GLI USA E IL GOVERNO MONDIALE CHE NON C'È

di Leo Solari

Lo scenario internazionale porta sempre più nettamente l'impronta - e l'aggregazione della Russia alla Nato ne è stato, in sostanza, la più recente conferma - dell'ulteriore, forte slancio che l'ascesa della supremazia degli Stati Uniti nel mondo è venuta registrando a seguito dell'attentato delle due torri gemelle.
La necessità di reagire all'offensiva terroristica è stata infatti per gli Stati Uniti l'occasione per giocare risolutamente una partita che quel Paese avrebbe altrimenti dovuto affrontare in seguito in condizioni più sfavorevoli. Una partita che probabilmente va al di là della repressione del terrorismo e dello stesso proposito di liquidare la capacità degli "Stati canaglia" di costruire o conservare armi di distruzione di massa. Il modo come gli Stati Uniti hanno condotto la loro azione politico-militare dopo l'attentato dell'11 settembre ha espresso un chiaro segnale: il mondo è stato informato che, in assenza di un'organizzazione internazionale in grado di intervenire con tutti gli opportuni mezzi di coazione contro Stati che vengano iscritti nell'albo dei "cattivi" di turno, vi è di fatto uno "sceriffo globale" che al riguardo intende avocare a sé, quando siano in gioco suoi interessi vitali, un ruolo di supplenza. 
Anche nei prossimi anni, grazie all'assoluta superiorità posseduta pressoché su ogni terreno, gli Stati Uniti rimarranno quasi certamente in condizione di esercitare - sia pure nei limiti di una costante contrattazione con i maggiori partner - il loro potere imperiale sul pianeta. Non è improbabile però che alcuni fattori su cui presentemente si fonda la supremazia americana tendano col tempo a ridursi e, corrispondentemente, vengano ad indebolirsi le possibilità, per gli Stati Uniti, di svolgere il ruolo che si sono assunti.
Un mondo, come quello di oggi, che sempre più diviene sotto ogni aspetto "villaggio globale" non può però rimanere privo di un potere politico che lo governi: che lo governi legittimamente. Non ci si può accontentare che per ora vi sia chi di fatto, oltre al ruolo di sceriffo, si assuma funzioni di capovillaggio: sopra tutto se nell'adempiere tale funzione questi non eccella in imparzialità, contribuendo con ciò che la persistenza di un problema che alimenti pericolose inquietudini in una buona parte del villaggio.
Purtroppo l'ONU non può offrire, presentemente, una prospettiva di maturazione di una sua capacità di svolgere un ruolo di governo del pianeta. 
Di fronte quindi ad un'esigenza che diviene sempre più cogente di avanzare comunque in direzione dell'instaurazione di un potere internazionale che presidî la pace, regoli aspetti che esigono una disciplina a livello globale, assicuri un'adeguata solidarietà, in termini di trasferimenti di risorse, tra i popoli della terra è da chiedersi se non si possa concepire e sostenere una soluzione che, in qualche modo, prefiguri un nuovo ordine mondiale.
Questa soluzione non potrebbe essere costituita da una proiezione o filiazione dell'attuale coalizione contro il terrorismo, che per la sua composizione eterogenea, comprendente Paesi aventi regimi autoritari e ordinamenti in parte medioevali, non offre certo un'immagine di coerenza per quanto riguarda i valori, che noi consideriamo irrinunciabili, di libertà, civiltà, giustizia e rispetto dei diritti umani. Ad una parte del mondo essa appare così una sorta di Santa Alleanza che, in definitiva, coniugherebbe gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti e, in una certa misura, anche del resto dell'Occidente e della Russia con le esigenze di autoconservazione dei regimi autocratici di un certo numero di Paesi.
Un'organizzazione concepita per essere un'anticipazione di un nuovo ordine mondiale deve necessariamente avere nella sua composizione un adeguato grado di omogeneità per quanto riguarda alcuni principii fondamentali, quale può aversi solo sulla base di una comune natura democratica degli Stati membri.
La creazione di questa sorta di testa di ponte sulla sponda di un nuovo ordine mondiale dovrebbe pertanto fondarsi su un'unione dei Paesi che hanno un regime democratico o che possano dare pieno affidamento della loro volontà e capacità di eliminare residui di ordinamenti o prassi di natura illiberale: un'unione che, non dissimilmente da quanto è avvenuto per la costruzione europea, dovrebbe registrare successivamente progressivi allargamenti.
Varie voci si sono espresse in questo senso. Non è un'idea nuova. Fu già l'essenza della proposta formulata da Clarence K. Streit negli anni '30 in uno libro (intitolato "Union now") che ebbe vastissima risonanza e rappresentò allora il principale punto di riferimento del federalismo. In questo scritto si preconizzava la creazione "immediata" di una federazione tra USA, Commonwealth e i Paesi europei della costa atlantica, federazione che avrebbe dovuto costituire il primo nucleo di una federazione di tutti gli Stati del mondo.
Converrà che, ove si convenga di costituire una comunità mondiale delle democrazie, il processo di costruzione della stessa si svolga in più fasi. Non diversamente da quanto è avvenuto con la costruzione europea la nuova organizzazione dovrebbe rappresentare, cioè, un cantiere in cui man mano si gettino le basi di ulteriori sviluppi del suo assetto e delle sue funzioni.
In ogni caso però, essa dovrebbe assicurare fin dal principio una stretta cooperazione tra gli Stati membri per quanto riguarda determinati aspetti: politica estera, difesa, assistenza economica, rapporti con Stati responsabili di gravi, sistematiche violazioni dei diritti umani, ambiente. Secondo un'ipotesi al riguardo prospettata da un veterano della causa federalista, Andrea Chiti-Batelli, potrebbe esordire, in una prima fase, con un profilo simile a quello del Consiglio d'Europa: con un comitato dei ministri, quindi, designato dai governi e un'assemblea consultiva i cui membri vengono eletti dai parlamenti nazionali.
Naturalmente molteplici e importanti sono le obiezioni che possono essere formulate in merito all'idea di una comunità mondiale delle democrazie. 
La nuova organizzazione, è stato fatto osservare, potrebbe apparire ad una parte del mondo essenzialmente un'alleanza dei paesi ricchi e più forti nel cui spirito e nei cui interessi pertanto il resto dell'umanità stenterebbe a riconoscersi. Potrebbe implicare un indebolimento del ruolo dell'ONU, che comunque, sia pure con le sue notevoli carenze, rappresenta, come suprema autorità mondiale riconosciuta da tutti gli Stati della terra, un irrinunciabile pilastro dell'ordine internazionale. Prevedibilmente essa nascerebbe con l'esclusione di quello che é, in termini di popolazione, il più grande Paese del mondo nonché una delle maggiori potenze: la Cina.
Si potrebbe replicare che non è detto che la creazione di un'organizzazione del genere recherebbe pregiudizio all'ONU alle sue funzioni e ai suoi possibili futuri sviluppi. L'eventuale esistenza di una comunità mondiale delle democrazie eserciterebbe un'influenza positiva sull'evoluzione politica di Paesi con regimi scarsamente democratici o autoritari (come, in effetti, è avvenuto nel nostro continente in virtù appunto del progredire della costruzione europea). In particolare conterebbero al riguardo gli indirizzi che la nuova organizzazione non mancherebbe di seguire nella collaborazione con i Paesi bisognosi di assistenza premiando i progressi che saranno stati realizzati nell'eliminazione di situazioni antidemocratiche. Dell'estendersi, così, della democrazia nel mondo e delle conseguenti minori difficoltà nella formazione dei consensi necessari per determinazioni internazionali concernenti questioni cruciali non potrebbe non trarre beneficio l'ONU nell'espletamento dei suoi compiti.
E' probabile atresì che in un quadro internazionale fortemente segnato dalla nascita di una comunità mondiale delle democrazie sussisterebbero maggiori possibilità di intese volte ad apportare all'assetto dell'ONU riforme atte ad assicurare a quella organizzazione una maggiore funzionabilità.
Detto ciò, non si può certo nascondersi che le possibilità di costituire, come nuovo soggetto internazionale, una organizzazione mondiale delle democrazie appaiono presentemente esigue. E' nondimeno da considerare l'interesse che comunque l'indicazione di tale meta può presentare nel rafforzare o far nascere nell'opinione pubblica di paesi di ogni continente tendenze favorevoli alla creazione di un governo del pianeta.
In ogni caso, a prescindere, cioè, dal giudizio sull'opportunità e realizzabilità di un'organizzazione mondiale delle democrazie, l'Europa non dovrebbe rinunciare ad offrire in questo momento una sicura indicazione della sua volontà di assumere un ruolo di punta nella promozione di un nuovo ordine mondiale. E' una missione, questa, alla quale deve considerarsi votata se vorrà privilegiare quella ispirazione universalista, propria dell'idea federalista, che ha nutrito, in particolare all'origine, buona parte del pensiero europeista.
Non può essere infatti dimenticato un aspetto che ha rappresentato quasi sempre una connotazione fondamentale dell'idea da cui si è partiti nella promozione della causa europeista.
Era ferma infatti la convinzione che l'unificazione dell'Europa dovesse essere perseguita quale parte di un disegno che oltrepassasse la rimozione delle frontiere economiche e politiche tra i paesi europei. In questa visuale l'unità dell'Europa non era la meta finale, ma il primo pilastro di una federazione mondiale, della cui realizzazione l'Europa sarebbe dovuta essere la leva principale. Nulla a che vedere perciò con vagheggiamenti e relativa retorica di una patria europea erede e surrogato delle patrie nazionali e delle loro logiche: e men che mai con disegni di superpotenza europea. L'Europa doveva nascere così quale protagonista di una missione universale che essa era chiamata a svolgere: in primo luogo precedendo il resto del mondo nell'abbattimento di frontiere nazionali.
Di fronte all'incalzare, in ogni aspetto o della vita dell'umanità, di situazioni che esigono che quanto prima si costituisca una potestà regolatrice a livello globale, perché non dovrebbe essere l'Europa a raccogliere questa sfida divenendo la promotrice e la più ferma sostenitrice di un grande progetto di pace e solidarietà imperniato sulla creazione di un governo mondiale: di un'impresa cioè, la cui ragione, invero, è nel suo Dna. Se legata ad un ruolo protagonista dell'Unione europea questa idea avrebbe possibilità di trovare consensi anche in parti del mondo in cui progetti suscettibili altrimenti di essere considerati in qualche modo proiezioni dell'egemonia statunitense incontrerebbero prevenzioni legate a radicati sentimenti antiamericani.
Naturalmente per poter svolgere la sua missione nella promozione di un nuovo ordine mondiale l'Unione Europea dovrà necessariamente porsi in grado di sostituire effettivamente alla presente polifonia delle sue posizioni di politica estera una sola voce. Appunto nel ruolo che l'Europa dovrebbe svolgere per la progressiva edificazione delle basi di un governo mondiale è da riconoscere una delle ragioni per dare sostanza adeguata ad un'unione politica del nostro continente.

ottobre 2002


Sul tavolo la bozza di Costituzione 

Giscard presenta il nuovo assetto istituzionale con la cittadinanza comune e maggiori poteri 

di Enrico Singer

Non solo fondi agricoli. L'apertura dell'Unione a dieci nuovi partner significa anche riforma delle istituzioni. E Valéry Giscard d'Estaing, il presidente della Convenzione che sta disegnando il profilo politico della futura «Grande Europa», si è presentato ieri sera al tavolo del vertice di Bruxelles per anticipare la prima bozza della Costituzione europea. L'«architettura» del documento che, già lunedì prossimo, passerà all'esame della riunione plenaria della Convenzione che entrerà, così, nella sua «fase propositiva» dopo otto mesi di «ascolto», come ha detto Giscard. Anche sul fronte istituzionale, quindi, si annuncia una svolta. Il progetto di Giscard è una vera Costituzione della Grande Europa che si dovrebbe lasciare alle spalle la Ue anche nel nome: da Unione europea a Europa Unita. Un chiaro «segnale al mondo» che è nato qualcosa di nuovo, ha detto il presidente della Convenzione. Ma non c'è soltanto un nome. Il «Trattato costituzionale», secondo la formula usata da Giscard, fissa una serie di principi fondamentali. Una «cittadinanza comune europea» da affiancare a quella nazionale. Una «personalità giuridica» perché l'Europa Unita possa agire in rappresentanza di tutti gli Stati membri in quelle aree che le saranno delegate. Una «voce comune» per intervenire nei grandi temi di politica estera e di sicurezza. Una «competenza accresciuta» in materia di giustizia e affari interni. Tutto integrato dall'inserimento nella Costituzione della Carta dei diritti fondamentali che è stata già approvata dalla Ue e che definisce i principi di democrazia, di libertà e di rispetto della persona. Seguendo le indicazioni dei gruppi di lavoro in cui si è divisa la Convenzione, Giscard ha anticipato altri punti-chiave della sua proposta. Un capitolo importante è quello che, in base al principio della «sussidiarietà» divide i poteri tra Europa Unita e Stati, tra Europarlamento e Parlamenti nazionali. La regola generale è che i compiti devono essere ripartiti in base alla formula: tutto quello che può essere fatto in modo più efficace a livello locale spetta agli Stati e ai Parlamenti nazionali, tutto quello che può essere fatto meglio insieme spetta al «centro». Ma all'interno della regola generale ci sono molti aspetti da chiarire. Uno, che il presidente della Convenzione ha definito «rivoluzionario», è il controllo dell'attività dell'Europarlamento da parte dei Parlamenti nazionali attraverso un sistema di «early warning». Degli «avvertimenti» per segnalare invasioni di competenze o disaccordi «ex ante» e non soltanto quando di tratta di recepire nei singoli Paesi delle norme europee. Un'altra novità che Giscard propone è un presidente «stabile» dell'Unione da affiancare al presidente della Commissione e al presidente dell'Europarlamento. Queste due cariche durano già cinque anni e «la rotazione semestrale della presidenza del Consiglio è un controsenso». 
Anzi, è «destabilizzante». E su questo «tutti sono d'accordo», ha riferito Giscard d'Estaing alla fine del suo incontro con i capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles. «Se bisogna arrestare la rotazione, l'unica alternativa è una presidenza stabile», ha detto ancora Giscard anticipando che questa sarà la proposta contenuta nella sua bozza di Costituzione europea. Sul «presidente dell'Europa Unita», nelle ultime settimane ci sono state prese di posizione critiche da parte di alcuni piccoli Paesi che temono di essere «tagliati fuori» dalla nuova carica. Ma Giscard ha replicato affermando che «non c'è alcuna relazione diretta tra la grandezza del Paese e la nazionalità del futuro presidente». Un altro punto che ha sollevato polemiche è il meccanismo di uscita dall'Unione che sarebbe definito nel Trattato. Su questo capitolo, Giscard ha detto che la bozza di Costituzione è ancora in una fase di elaborazione. Che non è ancora il momento dei giudizi definitivi. Una linea prudente, anche perché la Convenzione comincerà a discutere la bozza soltanto lunedì: «Ne ho parlato prima con i leader europei per raccogliere il loro parere, ma adesso dobbiamo lasciar lavorare la Convenzione». Il testo, insomma, esiste, ma non è definitivo. Lo prova anche l'incontro che Giscard avrà la prossima settimana a Roma con il Papa. «So che ci sono preoccupazioni da parte delle Chiese, non soltanto quella cattolica, sul ruolo che i valori religiosi avranno nella nostra Costituzione e di questo parlerò con Giovanni Paolo II». 

La Stampa
25/10/2002


Una convenzione non convenzionale

Se qualcuno mi chiedesse quali sono, al fondo, le ragioni dell'unità politica europea - è questa la vera posta della Convenzione - risponderei che ne vedo tre, essenziali.
La prima è l'enorme vantaggio di fare emergere, accanto alla Superpotenza americana, una Potenza, non rivale, ma equilibrante. L'asimmetria attuale è oggettivamente pericolosa per il mondo e in primo luogo per l'America. Il terrorismo è l'aspetto estremo più tragico di questa asimmetria.
La seconda è l'occasione di sperimentare, su un terreno ricchissimo di esperienze storiche diverse, contrastanti, ma in fondo convergenti, un nuovo modello sociale di grande comunità internazionale e sovranazionale, che consenta di far stare insieme, dialetticamente e armoniosamente, tradizioni nazionali diverse, fieramente conflittuali in tante occasioni storiche; e forme di organizzazione economica e sociale ideologicamente contrapposte, come quelle mercatistiche e quelle statalistiche. Un modello per l'intera umanità.
La terza, e più decisiva ragione, sta nella possibilità di fondare, non solo un modello politico di potenza, non solo un modello di organizzazione economica e sociale, ma un modello culturale originale, ispirato alla pace basata sulla tolleranza . Che non è certo una costante della storia europea, al contrario: quella storia è costellata di massacri perpetrati in nome dell'intolleranza religiosa, nazionale, sociale. Gli Stati Uniti d'America nascono per gran parte proprio come reazione a quella inciviltà europea dell'intolleranza. Sono la prima grande società democratica e multietnica della storia, capace di contenere entro una formidabile unità gli antagonismi anche fierissimi di cui si compone. Gli antiamerikani di professione non dovrebbero mai dimenticarlo.
Ma è un fatto che, dopo l'ultimo tremendo bagno di sangue e di fango della seconda guerra mondiale, l'Europa è uscita da quella tragedia come trasformata: con un disgusto invincibile delle ideologie fratricide, con una incoercibile tendenza a risolvere in una comunità di destino (è la felice formula usata dal nostro Presidente della Repubblica) un fascio tumultuoso di storie diverse. Non si spiegherebbe altrimenti quella che si è rivelata in questi ultimi cinquant'anni come una corrente pesante della nostra storia: la tendenza dell'Europa, di tutta l'Europa, all'unità. E' una forza lenta ma trascinatrice, che ha avuto finora ragione di tutte le tenacissime resistenze, degli interessi costituiti, delle tradizioni radicate, dei pregiudizi recalcitranti. E' quella che ha permesso di trasformare gradatamente una unione commerciale in un mercato unico, e poi in una comunità economica e in un'unità monetaria, e di porre oggi le premesse concrete di una unione politica. Di allargare successivamente il cerchio di questo processo aggregante da sei a dodici a quindici, e oggi, in prospettiva corta, a venticinque paesi. E' questo miracolo della storia che è sotto i nostri occhi, di cui i pierini "realisti" della sovranità nazionale, i "creativi del passato", non intendono la grandezza e la forza. Oggi dalla composizione, non dalla fusione di quelle grandi diversità sta nascendo forse (bisogna dire forse, non per scaramanzia, ma per consapevole prudenza) una cultura sinfonica degna di un mondo multiforme: alla quale fanno riscontro stonato, al capo opposto, le zotiche villotte del folklore paesano.
E' una forma culturale che si distacca nettamente dalle due derive della civiltà contemporanea: da quella fondamentalistica e da quella mercatistica. Dallo scontro diretto tra queste due forze perverse della modernità può nascere una nuova catastrofe. E dalla loro non impensabile, non impossibile confluenza, un medioevo prossimo venturo. L'Europa offre, nella sua difficile ma affascinante sintesi, l'antidoto a questi possibili disastri. Ecco perché essa apre alla politica, a quella della sinistra anzitutto, come giustamente argomenta Massimo d'Alema nel suo ultimo libro, una prospettiva immensa, nuova, originale, capace di farla uscire dalla sua attuale angosciosa impasse. Ecco perché sembra davvero incomprensibile che politici di vaglia della sinistra, diciamo del centro-sinistra, come indubbiamente è Tony Blair, si ostinino a costringere la loro prospettiva politica nei vicoli dello Stato nazionale. 

Se mi si chiedesse che cosa vorrei che uscisse dalla Convenzione, risponderei: delle cose immediatamente concrete. Le cose più concrete sono le istituzioni. Penso a tre istituzioni fondamentali.
La prima è la più fondamentale di tutte: la Costituzione. Per capire il valore concreto di una Costituzione, basta pensare a quella americana. Per farne a meno, bisogna averla nel DNA, come gli antichi romani o gli inglesi. Quando si deve costituire non una nazione o un superstato ma una entità politica composta di nazioni, non se ne può fare a meno.
La seconda è un Governo economico capace di sviluppare le enormi potenzialità dell'economia europea integrata. E così, oltre alla moneta, un fondo comune di investimenti da manovrare, al di là dei vincoli del patto di stabilità (che deve essere "superato" non per consentire furbate creative, ma concrete politiche di sviluppo) un sistema fiscale armonizzato e un "debito federale" che dilati l'area e la potenza dell'euro.
La terza istituzione è un esercito europeo. Una forza militare, certo: che testimoni della volontà e della capacità dell'Europa di finanziare la sua sicurezza, di costruire la sua difesa, di rappresentare visibilmente la sua unità. Ma non solo una forza militare. Penso che l'Europa dovrebbe mettere per la prima volta nella storia del mondo in campo una grande forza di pace, di protezione civile, di assistenza, permanentemente mobilitata a sostegno degli altri popoli, dovunque si manifestino bisogni straordinari d'intervento umanitario. Sarebbe questa l'espressione più alta della solidarietà europea. Della sua concreta volontà di pace. E sarebbe anche una grande palestra di formazione educativa per la gioventù europea. Quale grande occasione di dimostrare il suo pacifismo mondialistico non soltanto con manifestazioni espressionistiche, ma anche con un impegno generoso e pratico! 
Queste tre cose, queste istituzioni molto chiaramente percepibili, costruirebbero su basi ormai solide un edificio ardito. Costruirebbero su uno spazio, che va allargandosi ormai a tutto un continente, una potenza, consapevole di sé e incisiva nel mondo. L'Europa come spazio e come potenza: è un'espressione felice di Giscard d'Estaing. Possiamo ora dirgli, con sincero augurio, oggi che è massimo responsabile della Convenzione: qui è Rodi! 
Naturalmente, c'è una quarta cosa risolutiva che la Convenzione dovrebbe assicurare. Una potenza, per esistere, deve poter decidere, come si fa in democrazia, a maggioranza. Chi non se la sente di partecipare all'impresa comune, sarebbe meglio che restasse nello spazio.

Giorgio Ruffolo
la Repubblica
19 settembre 2002


LA GERMANIA VERSO L'APPUNTAMENTO ELETTORALE

Se vince Stoiber

di Ulrich Beck

COME spiegare ai vicini della Germania la campagna elettorale in corso nel paese? Molto giustamente, Hannah Arendt ha analizzato la barbarie tedesca -attraverso la persona di Eichmann, burocrate assassino di massa - in termini di «banalità del male».

Oggi, il tratto della Germania che salta immediatamente agli occhi dei suoi vicini è la banalità del bene. Se si volessero passare in rassegna gli slogan della campagna elettorale, si constaterebbe che, proprio come avviene negli altri paesi occidentali, una noia sanamente democratica caratterizza i dibattiti politici tedeschi. Così il tema permanente della disoccupazione rende possibile la sostituzione del cancelliere Schröder, metamorfizzato nel cancelliere Kohl (ciò che con Kohl «si lasciava marcire» diventa con Schröder «la politica della mano immobile») con uno Stoiber, candidato Cdu/Csu alla Cancelleria, trasformato a sua volta in Schröder.

Quanto alla domanda di sicurezza sociale e alla tassazione dei grandi cartelli, si direbbe addirittura che sotto i tratti di Edmund Stoiber stia risuscitando Oskar Lafontaine. La legge, secondo la quale le controversie crescono a misura che le posizioni antagoniste si avvicinano, trova qui la sua conferma. Questo baccano raggiunge il culmine con l'«intossicazione settimanale» che spaventa i consumatori europei e toglie l'appetito ai tedeschi.

La banalità della nuova, buona Germania implica che questo paese preferirebbe trasformarsi in una Svizzera verde, dove sia redditizio lavorare per la pace e la protezione dell'ambiente. Ma è ancora così? E ciò resterà vero in avvenire? Ho qualche dubbio: con la vittoria elettorale di Stoiber, si presenterebbe minacciosamente un'altra Europa. Il realismo post-nazionale cui la Germania deve la sua ascesa poggia sull'idea, solo apparentemente paradossale, che una politica di «manette dorate», la creazione di una fitta rete di dipendenze internazionali, rende poi possibile l'indipendenza nazionale. La consapevole, e finalizzata, condivisione della sovranità ha l'effetto non di sopprimerla, ma di ampliare il campo d'azione dei governi interessati.

È il segreto del successo dell'Unione Europea. Retrospettivamente, è possibile rendersi conto che la politica postbellica della Repubblica Federale, che prima di creare una fitta rete di legami a Est ha ancorato il paese all'Occidente, costituiva, e tuttora costituisce, un embrione di «politica mondializzata»: una politica che persegue con molto tatto l'inserimento degli interessi nazionali nelle solidarietà europee, internazionali e in ultima analisi globali. È in questo modo discreto e non sensazionale che la Germania si libera della barbarie che aveva causato. Essa s'ispira a una «santa trinità» dell'azione politica di insuperabile semplicità: interdipendenza, interdipendenza, interdipendenza.

Questo primato assoluto della politica dell'interpenetrazione corrispondeva alla situazione della Germania, fisicamente, politicamente e moralmente in rovina. L'interdipendenza significa innanzitutto la riconciliazione, in altre parole un netto «Mai più»: «Dal suolo tedesco non deve mai più nascere la guerra!» (Helmut Schmidt e Erich Honecker).

Quest'orientamento al bene ha almeno tre fonti. In primo luogo, esprime la morale della Germania vinta. Secondariamente, nella Germania del dopoguerra affiora il nazionalismo del Deutsche Mark, che trova qui il suo luogo d'origine. Marte, il dio della guerra, è sostituito da Mercurio, il dio del commercio. I tedeschi, che sotto il nazionalsocialismo avevano invaso e devastato i paesi stranieri come soldati, vi tornarono mutati in turisti, e la sigla DM aveva due significati: marco tedesco (Deutsche Mark) e potenza tedesca (Deutsche Macht). Il realismo della politica d'interdipendenza, d'impronta totalmente cosmopolitica, poggiava (e tuttora in larga misura poggia) sulla sua capacità di combinare l'egoismo nazionale della crescita della prosperità e della potenza con la nuova bonomia di una disposizione universalmente pacifica.

È questo il contenuto tacito (un silenzio che nuoce gravemente alla sinistra tedesca) della pratica politica di un capitalismo pacifico che perfeziona le interdipendenze commerciali e i programmi di scambi in tutte le direzioni, allo scopo di perseguire una politica di pace attraverso mezzi economici. Si può dunque dire che la politica tedesca orientata prima verso ovest e poi verso est (Ostpolitik) ha imboccato la via di un «capitalismo di sinistra» in precedenza sconosciuto. In terzo luogo, la bonomia dei tedeschi del dopoguerra esprime in misura larghissima la loro morale di neofiti della democrazia. La capacità di adattamento è sempre stata un tratto spiccato del temperamento tedesco.

Se oggi la Germania filo-europea rimprovera a Bush di tradire l'american way dei diritti fondamentali e della democrazia, si comporta come il bravo scolaro che rimbrotta il maestro. Ora che si appresta a raccogliere i frutti della sua politica d'interdipendenza in un'Europa allargata, deve la Germania rinunciare spontaneamente al proprio potere? È proprio una Germania economicamente indebolita, strettamente legata all'Europa da una fitta rete di rapporti, che può subire la tentazione di riscoprire i suoi «interessi tedeschi», di ridefinirli e d'impegnarsi nuovamente a perseguirli, sia pure entro un quadro europeo.Vedi la questione dei Sudeti, il caso di Königsberg, gli interessi delle minoranze tedesche in altri paesi. È inquietante che Stoiber non dica una parola su questi temi.

Chi rifiuta una Repubblica federale europea, ossia un'Europa concepita come la continuazione della politica tedesca con altri mezzi, non potrà rallegrarsi per un'eventuale vittoria elettorale di Stoiber. In questo caso, la banalità del bene tedesca potrebbe cedere il passo a una confusione e a una mescolanza tra interessi tedeschi e interessi europei che rischierebbe di contrariare molti dei nostri vicini.

Professore di sociologia all'Università di Monaco.
Copyright Le Monde traduzione del Gruppo Logos

La Stampa
18 agosto 2002


PERCHÉ GLI STATI NAZIONALI NON VOGLIONO RINUNCIARE AI LORO POTERI 

Europa, l´Unione non fa la forza 

di Giorgio La Malfa

DI fronte alla tragedia immane della guerra, il superamento degli stati nazionali appariva come la sola via possibile per l'Europa. Lo avevano scritto, dal confino di Ventotene, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi ed Altiero Spinelli. Lo disse Winston Churchill nel 1946 in un famoso discorso a Zurigo. Lo ribadì un grande congresso europeo all'Aia nel 1948. Nel 1950 il ministro degli esteri francese, Schumann, nel proporre una Alta Autorità europea del Carbone e dell'Acciaio aggiunse che «una Federazione europea era indispensabile al mantenimento della pace». In risposta, il Cancelliere tedesco, Adenauer, osservò che l'Europa avrebbe potuto costituire una terza forza fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Nel 1952, in un bellissimo discorso, Jean Monnet spiegò il senso del progetto: «Per l'unione dell'Europa... servono delle regole. Gli eventi tragici che abbiamo vissuto possono averci reso più saggi. Ma gli uomini passano; altri prenderanno il loro posto. Non possiamo lasciar loro in eredità la nostra esperienza. Ma possiamo lasciar loro delle istituzioni, la cui vita, se sono ben costruite, è ben più lunga di quella degli uomini». Così nacque la CECA nel 1952, poi nel 1958 l'EURATOM e il Mercato Comune. Lo strumento fu quello, classico, dei Trattati internazionali, con due novità cruciali: l'istituzione di organi di governo sovranazionali per le materie comuni e la creazione di una Corte di Giustizia Europea. L'esperienza di questa collaborazione avrebbe dovuto, nell'idea di Monnet, preparare i paesi europei a rinunciare progressivamente alla loro sovranità fino a raggiungere la piena unità politica. L'Unione Europea è stata un grande successo: ha garantito la pace e la sicurezza dell'Europa ed ha soprattutto favorito uno straordinario processo di sviluppo economico. Sotto l'impulso di questo successo l'integrazione si è ampliata e il numero dei paesi membri è cresciuto. E' nato il Mercato Unico, poi l'Unione Monetaria Europea. Materie affidate alla cooperazione fra i governi- per esempio l'immigrazione - sono entrate a far parte della politica comunitaria. Ma proprio questo successo, restituendo forza e prestigio agli stati nazionali, li ha resi meno disponibili ai passi successivi. Così, mentre si estendevano le responsabilità delle istituzioni europee, è cresciuta la resistenza degli stati nazionali a rinunciare al loro potere in seno alla Comunità. L'Europa è oggi una entità sovranazionale, ma è fermamente governata dal Consiglio Europeo, un organo confederale regolato tuttora in molti campi dal principio dell'unanimità. L'unità politica dell'Europa è e resta il traguardo annunciato ma la sua realizzazione si sposta nel tempo. Il Trattato di Maastricht del 1992, creando la Banca Centrale Europea, ha sottratto agli stati membri la sovranità monetaria; ha introdotto la cittadinanza europea; ha mutato il nome della Comunità in quello di Unione Europea. Maastricht ha posto dunque di nuovo il problema politico del superamento degli stati nazionali. Ma dieci anni dopo, il problema è ancora irrisolto. Non vi sono le condizioni perché la Convenzione che si riunisce in questi mesi possa risolvere il problema. Essa può, forse, redigere e proporre una Costituzione Europea. Ma in sé una Costituzione non vuol dire il superamento delle sovranità nazionali. In fondo, i giuristi ritengono già oggi l'Unione Europea un ordine legale indipendente implicitamente dotato di una Costituzione. Il problema non è se vi sia un documento chiamato Costituzione: è se l'Europa deciderà che i cittadini europei scelgano il loro governo o se invece al centro dell'Unione resterà il concerto fra i governi nazionali. Questo a me pare il quadro attuale. Circa venti anni fa Stanley Hoffmann scriveva: «Sono ormai lontani i tempi in cui i sostenitori ed i teorici dell'integrazione europea sostenevano o prevedevano che il potere si sarebbe gradualmente trasferito dagli stati nazionali a una nuova entità europea... La realtà odierna è complessa e confusa. Lo stato-nazione sopravvive come il luogo in cui si esercita il potere politico e come il centro al quale fanno riferimento i cittadini; la nazionalità rimane la base del diritto di cittadinanza. E tuttavia lo stato-nazione convive con una realtà europea che detiene poteri limitati ma effettivi e dà prova di notevole solidità». E' la fotografia dell'Europa di oggi. Dobbiamo dunque disperare che si arrivi definitivamente al superamento degli stati nazionali? Croce concludeva così la sua Storia d'Europa del secolo XIX: «Per intanto, già in ogni parte d'Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come già si è avvertito, le nazioni non sono stati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant'anni, un napoletano dell'antico Regno o un piemontese del Regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l'essere loro anteriore, ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri si innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all'Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate». La comune identità europea si sta formando. Essa emergerà nel tempo. Ma, come diceva Goethe: «Ci vogliono giorni, passano anni». 

La Stampa
31/8/2002 


MANCA UNA GUIDA POLITICA
Europa in affanno?
La colpa non è del Patto di stabilità


di Alfredo Recanatesi


ANCORA sul patto di stabilità. Il pur ampio dibattito che vi si sta svolgendo non può essere esaustivo se non se ne richiama l'origine, ossia l'esigenza di contingentare il ricorso al mercato finanziario che i Paesi dell'euro avrebbero potuto fare per finanziare i deficit di bilancio. Una volta realizzata la moneta comune e, quindi, un unico mercato di quella moneta, infatti, il ricorso a quel mercato da parte di un Paese avrebbe danneggiato gli altri, se non altro a motivo del rialzo del tasso di interesse, e quindi della lievitazione della spesa per interessi, che la domanda aggiuntiva di capitali avrebbe determinato.

Di conseguenza, si convenne che i bilanci dei singoli Stati avrebbero dovuto essere normalmente in pareggio, chi in pareggio ancora non lo avesse avuto avrebbe dovuto raggiungerlo entro il 2003-2004, e se in futuro avesse inteso utilizzare il bilancio pubblico per fini espansivi nei periodi di congiuntura sfavorevole avrebbe potuto farlo, certo, ma solo con l'impiego di surplus preventivamente accumulati. Una regola così rigida e grossolana di fatto escludeva quasi del tutto la possibilità di usare la finanza pubblica in funzione anticongiunturale, ma c'era un motivo che lo imponeva; anzi due.

Il primo era la diffidenza dei Paesi dell'area del marco, in particolare la Germania, verso i Paesi mediterranei, in particolare l'Italia. Il patto aveva, quindi, lo scopo di rassicurare la ricca borghesia tedesca che minacciava di far saltare l'intero progetto che invece il cancelliere Kohl voleva a tutti i costi realizzare per prioritari motivi politici.

Non mancava chi avvertisse i rischi che il patto comportava, in particolare quello di ritrovarsi impotenti nel fronteggiare un ciclo congiunturale negativo, ma - ed ecco il secondo motivo che rese necessario il patto - per usare il bilancio pubblico (o i bilanci pubblici) in funzione anticongiunturale occorre una decisione politica, perché c'è sempre il rischio che la manovra sia inefficace, e perché comunque implica un costo in termini di tassi di interesse, di cambio, di fiscalità futura per pagare gli interessi sui debiti o per risanare il bilancio.

E una autorità politica che si assumesse queste responsabilità, più quella di rispondere di inevitabili sperequazioni degli effetti che si sarebbero determinati sui singoli Paesi, ovviamente non c'è, per cui tutto fu affidato a grezzi parametri quantitativi. Non sembra superfluo aggiungere che questo motivo è diventato quello preminente ed è tuttora valido. «E gli investimenti? Almeno gli investimenti potrebbero essere tenuti fuori del patto» vanno dicendo ora alcuni tardivi benpensanti. I quali non considerano che anche gli investimenti gravano sul comune mercato dell'euro, sicché ci si deve chiedere: perché un Paese dovrebbe accettare gli effetti di una maggiore domanda di capitali che derivasse da investimenti pubblici di un altro?

Che ne guadagnerebbe? Ne guadagnerebbe (forse) il tono congiunturale dell'intera Europa, ma chi lo andrebbe a spiegare agli operatori economici ed agli elettori in genere che loro (forse) trarranno un beneficio incerto, lontano ed indiretto da un aumento dagli investimenti che un altro Paese fosse autorizzato a finanziare in disavanzo? E se il cambio ne soffrisse? Per quel che ci riguarda non è interesse dei partner che l'Italia investa in infrastrutture e diventi più competitiva; il loro interesse è semmai opposto, e comunque che non sottragga liquidità dal mercato dell'euro.

Così l'Europa non può avere una sua politica anticongiunturale, non può fare la «locomotiva» dello sviluppo, ma solo il «vagone» del treno americano, se e quando questo riesce a procedere spedito. Ma non è colpa del patto, bensì dell'assenza di una autorità politica che abbia una giurisdizione corrispondente a quella della moneta. Quando questo sarà chiaro, forse cominceranno a diradarsi le resistente ad una progressiva maggiore integrazione politica. E allora, solo allora, del patto si potrà fare a meno. 

La Stampa
19 agosto 2002


COME FUNZIONA L’ACCORDO UE SULLA SPESA PUBBLICA 

Ecco tutti i ”segreti” del Trattato europeo anti-deficit
Nato per rassicurare i tedeschi sull’inaffidabilità degli italiani, il Patto ”obbliga” al pareggio di bilancio

di CORRADO GIUSTINIANI

ROMA - Lo dipingono vecchio e malfermo, anche se ha appena cinque anni di vita. Tre "europezzi da novanta" come Germania, Francia e Italia, hanno serie difficiltà a rispettarlo. E così, i dodici paesi dell’Unione monetaria europea, discuteranno quest’autunno se e come riformarlo. Un tema che lo scorso giugno, quando si celebrò il vertice Ue di Siviglia, sembrava proibito. Ma per capire cosa sia il Patto di Stabilità, occorre chiarire alcuni concetti. 
Il "buco". Il primo è quello di deficit di bilancio. Ogni Stato, per pagare gli stipendi e le pensioni e per attuare gli investimenti pubblici destinati a migliorare la vita dei cittadini, effettua ogni anno una spesa che dovrebbe essere integralmente coperta dal gettito delle imposte. Difatto tale equilibrio virtuoso, in questo momento, viene centrato solo dall’Olanda. Se la spesa pubblica di un anno supera le entrate si ha un deficit. L’insieme dei deficit accumulati nel corso degli anni, dà luogo al debito pubblico. Il deficit è un dato annuale, il debito è di "stock". 
Le paure dei tedeschi. Il Patto di stabilità venne firmato ad Amsterdam il 17 giugno del 1997 (per noi, da Ciampi e da Prodi). Era stato fortemente voluto dal ministro delle Finanze tedesco Theo Weigel, che non si fidava dell’Italia: temeva che, se il nostro paese fosse entrato nell’euro, la sua ingovernabile spesa pubblica avrebbe trascinato nel baratro la moneta comune. Cosa prevedeva il patto? Che, in attesa di raggiungere il pareggio del bilancio, il deficit pubblico nazionale non avrebbe mai potuto superare il 3 per cento del Prodotto interno lordo. Ogni paese deve concordare con l’Unione un programma pluriennale di stabilità, da aggiornare tutti gli anni, con la descrizione dei provvedimenti per centrare l’obiettivo dell’equilibrio e anche per garantire la crescita dell’economia. 
Le multe. Se si supera il 3 per cento, scattano le sanzioni. Un deposito infruttifero da versare presso l’Ue, composto da una parte fissa, pari allo 0,2 per cento del Pil (equivalenti oggi a 5 mila miliardi delle vecchie lire), e da un’altra parte variabile, fino a un massimo dello 0,5 per cento del Pil. Il deposito si trasforma in multa vera e propria se nell’arco di due anni il deficit non ritorna sotto il 3 per cento. 
Le eccezioni. Vi sono due casi, però, in cui la sanzione non scatta: quando lo sfondamento sia provocato «da un evento imprevisto fuori del controllo di uno Stato membro e abbia un notevole impatto sulla posizione finanziaria della pubblica amministrazione» oppure quando esso sia causato «da una forte recessione economica», con una caduta annua del Pil di almeno il 2 per cento. 
I compromessi. L’equilibrio di bilancio, la "crescita zero" del deficit, avrebbe dovuto essere raggiunta entro in tutta Eurolandia entro il 2003-2004. Considerando questo un traguardo irragiungibile, l’ultimo vertice europeo, quello di giugno a Siviglia, ha inventato la formula "close to balance", che è stata interpretata come un tacito consenso su uno sforamento attorno allo 0,5 per cento. Quanto al debito, alla somma dei deficit accumulati nel corso degli anni, il Patto confermava l’obiettivo fissato dal trattato di Maastricht nel dicembre ’91: dovrà tendere verso il 60 per cento del Pil. Qui l’Italia è messa malissimo: attualmente (fine 2001 ultimo dato disponibile) il debito è il 109 per cento del Prodotto lordo. 
La posizione italiana. Per prendere in corsa il treno dell’euro, l’Italia ha fatto sacrifici enormi: oltre 400 mila miliardi di manovre, stangate e stangatine, tra il ’92 e il ’99. Quest’anno il processo virtuoso rischia di interrompersi, dopo sette anni consecutivi di riduzione del debito. Se le stime degli economisti sono azzeccate, il rapporto fra deficit e Pil nel 2002 dovrebbe essere compreso fra il 2 e il 2,5 per cento, il che significa che le spese publiche supereranno le entrate di una cifra compresa fra i 40 e i 60 mila miliardi di vecchie lire. La quasi totalità degli analisti considerano le previsioni del governo irrealistiche per eccesso di ottimismo: lo 0,5 per cento di rapporto deficit/Pil previsto nello scorso novembre è stato corretto ad appena l’1,1 per cento col Dpef di luglio. Tuttavia Germania e Francia non stanno meglio, con un 2,8 e un 2,6 per cento. Di qui, il tam-tam assordante sulla riforma, che comunque non deve far male all’Europa. Se la si decidesse, per l’Italia sarebbe un successo riuscire ad escludere dal conteggio del deficit una parte della spesa per investimenti pubblici.

Il Messaggero
Lunedì 19 Agosto 2002 


«L’Ue non può e non deve identificarsi con nessuna religione e con nessun retaggio spirituale esclusivo» 
Alle radici d’Europa anche eretici e liberi pensatori
«Inutile negare le basi della libertà, dello Stato e della democrazia nella civiltà classica» 


di CLAUDIO MARTELLI

Mentre discute dei suoi futuri confini geografici l'Europa torna a interrogarsi anche sui suoi confini ideali. Dentro e fuori la Convenzione di Giscard d'Estaing si moltiplicano i richiami che mirano a suggellare nella futura Costituzione una determinata impronta spirituale. Così, secondo autorevolissimi pareri - a cominciare dal Papa - le «radici cristiane» d'Europa dovrebbero trovare nella Carta esplicita menzione. Il Presidente Ciampi, a sua volta, ha sottolineato le radici umanistiche e cristiane della nostra Europa, ma con ciò che ha aggiunto - l'umanesimo appunto - ha mitigato la perentorietà e l'insostenibilità di un rimando esclusivo a un'unica sorgente religiosa e aperto un orizzonte problematico più ricco. A Camaldoli il Cardinal Martini si è augurato un’Europa che cresca e si unisca intorno alla Bibbia. Un altro Cardinale, appena nominato in luogo e presente nell'eremo, Giuliano Amato, con grande zelo ha scoperto nelle religioni addirittura un serbatoio di tolleranza. Dal quale serbatoio, evidentemente, si autoesclusero eretici, riformatori, patrioti, liberi pensatori e scienziati che per secoli in Italia e in Europa conobbero tortura, carcere, persecuzioni e morte testimoniando l'idea di una patria tollerante per tutte le fedi e anche per convinzioni senza fede. Se l'Europa non è l'Islam ma la patria di tutte le libertà lo si deve innanzitutto a loro e poiché l'Europa non è l'Islam essa non può e non deve identificarsi con nessuna religione e con nessun retaggio spirituale esclusivo. In precedenza, quando si trattò di scrivere la Carta dei diritti fondamentali, la questione fu risolta sbrigativamente. Il premier francese Jospin obbiettò che menzionare le radici cristiane non era possibile per chi rappresentava la Francia, il suo spirito e la sua costituzione laici. Invano in Italia insorse Francesco Cossiga picconando Jospin di giacobinismo e pretendendo che venissero menzionate non solo le radici cristiane ma anche quelle cattoliche, così aggiungendo alle riserve dei laici intransigenti anche quelle di tutti i cristiani non cattolici. Eppure un tema come questo meriterebbe una vera grande discussione fuori da paraocchi ideologici, da imprudenze settarie ma anche da reticenze opache e da compromessi gestionari. Una discussione all'altezza del compito di pensare la Costituzione degli Europei. Un libro laico che i nostri figli e i figli dei loro figli si abitueranno a leggere nelle scuole, che sarà la fonte o la pietra di paragone dei diritti degli europei e delle loro libertà. Come negare le radici cristiane dell'Europa? Sarebbe un esercizio stupido e inutile. Ma sarebbe altrettanto stupido e inutile negare le radici delle libertà, dello stato e della democrazia nella civiltà classica. E come negare o sminuire l'apporto di altre confessioni, il contributo di una strepitosa creatività artistica e filosofica o la perenne rivoluzione delle nostre scienze e il potente impulso delle industrie, dei commerci, delle tecnologie e delle lotte di classe? D'altra parte, citando la grande civiltà greco-romana come potremmo indulgere alla dimenticanza che essa si fondava sulla schiavitù? E, commuovendoci nel ricordo del retaggio cristiano e del suo messaggio d'amore, oblitereremo guerre teocratiche, torture, persecuzioni, conquiste, crociate, massacri e genocidi in nome di un Cristo d'amore? Legati alle stesse radici cristiane abbiamo bombardato e ucciso in Bosnia e in Kosovo serbi cristiani per difendere il diritto alla vita di comunità e popoli musulmani nell'Europa da cui Milosevic voleva estirparli. Non sono solo e non tanto le radici cristiane a fare la differenza o a costituire il valore e il vantaggio. Ci sono tra quanti seguono la stessa confessione religiosa più differenze di quante ne possono correre tra due persone di fedi opposte. Sino alla guerra tra comuni radici cristiane. Vero sempre questo assioma è ancor più vero per i cristiani che secoli di lotte religiose, alterne vicende di potere, lunga consuetudine con altre fedi e, soprattutto, con le tante forme del razionalismo hanno via via educato a rispettare e infine ad amare e a difendere a loro volta il pluralismo. Laicismo e cristianesimo non sono inconciliabili. Accanto a contrasti assoluti la storia dell’umanità e della coscienza europea è ricca di figure e di movimenti spirituali - basterebbe rileggere Voltaire o Kant - che hanno rielaborato nella modernità la conciliazione e i confini tra l'ethos religioso e la ragione laica in un compiuto illuminismo cristiano. Su questa conciliazione si può ancora lavorare perché ha dimostrato di essere feconda. Contro il paganesimo schiavista il cristianesimo ha eretto la coscienza di ogni uomo eguale davanti a Dio. Contro ogni fondamentalismo il laicismo ha difeso l'inviolabilità della coscienza e del suo corpo individuale. La costituzione europea deve contenere questa conciliazione perché questa è l'essenza dell'Europa: l'identità come pluralismo. E poiché qui parliamo di costituzione e non di storia d'Europa qui è più importante menzionare la libertà religiosa che le radici cristiane, più importante ribadire la separazione tra Stato e Chiesa che il ruolo positivo delle religioni. 

Corriere della Sera
20 luglio 2002


Convenzione Europea:azione esterna e politica di difesa

intervento dell'on.Valdo Spini


La prima volta che i capi di Stato Maggiore europei sono entrati in uniforme nel Palazzo del Consiglio Europeo e hanno preso l'ascensore pare che una signora si sia rivolta ad un collega e abbia commentato: "E' la Nato" e che il Capo di Stato Maggiore francese Le abbia fatto un mezzo inchino e abbia detto "che ci crediate o no, Signora, è l'Europa". 

In effetti, il campo della Difesa è quello che è stato più gelosamente custodito dagli stati nazionali. Nei trattati di Roma del 1957, in effetti, il tema non compariva. E' apparso molti anni dopo, nel Trattato di Amsterdam in vigore dal maggio 1999. Tanto più importante quindi per lo sviluppo dell'Unione Europea è proprio la crescita della Politica Europea di Sicurezza e di Difesa. Prima verifica concreta della volontà di andare avanti sulla strada della PESD è l'istituzione della Forza di Intervento Rapido decisa al Consiglio Europeo di Helsinki, una forza da costituire entro il 2003 fatta di 60000 uomini dispiegabile in 60 giorni, per svolgere quelli che sono chiamati i compiti di Petersberg (dal nome del castello tedesco in cui questi compiti vennero definiti dalla UEO nel giugno 1992). Perché la Politica Europea di Sicurezza e di Difesa possa funzionare sono necessarie delle riforme istituzionali. Attualmente funziona un meccanismo di unanimità. 

La linea di riforma che sembra opportuno intraprendere si potrebbe definire di "coinvolgimento selettivo", cioè riforme che permettano agli stati membri che lo desiderino e ne siano capaci, di intraprendere decisioni e azioni dell'Unione. In altre parole, gli stati che non desiderino impegnarsi potrebbero astenersi ma non impedire la missione condivisa da una maggioranza qualificata. 

Altro problema è quello del controllo democratico. 

Nel 2000, come presidenti delle Commissioni difesa europea dei parlamenti delle nazioni europee ci siamo riuniti per la prima volta a Parigi. Da allora sono cominciate riunioni periodiche, con la partecipazione dei ministri del paese presidente di turno del Consiglio Europeo e rappresentanti del Parlamento Europeo. Se la politica di difesa è intergovernativa, certamente un ruolo dei parlamenti nazionali deve essere assicurato. 

Infine è noto, che per evitare duplicazioni, la Forza di Intervento Rapido deve potere utilizzare strutture NATO secondo la formula "Difesa Europea non separata ma separabile". Dopo lunghe trattative tra NATO e Unione Europea era stato realizzato un primo accordo, cui la Turchia aveva aderito, ma che era stato rifiutato dalla Grecia. Ora pare che un accordo con la Grecia sia stato raggiunto e speriamo che a questo testo venga ora l'assenso della Turchia. Del resto siamo nel Comitato militare europeo sotto presidenza greca (essendo orientatasi la Danimarca verso "l'opting out") e questo riteniamo sia di buon augurio per arrivare a una positiva soluzione. 

Altro tema da risolvere sarà quello delle risorse. Conosceremo alla fine dell'anno i risultati dei gruppi di studio che sono al lavoro su questa materia. Ma alla fine, bisogna sottolineare che la politica europea di difesa ha un senso se si sviluppa la politica estera comune. Cioè se si sviluppano le missioni dell'Europa, le vocazioni dell'Europa. In proposito, è giusto sottolineare che è molto probabile che la Forza di Intervento Rapido Europea sarebbe all'occorrenza utilizzata dall'ONU e che anche questo potrebbe promuovere un ruolo internazionale dell'Europa. In conclusione il tema della difesa è di grande importanza per lo sviluppo del nostro lavoro cioè per un nuovo tratto istituzionale europeo.

sessione dell'11 luglio 2002 Azione esterna dell'unione Europea
sessione del 12 luglio -Politica di Difesa Europea


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