I cinque nodi che frenano la Ue


di MASSIMO L. SALVADORI



La solenne celebrazione da parte francese e tedesca dello storico trattato di Versailles, che quarant´anni or sono sancì ad opera di de Gaulle e di Adenauer la piena legittimazione della Germania come membro della comunità europea e costituì il presupposto di un asse teso a dare all´unificazione del vecchio continente un potente motore, ha senza dubbio un grande valore storico, simbolico e politico. Il cancelliere Schroeder ha scritto, proprio in riferimento alla celebrazione sopra menzionata, che Francia e Germania "si trovano al centro degli sforzi urgenti, urgentemente necessari, per una politica estera e di sicurezza europea realmente comune"; ed espresso l´auspicio che "l´Unione europea allargata mantenga governabilità e capacità di azione". A sua volta il presidente della Commissione Prodi ha affermato che l´Unione europea rappresenta "l´unica vera novità politica e istituzionale di questo mondo". Certo quello che la costruzione europea ha alle spalle è un cammino importante e persino imponente, testimoniato negli anni recenti dal varo della moneta unica e dal processo di allargamento destinato a unire ben 25 paesi.
Ciò detto, occorre aggiungere che la celebrazione del trattato di Versailles cade in un momento decisamente difficile per l´Unione europea. I successi aprono nuovi problemi, i quali, se non risolti o risolti in maniera inadeguata o, peggio, incoerente e segnata da spinte e controspinte mal governate, rischiano di portare a gravi insuccessi. A che punto stia l´Unione nel momento presente lo hanno chiarito bene, proprio in questi ultimi giorni, Sharon, Prodi e il ministro britannico MacShane, in riferimento al ruolo esercitato dell´Unione stessa nella congiuntura internazionale dominata dalla questione irakena. Sharon ha manifestato con la consueta spiccia brutalità la propria convinzione che Israele debba prendere sul serio solo gli Stati Uniti, poiché gli altri partner, Europa, Russia e Onu, sono da considerarsi alla stregua di "ragazzi". Prodi ha dovuto registrare il fatto che "a noi europei ridono dietro". MacShane ha detto: "la verità è che sull´Iraq la Gran Bretagna ha una sua linea, i tedeschi un´altra, i francesi una terza".
La conclusione possibile è una sola: l´Unione risulta essere, di fronte a una gravissima crisi internazionale gravida delle più profonde conseguenze per tutto il mondo, così poco unita da frammentarsi al suo interno e quindi da giocare una parte che può essere persino oggetto di derisione e in ogni caso indica un´organica debolezza della sua costruzione. La realtà è che proprio la governabilità e la capacità di azione cui fa riferimento il cancelliere tedesco rimangono questioni lungi dall´essere soddisfacentemente risolte. Molti e inequivocabili i segni. Proverò a fare il censimento dei principali.
Il primo, da cui tutto il resto dipende, è l´incapacità di scegliere tra il modello federale, di cui è sostenitrice la Germania, e il modello confederale, appoggiato dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Le costanti tensioni a proposito sono pienamente rispecchiate dagli orientamenti che emergono nel seno della Convenzione investita del compito di stendere il progetto di Costituzione europea. Qui si confrontano due correnti: l´una intesa a difendere l´autonomia dei singoli Stati dalla minaccia di un governo centralistico cui si nega la legittimità di svuotare l´eredità storica pluralistica istituzionale del continente; l´altra diretta a combattere una carenza istituzionale che, una volta stabilmente adottata, farebbe dell´Unione un´entità di debole capacità di governo dell´insieme e soggetta a continui contrasti, contrattazioni, compromessi, i quali, tanto più in un´Unione molto allargata, penalizzerebbero gli Stati minori a scapito dell´instabile direttorio costituito da quelli maggiori.
Il secondo è la proposta francese di una presidenza per il Consiglio e di una per la Commissione. Giustamente Antonio Padoa Schioppa ha definito la proposta della doppia presidenza "incomprensibile" e tale, se accolta, da portare non soltanto a uno stato di "confusione" ma addirittura alla "paralisi". Essa fa venire alla mente l´espediente avanzato negli Stati Uniti dagli Stati del Sud a metà Ottocento, quando l´unione non riusciva più a tenere insieme, di una doppia "presidenza concorrente" in rappresentanza delle due parti dell´Unione.
Il terzo è costituito dalla politica economica dell´Unione. Il varo della moneta unica è stato un risultato di grande rilievo. Sennonché l´esistenza di una moneta europea senza un efficace governo politico rischia di restare una promessa incompiuta, con la conseguenza di non assicurare una politica economica degna di questo nome, in grado di promuovere lo sviluppo comune attuando le condizioni per il convergere delle energie nel campo degli investimenti, della ricerca scientifica e tecnologica, dell´occupazione.
Il quarto attiene ai pericoli insiti nel continuo processo di allargamento dell´Unione in assenza di un nucleo politico sufficientemente forte. Gli Stati Uniti riuscirono a diventare un saldo organismo proprio perché l´allargamento a sempre nuovi Stati si trovò a poggiare su un forte nucleo politico e costituzionale. Senza quest´ultimo l´Europa rischia di diventare una creatura dalle molte membra che non riesce a restare diritta per assenza di una solida spina dorsale.
Il quinto segno è costituito dall´incapacità dell´Europa di operare come soggetto unitario in politica estera. Qui ciascuno Stato fa valere il primato della propria politica su quella degli altri. Capofila in un siffatto atteggiamento continua oggi più che mai ad essere la Gran Bretagna, la quale in generale ha sempre agito come elemento frenante della costruzione politica dell´Europa: vi è arrivata tardi, non ha finora aderito alla moneta unica, si considera il partner privilegiato degli Stati Uniti. Il risultato è che l´Europa ha una politica estera comune solo quando i diversi interessi nazionali non fanno sentire i loro prevalenti effetti, vale a dire in relazione non già a ciò che è più essenziale ma a ciò che lo è meno. In questo contesto trova il suo pieno significato l´assenza di una politica militare dell´Unione, dove ciascuna bandiera nazionale sventola alta sotto il cielo europeo, con l´unico effetto che la bandiera che più conta nel mondo è quella a stelle e strisce. Nell´attuale dimostrazione di impotenza induce a sperare che ora Francia e Germania si pongano quanto meno il problema.
Per tornare, concludendo, all´inizio. Il cancelliere Schroeder afferma che l´Unione deve proseguire nella strada della governabilità e della capacità di azione. Vorremmo che fosse così. Ma le cose stanno altrimenti: non si tratta, infatti, di proseguire, bensì di cambiare. Quel che bisogna augurarsi è che l´Europa si dia le istituzioni che allo stato presente sono ben lungi dal fare dell´Unione una realtà cui, mentre il mondo trema, non si possa "ridere dietro".

la Repubblica
28 gennaio 2003 


L'EUROPA E LE SUE LINGUE

Vi è un aspetto del futuro della costruzione europea su cui per una sorta di tacita convenzione generale si preferisce non interrogarsi. Esso riguarda il modo come evolverà la comunicazione linguistica nell'Unione e, più in generale, le prospettive dello scenario delle lingue in Europa.
Con l'allargamento dell'Unione da 15 a 25 Paesi (in un secondo tempo anche a Romania, Bulgaria e, in seguito, alla Turchia) le lingue ufficiali dell'Unione sono destinate a divenire oltre il doppio delle attuali, mentre si delineano possibilità che varie altre lingue vengano ad aggiungersi con l'adesione di nuovi Paesi quali Russia, Ucraina, Israele.
Come si concilieranno esigenze di funzionalità della comunicazione linguistica nell'ambito delle istituzioni comunitarie con il principio del rispetto della parità delle lingue nazionali dei paesi membri? Ciò che era agevole e relativamente poco costoso in una comunità composta di pochi paesi (all'origine solo sei) diverrà inevitabilmente di estrema complessità e gravosità in un'Europa con oltre una ventina di lingue nazionali.
Ma ben maggior rilevanza presenta, per i problemi di fondo che evoca, un altro interrogativo.
Con il progredire del processo di integrazione tra le varie comunità nazionali non può non intensificarsi l'esigenza che l'universo dei cittadini europei trovi il minor ostacolo possibile nella diversità delle lingue nella comunicazione con cittadini e imprese di altri paesi dell'Unione. Come non attendersi che la risposta a questa esigenza tenda sempre più a rivolgersi nella stessa direzione in cui a livello globale il problema della comunicazione internazionale trova già una soluzione nel ruolo dominante assunto da una lingua, l'inglese? In una prospettiva a medio e lungo termine sarà ciò senza conseguenza nella vitalità e nello spazio di altre lingue nazionali dell'Unione?
La strategia su cui punta l'Unione in questo campo è incentrata, come è ben noto, sulla promozione del multilinguismo. Per questa via si mira a conseguire il duplice obiettivo di agevolare la comunicazione linguistica tra tutti i cittadini europei e tutelare le lingue nazionali dell'Unione.
Per motivi ovvii la promozione del multilinguismo - indubbiamente da perseguire in ogni caso - non potrebbe mai avere però in una organizzazione di 25-30 paesi un'incidenza comparabile con quella che essa può avere in una comunità ove esistano solo poche lingue. La risorsa principale di quella strategia - l'insegnamento di due lingue, oltre a quella materna, nelle scuole dell'obbligo - è destinata a concretarsi prevalentemente in opzioni a favore delle lingue maggiori, una delle quali sarà quasi sempre quella che appare offrire maggiori opportunità, appunto l'inglese. Di per sé essa non appare pertanto, a rappresentare un fattore determinante nel prevenire una regressione delle lingue minori.
Le rilevazioni sulla conoscenza di lingue estere da parte dei cittadini europei - in particolare quelle riguardanti le generazioni più giovani - non lasciano dubbi sulla preminenza, che viene sempre più chiaramente manifestandosi, dell'inglese.
Nell'ambito delle stesse istituzioni comunitarie è in atto da alcuni anni uno scivolamento progressivo verso una preponderanza dell'inglese. Il principio dell'uguaglianza delle lingue nazionali dei Paesi membri continua, ovviamente, ad essere osservato nelle riunioni e negli atti ufficiali degli organi dell'Unione, ma non in altre sedi.
Sul piano delle lingue di lavoro risultano emarginate non solo tutte le lingue "minori" ma, progressivamente anche talune di quelle maggiori. Nell'ambito ristretto di quelle elette come lingue di lavoro si accentua, nella gerarchia che di fatto esiste tra le stesse, la superiorità di una di esse. Ancor più nettamente l'inglese viene privilegiato in formulari e dispositivi di concorsi, in capitolati d'asta delle gare, nella presentazione di progetti, nei negoziati per le adesioni. E' ovvio che con l'ampliarsi del numero dei paesi membri il principio delle originaria parità tra le lingue nazionali è necessariamente destinato a registrare crescenti eccezioni. Le esigenze funzionali verranno sempre più spingendo in questa direzione. Influiranno anche ragioni di ordine economico. Diverrà sempre più grave infatti il problema della vertiginosa crescita delle spese di traduzione e di interpretariato, che attualmente già assorbono il 34% del bilancio amministrativo delle istituzioni comunitarie.

Ben più determinante, anche perché non condizionabile da vincoli politici, è quanto avviene e ancor più avverrà nel futuro all'esterno delle istituzioni comunitarie: nell'ambito, cioè, delle relazioni e degli incontri tra soggetti privati di diverse nazionalità. Ove il ricorso all'inglese guadagna sempre più rapidamente terreno. Crescono, insomma, in Europa gli spazi in cui l'inglese viene acquisendo di fatto un ruolo di lingua veicolare "I popoli d'Europa, faceva osservare lo scrittore Peter Schneider in un articolo apparso alcuni mesi or sono sul Corriere della Sera, hanno preso la loro decisione. Solo gli architetti della nuova Europa hanno difficoltà ad ammettere che una lingua franca esiste, e da molto tempo nel nostro continente". Schneider si riferiva appunto all'inglese". Incidentalmente si potrebbe ricordare che invero più avanti di questa valutazione si era già spinto, oltre dieci anni or sono, un noto quotidiano inglese con questa considerazione: "Se l'Europa avrà un futuro. essa avrà bisogno di qualcosa che va al di là della moneta comune, della politica estera comune e del diritto comune. Essa dovrà avere una lingua comune. Questa lingua può essere solo l'inglese"("Daily Mail" ,29 Novembre 1991).
Non può essere certo sottovalutato l'interesse che per una più stretta integrazione europea presenterebbe la possibilità di superare, utilizzando l'inglese come lingua franca il problema delle barriere linguistiche. A questo aspetto si contrapporrebbero però, su un altro piano, effetti che non sarebbero in consonanza con lo spirito della costruzione europea. Una prima conseguenza negativa sarebbe rappresentata da una condizione di ineguaglianza che si avrebbe tra i cittadini europei per quanto riguarda la comunicazione linguistica. La consacrazione di un ruolo dominante dell'inglese si risolverebbe infatti in un fattore di disparità sotto un duplice profilo Anzitutto tra i diversi popoli d'Europa: tra i popoli, cioè, per i quali la lingua egemone è la loro e che pertanto non dovrebbero faticosamente apprenderla e gli altri popoli, costretti invece ad imparare una lingua che comunque potranno padroneggiare molto meno dei primi con conseguenti svantaggi, per i singoli, nelle relazioni di lavoro. Costituirebbe inoltre un fattore di ulteriore disuguaglianza di opportunità all'interno dei Paesi non anglofoni tra gli appartenenti alle classi privilegiate, che, disponendo di mezzi adeguati, possono far insegnare seriamente la lingua egemone ai loro figli (all'occorrenza mandandoli a studiare all'estero), e appartenenti alle altre classi sfavorite, per i quali assai minori sarebbero le possibilità di acquisire la piena padronanza di una lingua come l'inglese.
Non meno distante dalla concezione si fonda la costruzione europea è un'altra conseguenza che emergerebbe a media e lunga scadenza. Con il definitivo consolidamento del ruolo dominante dell'idioma di uno dei Paesi membri le altre lingue nazionali dell'Unione conoscerebbero un processo di progressiva emarginazione: non è azzardato pensare che,come l'esperienza storica insegna, esse-o,almeno,alcune di esse- troverebbero nell'arco di un certo numero di generazioni una sorte analoga a quella che hanno conosciuto o stanno conoscendo i dialetti e le lingue regionali negli stati nazionali.
E', questa, una eventualità che è certamente lontana nel futuro, ma di cui segni premonitori potrebbero cogliersi già oggi nella crescente ibridazione delle lingue nazionali con parole inglesi che sommergono sempre più le corrispondenti parole di quelle lingue. Si tratta di un fenomeno sintomatico dell'indebolimento che in avvenire potranno subire la qualità e la stessa vitalità delle lingue nazionali di fronte all'affermarsi di una lingua comune oltre tutto bella e ricca, come è l'inglese, di quanto di sublime essa ha espresso sul piano letterario.
Può forse sorprendere che la più importante evocazione delle conseguenze che l'egemonia dell'inglese può avere sulle altre lingue sia venuta proprio da una voce del mondo anglosassone: dal "The Economist". E' stato appunto su questa prestigiosa rivista che è apparso un lungo articolo che sotto il titolo, molto eloquente, "Un impero mondiale con altri mezzi" ha offerto un'ampia, acuta analisi del fenomeno della "travolgente avanzata" ("the allengulfing advance") dell'inglese ponendo l'accento sul suo sostrato politico e sull'impatto distruttivo che essa è destinata ad avere sulle altre lingue e sulla cultura di altri Paesi. Puntualizzando che "il successo e il fallimento di una lingua ha poco a che fare con le sue qualità intrinseche, e tutto invece con il potere del popolo che la parla" e facendo giustizia dell'idea che l'inglese presenti il vantaggio di una maggior facilità di apprendimento. L'"Economist" teneva a sottolineare che "la vera ragione" della " montante marea" dell'inglese è "il trionfo come potenza mondiale" di un paese, gli Stati Uniti," che parla l'inglese". Traspariva in questa considerazione l'allusione al discorso - Leitmotif di una molteplicità di giudizio di vario colore politico - su aspetti di colonizzazione culturale cui l'Europa sarebbe esposta nei riguardi del mondo americano.
Ci si potrebbe chiedere, invero, se, allo stato delle cose, può avere un senso discutere dell'opportunità o meno di trovare modi di arginare la "marea montante" dell'inglese. Come non prendere atto - si osserverà - di un aspetto pregiudiziale di un aspetto che può essere sintetizzato in una sola frase: "I giochi sono fatti"?. L'inglese è già virtualmente la lingua franca della comunicazione internazionale. E' la lingua dell'informatica, della finanza, del commercio internazionale, della scienza, delle comunicazioni aeree e marittime, della pubblicità, ecc.
E' ora la lingua dell'Impero: della nazione che è venuta sempre più assumendo, con la sua potenza economica, militare, scientifica, tecnologica, una posizione di netto predominio nel pianeta e che ora ha affermato esplicitamente ed inequivocabilmente la sua volontà di essere l'arbitro e il guardiano dell'ordine mondiale.
Perché poi non considerare - e ciò dovrebbe prevalere su possibili preoccupazioni per riflessi negativi dell'egemonia mondiale di una lingua - che appunto il fatto che l'inglese ha uno stato effettivo di lingua internazionale rappresenta una grande risorsa per la comunità mondiale consentendo un flusso senza precedenti delle informazioni e delle idee tra i popoli del pianeta: un flusso che, in particolare tramite internet, riesce a scavalcare anche barriere di stati autoritari e rappresenta così il fondamentale modo di diffusione dei valori della democrazia e della libertà nel mondo?
Per quanto riguarda la comunicazione linguistica nella costruzione europea questi argomenti non possono però considerarsi decisivi. Non si può prescindere infatti dalla specificità che il problema delle lingue presenta nell'Unione. Sono dominanti ragioni che non esistono in un sulla quale una comunicazione linguistica a livello globale.
Nella costruzione europea è in causa un principio fondamentale della concezione stessa dell'Unione: un principio che, parte essenziale dell'idea di un'Europa modello di unità delle diversità, impegna a preservare la piena vitalità delle culture nazionali e, quindi, delle lingue in cui esse si incarnano. L'evoluzione dello scenario linguistico europeo non potrebbe essere abbandonata ad una logica di mercato delle lingue: ad una sorta di selezione darwinistica degli idiomi..
Di fronte a prospettive di progressiva accentuazione di una determinata inclinazione dello scenario linguistico europeo si pone indubbiamente un problema per l'Europa. Un problema che merita di essere oggetto di un pubblico confronto che parta da una realistica valutazione delle tendenze in atto negli equilibri tra le lingue dell'Unione e delle prospettive configurabili in base a dette tendenze. Può darsi che si debba in conclusione riconoscere che non esistono alternative e che nulla di più e di diverso di quanto l'Unione sta facendo per la salvaguardia delle lingue del continente sia realisticamente concepibile. E, semmai, che sia da privilegiare - rispetto a preoccupazioni relative ad eventualità di un futuro non vicino - l'interesse per quanto oggi sia maggiormente atto ad agevolare la comunicazione linguistica in Europa e che pertanto convenga non contrastare, ma eventualmente secondare "il corso delle cose". Sarebbe giusto però discuterne comunque. L'esordio dell'allargamento, con il conseguente ingresso ufficiale di nuovi idiomi nel concerto dei fattori che possono influire sulla problematica delle lingue nella costruzione europea, aggiunge ragioni per fare il punto su una materia che investe un aspetto importante dell'idea stessa della costruzione europea.

Leo Solari
13 febbraio 2003


Vecchia o nuova Europa

di Barbara Spinelli


SI è parlato molto nei giorni scorsi di vecchia e nuova Europa, sulla scia della divisione del mondo fatta senza convenevoli, ma con notevole senso delle convenienze, dal segretario alla Difesa americano Rumsfeld. Si è parlato di un’Europa che avrebbe conservato e poi dato prova della propria dignità, contrapponendosi alla politica Usa, e di un’Europa che avrebbe invece perduto la dignità, facendosi vassalla della potenza egemone e della sua guerra: la prima Europa sarebbe impersonata dall’alleanza franco-tedesca, la seconda dalla lettera di solidarietà con Washington che sette capi di governo, unitamente al presidente ceco Havel, hanno firmato giovedì su ispirazione anglo-spagnola, oltre che americana. È in questo quadro che non pochi esponenti della classe politica, in Francia e Germania, hanno suonato le campane a morto per l’unità fra europei, per la possibilità di una politica estera comune, per il progetto di un’Unione dotata non solo di un’unica moneta, ma anche di un’unica spada. In realtà, essi hanno rimpianto quello che non c’è e, almeno per quanto riguarda la Francia, quello che non hanno mai voluto.

Tutti costoro si lamentano molto, e ritengono che una grande occasione di unità sia andata perduta. Parlano di cavalli di Troia americani, insediati negli interstizi dell’Est europeo e perfino nel paese fondatore che è l’Italia. Si pentono, quasi, di aver aperto le porte della Comunità a paesi infidi come la Repubblica Ceca, l’Ungheria, e la Polonia che più d’ogni altro paese dell’Est coltiva rapporti d’amicizia profonda con l’America. Sono convinti che l’Europa sia in frantumi, e che la guida su di essa sia ormai nelle sicure mani della Gran Bretagna e di quello che è un suo antico sogno: dividere il continente, per non esserne condizionata; impedire che in esso si formi una qualsiasi egemonia rivale con la potenza di Londra (oggi: con la potenza anglo-americana); operare perché nulla di sovrannazionale nasca nelle terre d’oltre Manica.

In tutte queste analisi c’è del vero, soprattutto per quel che riguarda l’ambizione britannica e l’abilità del suo primo ministro. In poco tempo, Blair è riuscito in effetti a trascinare con sé Spagna, Italia, Portogallo, Danimarca. E per la prima volta ha tolto ai tedeschi quello che costituiva un loro saldo monopolio geostrategico: l’egemonia politica, culturale, sulle nazioni d’Europa centro-orientale che stanno per entrare nell’Unione. L’arte del leaderlaburista non ha nulla di arcano, di inspiegabile: il primo ministro ha fatto politicanel vecchio continente e si è interrogato politicamente, a differenza di altri dirigenti europei. Si è dato da fare per convincere gli incerti, ha intuito che c'erano confusione e straniamento nelle nazioni che costituiscono il limesorientale dell’Unione: e non solo a Varsavia, Budapest, Praga, ma anche in Romania, in Bulgaria. Non ha meditato e agito solo per custodire la propria posizione, ma ha meditato sull’insieme della nuova Europa allargata, sia pure dividendola e giocando politicamente gli uni contro gli altri. Anche questa è una mai sopita aspirazione britannica: parlare in Europa in nome degli Americani, e in America in nome degli Europei.

Precisamente questo non hanno fatto invece gli europei che Rumsfeld definisce vecchi, irrilevanti: Chirac e Schröder hanno cercato di proteggere esclusivamente il proprio tornaconto nazionale, limitandosi a procurarsi una garanzia reciproca che diminuisse il loro isolamento. Hanno mancato non solo di consultare ma di persuadere, di trascinare con sé gli europei titubanti, e anche di comprenderli meglio, di meglio negoziare con essi. Sono stati assai più insulari della Gran Bretagna, con la loro dichiarazione contro la guerra in Iraq. In altre parole: non hanno fatto politica, e con non poca arroganza hanno dato il nome di Europa a quella che era non-politica e non-Europa.
Era una non-politica basata su una dimenticanza grave, e su una non meno grave incoerenza. La dimenticanza riguardava l’intera Europa orientale, che ormai è parte dell’Unione grazie alla caduta del Muro avvenuta nell’89. È il significato dell’Ottantanove che Chirac e Schröder hanno mostrato di ignorare, addirittura di cancellare, e in questo l’Europa franco-tedesca è davvero vecchia: cosa stupefacente in particolare per la Germania, che sin qui era tra le più fini conoscitrici della psicologia dominante nell’Europa postcomunista. Per quest’ultima, l’America non potrà mai essere l’avversario principe, dopo quel che è stato patito sotto il totalitarismo comunista e sovietico.

L’Europa è stata salvata due volte dai propri mostri totalitari, nel secolo scorso: una prima volta dopo l'ultima guerra nel ‘45, una seconda volta dopo la guerra fredda nell’89, e sempre la liberazione è stata opera essenzialmente degli americani. Questo è un fatto indimenticabile, a Varsavia come a Budapest, a Praga, a Bucarest e Sofia: lo era anche per gli europei occidentali, negli Anni 50. Questa sensazione di poter contare solo sull’America ha avuto il suo peso anche di recente: non è l’Europa ma l’America ad aver messo fine allo sconquasso balcanico, nel ‘99. Non è l’Europa ma l’America ad aver dato le prime garanzie di sicurezza agli europei liberati dall’Urss: le porte della Nato si sono aperte ben prima di quelle europee, e oggi l’Unione paga ambedue i ritardi. Questi argomenti hanno contato molto nei pensieri di Vaclav Havel, che pure sogna gli Stati Uniti d’Europa. Per lui come per i suoi colleghi dell’Est è importante evitare le guerre, naturalmente. Ma non meno importante è combattere le forze totalitarie che vivono della militarizzazione della politica. Per questo, anche quando rifiutano la guerra, non esitano a far propria la constatazione di Aznar: «Tra il nemico Bush e il nemico Saddam, la mia scelta è fatta senza difficoltà».

Un’altra debolezza della vecchia Europa è l’incoerenza, mentale oltre che politica. Non senza ragioni, l’Europa difende il primato della legge internazionale sulle ragioni della forza, la preminenza del diritto e del multilateralismo sul trionfo del più forte (uno slogan di Daniel Cohn-Bendit riassume quest’ambizione: make law, not war - facciamo la legge, non la guerra). Ma questa stessa Europa non esita poi a smentire le convinzioni che finge di professare, nella maniera più abietta. È accaduto il 20 gennaio, alle Nazioni Unite: contro l’obiezione di soli tre governi - America, Canada, Guatemala - gli europei hanno accettato che la Libia di Gheddafi occupasse il posto di presidente della Commissione Onu dei diritti dell’uomo. Non ha molto senso farsi strenui difensori del Tribunale penale internazionale e dell’Onu, quando dell’Onu si avallano i peggiori difetti.

Anche in questo caso l’Europa ha mancato l’essenziale, e non solo l’asse franco-tedesco ma l’Europa intera: anche qui ha mancato di fare politica. Nonostante i buoni argomenti europei sulla guerra, Rumsfeld non ha tutti i torti. Non è l’America a dividerci, ma siamo noi a lacerarci senza individuare il limite oltre il quale la lacerazione diventa volontà d’impotenza, non-decisione. È vero: c’è qualcosa di vecchio in un’avanguardia franco-tedesca che resiste all’America e non osa nominare il pericolo costituito da Saddam. Che insiste a pensare il continente come un’accozzaglia di paesi obbedienti a quel che si pensa a Parigi, a Berlino. C’è anche qualcosa di sterile, perché la Germania resterà probabilmente sola con il suo no, e Chirac non eserciterà il suo veto al Consiglio di sicurezza se non lo farà anche Mosca. Mentre c’è qualcosa da scoprire come nuovo nell’Europa di Havel che Blair ha saputo portare alla luce con la lettera degli Otto.

Ma qui finiscono le novità della nuova Europa, così come è stata immaginata da Blair con l’aiuto di Rumsfeld, e da Rumsfeld con l’aiuto di Blair, Aznar e Berlusconi. È vecchio il metodo da essi escogitato, di contrapporre un gruppo di Stati-nazione europei a un altro gruppo di Stati-nazione, senza mettere formalmente in forse le sovranità assolute di ciascuno. È il ricorso alla vecchia pratica della balance of power nel vecchio continente, dell’equilibrio tra potenze che facilita la nascita di potenze egemoni anziché di unità. Solo che la nazione egemone non ha sede in questo caso in Europa, ma in America. È l’America, ancora una volta, a essere il federatore del nostro continente. Da questo punto di vista la nuova Europa non potrebbe esser più vecchia: le due potenze che la guidano - Inghilterra e Spagna - sono avversarie strenue di ogni soprannazionalità politica europea.
Tanto più gravi sono a questo punto le geremiadi europee sull’unità sfasciata, sull’Europa condannata ancora per vent’anni a non esistere come voce unica. Ma soprattutto sono geremiadi menzognere, perché l’unità di cui si celebra la triste sepoltura ancora non esiste. Perché la politica estera comune e la comune spada sono ancora tutte da costruire. Perché la Francia, prima ancora della Germania, continua a frenare quell’unità autentica che solo lei può suscitare.

Possiamo provare a immaginarla, un’Europa unita che davvero esistesse già. Le due posizioni emerse nei giorni scorsi si scontrerebbero al suo interno ­ quella francese e tedesca, quella capeggiata dall’Inghilterra - e alla fine si voterebbe a maggioranza (l’unanimità sarebbe abolita, in un’Europa unita) per vedere quale debba essere la linea vincente. La maggioranza oggi preferirebbe forse la linea degli Otto, ma per vincere questi dovrebbero tener conto sia del parere delle popolazioni - in maggioranza contro la guerra - sia del parere di altri paesi incerti. In un’Europa unita, gli Otto avrebbero parlato ad esempio della necessità di trovare un accordo sul Medio Oriente e dell’opportunità di finire la guerra caucasica della Russia in Cecenia: due malattie che debilitano la credibilità del fronte mondiale antiterrorista.

Non sono i disaccordi dunque, non sono le polemiche interne a distruggere l’Europa. La democrazia vive di disaccordi, è ricca grazie a essi. Quel che distrugge è l’assenza di metodi per ricondurre a unità simili disaccordi: è l’assenza di una sovranità europea ­ di un governo europeo - rispetto alla quale le posizioni si elaborano, si formano, si affermano, lottano per la maggioranza senza infrangersi nel diritto di veto, che ancora impedisce l’Unione sulle questioni essenziali. Quel che distrugge è il no detto all’America, sul quale gli europei mai si accorderanno, perché è un no che non li convince. A cosa gli europei dicono sì? A cosa veramente dicono no? Quando avranno trovato una risposta non mendace a questi due interrogativi, vorrà dire che l’Europa avrà cominciato, finalmente, a fare politica.

La Stampa
2 febbraio 2003


LA NUOVA EUROPA ALLA RICERCA DI UN BARICENTRO POLITICO

di Cristiano Zagari


L'Europa di domani sarà una confederazione di stati in cui il peso dei singoli membri resterà preminente rispetto a quello delle istituzioni centrali, o, viceversa, riuscirà a trasformarsi in un grande sistema politico, definendo un nuovo rapporto tra governo e governati e riuscendo ad andare oltre un mero ruolo di stabilizzazione dell'area continentale? La risposta potrebbe essere nel cammino iniziato in questi mesi.
Con il crollo del Muro di Berlino l'Europa torna a essere, dopo mezzo secolo, un unicum geografico dall'Atlantico al Don , ma al tempo stesso torna a interrogarsi - anche se in un contesto completamente diverso - su come garantire al proprio interno e all'esterno un equilibrio di pace e di stabilità. 
In corrispondenza della fine della tutela americano-sovietica, infatti, ai popoli europei si prospetta un contesto geopolitico di ordine nuovo a cui deve necessariamente corrispondere da parte delle cancellerie continentali un grado di discrezionalità politica ben maggiore rispetto al cinquantennio passato. Nello specifico la Storia richiede al processo d'integrazione europea di evolvere in un indirizzo sempre meno tecnico-settoriale e sempre più politico omnicomprensivo. Per capire quanto questo salto di qualità sia necessario si guardi soltanto come in questi ultimi vent'anni il grado di urgenza storica sia salito in maniera inversamente proporzionale rispetto al grado di efficacia delle istituzioni comunitarie. Non è , infatti, un mistero che dopo il successo nell'integrare tre giovani democrazie come Grecia, Portogallo e Spagna la Comunità ha cominciato a scricchiolare pericolosamente: prima, davanti all'integrazione di sedici milioni di tedeschi orientali, poi, davanti agli smottamenti geopolitici provocati dalle crisi balcaniche di questi ultimi anni(1).
In sintesi, sino ad oggi, la risposta politica data dalle cancellerie europee all'urgente istanza storica non può che definirsi insufficiente. 
Lo scambio politico moneta unica versus riunificazione tedesca progettato a Maastricht, mostra sicuramente attenzione nei confronti del mutare storico, ma non certo convinzione di dover oramai recitare un ruolo politico ben maggiore rispetto al passato. L'idea che il completamento del Mercato unico e il dotarsi di una moneta unica potessero da soli rispondere alle nuove istanze geopolitiche provenienti dall'Europa orientale, denuncia indubbiamente una certa miopia politica dei governi nazionali di allora, troppo intenti a dare peso alle rivendicazioni delle loro burocrazie, notoriamente impermeabili ai cambiamenti storici. Allo stesso modo, la scelta compiuta al vertice di Hannover - nel privilegiare il modello di Europa a tempio greco rispetto al modello ad albero - dimostra chiaramente come, privilegiando il sistema dei pilastri, non si volesse un'Europa con propria personalità giuridica e perciò global player.
Oggi più che mai, come auspicato peraltro da Valery Giscard d'Estaing, l'Europa dovrà essere un sistema di personalità giuridica comune e unica con le conseguenze che ne derivano sia sul piano interno, sia sul piano esterno. Sarà un sistema che dovrà avere una doppia legittimità democratica: da un lato quella storica e identitaria, dall'altro una legittimità continentale che passa necessariamente dalle istituzioni europee. 
Tuttavia, mentre sembra abbastanza pacifico dai dati dell'Eurobarometro, che le istituzioni europee abbiano raggiunto de facto nei temi della sicurezza interna ed esterna del continente il riconoscimento di una propria legittimità di necessità, purtroppo - alla luce dei vari populismi striscianti delle cruente vicende balcaniche - non è altrettanto scontato che il rapporto tra Europa e legittimità storica e identitaria assuma nel breve periodo connotazioni virtuose.
Non è infatti un mistero che l'approccio alla questione dell'identità denunci, già da parte delle cancellerie di dieci anni fa, una visione lacunosa del problema, visione riduttiva nei confronti delle istituzioni europee, viste ancora nella loro accezione meramente economica - tipica del periodo di Guerra Fredda - e al tempo stesso ottimisticamente esagerata nei confronti del cittadino europeo, visto come inevitabilmente destinato in tempi brevi a essere parte di un demos europeo che in realtà ancora oggi, almeno in senso assoluto, non esiste.
È probabilmente in questo doppio errore di prospettiva che va ricercata la transizione decennale tra un'Europa statica e rinchiusa in se stessa e, al contrario, una che sia global player. Tuttavia, tutte le fasi di passaggio tendono a terminare con una nuova coscienza di se stessi; a tal proposito, non è un caso che, in corrispondenza del conflitto kossovaro, il Consiglio di Colonia del giugno 1999 - preso atto dell'impossibilità di costruire un'Europa politica di sponda a un demos europeo già esistente - diede mandato di scrivere una Carta dei Diritti dell'Unione Europea a una convenzione composta da membri di parlamenti nazionali ed europeo, governi e Commissione. In sostanza si decise di partire da più lontano, andando a ricercare quei principi costituzionali comuni ai diversi popoli europei e da loro, ricavare il "comun denominatore europeo" necessario all'identificazione di un popolo attraverso i suoi valori comuni. 
A tal proposito scrive Biagio de Giovanni: "L'importanza della Carta sta nel fatto che essa parla di elementi indisponibili, giacenti nelle costituzioni nazionali e nella coscienza pubblica europea, evidentemente sottratti a dimensione pattizia. In questo senso, l'approvazione della Carta rappresenta un elemento essenziale per dare più legittimità alla costruzione europea e ricostruire legami perduti o indeboliti fra opinione pubblica e istituzioni. Intanto, si tratterà di portare la Carta dentro i trattati contribuendo a elevarne la qualità costituzionale e a ridurre, come si diceva , la dimensione pattizia. La Carta lascia individuare un vero e proprio modello di società, contribuisce a costruire la forma e i principî di uno spazio pubblico europeo in grado di dare sostanza alla cittadinanza, di ampliare le famiglie dei diritti tutelati, far comprendere che il modello europeo ha una sua seria specificità che sarà anche decisiva per il suo ruolo globale, per battere l'anomìa immanente nel mondo globale"(2). 
In altre parole, si tratta di estrarre dai principi comunemente accettati dai cittadini del nostro continente il tanto citato modello sociale europeo al fine di usarlo per saldare il rapporto tra opinione pubblica e istituzioni comunitarie. Rapporto, in questi ultimi anni, di difficile gestione: infatti, a livello di cittadino europeo - malgrado le integrazioni sulla cittadinanza, che si sono avute dal Trattato di Amsterdam in poi - si è avvertita l'assenza di quella mediazione tipica delle istituzioni parlamentari e della politica.
L'assenza di mediazione ha impedito all'Europa di coniugare a dovere le due facce della globalizzazione, il locale col globale, facendo percepire entrambe ai propri cittadini come due insiemi distinti - e perciò antagonisti - e producendo così fenomeni centrifughi. Come ben descritto da Bruno Luverà : "la nuova destra populista interpreta la globalizzazione come una porta girevole: da tenere chiusa, quando sono in discussione i diritti di cittadinanza degli immigrati e la tutela dell'identità culturale; da aprire, quando sono in gioco gli affari, l'economia"(3).
Tuttavia, la mancanza di legittimazione dell'Unione Europea non dipende soltanto dalla distanza del cittadino dal potere, bensì anche dal vuoto d'identificazione e di responsabilità che non fa capire al cittadino se un compito ricada sotto la competenza dei governi nazionali, della Commissione, del Parlamento o piuttosto dei poteri locali. 
Come ribadito dal Giscard d'Estaing, non si può pretendere di far governare un insieme - che avrà 500 milioni di abitanti - da istituzioni centralizzate con legittimazione democratica debole. Anche se fosse efficace, cosa assai improbabile secondo ogni criterio di ingegneria istituzionale, non sarebbe facile individuare il cammino dell'autorità. Appare perciò più percorribile il progetto di un'Europa a più livelli, dove il potere che tende a disperdersi, sia orizzontalmente (enti locali - stato centrale) che verticalmente (stato - istituzioni europee), continui a risultare visibile.
Attraverso la Convenzione sull'avvenire dell'Europa, convocata dal Consiglio di Laeken del dicembre 2001, la nuova Europa cerca il proprio baricentro politico tra missioni e competenze, forte dell'elemento mancante di questi ultimi dieci anni: l'elemento partecipativo e identitario. 
Prima riprova di questo scopo è la composizione della stessa Convenzione. Essa, infatti, è un luogo politico dove - oltre ai governi e alla Commissione europea - partecipano in componenti maggioritarie parlamenti nazionali e Parlamento europeo.
Fatto insolito per l'architettura istituzionale comunitaria, ma spiegabile con la decisione - dopo quindici anni e quattro conferenze intergovernative importanti, ma a rendimento decrescente - da parte dell'Unione Europea di valorizzare - attraverso il metodo della Convenzione e per rispondere alla sfida identitaria - la propria componente parlamentare, intesa qui nella sua estensione più larga: Parlamento europeo più parlamenti nazionali.
L' idea della valorizzazione della componente parlamentare dell'Unione, non nuova nella storia istituzionale comunitaria, l'aveva già proposta il Club del Coccodrillo nel 1984 con il progetto di trattato Spinelli, vanamente; ci ha riprovato, poi, altrettanto vanamente - alla vigilia del crollo del Muro di Berlino - il presidente francese François Mitterrand, allorquando propose al Parlamento europeo di promuovere la convocazione di "assise" sul futuro dell'Europa, aperte ai rappresentanti di governi, parlamenti nazionali e di Parlamento e Commissione europea. L'assemblea di Strasburgo, però, recepì l'invito solo a metà, riunendo nel novembre 1990 a Roma unicamente le componenti parlamentari nazionali ed europee. Inutile aggiungere che nella successiva conferenza intergovernativa, conclusasi a Maastricht con l'approvazione del Trattato dell'Unione europea non vi fu traccia della presenza delle componenti parlamentari.
Il mancato accoglimento della proposta Mitterrand dimostrò come l'idea di un "luogo politico", nel quale si dovessero incontrare i detentori dei quattro poteri costituenti condivisi a livello europeo, fosse ancora troppo avanguardista per il tessuto politico dei paesi membri, non ancora pienamente consapevole delle proprie potenzialità. Ciò risulta particolarmente vero sia per i parlamenti nazionali, ancora troppo lontani dalla quotidianità europea, sia per il Parlamento dell'Unione che, dopo la sua investitura a suffragio universale diretto, risulta certamente cosciente di dover recitare un ruolo di protagonista nella vita politica comunitaria (come dimostrato dal progetto di trattato Spinelli del 1984) ma risulta, altresì, poco ligio nell'analizzare il contesto politico in cui si deve muovere e, perciò, poco maturo nel canalizzare gli spazi politici disponibili.
Tale maturazione avverrà anche grazie alla coscienza d'imperfezione istituzionale, successiva alle conferenze intergovernative di Maastricht e di Amsterdam, coscienza d'imperfezione cui si cercherà di riparare rendendo il Parlamento di Strasburgo maggiormente partecipe del processo di decisione legislativa. Sarà proprio dopo il Trattato di Amsterdam, momento di grande impasse per i governi, che il Parlamento, finalmente "svezzato", avrà una seconda occasione d'inserirsi d'ufficio nel meccanismo decisionale europeo.
L'occasione si ebbe al Congresso dell'Aja del maggio 1998 del Movimento Europeo Internazionale: infatti, è in tale contesto che fu rilanciata l'idea di un organo misto che si collocasse a metà strada fra l'assemblea costituente e il metodo intergovernativo, idea poi ripresa dalla coalizione SPD/Verdi in Germania in vista del Consiglio europeo di Colonia. 
Ma la valorizzazione della componente parlamentare è solo uno degli aspetti positivi legato al potenziale di coinvolgimento della Convenzione; non è, infatti, irrilevante sottolineare che dell'agorà europea fanno parte altresì i rappresentanti di governi e parlamenti dei paesi candidati all'ingresso nell'Unione e alcuni membri osservatori, in rappresentanza delle parti sociali e dei poteri locali; come non è irrilevante l'attenzione dedicata dai lavori della Convenzione alla società civile e in particolare ai giovani, quest'ultimi principali destinatari della grande sfida. A tal proposito, non è un caso che il Governo italiano abbia istituito presso la Presidenza del Consiglio un Osservatorio sulla Convenzione, fedele espressione della Convenzione stessa, sia per quanto riguarda la rappresentatività delle categorie, sia in relazione all'attenzione ai giovani (i membri dell'Osservatorio sono quasi tutti sotto i quarant'anni).
Una maggior compartecipazione ai destini del continente, come peraltro già accennato in precedenza, passa altresì dalla messa a fuoco delle missioni di questa nuova Europa e soprattutto dalla definizione dell'esercizio delle competenze e dal modo in cui saranno gestite.
Per quanto riguarda le competenze, la Convenzione ha il gravoso compito di trovare un modo per verificare ex ante che le leggi europee proposte dalla Commissione siano ben conformi al principio di sussidiarietà, ovvero che non si faccia a livello europeo quello che potrebbe essere fatto a livello nazionale. In questi ultimi anni, soprattutto per voce dei Länder, si è spesso invocata l'effettiva applicazione del principio di sussidiarietà, spesso sacrificato all'art. 308 TCE, articolo dei così detti poteri impliciti, che consente all'Unione di avocare a sé poteri specifici, qualora siano necessari al raggiungimento di obiettivi determinati, quando i trattati non prevedano strumenti adeguati. Oggi si parla appunto di rendere più forte il controllo di sussidiarietà - magari attraverso una verifica politica parlamentare in forma preventiva - e di rendere meno fruibile detto articolo, appesantendone istituzionalmente, con ogni probabilità, l'applicazione. 
È invece del tutto da escludersi la determinazione delle competenze in un relativo catalogo da ritenere immutabile, visto che perlopiù è il momento storico a determinare il grado d'intensità dell'azione comunitaria. 
Come recentemente dichiarato da Mario Monti(4), il tema di restituzione delle competenze è più un problema d'intensità d'azione, che di stralcio complessivo. Ne è un esempio proprio la politica della concorrenza dove, fatti salvi alcuni principi economici, come il principio di unicità economica - che devono restare nel Trattato ed essere tutelati nella loro osservanza - non sarebbe certo sbagliato coinvolgere Autorità nazionali per la concorrenza e Tribunali nazionali. 
In sintesi, la Convenzione individuerà il baricentro politico della nuova Europa soltanto se sarà in grado di coinvolgere attivamente il cittadino nel nuovo contesto internazionale dandogli più Europa laddove oggi se ne sente maggiormente il bisogno, e meno Europa, laddove gli interventi di questa offuscano o limitano responsabilità che dovrebbero essere statali, regionali o locali.



L'Europa di oggi si trova obbligata dall'urgenza storica a evolvere in un qualcosa che assomigli sempre di più ad un unico grande sistema politico, caratterizzato - parafrasando Valery Giscard d'Estaing - da un'architettura di dimensione continentale e, al tempo stesso, da una visione inedita dei rapporti tra cittadini e istituzioni.

da AAVV, Thesmos-Appunti Europei, 
Quaderno n.1, Rubbettino Editore 


1) È il caso di ricordare quanto affermato dal vice presidente della Convenzione, Giuliano Amato: "Abbiamo una comunità che si è già allargata e che ha generato fior di utopie, ma che ora sta morendo di intergovernatività. Intergovernativismo, che era in condizioni di partorire esso stesso soluzioni comuni e comunitarie, quando eravamo sei o nove, che nel contesto odierno di comunità allargata ha enormi difficoltà a produrre e che è quindi diventato la fonte insopportabile di discrasie tra prodigalità nelle promesse e avarizia nei risultati; ci si trova nei Consigli europei, che si fanno manifesti che se uno li legge cambia il mondo e poi si prova ad attuarli e lì ciascuno ha le sue ragioni per restarsene a casa. È ; è uno degli indici più evidenti di inflazione del potere: quando aumentano il numero delle parole con le quali si fanno promesse sempre più grandi, diminuiscono i risultati prefissi; questo aliena, ed è ovvio che questo accada. Oggi la democrazia è spaventosamente difficile perché è molto più esigente di quanto fosse una volta: tutti vogliono partecipare quando qualcosa li tocca, e qui c'è un altro confine delicato- com'e è delicato il confine tra localismo e localismo - parte di un sistema democratico articolato -, è delicatissimo e sottile il confine tra il cittadino esigente e il cittadino che diventa un ribelle populista, basta un nulla nell'inadeguatezza del sistema democratico, per trasformare il cittadino democratico esigente in un populista ribelle." (dal discorso pronunciato al convegno Convegno Dall'euro alla Costituzione europeaDS sull'Europa, Roma 21 febbraio 2002).

2)De Giovannie Giovanni, Mezzogiorno d'Europa, Anno III, n.1, gennaio/febbraio 2002.. 

3) LuveràLuvera, Il Dottor H, Einaudi, Torino 2000, p.4.

4)M. Monti, Le prospettive della Convenzione sul futuro dell'Europa: iI temi chiave, Convegno IAI, in Notizie dall'Osservatorio, n. n.4, maggio 2002, p.3.


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