invettiva non fossero, e non da oggi, la colonna sonora dell’Italia politica. E sarebbe giusto cominciare a ricordare. Fu proprio l’indignazione ad armare la mano degli assassini del commissario Calabresi. E anni di indignazione accumulata contro la Dc prepararono il delitto Moro. L’indignazione, quando diventa letteratura politica, sempre degrada la mente. Non c’è alcun coraggio nell’oltranza dell’indignazione e Sofri è abbastanza intelligente per capire che questi sragionamenti moralistici contro di lui hanno il merito di chiarire definitivamente il rapporto di ambiguità che, purtroppo, una certa parte della sinistra, la peggiore, ha con la sua galera, e quanto sia necessaria a quel che rimane del marxismo e del cattolicesimo sociale la sventura dell’eroe. 
In siciliano Sciascia inviterebbe Vattimo «a non futtiri ccu pisci di nautru» e a trovare, dunque, il modo (non manca a lui) di accomodarsi in prigione e di chiedere come riscatto della propria liberazione quel che egli pretende da Sofri, e cioè «che Previti abbia assaggiato almeno un giorno di galera». Intanto, nell’attesa, noi, liberi e belli, apriremo un gran dibattito politico, culturale ed etico, appassionato e indignato, sul fenomeno Berlusconi, e se siano o no regime «tutte le turpitudini che ci fanno digerire e che ci fanno vergognare di essere italiani». 

Corriere della Sera
12 novembre 2002


 

La civiltà si misura in cella

 

di Michele Ainis


PRIMA o poi il bubbone doveva pur scoppiare. Non poteva essere altrimenti, se in Italia la popolazione carceraria è cresciuta di 17.000 unità in meno di vent'anni. Se attualmente le nostre disastrate prigioni ospitano 13.000 detenuti in più dei posti letto, che dunque dormono l'uno addosso all'altro, si calpestano a vicenda, si disputano perfino l'aria che gli tocca respirare. Se l'ossessione della sicurezza stimola politiche sempre più intransigenti, che hanno il proprio terminale in una cella. Se il nostro ordinamento - secondo alcune stime - ha confezionato la bellezza di 35.000 fattispecie di reato, che possono farci finire in gattabuia senza neppure rendercene conto.

Se il dramma dell'immigrazione spinge folle di diseredati oltre la soglia delle patrie galere, e infatti lì dentro gli extracomunitari sono 16.330, quasi un terzo del totale. Ma la risposta all'emergenza non può consistere in un atteggiamento tutto muscolare, come quello adombrato in queste ore da Castelli, ministro della Giustizia, non certo della Grazia. Se confermata, è grave la circolare dell'amministrazione penitenziaria che mette in un solo calderone i volontari di Antigone e non meglio precisate «organizzazioni anarco-insurrezionaliste», e intanto ne dispone la stretta sorveglianza.

Ma è gravissima la seconda circolare, quella che prescrive la separazione degli extracomunitari dagli altri detenuti, scimmiottando due secoli più tardi le pratiche segregazioniste che negli Stati Uniti a suo tempo provocarono una guerra civile sanguinosa. No, non è dividendo i bianchi dai neri che si può restituire il carcere al nostro territorio, al territorio della comunità civile. Giacché il loro problema ci riguarda, ci tocca tutti uno per uno. Come disse Gladstone dopo aver visitato per l'appunto le galere del regno di Napoli, è da lì che si misura la civiltà di un popolo, il suo grado di democrazia. E allora affrontiamo l'emergenza rinvigorendo per esempio le misure alternative al carcere. O altrimenti facciamoci coraggio, e variamo un provvedimento di amnistia. Dopotutto, la grazia può ben essere il più elevato atto di giustizia.
micheleainis@tin.it

La Stampa
13 novembre 2002 

 


 

riceviamo e pubblichiamo:

 

VOLTI NUOVI E ABITI VECCHI

Nell'incontrare tanti giovanissimi e tanti adulti in una comunità, viene da pensare ai volti nuovi, alle carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe, dagli abbandoni seguiti a catena. Viene da pensare agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene cos'è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a venire non sa che farsene. 
Metodo educativo e atteggiamento educativo sono indirizzi precisi, affinché chi affaticato cade, possa, attraverso un percorso di risalita, riacquistare autostima e conoscenza di sé, per poi costruire e mantenere rapporti e relazioni significative, con la capacità di custodire parte del futuro in esse contenuto.
Occorre educare bene, educare con amore e fiducia: queste sono parole grandi, affermate da chi grande è stato nel campo della pedagogia del servire. 
Sono passati anni, ma ancora mi stupisco di fronte all'incedere del disagio che aggredisce giovani e adulti, rimango perplesso, disarmato, senza frecce nella faretra, solo interrogativi. 
Ascoltando ( i ragazzi ) e le più autorevoli figure di riferimento nel campo della pedagogia e del metodo educativo, mi rendo conto che nel tentativo di " tirare fuori ", di costruire e crescere insieme, non può resistere all'usura del tempo chi parte per " questa avventura " con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole intransigenti, di binari singoli. 
Infatti questo è l' atteggiamento più idoneo per arenarsi negli errori ripetuti. 
Forse è il caso di armarci di qualche incertezza, dismettendo i cingoli per evitare l' urto, accettando il dubbio che assale, e che potrebbe divenire una certezza sul modo per giungere insieme al traguardo . 
E'difficile sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco , è davvero difficile spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava. 
Educare non sempre ha medagliamenti o riconoscimenti, spesso è un'avventura senza cielo per compagno, ove non sfugge certo l'utilità dell'opera, ma in cui a volte si producono incomprensioni, quando sguardi diversi interpretano in modi differenti la pur identica finalità dell'accompagnare l'altro. 
Ecco che allora una comunità è tale, perché alla priorità del rispetto della persona, affianca l'aggiornamento del conduttore, di colui che a sua volta deve usare il linguaggio in un labirinto di sensazioni e intendimenti, consapevole che non sempre si arriva alla meta per sentieri conosciuti, ma anche per nuove strade che possono coglierci impreparati.
C'è il lavoro, lo studio, i momenti di aggregazione, ci sono le situazioni di confronto, quelle spontanee e quelle stimolate, c'è soprattutto la persona da accogliere, da ascoltare, e ciò rende secondario il primato delle competenze, le stesse provenienze esperienziali, che sembrano apparentemente differenti se non distanti. 
E' complicato " operare " con il disagio, forse è ancora più complesso venirne a capo, perché questo abusare delle cose, delle persone, dei sentimenti, è tessuto insieme attraverso il deteriorarsi dei valori e dei principi, che rimangono tali didatticamente e assai meno nel vivere quotidiano. 
Prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane solo una intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere costa meno che prevenire, ma il risultato è l'accettazione dell'esclusione, del "sei fuori dal gioco e ci rimani ".
Messa in prova, misure alternative, meno carcere per il minore, più tutela per chi arranca, ebbene, stanno per diventare strategie pedagogiche obsolete . 
Mi chiedo quale può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi questa vista prospettica richiesta al conduttore, è annebbiata da queste norme a venire. 
L'impressione che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni interiori, è che non solo è difficile ben operare dalle ridotte specole di osservazione a causa della marea di disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l'avanzare di nuove forme di malessere, che non hanno più l'etichetta protestataria di un tempo. E' un inverso ipnoticamente diritto che assale generazioni diverse, che si insinua più facilmente in chi non ha strutture mentali formate, in chi nell'evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il peso di una libertà inconsciamente percepita come una condanna, per l'incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità. 
E' un disagio che avanza, che intacca aree di vita in maniera sempre più esponenziale, allora, e forse, per chi conduce attraverso eredità pedagogiche più che mai attuali, perché mai minimamente superate, è necessario accrescere la consapevolezza che l'unica ricompensa per essere riusciti a ben educare , è averlo fatto .

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e tutor educatore Comunità 
Casa del Giovane di Pavia

5-11-2002 




DOVE MUORE LA CIVILTA'

Tante, troppe volte ho scritto, abbiamo scritto del e sul carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta.
Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi trapassati/attuali, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti, che l'orda barbarica, storicamente così definita dal carcere per i suoi abitanti, s'è tramutata in una colonna sgangherata di esseri perduti, senza più inizio né fine, senza più una professione di fede, neppure quella della strada.
Il popolo della galera non ha più generazioni da consegnare alla storia, quelle che in essa si sono imbattute, sono ormai annientate e hanno portato con sé la rabbia, il furore, la follia.
Oggi rimangono in quelle celle fila male intruppate di uomini privi di lingua, di simboli, di segni, soprattutto di memoria da tradurre e rielaborare.
Del carcere si parla per scatti, per ripicche, per reazione, per un'Erika, per un Piatti, per un nero o per un giallo, per un ladro e per un assassino, se ne parla per non parlarne più, per distanziare un fastidio pressante, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l'offesa l'ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, se ne parla per nascondere l'ingiustizia di una giustizia che tocca tutti, ma in cui il messaggio trasmesso, potente e annichilente, impedisce di intervenire.
Il detenuto non è un numero, né un oggetto ingombrante…..lo dice il messaggio cristiano, dapprima, e quello di umanità ritrovata poi, e invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all'umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.
E' proprio questa irrazionalità che ingenera pericolose disattenzioni, a tal punto da ritenere il recluso qualcosa di lontano, estraneo, pericoloso, qualcosa di non ben definito.
Dimenticando che stiamo parlando di persone, di pezzi di noi stessi scivolati all'indietro.
Carcere duro, carcere hotel, sottonumero di organici, corpi speciali e corpi adagiati stancamente su piedistalli di carta.
Lamenti e grida, sostituiscono le devastazioni, i massacri e il delirio di onnipotenza di ieri, fino a formare l'ossatura del carcere odierno, composto per lo più da una grammatura incontabile di commiserazione, che neppure intende sottrarsi alla sepoltura di ogni dignità calpestata.
Eppure, nonostante le fratture, le lacerazioni, le assenze eterne siano le fondamenta su cui poggiano le ultime speranze, è palese il tentativo di una involuzione pilotata al passato, che incoraggia al presente ideologie senza alcun Dio, se non quello della forza.
Nei decenni trascorsi tra sbarre e filo spinato, ho avuto netta l'impressione che incapacitare fosse l'unica risposta da parte di una Società e quindi uno Stato di porsi a mezzo al dilagare della violenza. Sebbene tremendo nel suo effetto il contenuto, non sorprende in quegli anni di rivolte e di ribellioni, l'intendimento di spersonalizzare e annullare l'identità del detenuto.
Ma oggi che il carcere non rappresenta più uno zoo umano, ma un contenitore di numeri e di miserie, a che prò riproporre le armi della sola repressione. 
A che prò rifiutare una realtà infarcita di membra piegate e piagate. 
A che prò, proprio ora, che il lamento non è più un grido di guerra.
Forse siamo preda di una visione che ci obbliga a rifiutare la realtà che c'è.
O forse siamo addirittura dei bugiardi incalliti, e ciò ci obbliga a raccontare una realtà che non c'è.
E' vero, il detenuto non è la vittima, infatti le vittime sono senz'altro altri, feriti, offesi, scomparsi, ma il detenuto è persona che sconta la propria pena, che vorrebbe riparare, se posto nella condizione di poterlo fare.
Rieducare, risocializzare, reinserire, non sono solamente termini e concetti trattamentali da seguire e svolgere, essi purtroppo stanno a sottolineare l'inadeguatezza al dettato Costituzionale, tanto che nell'impossibilità di rendere fattivo l'intervento rieducativo, è assai più facile trincerarsi dietro i soliti scontati "motivi di sicurezza".
Ma non usare gli strumenti trattamentali e di contro incancrenendo la convivenza, ciò equivale a dichiarare fallito l'ideale più nobile, quello della promozione umana.
Allora, sorprendersi se la funzione della pena è latitante, se la recidiva è galoppante, se le menzogne superano di gran lunga la trama di un film, è pura disonestà intellettuale.
A chi parla di privilegi, di lussi impropri, basterebbe davvero osservare volti e mani di detenuti in qualche carcere, per rendersi conto del livello di abbruttimento raggiunto, di quanto questa situazione di indifferenza e solitudine imposte, di mancata applicazione di quella famosa parola a nome rieducazione, risulti deleteria per la persona ristretta.
Non so di quale carcere si parli, ma so di un carcere che non ha più al suo interno spinta a rinnovarsi, so di un carcere popolato di uomini vestiti non tanto e solo di rabbia o odio, ma di paura e stanchezza.
Uomini che se non aiutati a migliorare, rimangono al palo, con la sola aspettativa di scontare in fretta la propria condanna, e ciò senza alcuna consapevolezza del presente, senza vista prospettica, senza figura del futuro, in una sola parola senza speranza.
Chi conosce poco del carcere, di questa condizione inumana, dove è vietato persino sentirsi utili, responsabili, con delle prospettive, ebbene a costui sfugge il senso di questo arbitrio.
Forse qualcuno pensa che inchiodare il detenuto in uno stato di inazione e alienazione, comporti la fatica minore, perché così facendo egli sconta la propria condanna senza rompere le scatole a nessuno.
Ma questo agire è nuovamente un inganno, perché quel detenuto non è in una situazione di attesa, dove il tempo serve a ricostruire e rigenerare, è l'esatto contrario: quel detenuto non attende domani, egli è fermo a ieri, a un passato riprodotto e mascherato, a tal punto, che tutto rincula a ieri, come se fosse possibile bloccare il tempo, come se delirare fosse identico a sperare.
Rieducare ha costi elevati, comporta cadute e inciampi, ma per evitare il proliferare della criminalità, è la sola strada maestra da seguire, il resto è per davvero illusione. 
Inoltre, a ben pensarci, se io riconosco il diritto alle regole da rispettare, quel diritto a sua volta disciplina i rapporti con l'altro, e implica il riconoscimento di tutte le persone, fin'anche del detenuto…Ma forse è proprio questo che si vuole cancellare.
Un carcere ridondante di criminali irrecuperabili?
Ho l'impressione che il carcere italiano possa essere definito un involucro chiuso agli uomini, alle idee, ai cambiamenti, così premeditatamente chiuso e imbullonato al pregiudizio, che persino la pietà è divenuta un sentimento buonista. Tutto è buonista nei riguardi del carcere, a tal punto che l'inumanità oramai è un effetto meccanico di un contesto standardizzato, e allora perché scandalizzarsi, rischiando anche di essere annoverati nel movimento dei caritatevoli, o peggio dei sostenitori del male.
Guardare da un'altra parte, quando in carcere ci sono tasselli di vita mancanti alla nostra?
L'esperienza mi insegna che coloro che hanno fatto del male, hanno soltanto una via da percorrere per ritornare a essere uomini nuovi, una via che non è soltanto quella dei venti o trent'anni di carcere da scontare, ma quella della ricerca di azioni nuove per tentare di rimediare e quindi accorciare le distanze. Ma perché ciò possa diventare terreno fertile per costruire insieme un carcere a misura di uomo, occorre parlare dei problemi veri, affinché una Società e una Giustizia equa, possano davvero sperimentare ciò che è lecito da ciò che non lo è.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e tutor educatore 

Comunità Casa del Giovane Pavia 

4 settembre 2002


Anniversario di un fallimento 

Cortei, libri, polemiche: l'inchiesta Mani pulite viene celebrata da una strana sinistra che da dieci anni lavora per la destra. Ma che cosa c'è da celebrare, di grazia?


di GIULIANO FERRARA


La sinistra che mangia pane e forca celebra i dieci anni di Mani pulite. Manifestazioni di piazza, rievocazioni, libri, articoli, roventi polemiche, appelli: un fiume in piena. La tribuna ufficiale di questa strana sinistra che lavora alacremente da dieci anni per la destra, il combattivo bimestrale MicroMega, spiega candidamente che il primo e vero beneficiario del terremoto provocato dal pool di Milano, in asse con quello di Palermo, è stato Silvio Berlusconi, l'Arcinemico. E sostiene che Mani pulite è un fallimento, perché i magistrati hanno perduto il consenso iniziale della folla, le vecchie abitudini corruttive sono tornate in auge, la grande riforma morale sognata dagli intransigenti di tutti i tempi si è di nuovo arenata sulla sponda italiana. Che cosa c'è da celebrare, di grazia? 
I nostri giustizialisti non lo dicono, non rispondono al quesito, preferiscono il salto logico e la contraddizione concettuale. Se approfondissero la questione, scoprirebbero infatti che la rivoluzione giudiziaria per la quale hanno speso tante energie nacque già storta, affetta da una malattia genetica: l'elitismo. La chiave di tutto sta nel pensiero di quel reazionario estetizzante che risponde al nome di Francesco Saverio Borrelli e nella sua nozione di «italiano medio» espressa con chiarezza in un colloquio con lo scrittore Antonio Tabucchi. Altro che rivoluzione, dice Borrelli, il nostro è stato un tentativo di restaurazione, piuttosto. Restaurazione della legalità in un Paese abitato da cittadini educati da secoli al cinismo, all'egoismo, al particolarismo, al familismo amorale della sociologia anglosassone. Volevamo raddrizzare le gambe ai cani, forzare la storia, sconvolgere con il codice penale l'antropologia italiana. «Vaste programme» avrebbe detto ironico il generale De Gaulle. 

Quella di Mani pulite è in fondo la storia di un golpe mancato, di un gioco pesante lasciato a metà. Il solito velleitarismo di una borghesia funzionaria spesso colta e spesso, non sempre, assai perbene. Un ceto che non ha avuto esitazioni nell'uso disinvolto del diritto, ma non ha capito per tempo come il diritto penale abbia in sé il proprio limite: con il codice corrente non si cambiano i regimi, con le sole manette non si redime l'uomo caduto nel peccato, con gli avvisi di garanzia a grappolo non si crea un domani che canta. 

Per questa bisogna, accudita tra la fine del Settecento e la fine del Novecento da due classi politiche di rilievo, i giacobini e i bolscevichi, ci vuole il diritto rivoluzionario, occorre il concetto di salute pubblica, e sono necessarie la ghigliottina e la purga. Poi si perde lo stesso la partita, sebbene nel caso francese resti un'eredità importante, incorporata nel caotico liberalismo democratico del mondo moderno, della società di massa globalizzata. Giacobinismo e bolscevismo sono fallimenti filosofici, e tragedie storiche, che però hanno cambiato le cose, hanno fatto muovere la terra che abitiamo di convulsione in convulsione. Mani pulite è in fondo un episodio minore. 

In un racconto molto bello di Somerset Maugham, Acque morte, il protagonista chiede conto della speciale tranquillità politica che si respira in un'isola dei mari del Sud, e ottiene più o meno questa risposta: «Qui c'è un regime di vera democrazia. Nessuno è incorruttibile». Da questo orecchio, per un difetto di cultura e di curiosità intellettuale che può insinuarsi anche tra gli eruditi della legge, tra i dottori del diritto, loro non ci sentono. Non capiscono che la slealtà verso la comunità, la disonestà personale, l'illegalità diffusa e sistematica devono essere perseguite dalla legge con la più rigorosa severità, ma un sistema politico e sociale non può essere cambiato in nome del bene: basta il meglio. Gli aggiustamenti, i compromessi, le riforme, le interpretazioni e soluzioni dei problemi storici (per non dire delle incursioni nella natura e identità di un popolo) non sono affare dei codici penali, che sono materiale rigido, illusione di giustizia e mero dover essere. La Chiesa lo sa, e infatti completa la giustizia con il perdono, e i gesuiti sono passati dai fulmini moraleggianti di padre Bartolomeo Sorge alla proposta di sospendere i processi al primo ministro avanzata da padre Michele Simone, raro esempio di prete con i baffi; mentre questo piccolo segreto la borghesia laica e funzionaria lo ignora. 
Il «codino» Borrelli aveva forse intuito la questione, e siccome è un esteta della legge con un carattere leggermente perverso si era esposto fino al confine della politica pura. Aveva parlato di supplenza istituzionale, aveva suggerito indirettamente al capo dello Stato, il clericale e opportunista Oscar Luigi Scalfaro, di chiamare i magistrati per un servizio ausiliario nelle istituzioni, la Repubblica giudiziaria. Aveva perfino manovrato le cose, il nostro direttore d'orchestra, in modo da ottenere la sconfitta del governo Berlusconi, che sentiva come una minaccia. Ma ci vuole coraggio, miei cari. Prima che un imprenditore ottimista e dal coraggio spavaldo come Berlusconi prendesse in mano l'antipolitica, e la trasformasse in uno strumento di riforma della politica, dovevate forse fondare, fuori dall'ambiguità, il partito degli intransigenti, e rischiare la vostra testa nella battaglia che conta. Ma il 7 dicembre è pur sempre Sant'Ambrogio, c'è la prima alla Scala, e un magistrato di illustre carriera ha altro da fare che impegnarsi per la creazione dell'uomo nuovo. Per fortuna.

Panorama
8/2/2002


Piero, serve più coraggio

I temi della giustizia sono al centro del dibattito politico e stanno facendo registrare scontri anche duri tra i diversi schieramenti sia per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia nel nostro Paese, su cui i toni sono diventati incandescenti dopo le dimissioni del sottosegretario Taormina e ancor più dopo l'aspra, ma su non pochi punti condivisibile, denuncia del ministro Castelli, sia per quanto riguarda il ruolo dell'Italia all'interno dell'Unione Europea, con la mancata adesione al progetto riguardante il mandato di cattura internazionale che vede già d'accordo tutti gli altri quattordici stati dell'Unione e che segna un grave isolamento del nostro paese. Su questi temi è intervenuto Piero Fassino, neo-segretario dei Ds, con un'intervista sul giornale "La Stampa" che sollecitava una sua presa di posizione che potesse favorire il rasserenamento del clima politico ed aprire le basi di un confronto produttivo tra maggioranza e opposizione. Fassino, come al suo solito, ha utilizzato toni pacati ed ha trattato tematiche condivisibili cercando, e per questo va apprezzato, di aprire una possibilità di confronto in modo da arrivare ad una riforma complessiva del mondo della giustizia, ormai non più rinviabile, con un ampio consenso delle forze parlamentari. Nelle parole di Fassino, però, abbiamo percepito ancora una certa timidezza ad affrontare alcuni importanti nodi, quella stessa timidezza che egli stesso, alla vigilia del congresso di Pesaro, rimproverava alla sinistra di aver avuto nell'affrontare il periodo di tangentopoli. Per vincere questa timidezza e per liberarsi dai retaggi dell'infausto passato è utile su alcuni punti, fare chiarezza! L'indipendenza della magistratura rappresenta un caposaldo dello Stato di diritto a difesa del quale la sinistra riformista deve essere schierata in maniera convinta. Ma l'indipendenza statuita anche dalla costituzione vale soltanto per i magistrati che giudicano, e cioè per coloro i quali sono chiamati a decidere sulla colpevolezza o l'innocenza dei cittadini giudicando la bontà delle tesi dei magistrati che accusano o degli avvocati difensori ed emettendo sentenze in nome del popolo italiano. Nel nostro sistema, invece, il principio dell'indipendenza di fatto è applicato anche nei confronti dei pubblici ministeri, che sono i magistrati che accusano, ma che nel comune sentire sono erroneamente definiti, anch'essi, giudici. Questa ambiguità è causa di quelle storture che una chiara divisione delle carriere eliminerebbe del tutto. Per essere più chiari è utile fare un esempio: si ricorderà il processo Marta Russo durante il quale due pubblici ministeri hanno ricattato e minacciato un testimone, la signora Alletto, fino a costringerla ad inventare le accuse contro i due giovani imputati. Se di questi gravi fatti (che rappresentano una vera infamia per lo Stato di diritto), si fossero macchiati i pubblici ministeri degli altri paesi d'Europa, nei loro confronti ci sarebbe stata una severa punizione. In Italia, invece, i due Pm non sono stati né puniti né semplicemente richiamati e questo perché nel nostro sistema il controllo sull'operato di tutti i magistrati spetta al Csm che è un organo composto in grande maggioranza dai colleghi di quei magistrati che si è chiamati a giudicare. Sull'eliminazione di queste storture la sinistra deve essere chiara e deve dire quello che le sinistre democratiche dicono in tutta Europa e cioè che sull'operato del pubblico ministero deve esistere un serio controllo che abbia ad oggetto anche la politica criminale che egli persegue. Oggi in Italia il pubblico ministero può decidere senza che nessuno intervenga quale reato perseguire e quale reato lasciare impunito, ed è per questo che solitamente egli preferisce perseguire quei reati che gli consentono una certa pubblicità ed una certa visibilità anche sui mezzi di informazione, e distoglie la propria attenzione verso quei fatti, come i furti, le rapine, le piccole violenze quotidiane che non danno certamente notorietà, ma per i quali invece i cittadini tutti richiedono maggiore attenzione. Su queti punti la sinistra dovrà spendersi, avendo la forza di lasciarsi alle spalle quell'infausta politica di appiattimento sempre e comunque a difesa dei pubblici ministeri che ha prodotto i risultati negativi, come da ultimo testimonia il dato elettorale della Sicilia. Per tornare a governare il paese è necessario riacquistare i consensi persi a vantaggio del centro-destra in questi anni e per fare questo, cioè per "disarticolare il campo dell'avversario" come dice Massimo D'Alema, è indispensabile sui temi della giustizia riappropriarsi delle battaglie garantiste. Ma, per farlo, occorre più coraggio.

On. Giacomo Mancini jr


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