LA PIÙ GRANDE POTENZA DAI TEMPI DELL´IMPERO ROMANO. MA L´EUROPA NON È IRRILEVANTE

America, caput mundi ma non troppo 


LA scrittrice franco-belga Marguerite Yourcenar, autrice delle bellissime e fittizie «Memorie di Adriano», impresta all´anziano imperatore romano il seguente frammento di ricordo di un soggiorno di studio in Grecia durante i suoi anni giovanili: «Nel bel mezzo dei miei studi ad Atene, dove tutti i piaceri trovano posto con misura, rimpiangevo non già Roma in sé stessa, ma l´atmosfera del luogo ove si fanno e si disfano continuamente le vicende del mondo, il cigolio stesso degli organi della macchina del potere». Quante volte queste parole mi sono tornate alla mente in occasione delle frequenti visite che io, europeo che veniva da Roma, ho avuto occasione di fare a Washington per 25 o trent´anni. E se mi capitava di condividere con i miei interlocutori americani questa piccola rimembranza letteraria e l´analogia che mi veniva di fare con l´Europa e gli Stati Uniti del nostro tempo, la loro reazione era di norma quella di schermirsi, lasciando alla retorica della propaganda sovietica, fin che si era in guerra fredda, e poi dell´antiamericanismo di piazza l´accusa di imperialismo rivolta al loro paese. Una volta. Ora non più. Non che tutti gli americani si sentano improvvisamente imperialisti. Solo che adesso il riferimento al concetto di impero e suoi derivati e a situazioni imperiali della storia è divenuto moneta corrente nel dibattito politico e politologico negli Stati Uniti. Quando alla fine degli anni 80 il sistema sovietico collassò, l´opinione pubblica americana sembrò colta da una vertigine da responsabilità internazionale e la prospettiva di diventare il «world cop», lo sbirro del mondo, era sentita più come un incubo che come un´ambizione. Ora proliferano articoli, libri e dibattiti sull´unilateralismo nella politica estera americana, sulle caratteristiche imperiali, se non imperialiste del ruolo degli Usa nel mondo e sulle analogie storiche di una simile situazione di «iperpotenza» solitaria. Come spesso accade con le analogie storiche, si tende a fare delle semplificazioni e una di queste è parlare di un Impero romano, sotto l´effetto zoom della storia, per cui si appiattiscono su un unico sfondo i secoli e le alterne vicende di una così complessa struttura. Ma conviviamo con la semplificazione e ricordiamo che l´Impero venne dopo la Repubblica, attraverso una transizione cruenta, e dopo le Guerre Puniche, che portarono, non meno cruentemente, all´eliminazione del grande rivale in quell´area mediterranea allargata che costituiva il «mondo» di Roma. Altre minacce esterne erano sì presenti, ma nessuna aveva le stesse caratteristiche dirette e complessive di quella cartaginese, perché o, come gli imperi asiatici, troppo lontane in relazione alle comunicazioni e al grado di interdipendenza del tempo, oppure più vicine, ma troppo deboli, almeno fino alle calate dei barbari. La Grecia era irrilevante. Alla luce di questo sommarissimo richiamo alla Caput mundi vediamo la politica estera americana e la sua rispondenza a un ipotetico ruolo imperiale. Il suo rapporto con il quadro istituzionale interno, innanzitutto. Estrapolare la tendenza della «presidenza imperiale», che già ai tempi di Nixon riscontrava lo storico Arthur Schlesinger, in conseguenza ora di una politica estera mirante non più all´equilibrio di potenza, ma a un deliberato «squilibrio di potenza», fino a contemplare un serio deterioramento delle istituzioni democratiche appare del tutto gratuito. E´ vero che il nuovo Grande Nemico, che dopo l´11 settembre gli Stati Uniti hanno individuato, è un nuovo tipo di nemico. Per quanto ci si sforzi di identificarlo ora con uno Stato (l´Afghanistan) ora con un altro (l´Iraq), esso è meno focalizzabile e prevedibile e molto più pervasivo e pericoloso. La gamma degli strumenti per combatterlo investe il fronte interno come se non più del fronte esterno e pertanto preme sui requisiti dello Stato di diritto. A ciò si può aggiungere il fatto che il carattere religioso della nazione americana («One nation under God»), già più marcato che in qualunque altra nazione occidentale, è esaltato dall´influenza delle correnti cristiane più conservatrici, quando non addirittura fondamentaliste, sull´attuale maggioranza presidenziale. Tuttavia le radici della libertà e della democrazia restano salde, come provato dal fatto che ogni tendenza che si manifesta suscita, quasi di riflesso, movimenti ad essa contrari. Gli esempi sono innumeri. Il quadro internazionale. Il «mondo» degli Stati Uniti è tutto il mondo; non ci sono potenze troppo lontane. Potenze lontane o vicine, grandi o piccole, reali o fasulle hanno i loro problemi di equilibrio, su cui l´influenza americana agisce, anzi è spesso chiamata ad agire dagli attori locali. In questo senso sembra esservi una «domanda» di impero: così almeno intendeva Madeleine Albright, quando definiva il suo come lo Stato «indispensabile» alla stabilità mondiale. Ma la struttura del potere internazionale è molto più complessa di quella descritta dalla gerarchia delle maggiori potenze, a cui si limita la scuola dei realisti, non solo per la presenza di 200 nazioni e di migliaia di Ong, ma per la transnazionalità dei mercati, delle migrazioni, delle comunicazioni. Alla domanda apparente di impero non corrisponde quindi un´«offerta» adeguata, perché la sola overcapacity militare fatica a imporre soluzioni sempre e dovunque, ma soprattutto non riesce poi a gestirle. Henry Kissinger intitola il capitolo di apertura del suo ultimo libro: «America all´apice: impero o leader?». Ora l´apice di potenza di cui parla Kissinger è stato conquistato da un´America repubblicana, con un mix di egemonia e di influenza, attraverso alleanze e istituzioni. L´abbandono del mix, per esaltare l´egemonia, porterà alla discesa dall´apice. E non per quel declino della potenza americana, che in un articolo di Global ora in edicola Immanuel Wallerstein afferma apoditticamente esservi fin dagli Anni 70 - diavolo di una potenza declinante che porta quella contrapposta a liquefarsi! -, ma perché proprio la fine dell´impero antagonista e l´emergere della minaccia del terrorismo dovrebbero spingere ad esaltare invece l´influenza. E´ curioso che dal quadro di Wallerstein sia totalmente assente l´Europa, che evidentemente è «irrilevante» per lui, intellettuale di sinistra americano, come per la destra unilateralista - e come la Grecia ai tempi di Adriano. Ma l´Europa non è irrilevante. Solo che, «grazie all´esperienza unica dell´ultima metà di secolo - culminata nel decennio scorso nella creazione dell´Unione europea - ha sviluppato un corpo di ideali e principi sull´utilità e sull´etica della potenza, diversa dagli ideali e principi degli americani, che non hanno condiviso quell´esperienza»: così scrive su Policy Review (giugno-luglio 2002) un altro studioso americano, Robert Kagan, per il quale questa divaricazione fra le due rive dell´Atlantico potrebbe essere irreversibile. L´autore ha ragione nel rilevare una perdita di volontà europea di contare nel mondo e nell´attribuirne parte della spiegazione alla crescita delle istituzioni integrate all´ombra dell´ombrello di sicurezza americano. Ma è probabile che a ciò finisca ora per contribuire l´insistenza degli americani sulla loro superiorità militare, che rende apparentemente marginale ogni incremento delle capacità europee. Peraltro nei paesi dell´Ue proprio quei politici e quegli intellettuali che più sono tradizionalmente sensibili alla cultura della potenza sono anche spesso i più contrari a una vera integrazione politica, militare e di sicurezza, accettando piuttosto, in nome della Realpolitik, la semi-impotenza degli Stati membri presi separatamente. I lavori della Convenzione ci daranno modo di capire se vi sono volontà e consenso sufficienti per superare questa contraddizione. Intanto si deve contestare chi svilisce i ruoli diversi da quello della forza militare, contestare la caricatura degli europei che lavano i piatti dopo che gli americani hanno preparato e servito la cena. Oltre a saper muovere guerra, bisogna saper «muovere pace». Quello che sta avvenendo nei Balcani è un esempio di faticosissimo processo di pacificazione e di stabilizzazione, grazie a cui bene o male i serbi votano liberamente, il ponte di Mostar viene ricostruito, i bambini kosovari parlano albanese a scuola e macedoni di diverse etnie convivono. Forze d´ordine, esperti e Ong, provenienti principalmente dall´Europa, vigilano, consigliano, addestrano sul posto, mentre i media, Cnn in testa, vanno altrove perché la guerra fa più notizia e spettacolo della pace. La pace la si ottiene con la potenza, ma la si mantiene con le regole e le istituzioni. Gli americani si sono attenuti a questa regola d´oro dopo il ´45 e dopo l´89, ma sembrano adesso inclini a dimenticarla, il che non sarà senza conseguenze. Come scrive Nye, se l´America «cede alla tentazione unilateralista troppo facilmente (...) si troverà spesso a fallire, per la natura intrinsecamente multilaterale dei problemi transnazionali in un´era globale». Quella dell´impero «a fin di bene» è ancora una volta un´illusione. Dice l´immaginario imperatore Adriano, giunto in fin di carriera: «Roma non è più Roma: dovrà riconoscersi nella metà del mondo o perire. (...) La città è diventata Stato. Avrei voluto che lo Stato si ampliasse ancora, divenisse ordine del mondo, ordine delle cose». Già, avrei voluto. 
Cesare Merlini

La Stampa 
1/8/2002


«I governi di destra preferiscono proteggere i propri imprenditori che aprire il mercato». 
«Cofferati dice cose condivisibili, ma sbaglia a dividere la sinistra»


«Europa, una clausola di «divorzio europeo»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 
BRUXELLES - Una clausola di «divorzio europeo». A proporla è Giuliano Amato, vice presidente della Convenzione sul futuro dell'Europa. 
Nei giorni scorsi, la sua proposta di un'Europa «alla francese», retta da un dualismo tra un presidente del Consiglio europeo responsabile della politica estera e un presidente della Commissione che agisce come capo del governo, ha trovato parecchi consensi, non ultimo quello del rappresentante del governo italiano, Gianfranco Fini. Ma ora, in questa intervista al Corriere in cui affronta anche i temi della crisi della sinistra in Europa, Amato lancia una nuova proposta che potrebbe avere effetti rivoluzionari sul futuro dell'Europa: la clausola di esclusione. 
In pratica, spiega, un Paese che non ratificasse i nuovi Trattati, o che ripetutamente si ostinasse a bloccare una decisione cruciale su cui esiste un largo consenso degli altri, dovrebbe poter venir escluso dall'Unione. Le conseguenze di una simile «clausola di divorzio», potrebbero essere clamorose. Se l'Europa l'avesse avuta in passato, si sarebbero evitate le molte convulsioni provocate dai referendum danesi e, oggi, dalla bocciatura del Trattato di Nizza nel referendum irlandese. 
Presidente Amato, come nasce questa proposta? 
«Nasce dalla mia valutazione del senso che ha assunto oggi la costruzione dell'Europa. Se nella serie di passaggi successivi c'è qualcuno che continuamente si isola dagli altri e non condivide più lo spirito comune, può l'insieme fermarsi perché un singolo Paese si rifiuta di proseguire il cammino comune? Oggi davanti ai compiti dell'Unione non possiamo più permetterci il lusso che ci era consentito 20 o 30 anni fa, quando potevamo decidere se aggiungere o meno questo o quell'abbellimento alla cattedrale europea. Non siamo più sul terreno dei beni voluttuari, siamo ormai sul terreno dei beni essenziali perché ci sono funzioni essenziali di governo che possono essere svolte ormai solo a livello europeo. In questo quadro ciascuno deve essere messo davanti alle proprie responsabilità: non più la scelta tra accettare il punto di vista degli altri o bloccare tutti, ma tra seguire gli altri o restare solo. E' possibile che, di fronte a questa decisione, le ragioni del no appaiano superabili. Io non lo vedo come uno strumento per perdere pezzi d'Europa lungo la strada ma, al contrario, per innalzare la responsabilità di ciascuno verso l'insieme. E la responsabilità è un bene di cui abbiamo assolutamente bisogno». 
In che senso? 
«Una cosa che deve finire in Europa è che gli Stati nazionali nascondano le proprie responsabilità dietro l'alibi europeo. Ci sono questioni che vanno chiarite. Il pareggio di bilancio, per esempio, lo riteniamo un bene in sé o è un'ubbia del signor Solbes? Queste cose vanno dette ai cittadini. In un sistema democratico è essenziale che l'elettore sappia chi è responsabile di che cosa. Invece spesso i governi, quando c'è una scelta difficile, si nascondono dietro l'Europa. Devo confessare che a volte l'ho fatto anch'io. E questo ha contribuito non poco a danneggiare l'immagine dell'Europa agli occhi delle nostre opinioni pubbliche». 
Ma, secondo lei, nella Convenzione e nei governi c'è questa consapevolezza di dover dare credibilità all'Europa anche a costo di sacrificare gli egoismi nazionali? 
«Nella Convenzione direi nettamente di sì. Può sembrare stupefacente, ma questa domanda di un'Europa che diventa affidabile rispetto a questi grandi temi trasnazionali viene dai membri più diversi, senza distinzione tra destra e sinistra, tra nord e sud, tra piccoli o grandi Paesi». 
E i governi? 
«Per quanto riguarda i governi, bisognerà vedere. Ma cresce in me ed in altri la sensazione che in molti casi in cui i governi difendono proprie prerogative, in realtà non parlano a nome dei loro cittadini ma per conservare qualche fetta di potere. Sarà nel loro stesso interesse capire che c'è un limite al di là del quale non possono andare». 
Siete pronti allo scontro. Ma con quali strumenti? Con un referendum? 
«Penso che occorra fare il possibile per evitarlo, lo scontro. Bisogna mantenere un rapporto stretto con i governi, soprattutto nella fase finale, quella della discussione dei testi». 
E se non funziona? Referendum? 
«Il referendum è sempre uno strumento difficile da usare. Ma penso che, al punto in cui siamo, un referendum bene organizzato sia l'unico modo di verificare se gli europei vogliono identificarsi nel nuovo modello di Europa e superare le vecchie incertezze. Comunque occorrerà decidere preventivamente quali sarebbero le conseguenze di una maggioranza di no in questo o quel Paese. Se, come io propongo, ciò comporta l'espulsione dall'Unione, la gente lo deve sapere prima di andare a votare». 
Parlando di Stati membri, come valuta le posizioni espresse da Fini? Le sembrano in linea con la tradizionale linea europeista dell'Italia? 
«All'ultima riunione della Convenzione, Fini ha detto cose importanti, per esempio sull'estensione del voto a maggioranza nella politica estera e di difesa e sulla riunificazione dei ruoli di commissario agli affari esteri e di alto rappresentante dell'Unione europea. In quel che dice c'è spesso un doppio binario: da una parte concessioni a chi, nella maggioranza, vuole la riaffermazione dell'esclusiva sovranità nazionale. Dall'altra, sulle questioni specifiche, mi sembra che porti posizioni coerenti con l'europeismo tradizionale dell'Italia. Sono fiducioso nel fatto che alla fine lo spirito europeista degli italiani avrà una parte della vicenda». 
Lei, come anche Romano Prodi, sembra pensare che l'Europa sia intrinsecamente un patrimonio delle forze progressiste e riformiste. Ma a guardar bene l'Europa è stata più che altro il veicolo per imporre politiche di centrodestra, quali le riforme di mercato della signora Thatcher o il rigore di bilancio del cancelliere Kohl. 
«E' vero. Ma certi assi portanti del pensiero europeo sono diventati ormai patrimonio culturale di una sinistra che ha accettato la logica del mercato. Non considero certo che le privatizzazioni siano di destra, come non lo sono il rigore di bilancio o la tutela della concorrenza. Tuttavia bisogna constatare che questi valori si sono affermati a detrimento dell'attenzione di cui avevano bisogno le politiche sociali. Gli stessi governi socialisti sono rimasti impaniati considerando come nazionali le politiche sociali e rinunciando ad usare l'Europa come vincolo per stabilire un livello minimo di welfare. E ora si accorgono quale prezzo rischiano di pagare. Sul fronte opposto, invece, la destra può subire la tentazione di allontanarsi dall'Europa». 
Perché? 
«Recentemen te ho incontrato la European Round Table, che rappresenta la business community europea. E loro mi hanno espresso la preoccupazione che proprio i nuovi governi di destra tendano ad appropriarsi di poteri a danno della Commissione. E dicono: attenzione, noi il mercato integrato lo dobbiamo alla Commissione e non agli Stati nazionali, che semmai hanno resistito. Da Crispi a Bush, la storia lo insegna, i governi di destra sono interessati a proteggere i propri imprenditori piuttosto che a favorire l'apertura del mercato. E quindi c'è il rischio che in un momento di crescita debole ogni governo tenda a salvare le proprie imprese nazionali, che è un modo miope di concorrere allo sviluppo. Per cui assistiamo ad una specie di paradosso europeo, con una sinistra che rimane a difendere il mercato integrato e il rigore delle finanze pubbliche contro le propensioni protezionistiche e di deficit spending che emergono nei governi di centro estra». 
Sì, però sul fronte opposto la sinistra sconfitta torna a dividersi tra l'ala che ha integrato i valori europei e l'ala più radicale e intransigente. 
«Questo è un errore grave. Ma che ha una sua spiegazione. E' tipico di tutte le sinistre, nella fase che segue una sconfitta elettorale, dividersi tra quanti pensano che il rimedio sia nell'essere "più di sinistra" e quanti invece vogliono mantenere la centralità. Questo sta succedendo in Italia come in Francia come in Olanda. L'errore dell'ala radicale è nel voler essere più simile a Bertinotti perché pensa che sia lui il rappresentante dei ceti deboli. Il caso francese dimostra che non è così. Si inventano le 35 ore in nome dei ceti deboli, e poi ci si accorge che l'innovazione favorisce i quadri tecnici e intermedi, mentre ai ceti deboli costa il posto. E così perde il posto anche il ministro Aubry, che delle 35 ore era l'artefice». 
Sbaglia, allora, la Cgil? 
«Le cose che dice la Cgil sono largamente condivisibili. Perché è vero che c'è una tendenza a portare la liberalizzazione nel mercato del lavoro in termini tali da considerare ogni diritto una rigidità. Pensiamo davvero che l'Europa debba competere nel mondo eliminando ogni protezione sociale per abbattere i suoi costi? La Cgil pone questa domanda. Ha diritto ad una risposta. Il torto di Cofferati è semmai quello di sollevare la questione in termini dirimenti: o con me o contro di me. E così un tema che dovrebbe essere fortemente unificante diventa un'altra questione su cui dividere la sinistra, proprio quando avrebbe più bisogno di restare unita». 

Andrea Bonanni 
Corriere della Sera
13 luglio 2002


L’INTERVISTA / Il commissario Ue: i singoli Paesi non possono dare risposte ai temi sollevati da Le Pen
Monti: ora l’Unione funzioni meglio o saranno guai ancora più grossi
«Occorre dare vita a una politica fiscale coordinata che dia maggiori poteri ai diversi partner»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


BRUXELLES - La nuova Francia di Jacques Chirac sarà, per forza di cose, più europea di quella che ha consentito la crescita del fenomeno Le Pen. E lo stesso varrà probabilmente per la Germania che uscirà dalle elezioni di questo autunno. «Perché il 2002, con i suoi tormenti elettorali, rappresenta un anno-cerniera che chiude un periodo di ritardi ed esitazioni nell’affrontare a livello europeo il fenomeno della globalizzazione, e apre un periodo in cui bisognerà riconoscere la necessità di un’Europa che funzioni meglio, che abbia una voce decisiva nel governo economico e politico della globalizzazione, e che sia in grado di affrontare anche l’altra grande sfida politica: quella dell’allargamento. Se non lo faremo, saranno guai grossi, molto più grossi di quelli che abbiamo visto finora. Le elezioni francesi e, tra qualche mese, quelle tedesche impongono la necessità di analizzare seriamente i limiti non solo della costruzione europea ma anche degli stati nazionali».
Mario Monti, il commissario europeo alla concorrenza, non si limita a tirare un sospiro di sollievo alla diffusione dei risultati elettorali in Francia. E’ anche convinto che lo shock Le Pen, «per fortuna grandemente ridimensionato al secondo turno», costringerà tutta l’Europa ad un momento della verità che porrà fine al ritardo con cui la classe politica dei paesi europei ha affrontato le trasformazioni sociali ed economiche di questi anni. «In fondo - spiega Monti - Le Pen ha raccolto consensi giocando sull’ansia che i cittadini provano di fronte a problemi che si manifestano sul piano nazionale e locale, ma che si possono affrontare solo coordinando l’azione a livello europeo: immigrazione clandestina, criminalità, disoccupazione, esclusione sociale, iniqua redistribuzione dei redditi. A nessuno di questi fenomeni un Paese può dare risposte isolatamente».
E l’Europa?
«L’Unione europea le sta dando, le risposte. Ma non sono ancora abbastanza tempestive, e soprattutto richiedono un miglior dosaggio. Ha cominciato tardi sulla sicurezza interna e sull’immigrazione, dopo che per decenni i governi nazionali avevano resistito ad ogni forma di coordinamento. E sul versante economico e sociale necessita di migliori strumenti istituzionali per poter agire in modo più equilibrato».
Quali strumenti?
«L’Europa si fonda sostanzialmente su quella "economia sociale di mercato" che fu propria del modello tedesco e che si estese poi con Maastricht a tutta l’Unione. Ma l’evoluzione dell’aspetto "sociale" e di quello "di mercato" non vanno di pari passo. Si avverte un crescente disagio per quella che appare come una troppo rapida liberalizzazione dei mercati. La soluzione, però, non è di frenare la liberalizzazione e le riforme strutturali, per la verità piuttosto lente. Bensì di dare più corpo e più peso all’Europa sociale, consentendo e incoraggiando gli stati membri a governare più e meglio questa dimensione. Purtroppo, però, in materia sociale e fiscale l’Europa è ancora governata dalla regola dell’unanimità, ossia dalla "dittatura della minoranza", come ha scritto giustamente Padoa Schioppa sul Corriere . E questo paralizza ogni decisione».
Sta proponendo un governo sociale ed economico europeo?
«Non necessariamente. Ma occorre per esempio una politica fiscale coordinata senza veti, che dia maggiore margine di manovra agli stati membri per le loro politiche sociali. Occorre più crescita, ma senza togliere il freno all’inflazione. Occorre rispettare il patto di stabilità, ma con maggiore attenzione alla logica economica che, come Maastricht consente, permette di incoraggiare i veri investimenti pubblici».
Come sarà la Francia di questo nuovo Chirac, eletto anche con il voto delle sinistre?
«Se ci sarà una riflessione sulle cause che hanno portato a questa situazione, e io credo che ci sarà, si capirà che bisogna cercare in Europa le soluzioni ai problemi che hanno causato il fenomeno Le Pen e situazioni analoghe in altri paesi. Questo dovrebbe portare ad una tendenza più positiva verso l’Europa e a smettere di scaricare su Bruxelles la responsabilità di scelte impopolari, che è stata una delle cause del voto di protesta nazionalista».
Un fenomeno non solo francese.
«No, certo. In questi anni si è assistito spesso al tentativo di molti governi nazionali di "farsi imporre" dall’Europa scelte di politica giuste ma impopolari. Il risanamento dei conti pubblici è un caso da manuale. I politici spesso danno la "colpa" alla Commissione di decisioni che loro stessi hanno contribuito a prendere in consiglio dei ministri, che sanno essere necessarie, ma di cui non vogliono assumersi la responsabilità. Ciò aiuta a realizzare buone politiche, ma al prezzo di una cattiva pedagogia che a lungo andare offusca l’immagine dell’Europa. E’ una frattura del principio di responsabilità che si trasforma in una frattura della democrazia. Spero che dopo questo 2002 da shock elettorale le classi politiche europee avranno una maggiore consapevolezza della necessità di far capire ai cittadini che cosa sia veramente l’Europa e quanto ce ne sia bisogno anche per rendere possibile la soluzione di certi problemi a livello nazionale».
Insomma, c’è un ritardo delle classi politiche europee?
«Il cambiamento, e la rapidità con cui avviene, spesso creano difficoltà alla classe politica. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi, quando il cancelliere Schröder ha accusato la Commissione di andare troppo in fretta sul fronte delle riforme. Lo si è visto a Nizza, quando proprio Chirac e Jospin favorirono una soluzione minimalista pensando di tutelare gli interessi nazionali e contribuendo invece a creare quel senso di inadeguatezza dell’Europa che è una delle basi del consenso a Le Pen. Certo la vigilia elettorale nei due principali paesi dell’Unione ha avuto un effetto paralizzante. Ma ora, dopo questa drammatica maturazione, non si può più perdere tempo nell’individuare i problemi e nel definire a quale livello debbano essere affrontati. Per questo ritengo provvidenziale che proprio ora abbia mosso i primi passi il veicolo della Convenzione sul futuro dell’Europa in cui riversare un nuovo spirito costruttivo».
Che cosa si attende dalla Convenzione?
«La Convenzione è essenziale non solo per dare risposte ai problemi che già sono sul tappeto, come la gestione della globalizzazione. Il pericolo maggiore deve ancora venire, ed è la sfida dell’allargamento. Sull’onda del successo di Le Pen si può cercare di bloccare l’allargamento per non spaventare le opinioni pubbliche. Ma non è nell’interesse dell’Europa Occidentale perché avremmo da affrontare altre Bosnie e altri Kosovo. Ma allora è essenziale mettere in condizione l’Europa allargata di governare se stessa. E certo non si può arrivarci se restiamo al livello minimalista di Nizza. Da questo punto di vista le elezioni francesi mandano ai costituenti, e a tutti noi, due importanti messaggi».
Quali?
«Il primo è la constatazione che il disagio e la disaffezione verso la politica, che prima sembravano limitati solo alle istituzioni europee, sono purtroppo un problema ormai presente anche e soprattutto a negli stati nazionali. Il secondo è che, oltre alla legittima domanda se certe competenze debbano essere attribuite a livello europeo, dovremo chiederci anche quale possa essere il grado di efficacia degli stati nazionali nel gestire politiche che ormai sono quasi sempre dettate dalla globalizzazione».
Andrea Bonanni

la Repubblica 
6 maggio 2002


CONVENZIONE EUROPEA

Intervento dell'onorevole Valdo Spini, rappresentante della Camera dei deputati

Nel suo intervento alla sessione inaugurale della Convenzione, il Presidente, Valéry Giscard D'Estaing ci ha detto che, se avremo successo, nel giro di 25-50 anni (il tempo passato dai Trattati di Roma ) l'Europa avrà un nuovo ruolo nel mondo.
Quello che sta avvenendo intorno a noi ci dice che bisogna riuscire ad anticipare il conseguimento di questo obiettivo.
Ce lo ricorda la crisi in atto nel Medio Oriente che da settembre in poi si è aggravata secondo le linee di un'involuzione largamente prevedibile ma che la comunità internazionale non è riuscita a modificare.
Direi che la stessa novità del giorno mercoledì 10 aprile, quando a Madrid si è venuto a formare quello che si è definito come un "quartetto", cioè il documento comune sul Medio Oriente firmato da USA, Unione Europea, Russia e ONU ci porta a sottolineare questa necessità. A Madrid è nato per l'Europa qualcosa di nuovo, perché dopo quel documento la missione del segretario di stato Usa Colin Powell in Medio Oriente si è configurata come una missione non solo americana, ma, in un certo senso, a nome di tutta la comunità internazionale.
Proprio la crisi israeliano-palestinese in atto, per la sua gravità, ci porta ad accentuare la nostra attenzione sulla capacità dell'Europa di giocare un ruolo in politica estera. Il primo compito dell'Unione Europea è quello svolgere una missione di pace e di cooperazione nel mondo in modo unitario, in modo da poter giocare tutto il nostro peso di grande dimensione continentale.
La volontà di incrementare e di accelerare il ruolo di soggetto politico dell'Europa nel mondo comporta, nei lavori della Convenzione, una particolare attenzione alla riforma di strutture quali la Presidenza del Consiglio europeo, che va rafforzata sia prolungandone la durata del mandato ad un tempo congruo, per esempio due anni, due anni e mezzo, sia arrivando non più ad una turnazione quanto ad un'elezione della Presidenza. Questo soprattutto in vista dell'allargamento che porterà il numero dei componenti dell'Unione dagli attuali 15 ai possibili 27.
Una scadenza di particolare importanza a questo riguardo è costituita dalla concretizzazione della PESD, la politica estera e di difesa europea. L'anno 2003 è anche l'anno in cui si dovrà costituire la Forza Europea di Intervento Rapido, che permetterà di intervenire avvalendosi di strutture Nato, ma anche autonomamente dalla Nato. Secondo la dottrina teorizzata proprio in ambito Nato la realizzazione di una struttura di difesa europea "non separata ma separabile", permetterebbe all'Europa di intervenire in quanto tale in missioni di soccorso e di pace a livello internazionale. Un passo avanti di grande significato per il rafforzamento della stessa politica estera europea. Probabilmente una forza che l'ONU non mancherebbe di utilizzare in occasioni delicate.
Ci è stato posto un quesito sull'attribuire all'Europa un numero maggiore o minore di compiti.
La decisione di dare vita, almeno per dodici paesi, ad una moneta unica europea, l'EURO, una concessione di sovranità cui non ha corrisposto la strutturazione di un corrispondente adeguato potere democratico europeo, deve darci la linea maestra per la nostra risposta.
Ecco perché vogliamo una vera e propria Costituzione Europea.
Qui non si tratta tanto di difendere, come qualcuno ha fatto, il ruolo degli stati nazionali, quanto di costruire un sistema di poteri e di controlli a livello dell'Unione per poter far corrispondere a quei poteri che già si sono spostati in modo irreversibile a livello europeo, quel sistema di controlli e di partecipazione che ci assicurino lo stesso livello di democrazia che si era conseguito a livello nazionale. Quindi ruolo del Parlamento Europeo, ruolo della Commissione che devono anch'essi essere sottolineati. 
No alla timidezza, sì all'audacia. No ad una concezione di corte vedute, sì alla capacità di guardare lontano. E' questa l'ambizione con la quale dovremo condurre i lavori di questa Convenzione. 

Sessione del 15-16 aprile - Bruxelles 15-4-2002


Governo multilivello e costituzione europea

Nozione di governo multilivello: non bisogna opporsi al localismo dicendo ci vuole centralismo, bisogna, invece, opporsi al localismo innestando un modello di governo complessivo; questo è lo sforzo che dobbiamo essere in grado di fare altrimenti quello diventa, anziché l’elemento di un sistema, una impazzita spinta centrifuga che può condurre ad una disgregazione in prospettiva allargamento. 
Abbiamo una comunità che si è già allargata e che ha generato fior di utopie, sta morendo di intergovernatività, intrergovernativismo, che era in condizioni di partorire esso stesso soluzioni comuni e comunitarie quando eravamo sei o nove, che nel contesto odierno di comunità allargata ha enormi difficoltà a produrre e che è quindi diventato la fonte insopportabile di discrasie tra prodigalità nelle promesse e avarizia nei risultati; ci si trova nei Consigli Europei che si fanno manifesti che se uno li legge cambia il mondo e poi si prova ad attuarli e lì ciascuno ha le sue ragioni per restarsene a casa; è uno degli indici più evidenti di inflazione del potere: quando aumentano il numero delle parole con le quali si fanno promesse sempre più grandi, diminuiscono i risultati prefissi; questo aliena, ed è ovvio che questo accada. 
Oggi la democrazia è spaventosamente difficile perché è molto più esigente di quanto fosse una volta: tutti vogliono partecipare quando qualcosa li tocca, e qui c’è un altro confine delicato, come è delicato il confine tra localismo e localismo parte di un sistema democratico articolato, è delicatissimo e sottile il confine tra il cittadino esigente e il cittadino che diventa un ribelle poulista, basta un nulla nella inadeguatezza del sistema democratico per trasformare il cittadino democratico esigente in un populista ribelle.

La Convenzione è l’Europa davanti a questi impegni; quindi l’Europa ha davanti 2 problemi enormi:

1. Quello di rimettere a fuoco le sue missioni, far capire che serve di rimetterle a fuoco in un modo che coinvolga democraticamente di più di quanto non abbia fatto sino ad ora, scavalcando gli ostacoli che i governi pongono alle soluzioni comuni, perché io sono ormai convinto che gli ostacoli che molto spesso i governi aggiungono alle soluzioni comuni in nome delle opinioni pubbliche sono in realtà in nome dei propri apparati burocratici ; forse sbaglierò ma o i parlamentari sono dei farfalloni e vivono in un altro mondo, ma quando le opinioni pubbliche sono rappresentate dai parlamenti sono molto più europee che quando sono rappresentate dai governi. 
Nizza ci porta 2 novità importanti:cambiare il metodo, e, quindi, innestare una componente maggioritaria sia pure in questo organismo, secondo, lavorare in un rapporto il più possibile diretto e il più possibile interattivo con l’opinione pubblica, partendo da questa premessa non pessimistica ma ottimistica: se questo rapporto si costruisce viene fuori che l’opinione pubblica ha aspettative verso l’Europa, pretende che l’Europa sia fatta in un certo modo, la può sostenere se la vede, naturalmente non al posto di, perché anche a questo punto il primo Spinelli aveva visto l’Europa in conflitto con gli stati, giustamente perché in quel momento della Storia era la sovranità degli stati l’unghia da tagliare per evitare le guerre, bisognava crescere contro gli stati, ora si tratta di utilizzare in modo integrato questi due pilastri di legittimazione, il ruolo della formula di Delors al di là degli equivoci che ha dentro, perché forse Delors pensa alle avanguardie, e l’acquisita constatazione che l’Europa si regge in termini di democrazia su entrambi i pilastri e non può che essere così. 
Io ho scritto di mio pugno la parte sui Parlamenti nazionali, gli stessi inglesi stanno rinunciando all’idea di seconda camera; io l’ho detto anche nella mia corporazione di giovani giuristi c’è troppa legislazione che entra fatta soltanto dalle burocrazie; c’è un problema di deficit di rappresentanza parlamentare, sia a livello nazionale che a livello europeo, la Convenzione comincia, rispetto alle modifiche del Trattato, a reintrodurre la rappresentanza parlamentare, ed è importante l’altro aspetto :il dialogo con l’opinione pubblica che serve a vincere le incrostazioni che vengono dalle posizioni del governo, questo va preso sul serio, noi dobbiamo rimettere a punto l’Europa insieme a chi rappresenta direttamente le nostre politiche collettive, io mi auguro che il Parlamento italiano che ha iniziato due mesi fa il lavoro di contatto con l’opinione pubblica nazionale lo riprenda e sia in grado di portarlo alla Convenzione.

2.Il punto delle missioni chiave è fondamentale, se oggi si dice in giro che l’Europa ti può rappresentare nelle tue esigenze di mondo stabile, di darti una politica economica che corrisponda alla moneta unica, l’Europa riacquista standing da parte di chi vive in Europa. 
Questi temi vanno rimessi a posto, con la presa d’atto che nel primo pilastro c’è stata troppa intrusione attraverso normative che per di più vengono spesso non tanto da burocrazie ma da governi nazionali attraverso i Consigli dei Ministri di settore. Questi ultimi che si assumano le loro responsabilità davanti ai loro parlamenti e non si travestano da Europa, c’è anche questo da recuperare. 
Per questo io sono un grande sostenitore dell’idea: divisione tra competenze esclusive e competenze partagées, l’Unione fa delle leggi quadro e lascia alle diversità statali e alle regioni di esprimersi e di assumere le loro responsabilità. Questo delle missioni dovrà entrare nella Convenzione anche con cenni di strumentazione; non c’è dubbio che la missione scudo-spada come diceva Giorgio esiste. 
Non sarà facile definire bene la spada, voglio dire però che il problema è percepito bene da tutti, noi andiamo alla ricerca della soluzione più europea automaticamente nel libro di Strauss-Kahn che esce, io avevo letto prima una cosa di Peter Mandelson (Italianieuropei n.1),e Mandelson proponeva di più di quello che propone Strauss-Kahn: visto che non abbiamo un bilancio europeo significativo proponeva un coordinamento preventivo dei Ministri Finanziari prima di presentare ciascuno la propria legge finanziaria al proprio parlamento in modo da cercare di avere un impianto comune delle politiche finanziarie di cui poi potrà essere portatore qualcuno, quello che dice Strauss-Kahn è assolutamente giusto. 
Come dovremmo arrivare ad unificare i rapporti internazionali. Stiamo però attenti a non cadere dietro la volontà, ci vuole un Mister Politica Economica noi siamo quelli che chiediamo che la Commissione venga riconosciuta come esecutivo europeo e allora sia un Super Solbes, perché in caso contrario staremo giocando due partite contemporaneamente. 
Non a caso stiamo cercando di ricondurre Mr PESC a Patten. La questione del metodo europeo: il tema deve essere dove la competenza è concorrente non c’è alcuna ragione che l’Europa arrivi sino in fondo si può fermare ai principi, questo , da un lato, consente che la Corte europea faccia rispettare i principi, d’altra parte si può trovare qualche congegno nelle legislazioni nazionali, negli ordinamenti nazionali perché i Parlamenti siano preventivi garanti politici del rispetto delle responsabilità nazionali per le materie che invece spettano a loro. Cosa significa far passare dall’intergovernativo al metodo europeo? Significa passare a maggioranza ma non come fatto a Nizza dove invece abbiamo complicato. 
Bisogna ritornare sulla doppia maggioranza (popolazione-stati), e qui ha ragione Enrico bisogna affrontare la questione dell’interesse nazionale, quando tu hai collocato una certa cosa a livello europeo tu hai preso atto che quella cosa va tutelata a livello europeo, bisogna spiegarglielo a questi qua : L’Europa serve a tutelare l’interesse nazionale attraverso l’Europa non contro l’Europa, ci sono degli interessi nazionali per i quali ciascuno si deve assumere la propria responsabilità e non si deve nascondere dietro all’Europa. 
Sono un grande fautore di una celebre nota di Barnier del 17 ottobre sul futuro dell’Unione: facciamo questo benedetto diritto di secessione, non c’è modo migliore di sottrarsi al ricatto ripetuto di uno o due, ciò aiuterà a ponderare bene il rapporto costi-benefici del star dentro o fuori. 
La Costituzione: qui serve la sostanza più che la retorica, tipica invece della fase preliminare. Nizza, per la prima volta, ha precostituito un futuro nel quale si potevano riaggiustare i Trattati non a diritto costante ma modificato (fisarmonica). Per diventare Costituzione ha bisogno di un fatto instaurativo del nuovo ordinamento, altrimenti deve precostituire le condizioni perché successivamente diventi costituzione scrivendo tra le modifiche che propone come si approva e si emenda in futuro questo testo. 
O c’è una procedura costituzionale nelle assemblee rappresentative o il fatto instaurativo può essere unicamente un referendum popolare (forse accoppiato con le elezioni del 2004). Di elites c’è sempre bisogno ma senza il popolo non potrà esserci quella Federazione con Costituzione democratica che tutti vogliamo.

Sunto dell'intervento di Giuliano Amato, a cura di Cristiano Zagari 
Convegno DS del 21/02/2002 - Sala Carte geografiche


Sprächen Sie Euro?

L’euro è il grande protagonista di questa fine di secolo in Europa. La prospettiva di una moneta unica per i paesi aderenti all’Unione europea è un fatto epocale, non tanto perché giunge a concludere un processo di integrazione economica e monetaria partito con la nascita della cooperazione monetaria europea nel maggio 1964, quanto perché esso incide concretamente nei comportamenti quotidiani dei cittadini dell’Unione. Questi ultimi si trovano oggi a condividere e ad utilizzare non una virtuale «unità di conto» - quale era l’Ecu, che era escluso dalla circolazione - bensì una moneta cartacea e metallica, garantita da un complesso sistema di collaborazione tra le Banche centrali europee e gestita da un organo - la Banca centrale europea - superiore ai singoli Istituti nazionali. La Banca centrale europea (BCE) e le Banche centrali nazionali formano insieme il Sistema europeo delle Banche centrali (SEBC). Il percorso che ha portato alla nascita della moneta unica è stato segnato da una serie di stop and go, conseguenza anche delle tensioni economiche internazionali culminate, nel 1974, con la prima crisi petrolifera. Dopo la fine della guerra un abbozzo di sistema monetario internazionale era rappresentato dagli accordi Bretton Woods (1944), che avevano alle spalle la leadership degli Stati Uniti e l’azione del Fondo Monetario Internazionale come regolatore della stabilità delle monete e dei cambi. La nascita della Comunità economica europea poneva le premesse per un’unione monetaria più stretta tra i paesi partecipanti, i primi «sei». Alla fine degli anni Sessanta, i sei paesi della Comunità economica europea avevano infatti incaricato un gruppo di lavoro presieduto da Pierre Werner di elaborare un piano di unione monetaria. Il piano venne presentato nel 1970 e, sebbene non dicesse nulla sulla politica monetaria da seguire concretamente, era incentrato soprattutto sulla stabilità del sistema dei cambi; veniva inoltre indicato nel 1980 l’anno di attuazione di un’unione monetaria completa. La scadenza non poté essere osservata, soprattutto per le tensioni economiche seguite alla crisi energetica del 1974, ma tuttavia venne dato l’avvio ad un sistema di fluttuazione controllata dei cambi, detta anche «serpente monetario» (1972) perché le variazioni dei cambi nella rappresentazione grafica ricordavano il profilo di un serpente. Strada facendo alcuni dei partecipanti al serpente si persero per strada: del gruppo fondatore (Germania, Francia, Belgio, Italia, Olanda, Norvegia, Danimarca e Gran Bretagna) nel 1978 restavano solo la Germania, i paesi del Benelux e la Danimarca. Si doveva attendere l’iniziativa franco-tedesca del 1978, di creare il sistema monetario europeo, per avere l’Ecu (Unità di conto europea) intesa come moneta il cui valore era la media ponderata dei valori di tutte le monete partecipanti (Germania, Francia, Italia, Irlanda, Belgio, Olanda e Danimarca). Era facile il gioco di parole a riguardo: in francese ecu significa sia scudo che moneta aurea o d’argento, e l’Ecu pareva per il momento infatti essere più protettivo che aggressivo: stabilendo un margine di oscillazione nei cambi del +/- 2,25 % rispetto ad una «parità centrale», si tendeva a limitare le pressioni inflazionistiche e speculative e a raggiungere l’obiettivo della stabilità monetaria. Chi ha tratto notevoli benefici dal sistema monetario europeo è stata la Bundesbank, che ha visto aumentare il potere del marco; nondimeno, la prospettiva della libera circolazione dei capitali, dei servizi e delle persone, richiedeva una cornice istituzionale per rendere veramente vitale il sistema e, soprattutto, per evitare che il sistema monetario europeo si identificasse alla lunga con la Banca centrale tedesca. La soluzione venne trovata da Delors, che presiedette una Commissione composta dai dodici governatori delle banche centrali europee (siamo nel 1989) e da tre esperti esterni. Le conclusioni del Comitato Delors sono state poi recepite dal Trattato di Maastricht e hanno portato alla nascita del Sistema europeo delle Banche centrali e della Banca centrale europea. La BCE e il SEBC hanno quindi origine dall’avvio della «prima fase» dell’Unione economica e monetaria, il 1 luglio 1990, quando ogni restrizione ai movimenti di capitali all’interno dell’Unione venne eliminata e si stabilirono collegamenti molto più stretti tra i governatori delle Banche centrali nazionali, riuniti in un Comitato dei Governatori. Con la firma del Trattato dell’Unione Europea a Maastricht, vennero così creati gli statuti della Banca Centrale europea, del SEBC e di un terzo organismo, temporaneo, che era l’Istituto Monetario Europeo (IME). Tale Istituto, sorto ufficialmente il 1 gennaio 1994, ha avuto il compito di preparare il terreno al pieno funzionamento della BCE. Con la nascita dell’IME si avviava la seconda fase dell’Unione economica e monetaria (UEM). L’IME non ha soltanto permesso il sorgere della BCE con solide basi organizzative e logistiche; tra le altre cose, è stato anche il curatore ufficiale dell’aspetto delle nuove banconote e monete che entreranno in circolazione il 1 gennaio 2002. Accanto a questa funzione di public relations, l’IME ha anche approntato una serie di strumenti conoscitivi necessari per decidere chi «ci stava» nella terza fase dell’UEM, mediante rapporti annuali, pubblicazioni sui progressi verso la convergenza, studi sulla sicurezza dei sistemi di regolamento nelle Banche europee, studi statistici e, infine, in particolare con la pubblicazione del «Rapporto sulla convergenza» nel marzo 1998. Con tale rapporto, previsto dall’art. 109j del Trattato di Maastricht, venivano analizzati nel dettaglio i progressi effettuati dai paesi membri in vista della partecipazione alla moneta unica. Tale analisi veniva effettuata anche per i quattro paesi che hanno poi deciso di non partecipare alla terza fase dell’UEM: Regno Unito, Danimarca, Svezia e Grecia (la Grecia ha poi aderito all'euro nel gennaio del 2001). Dopo avere fissato nel maggio 1998 i cambi tra le monete europee e l’euro in maniera irrevocabile (per l’Italia, 1 € = 1936,27 Lit.), i dodici paesi che partecipano alla terza fase dell’UEM hanno nominato i componenti degli organi esecutivi della BCE, che si troveranno a guidare il SEBC (cioè l’insieme della BCE e delle banche centrali nazionali). Tali organi sono: il Consiglio direttivo, la Commissione esecutiva e il Consiglio generale. Il Consiglio direttivo è la mente del sistema bancario europeo comune. Esso è composto dai sei membri della Commissione esecutiva e dai governatori delle Banche centrali nazionali (ovviamente solo quelle dei dodici paesi partecipanti alla moneta unica), e ha il compito di definire le linee generali della politica monetaria del SEBC, compresa la gestione delle riserve, la definizione dei tassi di interesse, gli obiettivi di politica monetaria a medio termine. Può inoltre delegare funzioni alla Commissione esecutiva. Quest’ultima è invece il braccio operativo del Consiglio. Composta da un presidente, un vice presidente e quattro membri tra i quali l’italiano Tommaso Padoa-Schioppa, ha il compito di dare attuazione concreta alle direttive stabilite dal Consiglio direttivo, se necessario intervenendo direttamente sulle Banche centrali nazionali. I suoi membri sono nominati a livello di Consiglio europeo dei capi di stato e di governo, dopo avere ascoltato il parere del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo. Infine il terzo organo, il Consiglio generale, riunisce il Presidente e il vice-Presidente della Commissione esecutiva (gli altri quattro membri della Commissione possono partecipare alle riunioni del Consiglio generale, ma senza diritto di voto) e i governatori di tutte le Banche centrali dell’Unione, sia di quei paesi che partecipano alla terza fase dell’UEM e della moneta unica, sia di quei paesi che si sono chiamati fuori per decisione autonoma o perché non rientravano nei parametri del Trattato di Maastricht. Si tratta insomma di un Consiglio direttivo allargato, ma con poteri più limitati. Proprio per questa presenza «anomala» al suo interno, il Consiglio generale ha infatti meno poteri degli altri due organi della BCE, ma in ogni caso sarà l’organo deputato a decidere le condizioni alle quali i paesi ritardatari potranno entrare a far parte della moneta unica. La BCE, come ogni banca, nasce con un capitale iniziale e con riserve in valuta «straniera». Il capitale è stato stabilito in cinque miliardi di euro (poco meno di diecimila miliardi di lire italiane), ed è sottoscritto solo dalle Banche centrali nazionali nelle seguenti proporzioni: la Banca centrale tedesca detiene il 24,4 % del capitale, la Banca di Francia il 16,8, la Banca d’Italia il 14,9 e a seguire tutti gli altri otto paesi, per una percentuale complessiva del 78,9% del capitale totale. Gli altri quattro paesi che ancora non fanno parte del «gruppo euro», si spartiscono il restante 21% del capitale (la Gran Bretagna da sola sottoscrive il 14,7%, una percentuale comunque lievemente inferiore a quella dell’Italia). La differenza fondamentale è però che mentre i paesi «euro» versano completamente la loro quota di capitale, i quattro «non euro» sono tenuti a versare solo il 5% della loro sottoscrizione, inteso a coprire le spese operative per la loro partecipazione in alcune attività del SEBC (ad esempio, la presenza nel Consiglio generale). Per questo motivo, il capitale effettivo della BCE alla sua nascita risulta essere inferiore ai cinque miliardi di euro previsti.

Germania: 24,4096% del capitale totale, ha versato il 100% del suo capitale: 1 220 480 000 euro

Francia: 16,8703%, ha versato il 100%: 843 515 000 euro

Italia: 14,9616% ha versato il 100%: 748 080 000 euro

Spagna 8,8300%, ha versato il 100%: 441 500 000 euro

Paesi Bassi 4,2796% 100% 213 980 000

Belgio 2,8885% 100% 144 425 000

Austria 2,3663% 100% 118 315 000

Portogallo 1,9250% 100% 96 250 000

Finlandia 1,3991% 100% 69 955 000

Irlanda 0,8384% 100% 41 920 000

Lussemburgo 0,1469% 100% 7 345 000

Subtotale-paesi euro 78,9153% del capitale complessivo per 3 945 765 000 euro

Regno Unito 14,7109% 735 545 000 ha versato il 5%: 36 777 250 Svezia 2,6580% 132 900 000 5% 6 645 000 Grecia 2,0585% 102 925 000 5% 5 146 250 Danimarca 1,6573% 82 865 000 5% 4 143 250

Subtotale-paesi non euro 21,0847%: 1 054 235 000 euro, ma in realtà è stato versato solo il 5%: 52 711 750 euro

Totale versato: 3 998 476 750 euro

Si può notare che la Germania è il paese più coinvolto nell’operazione del passaggio dalle monete nazionali alla moneta unica, superando di alcune lunghezze il contributo francese e quello italiano. Anche per questo motivo, per il ruolo di guida che l’economia tedesca e il vecchio marco hanno avuto e hanno nel processo di consolidamento dell’Unione economica e monetaria, la sede della BCE è in Germania, a Francoforte (la medesima sede del predecessore IME), unico caso nel panorama delle istituzioni dell’Unione europea, che si dividono altrimenti tra Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo.

Uno dei sogni della Germania imperiale era di dominare l'Europa economicamente e politicamente. Il dominio politico ha portato a due guerre mondiali, ed è fallito; quello economico è invece riuscito sotto l'egida della Comunità economica europea prima e sotto quello dell'Unione europea poi. Scandaloso? Niente affatto, perché tale supremazia è data dall'esistenza di una cornice aderita, non dalla violenza militare. La sfida, che mette in campo l'esistenza stessa dell'Unione europea come organismo democratico e vitale, è quello di trasformare le attuali istituzioni fondate sulla concertazione intergovernativa, in istituzioni fondate sulla dialettica parlamentare, anche se sovranazionale; quindi dialettica democratica e non affidata agli esecutivi.

E' l'unica via, già indicata da Spinelli con il suo progetto di trattato di unione politica dell'84, per portare alla nascita di un'Europa non dei finanzieri, bensì dei cittadini.

Piero S. Graglia
6 gennaio 2002


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