non solo Francia....i temi di questa pagina si intrecciano strettamente con il dibattito politico italiano e con l'impegno per ricostituire una forte area di democrazia socialista anche nel nostro paese

 

Ruffolo:una risposta europea in difesa del Welfare

 

A Parigi l'ultimo baluardoLazar : ma non ha vinto Chirac Lang: sconfitti perché astrattiTouraine:il declino della socialdemocrazia
Pericoli anche in ItaliaI «rivoluzionari» più vecchi del mondoAmato: pericolo per l'EuropaD'Alema: simboli e valori antichi non bastano
Lionel non si è fatto amareFranchi: senza popoloLa Sinistra “vedova” di MitterrandHollande: un monito per tutta l'Europa
Le paure della FranciaFrancia sotto chocIl portavoce: non é giustoJospin: riforme socialiste

L´EX MINISTRO FRANCESE DELL´ISTRUZIONE ELETTO IN UN FEUDO DI LE PEN 
Lang: socialisti sconfitti perché fuori dalla realtà 
«Jospin è stato un eccellente capo di governo ed il futuro gli renderà onore, tuttavia non siamo riusciti a trasformare le condizioni di vita nei quartieri popolari e la campagna elettorale è stata troppo tecnocratica» 

corrispondente da PARIGI 

SOCIALDEMOCRAZIA svedese? Terza via inglese? I socialisti francesi sono di fronte a un appuntamento storico con se stessi. Rullati dal ciclone Chirac-Raffarin, secondo le migliori tradizioni socialiste, sono ora in preda ad una crisi di nervi generalizzata e all´inizio di una guerra per correnti secondo il vecchio schema: liberali e riformisti alla Fabius contro i "gauchisti". Jack Lang, ministro dell´Istruzione nel governo Jospin e vincitore delle elezioni in un seggio difficile nel Nord arato da Jean-Marie Le Pen, eccentrico colto e parigino, fa in quest´intervista il bilancio di un disastro e l´inventario dei problemi, primo fra tutti dialogare con la gente e non soltanto con i circoli parigini. 


Monsieur Lang, non pensa che sia arrivata l´ora di una Terza via per il socialismo francese? 

«Sì, non so se ci debba essere una terza, una quarta o una quinta via, ma sinceramente credo che il socialismo debba profondamente rinnovarsi. Purtroppo molti socialisti si sono tagliati fuori dalla realtà e dai cambiamenti della società». 

Qual è stato l´errore più grave della campagna elettorale socialista? 

«Jospin è stato un eccellente capo di governo, la politica è riuscita, il suo è stato uno dei migliori governi della Quinta repubblica e penso che il futuro renderà l'onore al suo governo». 

Ma ha perso le elezioni. 

«Sì per colpa della campagna elettorale e delle persone che l´hanno condotta rinchiudendolo in una prigione tecnocratica». 

C´è stato anche un errore di linea, troppo di sinistra, troppo di destra? 

«Nessun governo è perfetto. Ci sono state politiche non riuscite, per esempio non ci è riuscito di trasformare le condizioni di vita nei quartieri popolari. In questo campo la sinistra è stata troppo timida, ha mancato di immaginazione e di respiro. Ma ciononostante Jospin avrebbe dovuto essere eletto. C´era tutto per vincere: un bilancio positivo e la sua onestà indiscutibile di fronte a una destra mediocre. Abbiamo perso a causa di una cattiva campagna elettorale, troppo tecnocratica». 

Cosa pensa del ritiro di Jospin? 

«Mi dispiace, ma lo capisco». 

Non crede che possa ripensarci e tornare alla politica? 

«Penso che riapparirà sotto altra forma, più intellettuale, filosofica, letteraria. Non credo nel ritorno a un impegno diretto». 

Dopo le presidenziali perdute c´è stato un ritocco nella linea politica del partito socialista, più a sinistra per inseguire l´elettorato dell´estrema sinistra che tanto ha pesato nella sconfitta alle presidenziali. E´ stato un altro errore? 

«Quando i socialisti parlano di "più sinistra" usano un´espressione retorica. Che cosa significa?» 

Per esempio essere contro le privatizzazioni, come è stato scritto nei ritocchi. 

«Certo, questo è un sentimento dei socialisti. Ma se si dice più di sinistra e si intende una politica più forte di redistribuzione allora io rispondo sì, in particolare tra città ricche e povere. Tra i quartieri. Ecco questa resta una grande questione socialista: la redistribuzione delle risorse». 

E questo non è stato fatto dal governo di sinistra? 

«Troppo timidamente». 

Il ministro delle 35 ore, Martine Aubry è stata bocciata in un collegio elettorale molto popolare e da sempre di sinistra. Non pensa che sia stata anche una bocciatura della legge per la riduzione del tempo di lavoro da parte dei lavoratori meno qualificati? 

«Certo, il provvedimento delle 35 ore è stato vissuto come una penalizzazione dai salariati più modesti. Ma non è in causa personalmente Martine Aubry, bensì un comportamento della sinistra troppo istituzionale, tecnocratico, burocratico, conformista». 

Troppo intellettuale? 

«Troppo gentile, non sarebbe stato male essere molto "intello"». 

Troppo parigino nei confronti della Francia provinciale e profonda? 

«Sì, si può dire anche così, ma soprattutto senza presa con la realtà viva. Abbiamo avuto una sorta di conformismo istituzionale e ufficiale che ha privato la sinistra di respiro, di slancio senza il quale non si può far politica. Non è una questione di programmi, ma di atteggiamento di spirito, di impegno, di rapporto con la gente». 

Lei è stato candidato in un collegio difficile, a Boulogne-sur-Mer, dove nel primo turno delle presidenziali Le Pen aveva incassato un sacco di voti. 

«Se io sono riuscito a vincere in quella circoscrizione che era meno a sinistra di altre dove invece abbiamo perso è perché sono riuscito con i miei amici a mobilitare l´elettorato popolare e i giovani». 

Ha convinto anche elettori di Le Pen? 

«Direi di sì perché il Front aveva il 21 per cento e ha preso soltanto il 9. Ho visto e toccato il sentimento di sfiducia, di protesta e disperazione. Non lo giustifico, ma il disagio va capito alle radici». 

E tuttavia, dopo questo giro elettorale, si può dire che l´estrema destra in Francia ha ormai un venti per cento dell´elettorato. 

«No, io credo che il vero voto di estrema destra sia il 7-8 per cento. Al di là c´è il voto di protesta». 

Si è parlato molto del successo del nuovo primo ministro Raffarin, e di una Francia "raffarinée". Che ne pensa? 

«Guardi io penso che nessuno ha vinto, in realtà. La sinistra è stata messa ko al primo turno delle presidenziali e dunque prima ancora che cominciasse la vera partita e quando la destra, con il 19 per cento preso da Chirac, non poteva certo dire di aver vinto. Poi si sono succedute un´incredibile serie di anomalie. Il voto per Chirac all´82 per cento è surrealista. La metà degli elettori che hanno votato per lui era di sinistra». 

D´accordo, ma poi cos´è successo? 

«Che è nato un governo decoroso, la gente era stanca di elezioni e ha detto "perché no?", senza illusioni, senza convinzioni e senza entusiasmo». 

Lei pensa che Raffarin sia stato votato anche da elettori di sinistra? 

«Non è impossibile, per stanchezza. Ma in tutto ciò non bisogna certo fare di Monsieur Raffarin un eroe moderno. Per il momento non ha fatto nulla...» 

Ha vinto le elezioni. 

«Diciamo che non le ha perse. E d´altra parte per ora si è esibito soltanto in furbizie politiche. E le sole misure prese, sono antisociali. Tratteniamoci da giudizi precipitosi, non va né sottovalutato né sopravvalutato». 

Si parla molto di onda conservatrice in Europa. Secondo lei Raffarin e il suo governo sono paragonabili ad altri leader e governi europei? 

«Ma, non so. Io non approvo certo la politica di Berlusconi, ma mi sembra di un altro livello, intelligente e brillante. La mia è un´impressione, molto soggettiva. Chi è davvero Raffarin? Vedremo». 

Per quanto riguarda invece il campo della sinistra, non crede che i socialisti francesi dovrebbero assomigliare un po´ di più ai laburisti di Tony Blair, l´unico vincente oggi in Europa? 

«Le tradizioni politiche sono molto diverse. Il socialismo di Tony Blair susciterebbe rivolte sociali in Francia, noi non possiamo accettare le disuguaglianze sociali inglesi. Io credo che potremmo ispirarci di più alla tradizione svedese. Da un lato liberare energie e iniziative per favorire creazione di ricchezza e lavoro; dall´altro la redistribuzione sociale». 

Si chiama socialdemocrazia. 

«Appunto». 


La Stampa 
1/7/2002


Mentre le truppe jospiniane sbandavano dopo l´ascesa di Le Pen è stato l´unico leader ps a dire: voterò Chirac e la mano non mi tremerà 

corrispondente da PARIGI 

SUL lurido orizzonte dei «caniveaux» parigini ingombri di cacche di cane («crottes») si gioca il futuro della sinistra francese e una parte del suo paradossale destino: domani sera alle 20, dopo il secondo turno delle elezioni legislative, Parigi resterà l'ultimo bastione socialista nella Francia «raffarinée» e Bertrand Delanoë, sindaco della capitale, l'ultimo generale dell'ex armata di Lionel Jospin in rapida disfatta sotto l'offensiva delle truppe provinciali di Jean-Pierre Raffarin, il premier con la camicia a quadretti, il sovrintendente di Jacques Chirac che in un mese di lavoro a Matignon ha convinto i francesi a regalare una maggioranza di governo al più screditato e meno votato (solo il 19 per cento al primo turno) presidente della Quinta repubblica. Un anno fa Delanoë riconquistava Parigi ai socialisti dopo l'era trionfante e scandalosa della «chiraquie» al potere e sembrava simbolicamente completare la presa del potere socialista. Da domani sera il simbolo si rovescerà in estremo residuo di resistenza socialista. E Bertrand Delanoë, primo sindaco gay dichiarato della civiltà europea, diventerà per inerzia il leader possibile della riforma socialista. Di sicuro - oggi - l'unico vincente. Fra Delanoë e la rifondazione del socialismo francese c'è la questione sozza, politicamente fastidiosa, apparentemente minimalista, snobisticamente rimossa eppure socialmente così concreta delle «crottes» sulle quali - per esempio - l'anno scorso 650 parigini sono scivolati e sono finiti all'ospedale. Al di là degli incidenti, la questione è di igiene, di estetica urbana e di economia perché Parigi - statistiche francesi - è la capitale europea con la maggior popolazione canina domestica. E di conseguenza - statistiche non francesi - la più sporca. Una vecchia consuetidine consentiva ai proprietari dei cani di non rimuovere le «crottes» depositate nei «caniveaux», i canaletti che corrono accanto ai marciapiedi e nei quali, al mattino, scorre l'acqua dei tombini. Una campagna igienista che si esprime nel sito www.peticrotte.fr.st, con proteste, voci, dibattiti, petizioni ha spinto Delanoë a proclamare la sua originale «tolérance zero». Contro le «crottes». Multa di 180 euro a chi non ramazza, anche nei «caniveaux». Sollevazione popolare, guidata da Brigitte Bardot contro la «repressione» e a favore di un'«autentica politica di integrazione degli animali nella città». Il dibattito prosegue e in attesa di capire se la «crotte» sia di destra o di sinistra (se cioé convenga di più reprimere o tollerare), urge quello più noioso ma ugualmente pressante di che cosa debba diventare il socialismo francese per provare a riconquistare una leadership politica che sembrava solida e che invece s'è squagliata nelle indimenticabili dodici ore (dalle 8 alle 20) del 21 aprile scorso quando Lionel Jospin capo del governo s'è trovato superato e umiliato dal vecchio fascista residuale Jean-Marie Le Pen. E' stato in questo breve giro di giorni, rovesci di sentimenti, caduta di fragili dei, improvvisi abbandoni (Jospin) che l'elegante e assertivo sindaco di Parigi («A chi mi chiede se sono modesto, rispondo di no») ha moltiplicato apparizioni, dichiarazioni, addirittura proclami. Mentre lo stato maggiore socialista sbandava come una truppa orfana del comandante Jospin caduto sul campo, mentre il primo segretario del partito François Hollande provava a trasformare la frenesia in carisma, Bertrand Delanoë è uscito allo scoperto. Prima dicendo chiaro e tondo quello che pochi socialisti osavano di fronte alla sfida di Le Pen: «Il 5 maggio io voterò Chirac e la mia mano non tremerà». Poi proiettandosi sul futuro: «Dobbiamo crescere e andare avanti senza Jospin». Figlio di un geometra e di un'infermiera, Bertrand Delanoë, 52 anni, è vissuto a Tunisi fino a quindici anni, trasformando l'esperienza di «pieds-noirs», di ex-colono rimpatriato dal Maghreb in ricchezza culturale invece che in risentimento, come è stato per molti. Ha cominciato a far politica all'ombra di Mitterrand. A un certo punto ha mollato tutto e s'è messo a fare il pubblicitario; è tornato al Ps in epoca non sospetta, all'indomani della storica sconfitta del '93, senza mai partecipare alla lotta tra correnti, sospesa nel '97 quando l'imprevista vittoria elettorale consegnò il partito nelle mani gelide ma pulite di Lionel Jospin. Ha scelto con intelligenza (1998, mentre il governo di sinistra approvava il riconoscimento delle unioni civili, il Pacs) il momento di dichiararsi omosessuale. Nel 2001 Jospin lo ha candidato a sfidare il fantasma di Chirac, rappresentanto da Philippe Séguin, all'Hotel de Ville di Parigi, per anni santuario della «chiraquie», divenuto il simbolo di una tangentopoli senza grandeur: inchieste su un'inverosimile quantità di biglietti aerei per Chirac, moglie e figlie; inchieste su un totale di spese gastroniche che avrebbe risolto una parte dei problemi rimasti aperti nell'ultima riunione della Fao; inchieste su manutenzioni e appalti nelle case popolari. Delanoë vince con un profilo più amministrativo che politico, dato che già allora l'edificio socialista cominciava a sgretolarsi e nelle città della provincia stava partendo la rimonta della destra. Tuttora Delanoë, quando deve dire qualcosa di politica, parla di trasporti, alloggi, asili nido, giardini pubblici, vivibilità della città: «La mia prorità è occuparmi di Parigi». Con la preoccupazione di non apparire un uomo in transito, di non usare l'Hotel de Ville come un trampolino politico rovesciando così il modello Chirac che aveva scelto la mairie di Parigi dopo essere stato primo ministro e nella prospettiva dell'Eliseo. A qualunque costo. Piste ciclabili, corsie preferenziali per gli autobus, investimenti sugli asili nido, ma anche aiuti alle associazioni (aumentati di 110 milioni di euro), invenzione dei «mediatori» sociali per prevenire delinquenza e insicurezza. I bilanci si faranno, la destra dice che nonostante tutto ciò Parigi ha il traffico più lento e più caotico di prima; è più insicura e più sporca, causa «crottes» e non solo. Grande amico del sindaco di Roma Walter Veltroni (che chiama «Ualtèr») il quale ogni volta che viene a Parigi dice di sentirsi «à ma maison», come a casa sua, Delanoë sta forse abbordando il percorso opposto: dal municipio al partito. Per ora ha scalato il barometro Ispos che registra il gradimento dei francesi per i loro politici: è al 48 per cento, ben al di là di tutto lo stato maggiore socialista. Se non scivola su una «crotte», nel futuro del Ps la sua parola peserà parecchio. 

La Stampa 
15/6/2002


IL POLITOLOGO MARK LAZAR, DIRETTORE DI SCIENCES POLITIQUES 
«Certamente non ha vinto Chirac» 
«E´ stato un voto per rifiutare l´ideologia dell´estrema destra» 


corrispondente da PARIGI 

PROFESSOR Lazar, chi vincerà le elezioni politiche? «Questo non lo so, ma posso dirle chi non ha vinto le elezioni presidenziali: Jacques Chirac». Con Marc Lazar, politologo, direttore di Sciences Politiques, una delle grandi scuole di Parigi, cerchiamo orientarci nel labirinto francese dove sta per entrare in funzione un nuovo governo di destra e dove il 9 e 16 giugno si svolgeranno le elezioni politiche. S'è dissolto l'incubo Le Pen grazie alla mobilitazione della sinistra che ha votato per il grande avversario Chirac che si trova ora stretto in un inedito paradosso: è il presidente che al primo turno ha preso il numero più basso di voti (19 per cento), ma è al tempo stesso quello ha ricevuto l'investitura più massiccia, quasi plebiscitaria (82 per cento) nel secondo turno. 


Professor Lazar, perché dice che Chirac non ha vinto le elezioni?

«Perché domenica è successo che la Francia ha rifiutato Le Pen e non ha votato per eleggere Chirac. Il suo primo turno è stato disastroso, come presidente uscente non ha credibilità personale e non ha raccolto consenso intorno al progetto che ha presentato agli elettori».

Secondo lei Chirac ha coscienza di questa situazione?

«Direi di sì a giudicare dal modo in cui è arrivato domenica sera in piazza della République. S'è presentato come l'uomo del 'rassemblement', nel quale possono riconoscersi tutti i francesi che hanno votato contro Le Pen in nome della democrazia e dei valori repubblicani. Ha cercato di mettersi all'altezza di una situazione inedita».

E come prima mossa ha nominato Jean-Pierre Raffarin primo ministro. Come la interpreta?

«Ci sono segni importanti in questa scelta. Inanzitutto verso la maggioranza presidenziale: Raffarin non è un uomo Rpr (del partito di Chirac, ndr), ma di Democrazia liberale. Questo vuol dire che si tratta di un'apertura verso le diverse anime della destra. Non ha voluto chiudersi dentro il suo partito e implicitamente propone un'alleanza più ampia».

Tutti davano per scontata la nomina di Nicolas Sarkozy, che invece è un uomo Rpr. Perché l'ha scartato?

«Proprio perchè Sarkozy è un 'prodotto tipico' Rpr, ha un profilo più di destra, avrebbe rotto il senso di 'rassemblement' che ha invece l'investitura Raffarin».

Come se avesse fatto una scelta di apertura a sinistra?

«Non si può dire così, ma certo questo governo sarà attento agli elettori più moderati, più centristi. Chirac ne ha bisogno per le elezioni di giugno».

Ma sarà un governo vero o un governo provvisorio?

«Se la stagione non fosse così fredda, potremmo dire un governo 'balneare'. Prevedo subito alcune misure simboliche sulla sicurezza: la creazione di un ministero apposito, la convocazione di una conferenza. E poi si parla già dell'annuncio di sgravi fiscali per settembre».

Un'elezioni presidenziale così plebiscitaria ha anche resuscitato la sinistra che ha dimostrato di saper mobilitare un elettorato assenteista. Quanto peserà questo sulle elezioni politiche?

«Sono molto aperte e le previsioni sono impossibili. La sinistra ha a sfavore il risultato negativo del 21 aprile quando Jospin è stato eliminato ed è uscito di scena, le divisioni (che restano) e la mancanza di un leader. A favore ha la grande mobilitazione dei giovani che l'ha spinta a rianimarsi, un po' com'è successo alla sinistra italiana con i girotondini».

Questo basterà a fronteggiare la destra che da oggi avrà un governo elettorale?

«Non so. Chirac giocherà anche la carta di un voto contro la coabitazione e questo è un argomento efficace con i francesi che probabilmente vorrebbero un governo che lavora col presidente per cinque anni e non contro com'è accaduto con Jospin. Ma le elezioni politiche sono ben diverse da quelle presidenziali: entrano in gioco i rapporti tra deputati ed elettori che sono molto stretti».

E comunque resta l'incognita Le Pen.

«Certo, ha guadagnato 600 mila voti tra i due turni nonostante la tamburellante propaganda contro che è stata fatta con tutti i mezzi e nel Sud-est, in città come Nizza o Marsiglia ha percentuali impressionanti». La partita francese è appena cominciata. 


La Stampa
7/5/2002 


Una risposta europea in difesa del Welfare

GIORGIO RUFFOLO


Domenica prossima qualche milione di intransigenti seguaci della estrema sinistra francese dovrà votare per Chirac o, astenendosi, per Le Pen. Giusto contrappasso per il peccato di imbecillità politica. Non è certo la prima volta che il settarismo fanatico colpisce al cuore la sinistra. Il precedente di gran lunga più tragico risale agli anni Trenta, quando il partito comunista tedesco, per colpire i socialdemocratici, aprì le porte a Hitler. Allora furono proprio Trotzki e i trotzkisti a denunciare "il comportamento irresponsabile" di Stalin.
Tuttavia sarebbe sbagliato ridurre tutto ciò che è successo in Francia ad anatema verso l´estremismo divisionista, come verso l´astensionismo qualunquista. Come ha scritto Scalfari, questi deprecabili fenomeni scoprono due problemi cruciali: la disaffezione alla democrazia e la debolezza del socialismo riformista. Su quest´ultimo aspetto vorrei fare qualche breve riflessione.
Quando, cinque anni fa, nella generale sorpresa, la maggior parte dell´Europa si scoprì socialdemocratica, ci fu chi gettò un po´ di acqua fredda sul fuoco degli entusiasmi, avvertendo che quella vittoria, più che adesione a un progetto della sinistra, sembrava dovuta a una grande minaccia di smantellamento della protezione sociale da parte della destra. Ora quella vittoria pare si stia sgretolando: non solo in Francia. La serie nera è cominciata nel giugno ´99, con le elezioni europee. È proseguita con la Spagna, con l´Italia, con il Portogallo. Ora con la Francia. E la socialdemocrazia è seriamente minacciata in Germania. Queste sconfitte non sono affatto riconducibili a una cattiva gestione del governo, e in particolare dell´economia. In Spagna, in Italia e, particolarmente, in Francia, i governi socialisti o di centro sinistra hanno dato buona prova di capacità di governo. Ciò che è mancata non è la gestione, ma la visione.
In società ricche ma insicure come le nostre, il consenso politico non è legato solo alla congiuntura economica, ma anche e soprattutto alla fiducia nella capacità di affrontare in prospettiva i grandi problemi strutturali che generano un disagio sociale di fondo. In mancanza di quella, ogni governo è esposto a una rapida erosione elettorale del consenso. Il ciclo politico si accorcia. Questa volatilità politica nevrotica ha colpito a suo tempo le maggioranze di centro destra. Oggi colpisce le maggioranze di centro sinistra.
Per consolidare il consenso occorrerebbero progetti politici forti. La socialdemocrazia generò negli anni cinquanta e sessanta un progetto politico forte: il welfare state. Esso consisteva in un compromesso storico tra la democrazia e il capitalismo: tra un´economia di mercato aperta e una politica economica che assicurava un livello di piena occupazione e un equilibrio sociale soddisfacente tra beni pubblici e beni privati.
Quell´assetto è stato, negli ultimi due decenni successivi alla crisi degli anni Settanta, incrinato gravemente dall´interno e dall´esterno. Dall´esterno, perché il processo di globalizzazione ha gravemente ridotto la sovranità economica degli Stati nazionali europei e ha tolto così ai governi la possibilità di garantire la piena occupazione attraverso politiche macroeconomiche di sostegno della domanda. Dall´interno, perché l´accento ossessivo che globalizzazione e rivoluzione tecnologica ponevano sulla competitività comprimeva la spesa sociale, trasformando il Welfare State da un ideale da perseguire a un costo da minimizzare (le cosiddette riforme della destra hanno sostanzialmente questo senso).
La risposta dei socialisti riformisti europei a queste spinte ha variato tra due tipi estremi: la difesa rigida e quella elastica. La prima consiste nell´arroccarsi nelle istituzioni dello Stato sociale come in una linea Maginot. Ma si sa: le linee Maginot, prima o poi, vengono aggirate. L´altra - la cosiddetta "terza via" - comporta l´accettazione di fondo della mercatizzazione e la predisposizione di ammortizzatori economici e sociali diretti ad attutire e compensarne i rischi e i traumi: un po´ come materassi posti sulle curve più pericolose del turbocapitalismo. Il governo socialista francese si è mosso abilmente nello spazio compreso tra queste due alternative estreme. Ma pur sempre nell´ambito di quello che chiamerei il pensiero debole della sinistra. Malgrado gli innegabili successi che esso può orgogliosamente rivendicare: la migliore performance europea per quanto riguarda il tasso di crescita e quello di disoccupazione, esso non è riuscito a giungere alle radici del disagio sociale che alimenta le ali estreme dello spettro politico.
Per giungere fin lì, occorre un pensiero forte: un progetto che restituisca alla politica l´iniziativa dello sviluppo economico e sociale, orientandolo verso una società altrettanto ricca dell´attuale, ma giusta. Per questo occorre dare una risposta nuova e positiva, non solo difensiva, alle spinte che hanno determinato la crisi del compromesso socialdemocratico.
È proprio questa risposta che il socialismo riformista europeo non ha saputo dare, finora. La risposta più efficace alla globalizzazione, e all´erosione della sovranità politica che essa implica, è, senza alcun dubbio, l´unità politica europea, con il recupero di quella sovranità a un livello superiore a quello degli Stati nazionali. Solo a quel livello è possibile realizzare le premesse economiche e finanziarie di un modello sociale europeo. Ma davanti a questa barra da saltare, la maggior parte dei cavalli socialisti recalcitrano. Il riformismo socialista è rimasto, nella maggior parte dei paesi europei, legato alla matrice statalista nazionale, entro la quale è cresciuto. Di Europa, nella campagna elettorale francese, non si è quasi parlato.
La risposta più efficace alla offensiva privatistica e liberista, con tutte le sue conseguenze sociali disgreganti, è un deciso riorientamento delle risorse verso i grandi bisogni collettivi: la sicurezza, l´ambiente, l´istruzione, la formazione permanente, le infrastrutture e i servizi pubblici. La spesa sociale deve aumentare rispetto al prodotto nazionale. Il problema del suo finanziamento, se non si vuole, come non si deve, andare a sbattere contro il muro della pressione fiscale, deve essere risolto spostandone l´onere dal welfare state alla welfare society: decentrando una quota crescente ad attori sociali, a quella economia associativa (fondazioni, associazioni, cooperative sociali) che costituisce la nuova frontiera di un socialismo moderno, non statalista e non subalterno a un liberismo demagogico che promette spudoratamente meno tasse e più servizi.
La risposta più efficace è l´introduzione di una "bussola" dello sviluppo. Oggi il comandamento supremo è la competitività: la corsa frustrante dei cani che inseguono una lepre finta e irraggiungibile. "Correre correre, ma dove"? Una riforma fondamentale sarebbe quella di introdurre, accanto all´indice sempre più bugiardo del Pil, che mischia i beni e i mali, un indice composito di traguardi desiderabili e possibili, nei settori essenziali per il benessere sociale (il lavoro, la salute, la sicurezza, l´ambiente). Dare un senso alla crescita, significa fondare un nuovo concreto consenso. Significa ridare al riformismo socialista la credibilità che sta perdendo. Significa, come diceva Leon Blum, "riportarlo alla purezza della sua ispirazione primitiva".


la Repubblica
1 maggio 2002


«Ripiegare su simboli e valori antichi non basterà alla sinistra per vincere»

D’Alema: «Resisto, vado a tutte le manifestazioni, ma anche uniti siamo al 40%» «Intese culturali e istituzionali o il bipolarismo non regge alle spinte antisistema»



ROMA - La Francia, l’Europa, l’Italia. E naturalmente le sinistre, e i destini di un riformismo che adesso sembra davvero sotto schiaffo. Qual è la lezione del voto francese? In questa intervista al Corriere, Massimo D’Alema dà le sue prime risposte. Destinate a far discutere assai. La sinistra plurale francese, così diversa dall’Ulivo, ha perso più fragorosamente ancora del centrosinistra italiano. Che cosa accomuna, e che cosa rende diverse, secondo lei, queste due sconfitte? 
«Tante cose. Ma anzitutto mi preme sottolineare come, continuando a ragionare con categorie nazionali su tendenze che, almeno nel contesto dell’Europa continentale, sono da un pezzo omogenee, ci si condanni da soli alla sconfitta. Non si capirà mai la vittoria dell’Ulivo nel ’96 fuori dalla spinta di centrosinistra allora prevalente in Europa, e non si capirà nemmeno la vittoria di Berlusconi senza inserirla in una spinta opposta. Invece di liberarci dal provincialismo, è un anno che discutiamo del cortile di casa. Il voto francese ci impone prima di tutto di cambiare modo di pensare». 
Già. Ma in quale direzione? 
«Questo voto segnala, in forme diverse, qualcosa che la vittoria di Berlusconi già anticipava. E cioè la crescita, a dir poco rigogliosa, del populismo e dell’antipolitica. Se qualcuno si sforzasse di fare quella che una volta si chiamava l’analisi del voto, scoprirebbe facilmente che a impressionare non sono le dimensioni quantitative della sconfitta delle sinistre, ma quelle delle componenti antisistema». 
Ma Le Pen non è certo una novità nella politica francese... 
«Già. Però è una novità il fatto che due personalità di straordinario rilievo politico e mediatico come Chirac e Jospin raccolgano insieme un po’ meno del 25 per cento dei consensi dei francesi che hanno raggiunto la maggiore età. Significa che l’idea di dare un voto utile per il governo, un voto nel sistema e di sistema, è parsa convincente a un francese su quattro. Le sembra una cosa di poco conto?». 
No. Ma vorrei sapere quali conseguenze ne trae lei. E prima di tutto capire perché, secondo lei, è la sinistra a pagare il prezzo più alto. 
«Non si capirà mai quello che sta capitando se non si parte, in Francia come in Italia, dalla crisi della dimensione nazionale della politica, ridimensionata fortemente sia dalla globalizzazione sia dall’unità europea...». 
Le chiedevo della sinistra... 
«La sinistra paga di più perché si è identificata assai più della destra, come è ovvio, nei riformismi nazionali, e perché viene vista, e giustamente, come la principale responsabile, nel bene e nel male, del processo di integrazione europea. Che ha portato all’euro, è vero, ma non ha prodotto una nuova dimensione democratica, europea, appunto, della cittadinanza. Cosicché l’Europa viene percepita per quello che è: moneta, mercato, vincoli, ma non una realtà politica vicina ai cittadini su questioni chiave come il lavoro e la sicurezza». 
Vuol dire che, secondo lei, quello francese è stato un voto contro l’Europa, o almeno contro questa Europa? 
«Voglio dire prima di tutto che è un voto che non si lascia interpretare solo secondo lo schema classico destra-sinistra, che segnala una crisi forte di quel bipolarismo, e che pone l’esigenza di un dialogo tra le forze democratiche». 
Sta proponendo una via francese al consociativismo e alla grande coalizione? 
«Ma no. Sto dicendo che già il voto di ballottaggio, un voto di unità democratica per Chirac, difficilmente sarà senza conseguenze. E la conseguenza migliore da trarne, secondo me, è quella di un’intesa istituzionale e prima ancora culturale, senza la quale il bipolarismo non potrebbe reggere alle spinte antisistema di destra e di sinistra. Le elezioni legislative avranno dinamiche diverse da quelle presidenziali, anche per la diversità dei sistemi elettorali. La sinistra, che per la prima volta potrebbe presentare candidati comuni già al primo turno, non è condannata a perderle: il ballottaggio a tre, probabile in circa 200 collegi, la avvantaggerà. Potrebbe anche aprirsi una nuova stagione di coabitazione, che però assumerebbe un significato assai diverso che in passato. Ma insisto: il problema non è solo francese. Non si dà una risposta a una crisi politica che, con tutte le sue varianti nazionali, ha una dimensione continentale, se non emerge una classe dirigente europea, di destra e di sinistra, paragonabile per qualità e per progetto a quella che l’Europa l’ha fatta. A questo proposito, penso che la rottura dell’asse tra popolari e socialisti sia stata un danno assai grave». 
Non crede di sopravvalutare il peso delle difficoltà politiche dell’Europa, e di sottovalutare la portata del cosiddetto vento di destra? 
«Proprio no: la destra è forte, ci mancherebbe, ma non ha né le ambizioni né le capacità egemoniche di Reagan e della signora Thatcher negli anni Ottanta. Allora la destra neoliberista incarnò un progetto di modernizzazione, oggi questa destra incarna paure. E il voto francese ci dice, drammaticamente, che non si può restare a metà del guado. O si fa un vero salto di qualità verso la costruzione politica dell’Europa, la democrazia europea, o ci si rassegna a rinazionalizzare la politica. E quando parlo di un’Europa politica parlo anche della sua collocazione internazionale, di come stabilire un rapporto di partnership, non di antagonismo, non di dipendenza, con gli Stati Uniti. Per affrontare queste sfide serve una classe dirigente coesa sui princìpi. Paragonabile, per capirci, a quella italiana ed europea del primo dopoguerra». 
E questo che cosa dovrebbe significare, per la sinistra? 
«Andare oltre i confini del socialismo europeo, che è rimasto chiuso nella sua tradizione. Può darsi che i popolari, cercando di assorbire qualcosa della nuova destra, si siano anche un po’ snaturati, ma almeno sono stati coraggiosi». 
Non pensa, invece, che le sinistre, non solo in Francia, paghino soprattutto per le loro divisioni vecchie e nuove? 
«Lo so anch’io che senza l’unità non si vince. Ma le sinistre, se raggiungono tutte insieme il 40 per cento, anche unite perdono. Non me la sento di rimproverare Jospin, come fanno molti suoi apologeti italiani di ieri, perché ha cercato di parlare a tutti i francesi. Forse ha commesso un errore tattico, parlando al primo turno, quello in cui bisogna fare il pieno delle proprie forze, con il linguaggio del secondo. Ma l’ambizione di diventare il presidente dei francesi, e non il capo dell’opposizione, era sacrosanta, mitterrandiana. Più in generale: pensare di rispondere alle sconfitte ripiegandosi sui simboli e sui valori antichi, nonché sul tradizionale insediamento sociale, significa rassegnarsi a una lotta di difesa, o meglio a combattere sì, ma indietreggiando». 
Qualcuno potrebbe obiettarle che non c’è altro da fare, e che, se attaccano, resistere devi... 
«E io vado a tutte le manifestazioni, resisto. So bene che, se non raduni le tue forze quando sono sotto attacco, finisci in una terra di nessuno dove tutti ti possono aggredire con successo. Ma vorrei anche che la sinistra tornasse a vincere, non solo a resistere. E so che non si vince senza indurre in primo luogo i giovani a vivere i cambiamenti con speranza, non con paura, a vederne le opportunità, non solo i pericoli; e senza produrre idee, cultura, progetti. In Europa, in Francia, in Italia, serve un riformismo cosmopolita, non basta la difesa di diritti conquistati trent’anni fa. La divisione vera, a sinistra, è questa: una divisione culturale, antropologica, prima ancora che politica, sul rapporto con la modernità». 
Ma il suo discorso sulla necessità di un dialogo e di una convergenza tra centrodestra e centrosinistra vale solo per la Francia e per l’Europa, o può essere tradotto in italiano? 
«Tra Chirac e Le Pen c’è un fossato invalicabile, le due destre francesi, eredi rispettivamente del gaullismo e di Vichy, sono assolutamente inconciliabili. In Italia, Berlusconi, che non è figlio di nessuna delle culture democratiche europee, è alleato con la destra antisistema. Ne ha stemperato la rozzezza, sì, ma l’ha portata al governo, in un’inedita miscela di liberismo e di populismo. No, per cambiare questa destra occorre batterla. Ma non si può batterla se non si riguadagna un profilo nazionale ed europeo, se si fa politica solo per mobilitare la propria gente e non per parlare anche ai tanti che non stanno né di qua né di là». 
Lei dice: non si torna a vincere strillando al regime. 
«Già. Ma il guaio è che il migliore alleato di chi lo grida è proprio Berlusconi: non è facile difendere una visione civile del bipolarismo con un presidente del Consiglio che possiede tre tv private e pretende di mettere al bando i giornalisti sgraditi della tv pubblica. Può darsi che Berlusconi radicalizzi lo scontro per tenere insieme un blocco elettorale contraddittorio, tacitando malcontenti e delusi. Ma, a maggior ragione, vincerà chi saprà spingere lo sguardo oltre le baruffe quotidiane e delineare un progetto per il futuro. E una sinistra che non lo facesse, che sinistra sarebbe?». 

Paolo Franchi

Corriere della Sera
27 aprile 2002


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