Trovato il «nonno» di uomini e scimmie. In Kenya i resti di 6 milioni di anni fa, i più antichi del mondo. «Provano l’origine comune»
Le ossa ritrovate appartengono a cinque individui, maschi e femmine, con la stazza di uno scimpanzé Camminavano sulle zampe, si arrampicavano sui rami
MILANO - Sembra proprio che abbiano trovato i resti dell’essere che dette vita, da un lato agli ominidi, e dall’altro agli scimpanzè e ai gorilla. Il nuovo arrivato nel nostro album di famiglia visse 6 milioni di anni fa in Kenya e lo hanno scovato gli antropologi
di una missione franco-kenyota a Kapsomin, sulle colline Tugen, nel distretto di Baringo, a nord-ovest di Nairobi. Sei milioni di anni fa è esattamente la data indicata da biologi e genetisti come il «momento» in cui visse l’antenato comune degli ominidi e delle
scimmie antropomorfe. Tra i resti ritrovati, che appartengono a cinque individui diversi (maschi e femmine), vi sono mandibole con denti, denti isolati, ossa delle braccia, delle gambe e di un dito. Tanta abbondanza di resti ha permesso ai paleontologi di affermare che
questo lontano antenato aveva la stazza di uno scimpanzè, camminava su due zampe e aveva lunghe braccia adatte a muoversi agilmente tra i rami degli alberi.
L’annuncio della scoperta, avvenuta il 25 ottobre scorso, è stato dato ieri a Nairobi dai paleontologi Brigitte Senut e Martin Pickford del «College de France» di Parigi e dai loro colleghi del «Community Museum» di Nairobi.
«È una scoperta che riguarda tutti gli esseri umani del Pianeta - ha commentato Pickford -. Per quanto riguarda la datazione delle ossa non abbiamo dubbi: gli strati da cui provengono sono stati ripetutamente datati con precisione a 6 milioni di anni da scienziati di
laboratori americani e inglesi. È il più antico ominide che sia mai stato trovato e precede di un milione e mezzo di anni l’Ardipithecus ramidus (Etiopia), il più antico finora noto, che risale a 4,5 milioni di anni».
La scoperta ora annunciata conferma diverse ipotesi e apre nuovi scenari. Anzitutto, da diversi anni gli studi di biologia molecolare indicavano che la separazione tra i rami evolutivi delle scimmie antropomorfe (scimpanzè e gorilla) e gli australopiteci dall’uomo
sarebbe avvenuto circa 6 milioni di anni fa. Finora questa affermazione era soltanto teorica, adesso c’è la prova materiale dell’esistenza di un antenato con tratti comuni, ominidi e scimmie, proprio nell’epoca indicata.
Poi, la stragrande maggioranza dei paleontologi sostiene da tempo che la culla dell’ominazione (il fenomeno evolutivo che ha portato alla comparsa della nostra specie) doveva trovarsi in Africa e non in altri continenti, come alcuni studiosi - soprattutto orientali -
continuano a sostenere. Le ossa ritrovate a Kapsomin completano infatti il puzzle africano.
Infine, l’«uomo del millennio», come è stato battezzato l’individuo appena identificato, aveva già presente nel proprio scheletro quella mescolanza di caratteri, come la capacità di camminare su due zampe e la possibilità di muoversi aggrappato ai rami, che
poi si esprimeranno pienamente nella linea evolutiva degli ominidi (postura eretta) e in quella delle scimmie antropomorfe (brachiazione).
Lo studio delle ossa ritrovate e dei denti permetterà ai paleontologi di disegnare l’habitat in cui visse l’antenato e le sue abitudini di vita. Già da ora si può comunque ipotizzare che sia vissuto in un ambiente di savana aperta, caratterizzata dalla presenza
di zone alberate, e che si cibasse di vegetali e di piccoli animali che si procurava sia sul terreno che sugli alberi.
Il fatto che siano state scoperte, tutte insieme, ossa di cinque individui potrebbe indicare che questi antenati vivevano riuniti in piccoli gruppi, o branchi, e cioè che avessero già sviluppato la socialità che si ritrova sia nella comunità umana che in quelle
delle scimmie antropomorfe.
La scoperta dell’antenato dovrebbe infine chiarire anche ai più distratti che è un errore affermare che «l’uomo discende dalla scimmia»: noi e le scimmie antropomorfe ci siamo evoluti parallelamente, partendo dalla stesso «nonno». Siamo quindi cugini delle
scimmie, non figli.
Viviano Domenici
Corriere della Sera
5.12.2000
Finora storici e archeologi ritenevano che Omero, nel descrivere l’antica Troia, avesse lavorato di fantasia esagerandone le dimensioni. Ne erano convinti perché i ruderi dell’antica
città portati alla luce 120 anni fa dal celebre Schliemann erano tutt’altro che giganteschi e si estendevano su una superfice di appena un paio di ettari. Ma ora si scopre che Omero aveva ragione e gli archeologi torto. Quest’ultimi, infatti, non si erano accorti
che quella che consideravano l’antica città non era altro che l’acropoli, cioè la rocca di Priamo, mentre la città vera e propria si estendeva tutt’intorno coprendo una superficie dieci volte più vasta, racchiusa da una cinta di mura lunga due chilometri. In
realtà, quindi, la città di Priamo era formata da una possente rocca (sede dell’élite), circondata da alte mura, ai piedi della quale si estendeva la «città bassa», anch’essa cinta da mura i cui confini distavano almeno 200 metri dall’acropoli. Una vera
metropoli del secondo millennio avanti Cristo il cui ruolo, nel controllo dei traffici commerciali tra il mondo egeo e il Mar Nero e tra i Balcani e l’Anatolia, risulta ora più comprensibile. Ad annunciare queste novità è stato Manfred Korfmann, dell’università
di Tubinga e direttore della missione archeologica tedesca che da dieci anni scava ai piedi della collinetta di Hissarlik prospiciente i Dardanelli, nella Turchia nord-occidentale dove, appunto, sorgeva l’antica Troia. Secondo l’archeologo tedesco, la città cantata
da Omero (che probabilmente visitò il sito circa cinque secoli dopo la distruzione) venne fondata tra il XIII e il XII secolo avanti Cristo. Si trattava, di fatto, dell’ennesima ricostruzione di una città le cui prime origini risalgono al IV millennio avanti Cristo,
quando venne realizzato un piccolo abitato di appena mezzo ettaro circondato da un muro di mattoni e di pietre. Seguirono poi distruzioni e ricostruzioni e gli archeologi indicano nella settima ricostruzione di Troia (VII) la fase riferibile alla città cantata da Omero
nell’Iliade. Ci furono quindi altre due fasi di occupazione e un’ultima distruzione attorno al 1100 avanti Cristo. Dopo questa data la città cadde in abbandono fino al VII secolo a.C., quando i greci vi fondarono Ilio. Alla fine del mondo antico si perdette la
memoria dell’ubicazione della città di Priamo ma, nel 1874, il tedesco Heinrich Schliemann, seguendo solo le indicazioni contenute nell’Iliade, identificò nella collinetta di Hissarlik il luogo dove cercare l’antica Troia. Durante le diverse campagne di scavo
che intraprese tra lo scetticismo di tutti, Schliemann scoprì, fra l’altro, preziosi gioielli che erroneamente identificò come il «tesoro di Priamo». Un errore che comunque poco toglie alla figura di questo grande «visionario» che per primo credette fermamente
all’attendibilità storica dell’opera di Omero. Queste nuove scoperte lo avrebbero fatto felice.
Viviano Domenici
9 luglio 2000
Corriere della Sera

Troia II
"Troia II" corrisponde ad una delle nove città sovrapposte della collina di Hissarlik, cittadina anatolico-egea.Hissarlik è situata nell’angolo nord-occidentale dell’Anatolia, all’ingresso dello stretto
dei Dardanelli, dove da sempre la tradizione classica ha situato l’antica città di Troia. Proprio in questa collina H. Sclhiemann credette si celasse la Troia omerica. Gli scavi iniziarono nel 1870 e si svilupparono in varie fasi, la conoscenza archeologica del sito
e della Troade si è ampiamente sviluppata dopo Schliemann grazie al lavoro di Dörpfeld, fino al 1894. Schliemann e Dörpfeld distinsero nella stratificazione di Hissarlik nove "città" sovrapposte, di cui la "Troia" di cui parla Omero potrebbe
essere Troia-VIIa, caratterizzata da importazioni micenee e databile al 1200 a. C. circa; ancora oggi, però, la questione rimane aperta. Troia-II, la città a cui appartengono gli oggetti presenti in questo museo, era un villaggio fortificato, molto ricco e fiorente,
sviluppatosi all’inizio del III millennio. Abbondanti furono i ritrovamenti di oggetti preziosi in argento, avorio, ambra e giadaite, tanto che Schliemann pensò di trovarsi di fronte al "tesoro di Priamo". La fine di Troia-II sembra datarsi verso il 2200 a.
C. a causa di un grande incendio, così violento da vetrificare i mattoni di fango crudo delle mura
ASTRONOMIA
"Quella cometa funestò i Romani"
Una cometa responsabile del crollo dell'Impero romano: è questa l'ipotesi illustrata da Mike Baillie, della Queen's University di Belfast nel corso del convegno
dell'Associazione per lo sviluppo delle scienze svoltosi nei giorni scorsi nella capitale irlandese. Secondo Baillie nel 540 d.C. si sarebbe verificata un'improvvisa diminuzione della temperatura terrestre, accompagnata da carestie e pestilenze. E ciò avrebbe messo in
ginocchio l'economia dell'Impero. Lo studioso basa la sua ipotesi su alcune analisi condotte sulla vegetazione dei paesi nordici - Germania, Scandinavia, Siberia e Nord America - che sembrerebbero convalidare l'ipotesi del raffreddamento del clima. Questa variazione,
suggerisce Baillie, potrebbe essere stata conseguenza della caduta sulla Terra di un gigantesco frammento di cometa. Non mancano ovviamente le contestazioni da parte degli storici: la crisi dell'Impero romano infatti sarebbe cominciata già nel 476 d.C. Ma Baillie
replica: "Le carestie e le pestilenze furono il vero colpo di grazia". (f.g)
Galileo
14 settembre 2000
ELZEVIRO Il libro di Gad
Lerner
Se le Crociate sono un falso storico
di SERGIO ROMANO
Gad Lerner, giornalista ebreo, intellettuale rivoluzionario negli anni Settanta,
poi vicedirettore della Stampa e inviato speciale di Repubblica , ha scritto nel
1999 un reportage storico, «dal fronte», sulla conquista cristiana di
Gerusalemme mille anni prima. Nel corso del suo viaggio Lerner, oggi direttore
del Tg1, accorcia bruscamente, con un cortocircuito intellettuale, i mille anni
trascorsi fra il passato e il presente, trasforma le Crociate nel peccato
originale della Chiesa romana, afferma che i crociati attraversarono le terre
conquistate come un fiume di sangue e giunge alla conclusione che quel fiume non
si è ancora asciugato: oggi è una frontiera religiosa, culturale e civile, una
specie di invisibile sipario di ferro. Da questo lato della frontiera vi è
l'Occidente cristiano, latino e protestante, conquistatore, prevaricatore,
colonialista e capitalista. Dall'altro vi sono coloro che lo spirito delle
crociate ha travolto lungo la sua strada: gli ebrei massacrati in Germania, gli
ortodossi uccisi o scherniti nelle terre stesse in cui avevano esercitato il
loro magistero spirituale, i musulmani sterminati nelle vie di Gerusalemme, le
civiltà degli incas e degli atzechi distrutte da Cortez e da Pizarro. Le
Crociate cessano così di essere episodi storici e diventano nei reportage di
Lerner (oggi raccolti in Crociate, il millennio dell'odio , apparso presso
Rizzoli) una sorta di metafora dell'Occidente, la manifestazione più vistosa di
una sua antica e ricorrente patologia. Gli argomenti non sono quelli di cui
Lerner si serviva quando scriveva per Lotta continua , ma il nemico è sempre lo
stesso.
L'autore è convinto che l'unica penitenza possibile per questo grande peccato
originale dell'Occidente sia un solenne atto di espiazione. Esistono ormai
alcuni importanti precedenti: la visita del Papa alla sinagoga di Roma nel 1986,
l'attestato di «fratelli maggiori» che egli ha riconosciuto agli ebrei, la
liturgia penitenziale della prima domenica di Quaresima dell'anno giubilare,
l'umile gesto con cui Giovanni Paolo II ha depositato il suo «mea culpa» in
una fessura del Muro del pianto a Gerusalemme il 26 marzo del 2000, il documento
«Memoria e riconciliazione». Ma questi singoli atti di espiazione gli appaiono
ancora parziali, elusivi, esitanti. Occorre che la Chiesa cattolica confessi
pienamente i peccati commessi contro la Chiesa ortodossa e contro l'Islam.
Occorre che essa riconosca il diritto degli ebrei a Gerusalemme. Se il Papa ha
ammesso la validità dell'Antica Alleanza, ragiona Lerner, occorre che egli
riconosca al tempo stesso la validità della promessa - la terra d'Israele - che
Mosè fece agli ebrei sul monte Sinai. Non sono propriamente gli argomenti di un
intellettuale laico, ma sono quelli che Lerner, al ritorno dalla Palestina, ha
proposto a Franco Cardini in un lungo dialogo («Dal "Deus lo vult"
delle Crociate al "Mea culpa" di Giovanni Paolo II») pubblicato ora
alla fine del libro.
Non avevo mai letto una «disputa» così straordinariamente medioevale come la
conversazione fra un intellettuale ebreo, cresciuto nei gruppuscoli
rivoluzionari degli anni Settanta, e un intellettuale cattolico che non nasconde
di essere stato, in gioventù, «catto-anarco-fascista». Lerner lo pungola, lo
incalza, gli chiede di riconoscere le colpe della Chiesa, ritorna
instancabilmente sui temi più imbarazzanti della storia del cristianesimo
latino. Cardini conosce perfettamente il periodo che il suo interlocutore ha così
brillantemente e giornalisticamente sorvolato. Ha scritto sulle Crociate alcuni
fra i migliori libri dell'ultima generazione. Ha grande dimestichezza con la
storia della Chiesa ortodossa (è stato lungamente a Mosca negli anni Settanta,
i suoi libri sono tradotti in russo). Ha con l'Islam, di cui è studioso,
rapporti intellettuali e affettivi.
E' quindi perfettamente in grado di smontare le semplificazioni storiche di
Lerner, di sgombrare il campo dalle false analogie, di ricordargli che il
concetto di «tolleranza» era estraneo alla cultura dell'Europa medioevale e
che il concetto di Crociate, a cui egli fa continuo riferimento nella prima
parte del libro, è in realtà una tarda manipolazione dell'intelligencija
europea di cui i nazionalisti arabi si sono impadroniti nelle ultime
generazioni. Ma è troppo cattolico per non essere a sua volta affascinato
dall'immagine di una Chiesa che implora perdono e per non intravedere in questa
tendenza l'«accettazione esplicita e definitiva del primato evangelico». «In
definitiva - incalza Lerner - è il dogma dell'infallibilità della Chiesa a
tornare in discussione». E Cardini sembra ammetterlo. I due intellettuali
paiono avversari, ma sono avvinghiati l'uno all'altro, nel corso della loro
disputa, da una concezione altrettanto religiosa della storia e da una sorta di
venerazione intellettuale per lo stesso Papa. Ciascuno dei due vuole piegare
l'altro, ma lo riconosce fratello.
Questo libro, dimenticavo di osservare, è uscito nei giorni in cui Giovanni
Paolo II beatificava Pio IX (il Papa che proclamò il dogma dell'infallibilità)
e il cardinale Ratzinger negava alle altre Chiese l'appellativo «sorelle». Mi
chiedo come Lerner e Cardini avrebbero commentato questi due avvenimenti. Lo
sapremo alla prossima edizione.
Corriere della Sera
Domenica 10 Settembre 2000
SCOPERTE Una tesi di Giovanni Pettinato: il sovrano
si sarebbe fatto seppellire con la sua corte nel letto dell’Eufrate
Gilgamesh, suicidio di massa al tempo dei Sumeri
Tutto merito della «stanza dell’esorcista», trovata due anni fa a Me-Turan,
se il mito di Gilgamesh cambia a sorpresa il suo finale: il mitico re di Uruk
muore di propria volontà e si seppellisce insieme alle mogli, ai figli, agli
anziani, nel letto dell’Eufrate. Quello di Gilgamesh e della sua corte è
dunque il primo grande suicidio di massa nella storia della cultura scritta. Un
mito capace di spiegare le sepolture collettive scoperte a Ur nel 1933 da
Leonard Woolley, che individuò due sepolcri con ottantadue corpi: il re, le sue
due mogli e poi dignitari, suonatori, danzatrici. Un’altra tomba reale fu
scoperta a Kish, risalirebbe al 2600 avanti Cristo: sessanta persone sepolte
insieme, probabilmente vive. «Una volta tanto mito e storia vanno a braccetto»,
ironizza il professor Giovanni Pettinato, accademico dei Lincei, titolare della
cattedra di Assiriologia a «La Sapienza» di Roma. E veniamo alla «stanza
dell’esorcista» di Me-Turan, che sorge lì dove confluiscono il Djala e il
Tigri. Spiega Pettinato, che ha svelato la sua scoperta domenica scorsa a
Firenze durante il terzo incontro di «Archeologia viva»: «In una delle due
stanze erano conservati i "testi del mestiere", quindi esorcismi o
formule per annullare una divinazione negativa o il malocchio. Nell’altra
stanza abbiamo trovato non solo copie di alcuni poemi epici ma anche quattro
racconti di Gilgamesh. Testi che risalgono al 1900 avanti Cristo: un notevole
passo avanti, poiché il famoso testo di Ninive è "solo" del 700
avanti Cristo. Questa scoperta ci conduce, insomma, ben più vicino alla realtà
dei Sumeri».
Ma dov’è la novità «narrativa», come e perché il mito cambia di segno?
Spiega Pettinato: «Fino a oggi la narrazione ricostruiva la ricerca, da parte
di Gilgamesh, dell’immortalità. Il re di Uruk aveva deciso - da buon sovrano
- di non usare per sé "la pianta dell’eterna giovinezza" ma di
offrirla al popolo dei vecchi della sua città». Le dodici tavole di Ninive si
fermavano qui, alla sconfitta di Gilgamesh che perde la pianta dell’immortalità
per colpa di un serpente, all’elogio da parte di Gilgamesh delle possenti mura
di Uruk. «Ignoravano la fine del mito. Anche Franco Battiato, che gli ha
dedicato un’opera musicale, trasforma Gilgamesh in un saggio sunifico».
Da quel buco nero parte il nuovo racconto svelato dalle stanze dell’esorcista
di Me-Turan: «Gilgamesh, grazie a un sogno, capisce che non potrà conquistare
l’immortalità ma comprende che il suo regno dovrà pur finire. Impresa
difficile per chi, come Gilgamesh, era per due terzi divino, in quanto figlio di
dea, e per un terzo umano». Ed ecco l’idea del re: «Fa deviare le acque
dell’Eufrate "fino a quando il letto del fiume è capace di vedere i
raggi del sole". Poi fa costruire un ipogeo fatto di pietra serpentina e
con un tetto d’oro. E lì si chiude, alla fine dei lavori, con le mogli, le
concubine, la servitù, gli anziani. Poi ordina di far affluire l’acqua
affinché, così dice il testo, "nessuno avesse mai più notizia della
tomba"».
Il tassello narrativo individuato nelle due stanze, conclude Pettinato, è
dunque fondamentale anche per capire il perché dell’assenza di dinastie
sumere: i figli dei re morivano coi padri. E chissà cos’altro nasconde
quell’area archeologia che oggi si trova in territorio irakeno. Pettinato
pensa alla guerra: «Abbiamo eccellenti contatti scientifici con i colleghi di
Bagdad, nonostante l’embargo. Mi auguro che la guerra non torni a bloccare
tutto. Sarebbe un disastro per la gente di lì, per noi studiosi, per la cultura
in generale: basta una campagna di scavi organizzata con pochi fondi e in
condizioni difficili per regalarci un gioiello come quei nuovi testi».
Paolo Conti
Corriere della Sera
20 febbraio 2001
Carlo Magno, padre
dell'Europa
La vita privata e pubblica dell'imperatore nella biografia del medievista
Alessandro Barbero
di CHIARA FRUGONI
Ecco una biografia, impegnata, impegnativa, ma estremamente piacevole da
leggere, innovativa su molti punti. E' Carlo Magno, un padre per l'Europa di
Alessandro Barbero (Laterza, pagg. 451, lire 45.000). L'autore ha presente
l'intero panorama del dibattito storiografico e informa puntualmente di tutte le
posizioni più recenti. Il libro è senza note, ma ogni affermazione, ogni passo
citato, sono rintracciabili nelle cinquanta pagine di fitta bibliografia che lo
corredano. E' una lettura che richiede un certo tempo, perché si tratta di
tenere fra le mani Carlo Magno per quattrocento dense pagine. Ma l'autore non è
solo un medievista di professione; ha vinto nel 1995 il premio Strega con un
romanzo storico: questa serissima biografia ne ha il piglio narrativo e la
gradevolezza.
Ascoltiamo l'inizio: "E' il luglio del 799, e il re dei Franchi, Carlo, è
accampato a Paderborn, nel cuore della Sassonia conquistata. C'è gran traffico
di muratori e falegnami, convogli di carri carichi di mattoni e calcina giungono
ogni giorno lungo le piste di terra battuta, altri materiali arrivano per via
d'acqua, risalendo i fiumi su chiatte e barconi; in mezzo alle foreste e alle
paludi il re sta costruendo una nuova città".
Intanto giunge il discusso papa Leone III, a cui i nemici di Roma avevano
addirittura cavato gli occhi e tagliato la lingua "prima che la provvidenza
intervenisse con un miracolo aiutandolo a fuggire". Ma, constaterà il
sovrano, quella medesima provvidenza era anche intervenuta a limitare di molto i
danni delle mutilazioni. E' proprio nel caldo e nella polvere di Paderborn che
nasce l'idea dell'incoronazione imperiale, che non avviene nella notte di Natale
dell'800, come tutti credono, ma - avverte Barbero - al mattino, quando il sole
è placidamente spuntato.
Dall'incoronazione, il cui cerimoniale creerà non poca sorpresa e stizza in
Carlo Magno e rabbia reattiva nella corte imperiale di Bisanzio, l'autore parte
per ripercorrere la vita di Carlo e il contesto storico in cui si trovò a
operare. Carlo fu un uomo sempre in sella, per grandi battute di caccia, ma
soprattutto per la guerra, l'occupazione dominante della sua vita, contro i
Longobardi, contro i Sassoni, gli Arabi, gli Avari, quasi sempre vittorioso, per
l'intelligenza dei suoi piani strategici, aiutato dalla "macchina militare
franca" (il titolo di un intero capitolo). Barbero segue il sovrano nella
vita famigliare e quotidiana, nei suoi affetti di padre, provato da lutti e
ribellioni, nelle preferenze alimentari, nelle pieghe del carattere, nella forte
fede, non priva di ferocia e rozzezza e infine nel generoso progetto
intellettuale, mirante a riformare la Chiesa, la liturgia, a creare biblioteche
e scuole, a tutelare l'ortodossia, a elevare e promuovere il sapere.
La giornata di Carlo Magno era estenuante, lunghissima, fitta di impegni e di
incontri; colpisce come l'ideazione di progetti grandiosi potesse convivere con
un controllo minuzioso, capillare, di ogni dettaglio, anche umile. L'asciutta
parsimonia del contadino, la povertà del suo orizzonte contagiano anche il
potente, che condivide la stessa mentalità del sottoposto perché ne condivide
la realtà (fondamentalmente agricola), anche se non il livello di vita. Vediamo
perciò un vescovo e Carlo Magno scambiarsi acide e furbe battute su un forzato
regalo di due carri di formaggio, a cui il vescovo si vede all'improvviso
obbligato, non essendo riuscito a trattenersi dal rimproverare l'imperatore che
non mangiava la crosta del formaggio. Da notare che, essendo di venerdì, il
vescovo non era riuscito a trovare niente altro da offrire al visitatore
illustre, giunto senza preavviso.
La parte più riuscita del libro è quella dedicata al governo dell'impero, dopo
che è stato analizzato il perché della sua rinascita. Le istituzioni, le
risorse, il funzionamento della giustiza e dell'economia sono calate nel vivo
della società, di raccomandati e di asserviti: una società clientelare, tutta
basata sui rapporti personali, dove il concetto di "pubblico"
perseguito da Carlo Magno in teoria, si scontra e si sfrangia continuamente
nella pratica quotidiana e intima del potere, che tende a risolvere i conflitti
secondo un'ottica privata.
"Una nuova economia" è il capitolo dedicato a sfatare una tenace
credenza storiografica, che cioè l'economia al tempo di Carlo Magno fosse
un'economia chiusa, limitata all'autoconsumo: basterebbero a documentarlo gli
interventi del re per regolamentare pesi e misure e per riformare la moneta.
L'adozione di un unico sistema monetario si impose in tutta l'Europa occidentale
e sopravvisse fino alla Rivoluzione francese, in Inghilterra fino al 1970. La
moneta argentea di Carlo Magno si potrebbe chiamare, con una sorridente
definizione, un protoeuro. Secondo Barbero è infatti nell'età carolingia che
si sono poste le basi della rinascita demografica ed economica, la buona terra
per la crescita vigorosissima dell'Europa moderna. "Al di là del facile
entusiasmo che circonda tutto ciò che suona europeo, lo stato attuale della
ricerca ci autorizza a riprendere l'espressione usata dodici secoli fa da un
anonimo poeta e a parlare di Carlo Magno come di "un padre
dell'Europa".
Chiudo con una preghiera, per una prossima ristampa: dare numerose sorelle
all'unica cartina che oggi guida, non a sufficienza, il volenteroso lettore che
voglia farsi compagno dei tanti viaggi di Carlo Magno.
XII SECOLO A Trento si
discute su un’epoca che assomiglia sorprendentemente alla nostra: per le
incognite sul futuro e il malessere che le accompagnava
Una rivoluzione chiamata MEDIOEVO
di GUGLIELMO CAVALLO
S chiacciato tra il secolo XI che segna l’età dell’incisivo papato di
Gregorio VII e l’uscita dall’Alto Medioevo, e il secolo XIII individuato
come inizio del «moderno», il secolo XII pare quasi mancare di una sua identità,
pur nella importanza e nella complessità di figure, eventi, esperienze che ne
costituiscono la trama. Ma purtroppo tutto questo ne fa un grande secolo e ne
definisce il ruolo di sofferto confine tra due epoche. Un dibattito dall’11 al
15 settembre a Trento, al Centro per gli studi italo-germanici, «Il secolo XII,
la renovatio dell’Europa cristiana», propone, dato il titolo del colloquio,
di risolvere nella renovatio l’identità di quel periodo. Osserviamo dunque
questo «nuovo», che pur se si profila già nel secolo precedente, è tuttavia
nel XII che se ne ha una percezione distinta; anzi, proprio in questo consiste
una delle linee di demarcazione tra i due secoli. «Ricco di origini» per dirla
con Gioacchino Volpe, il XII è un secolo in cui nella Chiesa si attribuisce ai
sacramenti un rilievo nuovo e sempre maggiore, e più si potenzia la sacralità
dell’istituzione sacerdotale; si creano nuovi monachesimi; si inizia
l’ordinamento sistematico del diritto canonico. Dopo la riscoperta del Digesto
, si consolida il rinnovamento del diritto romano attraverso il lavoro dei
glossatori; sorgono nuove città e se ne mettono per iscritto i primi statuti;
si forma un ceto di giuristi, giudici e notai votati alla prassi documentale che
regola i rapporti collettivi. E ancora una nuova classe emerge, la cavalleria:
si affermano i Comuni; comincia a svilupparsi l’economia monetaria. Nella città
medievale, che proprio in quest’epoca si configura nella sua morfologia, nuovo
è il ruolo assunto dai laici, i quali - non solo se professionisti, ma anche
mercanti o artigiani - si alfabetizzano, perché la vita cittadina impone di
continuo negozi giuridici, conti, scritture varie; e le città sono ormai
affollate di scritte, da leggere, su edifici, affreschi, monumenti. Spia
altrimenti rilevante di questo nuovo ruolo dei laici è la santità, il mutare
dei modelli. Sulla scena del XII secolo compaiono per la prima volta santi
reclutati anche tra i laici, e non più solo tra gli uomini che avevano scelto
una vita monastica o clericale. Sono i «santi del popolo», usciti da un ceto
medio socialmente ed economicamente attivo al servizio della città, e ai quali
perciò la città rivolge devozione.
Sul piano della cultura, la pagina monastica si chiude, e si apre la pagina
della scolastica. Le scuole urbane si moltiplicano, si riempiono di scolari,
dispensano un sapere «di città», e nascono le prime Università. Questa nuova
cultura è fatta di filosofia, teologia, scienza, diritto, e di una «sacra
pagina» nella quale testo e commento de lla Bibbia - il «Vangelo» soprattutto
- si confrontano in un rapporto tutto diverso dal passato. La scienza, in
particolare, crea nuove percezioni del tempo e dello spazio, e nuove attitudini
di fronte al corpo e alle cose della vita.
Intrisa di ratio , di razionalismo, che proprio in quell’epoca si afferma,
questa nuova cultura insiste su operazioni logiche: distinzioni, ripartizioni,
corrispondenze, rimandi. E dunque la pagina scolastica risponde al criterio
della ordinatio , di un «ordine» all’interno dei libri/testi, sicché vi
risulta introdotto un uso sempre più sistematico di ausili di lettura e di
consultazione: suddivisioni dello scritto in capitoli e paragrafi, titoli
interni, gerarchie di lettere iniziali, alternanze di inchiostri, rinvii agli
autori citati, indici, e ancora altri e più dettagliati dispositivi. Anche
l’ordine interno del libro, insomma, risponde ad una ratio che ne regola l’
ars , le tecniche della pagina.
Da una parte, dunque, si scrive in funzione della lettura, ma da un’altra si
legge per scrivere, giacché il metodo di composizione del testo in
quest’epoca, la compilatio , impone la conoscenza e la citazione di numerose
«autorità» di riferimento. Non a caso conoscono una larga fortuna florilegi e
raccolte varie di citazioni da «autorità» alle quali attingere.
È ancora nel secolo XII che in Europa si fa strada nella classe intellettuale
una nuova coscienza dell’eredità greca e araba. La conseguenza è un
irrompere di traduzioni di testi filosofici e scientifici con cui quella classe
colma le sue lacune. Nei secoli passati, tra fascino e repulsione, da Bisanzio
l’Occidente aveva recepito simboli di potere e di prestigio, e solo smunti
riverberi di cultura greca, o magari «coquetteries» d’apparato; e quanto al
mondo arabo, l’Alto Medioevo ne aveva regalato la rappresentazione nel
meraviglioso o nel terribile. Con la lettura dei nuovi testi greci e arabi
l’Europa medievale scopre che il mondo fisico può essere oggetto di una
conoscenza razionale avulsa da trasposizioni simboliche o allegoriche.
Nella «repubblica» delle lettere emergono i volgari; e dopo secoli di lettura
monastica, biascicata, quasi «ronzio d’ape», il secolo XII segna il ritorno
della voce, la quale domina nelle performance delle nuove dimensioni letterarie,
chansons de gestes , poesia trobadorica e cortese.
Ma il secolo XII è importante non solo per il nuovo che avanza o si afferma, ma
pure - ha scritto Cinzio Violante - «per ciò che in quel tempo finisce o entra
in crisi». Di qui la perdite delle certezze del passato, le contraddizioni, il
conflitto di valori. Età di nuove conquiste nelle pratiche del sociale, nei
saperi, nelle sfere della spiritualità, il secolo XII è anche età del
malessere, del disagio psicologico e morale. Questo malessere si annida nelle
eresie e nelle cerchie ereticali, si isola nell’esperienza ermetica di un
monachesimo estremo, si fa folla tumultuosa dei movimenti dei predicatori
erranti con il loro seguito di laici contriti, monaci insoddisfatti, chierici
ribelli, ma anche ladroni, prostitute, avventurieri, emarginati di ogni risma:
tutta una folla nella quale la turbolenza può trasformarsi, e talora si
trasforma, in correnti spirituali nuove o in devianza. Il malessere si esalta
nell’individualismo che proprio in quest’epoca nasce, e che si manifesta
nell’agire forsennato di un Abelardo, o in forme di introspezione esasperata,
in un guardarsi interiore, in un sezionare, quasi, anima e sentimenti, in un
parlare di sé senza veli: si pensi all’autobiografia di un Guiberto di Nogent,
o allo sterminato scriver lettere di tanti autori.
Il malessere è nei giovani, elemento di disturbo nell’ordine feudale: sono i
giovani senza feudo e senza terra, che s’inventano avventure e tornei
rischiosi, nei quali si infiammano e si estenuano la violenza e le passioni che
quel malessere genera. E il malessere, il disagio, serpeggia anche sulle vie
della santità: san Bernardo, che nella città e sui libri si era formato, alla
città contrappone le foreste e ai libri gli alberi e le pietre, che «insegnano
di più e meglio». Contraddizioni di un’epoca!
Renovatio , la cifra del secolo XII, e malessere: come ogni età di
rinnovamento, di trapasso. Come la nostra?
Il convegno (orari: 9-13, 15,30-19) si svolge fino al 15 settembre a Trento in
via Santa Croce 77. Tel. 0461.210265 E-mail: krieg@itc.it
Corriere della Sera
Martedì 12 Settembre 2000