Bertinotti: Maastricht era una prigione, Prodi guardi avanti
Il leader del Prc: sarebbe stato suicida pensare di convivere ancora con politiche rigoriste in tempi di recessione



ROMA - Fausto Bertinotti giura di non aver gioito per le bacchettate di Eurostat, che non è «un tribunale indiscutibile». Si dice europeista ma sogna un’altra Europa, che butti a mare la «prigione» di Maastricht e il trattato costituzionale. E se gli dite che contro il Patto di Stabilità è sulla linea di Berlusconi (nelle premesse, almeno) vi risponderà di sentirsi in buona compagnia con Schröder, Chirac e Zapatero. Quanto a Prodi, la smetta di guardare agli anni della sua Commissione. Vuole ancora buttare a mare Maastricht?
«Sì e siamo in buona compagnia. Prodi definì "stupido" il trattato e ora anche i governi dicono che è una prigione».
La Cdl sospetta che dietro l’affondo di Eurostat ci sia la manina di Prodi .
«Questo non sta né in cielo né in terra».
Berlusconi ha parlato di burocrati, di ominidi...
«Non mi convince l’invettiva contro l’intervento dell’Europa quando è contrario alle proprie politiche. La critica al governo può anche appoggiarsi alle indicazioni di Eurostat, ma non lo consideri un tribunale indiscutibile».
Ha ragione chi definisce «ossessiva» la stabilità che l’Europa ci chiede?
«Maastricht è claudicante dall’inizio e noi l’abbiamo detto da sempre. Avrebbe dovuto definire parità di bilancio e, simmetricamente, occupazione e lotta alla povertà. Ma poi quella parte del trattato a cui Jacques Delors teneva molto fu depennata. La politica che ha ispirato il Patto è fallita».
Le piace il supereuro?
«È evidente che una politica di euro forte e dollaro debole indebolisce la competizione delle merci. L’Europa potrebbe fare invece politiche di sviluppo in grado di compensare e persino sormontare questo differenziale determinato dalla moneta. Una politica di accrescimento di salari e pensioni».
A Bruxelles in 60 mila hanno detto no alla direttiva che liberalizza i servizi. Cresce una critica da sinistra?
«Sta crescendo nella società una critica che, per la prima volta da sinistra, propone non una resistenza nazionalista ma un’altra Europa. La Sinistra europea dà voce a questa grande novità che incontra anche posizioni di governi nazionali. Chirac ha definito la direttiva Bolkestein inaccettabile».
E in Francia i no al trattato sono più dei sì.
«Non sarò così propagandista da dire che le diverse forme di opposizione sono tutte dello stesso segno, ma in Francia la maggioranza delle forze che si battono per il no alla Costituzione lo fa in nome di una critica da sinistra. Una parte importante del Partito socialista francese, il Pcf, la sinistra antagonista... Non è euroscetticismo, è una critica a un trattato senza democrazia, che non fa della pace un elemento costitutivo e che subordina i diritti dei lavoratori alla competitività».
Auspic a la bocciatu ra?
«Sì, certo. Se in un grande Paese il trattato sarà sconfitto si aprirà, sia pure in maniera traumatica, la strada a una costituzione costruita dai popoli».
Lei sarà l’unico a sinistra a votare contro.
«In Italia sì. Mentre il trattato in un giudizio referendario si-no divide, la prosecuzione della battaglia per riformarlo unisce, perché lo schieramento dei critici è molto ampio».
Con Berlusconi che dà addosso alla vecchia Europa, Prodi avrà bisogno dell’intero centrosinistra per difendersi...
«Se prende le distanze Delors, che fondò Maastricht, non vedo perché non possa farlo Prodi. Restare inchiodati al passato è cosa intimamente contraddittoria con una cultura riformatrice».
Consiglia a Prodi di guardare avanti?
«Sì, assolutamente. L’esistente è Berlusconi, l’esistente è questa precarietà nel lavoro, questo disarmo del pubblico nell’economia, è la crisi delle grandi industrie nazionali. Questo è l’esistente e questo è Berlusconi, la cui chiusura conservatrice antieuropea esprime una crisi di prospettiva».
Questa Europa somiglia più a Berlusconi o a Prodi?
«Questa Europa è parte di questo esistente, naturalmente senza l’estremismo delle destre».
Berlusconi ha combattuto il Patto proprio come lei.
«Solo un suicida può pensare che in tempo di recessione debbano vivere politiche rigoriste. A partire dal fatto che uno non è suicida c’è poi una destra e una sinistra e su questo sono d’accordo, in forme diverse, Chirac, Schröder, Zapatero e Berlusconi. Tutti, perché non vogliono morire. Poi gli uni pensano di tagliare le tasse, gli altri di ridistribuire il reddito».
Se l’Unione andrà al governo potrebbe convenire anche a Prodi avere parametri più elastici .
«Avere parametri più elastici è la riduzione del danno. Quel che converrebbe a Prodi è un nuovo trattato sociale che dia obiettivi condivisi a tutti i Paesi».
Per governare col Prc, Prodi dovrà rivedere il suo europeismo?
«Nessuno gli chiede una conversione, dovrà mettersi nella condizione di poter dialogare con questo nuovo europeismo che cresce da sinistra. Un politico riformatore dovrebbe vedere in questo una grande occasione».

Monica Guerzoni

Corriere della Sera
21 marzo 2005


Se l´economia divide l´Europa

di GIORGIO RUFFOLO


L´Economist ha proposto, ruvidamente, di gettarlo nel cestino (parlo del progetto di Costituzione europea presentato dalla Convenzione). Altri (non tanti) l´hanno salutato come un evento radioso. Né tanta indegnità, né tanto onore, direbbe il vecchio Racine. Ma a me pare indubbio che, finora, la bilancia penda dalla parte positiva. Il testo della Convenzione segna progressi che ancora un anno fa sarebbero sembrati irrealizzabili. Il problema vero e serio, ora, sta nel difenderlo dall´erosione delle termiti nazional-stataliste.
Considero comunque già un miracolo che questo testo ci sia. E, con cauto pessimismo, non mi aspetto dalla Conferenza intergovernativa che dovrà vararlo, grandi passi avanti, mentre temo qualche sgraffignata dell´ultimo istante.
Certo, accanto agli innegabili progressi, ci sono grandi delusioni. Del resto, la via dell´Europa verso l´unità politica non è lastricata, da mezzo secolo, di delusioni? Vuoi vedere che la tartaruga, davvero, è più veloce d´Achille?
Tra le grandi delusioni, ce n´è una che mi sembra particolarmente pericolosa: l´assenza di qualunque tentativo di realizzare, finalmente, un "governo economico" dell´Unione economica e monetaria (Uem). In sostanza, si tratta di questo: L´Uem è molto monetaria e per niente economica. Ha una moneta unica e una Banca centrale con poteri esclusivi di regolazione della quantità di moneta e del suo prezzo, il tasso d´interesse. Invece, non ha praticamente capacità decisionale e risorse nel campo fiscale e della spesa, che resta nell´esclusiva competenza degli Stati nazionali: vincolati, per di più, dalle regole del patto di stabilità e di crescita. L´impegno alla stabilità è stringente e si basa su istituzioni e regole forti. L´impegno alla crescita è generico e si basa su quell´andirivieni estenuante di raccomandazioni, auspici, moniti e consultazioni fra le tre grandi istituzioni comunitarie (Consiglio dei ministri, Commissione e Parlamento) che va sotto il termine assai elastico di coordinamento.
Insomma, l´Unione economica e monetaria è come un guerriero armato di scudo, ma senza spada. O, se si vuole, come un´auto superdotata di freni ma con un debolissimo acceleratore. Risultato: l´Europa ha sconfitto l´inflazione ma non riesce a promuovere la crescita.
Si tratta d´una condizione molto pericolosa. Che farebbero, l´Unione e gli Stati, nel caso malaugurato d´una vera recessione? Ai balletti del coordinamento subentrerebbe la sindrome del "si salvi chi può"?
È evidente la necessità d´una bella frustata che rianimi il cavallo svogliato, Quando l´euro scendeva, tra le generali lamentazioni, l´economia europea riceveva la spinta della domanda estera: di quella americana in particolare. Oggi l´euro è forte, e la ripresa della domanda americana non è affatto sicura. Dunque, l´impulso deve rivolgersi alla domanda interna. I consumi? Grandi aumenti salariali sembrano assai improbabili. Grandi detassazioni, che aumentino il reddito disponibile della gente, non sembrano praticabili. Nuove bolle speculative che eccitino gli spiriti animaleschi dei consumatori, non sembrano né probabili né auspicabili. Gli investimenti privati, allora. Incentivati dalla detassazione? Se anche fosse possibile finanziariamente, è assai dubbio che produrrebbe i miracoli che gli economisti dell´offerta le attribuivano una volta, prima dei tanti fallimenti. Gli imprenditori si muovono non quando dispongono di più soldi, ma di migliori aspettative.
Non resta che una strada. Cito: "Il rilancio dell´economia europea passa attraverso la ripresa degli investimenti pubblici, soprattutto nel settore delle infrastrutture e dei trasporti. Ma non solo. Anche infrastrutture immateriali: capitale umano, ricerca, tecnologia". Citazione tratta dal documento presentato a Bruxelles dalla presidenza italiana, e che immagino non sia stato elaborato segretamente da una cellula comunista annidata a Via XX settembre, ma dal ministro dell´Economia: il quale correttamente ricorda il Libro Bianco (si chiamava così) di Jacques Delors, riprendendone in pieno le idee centrali: un grande piano europeo per la crescita nei settori indicati e uno strumento finanziario europeo, la Banca europea per gli Investimenti, che sia in grado di procurare le risorse necessarie sul mercato finanziario mondiale.
Diceva quel tale: miele per le mie orecchie. Sono certo che il ministro italiano, e per 6 mesi europeo, dell´Economia, abbia misurato, non soltanto la portata finanziaria, ma le implicazioni politiche di quest´impresa. Quanto alla prima: come egli sa, la Bei può contare su una "leva" finanziaria di 2,5 volte il suo capitale, che è di 150 miliardi d´euro: dunque, 350 miliardi. In un orizzonte che si estende fino al 2010 ciò permetterebbe di coprire solo la metà delle opere infrastrutturali indicate dall´ex Commissario Van Myrt nel suo "piano". Ma nello statuto della Bei è prevista la possibilità d´aumentare la "leva" fino a 8 volte il capitale. Un grande prestito di queste dimensioni, in una fase d´euro forte e di bassi tassi d´interesse, sarebbe possibile e ragionevole. Certo, non si potrebbe contare su risultati "fisici" immediati. Ma su un segnale molto forte ai mercati, quello che serve, sì, certamente. È pronto il ministro Tremonti a dare alla sua proposta queste dimensioni?
Quanto alla seconda: un "debito federale" europeo di queste dimensioni dovrebbe essere assistito, quanto meno in parte, da una garanzia politica solidissima. Di chi? Ovviamente, dell´unica singola autorità politica in grado d´impegnarsi concretamente in nome dell´Unione: la Commissione di Bruxelles. È pronto il ministro Tremonti a sostenere la proposta di questo sostanziale spostamento di sovranità fiscale? Se fosse deciso, su entrambi i punti, riscuoterebbe certo molti consensi, anche dai suoi avversari politici (non certo dal suo grande amico padano e nemico giurato di Forcolandia).
Confesso d´esser un po´ scettico, per tre ragioni. Primo. Da parte dell´attuale Governo l´abitudine di procedere per annunci clamorosi sembra tenace. In Europa, è vero, non funziona. Ma un semestre passa presto. Secondo. Una discesa in campo così energica dell´euro sui mercati finanziari internazionali, dubito che sarebbe gradita a Washington; e quindi, presumibilmente, al presidente del Consiglio italiano e, pro tempore, europeo. Terzo (ma questo, riconosco, è un processo alle intenzioni): una strategia così audace e così europeista non sembra quella più congeniale a chi preferisce di gran lunga la via delle mediazioni che fanno contenti tutti: quella che Giscard d´Estaing giustamente teme sopra ogni cosa.
In ogni caso, the proof of the pudding is in the eating. Provare per credere.

la Repubblica 
26 luglio 2003 


Parla il direttore generale del Tesoro. Il commissario Monti: il piano Tremonti va nella giusta direzione
«Più tecnologia per spingere l’Europa»
Siniscalco: puntare su crescita e produttività finanziando grandi opere e Internet


DAL NOSTRO INVIATO Federico Fubini 

CERNOBBIO - Quel che conta non è aggiungere qualche decimale agli anemici valori di sviluppo dei prossimi mesi. Per Domenico Siniscalco, è più urgente che l'Europa raccolga la sfida americana. E rilanci la produttività, cioè l'efficienza delle infrastrutture in cemento o tecnologie su cui poggia l'economia, senza nuovi tabù. «Fino a un anno fa pensavamo tutti che la crescita si ottenesse solo con riforme strutturali e rigore di bilancio», spiega il direttore generale del ministero dell'Economia a margine del convegno a Cernobbio del Consiglio per le relazioni tra Italia-Usa. «Tutto necessario, ma la posizione del ministro Giulio Tremonti è che intanto bisogna sostenere anche la domanda. Contano entrambi i fronti, è una questione di buon senso». 
Per il commissario Ue Mario Monti l’idea di investimenti in grandi opere europee è «interessante». Per 10 anni però non è decollata, anche per difficoltà tecniche. Perché ora dovrebbe funzionare? 
«Perché sono passati 10 anni e la progettazione è andata avanti, la gestazione tecnica c'è stata. Sembrava che la linea ferroviaria Torino-Lione i francesi proprio non la volessero. Ma adesso sì, perché si possono trovare formule adeguate di finanziamento pubblico e privato. E non dobbiamo ricominciare convincendo la gente in Val di Susa». 
Grandi reti Ue finanziate dai prestiti: ma in Germania l’autostrada non si paga e nei vari Paesi le concessioni hanno durate diverse. L’Europa non è troppo frammentata? 
«Certo un'opera transfrontaliera deve avere un finanziamento univoco e ripagare in modo univoco chi investe. Il tunnel Torino-Lione dovrà avere un pedaggio unico. Per le parti nazionali non è necessario. Ma anche i sistemi per mettere le opere a profitto tenderanno ad assomigliarsi sempre più. E' una via europea al mercato delle opere, com’è già successo nella ricerca: da quando i finanziamenti sono diventati europei, con regole comuni, facciamo tutti ricerca allo stesso modo». 
L’Ue ha definito 14 interventi prioritari. Ce ne saranno anche altri? 
«Noi vogliamo lasciare un certo grado di libertà ai Paesi, se vogliono proporre opere per loro privilegiate». 
E in Italia? 
«Non è il mio campo. Ma se domani vogliamo fare un programma di banda larga o di ricerca o di sviluppo, purché sia profittevole, dobbiamo poter concorrere ad un finanziamento pubblico e privato coordinato dalla Banca europea degli investimenti. Il ministro dell’Innovazione Lucio Stanca ha molto a cuore lo sforzo di includere investimenti in tecnologia. Per esempio, grandi reti digitali». 
Ma davvero serve a risollevare l’economia fin da subito? 
«Quella suggerita da noi è un'operazione che parte in una fase negativa, ma non mira a condizionare la tendenza del momento. E' un'iniziativa in nome della produttività. Prima di venire al ministero a Roma mi muovevo spesso tra Torino e Venezia: treni lenti, autostrade congestionate, il telefonino che non si collega, la difficoltà di trovare collaboratori che scrivano in lingua straniera se voglio mandare una lettera. Sembra banale. Ma sono ostacoli alla crescita, gli stessi che gli Usa hanno risolto». 
Resta il problema del finanziamento. Di certo non basteranno i prestiti della Bei. Società come Infrastrutture avranno un ruol o? 
«E’ possibilissimo, come potrebbero averlo la Caisse des Depots et des Consignations in Francia o il KfW in Germania, in partenariato con la Bei. E tutto si deve muovere dentro il Patto di stabilità e dei suoi vincoli sul deficit e sul debito». 
Più in dettaglio? 
«La finanza di progetto permette di ridurre moltissimo la parte diretta dello Stato-azionista. Ci saranno prestiti a lunga scadenza (fino a 35 anni) con garanzia pubblica, parti miste di azionariato e prestito privato e i soldi di veicoli societari ad hoc per superare problemi di rischio nella costruzione. Con obbligazioni ai minimi di rendimento, l’occasione è d’oro per attrarre risparmio». 
Ci sarà anche spesa pubblica fuori bilancio? 
«Il problema non è se sarà nel bilancio o fuori, perché la partecipazione o meno del mercato equivale a uno scrutinio sull'utilità delle singole opere. L'economia non va bene e non basta aspettare, servono politiche dell'offerta ortodosse, riforme strutturali, ma anche una politica d'investimento per accrescere la produttività. Rispettiamo il Patto di stabilità. Però il problema europeo ora è rilanciare l'economia». 


Corriere della Sera
14 giugno 2003


Alla vigilia del semestre di presidenza italiano, l'Unione europea ha ancora una politica economica?

Un position paper sul Patto di stabilità, sullo stato dell'economia europea e sulle soluzioni per uscire dalla crisi.

La Fondazione Italianieuropei ha promosso nei giorni scorsi un seminario sullo stato dell’economia europea, guardando in particolare agli strumenti di politica economica a disposizione dell’Unione europea e al confronto tra le prospettive di crescita negli Stati Uniti e sul nostro continente. Alla discussione hanno preso parte Salvatore Biasco, Marta Dassù, Antonio Landolfi, Andrea Péruzy, Andrea Pezzoli, Mario Pirani, Andrea Romano, Giorgio Ruffolo e Vincenzo Visco. 

Questo documento ne riassume le conclusioni principali. 


La crisi dell’economia europea si sta aggravando. Ciò è reso evidente da una crescita assai contenuta (e vicina allo zero per alcuni paesi) del reddito effettivo, in presenza di una espansione pure modesta del reddito potenziale (attorno al due per cento, almeno un punto percentuale sotto quello statunitense in larga misura, però, come riflesso della minore crescita della popolazione). Al tempo stesso, mentre la disoccupazione ha ripreso a salire, alimentando i rischi di deflazione (che in Germania sono significativi), l’apprezzamento dell’euro, che subisce quasi per intero l’impatto della debolezza del dollaro (perché le altre monete seguono in gran parte l’andamento della moneta americana) inasprisce le condizioni monetarie in Europa e, poiché è difficile prevedere una rapida inversione di tendenza del cambio, abbassa ulteriormente le prospettive di crescita. L’attesa della ripresa della crescita USA rimane l’unico elemento positivo del quadro globale. Ma rimane la minaccia della crescente instabilità associata al peggioramento dei deficit gemelli americani. 

In assenza di un’inversione delle tendenze demografiche, una dinamica più sostenuta del reddito potenziale può scaturire solo da un’accelerazione del processo di riforme strutturali indicate nell’agenda di Lisbona. La stagnazione della domanda aggregata riflette sopratutto lo stato depresso della aspettative di imprese e famiglie. Queste sono caratterizzate da elevata incertezza, sia sulla ripresa della economia (aspettative stagnazione se non di deflazione) sia sulle politiche di riforma (pensioni, lavoro) spesso annunciate, ma fino ad ora assai parzialmente attuate. Ne deriva un incremento della propensione al risparmio e la diffusione di “trappole di liquidità” che possono interagire negativamente con il diffondersi di aspettative di deflazione. Un’accelerazione del processo di riforma consentirebbe di sfruttare pienamente le ampie risorse tuttora inutilizzate del nostro continente, soprattutto nelle sue regioni più povere. In particolare, una riduzione del tasso di disoccupazione e un aumento dei tassi di attività, indotti entrambi da riforme incisive del mercato del lavoro e delle pensioni nei paesi che non hanno ancora provveduto nonché un forte impulso al processo di armonizzazione normativa e procedurale, potrebbero di per se consentire un incremento significativo della crescita economica nel breve e nel medio periodo. La risoluzione delle incertezze strutturali si tradurrebbe in un aumento della propensione alla spesa di famiglie e imprese. 

In mezzo al guado? La strategia di Lisbona rimane del tutto valida, ma il suo ritmo di implementazione è stato a dir poco deludente. A livello nazionale, dopo un avvio promettente, la spinta ad attuare gli impegni di Lisbona si è molto affievolita. A livello comunitario, è apparso in tutta la sua evidenza il dato negativo costituito dall’assenza di strumenti istituzionali che rendessero effettivamente realizzabile quella strategia, di fatto ferma allo stato di raccomandazione. Il rischio oggi è di fermarsi in mezzo al guado, in una situazione di diffusa incertezza in cui famiglie e imprese continuamente rinviano le loro decisioni di consumo e investimento nell’attesa che vengano sciolti i nodi delle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro.

Quali risposte sono possibili? Il rilancio della strategia di Lisbona è una condizione necessaria ma non sufficiente per una ripresa sostenuta dell’economia europea. Le resistenze al cambiamento sono più forti in un contesto in cui la domanda aggregata e l’economia ristagnano. Un aumento dell’offerta non si traduce in una maggiore crescita se non si accompagna a un aumento della domanda. 

C’è quindi necessità di una politica dal lato della “domanda”, che produca un (significativo) miglioramento delle aspettative di famiglie e imprese e che si affianchi alle politiche dal lato dell’offerta legate al completamento del mercato interno e alla strategia di Lisbona. 

La politica monetaria può offrire un contributo ma gli effetti rimarrebbero limitati e comunque insufficienti. Il differenziale di interesse tra area euro e Stati Uniti rimane elevato mentre l’inflazione in Europa è molto contenuta (o sta scomparendo). La BCE potrebbe e dovrebbe essere più aggressiva abbassando ulteriormente i tassi (cosa che probabilmente farà) sia definendo i suoi obiettivi con meno timore per l’inflazione e maggiore attenzione ai rischi di deflazione (come ha fatto la Fed). La BCE ha recentemente ridefinito, al margine, l’obiettivo di inflazione ma si è fatta sorprendere dalla velocità con cui l’euro si è apprezzato, permettendo che le condizioni monetarie nell’area euro non si allentassero (e dando argomenti a quanti la accusano di essere reattiva, e non proattiva come la Fed). Ma se il problema sono aspettative depresse e rischi di trappola della liquidità, l’efficacia della politica monetaria è limitata. 

Bisogna allora guardare alla politica fiscale, cioè al Patto di Stabilità e Crescita. Nel valutarne il ruolo e le potenzialità e’ indispensabile sottolineare che il Patto di Stabilità ha svolto una funzione essenziale nel definire un insieme di regole che consentisse ai paesi europei “di stare assieme” e nel rassicurare i mercati che la politica fiscale in Europa sarebbe stata improntata a canoni di rigore. I benefici non sono mancati, sotto forma di credibilità e di bassi interessi, soprattutto a lungo termine. Per esempio l’annuncio due anni fa da parte del nuovo governo portoghese di un disavanzo di molto superiore a quello previsto non si è tradotto in un aumento degli spreads anche e soprattutto perché i mercati erano convinti che il Patto di Stabilità avrebbe riportato rapidamente ordine nei conti pubblici del paese. E’ necessario preservare questo patrimonio di credibilità soprattutto per un paese come il nostro che molto più degli altri è esposto agli effetti di un aumento dei tassi di interesse. Al contempo, dobbiamo riconoscere che il Patto di stabilità si trova oggi in una crisi che non può assolutamente essere sottovalutata. Il dibattito di questi mesi lo segnala molto chiaramente. Volendo estremizzare, ma non più di tanto, si può sostenere che la crisi del Patto di stabilità è comparabile alla crisi che affliggeva il Sistema Monetario Europeo nel 1992, quando attacchi speculativi, in un contesto di elevata liberalizzazione finanziaria, portarono alla svalutazione di peseta e scudo e alla uscita dagli accordi di cambio di lira e sterlina. A quel punto lo SME aveva due possibilità: andare all’indietro, con un ritorno ai cambi flessibili, o andare avanti verso l’unione monetaria. Il sistema a cambi fissi non avrebbe resistito nello stato in cui si trovava. La scelta dell’Europa, dopo un periodo di forti turbolenze, fu quella di andare avanti nel processo di integrazione, definendo un assetto istituzionale più avanzato – l’Unione economica e monetaria, che permettesse di salvaguardare l’obiettivo per cui lo SME era stato istituito, la stabilità monetaria in un sistema rafforzato e adeguato al nuovo contesto di liberalizzazione finanziaria. 

Il Patto di stabilità si trova di fronte a un dilemma simile a quello dello SME nel 1992. Può (e deve) andare avanti, ma rischia anche di andare indietro. I rischi maggiori sono due. Il primo è quello di una sua agonia, sotto i colpi del rinvio degli aggiustamenti, delle deroghe agli impegni, quando non del vero e proprio rifiuto di applicarle, da parte di diversi paesi dell’area euro, e non solo quelli più grandi. Il secondo è quello di un suo svuotamento in un contesto in cui una serie senza fine di voci “meritevoli” vengono scorporate dall’obiettivo di bilancio garantito dal patto. Al rigore e alla trasparenza fiscale si sostituirebbero l’arbitrio nella scelta delle voci da scorporare e l’opacità dei conti pubblici. Nell’uno e nell’altro caso, il Patto di stabilità perderebbe il suo patrimonio più prezioso, la credibilità, inducendo i mercati a rivedere il loro giudizio sulla politica fiscale dell’Europa. Il tutto si tradurrebbe in un aumento dei tassi di interesse, soprattutto a medio e lungo termine con effetti deleteri sui bilanci dei paesi più indebitati. Vi è però un’altra strada. Il Patto di stabilità può andare avanti rafforzando il suo ruolo di disciplina, il suo capitale di credibilità, coniugando l’impegno al rigore di bilancio con l’obiettivo di stimolo dell’economia e di sostegno delle aspettative che sono indispensabili all’Europa per ritrovare una politica economica all’altezza della situazione. 

Se il Patto di stabilità non va avanti, andrà indietro. È illusorio pensare che l’Unione europea possa rapidamente tornare a tassi di crescita sostenuti per un mero effetto di miglioramento del ciclo internazionale. E con tassi di crescita contenuti la tentazione di rinviare l’aggiustamento o, ancora peggio, l’impossibilita’ di mantenere gli impegni di aggiustamento per i costi di crescita e occupazione non potranno che aumentare. In breve, i costi, soprattutto politici, della disciplina fiscale diventeranno superiori ai benefici di un impegno alla politica comune. La fine del Patto di stabilità avrebbe un costo elevatissimo non solo in termini di credibilità della politica fiscale ma anche per tutto il processo di costruzione europea. Sarebbe dilapidato il capitale di fiducia reciproca e di costruzione di regole comuni che ha portato alla moneta unica. La ragione principale per cui il Patto di stabilità era stato introdotto era la necessità di superare la sfiducia che i paesi europei nutrivano nei confronti l’uno dell’altro. Uno dei benefici principali della sua introduzione è stata la sperimentazione e la implementazione di un meccanismo di coordinamento e di cooperazione che dovrebbe permettere di portare a una vera e propria politica economica comune. Tutto ciò non può andare perduto.

Una politica economica europea all’altezza dei tempi dovrebbe garantire tre grandi obiettivi: preservare la sostenibilità di lungo periodo delle finanze europee e dei singoli paesi membri, rafforzare la crescita attraverso le riforme e il sostegno della fiducia, disporre di regole credibili, condivise e flessibili. Il legame tra crescita e sostenibilità del debito deve essere particolarmente sottolineato. La sostenibilità finanziaria richiede due condizioni fondamentali: tassi di interesse bassi e crescita elevata. I primi si sono ridotti notevolmente, sopratutto nel periodo di convergenza verso l’unione monetaria, e difficilmente potranno scendere ancora. La seconda, invece, continua a peggiorare.

Passi avanti per rafforzare il Patto di stabilità sono stati già fatti. È stato chiarito innanzitutto che il Patto di stabilità è molto più flessibile di quanto di solito ritenuto, per esempio grazie al ruolo riconosciuto degli stabilizzatori automatici. Va anche sottolineato come, in confronto agli Stati Uniti, gli stabilizzatori in Europa operano con maggior vigore in ragione di un livello di spesa pubblica più elevato, di un sistema fiscale più progressivo, e di un sistema di assistenza sociale più capillare. 
In secondo luogo l’Unione ha adottato modifiche, proposte dalla Commissione, che sono potenzialmente rilevanti. L’equilibrio di bilancio dovrà essere perseguito tenendo conto degli effetti ciclici. Allo stesso tempo, i paesi che non lo hanno ancora raggiunto dovranno puntare decisamente all’equilibrio di bilancio strutturale, impegnandosi a misure di aggiustamento non inferiori allo 0,5 per cento all’anno. Questo impegno dovrà essere rilevante sopratutto per i paesi ad alto debito, che dovranno dimostrare che questo si sta significativamente riducendo. Infine, si potranno ammettere temporanei scostamenti dall’equilibrio di bilancio per finanziare misure necessarie per raggiungere obiettivi di riforma strutturale, legate agli obiettivi dell’agenda di Lisbona (ma questa possibilità sarà disponibile solo per i paesi già in equilibrio e decisa con criteri caso per caso).

Sono misure che vanno nella direzione giusta ma non è chiaro se saranno sufficienti ad affrontare il duplice obiettivo dell’aumento del reddito potenziale, di rilancio della domanda e di rafforzamento del processo di coordinamento europeo. Sono aspetti tutti problematici. Innanzitutto non è chiaro se, come invece ribadito dalla Commissione, nel suo recente rapporto sulle Finanze Pubbliche nell’Unione Monetaria per il 2003, un aggiustamento fiscale consistente, credibile e basato su tagli di spesa piuttosto che su aumenti di imposte, possa dare vita, tramite i cosiddetti effetti “non keynesiani”, a una politica di aggiustamento fiscale espansivo sufficiente per rilanciare la domanda. Questi effetti sono presenti, indubbiamente, ma operano con maggiore forza in presenza di aggiustamenti massicci (e di certo non consigliabili nell’attuale congiuntura europea) o di una situazione inizialmente insostenibile. Le riforme strutturali potranno. migliorare il lato dell’offerta, affrontare i problemi di più lungo periodo della finanza pubblica e al contempo stimolare la domanda. Ma quest’ultimo effetto è in tutta probabilità modesto e insufficiente a garantire il rilancio della domanda aggregata. Soprattutto però la proposta della Commissione non tiene conto della qualità dell’aggiustamento, in particolare del fatto che, in un contesto in cui la politica fiscale è definita a livello nazionale anziché federale, troppo spesso a essere sacrificati sono proprio quei progetti le cui ricadute positive si verificano a livello europeo: il rafforzamento delle infrastrutture intereuropee, la riforma delle industrie a rete con l’aumento delle interconnessioni fra i diversi mercati, la ricerca. - 

La politica proposta dalla Commissione non è quindi sbagliata ma insufficiente. È necessario inserirla in una strategia più ampia che, ferma restando una politica di riforme dal lato dell’offerta (guidata dall’Agenda di Lisbona), affronti direttamente gli altri problemi dell’Europa: la carenza di fiducia, che alimenta aspettative di crescita zero e di deflazione; la mancanza di una politica fiscale a livello europeo; il rischio di sfaldamento delle istituzioni esistenti di politica economica dell’Unione. Tale strategia, infine è necessaria per tenere conto dei due fondamentali cambiamenti del quadro globale che l’Unione europea deve fronteggiare: l’allargamento dell’Unione e il nuovo assetto delle relazioni internazionali, caratterizzato da uno spiccato unilateralismo da parte degli Stati Uniti. Ambedue questi elementi richiedono un’economia europea molto più dinamica e autosufficiente nella crescita. 

La strategia si dovrebbe articolare sui seguenti cinque punti:

1. Un ampio programma di investimenti in reti e infrastrutture a livello europeo. Tale programma avrebbe più di un effetto positivo. Sarebbero generati i benefici normalmente associati alla diffusione delle reti (network externalities). Sarebbe mobilitato l’abbondante risparmio disponibile in Europa, sopratutto dopo la caduta dei rendimenti sul mercato americano. Sarebbero stimolate le aspettative di profitto su investimenti indotti dallo sviluppo delle reti. Sarebbe facilitato il processo di integrazione dei nuovi paesi membri.

2. Un programma di investimenti in sicurezza e difesa a livello europeo. Tale programma dovrebbe essere definito nell’ambito della politica di sicurezza e difesa comune e dovrebbe sfruttare al meglio economie di scala e di scopo nelle spese per la difesa. La difesa comune e’ un bene pubblico, la spesa per la difesa produce cioè benefici per tutti i paesi membri (e anche per paesi non membri). 

3.Un programma europeo di rilancio della ricerca a livello europeo. I benefici della ricerca travalicano i confini nazionali. La spesa per ricerca e sviluppo è di molto inferiore in Europa che negli Stati Uniti, un divario che non è giustificato dalle differenze di reddito. 

Queste misure (da 1 a 3) dovrebbero essere prevalentemente finanziate mediante emissioni solidali di eurobonds a livello europeo, senza escludere la possibilità di un ampliamento del bilancio dell’Unione.


4. E’ essenziale al fine preservare il patrimonio di credibilità del Patto di stabilità che queste si misure si coniughino a un contesto di trasparenza e di rigore fiscale. In tutti i casi indicati – investimenti in reti e infrastrutture, difesa e sicurezza, ricerca e sviluppo – le voci di spesa ammesse dovrebbero essere stabilite da una autorità europea indipendente. Si potrebbe anche concepire anche un tetto massimo alle spese che verrebbero esclude dal computo del disavanzo ai fini del patto. In ogni caso, dovrebbero essere ulteriormente rafforzati i processi di sorveglianza, quali la applicazione rigorosa dell’aggiustamento strutturale di 0,5 per cento all’anno, la estensione delle procedure di deficit eccessivo in caso di mancata riduzione del debito, la esclusione delle misure una tantum dal computo ai fini del Patto di stabilità. Andrebbero poi sanciti maggiori poteri della Commissione che nella sua attività di sorveglianza potrebbe avviare in piena autonomia procedure nei confronti dei paesi. Il risultato dell’insieme di queste misure sarebbe un deciso e credibile spostamento dello sforzo di finanza pubblica verso la crescita e le riforme, senza alcuna cedevolezza verso nuove stagioni di lassismo nella finanza pubblica che in nessun paese europeo (né tantomeno in Italia) sarebbero legittime o tollerabili. 

5. Le misure precedenti richiedono decisi passi avanti negli strumenti di bilancio a livello europeo sopratutto per rafforzare il legame tra misure strutturali e sostenibilità della finanza pubblica. Questo legame dovrebbe essere garantito dai Grandi Orientamenti di Politica Economica (BEPG) la cui efficacia è però limitata anche per ragioni procedurali (come una inadeguata considerazione da parte dell’Ecofin). Occorre istituire un “DPEF europeo” che dia piena coerenza e operabilità alle strategie di crescita e alla politiche di bilancio, accrescendo allo stesso tempo lo sfruttamento delle esternalità di una politica comune. 

6. Infine, nella gestione del Patto di stabilità andrebbe data maggiore enfasi al controllo delle spese in un contesto di medio periodo. Ciò significa, in particolare, definire obiettivi di crescita delle spese. Nel medio periodo, tenendo conto che le entrate dipendono dall’andamento del ciclo, e’ dal controllo delle spese, e dalla loro riduzione, che ci si devono attendere gli effetti espansivi del consolidamento fiscale, sia in termini di miglioramento del reddito potenziale che in termini di effetti non keynesiani sulle decisioni di spesa del settore privato.

30 Maggio 2003 


L´INTERVISTA
Lo storico Jacques Le Goff esamina il testo della Costituzione: "Un lavoro positivo"
"Europa religiosa e laica è giusto non nominare Dio"
il preambolo E´ equilibrato, si può migliorare: manca un richiamo esplicito all´importanza storica del giudeo-cristianesimo, alla laicità, alla libertà di culto: anche Delors è d´accordo con me
l´ateismo Sono soddisfatto che non venga nominata la parola Dio: non sono ateo, ma qui si tratta di un affare umano, e i popoli che invocano con solennità Dio spesso sono responsabili di gravi colpe

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GIAMPIERO MARTINOTTI


PARIGI - Un preambolo equilibrato, che potrebbe essere migliorato con un richiamo della laicità e un esplicito riconoscimento dell´importanza storica per l´Europa del giudeo-cristianesimo. Così la pensa Jacques Le Goff, grande storico del Medioevo e attento osservatore dell´attualità.
Professor Le Goff, in un´intervista a Repubblica, un anno fa, lei si era detto contrario a dichiarazioni di ordine religioso nella costituzione europea: il preambolo redatto dalla Convenzione guidata da Valéry Giscard d´Estaing la soddisfa?
«Prima di risponderle vorrei dire che l´insieme del lavoro della Convenzione, per quel che ne so, è positivo e spero si concluda con successo. Ciò detto, in linea generale il preambolo mi soddisfa, ma ho un certo numero di osservazioni e di critiche da fare».
Andiamo con ordine: cosa le piace di più?
«La prima soddisfazione è che non venga nominato Dio. Ma non mi fraintenda: non sono ateo e la mia non è una reazione di ateismo. Tuttavia, mi sembra che menzionare Dio in questo affare, che è un affare umano, non sia la cosa migliore. In secondo luogo, penso a quel che vediamo nel mondo: le nazioni e i popoli che invocano con solennità Dio sono fra quelli maggiormente responsabili di colpe gravi. Purtroppo, questa invocazione a Dio è una manifestazione dell´effetto pernicioso della religione mal utilizzata a fini propriamente umani».
Questa è la cosa che la convince di più. Cosa la lascia più insoddisfatto?
«Uno dei miei rimpianti è l´assenza di una menzione precisa, specifica della laicità. Mi sembra che nel primo paragrafo, in cui si parla dei valori che fondano l´umanesimo, dopo l´eguaglianza degli esseri umani, la libertà, il rispetto si sarebbe potuto aggiungere la laicità. Una laicità rispettosa della libertà di culto delle religioni. Per essere vera, infatti, deve infatti separare la religione dalla vita sociale e politica, ma nel rispetto delle legittime pratiche religiose, individuali e collettive».
E cosa pensa dell´assenza nel preambolo della parola cristianesimo?
«Qui sta forse la critica maggiore che vorrei fare, data la mia natura di storico del Medioevo. Prima di tutto, devo esprimere una vera soddisfazione: questo preambolo ricolloca nella storia la civiltà europea e i valori dell´Europa. E´ detto fin dall´inizio: "I suoi abitanti, giunti a ondate successive fin dagli albori dell´umanità". Poi, nel secondo paragrafo, c´è l´enumerazione delle principali correnti della civiltà europea: si parte dalle civiltà ellenica e romana e si arriva alla filosofia dei Lumi, l´ultima grande corrente di tutta l´Europa dal punto di vista dei valori. Mi pare un´ottima cosa. Ma in mezzo a quegli estremi temporali sta precisamente il mio Medioevo e gli autori del testo cosa dicono? Che i retaggi culturali, religiosi e umanistici sono "segnati dallo slancio spirituale che ha attraversato l´Europa, e continua ad essere presente nel suo patrimonio". Una curiosa redazione».
Perché la trova curiosa, professor Le Goff?
«E´ stato chiesto a Giscard cosa volesse dire e lui ha risposto che ovviamente, quando si parla di slancio spirituale, si tratta del cristianesimo. Ma allora perché non dirlo? Su questo punto reclamo, se così posso dire, più religione, perché in una prospettiva storica l´importanza della religione nella storia europea mi pare imporsi. E mi auguro che si parli di giudeo-cristianesimo, perché bisogna anche sottolineare l´importanza dell´ebraismo nella civiltà europea. Aggiungo di essere d´accordo con la scelta di dar soddisfazione ai sostenitori della religione quando si sottolinea la sua presenza nel nostro patrimonio: è un modo per riconoscere l´importanza della religione in Europa nel lungo periodo del Medioevo, fra l´Antichità e l´Illuminismo».
Non ha altre osservazioni?
«No, il resto mi sembra ben fatto. Nella sua forma attuale mi sembra accettabile, ma sarei felice se ci fossero le aggiunte e le correzioni che le ho detto: da un lato, la menzione esplicita della laicità e della libertà di culto; dall´altro, nell´evocazione storica, il riconoscimento del giudeo-cristanesimo al posto della formula veramente ridicola sullo slancio spirituale. E´ probabilmente un compromesso, non so fra chi, ma non è una formulazione corretta, a differenza di quelle sulle civilità ellenica e romana e sull´Illuminismo. E´ la mia critica maggiore. Anche Jacques Delors, che considero il miglior europeista, ha fatto questa critica».
Il preambolo è veramente necessario? Nelle costituzioni nazionali non ci sono riferimenti spirituali o culturali, perché devono esserci in quella europea?
«C´è una vera ragione. Per quel che riguarda gli Stati, i valori e gli obiettivi da affermare all´inizio di una costituzione possono fare un certo riferimento alla storia, ma per quel che riguarda l´Europa è chiaro che la civiltà, la cultura sono il fermento e la manifestazione essenziale della sua unità. Di conseguenza, credo che i suoi valori e la formazione dei suoi valori nel tempo storico debbano essere affermati all´inizio, tanto più che se si rilegge il paragrafo successivo del preambolo, questa traiettoria di civiltà, di progresso e di prosperità fa chiaramente allusione anche al progresso sociale».
E in questo quadro si deve dunque citare la religione come elemento culturale, di civiltà?
«Sì, perché la religione ha avuto valore religioso solo per i credenti, ma per tutti è o deve essere un valore culturale. Ed è dunque in quanto cultura che la religione appare nel preambolo, ma non in quanto religione. Penso che per accontentare i militanti, a cominciare dal papa, aver messo nel preambolo che si tratta di un movimento sempre presente nel nostro patrimonio è una formulazione del tutto accettabile».

la Repubblica 
7 giugno 2003


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