Bozza di documento per il rilancio dell'Associazione
1.CRISI DELLA SINISTRA E NUOVI MOVIMENTI
2. SINISTRA E DISCORSO PUBBLICO
3.PER UN'UTOPIA SOCIALE CONCRETA
4. RIFORMARE L'AGORA' NELLA MODERNITA'
5. CONOSCERE
PER RIFORMARE: METODO E STRUMENTI
1.CRISI DELLA SINISTRA
E NUOVI MOVIMENTI
E' sicuramente molto cambiato lo scenario
da quando nel 1999 iniziò al operare la Società Fabiana.
Allora,
nel documento preliminare alla costituzione della società - intitolato
"Governo e buon governo" -, si denunciava la svalutazione della politica,
intesa ormai più come "arte del consenso" il cui obiettivo è "la
conquista, sic et simpliciter, del potere". Denunciavamo la mancanza anche
a sinistra di obiettivi di alto profilo e i pericoli di una concezione
dell'Ulivo come versione italica del partito democratico
americano.
Oggi la sinistra italiana si trova in una situazione ancor
più grave di crisi. Non è più al governo e alle ultime elezioni politiche
ha raccolto, nel suo complesso, il minimo storico dei voti dal dopoguerra.
E' ancora profondamente divisa, mentre sulla scena si è presentata una
novità: il cosiddetto "Movimento di Seattle". Un movimento che, lottando
contro il tipo di globalizzazione attuata fino all'11 settembre, ha dato
corpo ad una opposizione all'omologazione verso il primato dell'economia
in versione neoliberista che ha coinvolto in tutto il mondo anche i
partiti di sinistra. Un movimento che, sebbene già in crisi in Italia per l'antiamericanismo travestito da pacifismo che lo ha denotato negli ultimi
mesi, chiedeva il ritorno del primato della politica e alla sinistra di
riconquistare il suo senso di responsabilità verso le povertà e i
conflitti sociali, politici e culturali in qualunque parte del mondo si
annidino.
E' proprio una sinistra irriconoscibile, quella
attuale, che ha perso la capacità di interpretare quanto viene sollevato
dai nuovi movimenti sociali, che ha rinnegato la ricerca di maggior
giustizia sociale per inseguire il voto della classe media agiata e che ha
dimenticato l'esigenza di intervenire per ridurre le profonde
disuguaglianze fra una minoranza di paesi ricchi e sviluppati e la
stragrande maggioranza dell'umanità in condizioni di miseria e
sottosviluppo, situazione che, tra l'altro, agevola il reclutamento di
disperati o fanatici nel folle esercito del terrorismo.
Quando Susan George, ideologa del movimento e vicepresidente della francese Attac,
l'associazione per la tassazione delle transazioni finanziare, si chiedeva
-nel 1999- come ha fatto il neo-liberismo ad emergere dal relativo ghetto
ultra-minoritario, fino a un decennio fa, per trasformarsi oggi nella
dottrina dominante nel mondo, rispondeva che: "Hanno capito, mentre i
progressisti no, che le idee hanno conseguenze". Sosteneva che a partire
da un embrione molto piccolo all'università di Chicago con il
filosofo-economista Friedrich von Hayek ed i suoi allievi, tra i quali
Milton Friedman con relativo seguito, i neo-liberisti ed i loro
finanziatori hanno creato una enorme rete internazionale costituita da
fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, eruditi, centri di
opinione e di pubbliche relazioni per sviluppare, formare e spingere le
loro idee e dottrine. In poche parole hanno sviluppato il concetto
gramsciano di "egemonia culturale".
Tra i vari paradossi della sinistra
italiana c'è anche questo: dopo l'89 ha smesso di credere a se stessa e
alla forza delle idee. Ma mentre c'è chi oggi sceglie di sciogliersi nel
movimento, rinunciando a Gramsci; noi, esattamente al contrario, e come in
agenda alla Fabian Society d'oltremanica, cerchiamo di sviluppare la
risposta socialdemocratica alla globalizzazione e agli ordini del giorno
neo-liberisti, e di porci come un nodo del contesto più vasto, italiano ed
europeo, della rete di produzione di idee e cultura per una sinistra che
voglia ripristinare il primato della politica e tornare maggioritaria
nella sua vocazione.
2.
SINISTRA E DISCORSO PUBBLICO
Non possiamo che ribadire, dopo
tre anni, la denuncia del fatto che i due schieramenti bipolari oggi sullo
scenario continuano a seguire un modello di gestione del potere che sa di
"autoritario", di governo permanente che non si preoccupa più di tanto del
tradizionale governo rappresentativo, dello scontro dei partiti e del
dibattito parlamentare, ma preferisce rivolgersi direttamente "al popolo",
creando una individualizzazione della politica che indebolisce i controlli
democratici e a poco a poco erode lo stesso principio democratico.
Una
politica di sinistra non può restare priva di idee senza alimentare questo
contrazione di democrazia, che poi sarà di libertà, di trasparenza, di
giustizia e di pari opportunità.
Come disse il matematico Godfrey Hardy, "una persona seria non sta a perdere tempo nel formulare l'opinione
della maggioranza". Così una sinistra "seria" non può limitarsi a rincorre
la destra sul piano demoscopico dei sondaggi. Nel 1999 dicevamo che
"accettare il reale come un dato immodificabile di natura è proprio quello
che distingue il pensiero conservatore da quello progressista"; oggi
dobbiamo ribadire quel concetto con maggior durezza: la sinistra ha
bisogno di affilare le sua armi di analisi per re-immaginare un progetto
di modifica del reale che la ponga fuori dalle sacche del conformismo dove
sta affondando. Le occorre il coraggio di avviare un progetto di ampio
respiro e di alto profilo che abbia la forza di farsi spazio nel fiume di
idee oggi egemoni e acquistare una vocazione maggioritaria nel
paese.
Quella che già allora individuavamo come la principale
carenza della sinistra, cioè l'incapacità di analizzare il presente, "che
è la sola vera condizione per poter progettare il futuro", ha continuato
fino a questi giorni.
Aggiungiamo che le ultime elezioni hanno
dimostrato come i partiti della sinistra, o quel che resta di loro, siano
rimasti incapaci di organizzare il discorso pubblico degli italiani. Sono
privi di "una retorica dell'appartenenza comune", per usare la dizione rortyana, quella capace di fornire un contenuto di speranza dalla critica
stingente nei confronti della cultura dominante e di svolgere la sua
funzione di mobilitare e di spingere all'attività riformistica
concreta.
La responsabilità maggiore di questa situazione, va detto
chiaramente, grava sugli intellettuali e gli accademici con i loro
atteggiamenti da spettatori sfiduciati di quanto accade nell'agorà
politica. Soprattutto di quella sinistra culturale heideggeriana e foucaultiana, che, impegnata con distaccata ironia a smascherare i
presupposti ideologici delle varie proposte in campo, non ottiene altro
risultato che privare di ogni credibilità qualsiasi discorso pubblico, di
condurre tutto l'Occidente nelle secche nichiliste di un relativismo che
presuppone la "fine" della filosofia e della storia. Un atteggiamento
sterile nei confronti della politica che alimenta, di fatto, nella società
o conformismo o disimpegno.
3.PER UN'UTOPIA SOCIALE
CONCRETA
Scriveva Camus che "il grande evento" del '900 è
stato l'abbandono dei valori di libertà da parte del socialismo: "Da quel
momento ogni speranza è sparita dal mondo, ed è iniziata la solitudine per
ogni uomo libero".
Nella sua storia, la sinistra in Occidente ha
avuto successo nel migliorare le condizioni generali di vita, ma non ha
avuto successo nel proporre il suo progetto di società. Oggi si tratta di
ridisegnare quel progetto mantenendo chiaro il profilo antiautoritario,
proprio del pragmatismo della tradizione fabiana ed anglossassone,
evitando però di ripetere quell'atteggiamento di rifiuto verso quanto
c'era e c'è di positivo nelle altre culture, soprattutto in relazione alle
domande di libertà ed emancipazione sociale, psicologica e
culturale.
E' mancata e va presto costruita, un'idea di utopia "sociale
e concreta" che fornisca una spinta etica alla partecipazione verso un
progetto alternativo di sviluppo capace di coniugare le libertà
individuali con i diritti sociali, lo sviluppo scientifico e tecnologico
con l'ambiente, il disagio psicologico con quello sociale. Una utopia
pragmatica, dunque non prodromo di una società chiusa, ma popperianamente
"aperta", capace di proporre un diversa dimensione e qualità della vita,
dotata di una carica di liberazione contemporaneamente personale e sociale
che fornisca di senso la vita quotidiana, anche attraverso la
socializzazione dei saperi.
Una utopia con la forma del progetto
sociale che, in relazione allo sviluppo della cosiddetta civiltà di massa
e tecnologica, illustri delle risposte laiche ai bisogni di cittadini,
lavoratori ed esclusi, ma anche a quello che Dahrendorf chiama il "bisogno
di significato" della vita. Un progetto che, rispondendo alla crisi della
cultura laica, sia in grado di ritrovare la capacità di giudizio di fronte
a sfide assolutamente nuove in settori come la salute, la ricerca
scientifica e la salvaguardia dell'ambiente, come l'eutanasia e le
biotecnologie.
Un'utopia permeata da quel "principio di
responsabilità", che Hans Jonas riprende da Max Weber, e che permette di
puntare sulla qualità dello "sviluppo", invece che sulla "crescita"
quantitativa delle scienze, delle tecnologie e dell'economia.
Una
utopia, quindi, dotata di una etica globalizzatata dalla quale si possano
sprigionare le riforme del diritto internazionale e gli strumenti di
governance dei processi e dei conflitti mondiali.
4. RIFORMARE L'AGORA' NELLA
MODERNITA'
Se i partiti della sinistra, e più in generale
l'agorà, come scrive Zygmunt Bauman: "non è più quello spazio in cui i
problemi privati si connettono in modo significativo: vale a dire, non per
trarre piaceri narcisistici o per sfruttare a fini terapeutici la scena
pubblica, ma per cercare strumenti gestiti collettivamente abbastanza
efficaci da sollevare gli individui dalla miseria subita privatamente; lo
spazio in cui possono nascere e prendere forma idee quali "bene pubblico",
"società giusta", o "valori condivisi"". Allora è necessario che nuovi
spazi di organizzazione della cultura e dell'opinione, come quello
costituito dalla Società Fabiana, sappiano mantenere con continuità la
loro capacità di iniziativa e di espressione propositiva e
progettuale.
Probabilmente non è più rilevate, come dicevamo nel
1999, il nome e il modello sotto il quale aggregare la disfatta sinistra
italiana: il problema del riformismo oggi è lo stesso che si chiami liberal, nel partito democratico negli Stati Uniti, o che si chiami
socialista, nei partiti socialisti europei. Il punto per tutte le sinistre
è re-introdurre sulla 'piazza della politica' una dinamica circolare tra
utopia e riforma, tra narrazione ideale e proposta politica.
Il
punto di partenza dal quale far ripartire questa dinamica può ben essere
lo stato dell'arte a cui è giunta la critica della modernità. Un sociologo
come Alain Touraine, quando parla di "piena modernità", conclude che: "E'
al contempo libertà e lavoro, comunità e individualità, ordine e
movimento. Riunisce ciò che era separato e lotta contro le minacce di
rottura che, più pericolosamente che mai, tendono a separare il mondo
delle tecniche da quello delle identità". "Ragione e soggetto" non devono
più marciare separati, ma, esclusa ogni forma di filosofia dell'ordine
sociale o di determinismo storico, unirsi e "l' agente di tale unione è il
movimento sociale". Conclusione non diversa dal revisore della psicologia
James Hillman, per cui è fasulla la cesura tra sfera individuale (psiche)
e quella pubblica (polis), tra uomo e natura, e va ripristinato il ponte
tra l'io (interno) e il mondo (esterno), tra res cogita e res extensa.
Sostengono entrambi insomma che un imperativo etico
sostituisca il cartesiano "cogito ergo sum" con: "Partecipo, faccio parte
di un partito, dunque sono", o "Immagino me, il mondo e la mia città in
forme diverse, dunque sono".
Su questo nuovo presupposto, va ripensato
il rapporto tra scienze umane e scienze esatte, perché insieme, mettendo
da parte i loro linguaggi specialistici, tornino alleate a presentare un
discorso pubblico che risponda alla solitudine del cittadino globalizzato.
Se il compito della Società Fabiana era quello
di cercare di colmare le carenza dei partiti della sinistra, "esaminando
alcuni problemi della nostra società, approfondirli con un'attività di
studio, di ricerca documentale, di confronto per poter possibilmente
pervenire a ipotesi di soluzione da offrire agli operatori politici", oggi
dobbiamo allargare il nostro orizzonte ed entrare molto di più nel merito
e nel dettaglio della sua rinnovata attività.
Occorre definire
precisamente i metodi di studio e ricerca, allargare l'ambito territoriale
e disciplinare al quale si è riferita fino ad oggi, aumentare la sua
capacità di dialogo con le organizzazioni pubbliche e private della
società civile, potenziare la sua comunicazione esterna in un'opera di
formazione e socializzazione delle conoscenze scientifiche, tecniche e
culturali, oggi troppo chiuse, come i capitali finanziari, in ambiti
oligarchici, poco trasparenti e democratici.
Dobbiamo riproporci
come interlocutori verso l'opinione pubblica e come spazio, autonomo dai
partiti, ma rigenerativo di quella piazza dove vogliamo vedere tornare ad
aggirarsi, discutendo animatamente, coloro, filosofi o scienziati che
siano, i quali provano a re-immaginare se stessi e il
mondo.
5. CONOSCERE PER
RIFORMARE: METODO E STRUMENTI
Lo scopo sociale dell'attività
della Società Fabiana non può che partire dal concetto di conoscere per
riformare. Studiare, prendere coscienza delle problemi che sono alla base
delle istanze culturali e delle dinamiche sociali presenti sul territorio
e quindi, dall'indagine e l'analisi dei bisogni svolta, sviluppare
proposte di formazione, informazione e progettazione sociale.
Se si
conviene che le discipline scientifiche devono entrare, anche come metodo
d'indagine - oltreché come campo specifico di saperi - nell'asse
privilegiato dell'attività della Società Fabiana, ne deve conseguire una
forma congrua di ricerca, elaborazione e pubblicizzazione dei risultati
delle medesime. La pluralità di impianti epistemologici e la laicità come
matrice identitaria, che si sostanzia nella sobrietà degli stili, nel
politeismo valoriale ed in una valutatività informata al giudizio di fatto
e orientata, solo in un successivo momento, alla costituzione del giudizio
di valore, devono essere poste alla base dall'agire fabiano. La lezione
imprescindibile è, ancora una volta, quella propostaci da Max Weber e da
Edgar Morin. L'incontro tra scienze sociali e storiche - in tutte le loro
molteplici accezioni - e scienze naturali avviene sul terreno, oggi più
che mai conteso, poiché in sé tutto fuorché neutro, della qualificazione
degli strumenti operativi e della formazione delle procedure per la
definizione della natura dei problemi e l'articolazione delle risposte. Il
perno dei conflitti - intesi come occasione di sviluppo e non come vincolo
strutturale - risiede nella costituzione di un campo di consenso sulle
modalità da adottare per definire, linguisticamente e cognitivamente, una
dimensione tematica, alla quale far seguire delle politiche di relazione,
strutturate a rete, in cui i soggetti in rapporto possano trovare sintesi
senza venire meno alla loro denominazione identitaria.
Di
particolare importanza è allora l'individuazione e l'attivazione di due
criteri di lavoro, al contempo metodo e finalità del suo
operato.
Il primo di essi è l'Osservatorio, strumento operativo
attraverso il quale ci si adopera per identificare e qualificare quel che
avviene nel e sul territorio. Avvalendosi delle opportunità offerte dalla
ricerca empirica e dall'inchiesta, nel solco di una tradizione di
riflessione riformista che già nella Fabian Society prima e nelle
esperienze nostrane di Comunità e dei Quaderni Rossi poi avevano trovato
espressione, l'osservatorio è inteso come mezzo durevole per la raccolta e
la selezione delle informazioni, oltreché delle indicazioni che da esse
scaturiscono. La finalità di tale strumento, orientato all'adesione
empirica all'oggetto e ai contesti d'azione, permetterà di definire gli
obiettivi in modo organico e non occasionale, sostanziandoli di una
continuità conoscitiva e spendibilità propositiva che consentirà di
offrirli anche professionalmente a enti pubblici e privati così come agli
operatori sociali e culturali più direttamente interessati. Esso risponde
inoltre alle esigenze progettuali tipiche delle istituzioni comunitarie
europee, sia per quanto concerne l'accesso ai finanziamenti, sia per le
connessioni con realtà associative affini in ambito internazionale.
Sommariamente si identificano i seguenti ambiti operativi nel contesto dei
quali articolare l'attività per la costruzione di politiche
dell'indagine:
· la definizione delle aree tematiche: cosa fare oggetto
del proprio lavoro analitico ed interpretativo.
· La mappatura delle
risorse: qual è l'articolazione spaziale - fisica e simbolica -, la
dislocazione materiale, la disposizione geografica degli elementi
costitutivi il territorio sul quale si opera.
· L'identificazione degli
agenti: quali e quante sono le figure operanti nell'ambito all'interno del
quale si intende intervenire.
· La delimitazione dei contesti: cosa si
può fare rispetto a chi nell'ambiente nel quale si opera.
·
L'attivazione degli attori: chi può fare cosa.
Il secondo è il
Laboratorio, forma organizzativa dell'attività d'indagine osservatoriale,
volta a sostanziare nell'offerta per il territorio la propria vocazione
operativa. Esso permette di coinvolgere stabilmente ricercatori, studiosi,
cultori ed agenti nelle diverse aree tematiche e discipline coinvolte con
le metodologie proprie innanzitutto dell'inchiesta. Gli obiettivi prefissi
sono molteplici ma si estrinsecano in una politica dell'offerta che,
rifacendosi alla concretezza del contesto nel quale ci si trova ad
operare, permetterà alla Società Fabiana d'improntare il proprio operato
ad un azione politico-culturale non meno che culturale e di renderla
intelligibile e tangibile rispetto alle figure operanti nello stesso
teatro. I filoni di intervento sono essenzialmente quattro:
· la
ricerca: elaborazione e sintesi dei riscontri ottenuti attraverso
l'attività dell'osservatorio;
· la formazione: veicolazione didattica
dei saperi e selezione degli interlocutori permanenti;
·
l'informazione: comunicazione diffusa;
· i progetti sociali:
definizione e determinazione di servizi.
Torino, giugno 2002

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