Anche Gaetano Arfè ci lascia...

Ciao, Gaetano

Cari amici e compagni,

è con grande tristezza che annuncio la scomparsa di Gaetano Arfé, uno degli ultimi protagonisti della stagione della storiografia etico-politica e di quella militante, nel senso più nobile del termine.
Per me è stato molto di più: un compagno affettuoso, una guida autorevole, un testimone di socialismo coerentemente vissuto (dalla Resistenza, combattuta giovanissimo in Valtellina, all'attentato al tritolo che nel 1973 gli distrusse la casa, dai numerosi  importanti impegni di partito ed istituzionali alle amarezze degli ultimi anni, in campo politico e, spiace dirlo, anche universitario).
Altri, meglio di me, ricorderanno la sua carriera e le sue numerose opere (un profilo è anche nel sito della Sissco, di cui è stato socio).
Io preferisco salutarlo con uno degli aneddoti che egli amava raccontare e che egli (come uno dei suoi maestri, Benedetto Croce) riteneva parte integrante del racconto storico. Alla fine di un comizio a Forlì, dedicato alla commemorazione di Andrea Costa, un vecchio compagno gli si avvicinò e gli disse: "Arfé, tu non sei uno storico, ma un cantastorie!". Gaetano ricordava sempre questo episodio con il suo sorriso buono ed ironico e con un certo, giusto, compiacimento...
Ciao Gaetano, grande cantastorie di un tempo che fu...

Giovanni Scirocco

Nell'Ossimoro ci sono molti interventi di Gaetano Arfè. In questa triste occasione ci piace segnalare in modo particolare:

 Giustizia e Libertà:la storia di uomini che non trionfarono mai, ma che non furono mai vinti

Gaetano Arfè su Aldo Aniasi : Grazie, Iso


È morto Giovanni Pesce, il gappista Visone

Wladimiro Settimelli

 

 

Come per tutti i ragazzini, le grandi imprese, il coraggio, la determinazione, l'impugnare una pistola in pieno giorno e andare all'attacco, richiedevano sempre un uomo grande e grosso, un eroe alto e massaccio, senza paura e pronto a scattare al minimo pericolo. Invece, Giovanni Pesce, medaglia d'oro della Resistenza, comandante dei Gap - i gruppi patriottici che attaccavano i nazisti e i repubblichini tra la gente, per strada, sul tram o in treno - era piccolino, tranquillo, silenzioso. Insomma, non parlava mai più del necessario e quando lo faceva erano parole senza ostentazione, protervia o sciocche vanterie. Quando lo aveva visto la prima volta, da ragazzo appunto, ero quasi rimasto deluso. Poi, con il trascorrere degli anni, avevo capito e , in più di una occasione mi ero fermato a chiacchierare con lui a lungo, nella speranza di capirne fino in fondo la mente, il cuore, le scelte, la paura e la tragedia: quella di dovere sparare a qualcuno, per strada, senza battere ciglio.

L'altra notte Giovanni Pesce, nome di battaglia «Visone», è morto a casa sua, a Milano, assistito dalla moglie Onorina, nome di battaglia «Sandra», la cara staffetta che, nel 1943, era l'unica a poterlo avvicinare per consegnare gli ultimi ordini del Comitato di Liberazione nazionale e della direzione del Pci. Già, perché il più famoso gappista d'Italia era comunista e veniva da una famiglia antifascista abituata al lavoro e alla sofferenza.

La biografia di Giovanni ha dell'incredibile. Quando lui raccontava di quella sua vita complicata e diversa dal solito, potevi stare ore ad ascoltarlo. Era nato nel 1918 a Visone D'Acqui, in provincia di Alessandria. Il padre, presto, molto presto, era stato costretto ad andarsene da casa e ad emigrare in Francia con tutta la famiglia. I fascisti non davano tregua. Erano finiti in un paesetto con le miniere e Giovanni, nella piccola vineria aperta dal padre, trascorreva ore e ore con «musi neri». A volte, qualcuno finiva lo stipendio cercando di soffocare nel bere la miseria e la nostalgia. Ecco Pesce, ascoltava sempre quei minatori e da loro imparava e capiva. Poi, anche lui, a quattordici anni, era finito giù nelle gallerie per quattro soldi.

Il giorno che l'Italia fascista aveva attaccato la Francia ormai messa alle corde dai nazisti, lo avevano trasferito in un campo di prigionia. Poi il rientro, da solo, a Visone. Una spiata lo aveva fatto finire in carcere e poi al confino di Ventotene , dove aveva conosciuto Pertini, Terracini e tanti, tanti altri compagni.

Nel 1943, con il crollo del fascismo, «Visone» era tornato di nuovo a casa. Poi, il partito lo aveva mobilitato per fondare i Gap a Torino. Ma il lavoro più duro e difficile lo avrebbe, più tardi, affrontato a Milano. Era stato inviato in Lombardia per occuparsi delle grandi fabbriche perché fascisti e nazisti terrorizzavano gli operai. Centinaia di loro venivano, tra l'altro, trasferiti nei campi di sterminio. E guai a protestare o scioperare. C'erano, tra gli addetti alle macchine di alcune grandi industrie, capi e capetti che facevano la spia. O personaggi che, per una manciata di soldi e qualche chilo di sale (che Italia terribile e piena di odio e di terrore in quel '43, '44 e '45) erano disposti a vendere chiunque. C'era bisogna, dunque, di una azione forte che facesse sentire agli operai che la Resistenza pensava a loro e alla loro protezione. Giovanni Pesce, dal nulla, aveva imparato a sparare, Non solo: portava sempre addosso due pistole, non una sola. Ed era diventato uno che non sbagliava mai un colpo. Viveva isolato in un microscopico appartamento e usciva soltanto per l'attacco improvviso e per incontrare altri due o tre compagni dei Gap. Ma quando entrava in azione era sempre solo: non si fidava di nessuno.

In uno dei tanti incontri, gli avevo chiesto: «Ma non avevi paura?», e lui: «Eccome». Poi aveva ancora spiegato: «Una volta ho detto ai compagni che quel comandante dei repubblichini addetto agli arresti nelle fabbriche, non era arrivato in ufficio. Invece c'era. Ma io ero stato colto dal tremito e dal panico e non avevo fatto nulla. La volta successiva, dopo alcune esitazioni, era partito deciso ad assolvere all'incarico. Ero entrato nel bar dove il comandante stava facendo colazione. Mi ero avvicinato e avevo spianato la pistola. Per un attimo ci eravamo guardati negli occhi. Un attimo che non finiva più. Avevo letto in quello sguardo la sua paura, il suo terrore. Poi avevo visto che stava mettendo la mano alla pistola. Allora avevo fatto fuoco tre o quattro volte. Subito dopo ero uscito e saltato sulla mia bicicletta. Dovevo giustiziare quel comandante. Sapevo dei nostri compagni e di tanti innocenti, torturati, impiccati, fucilati».

Quante volte hai sparato avevo chiesto a Giovanni. E lui aveva risposto: «Molte, molte volte. Non le ho mai contate». Poi ancora aveva aggiunto: «Sai che nel dopoguerra, su un tram a Milano, ho incrociato gli occhi con la moglie e figli di un famoso spione che avevo liquidato. Ci siamo sfioranti e ognuno e andato per conto proprio. Credimi è stata dura. Ammazzare, anche se in guerra e nella battaglia più grande per la libertà, non è facile. Ogni volta mi si stringeva il cuore».

Nella motivazione della medaglia d'oro, si ricorda che «Visone» era stato, insieme a un compagno dei Gap gravemente ferito, inseguito dai nazisti. Lui aveva preso sulle spalle quel ferito e, sparando come un pazzo, si era dileguato. Pochi giorni dopo, con altri, aveva assalto «Radio Torino» ed era riuscito a distruggere parte degli impianti, nonostante la presenza di una decina di nazisti e un gruppetto di repubblichini. Imprese incredibili e straordinarie.

Nel 1945, a Milano, nei giorni della Liberazione, era stato affrontato da un gruppo di ragazzini con il fazzoletto rosso al collo che avevano gridato: «Comodo aspettare che i partigiani ti liberino. Comunque, puoi uscire dalla cantina dove ti eri rintanato come un topo». Lui non aveva risposto, ma aveva sorriso appena, appena per poi girare oltre l'angolo.

Caro «Visone», la tua parte per tutti e per la nostra Italia, l'hai fatta. Un abbraccio.


Pubblicato il: 27.07.07 su l'Unità



Bruno Vasari 

(Bruno Vasari era membro della Presidenza onoraria della Fiap, di cui, come si ricorda qui sotto, ha diretto a lungo la rivista "Lettera ai Compagni", fondata da Ferruccio Parri)

Nato a Trieste il 9 dicembre 1911, morto a Torino il 21 luglio 2007, vice presidente dell’ANED nazionale e presidente onorario dell’ANED piemontese.

Nel dicembre del 2006, in occasione del suo novantacinquesimo compleanno, Bruno Vasari è stato festeggiato a Milano, nella sede della Fondazione Memoria della Deportazione. Vasari, che è stato uno dei fondatori dell’Associazione Nazionale ex Deportati, aveva compiuto i suoi studi a Trieste. Allievo di Giani Stuparich, si era poi laureato in Giurisprudenza e si era trasferito a Torino trovando impiego come funzionario dell’Eiar. Da quella che sarebbe poi diventata RAI era stato licenziato, per motivi politici, nel 1935. Forse proprio per questo, allorché il 6 novembre 1944 era stato arrestato a Milano dalle SS, era stato registrato come “impiegato disoccupato”.
Vasari, che dopo l’8 settembre era entrato nella Resistenza e che si trovava a Milano in rappresentanza del Partito d’Azione, finì a San Vittore per una delazione. Con lui Manlio Magini, Bruno Montagna e Aldo Vespa (che era il più giovane del gruppo e che dalla deportazione non sarebbe più tornato). Vasari fu portato da San Vittore al campo di concentramento di Bolzano e, di qui, nel lager di Mauthausen. Ne uscì nel maggio del 1945 e, tornato in Italia, pubblicò subito Mauthausen, bivacco della morte, uno dei primissimi libri di testimonianza sui campi di sterminio nazisti.
Tornato al lavoro alla RAI di Torino, vi ha ricoperto per anni incarichi di grande rilievo, sempre continuando ad impegnarsi nell’ANED. Ha diretto per vent’anni Lettera ai compagni, la rivista della Federazione italiana associazioni partigiane, idealmente legata ai vecchi orientamenti del Partito d’Azione. Bruno Vasari ha svolto un’intensa attività culturale, testimoniata da una ricca produzione libraria che va dai sei volumi di poesie editi a Torino da Omega Edizioni, ai saggi, ai testi sui lager. Soltanto per citare alcuni titoli: Frammenti nella memoria del 1977, Il presente del passato (1979), Giani Stuparich-Ricordi di un allievo (1999), Tecnica dei rapporti scritti (1999), Una battaglia culturale (2001), Il riposo non è affar nostro (2001). A Primo Levi, che nel 1984 gli aveva dedicato su La Stampa una poesia intitolata “Il superstite”, Vasari ha rivolto l’omaggio di numerose pubblicazioni dell’ANED. Nel 1978 Sandro Pertini aveva insignito Vasari del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.
Su Vasari numerosissime le pubblicazioni, soprattutto da quando ha donato il suo archivio all’ISTORETO di Torino.

dal sito dell'Anpi


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina