I neofiti del riformismo 

La presentazione a Milano della nuova iniziativa di Claudio Signorile - la "gazzetta politica"- ha attirato al Circolo della Stampa un grande numero di compagni ed ha suscitato molto interesse e...  qualche commozione.  

Ne parla Paolo Mieli sul "Corriere", rispondendo ad una lettera di Vertemati. L'Ossimoro è orgoglioso di aver fortemente contribuito al successo della serata. Non molleremo! 

I socialisti, dieci anni dopo il «grande terrore»: Paolo Mieli risponde a Luigi Vertemati


I neofiti del riformismo 

C'è indifferenza e persino fastidio nei confronti di un settore della sinistra che si pronuncia in termini prudenti ed equilibrati nelle scelte di politica estera e nei metodi del dissenso 

Il punto di rottura nei rapporti interni dell'Ulivo allargato allo Sdi e Udr, è stata la posizione assunta nei confronti dei "disobbedienti", ed il giudizio espresso su movimenti che stanno accompagnando il rifiuto della guerra in Irak.
Se questo è l'aspetto formale di un contrasto destinato a proseguire, la sostanza delle questioni è più profonda ed ha le sue radici nell'evoluzione dell'Ulivo da soggetto politico vincitore di una battaglia per il governo, ad alleanza elettorale sconfitta, a contenitore improbabile di soluzioni politiche diverse e configgenti.
In sostanza sta avvenendo quello che in altri momenti era stato previsto. L'Ulivo riduce sempre più la sua capacità di aggregazione ed espansione, e segue lo spostamento a sinistra del "cuore" della sinistra, che ben si identifica nell'egemonia culturale e politica che i movimenti hanno assunto. L'attenzione dei cosiddetti riformisti dell'Ulivo, ed in particolare del gruppo dirigente dei Ds, è volta a contenere la capacità di orientamento di Cofferati e dell'area dei movimenti, tentando una problematica operazione di assorbimento per adesione.

Vale a dire, stare il più vicini possibile, nella speranza che passato il momento di tensione, e la spinta propulsiva delle circostanze, finisca per prevalere la continuità organizzativa e la quotidianità della struttura organizzata di partito. Ipotesi problematica, perché questa struttura organizzata, non ha in realtà da offrire niente altro: non obiettivi condivisibili; non un progetto politico programmabile; non una prospettiva di lotte e di successi.
È più facile quindi prevedere che la spinta delle circostanze, vale a dire il movimento contro la guerra, lo scontro sociale, la radicalizzazione della lotta politica, siano fattori che finiranno per favorire il consolidamento della realtà dei movimenti e la loro visibilità come soggetto politico autonomo e protagonista. Sarà quello il momento nel quale il gruppo dirigente di provenienza Ds, compreso Cofferati, si troverà di fronte alla scelta se seguire questo processo di prevalenza della sinistra di movimento, o rompere restando fedeli alla strategia della sinistra delle istituzioni. In ogni caso, come è stato già detto altre volte, la fine dell'unità politica dei post-comunisti è già una realtà, perché nello stesso partito e nello stesso schieramento si vanno delineando progetti politici radicalmente diversi.

Il modo con il quale è stata trattata la moderata presa di distanza di Sdi e Udr, da parte del gruppo dirigente dei Ds e di ampi settori della Margherita, nasce da questo stato di cose. C'è indifferenza e persino fastidio nei confronti di un settore della sinistra che si pronuncia in termini prudenti ed equilibrati, su una questione delicata come quella delle scelte di politica estera e della qualità e metodi del dissenso. Lo sguardo dell'Ulivo attuale è rivolto altrove, e non saranno le proteste dei socialisti dello Sdi e dei cattolici democratici dell' Udr a suscitare preoccupazione ed attenzione. Nello stesso tempo c'è uno spazio politico ampio ed importante che deve essere occupato in modo aggressivo e concreto, dando voce e visibilità ad una cultura di governo capace di capire e garantire il dissenso su valori forti della coscienza popolare, ed insieme garantire una democrazia efficiente, che non risolve i problemi con la repressione ed il rifiuto.
La forza del riformismo di cui oggi tanto si parla anche a sproposito, è nell'essere cultura di governo nelle istituzioni, ma anche, e soprattutto, nella società. In questo c'è la differenza fra chi il riformismo lo ha vissuto e lo vive nella propria esperienza storica, e chi ne parla, come il neofita parla della dottrina da poco acquisita. 

da "la gazzetta politica"

I socialisti, dieci anni dopo il «grande terrore» 


Quante volte, caro Mieli, leggo nella sua rubrica valutazioni sulle forze politiche vecchie e nuove: la parte più silenziata è il mondo socialista. È vero, i socialisti sono divisi e dispersi; nella vulgata di questi ultimi anni l' essere socialisti ha comportato isolamento, censura; nessuna o quasi delle iniziative socialiste è registrata dai mezzi di informazione. In questa nuova Italia dove la politica è diventata più mestiere che passione, trovano piccoli spazi i singoli che «sono stati» socialisti, molto meno le iniziative e le proposte socialiste. Grandi ideali, importanti riforme civili e sociali, cento anni di storia, successi politici e di governo a tutti i livelli, percorsi personali, vite intere, sono finite nel cestino di una società pronta a dimenticare. 

Luigi Vertemati Milano 

Caro Vertemati, 

mi sono accorto che lei era qualche giorno fa a Milano al varo del nuovo giornale edito dall' ex ministro socialista Claudio Signorile, La gazzetta della politica. Avrà notato, anche lei, l' insolita quantità di persone presenti a quell' ora di pomeriggio e anche una certa intensità del loro modo di esser lì. Certo, eravate in quella sala stracolma per salutare un' iniziativa editoriale. Ma mi è parso di scorgere nelle vostre espressioni, nel vostro modo di parlare tra voi - anche lei è un ex dirigente del Psi ma molti dei convenuti all' epoca non erano stati nè lombardiani nè «signoriliani» - una sorta di orgoglio per l' identità ritrovata. O, quantomeno, la felicità di chi può constatare che è finito il tempo delle catacombe. In che senso? In questi giorni cade il decennale dell' avviso di garanzia a Bettino Craxi. Qualcuno di voi socialisti pensò in quel dicembre del 1992 - periodo in cui avrebbero dovuto essere in corso i festeggiamenti per il primo secolo di vita del Psi - che l' uscita di scena di Craxi potesse essere la fine di un incubo iniziato il 17 febbraio con l' arresto di Mario Chiesa. Invece, stava per cominciare l' anno della purificazione collettiva che prese il volto del «grande terrore»; un anno, il 1993, in cui l' intero (o quasi) sistema della Prima Repubblica fu trascinato nel gorgo della cosiddetta Rivoluzione italiana. Adesso vedo anch' io che moltissimi socialisti i quali non ebbero nulla a che fare con la corruzione e che avevano creduto nel Psi di Bettino Craxi (alcuni, com' è fisiologico in un partito democratico, opponendosi al segretario) si sentono autorizzati a riprendere la parola in pubblico anche senza dover ricorrere - com'è stato fino a ieri - alla protezione di ex missini, ex comunisti o «uomini nuovi» emersi dal cataclisma del ' 93. E c' è da felicitarsi che sia così. Ovvio poi che, come traspare dalla sua lettera, caro Vertemati, vogliate riprendere il discorso al momento in cui fu interrotto: quello del bilancio di un secolo di storia del socialismo democratico in Italia. Ma penso che per poter fare liberamente quel bilancio, prima vada scritta una storia a più voci di come scomparve il vostro partito: episodi grandi e piccoli, sensazioni, emozioni, lutti, pensieri e riflessioni che accompagnarono quella fase della vostra vita. Mi piacerebbe poter leggere un libro del quale ognuno di voi, dirigenti del Psi ad ogni livello, abbia scritto una paginetta per raccontare con meticolosa precisione quel che ricorda di quei mesi tra il ' 92 e il ' 93. Senza dar troppa importanza ai contrasti che ancor'oggi vi dividono o ai diversi punti di vista sull' accaduto. Credo che solo così, cioè tirando fuori tutto quel che vi è rimasto in corpo e nella mente da quell' ormai lontano dicembre 1992, vi sentirete davvero liberi di riprendere il cammino senza dover più guardare all' indietro. Si fidi, Vertemati: fatelo.

Paolo Mieli 
Corriere della Sera 
martedi,10 dicembre 2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina