| l'Ossimoro dedica, tra le libertà, una importante pagina al tema della laicità dello stato ed alla difesa di tutte le libertà di fede e convinzione. Raccogliere la sfida |
BILANCIO DI UN ANNO
relazione di Federico Coen
Non è facile tracciare un bilancio del grande Giubileo del Duemila. Non è facile prima di tutto per la sovrapposizione continua dell’elemento spettacolare sul messaggio che attraverso lo spettacolo si è cercato da parte del papa di trasmettere. Non è facile perché nell’ambito del messaggio la commistione tra religione e politica è stata costante, così da renderne ardua la decifrazione.
Una prima constatazione comunque si impone. Il Giubileo del 2000 è stato essenzialmente un grande spettacolo, che come tale ha avuto innegabile successo. Un successo reso possibile anzitutto dalla utilizzazione della città di Roma come palcoscenico: un palcoscenico offerto dalla compiacenza delle autorità di governo nazionale e locale; un palcoscenico su cui non è stato possibile per un anno intero recitare altri copioni. Cito due sole eccezioni di rilievo, entrambe contrastate dalle autorità e realizzate a fatica: la giornata del Gay pride e la celebrazione di Giordano Bruno, nel 400.mo anniversario del rogo.
Dunque un palcoscenico graziosamente offerto, con sacrificio finanziario e disagio della vita quotidiana dei cittadini della Capitale, ma soprattutto con esclusione di tutte quelle celebrazioni laiche del Millennio come festa civile che hanno avuto luogo in molti altri paesi che non hanno il privilegio di ospitare la cattedra di San Pietro. Come ha osservato Scalari, in tutto questo periodo i cittadini non credenti o credenti di altre fedi si sono sentiti retrocessi a cittadini di secondo grado.
Ma oltre al palcoscenico l’Italia ha offerto allo spettacolo confessionale anche la colonna sonora, per il tramite di una radio-televisione pubblica (si fa per dire) che ha consacrato alle oceaniche adunate papali, nei vari settori merceologici, un’attenzione che non ha avuto riscontro in nessun altro paese civile (e in Italia nemmeno nelle TV private) e un’attenzione sempre e costantemente elogiativa e celebrativa. Il che non deve stupire, considerando la composizione degli organi direttivi della RAI, e la scelta della persona – di cognome Buttiglione – a cui è stata affidata la responsabilità dei servizi sul Giubileo.
Ecco, dunque l’Italia ha contribuito al successo dello spettacolo
giubilare offendo unilateralmente il palcoscenico e la colonna sonora. E ha
ricevuto in cambio lo sgarbo (ma forse sarebbe meglio dire l’affronto) della
beatificazione di Pio IX, il papa che più di ogni altro ha cercato di opporsi
alla nascita dello stato italiano, dall’alto della sua infallibile
cattedra.
Sottolineare, come tutti hanno fatto,l’alleanza tra religione e spettacolo che ha caratterizzato il Giubileo, ma in genere l’intero pontificato di Wojtyla, non è per un laico motivo di stupore o scandalo, dal momento che la spettacolarizzazione investe ormai tutte le manifestazioni del pensiero – la politica, l’arte, persino la scienza. La cosa semmai può disturbare quei credenti che hanno cara una versione più intima, più sofferta, meno trionfale della religione. Ma ciò che importa è valutare il messaggio che attraverso lo spettacolo giubilare è stato trasmesso, distinguendone per quanto possibile la chiave religiosa dalla chiave politica. Mi attengo per il compito affidatomi alla seconda chiave, ma voglio evidenziare il tratto comune che unisce questi due messaggi che a mio avviso si riassume nella formula della CHIESA IMPERIALE; la Chiesa, cioè, che non solo non rinuncia alla propria struttura autoritaria – un unico capo che si considera infallibile, relegando la fallibilità ai singoli sacerdoti che sbagliano o hanno sbagliato nella storia – ma si avvale di questa struttura verticistica e autoritaria, che la differenzia da ogni altra religione, per cercare di imporre la propria verità al mondo intero, sul versante religioso come su quello politico.
Sul versante della religione, l’imperialismo ha avuto nel corso del Giubileo la sua espressione principale nel documento di Ratzinger Dominus Jesus , dove si riafferma che le chiavi del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno sono e rimangono nelle mani della Chiesa di Roma, anche se qualche lasciapassare potrà essere concesso ai credenti di altre fedi e persino – secondo l’interpretazione di Wojtyla – anche a qualche miscredenrte onesto. Un'impostazione che, nonostante i tentativi postumi di metterci una pezza, ha suscitato tra gli esponenti di altre fedi una prevedibile reazione negativa. Un sostanziale fallimento, dunque, sotto questo profilo; ed è naturale perché nessun dialogo è possibile quando una delle parti rifiuta per principio di rimettersi in discussione.
Sul versante della politica, l’evento
principale in cui si è espressa la Chiesa imperiale è venuto dal c.d. Giubileo
dei politici del 4/5 novembre su cui la nostra Società laica e plurale si è già
espressa, mettendo in evidenza che non si è trattato solo di un evento
spettacolare e diplomatico (offerta
di un patrono ai politici come ad altre categorie professionali,
ricambiato da un omaggio formale di alcune centinaia di parlamentari di varia
provenienza geografica), ma di una ben più impegnativa affermazione di
principio a sostegno del carattere vincolante
delle tesi politiche espresse dalla Chiesa di Roma. Le parole pronunciate
dal papa il 5 novembre, senza suscitare reazioni di rilievo da parte dei
politici presenti, non lasciano adito a dubbi: il legislatore cristiano deve
obbedire agli ordini del papa, non può contribuire all’approvazione di leggi
non conformi al disegno divino, quel disegno divino di cui il pontefice romano
è l’unico legittimo e infallibile custode. La volontà popolare, fondamento
di ogni democrazia, è dunque soverchiata, in questa impostazione, da una volontà
superiore, indiscutibile e non compromettibile. Il compromesso che in ogni
democrazia è condizione prima per
fare politica,viene qui negato in via
di principio. Il conflitto tra teocrazia
e democrazia non potrebbe essere più evidente.
Sta soprattutto in questa premessa normativa, che nega in radice l’autonomia del politico, la gravità dell’evento, che va oltre il contenuto dei singoli messaggi. Alcuni dei quali hanno un carattere genericamente umanitario e rischiano di lasciare il tempo che trovano, perché non si danno carico della complessità dei problemi indicati: a chi tocca sostenere l’onere del debito dei paesi sviluppati, alle imprese che li sfruttano o ai governi? Dove e come vanno alleviate le sofferenze dei detenuti? Possono i grandi problemi della giustizia e della sicurezza (in Italia ne sappiamo qualcosa) essere ridotti a un problema di amnistia? Quali politiche in concreto vanno adottate per governare il fenomeno dell’immigrazione di massa senza suscitare reazioni xenofobe? E non parlo della richiesta dell’abolizione della pena di morte, su cui la Chiesa dovrebbe cominciare a dare il buon esempio, non solo per i millenni passati, ma a quanto pare anche per il presente, trattandosi di una pena prevista nel suo Nuovo Catechismo.
Altri messaggi politici hanno, nelle intenzioni del papa, un valore concreto ben altrimenti perentorio e vincolante – e sono proprio questi i più retrivi, i più legati all’oscurantismo clericale: privilegi ulteriori per la scuola confessionale, con la svalutazione della scuola pubblica in quanto colpevolmente pluralista, rifiuto di ogni forma di contraccezione compresa la pillola del giorno dopo con una disputa bizantina sul momento del radicamento dell’embrione nell’utero, una disputa in cui ha dovuto scendere in campo, curiosamente, il capo del governo italiano, rifiuto della fecondazione assistita, rifiuto dell’eutanasia per i malati terminali, ostracismo agli omosessuali, anatemi contro il divorzio e l’aborto, e così via. Non entro nel merito di ciascuno di questi temi se non per sottolineare che essi fuori d’Italia sono affrontati in genere laicamente ed empiricamente, mentre in Italia sono tenuti artificiosamente caldi per la costante ingerenza della Chiesa nei dibattiti parlamentari. Ingerenza favorita, come tutti sappiamo, da un quadro politico anomalo, nel quale gli spezzoni in cui si è divisa la DC, in concorrenza tra loro, non cessano di cavalcare le posizioni più oltranziste della Curia papale, imitati in questo dall’opportunismo programmatico senza confini di Berlusconi e dei suoi; mentre i partiti di sinistra, che dovrebbero essere tradizionalmente i più sensibili ai valori laici, vivono una crisi identità ormai più che decennale, di cui non si vede ancora il punto d’approdo.
Sono queste per sommi capi le ragioni per cui
la Chiesa giubilare, mentre a livello religioso non ha fatto nessun passo avanti
nei confronti delle altre confessioni religiose, e mentre a livello politico
generale non è andata oltre un omaggio del tutto generico da parte dei governi, in Italia può vantare consistenti possibilità di successo
che le forze laiche hanno il dovere di fronteggiare
A mio modesto parere, due sono le frontiere su cui in Italia le forze laiche dovrebbero impegnarsi. La prima, la più ovvia, è essenzialmente difensiva: si tratta di contrastare in sede parlamentare e di governo l’ingerenza della Curia romana sui temi legislativi più delicati, che ho sopra ricordato per sommi capi. Ma qui, trattandosi di questioni di coscienza, gli interlocutori a cui rivolgersi non sono solo i partiti e le coalizioni di partiti, ma anche e prima di tutto i singoli esponenti politici, a cominciare dai candidati alle prossime elezioni, ai quali è legittimo chiedere un impegno di carattere laico, come la Società laica e plurale di accinge a fare.
La seconda frontiera, più impegnativa, è quella dell’impegno sociale – dal volontariato all’associazionismo culturale e ambientalistico, alla stessa economia associativa no profit – dove la presenza laica, non più alimentata dalle ideologie politiche tradizionali al tramonto, è oggi troppo debole e non paragonabile a quella – del resto pienamente legittima – delle organizzazioni confessionali, con la loro struttura capillare.
Tanto sull’uno che sull’altro versante , la battaglia delle forze laiche potrà avere successo solo se saremo capaci di superare gli steccati che talvolta sembrano dividere i credenti dai non credenti. Dobbiamo rendere chiaro che noi non combattiamo la religione né sottovalutiamo l’importanza dell’impegno umanitario che tante organizzazioni religiose, cattoliche e non cattoliche, esercitano in Italia e altrove. Noi ci battiamo contro il fondamentalismo clericale, che è altra cosa. Perciò dobbiamo evitare di lasciarci coinvolgere in dispute teologiche. Il problema non è se Dio esiste o non esiste. Il problema è di trovarsi concordi – credenti e non credenti – nel rispetto dei valori morali che non consentono a nessuno di proclamarsi portatore di una verità assoluta e di pretendere di imporla a chi non la condivide. È questo e non altro il confine che dobbiamo difendere - che poi coincide con il confine tra religione e politica, tra teocrazia e democrazia – un confine che trova nella nostra Costituzione repubblicana la sua più autorevole e vincolante definizione.
Il giubileo del Potere
bilancio d’un anno Promosso da Società
laica e plurale
INCONTRO
PUBBLICO Il
dibattito sarà preceduto da quattro interventi programmati: Gaia
Pallottino, Il Giubileo e Roma Mario Alighiero Manacorda, Il
pentitismo della Chiesa cattolica Daniele Garrone, La Chiesa più
chiesa delle altre Federico Coen, Affermazione del Potere papale Presiede Paolo Sylos Labini PARTECIPERANNO: Nello Ajello - Gaetano Arfè
– Mario Artali - Riccardo Barenghi - Piero Bellini - Paolo Bonetti -
Giorgio Bouchard - Luigi
Caiani - Cinzia Caporale – Roberta Carlini - Nino Cascino - Antonio
Cervati – Mauro Cioffari - Giancarla Codrignani - Nicola Colaianni -
Pasquale Colella – Domenico De Masi - Gianni Ferrara - Paolo Flores
d’Arcais - Giovanni Franzoni – Rina Gagliardi - Annita Garibaldi -
Filippo Gentiloni - Roberto
Giammanco - Domenico Jervolino – Luisa La Malfa - Sergio Lo Giudice –
Gianni Long – Massimo Luciani - Miriam Mafai -
Enzo Marzo - Maria Mantello – Giacomo Marramao - Annamaria Masini
- Italo Mereu - Felice Mill Colorni -
Enrico Modigliani - Piergiorgio Odifreddi - Valentino Parlato - Luigi
Pintor – Clotilde Pontecorvo - Paolo Ricca – Rossana Rossanda –
Giovanni Russo - Antonia Sani - Alba Sasso – Gennaro Sasso - Guglielmo
Simoneschi - Luciano Tas -
Michele Tito – Luigi Lombardi Vallauri - Guido Verucci – Mino Vianello
- Marcello Vigli - Rosario Villari - Aldo Visalberghi - Franco Voltaggio -
Aldo Zargani L’INCONTRO
E’ STATO PROMOSSO DA SOCIETA’
LAICA E
PLURALE INSIEME
CON ARCIGAY,
ASSOCIAZIONE DEMOCRATICA GIUDITTA TAVANI ARQUATI,
ASSOCIAZIONE LIBERO PENSIERO GIORDANO BRUNO DI ROMA,
CARTA 89, CENTRO BERTRAND RUSSELL DI ROMA, CIRCOLO GIUSTIZIA E
LIBERTA’ DI ROMA, COMITATO
NAZIONALE SCUOLA E COSTITUZIONE, COMITATO
TORINESE PER LA LAICITA’ DELLA SCUOLA, COMUNITA’ CRISTIANE DI BASE, CRIDES, CRITICA LIBERALE,
FORUM DELLE DONNE PRC, GRUPPO
LAICO DI RICERCA, LAICITA’,
LETTERA INTERNAZIONALE,
NOI, NOI SIAMO CHIESA,
RADIO CITTA’ FUTURA, UNIONE
ATEI AGNOSTICI RAZIONALISTI, WELFARE INTERNATIONAL ASSOCIATION. Società
laica e plurale Via d’Ascanio, 23 00186 Roma Tel. 066867981 e-mail: md1736@mclink.it www.italialaica.com |
Associazioni e gruppi insieme per riflettere sull’evento che ha segnato il 2000
Il Giubileo visto dai laici
Ieri a Roma un incontro sui rappporti tra Stato e Chiesa
A Giubileo appena terminato e con i primi bilanci rispetto agli obiettivi di partenza, anche il mondo laico coglie l’occasione per interrogarsi di nuovo sui rapporti tra Chiesa e Stato, tra religione e politica, tra fondamentalismo e cultura dell’altro. Soprattutto sulle difficoltà che i movimenti laici hanno affrontato da un anno a questa parte anche soltanto per manifestare la propria presenza - basti ricordare il World pride. Oppure, sulle continue intromissioni della Chiesa cattolica nell’attività legislativa della Repubblica Italiana. È stato il tema dell’incontro pubblico promosso da Società laica e plurale insieme a numerose altre sigle dell’associazionismo, della cultura e della politica, che si è svolto ieri a Roma, all’ex Hotel Bologna. Da Arcigay all’Associazione Libero Pensiero Giordano Bruno, dal Circolo Giustizia e Libertà al Centro Bertrand Russell, dal Comitato Nazionale Scuola e Costituzione a Critica liberale e tanti altri ancora. Presente nella lunga lista anche il Forum delle Donne del Prc. Paolo Sylos Labini ha presieduto il dibattito. Nella sua introduzione ha messo in evidenza la struttura complessa dell’evento giubilare. Innanzitutto, un livello profondo che riguarda la coscienza religiosa, di fronte alla quale occorre mantenere un atteggiamento di rispetto. Ma risulta abbastanza evidente che si è trattato di un aspetto marginale, rispetto a cui la dimensione mediatica e di spettacolo è stata preponderante. Al di sotto dei fenomeni di comunicazione di massa restano intatti tutti gli elementi di oscurantismo nelle questioni nodali della libertà politica, culturale e sessuale. «Non è una critica alla religione in quanto tale - precisa Sylos Labini - ma una denuncia dell’autoritarismo. Ad esempio, dell’atteggiamento di rifiuto dei vertici della Chiesa cattolica di qualsiasi metodo di controllo delle nascite nei paesi del Terzo mondo. Un rifiuto tanto a sostenere un movimento di educazione delle donne, tanto a consentire l’uso di strumenti ritenuti “contronatura”. Nella misura in cui anche farsi la barba è un atto contronatura». Gaia Pallottina, intervenuta a rappresentare Italia Nostra, sottolinea invece il legame tra Giubileo e politica urbanistica della città. «Dobbiamo ammettere che le aspettative suscitate dall’Anno Santo per il riammodernamento di Roma e per la costruzione di opere pubbliche sono state deluse». Anche il progetto “Restauro Italia” che prevede la conclusione di opere interrotte già prima del Giubileo, solleva giudizi critici. Insomma, la vecchia tesi secondo cui solo i grandi eventi hanno un effetto di traino e di sviluppo del tessuto urbanistico delle città, dimostra i propri limiti. In particolare, per Roma continua ancora oggi la logica della crescita a “macchia d’olio” e il Giubileo non ha spezzato il predominio della speculazione e dell’interesse privato. Sulla questione del “pentitismo” della Chiesa cattolica e del giudizio storico del proprio passato, dall’Inquisizione allo sterminio degli ebrei nell’ultima guerra, si è soffermato Mario Alighiero Manacorda. «C’è un sottile meccanismo per cui ogni volta che la Chiesa sembra riconoscere i suoi errori, cerca di coinvolgere l’altro. Attraverso un modo di esprimersi, uno stilema, un linguaggio si sottolinea non la diretta responsabilità della Chiesa, ma l’errore di alcuni cattolici, di certi individui e organismi del mondo cattolico». Manacorda ripercorre, in un lungo itinerario di citazioni, tutti gli eventi storici in cui Giovanni Paolo II ha parlato di colpa e, al tempo stesso, occultato le responsabilità della Chiesa cattolica: la strage degli ugonotti francesi nella notte di San Bartolomeo del 1572, la condanna di Galileo, le guerre di religione, le persecuzioni degli ebrei. «Tanto più il potere autocratico della Chiesa si identifica con la divinità, la verità ecc., tanto più difficile è il riconoscimento degli errori storici. Tutt’al più la colpa è attribuita a individui che hanno agito, in un “certo senso”, nel nome della Chiesa e che hanno commesso errori di interpretazione personali». Hanno chiuso il dibattito Daniele Garrone e Federico Coen. Il primo ha svolto un’analisi della politica ecumenica della Chiesa cattolica nei confronti delle altre confessioni cristiane. «Raramente si nota che nel Nuovo catechismo le altre chiese non sono menzionate, neppure come comunità ecclesiali. Di esse si parla soltanto in termini di nazionalismi, lotte umane e incomprensioni. La chiesa cattolica si ritiene più chiesa di tutte le altre chiese». Federico Coen sottolinea, invece, l’elemento principale del Giubileo che, a suo avviso, è stato quello mediatico, spettacolare. «Roma ha fatto da palcoscenico con la compiacenza di autorità nazionali e locali. È stato quasi impossibile recitare altri copioni. A fatica si è svolto il World pride, a fatica si è parlato della figura di Giordano Bruno. Per non parlare della Rai che ha consacrato dai suoi schermi tutte le adunate papali in tutti i settori “merceologici». Insomma, una Chiesa che con il Giubileo non solo non rinuncia alla sua struttura autoritaria e verticistica, ma che la utilizza per imporre la sua verità.
Tonino Bucci
Liberazione
19-1-2001
di Federico Coen
L'offensiva giubilare prosegue
il suo corso, penalizzando in
particolare la città di Roma,
avviata a essere la capitale
di uno stato pontificio
virtuale, ma non per questo
meno aggressivo. Deciso ad
approfittare fino in fondo
della compiacenza degli
amministratori locali, di gran
parte della classe politica
italiana e dei mass media,
papa Wojtyla continua
instancabilmente a promuovere
adunate, cortei e altre
manifestazioni di massa,
articolate per ogni categoria
di età, di stato sociale e di
mestiere, destinate tutte a
concludersi con oceaniche
assemblee in cui i fedeli, o
presunti tali, sono chiamati a
sostenere le posizioni della
Chiesa cattolica su temi
politici più che mai
controversi, dalla scuola
all'immigrazione, dalla
contraccezione all'aborto, e
via giubilando.
Nel quadro di questa
religione-spettacolo,
articolata per categorie, è
venuta l'ora dei politici di
professione. Assume infatti un
rilievo particolare, e
particolarmente inquietante,
la grande adunata del 5
novembre prossimo destinata ai
parlamentari e ai governanti,
in cui - a quanto si apprende
dalle anticipazioni
giornalistiche - il pontefice
intenderebbe proclamare
patrono della categoria sir
Thomas More, il noto autore de
L'Utopia, che fu giustiziato
nel 1534 per la sua
intransigente opposizione alla
separazione della Chiesa
d'Inghilterra dalla Chiesa di
Roma.
È stato già notato su Italia
laica il carattere strumentale
di questa scelta, che si
inquadra in una sorta di
offensiva revanscista cha la
curia vaticana, sotto la
copertura del conclamato
ecumenismo wojtyliano, sta
conducendo contro le chiese
protestanti alle quali il
cardinale Ratzinger, nelle sue
esternazioni recenti, ha
negato un'autentica
legittimazione evangelica. Ed
è stata anche notata la gaffe
compiuta con la scelta della
data del 5 novembre in cui si
celebra tuttora in Inghilterra
il fallimento del complotto
gesuitico per far saltare in
aria il Parlamento di
Westminster.
Ma, al di là di questi
dettagli, non si può fare a
meno di sottolineare il salto
di qualità che la
mobilitazione diretta dei
parlamentari e dei governanti
nelle manifestazioni del
Giubileo comporta nel rapporto
delicatissimo tra religione e
politica. Nei paesi
democratici - a differenza
delle dittature che in tempi
anche recenti il clero
cattolico ha sostenuto e
legittimato, dall'Italia alla
Germania, dal Cile
all'Argentina - la
legittimazione dei
parlamentari e dei governanti
viene unicamente dalla
sovranità popolare.
L'accettazione di un patrono
investito come tale da
un'autorità confessionale, e
la devozione che ne consegue,
rischiano di contraddire e di
sovrapporsi a questa
legittimazione democratica e
di pregiudicare il fondamento
stesso della laicità dello
stato in cui il parlamentare e
il governante operano. A
nostro avviso, ciò vale anche
per i politici che
appartengono a partiti
dichiaratamente cattolici. Ma
vale a maggior ragione per
tutti gli altri, a cominciare
da parlamentari e governanti
di sinistra, Alcuni dei quali,
incredibilmente, figurano
negli elenchi degli aderenti
al Giubileo dei politici, già
da tempo diffuso via internet
dal Vaticano.
E si parla ance di un
coinvolgimento diretto del
presidente della Camera,
Luciano Violante. Né si può
richiamare come copertura il
progetto di approvare, in
occasione del Giubileo dei
politici, documenti che
suscitano un largo e scontato
consenso . come l'azzeramento
del debito dei paesi
sottosviluppati o l'abolizione
della pena di morte - perché,
una volta accettato il
rapporto di patrocinio del
parlamentare e del governante,
questo rapporto tenderà a
perpetuarsi su altri temi, nel
quadro della crescente
tendenza della Chiesa
cattolica a impegnarsi sempre
più direttamente sul terreno
politico.
L'iniziativa di papa Wojtyla
di cui parliamo non è
limitata ovviamente
all'Italia: si prevede la
partecipazione di uomini
politici di molti paesi. Ma
non si può passare sotto
silenzio la particolare
incidenza che quella
iniziativa assume per il
nostro paese dove l'ingerenza
intransigente del Vaticano
nelle scelte politiche e
parlamentari è cronaca di
tutti i giorni, e dove questa
ingerenza si intreccia con una
campagna elettorale condotta
senza esclusione di colpi. Il
coinvolgimento, di cui si
parla, di un politico
intrigante come Cossiga
nell'iniziativa papale non
promette nulla di buono. Sono
queste altrettante ragioni per
suggerire ai parlamentari
italiani che si cerca di
coinvolgere nel patrocinio
papale una particolare
cautela. La carne è debole e
la caccia al voto cattolico è
sempre aperta con alterne
fortune. Ma non si facciano
illusioni.
Affidarsi al cardinale Ruini
per vincere un seggio
elettorale è come giocare un
terno al lotto, Il pensiero
laico è forte tra gli
elettori più di quanto non si
nei direttivi dei partiti. In
questa vasta area di possono
guadagnare o perdere molti
voti. Italia laica, nei limiti
della sua modesta ma crescente
influenza, farà la sua parte,
così come la faranno le tante
altre organizzazioni che si
ispirano alla laicità e al
valore permanente della nostra
Carta costituzionale.
Beatificazione
di Pio IX: una sfida che va
raccolta
Sono stato invitato a parlare,
a nome della Società Laica
e Plurale, del significato
politico della beatificazione
di Pio IX. E dico subito che,
pur appartenendo io a una
famiglia ebraica, non
tratterò la questione sotto
il profilo dell’antisemitismo,
come si è fatto ripetutamente
in televisione e sulla stampa.
Non parlerò del caso Mortara,
né delle mura del Ghetto,
demolite e ricostruite, né
delle tante umiliazioni subite
dalle famiglie ebraiche a Roma
e nello Stato Pontificio,
prima e durante il pontificato
di papa Mastai (segnalo in
proposito il bel libro appena
uscito di Carlo Villa,
recensito dalla mia rivista, Lettera
Internazionale). Non
parlerò di tutto questo
semplicemente perché, come
tutti sappiamo, l’antisemitismo
percorre tutta la storia della
Chiesa, non è stato certo
inventato da Pio IX, ma risale
a quasi tutti i suoi
predecessori, compresi molti
santi e beati.
La questione è un’altra: la
beatificazione di papa Mastai
è un’offesa rivolta alla
nazione italiana, alla
Repubblica italiana, a quello
Stato nazionale e a quel moto
risorgimentale che Pio IX
cercò in tutti i modi di
ostacolare con la forza prima
e di demonizzare poi con le
scomuniche, lasciando ai suoi
successori un mandato che per
sessant’anni ha pesato sulla
politica italiana e in qualche
modo pesa ancora. E, cosa
ancora più grave, l’offesa
è stata rivolta a tutto il
pensiero politico moderno che
con il Sillabo il beato
Pio IX ha cercato di
demonizzare in tutti i suoi
aspetti, non solo nel
liberalismo e nel socialismo,
ma anche nelle più elementari
regole democratiche e nello
stato di diritto, che sono o
dovrebbero essere le
fondamenta della Repubblica
italiana.
Non meritava questa duplice
offesa, questa sfida, una
risposta al livello delle
istituzioni? Io credo di sì.
Ma certamente meritava una
risposta al livello dei
partiti che si proclamano
democratici e progressisti.
Invece anche questa risposta
non è venuta, o è venuta
solo da minoranze. Non
dobbiamo meravigliarcene.
Questa insensibilità non è
che il sintomo di una malattia
profonda che ha avuto in
questi ultimi anni una serie
di manifestazioni
preoccupanti. Non solo siamo
arrivati al punto che in San
Pietro, alla cerimonia della
beatificazione del papa del Sillabo
e dell’anti-Italia ha
partecipato un ministro della
Repubblica italiana; ma siamo
arrivati al punto che il
governatore della Banca d’Italia,
una grande istituzione della
nostra Repubblica, si è
permesso di partecipare alla
commemorazione solenne dei
caduti di parte papalina (non
di tutti i caduti!) nello
scontro che seguì il 20
settembre 1870 alla breccia di
Porta Pia, e lo stesso
personaggio di recente è
arrivato a esaltare
apertamente la figura di Pio IX, sostenendo che le
repressioni e le persecuzioni
perpetrate sotto il suo
pontificato erano soltanto
legittima difesa; siamo
arrivati al punto che papa Wojtyla, quando tempo fa si è
affacciato alle finestre del
Campidoglio per benedire la
città, si è permesso di
chiamare Roma “la mia città”,
e il sindaco della capitale d’Italia,
dopo questa dichiarazione, gli
si è inchinato e gli ha
espresso imperturbabile la sua
devozione, come del resto
hanno fatto gli altri notabili
presenti; siamo arrivati al
punto che quando si è tenuta,
nella primavera scorsa, la
commemorazione del martirio di
Giordano Bruno, abbiamo
scoperto, noi che l’avevamo
promossa, che il prefetto di
Roma aveva emanato un’ordinanza
che vietava ogni
manifestazione pubblica che
venisse a coincidere con le
manifestazioni del Giubileo
cattolico; e ricordiamoci
ancora che solo a stento è
stato possibile, all’ultima
ora, superare la pretesa
papale di impedire la grande
manifestazione del Gay Pride,
dopo di che esponenti della
maggioranza e dell’opposizione
hanno fatto a gara nel
presentare le loro scuse al
sommo pontefice; ed è appena
il caso di ricordare qui la
condiscendenza alle richieste
del Vaticano con cui sono
state programmate e gestite le
opere eseguite in Roma in
occasione del Giubileo e i
relativi finanziamenti,
lasciando in secondo piano gli
intessi della cittadinanza e l’esigenza
di promuovere un autentico
progetto di sviluppo di una
città che, più di ogni altra
capitale europea, è affetta
da gravissimi fenomeni di
congestione. Né parlerò –
perché l’hanno fatto e lo
faranno altri – della
passività di fronte alle
interferenze ecclesiastiche
nella scuola, nella
legislazione sociale, nella
ricerca scientifica e via
enumerando.
Ma ciò che viene in
considerazione in questa
crescente subalternità tutta
italiana all’offensiva
spirituale e anche temporale
da parte della Chiesa
cattolica, non è solo l’atteggiamento
passivo delle istituzioni e
delle forze politiche, di
governo e di opposizione, ma
anche la passività del mondo
della cultura e dei mezzi di
informazione. Basti pensare al
grande credito che è stato
dato, in questa fase
giubilare, al mito di una
presunta svolta epocale che
sarebbe stata compiuta dalla
Chiesa cattolica ad opera di
papa Wojtyla, con la
disponibilità a sottoporsi al
giudizio storico attraverso
reiterate richieste di
perdono, e con una profluvie
di messaggi ecumenici che
configuravano la
disponibilità del papato a
sottoporsi al confronto da
pari a pari con le altre
religioni, in deroga al dogma
dell’infallibilità, e così
via. Fiumi di inchiostro sono
stati versati per inneggiare a
questo grande evento in tutta
la stampa italiana – molto
meno nel resto d’Europa,
quasi nulla in Inghilterra e
negli Stati Uniti – e non
pochi illustri intellettuali
di tradizione laica e
altrettanti uomini politici e
perfino finanzieri e dirigenti
d’azienda hanno
improvvisamente scoperto di
essere credenti, mentre tutte
le reti televisive, pubbliche
e private, trasmettevano le
immagini delle processioni e
delle assemblee oceaniche in
piazza San Pietro.
Ma ecco che sono arrivate,
come era prevedibile, le
doccie fredde. Ci hanno
spiegato che gli errori e i
crimini – piccoli errori,
piccoli crimini, soltanto
milioni di morti – per i
quali si chiedeva un perdono
postumo, erano imputabili non
alla Chiesa cattolica in
quanto tale, ma alle
deviazioni di singoli
esponenti della medesima, che
avevano in buona fede male
interpretato una verità
eterna e immutabile; ci hanno
spiegato, con la pronuncia
ufficiale dell’ex Sant’Uffizio,
chiamato oggi Congregazione
della Dottrina della Fede,
firmato Ratzinger, a nome del
papa, che solo all’interno
della Chiesa cattolica e
ispirandosi alla sua dottrina
si può avere la certezza di
salvare la propria anima dalle
fiamme dell’inferno; ci
hanno spiegato, con la
beatificazione di papa Mastai,
che il Sillabo, con le sue
condanne di tutto il pensiero
moderno, e il dogma dell’infallibilità
pontificia continuano a far
parte del bagaglio ideologico
della Chiesa di Roma e l’elenco
potrebbe continuare. Ma queste
doccie fredde, che in paesi
più civili del nostro, a
cominciare da quelli di
tradizione protestante, hanno
suscitato profonda delusione,
non hanno avuto in Italia una
risonanza lontanamente
paragonabile agli entusiasmi giubilari.
Eppure, dovrebbe essere
chiaro, a questo punto, che l’offensiva
messa in campo con il grande
Giubileo apparteneva ed
appartiene più all’area
dello spettacolo che a quella
della religione e del
pensiero. Dovrebbe essere
chiaro che la Chiesa di Roma
– ferma restando la sua
struttura verticistica e
autoritaria che la differenzia
da tutte le altre confessioni
religiose – non rinuncia a
considerarsi depositaria di
una verità assoluta e
immutabile, impermeabile a
ogni influenza esterna, così
come non rinuncia a ricavare
da questa presunta verità la
pretesa di intervenire in modo
altrettanto autoritario in
tutti i campi della vita
sociale – dalla scuola alla
scienza, dal diritto di
famiglia alla vita sessuale,
dalla giustizia all’immigrazione,
e via decretando – senza
accettare il confronto da pari
a pari con chi non condivide
le sue decretazioni.
Non voglio drammatizzare. So
bene che all’orizzonte della
politica italiana si addensano
oggi altre minacce, in
presenza di una destra
reazionaria e xenofoba. Ma
dobbiamo pure renderci conto
che l’anomalia italiana, che
ci tiene lontani dall’Europa
migliore, non ha soltanto le
sembianze dei Bossi e dei Berlusconi, ma anche quelle
del cardinale Ruini e di
quella parte della Chiesa
cattolica che coltiva le
ambizioni di un nuovo temporalismo. È legittimo
allora, e urgente, chiederci
quali possibilità esistono
per fermare la deriva
clericale che in Italia va
crescendo assai più che
altrove.
Il primo dovere, a nostro
avviso, per tutte
le forze laiche e
anticlericali – cioè per
tutti coloro che combattono
non la religione, ma il
fondamentalismo clericale
– consiste nel mettere
da parte le divisioni
politiche che sono di ostacolo
a un’azione comune.
Paradossalmente, è proprio il
Sillabo di Pio IX che
ci indica la strada, dal
momento che accomuna nella
stessa condanna tutto il
pensiero politico moderno –
liberali, democratici,
socialisti, comunisti – e
quindi ci suggerisce la
necessità di stare insieme,
almeno in questa battaglia.
Valorizziamo questo
insegnamento tanto autorevole.
Il secondo dovere, non meno
importante, è quello di
abbattere gli steccati che
talvolta sembrano dividere i
credenti dai non credenti.
Bisogna evitare a ogni costo
di lasciarsi trascinare in
dispute teologiche circa l’esistenza
o l’inesistenza di Dio e
ciò che ne consegue, come il
convegno annunciato con grande
clamore per domani tra il
direttore di una rivista
culturale e il cardinale Ratzinger. Anche questa è una
forma di spettacolo, che ha
poco a che vedere con la
cultura laica. No, il problema
non è se Dio esiste o non
esiste, una domanda a cui
forse nessuno è in grado di
dare risposte definitive. Il
problema è che coloro i quali
si riconoscono nell’una o
nell’altra versione della
divinità si rispettino tra
loro e rispettino coloro che
non credono, perché si
affidano alla ragione umana
per decifrare i misteri dell’universo
e per darsi delle regole di
vita. Il problema è di
trovarsi concordi nel rispetto
dei valori morali che non
consentono a nessuno di
proclamarsi portatore di una
verità assoluta e di
pretendere di imporla a chi
non la condivide. La Società
Laica e Plurale, che io
qui rappresento, comprende
nelle sue file credenti e non
credenti, cristiani di diverse
scuole ed ebrei, esponenti di
differenti aree politiche e
culturali, che si sono trovati
uniti nell’affermare questi
valori morali che abbiamo
cercato di riassumere nel
nostro Manifesto laico
(a cura di Enzo Marzo e
Corrado Ocone, Laterza, 1999),
aperto a tutte le adesioni.
E infine il terzo dovere di
noi laici sta nel batterci
senza compromessi per il
rispetto della nostra
Costituzione, a cominciare
dalle norme che sanciscono l’eguaglianza
di tutti i cittadini
indipendentemente dalle
convinzioni politiche o
religiose, che dichiarano
tutte le confessioni religiose
egualmente libere davanti alla
legge, che promuovono il
libero sviluppo della ricerca
scientifica, che escludono il
finanziamento pubblico delle
scuole private.
Ecco, io credo che seguendo
queste tre direttrici –
unità delle forze laiche,
rispetto e collaborazione tra
credenti e non credenti,
difesa della democrazia
repubblicana – i portatori
della cultura laica potranno
battersi con successo anche in
Italia contro la deriva
clericale e potranno
richiamare al loro dovere
costituzionale le forze
politiche che troppo spesso si
lasciano fuorviare in questo
campo da calcoli elettorali
destinati a rivelarsi miopi ed
effimeri.
Federico
Coen
Direttore della rivista
Lettera Internazionale,
edizione italiana
e-mail: lettera.int@tiscalinet.it
(Roma, “Manifestazione
anticlericale”
- 20 settembre 2000)