Trovato il «nonno» di uomini e scimmie. In Kenya i resti di 6 milioni di anni fa, i più antichi del mondo. «Provano l’origine comune»

Le ossa ritrovate appartengono a cinque individui, maschi e femmine, con la stazza di uno scimpanzé Camminavano sulle zampe, si arrampicavano sui rami


MILANO - Sembra proprio che abbiano trovato i resti dell’essere che dette vita, da un lato agli ominidi, e dall’altro agli scimpanzè e ai gorilla. Il nuovo arrivato nel nostro album di famiglia visse 6 milioni di anni fa in Kenya e lo hanno scovato gli antropologi di una missione franco-kenyota a Kapsomin, sulle colline Tugen, nel distretto di Baringo, a nord-ovest di Nairobi. Sei milioni di anni fa è esattamente la data indicata da biologi e genetisti come il «momento» in cui visse l’antenato comune degli ominidi e delle scimmie antropomorfe. Tra i resti ritrovati, che appartengono a cinque individui diversi (maschi e femmine), vi sono mandibole con denti, denti isolati, ossa delle braccia, delle gambe e di un dito. Tanta abbondanza di resti ha permesso ai paleontologi di affermare che questo lontano antenato aveva la stazza di uno scimpanzè, camminava su due zampe e aveva lunghe braccia adatte a muoversi agilmente tra i rami degli alberi.
L’annuncio della scoperta, avvenuta il 25 ottobre scorso, è stato dato ieri a Nairobi dai paleontologi Brigitte Senut e Martin Pickford del «College de France» di Parigi e dai loro colleghi del «Community Museum» di Nairobi.
«È una scoperta che riguarda tutti gli esseri umani del Pianeta - ha commentato Pickford -. Per quanto riguarda la datazione delle ossa non abbiamo dubbi: gli strati da cui provengono sono stati ripetutamente datati con precisione a 6 milioni di anni da scienziati di laboratori americani e inglesi. È il più antico ominide che sia mai stato trovato e precede di un milione e mezzo di anni l’Ardipithecus ramidus (Etiopia), il più antico finora noto, che risale a 4,5 milioni di anni».
La scoperta ora annunciata conferma diverse ipotesi e apre nuovi scenari. Anzitutto, da diversi anni gli studi di biologia molecolare indicavano che la separazione tra i rami evolutivi delle scimmie antropomorfe (scimpanzè e gorilla) e gli australopiteci dall’uomo sarebbe avvenuto circa 6 milioni di anni fa. Finora questa affermazione era soltanto teorica, adesso c’è la prova materiale dell’esistenza di un antenato con tratti comuni, ominidi e scimmie, proprio nell’epoca indicata.
Poi, la stragrande maggioranza dei paleontologi sostiene da tempo che la culla dell’ominazione (il fenomeno evolutivo che ha portato alla comparsa della nostra specie) doveva trovarsi in Africa e non in altri continenti, come alcuni studiosi - soprattutto orientali - continuano a sostenere. Le ossa ritrovate a Kapsomin completano infatti il puzzle africano.
Infine, l’«uomo del millennio», come è stato battezzato l’individuo appena identificato, aveva già presente nel proprio scheletro quella mescolanza di caratteri, come la capacità di camminare su due zampe e la possibilità di muoversi aggrappato ai rami, che poi si esprimeranno pienamente nella linea evolutiva degli ominidi (postura eretta) e in quella delle scimmie antropomorfe (brachiazione).
Lo studio delle ossa ritrovate e dei denti permetterà ai paleontologi di disegnare l’habitat in cui visse l’antenato e le sue abitudini di vita. Già da ora si può comunque ipotizzare che sia vissuto in un ambiente di savana aperta, caratterizzata dalla presenza di zone alberate, e che si cibasse di vegetali e di piccoli animali che si procurava sia sul terreno che sugli alberi.
Il fatto che siano state scoperte, tutte insieme, ossa di cinque individui potrebbe indicare che questi antenati vivevano riuniti in piccoli gruppi, o branchi, e cioè che avessero già sviluppato la socialità che si ritrova sia nella comunità umana che in quelle delle scimmie antropomorfe.
La scoperta dell’antenato dovrebbe infine chiarire anche ai più distratti che è un errore affermare che «l’uomo discende dalla scimmia»: noi e le scimmie antropomorfe ci siamo evoluti parallelamente, partendo dalla stesso «nonno». Siamo quindi cugini delle scimmie, non figli.

Viviano Domenici

Corriere della Sera
5.12.2000


Finora storici e archeologi ritenevano che Omero, nel descrivere l’antica Troia, avesse lavorato di fantasia esagerandone le dimensioni. Ne erano convinti perché i ruderi dell’antica città portati alla luce 120 anni fa dal celebre Schliemann erano tutt’altro che giganteschi e si estendevano su una superfice di appena un paio di ettari. Ma ora si scopre che Omero aveva ragione e gli archeologi torto. Quest’ultimi, infatti, non si erano accorti che quella che consideravano l’antica città non era altro che l’acropoli, cioè la rocca di Priamo, mentre la città vera e propria si estendeva tutt’intorno coprendo una superficie dieci volte più vasta, racchiusa da una cinta di mura lunga due chilometri. In realtà, quindi, la città di Priamo era formata da una possente rocca (sede dell’élite), circondata da alte mura, ai piedi della quale si estendeva la «città bassa», anch’essa cinta da mura i cui confini distavano almeno 200 metri dall’acropoli. Una vera metropoli del secondo millennio avanti Cristo il cui ruolo, nel controllo dei traffici commerciali tra il mondo egeo e il Mar Nero e tra i Balcani e l’Anatolia, risulta ora più comprensibile. Ad annunciare queste novità è stato Manfred Korfmann, dell’università di Tubinga e direttore della missione archeologica tedesca che da dieci anni scava ai piedi della collinetta di Hissarlik prospiciente i Dardanelli, nella Turchia nord-occidentale dove, appunto, sorgeva l’antica Troia. Secondo l’archeologo tedesco, la città cantata da Omero (che probabilmente visitò il sito circa cinque secoli dopo la distruzione) venne fondata tra il XIII e il XII secolo avanti Cristo. Si trattava, di fatto, dell’ennesima ricostruzione di una città le cui prime origini risalgono al IV millennio avanti Cristo, quando venne realizzato un piccolo abitato di appena mezzo ettaro circondato da un muro di mattoni e di pietre. Seguirono poi distruzioni e ricostruzioni e gli archeologi indicano nella settima ricostruzione di Troia (VII) la fase riferibile alla città cantata da Omero nell’Iliade. Ci furono quindi altre due fasi di occupazione e un’ultima distruzione attorno al 1100 avanti Cristo. Dopo questa data la città cadde in abbandono fino al VII secolo a.C., quando i greci vi fondarono Ilio. Alla fine del mondo antico si perdette la memoria dell’ubicazione della città di Priamo ma, nel 1874, il tedesco Heinrich Schliemann, seguendo solo le indicazioni contenute nell’Iliade, identificò nella collinetta di Hissarlik il luogo dove cercare l’antica Troia. Durante le diverse campagne di scavo che intraprese tra lo scetticismo di tutti, Schliemann scoprì, fra l’altro, preziosi gioielli che erroneamente identificò come il «tesoro di Priamo». Un errore che comunque poco toglie alla figura di questo grande «visionario» che per primo credette fermamente all’attendibilità storica dell’opera di Omero. Queste nuove scoperte lo avrebbero fatto felice.

Viviano Domenici
9 luglio 2000
Corriere della Sera


Troia II

"Troia II" corrisponde ad una delle nove città sovrapposte della collina di Hissarlik, cittadina anatolico-egea.Hissarlik è situata nell’angolo nord-occidentale dell’Anatolia, all’ingresso dello stretto dei Dardanelli, dove da sempre la tradizione classica ha situato l’antica città di Troia. Proprio in questa collina H. Sclhiemann credette si celasse la Troia omerica. Gli scavi iniziarono nel 1870 e si svilupparono in varie fasi, la conoscenza archeologica del sito e della Troade si è ampiamente sviluppata dopo Schliemann grazie al lavoro di Dörpfeld, fino al 1894. Schliemann e Dörpfeld distinsero nella stratificazione di Hissarlik nove "città" sovrapposte, di cui la "Troia" di cui parla Omero potrebbe essere Troia-VIIa, caratterizzata da importazioni micenee e databile al 1200 a. C. circa; ancora oggi, però, la questione rimane aperta. Troia-II, la città a cui appartengono gli oggetti presenti in questo museo, era un villaggio fortificato, molto ricco e fiorente, sviluppatosi all’inizio del III millennio. Abbondanti furono i ritrovamenti di oggetti preziosi in argento, avorio, ambra e giadaite, tanto che Schliemann pensò di trovarsi di fronte al "tesoro di Priamo". La fine di Troia-II sembra datarsi verso il 2200 a. C. a causa di un grande incendio, così violento da vetrificare i mattoni di fango crudo delle mura


  ASTRONOMIA
"Quella cometa funestò i Romani"  
                                                              

Una cometa responsabile del crollo dell'Impero romano: è questa l'ipotesi illustrata da Mike Baillie, della Queen's University di Belfast nel corso del convegno dell'Associazione per lo sviluppo delle scienze svoltosi nei giorni scorsi nella capitale irlandese. Secondo Baillie nel 540 d.C. si sarebbe verificata un'improvvisa diminuzione della temperatura terrestre, accompagnata da carestie e pestilenze. E ciò avrebbe messo in ginocchio l'economia dell'Impero. Lo studioso basa la sua ipotesi su alcune analisi condotte sulla vegetazione dei paesi nordici - Germania, Scandinavia, Siberia e Nord America - che sembrerebbero convalidare l'ipotesi del raffreddamento del clima. Questa variazione, suggerisce Baillie, potrebbe essere stata conseguenza della caduta sulla Terra di un gigantesco frammento di cometa. Non mancano ovviamente le contestazioni da parte degli storici: la crisi dell'Impero romano infatti sarebbe cominciata già nel 476 d.C. Ma Baillie replica: "Le carestie e le pestilenze furono il vero colpo di grazia". (f.g)

Galileo
14 settembre 2000

 


ELZEVIRO Il libro di Gad Lerner

Se le Crociate sono un falso storico

di SERGIO ROMANO



Gad Lerner, giornalista ebreo, intellettuale rivoluzionario negli anni Settanta, poi vicedirettore della Stampa e inviato speciale di Repubblica , ha scritto nel 1999 un reportage storico, «dal fronte», sulla conquista cristiana di Gerusalemme mille anni prima. Nel corso del suo viaggio Lerner, oggi direttore del Tg1, accorcia bruscamente, con un cortocircuito intellettuale, i mille anni trascorsi fra il passato e il presente, trasforma le Crociate nel peccato originale della Chiesa romana, afferma che i crociati attraversarono le terre conquistate come un fiume di sangue e giunge alla conclusione che quel fiume non si è ancora asciugato: oggi è una frontiera religiosa, culturale e civile, una specie di invisibile sipario di ferro. Da questo lato della frontiera vi è l'Occidente cristiano, latino e protestante, conquistatore, prevaricatore, colonialista e capitalista. Dall'altro vi sono coloro che lo spirito delle crociate ha travolto lungo la sua strada: gli ebrei massacrati in Germania, gli ortodossi uccisi o scherniti nelle terre stesse in cui avevano esercitato il loro magistero spirituale, i musulmani sterminati nelle vie di Gerusalemme, le civiltà degli incas e degli atzechi distrutte da Cortez e da Pizarro. Le Crociate cessano così di essere episodi storici e diventano nei reportage di Lerner (oggi raccolti in Crociate, il millennio dell'odio , apparso presso Rizzoli) una sorta di metafora dell'Occidente, la manifestazione più vistosa di una sua antica e ricorrente patologia. Gli argomenti non sono quelli di cui Lerner si serviva quando scriveva per Lotta continua , ma il nemico è sempre lo stesso.
L'autore è convinto che l'unica penitenza possibile per questo grande peccato originale dell'Occidente sia un solenne atto di espiazione. Esistono ormai alcuni importanti precedenti: la visita del Papa alla sinagoga di Roma nel 1986, l'attestato di «fratelli maggiori» che egli ha riconosciuto agli ebrei, la liturgia penitenziale della prima domenica di Quaresima dell'anno giubilare, l'umile gesto con cui Giovanni Paolo II ha depositato il suo «mea culpa» in una fessura del Muro del pianto a Gerusalemme il 26 marzo del 2000, il documento «Memoria e riconciliazione». Ma questi singoli atti di espiazione gli appaiono ancora parziali, elusivi, esitanti. Occorre che la Chiesa cattolica confessi pienamente i peccati commessi contro la Chiesa ortodossa e contro l'Islam. Occorre che essa riconosca il diritto degli ebrei a Gerusalemme. Se il Papa ha ammesso la validità dell'Antica Alleanza, ragiona Lerner, occorre che egli riconosca al tempo stesso la validità della promessa - la terra d'Israele - che Mosè fece agli ebrei sul monte Sinai. Non sono propriamente gli argomenti di un intellettuale laico, ma sono quelli che Lerner, al ritorno dalla Palestina, ha proposto a Franco Cardini in un lungo dialogo («Dal "Deus lo vult" delle Crociate al "Mea culpa" di Giovanni Paolo II») pubblicato ora alla fine del libro.
Non avevo mai letto una «disputa» così straordinariamente medioevale come la conversazione fra un intellettuale ebreo, cresciuto nei gruppuscoli rivoluzionari degli anni Settanta, e un intellettuale cattolico che non nasconde di essere stato, in gioventù, «catto-anarco-fascista». Lerner lo pungola, lo incalza, gli chiede di riconoscere le colpe della Chiesa, ritorna instancabilmente sui temi più imbarazzanti della storia del cristianesimo latino. Cardini conosce perfettamente il periodo che il suo interlocutore ha così brillantemente e giornalisticamente sorvolato. Ha scritto sulle Crociate alcuni fra i migliori libri dell'ultima generazione. Ha grande dimestichezza con la storia della Chiesa ortodossa (è stato lungamente a Mosca negli anni Settanta, i suoi libri sono tradotti in russo). Ha con l'Islam, di cui è studioso, rapporti intellettuali e affettivi.
E' quindi perfettamente in grado di smontare le semplificazioni storiche di Lerner, di sgombrare il campo dalle false analogie, di ricordargli che il concetto di «tolleranza» era estraneo alla cultura dell'Europa medioevale e che il concetto di Crociate, a cui egli fa continuo riferimento nella prima parte del libro, è in realtà una tarda manipolazione dell'intelligencija europea di cui i nazionalisti arabi si sono impadroniti nelle ultime generazioni. Ma è troppo cattolico per non essere a sua volta affascinato dall'immagine di una Chiesa che implora perdono e per non intravedere in questa tendenza l'«accettazione esplicita e definitiva del primato evangelico». «In definitiva - incalza Lerner - è il dogma dell'infallibilità della Chiesa a tornare in discussione». E Cardini sembra ammetterlo. I due intellettuali paiono avversari, ma sono avvinghiati l'uno all'altro, nel corso della loro disputa, da una concezione altrettanto religiosa della storia e da una sorta di venerazione intellettuale per lo stesso Papa. Ciascuno dei due vuole piegare l'altro, ma lo riconosce fratello.
Questo libro, dimenticavo di osservare, è uscito nei giorni in cui Giovanni Paolo II beatificava Pio IX (il Papa che proclamò il dogma dell'infallibilità) e il cardinale Ratzinger negava alle altre Chiese l'appellativo «sorelle». Mi chiedo come Lerner e Cardini avrebbero commentato questi due avvenimenti. Lo sapremo alla prossima edizione.
 
Corriere della Sera
Domenica 10 Settembre 2000


SCOPERTE Una tesi di Giovanni Pettinato: il sovrano si sarebbe fatto seppellire con la sua corte nel letto dell’Eufrate

Gilgamesh, suicidio di massa al tempo dei Sumeri


Tutto merito della «stanza dell’esorcista», trovata due anni fa a Me-Turan, se il mito di Gilgamesh cambia a sorpresa il suo finale: il mitico re di Uruk muore di propria volontà e si seppellisce insieme alle mogli, ai figli, agli anziani, nel letto dell’Eufrate. Quello di Gilgamesh e della sua corte è dunque il primo grande suicidio di massa nella storia della cultura scritta. Un mito capace di spiegare le sepolture collettive scoperte a Ur nel 1933 da Leonard Woolley, che individuò due sepolcri con ottantadue corpi: il re, le sue due mogli e poi dignitari, suonatori, danzatrici. Un’altra tomba reale fu scoperta a Kish, risalirebbe al 2600 avanti Cristo: sessanta persone sepolte insieme, probabilmente vive. «Una volta tanto mito e storia vanno a braccetto», ironizza il professor Giovanni Pettinato, accademico dei Lincei, titolare della cattedra di Assiriologia a «La Sapienza» di Roma. E veniamo alla «stanza dell’esorcista» di Me-Turan, che sorge lì dove confluiscono il Djala e il Tigri. Spiega Pettinato, che ha svelato la sua scoperta domenica scorsa a Firenze durante il terzo incontro di «Archeologia viva»: «In una delle due stanze erano conservati i "testi del mestiere", quindi esorcismi o formule per annullare una divinazione negativa o il malocchio. Nell’altra stanza abbiamo trovato non solo copie di alcuni poemi epici ma anche quattro racconti di Gilgamesh. Testi che risalgono al 1900 avanti Cristo: un notevole passo avanti, poiché il famoso testo di Ninive è "solo" del 700 avanti Cristo. Questa scoperta ci conduce, insomma, ben più vicino alla realtà dei Sumeri». 
Ma dov’è la novità «narrativa», come e perché il mito cambia di segno? Spiega Pettinato: «Fino a oggi la narrazione ricostruiva la ricerca, da parte di Gilgamesh, dell’immortalità. Il re di Uruk aveva deciso - da buon sovrano - di non usare per sé "la pianta dell’eterna giovinezza" ma di offrirla al popolo dei vecchi della sua città». Le dodici tavole di Ninive si fermavano qui, alla sconfitta di Gilgamesh che perde la pianta dell’immortalità per colpa di un serpente, all’elogio da parte di Gilgamesh delle possenti mura di Uruk. «Ignoravano la fine del mito. Anche Franco Battiato, che gli ha dedicato un’opera musicale, trasforma Gilgamesh in un saggio sunifico». 
Da quel buco nero parte il nuovo racconto svelato dalle stanze dell’esorcista di Me-Turan: «Gilgamesh, grazie a un sogno, capisce che non potrà conquistare l’immortalità ma comprende che il suo regno dovrà pur finire. Impresa difficile per chi, come Gilgamesh, era per due terzi divino, in quanto figlio di dea, e per un terzo umano». Ed ecco l’idea del re: «Fa deviare le acque dell’Eufrate "fino a quando il letto del fiume è capace di vedere i raggi del sole". Poi fa costruire un ipogeo fatto di pietra serpentina e con un tetto d’oro. E lì si chiude, alla fine dei lavori, con le mogli, le concubine, la servitù, gli anziani. Poi ordina di far affluire l’acqua affinché, così dice il testo, "nessuno avesse mai più notizia della tomba"». 
Il tassello narrativo individuato nelle due stanze, conclude Pettinato, è dunque fondamentale anche per capire il perché dell’assenza di dinastie sumere: i figli dei re morivano coi padri. E chissà cos’altro nasconde quell’area archeologia che oggi si trova in territorio irakeno. Pettinato pensa alla guerra: «Abbiamo eccellenti contatti scientifici con i colleghi di Bagdad, nonostante l’embargo. Mi auguro che la guerra non torni a bloccare tutto. Sarebbe un disastro per la gente di lì, per noi studiosi, per la cultura in generale: basta una campagna di scavi organizzata con pochi fondi e in condizioni difficili per regalarci un gioiello come quei nuovi testi». 
Paolo Conti 

Corriere della Sera
20 febbraio 2001


Carlo Magno, padre dell'Europa

La vita privata e pubblica dell'imperatore nella biografia del medievista Alessandro Barbero

di CHIARA FRUGONI

Ecco una biografia, impegnata, impegnativa, ma estremamente piacevole da leggere, innovativa su molti punti. E' Carlo Magno, un padre per l'Europa di Alessandro Barbero (Laterza, pagg. 451, lire 45.000). L'autore ha presente l'intero panorama del dibattito storiografico e informa puntualmente di tutte le posizioni più recenti. Il libro è senza note, ma ogni affermazione, ogni passo citato, sono rintracciabili nelle cinquanta pagine di fitta bibliografia che lo corredano. E' una lettura che richiede un certo tempo, perché si tratta di tenere fra le mani Carlo Magno per quattrocento dense pagine. Ma l'autore non è solo un medievista di professione; ha vinto nel 1995 il premio Strega con un romanzo storico: questa serissima biografia ne ha il piglio narrativo e la gradevolezza.
Ascoltiamo l'inizio: "E' il luglio del 799, e il re dei Franchi, Carlo, è accampato a Paderborn, nel cuore della Sassonia conquistata. C'è gran traffico di muratori e falegnami, convogli di carri carichi di mattoni e calcina giungono ogni giorno lungo le piste di terra battuta, altri materiali arrivano per via d'acqua, risalendo i fiumi su chiatte e barconi; in mezzo alle foreste e alle paludi il re sta costruendo una nuova città".
Intanto giunge il discusso papa Leone III, a cui i nemici di Roma avevano addirittura cavato gli occhi e tagliato la lingua "prima che la provvidenza intervenisse con un miracolo aiutandolo a fuggire". Ma, constaterà il sovrano, quella medesima provvidenza era anche intervenuta a limitare di molto i danni delle mutilazioni. E' proprio nel caldo e nella polvere di Paderborn che nasce l'idea dell'incoronazione imperiale, che non avviene nella notte di Natale dell'800, come tutti credono, ma - avverte Barbero - al mattino, quando il sole è placidamente spuntato.
Dall'incoronazione, il cui cerimoniale creerà non poca sorpresa e stizza in Carlo Magno e rabbia reattiva nella corte imperiale di Bisanzio, l'autore parte per ripercorrere la vita di Carlo e il contesto storico in cui si trovò a operare. Carlo fu un uomo sempre in sella, per grandi battute di caccia, ma soprattutto per la guerra, l'occupazione dominante della sua vita, contro i Longobardi, contro i Sassoni, gli Arabi, gli Avari, quasi sempre vittorioso, per l'intelligenza dei suoi piani strategici, aiutato dalla "macchina militare franca" (il titolo di un intero capitolo). Barbero segue il sovrano nella vita famigliare e quotidiana, nei suoi affetti di padre, provato da lutti e ribellioni, nelle preferenze alimentari, nelle pieghe del carattere, nella forte fede, non priva di ferocia e rozzezza e infine nel generoso progetto intellettuale, mirante a riformare la Chiesa, la liturgia, a creare biblioteche e scuole, a tutelare l'ortodossia, a elevare e promuovere il sapere.
La giornata di Carlo Magno era estenuante, lunghissima, fitta di impegni e di incontri; colpisce come l'ideazione di progetti grandiosi potesse convivere con un controllo minuzioso, capillare, di ogni dettaglio, anche umile. L'asciutta parsimonia del contadino, la povertà del suo orizzonte contagiano anche il potente, che condivide la stessa mentalità del sottoposto perché ne condivide la realtà (fondamentalmente agricola), anche se non il livello di vita. Vediamo perciò un vescovo e Carlo Magno scambiarsi acide e furbe battute su un forzato regalo di due carri di formaggio, a cui il vescovo si vede all'improvviso obbligato, non essendo riuscito a trattenersi dal rimproverare l'imperatore che non mangiava la crosta del formaggio. Da notare che, essendo di venerdì, il vescovo non era riuscito a trovare niente altro da offrire al visitatore illustre, giunto senza preavviso.
La parte più riuscita del libro è quella dedicata al governo dell'impero, dopo che è stato analizzato il perché della sua rinascita. Le istituzioni, le risorse, il funzionamento della giustiza e dell'economia sono calate nel vivo della società, di raccomandati e di asserviti: una società clientelare, tutta basata sui rapporti personali, dove il concetto di "pubblico" perseguito da Carlo Magno in teoria, si scontra e si sfrangia continuamente nella pratica quotidiana e intima del potere, che tende a risolvere i conflitti secondo un'ottica privata.
"Una nuova economia" è il capitolo dedicato a sfatare una tenace credenza storiografica, che cioè l'economia al tempo di Carlo Magno fosse un'economia chiusa, limitata all'autoconsumo: basterebbero a documentarlo gli interventi del re per regolamentare pesi e misure e per riformare la moneta. L'adozione di un unico sistema monetario si impose in tutta l'Europa occidentale e sopravvisse fino alla Rivoluzione francese, in Inghilterra fino al 1970. La moneta argentea di Carlo Magno si potrebbe chiamare, con una sorridente definizione, un protoeuro. Secondo Barbero è infatti nell'età carolingia che si sono poste le basi della rinascita demografica ed economica, la buona terra per la crescita vigorosissima dell'Europa moderna. "Al di là del facile entusiasmo che circonda tutto ciò che suona europeo, lo stato attuale della ricerca ci autorizza a riprendere l'espressione usata dodici secoli fa da un anonimo poeta e a parlare di Carlo Magno come di "un padre dell'Europa".
Chiudo con una preghiera, per una prossima ristampa: dare numerose sorelle all'unica cartina che oggi guida, non a sufficienza, il volenteroso lettore che voglia farsi compagno dei tanti viaggi di Carlo Magno.


XII SECOLO A Trento si discute su un’epoca che assomiglia sorprendentemente alla nostra: per le incognite sul futuro e il malessere che le accompagnava

Una rivoluzione chiamata MEDIOEVO

di GUGLIELMO CAVALLO



S chiacciato tra il secolo XI che segna l’età dell’incisivo papato di Gregorio VII e l’uscita dall’Alto Medioevo, e il secolo XIII individuato come inizio del «moderno», il secolo XII pare quasi mancare di una sua identità, pur nella importanza e nella complessità di figure, eventi, esperienze che ne costituiscono la trama. Ma purtroppo tutto questo ne fa un grande secolo e ne definisce il ruolo di sofferto confine tra due epoche. Un dibattito dall’11 al 15 settembre a Trento, al Centro per gli studi italo-germanici, «Il secolo XII, la renovatio dell’Europa cristiana», propone, dato il titolo del colloquio, di risolvere nella renovatio l’identità di quel periodo. Osserviamo dunque questo «nuovo», che pur se si profila già nel secolo precedente, è tuttavia nel XII che se ne ha una percezione distinta; anzi, proprio in questo consiste una delle linee di demarcazione tra i due secoli. «Ricco di origini» per dirla con Gioacchino Volpe, il XII è un secolo in cui nella Chiesa si attribuisce ai sacramenti un rilievo nuovo e sempre maggiore, e più si potenzia la sacralità dell’istituzione sacerdotale; si creano nuovi monachesimi; si inizia l’ordinamento sistematico del diritto canonico. Dopo la riscoperta del Digesto , si consolida il rinnovamento del diritto romano attraverso il lavoro dei glossatori; sorgono nuove città e se ne mettono per iscritto i primi statuti; si forma un ceto di giuristi, giudici e notai votati alla prassi documentale che regola i rapporti collettivi. E ancora una nuova classe emerge, la cavalleria: si affermano i Comuni; comincia a svilupparsi l’economia monetaria. Nella città medievale, che proprio in quest’epoca si configura nella sua morfologia, nuovo è il ruolo assunto dai laici, i quali - non solo se professionisti, ma anche mercanti o artigiani - si alfabetizzano, perché la vita cittadina impone di continuo negozi giuridici, conti, scritture varie; e le città sono ormai affollate di scritte, da leggere, su edifici, affreschi, monumenti. Spia altrimenti rilevante di questo nuovo ruolo dei laici è la santità, il mutare dei modelli. Sulla scena del XII secolo compaiono per la prima volta santi reclutati anche tra i laici, e non più solo tra gli uomini che avevano scelto una vita monastica o clericale. Sono i «santi del popolo», usciti da un ceto medio socialmente ed economicamente attivo al servizio della città, e ai quali perciò la città rivolge devozione.
Sul piano della cultura, la pagina monastica si chiude, e si apre la pagina della scolastica. Le scuole urbane si moltiplicano, si riempiono di scolari, dispensano un sapere «di città», e nascono le prime Università. Questa nuova cultura è fatta di filosofia, teologia, scienza, diritto, e di una «sacra pagina» nella quale testo e commento de lla Bibbia - il «Vangelo» soprattutto - si confrontano in un rapporto tutto diverso dal passato. La scienza, in particolare, crea nuove percezioni del tempo e dello spazio, e nuove attitudini di fronte al corpo e alle cose della vita.
Intrisa di ratio , di razionalismo, che proprio in quell’epoca si afferma, questa nuova cultura insiste su operazioni logiche: distinzioni, ripartizioni, corrispondenze, rimandi. E dunque la pagina scolastica risponde al criterio della ordinatio , di un «ordine» all’interno dei libri/testi, sicché vi risulta introdotto un uso sempre più sistematico di ausili di lettura e di consultazione: suddivisioni dello scritto in capitoli e paragrafi, titoli interni, gerarchie di lettere iniziali, alternanze di inchiostri, rinvii agli autori citati, indici, e ancora altri e più dettagliati dispositivi. Anche l’ordine interno del libro, insomma, risponde ad una ratio che ne regola l’ ars , le tecniche della pagina.
Da una parte, dunque, si scrive in funzione della lettura, ma da un’altra si legge per scrivere, giacché il metodo di composizione del testo in quest’epoca, la compilatio , impone la conoscenza e la citazione di numerose «autorità» di riferimento. Non a caso conoscono una larga fortuna florilegi e raccolte varie di citazioni da «autorità» alle quali attingere.
È ancora nel secolo XII che in Europa si fa strada nella classe intellettuale una nuova coscienza dell’eredità greca e araba. La conseguenza è un irrompere di traduzioni di testi filosofici e scientifici con cui quella classe colma le sue lacune. Nei secoli passati, tra fascino e repulsione, da Bisanzio l’Occidente aveva recepito simboli di potere e di prestigio, e solo smunti riverberi di cultura greca, o magari «coquetteries» d’apparato; e quanto al mondo arabo, l’Alto Medioevo ne aveva regalato la rappresentazione nel meraviglioso o nel terribile. Con la lettura dei nuovi testi greci e arabi l’Europa medievale scopre che il mondo fisico può essere oggetto di una conoscenza razionale avulsa da trasposizioni simboliche o allegoriche.
Nella «repubblica» delle lettere emergono i volgari; e dopo secoli di lettura monastica, biascicata, quasi «ronzio d’ape», il secolo XII segna il ritorno della voce, la quale domina nelle performance delle nuove dimensioni letterarie, chansons de gestes , poesia trobadorica e cortese.
Ma il secolo XII è importante non solo per il nuovo che avanza o si afferma, ma pure - ha scritto Cinzio Violante - «per ciò che in quel tempo finisce o entra in crisi». Di qui la perdite delle certezze del passato, le contraddizioni, il conflitto di valori. Età di nuove conquiste nelle pratiche del sociale, nei saperi, nelle sfere della spiritualità, il secolo XII è anche età del malessere, del disagio psicologico e morale. Questo malessere si annida nelle eresie e nelle cerchie ereticali, si isola nell’esperienza ermetica di un monachesimo estremo, si fa folla tumultuosa dei movimenti dei predicatori erranti con il loro seguito di laici contriti, monaci insoddisfatti, chierici ribelli, ma anche ladroni, prostitute, avventurieri, emarginati di ogni risma: tutta una folla nella quale la turbolenza può trasformarsi, e talora si trasforma, in correnti spirituali nuove o in devianza. Il malessere si esalta nell’individualismo che proprio in quest’epoca nasce, e che si manifesta nell’agire forsennato di un Abelardo, o in forme di introspezione esasperata, in un guardarsi interiore, in un sezionare, quasi, anima e sentimenti, in un parlare di sé senza veli: si pensi all’autobiografia di un Guiberto di Nogent, o allo sterminato scriver lettere di tanti autori.
Il malessere è nei giovani, elemento di disturbo nell’ordine feudale: sono i giovani senza feudo e senza terra, che s’inventano avventure e tornei rischiosi, nei quali si infiammano e si estenuano la violenza e le passioni che quel malessere genera. E il malessere, il disagio, serpeggia anche sulle vie della santità: san Bernardo, che nella città e sui libri si era formato, alla città contrappone le foreste e ai libri gli alberi e le pietre, che «insegnano di più e meglio». Contraddizioni di un’epoca!
Renovatio , la cifra del secolo XII, e malessere: come ogni età di rinnovamento, di trapasso. Come la nostra?


Il convegno (orari: 9-13, 15,30-19) si svolge fino al 15 settembre a Trento in via Santa Croce 77. Tel. 0461.210265 E-mail: krieg@itc.it


Corriere della Sera

Martedì 12 Settembre 2000


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina