L'Europa e il nuovo colonialismo


1. I Trattati e la pratica delle istituzioni europee.

Le istituzioni europee sono una costruzione "sui generis" con importanti aspetti di soprannazionalità, che ha come progetto l'integrazione dei Paesi Membri. Allo scopo di mettere tutti i cittadini sullo stesso piano di fronte alle istituzioni, alla legislazione che producono e alle opportunità che creano, i Padri fondatori avevano deciso che tutte le lingue dei Paesi membri erano lingue ufficiali e lingue di lavoro.

All'inizio, con i sei Paesi della Comunità Europea, le lingue erano quattro Italiano, Francese, Tedesco e Olandese. Anche se il Francese era la lingua più usata, le altre lingue restavano d'uso corrente. Tutti i documenti, tutti gli strumenti di lavoro, le informazioni e le comunicazioni di ogni tipo erano rigorosamente nelle quattro lingue e, soprattutto, la comunicazione con i Paesi Membri, che fosse a livello delle autorità o dei semplici cittadini, era sempre nella lingua nazionale. Tutta la struttura interna delle istituzioni era predisposta per riempire questo ruolo mediante Servizi composti di nazionalità armoniosamente e sapientemente diversificate. 

Con le successive adesioni del Regno Unito, dell'Irlanda e della Danimarca, poi della Grecia, in seguito della Spagna e del Portogallo ed infine dell'Austria, della Finlandia e della Svezia, siamo arrivati a quindici Paesi e undici lingue.

Il funzionamento linguistico, che sempre è stato considerato una delle colonne portanti della costruzione europea, nella misura in cui essa entra nella vita quotidiana del cittadino e lo concerne direttamente, ha continuato ad essere corretto fino a pochi anni fa'. Nell'ottica di fondare una comunità dei popoli europei, fondata sui principi democratici, sulla riconoscenza reciproca, l'uguaglianza e la fraternità, I Servizi linguistici delle istituzioni europee, che erano un modello unico di rara efficienza, avrebbero dovuto essere oggetto di un'attenzione particolare e divenire centri di eccellenza al servizio dei cittadini che costituiscono il popolo sovrano, fondamento di tutte le democrazie.

Al contrario, approfittando, da una parte, dell'appoggio di certi Paesi nordici, dall'altra, della prospettiva dell'ampliamento verso i Paesi dell'Est, l'Inglese ha cominciato a voler giocare il ruolo della lingua unica mettendo a punto una vera strategia, nel costituire e congegnare i servizi, nell'adottare strumenti di lavoro ad hoc, nel riconcepimento dei servizi linguistici, nella costruzione delle relazioni e dei negoziati con i Paesi candidati, in un'ottica che deroga al principio d'interesse generale. In particolare, sono stati messi in piedi servizi unilingui, intolleranti di qualsiasi altra forma d'espressione, creando centri di potere che tendono a gestire in maniera esclusiva settori importanti all'interno delle strutture comunitarie. In seno alle istituzioni stesse è stato creato un marchingegno, ispirato ai criteri dell'impresa privata e funzionante in completa contraddizione con la lettera e con lo spirito dei Trattati, che tutto spazza davanti a sé.


2. Le nuove tendenze e il caso dell'Italiano.

Recentemente, la Commissione Europea ha deciso di ridurre a tre le lingue di procedura: Francese, Tedesco e Inglese. Non si capisce perché mai l'Italiano che, allo stesso titolo di queste tre lingue è la lingua di uno dei quattro "Grandi" non abbia anch'esso conservato la sua qualità di lingua procedurale e sia, al contrario, quasi scomparso dall'uso corrente, non solo nel lavoro quotidiano ma anche in tutte le forme di documentazione, nei formulari da riempire, nei progetti da presentare e nella comunicazione con i cittadini e con le autorità.

Tutto ciò comporta conseguenze catastrofiche per un'effettiva e concreta partecipazione italiana al processo di integrazione in corso nonché ai programmi e alle azioni delle quali i cittadini, le istituzioni, le imprese italiane devono poter essere protagonisti, insieme agli altri e su un piano di stretta e rigorosa parità. Questa situazione è molto inquietante perché, ovviamente, nella prospettiva delle nuove adesioni bisognerà trovare un modus vivendi, fermo restando il fatto che sarà sempre indispensabile assicurare le legislazioni in tutte le lingue. In questa prospettiva, se si devono scegliere alcune lingue di lavoro e di procedura e se l'Italia vuole mantenere il suo livello di Grande Paese, risulta di fondamentale importanza che l'Italiano non venga messo da parte.

L'Italia non è un piccolo Paese in nessun senso. L'Italia è uno degli Stati Membri fondatori della Comunità Europea e, in tal senso depositario e garante del progetto originario, la cui originalità rimane a tutt'oggi l'anima unica, grandiosa e impareggiabile del modello europeo. L'Italia è un Paese che ha un peso determinante, in seno all'Unione, non solo in termini demografici, economici, politici e culturali ma anche per la sua dinamicità, creatività, apertura e, non ultimo, per il suo contributo umanistico e spirituale nella storia d'Europa. Basta dare un'occhiata alla faccia nazionale delle Euro-monete per comprendere quale è il posto dell'Italia nel contesto europeo.


3. La deriva del modello originario.

Le recenti decisioni della Commissione Europea di ridurre a tre le lingue di procedura e di lavoro, in flagrante contraddizione con la lettera e lo spirito dei Trattati costitutivi, da quello di Roma, del 1957 a quello di Nizza, del 2000, non ha fatto che aggravare la situazione. Esse, infatti, incoraggiano l'invadenza e l'aggressività dell'inglese, nei confronti delle altre lingue, e gli facilitano il compito di colonizzare l'Europa, eliminando l'Italiano e lo Spagnolo, lingue di grande vitalità e diffusione che hanno entrambe la caratteristica di essere plebiscitate dal cittadino europeo e che vengono imparate e parlate per diletto e con passione, non per obbligo. La situazione al Segretariato del Consiglio di Ministri non è migliore, si salva ancora, in parte, il Parlamento Europeo un po' più attento alle esigenze della democrazia.
Nell'insieme, le istituzioni europee, ispirate da consulenti, dei quali, in particolare, il Vice-Presidente della Commissione, Neil Kinnock, ama circondarsi, invocano ragioni di bilancio per smantellare I Servizi, prioritariamente quelli linguistici, che sono l'espressione della democrazia delle istituzioni e della volontà di far partecipare tutti I cittadini europei al processo di integrazione in corso. Orde di consulenti d'oltre oceano si attaccano al cuore dell'Europa, squisitamente cartesiano, smantellando le strutture interne delle istituzioni con riforme che degradano l'efficienza, la responsabilità e l'indipendenza della pubblica amministrazione, a livello europeo, la quale costituisce al tempo stesso lo strumento inscindibile dallo stato di diritto e il veicolo indispensabile per la messa in opera della democrazia.

Forze centrifughe si sono impadronite delle strutture che l'Europa si è data per realizzare il suo progetto di unione e le usano per raggiungere obiettivi che sono in contrasto con l'integrazione europea.


4. L'Europa dell'esclusione.

L'uso dell'inglese, come lingua unica, che induce il pensiero unico, ha come conseguenza diretta l'esclusione, generalizzata, della massa dei cittadini europei di lingua e cultura latina, dalla partecipazione effettiva alla costruzione europea, alla vita attiva in seno alla stessa, a tutte le opportunità che le istituzioni creano. In questo contesto va ricordato che I popoli latini costituiscono più della metà dell'Unione, che, quasi, l'altra metà è costituita da popolazioni germaniche e che gli anglofoni costituiscono soltanto il 5,5% dell'insieme.

La stessa cooperazione con I Paesi terzi è stata, poco a poco, svuotata della sua motivazione profonda che l'approccio umanistico, di stampo latino, le aveva conferito. Concepita, all'origine, come relazione privilegiata con I Paesi in via di sviluppo e con quelli a reddito medio-basso, sulla base di trasferimento di conoscenza e di modi di fare, prevedeva anche un trasferimento di valori, sul modello europeo, e una stretta collaborazione umana che assicurava lo stabilirsi di
relazioni professionali e di lavoro che andavano aldilà dei singoli progetti, è stata sbaragliata, poco alla volta, con una marcata tendenza alla privatizzazione e alla decentralizzazione e con modi di fare che non calzano all'insieme dell'Europa.

Le forme di cooperazione attuale consistono, essenzialmente, nella messa a disposizione di fondi, sono schematiche, senz'anima e sono spesso realizzate non da istituti, imprese, consulenti e cittadini europei, che possano assicurare delle ricadute positive per l'Europa e lo stabilirsi di rapporti fruttuosi, ma da agenzie delle Nazioni Unite, consulenti, istituti e fondazioni d'oltre oceano. Ma, la cooperazione non si fa con I soldi, che ne sono solo il supporto materiale, si fa con gli uomini e con le donne che vanno sul posto e condividono quotidianamente le responsabilità, legate alla realizzazione dei progetti, con le persone del luogo, trasferendo conoscenza e modi di fare e tessendo legami perenni.

Le risorse del contribuente europeo non sono più consacrate
alla costruzione di una certa immagine dell'Europa e a tessere vincoli di solidarietà con I Paesi più poveri, sono oggetto di " business " e servono a rimpolpare consulenti, istituti, fondazioni e imprese che non sono neanche europei. La qual cosa toglie all'uso dei fondi ogni legittimità. Ma I danni non si limitano a questo, essi invadono tutti I settori del processo di integrazione.

Come giustificare, ad esempio, la forma presa dai negoziati di adesione con I Paesi dell'Est ai quali è stato imposto l'inglese a un punto tale che, nonostante la preferenza di molti tra loro per il Francese o per il Tedesco, che conoscono meglio, tutti I documenti, inclusi gli accordi, sono stati presentati solo in inglese. Con questo tipo di operazione, il dispositivo istituzionale dell'Europa unita, di tutti I Trattati, da Roma a Nizza, viene infranto. La qual cosa causa al cittadino un danno ancor più grave che I soldi mal spesi. Purtroppo, questo genere di "disfunzionamento" non colpisce mai, abbastanza, l'attenzione del cittadino perché si tratta di un danno che non ha alcuna visibilità immediata per I non addetti ai lavori, in effetti la grande maggioranza, I quali perdono,senza saperlo, dei diritti e delle opportunità e assistono, a loro insaputa, alla corrosione della democrazia.

A mo' delle dittature più bieche, che giustificano, presso I cittadini, l'assenza di elezioni democratiche con la mancanza di fondi nelle casse dello Stato, le istituzioni europee diventano grette per le spese di Traduzione e d'Interpretariato e smantellano subdolamente I Servizi linguistici, senza tenere conto del fatto che la democrazia ha un prezzo che le istituzioni democratiche sono tenute a pagare. 

La Pubblica Amministrazione non può agire secondo I criteri dell'impresa privata perché I suoi obiettivi sono altri e non mirano al profitto ma ad assicurare che l'interesse generale, la solidarietà sociale, la giustizia e l'equità siano sempre prioritari, su tutto.


5. Una nuova forma di colonialismo.

Dietro queste manovre si nascondono obiettivi di natura economica immediati ma esse mirano anche a una forma ancora più grave e nefasta di colonizzazione dell'Europa sul piano commerciale, militare e strategico. Le pressioni esercitate in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio per liberalizzare tutti I settori inclusa l'Educazione nazionale, la Salute pubblica e via dicendo non fanno presagire niente di buono.

Mutatis mutandis, questa storia mi fa pensare alle persecuzioni contro gli ebrei. All'inizio sembravano cose banali e, in fin dei conti, secondo I benpensanti dell'epoca, accettabili. La massa dei cittadini non ha osato levare la voce per tempo. Coloro che venivano ingiustamente perseguitati si sono piegati, a portare la stella, a vedere sminuiti I loro diritti civili, poi alla deportazione e, infine, ai maltrattamenti, ai lavori forzati, nessuno mai avrebbe potuto immaginare che in fondo al tunnel c'erano le camere a gas. Non ci sono state rivolte, poche fughe, tutto si è compiuto all'insaputa dei più e contro la buona fede, ispirata dal conformismo, della stragrande maggioranza di coloro che avrebbero dovuto reagire subito.

Siamo, attualmente, nella stessa identica situazione anche se I termini del problema si pongono in modo diverso. Nessuno si preoccupa, veramente, dei degradi che subisce la nostra lingua nel suo diritto di esistere, a pieno titolo, in seno all'Europa, perché le decisioni che sono prese e il loro funzionamento sono " tecnici " e non trasparenti, pochi sono coloro che sono al corrente dei termini del problema e pochissimi quelli che hanno la lucidità di comprenderne le conseguenze nefaste. L'Italia è oggi come le vergini stolte della parabola perché non sa vegliare e perde di vista quelli che sono gli interessi fondamentali del Paese e dei suoi cittadini. Altri Paesi europei sono sulle stesse posizioni perché banalizzano la questione linguistica, la trattano con superficialità, non tengono conto della sua dimensione culturale, identitaria e democratica, non hanno ancora compreso cosa si profila in fondo al tunnel : un'Europa duale costituita di cittadini di prima e di seconda categoria con tutte le conseguenze che questo comporta.

AnnaMaria Campogrande

14 Ottobre 2002


Per fare l´Europa non basta una Costituzione

di GIULIANO AMATO


SINO a questo punto il lavoro della Convenzione è andato al di là delle aspettative iniziali per almeno tre ragioni. Prima ragione: nella Dichiarazione di Laeken non si parlava di «Costituzione». Si chiedeva alla Convenzione di fare delle raccomandazioni per la semplificazione e la ristrutturazione dei Trattati e l´aggettivo «costituzionale» compariva solo accanto al sostantivo «futuro», seguito da un punto interrogativo. Ora la Convenzione ha già approvato l´ossatura di una vera e propria «Costituzione» e il passo è avvenuto senza alcuna forzatura. È stato per primo Eurobarometro a dirci che l´idea di una Costituzione europea gode dei favori della maggioranza in tutti i nostri paesi. E la stessa cosa ci hanno detto le tante associazioni e organizzazioni della società civile che abbiamo ascoltato.
Seconda ragione: della Costituzione europea farà parte la Carta dei diritti, già approvata come documento soltanto politico dalla Conferenza intergovernativa di Nizza. Non è stato facile ottenere il consenso di tutti su questo inserimento e quindi sull´attribuzione alla Carta di valore giuridico. E per trovare un accordo si è dovuto precisare che in essa vi sono veri e propri diritti, che come tali saranno salvaguardati dalle Corti, ma vi sono anche principi (soprattutto in materia economica e sociale), che avranno il solo valore di orientare l´azione legislativa dell´Unione e che, in assenza di questa, non potranno offrire la base di azioni giudiziarie. Resta il fatto che, sia pure con questa limitazione, il valore giuridico della Carta, che era oggetto sino a ieri di una questione molto aperta, farà parte delle proposte unanimi della Convenzione.

La Carta non basta a fare l´Europa

Terza ragione: qui entrano in gioco non i documenti formali della Convenzione, ma quelli delle due principali famiglie politiche (quella socialista e quella popolare). In essi si riscontrano consensi importanti sui valori, le missioni e gli obiettivi dell´Europa di domani. Sappiamo tutti che, più delle relative definizioni, contano gli strumenti per realizzare ciò che si promette. Ma l´esperienza di questi cinquant´anni ci dice che anche fini e valori hanno importanza, per la forza che offrono alle proposte intese a realizzarli e per l´influenza che comunque esercitano sulle scelte politiche e giudiziarie dell´Unione. Fa differenza che l´Unione abbia tra i suoi scopi la crescita o lo sviluppo sostenibile, un´economia di mercato o un´economia sociale di mercato, la protezione delle sue diversità culturali o questa stessa protezione insieme però alla formazione di valori e di responsabilità comuni, una politica internazionale volta alla sicurezza dei suoi cittadini ovvero una politica estera che la sicurezza dei cittadini la colloca in un mondo più giusto, con meno povertà e con più rispetto dei diritti fondamentali di tutti. Ecco, leggendo i documenti dei socialisti e dei popolari si può fare la ragionevole previsione che sarà regolarmente la seconda l´opzione prevalente nella Convenzione sui temi qui indicati. E questo è un altro segno di positiva innovazione.
Qui però finiscono le buone notizie e comincia la parte su cui personalmente nutro forti preoccupazioni. Ed è la parte che riguarda gli equilibri da realizzare fra le istituzioni, sia nella vita complessiva dell´Unione sia in quei settori specifici per i quali più forte è la domanda di «più Europa»: la politica estera e di sicurezza comune e il coordinamento economico e sociale. In questi ambiti le gelosie fra le istituzioni e le gelosie degli Stati possono rendere assai arduo per la Convenzione il raggiungimento dei risultati che sarebbero necessari.
Come sanno coloro che seguono da vicino le questioni europee, c´è da tempo una forte domanda, che viene in particolare da alcuni dei Paesi maggiori, perché si abolisca la presidenza semestrale del Consiglio europeo e si passi ad un presidente eletto dallo stesso Consiglio con un mandato più lungo. La domanda ha un fondamento, perché è vero che la presidenza semestrale ha diversi svantaggi, destinati ad aggravarsi con l´allargamento: priva di continuità le politiche del Consiglio europeo, perché ogni nuovo presidente è indotto a fissare sue priorità che mutano così ogni sei mesi; priva di autorevolezza lo stesso presidente nei rapporti internazionali, che pure deve intrattenere, perché non c´è abbastanza tempo di familiarizzare. Detto questo, è altrettanto evidente che, eliminando la rotazione semestrale, si perde anche il beneficio che ne deriva e che è rappresentato dallo stimolo a «pensare europeo» per gli apparati e per le stesse opinioni pubbliche dei paesi più piccoli e più periferici: un vero e proprio beneficio di integrazione. C´è inoltre il problema dei rapporti fra questo presidente e quello della Commissione: se avranno entrambi un mandato lungo, si potrà evitare che finiscano su una rotta di collisione? E non finirà per risentirne lo stesso ruolo della Commissione nel caso che il presidente eletto del Consiglio arrivi ad avere voce e autorità sulle stesse questioni di governo quotidiano dell´Unione?
Si tratta di un problema difficile, che secondo alcuni non ha soluzione e che quindi non dovrebbe neppure essere aperto. Secondo altri lo si dovrebbe invece affrontare, adeguando tuttavia il contesto complessivo in modo da tener conto sia delle ragioni degli Stati minori sia di quelle della Commissione e del suo presidente. E le proposte, in questa prospettiva, sono già tante: per le ragioni degli Stati minori, un vice-presidente a rotazione, un team di presidenza con componenti a rotazione, le presidenze a rotazione dei Consigli dei ministri che rimarranno o almeno di alcuni di essi. Per le ragioni della Commissione, rafforzare il suo ruolo di responsabile di tutte le attività di coordinamento e di esecuzione e magari affidare al suo presidente il compito di presiedere il consiglio degli Affari generali, che è quello che prepara il Consiglio europeo. Sono tutte proposte - come si vede - che vanno a incidere sul funzionamento di una macchina molto complessa e che dovrebbero essere valutate con l´unica preoccupazione di farne uscire un funzionamento equilibrato ed efficace. Temo invece che prevalgano altre preoccupazioni - gelosie e difesa di prerogative esistenti - col rischio che poi ne esca un patchwork, capace di produrre non collaborazione, ma interdizione istituzionale.
Sul terreno della politica estera, e sullo stesso terreno del coordinamento economico e sociale, si contrapporranno due ipotesi, entrambe modificative della situazione esistente, ma profondamente diverse fra loro. I sostenitori della prima si avvarranno dell´insieme delle esperienze sin qui fatte per dimostrare che dovunque ci si è affidati all´iniziativa della Commissione e ai suoi poteri conseguenti si è arrivati a risultati più rapidi e più rispondenti agli interessi europei; dovunque ci si è affidati al metodo del puro negoziato intergovernativo, ci si è molte volte arenati e, quando si è arrivati in fondo, ci si è ridotti a compromessi di basso profilo. Di qui la necessità, ai fini di una politica estera davvero comune e di un effettivo coordinamento economico e sociale, di affidarsi di più alla Commissione: da una parte inserendo in essa, sia pure con un ruolo speciale, l´Alto rappresentante per la politica estera, che oggi fa capo direttamente ed esclusivamente al Consiglio; dall´altra affidandosi ad iniziative e, ovunque possibile, a vere e proprie proposte della Commissione, che hanno una maggiore forza vincolante (il Consiglio, per cambiare una «proposta» della Commissione, deve votare all´unanimità). I sostenitori della seconda ipotesi diranno che tutto questo è semplicemente utopico, che stiamo appena ora cominciando a unificare queste politiche e non possiamo aspettarci che gli Stati siano disposti a fare spazio alla Commissione, che il vero problema è abituare progressivamente loro ad una gestione davvero comune. Per questo serve trasformare l´Alto rappresentante in un vero ministro degli Esteri che, a nome dell´Unione, presieda il Consiglio dei ministri per gli Affari esteri. E per questo serve dare al Consiglio europeo un presidente duraturo, che, dall´interno del Consiglio, rafforzi la lealtà all´interesse europeo dei primi ministri che ne fanno parte, abituandoli a rinunciare all´unanimità e ad accettare le decisioni a maggioranza.
Sarebbe sbagliato leggere la prima come l´unica strada ispirata da una motivazione sinceramente europeista e la seconda come un maquillage degli Stati membri per non cambiare niente. Certo è che le due strade sono diverse e che la scelta fra di esse spezzerà il largo consenso che sembra esserci sui nuovi obiettivi dell´Unione e sarà determinante nel precostituire la capacità di perseguirli. Per questo vedo con preoccupazione l´avvicinarsi della scelta. E spero in cuor mio che possano avere ragione i lungimiranti convenzionali che già hanno proposto di cercare un´intesa usando il fattore tempo e quindi mettendo le due strade in sequenza. All´euro, in fondo, ci siamo arrivati così.

la Repubblica 
11 dicembre 2002


LA TESI CONTROCORRENTE DI KUPCHAN, EX COLLABORATORE DI CLINTON: ALL´APICE DELLA POTENZA, IL DECLINO È GIÀ COMINCIATO 

Usa, gli ultimi giorni dell´impero: «Dall´economia ai diritti umani, l´Europa verso il sorpasso»

di Maurizio Molinari,
corrispondente da NEW YORK

GLI Stati Uniti sono oggi all'apice della potenza, nessun paese è in grado di sfidarli sul terreno dell'economia o della forza militare ed è difficile ricordare una fase della Storia nella quale un'unica nazione sia stata capace di distaccare a tal punto qualsiasi combinazione di alleanze fra i propri rivali. Ma proprio questa è la sua debolezza, perché la spinge all'unilateralismo e a sottovalutare il più accanito rivale: non la Cina né l'Islam, bensì l'Europa. È questa la premessa da cui parte Charlie Kupchan, direttore del programma di studi europei del Council on Foreign Relations di New York ed ex collaboratore di Bill Clinton durante il primo mandato presidenziale, per affermare che al di là delle apparenze l'America in realtà è all'inizio della fase di declino imperiale. The End of the American Era, 391 pagine, edito per i tipi di Knopf, contiene un dettagliato monito per l'opinione pubblica americana: gli Stati Uniti sono destinati nei prossimi anni ad assistere al tramonto dei propri primati, a essere sorpassati economicamente dall'Europa e a subire gli effetti di una «rivoluzione digitale» impossibile da gestire con le politiche attuali. 
Sono due le motivazioni che Kupchan avanza a sostegno della sua tesi. Primo: l'Europa è in fase di progressiva crescita e maturazione, politica militare ed economica. Secondo: l'America di George Bush è prigioniera di orientamenti politici che sommano isolazionismo e unilateralismo, spingendo il paese a rinunciare a quel ruolo di demiurgo di alleanze internazionali avuto nel Novecento dallo sbarco in Normandia al crollo del Muro di Berlino. Sull'Europa che cresce Kupchan ha pochi dubbi: il processo di unificazione all'interno dell'Unione europea è più veloce e meno traumatico di quello che portò alla nascita degli Stati Uniti, che passarono addirittura attraverso una guerra civile; numeri e statistiche documentano come le potenzialità di crescita economica dei paesi europei siano superiori a quelle americane, in attesa dell'entrata in competizione della Cina nel 2025. E poi c'è la politica: l'Europa da mesi sta sfidando a viso aperto gli Stati Uniti su più fronti, dalla nascita del Tribunale penale internazionale alla composizione della commissione Onu sui diritti umani, dal dialogo con la Corea del Nord al processo di pace in Medio Oriente, fino al rispetto del Protocolo di Kyoto sulla riduzione dei gas-serra e all'opposizione alla guerra all'Iraq fuori della cornice dell'Onu.
«L'Europa interviene oggi come non ha fatto in passato» osserva Kupchan ricordando la capacità finora dimostrata di assumersi responsabilità di rilievo, a cominciare da quelle militari nei Balcani. Kupchan invita a guardare oltre le polemiche fra i Quindici che tengono quotidianamente banco a Bruxelles: «Sebbene l'Europa sia lontana dall'essere una federazione, la sua ricchezza rivaleggia con quella dell'America mentre emerge una determinazione ad affermare valori e interessi differenti da quelli degli Stati Uniti». Con un richiamo all'antichità Kupchan si rifà alle cronache del IV secolo, quando l'Impero Romano si divise in due con la scissione dell'Impero d'Oriente con capitale Bisanzio, futura Costantinopoli. «È quello che potrebbe avvenire adesso all'Occidente» sostiene l'autore, sottolineando i paralleli fra la debolezza della Roma di allora e quella degli Stati Uniti oggi, primo fra tutti l'incapacità dell'amministrazione di Bush di continuare a essere il perno della politica di alleanze di interessi e valori che ha costituito dal 1945 l'ossatura dei grandi patti internazionali - da Fmi a Onu, dall'Apec alla Nato - dopo la sconfitta del nazifascismo e durante la Guerra Fredda. «Le politiche dell'America sono destinate a ridurre l'impegno nelle vicende internazionali - sostiene Kupchan, accomunando le scelte di Bush ad alcuni orientamenti avuti anche dal predecessore democratico Bill Clinton - facendo riemergere sentimenti popolari radicati da tempo come quello di non dover accettare compromessi sulla sovranità in nome di alleanze e accordi». La percentuale della popolazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale è scesa al 5 per cento, per le giovani generazioni il Muro di Berlino appartiene al passato e l'aumento dell'immigrazione ispanica indebolisce gli internazionalisti. Si tratta di una tendenza consistente che neanche l'11 settembre è riuscita a invertire, come dimostra il fatto che benché sia stata attaccata l'America tende ad agire da sola, che sia in Afghanistan o in Iraq. Se Francis Fukuyama aveva parlato di «fine della storia» ora Charlie Kupchan ribatte che siamo «solo all'inizio» e all'orizzonte c'è la divisione dell'Occidente in due, con Bruxelles nelle vesti della Bisanzio del XXI secolo. 

la Stampa 
8/12/2002


Europa: l'unità delle diversità

di Giorgio Ruffolo


1. Nel mio quarto d'ora vorrei toccare, con ovvia sommarietà, tre temi:

° il rapporto che corre nel nostro mondo tra cultura e sviluppo e economico e i rischi che vi sono connessi;
° il rapporto tra cultura ed Europa e l'occasione che esso presenta;
° il ruolo della cultura nel processo di integrazione europea e l'opportunità di rafforzarlo.

2. Il primo problema emerge con l'avvento del capitalismo e della società dinamica. Non si pone, ovviamente, nelle società tradizionali: per la semplice ragione che in quelle, lo sviluppo economico non c'è, o è trascurabile. L'economia è stazionaria. C'è invece, certo, la cultura: la produzione delle idee. E', anzi, la più alta e nobile forma dell'esistenza umana. Ma è il privilegio delle classi dominanti, un sottilissimo strato dell'umanità. E' quello che i romani chiamano l'otium. I contadini lavorano perché Platone e Cicerone, Montaigne ed Erasmo possano pensare.
Nelle società dinamiche, capitalistiche, il rapporto tra economia e cultura tende ad invertirsi. La produzione di idee è sempre più finalizzata - grazie alla formidabile potenza del motore costituito dalla combinazione di due forze, la tecnica e il mercato - alla espansione della economia.
La sfera autonoma della cultura, quella che Popper definisce il Mondo Tre, il mondo delle idee, e Teilhard de Chardin la noosfera, il mondo del pensiero "disinteressato", trascendente, rischia di essere inglobata dalla tecnosfera. Il primato di quest'ultima provoca l'insorgere di due fatali squilibri: lo squilibrio ecologico, tra tecnosfera ed ecosfera; e lo squilibrio culturale, tra tecnosfera e noosfera. Il più grave aspetto di quest'ultimo squilibrio sembra essere l'enorme sproporzione tra l'informazione, la moneta attraverso la quale la cultura circola, e la cultura, la produzione reale, nuova, di idee. Questa sproporzione genera una vera e propria inflazione, una svalutazione della cultura: una sovrabbondanza dei significanti rispetto ai significati.
Lo squilibrio culturale sta all'origine di due grandi derive che si sviluppano nel nostro tempo. Da una parte, la mercatizzazione: la riduzione delle idee a merci e della produzione culturale a mercato. Dall'altra, come reazione simmetrica e opposta a questa tendenza, e alla compressione e repressione del bisogno di trascendenza che ne consegue, il rattrappimento della cultura nella forma difensiva e fanatica del fondamentalismo.
Perdonatemi per queste apodittiche astrazioni, per questa specie di prologo in cielo. Me le sono permesse per introdurre, scendendo sulla terra, il secondo tema: il ruolo, la funzione che l'Europa può svolgere rispetto a un lacerante rischio del nostro tempo: quello della contrapposizione simmetrica del mercatismo e del fondamentalismo. Penso infatti che le vicende storiche dell'Europa la pongano oggi in condizione di esercitare una grande ruolo mondiale di equilibrio e di mediazione in questa drammatica impasse.

3. E' diventato un luogo comune affermare che la caratteristica essenziale della cultura europea è l'unità nella diversità: anzi, più paradossalmente: l'unità delle diversità. Ora, quanto al secondo termine, le diversità, non c'è problema. Non è chi non le veda. Diversità nazionali e regionali. Il problema sorge con l'unità. Della quale si potrebbe dire ciò che Sant'Agostino diceva del tempo: sappiamo che cos'è, ma non sappiamo definirlo. Così è per quanto riguarda l'unità della cultura europea. Tanto che si ricorre a metafore, alcune bellissime, come quella di Ortega y Gasset: l'Europa è uno sciame: molte api e un solo volo.
Bè, se si volesse fare un tentativo eroico di scandagliare la natura di questo volo, la sua essenza, forse, la si troverebbe nell'intensità degli scambi tra le culture europee. Si sa qual'è la virtù antientropica dello scambio culturale. Mentre nello scambio commerciale le parti cedono qualche cosa, per esempio la moneta, in cambio di qualche altra, nello scambio culturale le parti non perdono le loro idee, ma le modificano e accrescono, attraverso l'acquisizione delle idee degli altri. Bene: le culture europee sono state sempre diverse e, insieme, aperte, con un altissimo grado di scambio, di interdipendenza. Anche mentre le nazioni europee stavano per massacrarsi nelle guerre di religione, Erasmo si recava, a dorso di una mula, dal suo amico Tommaso Moore, per dedicargli l'Elogio della follia. E persino nel pieno delle carneficine del nostro tempo, gli intellettuali europei trovarono il modo di dialogare, tra Oxford e Vienna, tra Parigi e Berlino, in prosa e poesia, in musica e filosofia.
Mi chiedo se questa tenacissima capacità di comunicazione e di reciproca contaminazione, che travalica anche l'ostacolo linguistico (Erasmo e Moore parlavano in latino, ma Wittgenstein e Keynes e Sraffa non disponevano di una lingua franca) non sia il collante dello sciame: quello che gli consente di volare insieme. Di ritrovarsi insieme in grandi storie culturali comuni: da quella della cultura classica, greco-romana, a quella della communitas christiana, da quella del rinascimento a quello dell'illuminismo e del romanticismo. In grandi storie nelle quali l'egemonia di un centro, la Grecia, l'Italia, Parigi o Vienna o Berlino, non si è mai chiusa in separatezza, ma si è irradiata in splendore su tutta l'Europa. Ecco perché, e giungo bruscamente al centro della riflessione di questo nostro Convegno, una interpretazione restrittiva della famosa sussidiarietà, come riserva e separatezza nazionale e regionale, mi sembra fuorviante e ridicola. L'essenza caratteristica della cultura europea non sta nel folklore dei balli sull'aia e dei festival della canzone, che pure sono deliziosi, anche se tanto simili tra loro: non si riconosce nella gelosia separatista e parrocchiale, ma nella vocazione universale che l'anima, nell'Europe sans rivages, come la definì felicemente Francois Perroux. E dunque, le specificità, le diversità, le caratteristiche indelebili di originalità che fanno la vera "ricchezza delle nazioni" europee, sono fatte per incontrarsi, per incrociarsi, per confrontarsi. Anche per affrontarsi. Noi italiani abbiamo nel nostro grande padre Dante Alighieri il più appassionato partigiano dell'Italia e il più implacabile imprecatore delle sue città: a cominciare dalla sua. 
Io credo dunque che dobbiamo credere nella cultura europea come meravigliosa fucina di produzione cooperativa e conflittuale di cultura. Io credo che dai suoi stessi tremendi conflitti, dalle sue guerre civili religiose e nazionali e sociali essa abbia maturato oggi, nella sua nuova miracolosa condizione di pace, una vocazione all' apertura e alla tolleranza che offre un modello al mondo. Per questo la cultura ci sembra il terreno sul quale può fiorire con maggiore rigoglio l'unità europea.
Una leggenda metropolitana, che Mitterrand accreditò, attribuisce a Jean Monnet il rimpianto di non aver "cominciato" l'avventura dell'integrazione europea dalla cultura. Non credo che l'abbia detto. E se l'avesse detto avrebbe sbagliato. Il suo approccio economico funzionale era certamente il migliore. Ma credo altrettanto fermamente che, se le fondamenta erano quelle giuste, oggi che la struttura si amplia e si eleva, l'Europa ha bisogno di trovare nella sua ricchezza culturale il collante necessario alla realizzazione del suo grande progetto.

4. Dobbiamo ora chiederci se lo sta facendo. La risposta immediata, purtroppo, è: no. Da questa non deve nascere lo scoramento, ma il proposito di superare l'attuale impasse. Ed è quello che stiamo tentando di fare. Ed è il contributo modesto ma convinto che vogliamo dare.
Sappiamo di non partire da zero, naturalmente. L'esigenza di inserire la dimensione della cooperazione culturale nel processo di integrazione europeo fu formulata esplicitamente nel 1987 dalla Commissione, che in una sua comunicazione riconosceva l'importanza degli aspetti culturali e la necessità di un'azione culturale nel quadro del sistema comunitario, evocando soprattutto problemi legati all'industria e al mercato culturale: mecenatismo, industria editoriale, sistema audiovisivo. Nel 1992, a Maastricht, la politica culturale fu finalmente inserita nei Trattati, con una formula, quella del famoso articolo 151, icastica ed espressiva. Ricordiamola. 
"la Comunità contribuirà al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri, nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune".
Non occorrevano parole più chiare per costruire su questa base una grande politica culturale europea. Purtroppo, non è seguita la volontà politica per edificarla e non sono state approntate le risorse per realizzarla.
Non dobbiamo in alcun modo sottovalutare il lavoro svolto, prima ancora della Commissione, dal Consiglio d'Europa; e, dopo il solenne dettato dei Trattati, dalla Commissione europea. Per quanto riguarda in particolare quest'ultima, dobbiamo riconoscere il valore dei programmi da essa lanciati e realizzati. Si tratta di iniziative e di progetti intelligenti e stimolanti, che investono una parte non trascurabile del mondo europeo della cultura. Uno sforzo compiuto, bisogna dirlo forte, con risorse esigue. Quando sento parlare di Superstato e di opprimente burocrazia di Bruxelles, penso alle poche stanze nelle quali si svolge il lavoro dei cosiddetti eurocrati e al derisorio bilancio che essi amministrano. Le iniziative promosse attraverso i due programmi Cultura 2000 e Mediaplus costituiscono un vivaio di esperienze feconde. Che tuttavia, nel loro insieme non configurano (gli stessi nostri amici della Commissione lo sanno benissimo), una "politica culturale": non solo per l'esiguità delle risorse ma, soprattutto, per il vuoto tra i programmi gestiti a livello dell'Unione e le politiche culturali nazionali, a partire dalla pura e semplice informazione reciproca. Questo aspetto cruciale richiede molto più della promozione di microprogetti. Richiede l'allestimento di macroprogetti di cooperazione tra i governi e con l'Unione entro un programma comune. 
Da queste ovvie constatazioni è nata, nella Commissione Cultura del Parlamento Europeo, l'idea di una iniziativa rivolta all'apertura di una nuova fase della politica culturale europea - dai microprogetti ai macroprogetti - rivolta alla realizzazione di una vera e propria rete di cooperazione culturale. Basandosi anche sull'ottimo lavoro compiuto dal Consiglio d'Europa nel suo Compendium sull'analisi delle politiche culturali nazionali, e integrandolo con una prima analisi comparativa, è stata elaborata e successivamente approvata a maggioranza dal Parlamento, nel settembre 2001, una Risoluzione di iniziativa legislativa, la prima in materia culturale. La Risoluzione invitava la Commissione ad assumere una serie di iniziative tra le quali, in particolare, la costituzione di un Osservatorio europeo della Cultura e l'elaborazione di un Piano triennale di cooperazione culturale.
La Commissione ha reagito positivamente a questo invito. Sui modi e sui tempi delle sue iniziative ci diranno la Commissaria Viviane Reding e i suoi collaboratori, che ringraziamo vivamente di aver accolto il nostro invito a partecipare a questo incontro. Ho potuto constatare, in questo anno successivo alla Risoluzione del Parlamento, il vivo incoraggiante interesse suscitato, nel mondo europeo della cultura, dalla nostra iniziativa. So che è in corso, negli uffici della Commissione, una vasta interrogazione e raccolta di opinioni sui modi di interpretare l'invito del Parlamento. Confido che la Commissione svolgerà il lavoro di elaborazione delle sue proposte nel più breve tempo possibile. E mi permetto di inserire, in proposito, qualche mia brevissima e personale considerazione conclusiva.
E' stato giustamente auspicato, da esperti intervenuti recentemente in appoggio alla proposta dell'Osservatorio, che esso costituisca non una sovrapposizione, ma un complemento e un punto di raccordo e di catalizzazione, della ricca rete di centri di informazione, documentazione, elaborazione esistenti. L'esigenza da cui la proposta nasce è quella di approfondire, rendendole sistematiche, continuative e interattive, l'elaborazione di statistiche armonizzate, già avviata da Eurostat, l'analisi e comparazione delle politiche, effettuata da Ericarts, l'informazione degli eventi, la valutazione delle pratiche, l'aggiornamento delle tecniche, l'esame delle relazioni culturali con i paesi candidati e con il resto del mondo. L'Osservatorio, a mio giudizio, dovrebbe costituire il momento della visibilità e del confronto costruttivo tra le politiche nazionali, dal quale possono scaturire nuove idee, iniziative e macroprogetti. Non dunque uno strumento di registrazione passiva, ma di stimolo critico.
Il piano triennale dovrebbe costituire la base di cooperazione per la realizzazione di macroprogetti che esulano dalle possibilità dei singoli paesi, in obbedienza al sacrosanto principio della sussidiarietà. Cito ad esempio, la costruzione di un sistema di indicatori positivi e normativi da adottare per "misurare" la performance culturale dei vari paesi. Non posso soffermarmi su questo punto, sul quale mi limito a segnalare il lavoro di avanguardia svolto di recente dallo Stockolm Action Plan e dal rapporto di Colin Mercer. La misurazione, non c'è bisogno di ricordarlo, è non soltanto, secondo il motto galileiano, la base di ogni intrapresa scientifica, ma anche il presupposto di ogni strategia politica. Credo poi che campi privilegiati per il lancio di macroprogetti di cooperazione culturale potrebbero essere l'evocazione degli incroci storici tra le culture dei paesi europei, la promozione di iniziative comuni sull'integrazione culturale delle correnti di immigrazione; la rappresentazione esterna, coordinata tra gli istituti culturali nazionali, di fondamentali aspetti comuni della realtà europea nei vari campi della cultura: dalle arti visive allo spettacolo, dal cinema alla musica.

Concludo. Ci troviamo, cari amici, alla vigilia di un evento carico di futuro; e purtroppo, esposto anche a possibili delusioni. La Convenzione europea sarà questo momento. La Costituzione sarà la sua concreta verifica. Quello sarebbe il momento in cui rifondare veramente l'Europa su una salda coscienza della sua unità culturale. Sarà anche quello il momento per distinguere tra quelli che la considerano come un grande momento del progresso della civiltà umana e quelli che la intendono, in modo restrittivamente parrocchiale, e parafrasando Adamo Smith, una impresa di bottegai.

relazione al convegno "L'Unità delle Diversità"
Roma - 6 dicembre 2002 - Campidoglio


I "new global", i diritti e la nuova identità europea
La Carta in discussione alla Ue è un esempio dello scontro tra logiche di mercato e difesa degli individui
La lotta per le garanzie fondamentali ha ora obiettivi di dimensione planetaria


di STEFANO RODOTÀ


V´è da augurarsi che le vicende giudiziarie di questi giorni non spengano l´attenzione che, dalle parti più diverse, cominciava ad essere manifestata per i temi discussi al Social Forum di Firenze, e si torni invece al silenzio della ragione. Si tratta di questioni spesso rimosse, sottovalutate o, peggio, abbandonate con rassegnazione all´iniziativa di circuiti fuori d´ogni logica democratica. Considerati nel loro insieme, questi temi hanno un visibile denominatore comune, un fattore unificante, nell´attenzione rivolta ai diritti individuali e collettivi, tradizionali e nuovi, che disegnano un programma politico dove eguaglianza e pace, lavoro e rispetto della biosfera non siano soltanto parole, ma imperativi capaci di rinvigorire l´ormai esangue partecipazione dei cittadini. Non voglio dire che tutto debba essere guardato dal punto di vista del diritto, che la grammatica dei diritti sia l´unica chiave per capire il mondo. Ma è ormai evidente che nella dimensione globale si sta svolgendo una nuova e durissima lotta per il diritto.
Questa espressione non meravigli. "La lotta per il diritto" è il titolo di un classico del pensiero giuridico, scritto nel 1872 dal giurista tedesco Rudolf von Jhering, di cui Benedetto Croce promosse la diffusione in Italia nel 1935 e che sottolinea la necessità che ciascuno resista sempre alle violazioni del diritto. Oggi questa lotta non riguarda soltanto il diritto già vigente, di cui si deve esigere il rispetto. Si svolge anche per far nascere un diritto nuovo, adeguato alla dimensione planetaria di moltissimi fenomeni, espressione di bisogni generali e non delle richieste di ristretti gruppi d´interesse, creato e applicato secondo procedure democratiche. Questa prospettiva è ben descritta da alcune formule ormai note: globalizzazione non attraverso i mercati, ma attraverso i diritti; globalizzazione non imposta dall´alto, ma promossa dal basso.
Utopie, fughe in avanti, chiacchiere senza riscontro alcuno nella realtà? E´ stato detto. Ma queste disinvolte critiche sono smentite proprio dalle dinamiche reali, prima tra tutte quella che riguarda la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Di questo testo si discute nella Convenzione che lavora al progetto di costituzione europea, e che dovrà appunto decidere quale rilevanza attribuire alla Carta dei diritti. Su questo punto è in corso uno scontro. A Bruxelles molti si adoperano per sterilizzare i diritti contenuti nella Carta (e non mi pare che la sinistra europea abbia piena consapevolezza di quello che sta avvenendo, forse prigioniera ancora d´uno schema ideologico che induce a sottovalutare la dimensione del riconoscimento giuridico dei diritti). A Firenze la questione è stata affrontata pubblicamente, anche con critiche aspre alla Carta, nella quale si è visto piuttosto un riflesso delle logiche liberiste, che avrebbero affievolito le garanzie contenute in molte costituzioni nazionali, quella italiana in particolare. Come orientarsi in questa discussione, quali azioni concrete intraprendere perché la Carta possa, al tempo stesso, offrire solide garanzie ai diritti individuali e collettivi e fornire, se non un modello, uno schema forte proprio a chi ritiene che la via maestra della globalizzazione passi attraverso i diritti?
Una premessa. I diritti, quelli sociali in particolare, continuano a far paura. Incidono sulla struttura del potere, lo redistribuiscono, perché lo sottraggono all´arbitrio di potentati pubblici e privati e armano una moltitudine di soggetti individuali e collettivi con strumenti destinati ad incidere non solo nella dinamica giuridica, ma prima di tutto nella lotta politica. Una domanda, allora. Se la Carta fosse davvero solo un nuovo mezzo per rafforzare le vecchie dinamiche dell´integrazione europea, come mai i suoi avversari si trovano proprio tra coloro che vorrebbero rimanere fermi a quel modello? Non siamo di fronte, invece, ad un testo che comincia a mettere in discussione proprio la pura logica di mercato?
Una indicazione concreta. Pochi giorni fa, il 15 novembre, è stata presentata a Bruxelles una Carta europea dei diritti dei malati, elaborata da una associazione italiana, Cittadinanza Attiva, con la collaborazione di una quindicina di associazioni di malati cronici, consumatori e volontari di altri paesi europei. E´ un testo ricco e importante, che prende le mosse proprio da un articolo della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea e lo sviluppa specificando analiticamente i contenuti del fondamentale diritto alla salute. Questo è un buon esempio di "globalizzazione dal basso", perché prende le mosse da esperienze concrete (in Italia quella assai importante del Tribunale dei diritti del malato) e le traduce in un impegnativo documento di principi senza passare attraverso mediazioni istituzionali. Nello stesso tempo, è un testo che si muove appunto nella direzione della globalizzazione attraverso i diritti, fornendo anche una lettura complessiva della Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea che ne fa emergere i contenti innovativi. Si congiungono così l´innovazione istituzionale dall´alto e l´iniziativa diretta dei cittadini.
Una via per l´azione futura. Proprio le prospettive indicate dalle discussioni svoltesi nel Social Forum consentono di guardare alla Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea non solo come ad una tra le tante possibili dichiarazioni di diritti, ma come al primo tentativo di unificare una regione del mondo proprio intorno al tema dei diritti. In questo senso, essa può essere considerata un modello da prendere in considerazione in tutte le altre aree del mondo dove i tentativi di unificazione hanno finora risposto quasi esclusivamente alla logica economica. E la Carta non è il solo modello di integrazione attraverso i diritti rinvenibile nella dimensione europea. L´Europa ha messo a punto una efficace tutela della privacy che si sta imponendo come punto di riferimento obbligato per i più diversi paesi, dall´Australia all´America latina, dal Canada ai paesi del centro e dell´est europeo. Valorizzare queste esperienze europee dovrebbe essere un imperativo per chi vuol rafforzare i diritti in Europa e aprire comuni prospettive di libertà in tutto il mondo.
Ma qual è la specificità e la possibile forza di attrazione dei modelli europei? La risposta si trova nella storia di un continente dove l´attribuzione di diritti è stata accompagnata da una assunzione di responsabilità pubbliche per la loro effettiva attuazione e dove la dimensione dei diritti è stata progressivamente costruita attraverso sapienti equilibri tra la dimensione individuale e quella sociale. Di questo sono consapevoli, ad esempio, alcuni gruppi americani per la difesa dei diritti civili, che incitano le istituzioni europee a tener ferme le loro regole sulla tutela della privacy, perché solo se l´Europa rimarrà un punto di paragone, con regole affidate alla legge e non solo ad una autodisciplina prigioniera delle logiche di mercato, sarà possibile riprendere anche negli Stati Uniti la strada che ha fatto di questo paese l´inventore della tutela della privacy.
Se si riflette su questa vicenda, e su altre che si potrebbero ricordare (Tribunale penale internazionale, protocollo di Kyoto sulla tutela dell´ambiente), ci si può avvedere che ciò che viene superficialmente liquidato come "antiamericanismo" nella gran parte dei casi altro non è che dialettica, anche se forte e serrata, tra modelli sociali e politici diversi. Una dialettica benefica e legittima, la sola che può impedirci di restare impigliati nella rete di un "pensiero unico" o nella sottomissione dei "mondi vitali" alla pura logica di mercato. E´ singolare, peraltro, che la ricerca talvolta pretestuosa e affannosa di fattori costitutivi dell´identità europea spesso trascuri il fatto che quell´identità è oggi affidata anche al modello sociale che ha consentito uno straordinario arricchimento della dimensione dei diritti.
Continuare a guardare a quel modello, certo bisognoso di aggiustamenti, non è un esercizio di nostalgia. Proprio la riflessione globale sulle cause della diseguaglianza e sulle ragioni di molti conflitti sta spingendo governi e istituzioni internazionali a riconoscere la necessità di interventi "sociali" soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Sincere o no che siano queste dichiarazioni, esse confermano l´importanza strategica dei diritti sociali. Questi non possono più essere considerati come una cenerentola, diritti di serie B rispetto ai tradizionali diritti civili e politici. Non solo la Carta dell´Unione europea ha messo tutti i diritti sullo stesso piano, riconoscendone l´indivisibilità. E´ soprattutto cresciuta la consapevolezza della priorità dei diritti sociali, in assenza dei quali quelli civili e politici rischiano di mancare delle condizioni materiali per il loro esercizio. Nel momento in cui i "No Global" vogliono essere chiamati "New Global", trasformandosi così da fronte del rifiuto in protagonisti attivi del processo di globalizzazione, questo è il primo e più impegnativo terreno di discussione e di progettazione. Ma questo richiederà una ulteriore riflessione sulle nuove forme della partecipazione e della rappresentanza politica.

la Repubblica
21 novembre 2002


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