No alla religione dell'Europa

Perché sarebbe sbagliato ogni riferimento alla cristianità nella Costituzione dell'Unione.

di SERGIO ROMANO 


La nuova Costituzione europea, secondo molti, dovrebbe contenere un riferimento religioso. Ma mentre sino a qualche decennio fa si sarebbe potuto parlare di un'Europa cristiana, oggi, con milioni di cittadini europei non cristiani, il problema è più complesso. 
Per evitare «guerre» di religione non sarebbe meglio lasciare da parte riferimenti a particolari fedi dando invece maggiore attenzione ai valori, ai principi e all'etica sulla quale si fonda la società (e non la civiltà) europea?

Nicola Puurs

La ragione per cui il riferimento alla cristianità è divenuto uno dei temi più discussi nel dibattito sulla Costituzione europea è proprio quella che dovrebbe, secondo Nicola Puurs, evitare questo tipo di esercizio. Vi furono periodi storici in cui i trattati internazionali venivano stipulati «in nome della Santissima Trinità».
E vi fu una seduta della nostra Assemblea costituente nel corso della quale l'on. Giorgio La Pira propose che il testo della Carta fosse preceduto dalla frase «In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione». 
Ma soltanto piccole minoranze europee, trent'anni fa, avrebbero preteso d'inserire nello Statuto dell'Europa un riferimento alle sue radici cristiane. Quelli che lo chiedono oggi non sono più cristiani di allora. Ma temono l'«invasione islamica» e vorrebbero contrapporle una specie di muro culturale e religioso. Proclamano la loro identità cristiana perché vogliono che il musulmano, mettendo piede in Europa, sappia di entrare in casa d'altri. A me sembra che in questo atteggiamento vi siano tre errori. 

Gli stati europei nascono nell'Alto Medioevo grazie all'opera dei missionari di Roma e allo straordinario potere unificante della fede cristiana. Esiste un bellissimo libro dello studioso inglese Richard Fletcher "La conversione dell'Europa" in cui questo processo storico è stato brillantemente descritto. Ma la cristianità si è presto divisa tra famiglie (cattolici, ortodossi, protestanti, eretici e dissidenti di varia denominazione) che hanno cercato di sopraffarsi e sopprimersi. Penso alle guerre di religione in Francia e in Inghilterra, alla guerra dei trent'anni, alla secolare rivalità tra uniati e ortodossi nell'Ucraina occidentale, alla frontiera religiosa che ha diviso per secoli i serbi dai croati. 

A quale «cristianità» dovrebbe fare riferimento la Carta dell'Europa? Se la cristianità di cui si parla oggi è un minimo comune denominatore, vale davvero la pena di richiamarla in un testo solenne? 
Le sue origini, dopo il crollo dell'Impero romano, sono cristiane, ma l'Europa è andata progressivamente acquisendo altri caratteri. Ha assorbito influenze islamiche e giudaiche, è stata razionale, cartesiana, voltairiana, massonica, marxista, anarchica, libertaria e atea. Piaccia o no, anche queste caratteristiche sono finite nel calderone europeo. 

Vivono nell'Unione Europea oggi circa 15 milioni di musulmani e il loro numero è destinato ad aumentare. Abbiamo interesse a favorire la loro integrazione nelle nostre società e dobbiamo «diluire» gli aspetti della loro tradizione religiosa che sono meno conciliabili con i nostri costumi. 

In una intervista a Repubblica uno storico francese, Jacques Le Goff, ha detto: «Non mi sembra il caso di aggiungere alle difficoltà che esistono già un ostacolo supplementare, che sarebbe rappresentato da un riferimento all'importanza del Cristianesimo nella Costituzione europea». 
Sono d'accordo con Le Goff. 

Panorama 
26/7/2002


risponde Paolo Mieli

Napolitano: «In guardia dall’acritico ossequio all’Europa»


Raccolgo la sollecitazione che lei mi ha rivolto a raccontare come maturarono in me le ragioni del «no allo Sme (Sistema monetario europeo)» nel voto del dicembre 1978 alla Camera. Premetto che considero non giusto e non serio, in qualsiasi ricostruzione di vicende storiche italiane, rimuovere «i meriti socialisti e i demeriti comunisti». Il Psi diede contributi importanti alla politica europea del nostro Paese: ricordo, ad esempio, il grande valore delle decisioni del Consiglio europeo di Milano del giugno 1988, quando, sotto la presidenza di Craxi, fu convocata la Conferenza Intergovernativa da cui nacque l’Atto unico europeo. Il Psi non svolse invece un ruolo di particolare rilievo nella vicenda dello Sme: nel momento conclusivo non votò contro ma nemmeno a favore, e cioè si astenne (sia forse per dissensi in seno al suo gruppo dirigente sia per ragioni di opportunità politica non volendo distanziarsi troppo dal voto contrario del Pci). Ritengo che sbagliammo, come Pci, a votare contro: ma che di quell’episodio non si debba dare un’interpretazione estensiva e non corretta. 
1. La scelta di dar vita allo Sme fu assunta a conclusione di un faticoso e non breve negoziato. I risultati di quel negoziato furono considerati non soddisfacenti, in rapporto alla situazione italiana e in termini complessivi, da varie parti (compresa la Banca d’Italia) al punto che ancora pochi giorni prima del voto in Parlamento, il Presidente del Consiglio Andreotti annotò nel suo Diario: «Senza un fatto nuovo non mi sento di proporre lo scioglimento della riserva». Nel mio discorso alla Camera, il 13 dicembre, argomentai correttamente obiezioni e preoccupazioni di cui ero convinto, ma ribadendo che da parte del Pci non vi era alcuna pregiudiziale negativa nei confronti della creazione del Sistema monetario europeo. E in effetti votammo contro una parte soltanto della risoluzione di maggioranza, quella relativa all’adesione dell’Italia fin dall’inizio e pienamente all’accordo raggiunto a Bruxelles (l’Italia avrebbe potuto aderirvi in occasione della già prevista revisione 6 mesi più tardi). Su tutto il resto ci astenemmo. Avremmo potuto astenerci anche su quel punto cruciale? Credo di sì, e di certo non si poteva escluderlo sulla base del mio discorso alla Camera. Prevalsero valutazioni politiche di carattere generale, e in sostanza uno stato di tensione e di diffidenza politica già esistente nello schieramento che sosteneva il governo di unità nazionale. 
2. Ma non fu il nostro voto sullo Sme a provocare la caduta di quel governo (e tanto meno lo fu il contrasto sugli euromissili, dato che quella questione fu affrontata in Parlamento solo nell’autunno del 1979, un bel pezzo dopo la fine dell’unità nazionale). La crisi del governo Andreotti fu aperta dal Pci, con ben più ampie motivazioni, a fine gennaio, un mese e mezzo dopo il voto sullo Sme, a cui deliberatamente non facemmo seguire il ritiro della fiducia, anche per la sollecitazione che ci era giunta dal cancelliere tedesco Schmidt (come raccontò in un suo libro Gerardo Chiaromonte) a evitare in quel momento una crisi che avrebbe bloccato l’avvio dello Sme con la partecipazione dell’Italia. 
3. Il nostro impegno europeistico datava - cadute le iniziali ostilità - fin dagli anni ’60, aveva avuto una sorta di consacrazione con la candidatura di Altiero Spinelli nelle nostre liste elettorali, era stato sancito con la prima mozione «bipartisan» di politica estera nell’autunno del 1977, e non solo sopravvisse alla rottura dello Sme ma si rafforzò sempre più come lei, caro Mieli, ha voluto ricordare. Senza mai cadere, peraltro, in acritico «ossequio» al culto di un’Europa ancora, per tanti aspetti, da riformare e da costruire. 
Giorgio Napolitano 

Caro onorevole Napolitano, le do volentieri atto dell’onestà intellettuale (a cui, per quel che riguarda la sua persona, siamo da tempo abituati) con la quale ha spiegato oggi quel lontano errore. Suo e del partito, il Pci. E anche della franchezza con cui mette in guardia dall’acritico ossequio al culto dell’Europa. Tasto sul quale anch’io batto da qualche tempo.


Corriere della Sera
13 gennaio 2002


UNICA, PER TRE RAGIONI
di  MARIO MONTI




Le considerazioni del presidente Ciampi nel suo ispirato messaggio e l’arrivo dell’euro nelle mani di tutti noi mi hanno radicato nella convinzione che questa moneta unica europea è una moneta davvero unica. Non solo perché è la stessa per i 12 Paesi europei che l’hanno adottata. Ma anche perché reca in sé - quasi in filigrana - tre connotati esclusivi, che la rendono, credo, unica al mondo: una moneta che non è, finora, espressione di uno Stato ma è, fin d’ora, espressione di una precisa scelta di civiltà. I tre connotati riguardano la storia, la costituzione, la determinazione. 

Storia . Come ha sottolineato il presidente Ciampi, «è la prima volta nella storia che, per libera scelta, non per imposizione a seguito di conquiste territoriali o di eventi straordinari, un così numeroso gruppo di Paesi, nei quali vivono oltre 300 milioni di persone, si dà una moneta unica. Al di là di ogni considerazione economica, è un grande segno di pace; è la prova concreta, definitiva, dell’impegno solenne assunto dai popoli europei di vivere insieme». 

Costituzione . La moneta che chiamiamo euro è solo la parte più visibile di una sorta di costituzione economica e finanziaria (trattato di Maastricht, Patto di Stabilità). Forse non sarà perfetto, questo insieme di regole. Ma certo nessun Paese al mondo dispone di un presidio così solido per evitare che la propria moneta, attraverso disavanzo pubblico e inflazione, divenga strumento di offesa dei cittadini da parte dei pubblici poteri, di spoliazione arbitraria di alcuni da parte di altri, di oneri posti a carico delle generazioni future. Così, l’euro fa di noi cittadini diversi da prima: più rispettati da chi ci governa, più rispettosi gli uni verso gli altri, più rispettosi di chi verrà dopo di noi. 
Si realizza così il sogno di un liberale, predecessore di Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1944 auspicava «l’abolizione della sovranità dei singoli Stati in materia monetaria. La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie, fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori. Se la federazione europea toglierà ai singoli Stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col far gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente con le imposte e con i prestiti volontari, avrà, perciò solo, compiuto opera grande». (Luigi Einaudi, I problemi economici della Federazione europea) . 

Determinazione . L’euro non solo non è nato «per imposizione», ma è riuscito a nascere - grazie alla lungimirante e tenace determinazione di alcune personalità politiche, al lavoro delle istituzioni competenti e alla graduale mobilitazione delle opinioni pubbliche - malgrado un clima di scetticismo diffuso in Europa (e negli Stati Uniti) che tutti ricordiamo. «L’euro non nascerà». «Se nascerà potranno parteciparvi pochissimi Paesi». «Anche se nascerà come moneta virtuale, l’euro salterà prima ancora di arrivare fisicamente nelle mani dei cittadini». 
Quante volte abbiamo sentito questi infausti pronostici? La vicenda dell’euro deve farci riflettere sulle capacità propulsive della costruzione europea, anche nelle fasi in cui questa sembra, agli osservatori del momento, insufficiente. Ora che l’euro, moneta davvero unica, arriva nelle mani dei cittadini, gli europei avranno la sensazione di tenere in mano un pezzo della loro Europa. E capiranno meglio che la moneta, pur così ben congegnata, è davvero solo un pezzetto della costruzione europea. Il presidente Ciampi ci ha ricordato: «Fatto l’euro, l’integrazione europea andrà avanti. Integrazione, a qual fine? Per contare di più. Le vicende che viviamo ci dicono che nel mondo c’è più bisogno d’Europa. L’Europa unita è già oggi, ma deve di ventare ancor più in avvenire, una grande forza di pace, per sé e per tutti i popoli. Per esserlo, l’Unione Europea deve trasformarsi in un soggetto politico unitario. Deve poter parlare con una sola voce sui grandi problemi. Deve operare per la crescita di un sistema di istituzioni di governo mondiale... L’Italia è sempre stata ed intende rimanere all’avanguardia nell’integrazione europea». Ai fini di un’incisiva partecipazione dell’Italia all’indirizzo dell’ulteriore costruzione europea, è da considerarsi positivo il fatto che si sia innescato in questi mesi in Italia un dibattito vivace sull’Europa, anche con partecipanti che in passato tendevano a non esprimersi su questi temi.

Mario Monti 

Corriere della Sera
2 gennaio 2002 


Il SIMBOLO IN TASCA

Tutti i simboli di una moneta sola
Il tratto caratteristico della cultura europea è l'unità che scaturisce dal riconoscimento delle differenze: l'euro ne è il primo sigillo


UMBERTO GALIMBERTI 



CHE significa l'euro per l'Europa? Che significa questa moneta unica per la Terra delle differenze? Il mondo, almeno fino alla Seconda guerra mondiale, non era forse diviso in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, italiano, quasi una proiezione su scala mondiale delle differenze europee? Era ipotizzabile allora per l'Europa quell'unità delle differenze di cui l'euro appare oggi come il primo sigillo?
La risposta è no. Ma solo perché, avvolti come siamo dall'oblio della nostra storia abbiamo finito con il dimenticare il tratto caratteristico della cultura europea che è l'unità che scaturisce dal riconoscimento delle differenze.


Un'unità quindi che non misconosce l'altro, ma lo riconosce per essersi da lui separato, per averlo combattuto e, a guerra conclusa, aver cercato con lui quella "pace" che non è solo "pactum" (null'altro che un intervallo, una pausa nella guerra), ma armonia raggiunta nel riconoscimento della rispettiva alterità.
Un concetto nuovo di pace quello che può scaturire dalla "mentalità" europea, e oggi, grazie alla valenza simbolica dell'euro, possiamo dire anche dalla "pratica" europea. Diverso a esempio dal concetto di pace americana che scaturisce solo dal pratiche di potenza, perché l'America è nata da una progressiva giustapposizione di genti e non per dar vita e storia a una sua specificità, come invece è accaduto all'Europa quando si è separata dall'Asia, l'impero dell'Uno che non conosce limite ed è sordo ad ogni voce contrastante.
Le descrizioni greche dell'Asia, da Omero a Eschilo, da Erodoto a Platone, parlano di questa terra come terra dell'illimitato (in greco apeiron, la prima parola della filosofia) illimitate terre, illimitati eserciti, illimitato il potere del Re, ma anche terra confusa, informe, che non ha ancora incontrato la potenza di ciò che limita.
La Grecia, culla dell'Europa, nasce dal senso del limite. Un concetto ambivalente perché, al di là del limite, c'è subito il nemico (e le città greche sapevano quanta inimicizia le opponevano e insieme le identificavano), ma attraverso il nemico c'era anche il riconoscimento dell'alterità che non si poteva "rimuovere", ma con essa ci si doveva "armonizzare".
Questa per me è la cifra dell'Europa. Non un'unità che vien prima delle differenze e, non riconoscendole, le risolve con pratiche di dominio, ma un'unità che scaturisce dall'antagonismo delle differenze, che riconosce come ciò da cui occorre partire per trovare quell'unità superiore che non è l'omogeneità dell'indifferenziato ma l'armonizzazione delle differenti identità.
Per questo l'euro letto da questa angolatura storicosimbolica, non assomiglia al dollaro, ma può far concorrenza al dollaro, non tanto in termini di valori monetari, ma in termini di valori tout court. Come espressione dell'unità delle differenze l'euro, infatti, è una moneta che scaturisce dal riconoscimento d'identità diverse, quindi dell'alterità, di cui oggi, in epoca di globalizzazione, bisogna avere un'altissima consapevolezza.
Questo valore della differenza, opportunamente coniato come un sigillo sulle monete delle diverse nazioni europee, dice il passato dell'Europa, terra delle differenze, e insieme dice il suo compito a venire. Un compito che l'Europa potrà svolgere quando sarà diventata perfettamente consapevole del suo atto di nascita, che è il lampeggiare della differenza dall'omogeneità indifferenziata dell'Asia, e memore della sua storia che ha segnato il dispiegarsi delle differenze sullo scenario mondiale.
Oggi l'Europa, dopo essersi "raccolta" in se stessa, nel duplice senso: di essersi ritirata dal mondo e di essersi concentrata su di sé a riflettere sul modo di armonizzare le differenze che in Europa sono diventate lacerazioni, può ripartire e indicare al mondo quello che a tutt'oggi sembra essere il guadagno più proficuo della sua storia. Non l'unità dell'indifferenziato, e neppure l'unità imperiale della potenza, ma l'unità che si guadagna dall'armonizzazione delle differenze.
Se l'euro dovesse portare con sé questa simbolica, così ben descritta nel conio delle sue monete, l'euro potrà oscillare in alto o in basso nelle Borse del mondo, ma quello che la sua simbolica trascina non può che essere il futuro del mondo. Un mondo che nessuna logica della potenza può armonizzare, ma solo la logica dell'unità che scaturisce dal riconoscimento delle alterità e delle differenze.
Per questo l'Europa deve divenire soggetto politico, non per far concorrenza oggi all'America e domani forse alla Russia o alla Cina nella logica della potenza. Non è questo il suo tratto specifico e la qualità della sua cultura, in nuce già scritta nel suo atto di nascita. La logica della potenza l'Europa l'ha già conosciuta nella sua storia e i disastri sono stati immani. Gli europei lo sanno perché ne sono stati protagonisti e guardano con sospetto questo percorso. Ma occorre anche che guardino con cura e con molta attenzione allo stadio attuale a cui la loro storia li ha condotti: è lo stadio dell'unità nel riconoscimento delle differenze, dove si guarda al "nemico (hostis)" come al futuro "ospite (hospes)", e al conflitto come alla condizione del reciproco riconoscimento.
Questo significa euro. Non solo una variazione monetaria, ma il traguardo di un percorso che il dollaro, per esempio, non conosce. Ed è in questa differenza qualitativa e nell'insegnamento che porta con sé la vera competizione tra l'Europa e l'America. Due modi diversi di concepire il mondo: plurimo o omogeneo. Con l'affacciarsi della globalizzazione questa differenza sarà decisiva. E dollaro ed euro, circolando in tutti i paesi della terra, racconteranno queste due diverse storie e queste due diverse visioni del mondo.
Ma per questo è necessario che noi si diventi davvero europei, cioè consapevoli della differente visione del mondo a cui la nostra storia ci obbliga, e allora l'euro, che in questi giorni incomincia a circolare nelle nostre mani, non sarà solo un mezzo convenzionale di pagamento, ma il veicolo di un sentimento e di un'idea, di cui forse il mondo ha molto bisogno.

la Repubblica
3 gennaio 2002 


CRONOLOGIA E MAPPA DELL'UNIONE EUROPEA

Da 50 anni l'Unione europea assicura agli europei pace, sviluppo e benessere. L'idea di un'Europa unita nasce dopo la tragedia della II Guerra Mondiale, dall'intuizione del Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi, del Cancelliere tedesco Konrad Adenauer, del Ministro degli Esteri francese Robert Schuman, del Primo Ministro belga Henry Spaak e di quello francese Guy Mollet. Nel 1951, con il Trattato di Parigi, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Repubblica Federale tedesca, Italia e Francia fondano la Comunità Europea del Carbone e dell'acciaio che mette in comune queste importanti materie prime a tutte le industrie di ogni Paese membro. E' questo il primo passo che porterà alla nascita, nel 1957 con il Trattato di Roma, della Comunità Economica Europea che, a partire dal 1968, abolisce le barriere doganali tra gli stati membri dando origine ad un mercato unico europeo. Nel 1973 Irlanda e Regno Unito entrano a far parte della CEE, nel 1981 è la volta della Grecia e nel 1986 di Spagna e Portogallo. Il Trattato di Amsterdam del 1993 trasforma la CEE in Unione Europea a cui, nel 1995 aderiscono Austria, Finlandia e Svezia. È' l'Europa dei 15 che conta 372.600.000 di abitanti distribuiti su un territorio di 3.236.000 Km2. Dal 1999 l'Unione ha anche una moneta unica, l'Euro entrata in corso 1 gennaio 2001 e che è regolata dall'attività della Banca Centrale Europea.
I 15 Stati dell'Unione Europea hanno obiettivi comuni per garantire pace, sviluppo, difesa dell'ambiente e dei diritti individuali dei cittadini europei attraverso le leggi comunitarie che devono essere recepite dalle legislazioni nazionali dei singoli stati.
Nel futuro degli europei, dopo la fine delle divisioni figlie della guerra fredda, c'è una Unione sempre più grande a cui aderiranno i Paesi dell'Europa centro-orientale e del mediterraneo. 
Sono le istituzioni comunitarie che guidano il processo di integrazione. Il Consiglio d'Europa, che si riunisce almeno due volte all'anno, raggruppa i Capi di Stato e di Governo dei 15 per definire le politiche dell'Unione. Il Parlamento Europeo è composto dai 626 eurodeputati eletti a suffragio universale da tutti i cittadini dell'Unione e approva le leggi comunitarie in collaborazione con il Consiglio dei Ministri, organo collegiale in cui siede almeno un ministro per ogni governo.
L'esecutivo dell'Unione è la Commissione Europea che è attualmente presieduta dall'ex Presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi e che è composta da altri 19 commissari provenienti dai paesi membri.
Per adeguare le istituzioni comunitarie ai nuovi scenari europei ed all'ingresso di nuovi Paesi membri è stata istituita un'apposita commissione presieduta con il compito di redigere una Costituzione europea con i nuovi assetti istituzionali. Presidente di questa commissione l'ex Capo dello Stato francese Guiscard d'Estaigne, vice gli ex Premier di Italia e Belgio, Amato e Dehanne.

Luca Molinari
28 dicembre 2001


Il presidente della Commissione Ue: dobbiamo restare fedeli al patto di stabilità anche se talvolta ci pone dei problemi 
"L'euro non è solo moneta" 
Prodi: con il dollaro un'economia mondiale bipolare 
Nel governo italiano ci sono divergenze ancora non composte nella maggioranza che lo sostiene. Alla fine, comunque, abbiamo avuto una politica fedele all'Europa 
Mi fa molto piacere che Rutelli abbia detto che l'Ulivo mi aspetta alla sua guida. Ma ogni discorso è prematuro: adesso devo pensare ad altro 
"E' una fortuna che la valuta europea arrivi in un momento di rallentamento della crescita: così non ci sarà inflazione" 




BOLOGNA — «Il significato storico dell'euro è costruire un'economia bipolare nel mondo. I due poli sono il dollaro e 'lui'. Ecco il senso politico della moneta unica europea. E' un passaggio oltre il quale devono venirne degli altri. Altrimenti l'euro sarebbe solo un antipasto». Romano Prodi si confronta con le ambizioni e le ansie della scadenza «epocale» che fra qualche giorno attraverserà la vita di tutti gli europei. L'euro, a cui ha guidato l'Italia come presidente del Consiglio e che ora affronta alla guida della Commissione europea. Parla dell'Europa, del mondo e della quotidianità della gente comune in un Forum nella redazione bolognese di Repubblica. L'euro diventa progetto politico. «Il vero pericolo — dice Prodi — è che noi non stiamo più pensando al modello europeo. Manca la nostra proposta politica. Negli ultimi dieci anni abbiamo fatto tanti errori. Ma soprattutto ci siamo fatti dominare dal pensiero unico, da una monocultura nata dall'America e divenuta progressivamente dominante anche in Europa. L'America è sempre stata un parametro mitico, con la sua grandissima mobilità, una forte produttività e un'innovazione senza soste: virtù pagate con una società più dura. Se le differenze di reddito aumentano in modo selvaggio anche nell'Europa continentale dove pure avevamo ben altre tradizioni, se la rincorsa è solo a smantellare il welfare, se non riusciamo a far capire l'importanza, la diversità di uno sviluppo sostenibile, allora il modello europeo diventa una predica astratta. Adesso l'euro e l'allargamento dell'Unione, creando regole nuove e innnescando un forte meccanismo di identità, ci offrono opportunità che non avevamo mai avuto in passato».
L'euro come evento trainante? Come vive Romano Prodi questa scadenza?
«Nasce qualcosa che cambierà tutto. L'euro è una virtù infettiva. Lasciamo stare se la Gran Bretagna entra o non entra, ma quale è la cosa che più ha colpito Blair in questi giorni? Il fatto che nei nuovi carrelli di alcuni grandi supermercati alimentari ci sono due fori, uno per l'euro e uno per la sterlina. Per un politico è un segnale fortissimo. Più delle decisioni della Banca centrale. L'euro condizionerà la vita non solo dei dodici Pesi che l'hanno adottato. Certo in un'Unione monetaria in cui non puoi più svalutare né cambiare i tassi di interesse fra i diversi Stati, occorreranno nuovi strumenti con cui governare l'economia».
Gli Stati non sembrano molto decisi a mettere in comune gli strumenti di governo.
«Non mi sembra strano che i governi resistano. I cambiamenti implicano passaggi di potere, toccano interessi. Tutti sanno, però, che con un'Unione allargata a 25 Paesi non sarà più utilizzabile il diritto di veto, non si potranno più avere voti all'unanimità. Si dovrà decidere a maggioranza e i singoli Stati perderanno un enorme strumento di ricatto. Mi resta solo l'interrogativo se gli inevitabili progressi avverranno dopo qualche crisi. Come è successo dopo l'11 settembre: erano diciotto mesi che ad ogni vertice proponevamo disposizioni sull'arresto, sulla lotta al denaro sporco, sulla cooperazione giudiziaria europea e ogni volta i progetti venivano scartati, con la Gran Bretagna in testa a dire no. Poi, dopo il massacro in America, proprio gli inglesi hanno spinto per far passare quelle misure. Per l'amor di Dio, quello era uno scenario drammatico e mi auguro di non vederne altri. Ma se mancherà la saggezza politica, sarà certamente qualche crisi a spingere verso la creazione degli indispensabili strumenti di politica economica europea».
Già l'euro non è una 'crisi', una rottura?
«Sì, avvengono cambiamenti che spingono inevitabilmente verso un'identità europea. Andremo in giro senza cambiar moneta, come gli americani con il dollaro. C'è un'eco che rimbalza per il mondo. Penso al premier cinese, Zhu Rhongji, il quale indirizza la politica delle riserve monetarie del suo Paese verso un euro che progressivamente si equipari al dollaro. Forse perché spera di guadagnarci, considerando la valuta europea sottostimata. Ma soprattutto per un scelta politica: perché non non gli piace un mondo monopolare. Ci sono avvenimenti altrettanto simbolici qui in Europa. Pensate ai vagoni di marchi macerati per farne fertilizzanti. I tedeschi non rinunciano al marco, se non per preparare qualcosa di più certo e più grande».
Ma al cittadino che chiede 'cosa ci guadagno io con l'euro?', cosa risponde?
«Che il grande cambiamento non è un pezzo di carta. E' che i risparmi non saranno più divorati dall'inflazione e dalle svalutazioni. Come è successo ai nostri nonni e ai nostri genitori. Questi effetti positivi l'euro li ha già portati».
E' un guaio che l'euro arrivi in un momento di rallentamento della crescita?
«E' la sua fortuna. Qualche mese fa avevo qualche timore inflazionistico, oggi l'economia pigra ci aiuta. Non ho nessuna paura di aumenti di prezzi. Forse arrotonderà qualche barista, ma non c'è spazio per aumenti diffusi».
Padoa Schioppa ed ora lei annunciate trasparenza ed uguaglianza molto maggiori fra i prezzi nei diversi Paesi. Ma se poi la gente si accorge che non è vero?
«Ci sono cose che continueranno a costare diversamente, come succede adesso e come accade negli Usa, fra le Grandi Pianure e New York dove le diversità sono immense: dalla casa al caffè, dagli immobili ai servizi. Queste differenze rimarranno. Mentre invece l'acqua minerale, un profumo, un telefonino, l'automobile, gli occhiali tenderanno verso lo stesso prezzo in tutta Europa».
Molte aziende non avranno problemi?
«Una quantità enorme. Non puoi scrivere nel listino Germania 12 euro, Italia 7. Ci sarà un solo listino. E' una 'crisi virtuosa'. Aumenterà la concorrenza ovunque. Questa imporrà mutamenti veri».
Non si poteva arrotondare a 2000 lire per euro, invece di 1936,27?
«Ci siamo decimalizzati tutti. Per l'Italia l'unica vera sorpresa saranno le tasche piene di monete. Come accade da tanti anni negli altri Paesi. Questo finalmente spingerà qualche banca a lanciare anche qui la moneta elettronica: una scheda tipo quella telefonica, con cui paghi tutte le piccole cose, dai giornali al caffè. E quando è esaurita, la ricarichi».
Allora perché c'è tanta paura fra la gente?
«Perché alla fine siamo tutti un pò conservatori. Alla lira ci siamo affezionati, si ha paura del cambiamento, dei fatti di cui non abbiamo mai avuto esperienza».
Cosa significa l'euro per l'Italia?
«La fine di un periodo storico, l'obbligo di non peccare più. Per questo io rimango fedele al patto di stabilità e di crescita fra i Paesi della Ue. Anche se anch'io mi pongo spesso dei problemi».
Quali?
«Da buon keynesiano ho sempre pensato che un bilancio pubblico vada letto nella prospettiva di un ciclo economico: negli anni cattivi si ha un deficit, in quelli buoni un risparmio. E Keynes non è morto. Così io sarei portato intellettualmente a pensare: ' Molliamolo un pò questo patto'. Invece nell'attuale fase storica è importante rispettarlo in pieno, utilizzandone tutte le potenzialità, ma rispettandolo».
A proposito d'Italia e dell'atteggiamento sull'Europa del suo governo, il commissario Monti parla di adolescenza, il banchiere Padoa Schioppa di apprendistato. E lei?
«Io parlo di divergenze non ancora composte nella maggioranza. Il che, se volete, è molto simile. Devo dire che finora ha prevalso la politica filoeuropea. La differenza è che, mentre nella tradizionale politica italiana non avevi bisogno di mediazioni e su questi temi tutti erano d'accordo, adesso non è più così. Ci sono tensioni, anche se alla fine abbiamo avuto una politica fedele all'Europa».
Eccetto sull'Airbus, sul mandato di cattura al di là del formalismo, sulle Agenzie...
«No, sulle Agenzie è stato un meraviglioso mercato. Il problema anche in questo caso è il diritto di veto, l'obbligo del voto all'unanimità fra i 15 Paesi e non a maggioranza. Con il veto ti senti Ercole, tu da solo, fermi tutti».
Non sta emergendo nella stessa opinione pubblica italiana un sentimento diverso? Dopo gli anni dell'europeismo romantico, <\u>ideologico, si allarga un europragmatico 'facciamoci un pò i nostri interessi'?
«E' una grande tentazione. E può darsi che qualche volta un isolamento egoistico funzioni. Ma dopo poco ci si accorge che in Europa i propri interessi si difendono meglio con un intelligente gioco di squadra. E poi ogni posizioni antieuropea in Italia dovrà misurarsi con una robusta opinione pubblica disposta a puntare i piedi, proprio in nome del vero interesse nazionale, sapendo quanto il successo del nostro Paese sia legato all'Europa. E la mia non è retorica».
Fra gli strumenti di politica economica comune vede anche un unico rappresentante europeo, come Javier Solana per la difesa e la sicurezza?
«Senza dubbio».
Dentro o fuori la Commissione? Solana è fuori e risponde ai governi.
«Dentro la Commissione. Può essere il presidente, come sostiene Jacques Delors, o può essere il commissario all'Economia. L'essenziale è non avere in futuro una politica economica frammentata».
<\u>E' immaginabile una Banca Centrale Europea che funzioni come la Federal Reserve americana?
«Sì. Apprezzo e voglio l'autonomia della Bce, non la sua solitudine. Chi ha come interlocutore? Perché diventi come la Fed, occorre un nuovo equilibrio tra i poteri economici nell'Unione».
Nell'Europa delle regole comuni per l'economia, vi dovrebbero essere stesse norme anche per le pensioni?
«No, non devono essere identiche. L'Europa è diversa dagli Usa: è un'unione in cui coesistono Paesi ad alti livelli di produttività e salari e Paesi a più bassa produttività e più bassi salari. E' la grandezza della nostra sfida. Ancor più lo sarà con l'allargamento ad Est. Una moneta unica impone strumenti di politica economica comune, per evitare che succeda come in Argentina, dove il peso era legato al dollaro ma la politica economica andava per conto proprio. Però non impone la convergenza in tutti gli aspetti. Non credo che la politica fiscale debba essere identica in tutti i Paesi, se non nei settori dove è essenziale per le regole della concorrenza, per cui l'Iva e alcune imposte sugli affari non possono divergere radicalmente. Ma se un Paese vuole avere ospedali gratis e tasse più elevate e un altro ospedali a pagamento e tasse minori, liberi di farlo. Per le pensioni è lo stesso. Purchè i sistemi reggano sia nel breve che nel lungo periodo. E questa la regola della sostenibilità».
Ha citato l'Argentina come esempio negativo. Cosa può e deve fare l'Europa?
«L'Argentina è l'esempio di globalizzazione sbagliata. Ha scelto di aprirsi ad un processo di globalizzazione formale, in cui però il governo è restato quel che era e così sono restate le regole dell'economia. Quindi è successo l'ira di Dio. E' il contrario della globalizzazione democratica in corso qui in Europa, dove noi ci sforziamo di convergere attraverso regole comuni liberamente scelte e rigorosamente applicate. Questa esperienza ci spinge ancora di più ad aiutare l'Argentina, esercitando anche la grande influenza che l'Europa ha nel Fondo monetario internazionale. Recita una vecchia battuta: 'Se gli europei mettessero la loro quota insieme, il Fmi dovrebbe trasferire la sua sede in Europa'. La nostra quota complessiva è più alta di quella degli Usa».
Ora con l'euro la possono mettere finalmente insieme?
«No, perché è un quota che si esprimerà nella stessa valuta ma che avrà ancora origine da contribuenti diversi».
Così il Fmi 'resta' a New York, gli Usa non vogliono un governo della globalizzazione nè salvare Paesi in difficoltà. E non vogliono l'euro. Perché un'alternativa monetaria è destinata a diventare un'alternativa politica?
«Il Paese America, la parte non intellettualizzata, non sa nemmeno cosa sia l'euro. Ma l'elite sta prendendo coscienza, e con molta forza, che qui nasce una nuova realtà. Con gli Usa è importante costruire un accordo politico forte sui grandi problemi strategici, ma è anche importante dimostrare di saper manovrare le leve fondamentali del nostro futuro. Questo vale per l'euro, per la difesa comune, per il Progetto Galileo sulla navigazione satellitare. Sono fondamentali per il futuro dell'Europa e non sono espressione di antiamericanismo. Il più grande amico dell'America sarebbe un'Europa forte e che si fa rispettare. Naturalmente possono anche nascere degli scontri ma non certo tali da compromettere la comune amicizia».
Sull'euro, su Galileo, sulla pena di morte?
«Su questi temi qualche volta ti devi scontrare. Però si deve sentire il senso di una radice comune, anche se quella americana è una società differente. Non mi preoccupa la diversità: mi preoccupa che non stiamo più riflettendo sul nostro modello europeo».
Un modello elettoralmente perdente.
«Finchè non cambia la coscienza pubblica. E' interessantissima la corsa di Blair per porre rimedio alla caduta del welfare e dei servizi pubblici: le cifre enormi che sta mettendo nella sanità, nelle ferrovie, negli altri servizi pubblici. E' una sostanziale correzione di rotta, sia nella politica delle spese che nella politica fiscale. Oggi è quindi assai più complicato dire quale sia il modello elettorale vincente».
Quest'anno per lei è stato un anno combattuto...
«Il prossimo lo sarà ancora di più. Verranno al nocciolo i punti difficili dell'allargamento: ecologia, mobilità della manodopera, fondi regionali, agricoltura...».
Se la presidenza Prodi fa un'Europa a 25 Paesi ha un posto assicurato nella storia.
«L'euro, l'allargamento, la Convenzione che apre un nuovo capitolo dell'Unione. Credo che basti per la cronaca. Per la storia non so».
Perché le polemiche nei suoi confronti, allora?
«L'allargamento, la riforma interna della Commissione sono scelte forti che hanno acuito le tensioni con molti dei miei interlocutori. I cambiamenti si pagano e io vorrei che non solo la Commissione ma anche le altre istituzioni facessero lo stesso sforzo di riforma che noi abbiamo fatto. Poi ci sono anche i miei difetti, le mie responsabilità personali. Negli ultimi tempi però qualcosa è mutato negli articoli della stampa straniera. Cominciano a capire che manteniamo le promesse e quando diciamo una cosa è quella. Inoltre dopo Laeken nessuno ha messo in dubbio che la Commissione abbia esercitato un ruolo di leadership. E dove non aveva competenze, come sulle Agenzie, avete visto che putiferio!».
Finale italiano: il governatore Fazio della Banca d'Italia ha detto che per l'ingresso della lira nell'euro ha sbloccato tutto lui in una notte.
«Questo non me lo ricordo. Credo proprio che abbiamo memorie diverse».
Rutelli ha dichiarato che il centrosinistra, l'Ulivo l'aspettano alla propria guida.
«Mi fa molto piacere abbia detto queste cose. Ma ogni discorso è assolutamente prematuro. Adesso devo pensare ad altro».
(a cura di Marco Marozzi)

Corriere della Sera
27 dicembre 2001


L'INTERVISTA 
Giuliano Amato, neo vicepresidente della Convenzione per le riforme: l'ostacolo è il metodo intergovernativo 
"Quegli scontri sulle Agenzie così ha vinto l'Europa dei veti" 

la nomina Mi ha chiamato il premier belga per dirmi: accetteresti la soluzione a tre? 
laeken Il conflitto degli interessi nazionali non lascia spazio a un comune denominatore 
L'unione Dopo l'11 settembre vedo i sintomi d'una riscoperta nelle opinioni pubbliche

DAL NOSTRO INVIATO ANTONIO POLITO 


LONDRA — Abituato come tutti a chiamarlo «presidente», mi sembra strano dare del «vicepresidente» a Giuliano Amato. Eppure questo è l'incarico che gli è stato affidato nella Convenzione Europea, affiancandolo in una troika a Giscard d'Estaing e Jean Luc Dehaene. E' un ruolo di grande rilievo e responsabilità, che si è conquistato più per i suoi meriti personali che per il passaporto che ha in tasca. Per questo nel nostro incontro a Londra, dove è oggi per colloqui politici e per lanciare la sua rivista «Italianieuropei», non posso fare a meno di segnalargli che il governo italiano non ha fatto molto a Laeken per sostenere la sua candidatura alla presidenza, che sette primi ministri si sono espressi in Consiglio con più calore di Berlusconi sul suo nome, e che se quel nome non fosse stato ritirato prima ancora di cominciare...
«Non una parola di più — mi interrompe Amato —. Non vada avanti. Non tocca a me fare commenti sul comportamento del governo italiano a Laeken. Il quale, se proprio debbo aggiungere qualcosa, evidentemente aveva le sue priorità».
Ma se la priorità non era la sua candidatura, e se Parma non è stata ottenuta, qual era allora lo scopo? Mostrare i muscoli sulla sede dell'autorità alimentare?
«Questo lo dice lei. Da parte mia le posso solo ricordare quanto dissi alla fine dell'ultimo Consiglio europeo cui abbia partecipato da primo ministro: che di Europa mi sarei continuato ad occupare in qualsiasi posizione, sdraiato, seduto, in piedi, sul marciapiede di una strada o di una stazione. Mi lasci dire che la posizione in cui mi trovo oggi è comunque migliore di tutte queste».
Chi le ha dato la notizia della sua nomina a vicepresidente?
«Mi ha telefonato il premier belga Verhofstadt da Laeken per dirmi che aveva progettato questa soluzione a tre per il vertice della Convenzione e per sapere se io l'accettavo. Gli ho detto di sì».
E Berlusconi non l'ha chiamata?
«Sì, dopo Verhofstadt, per raccontarmi com'era andata».
Capisco che non vuole fare polemiche, ma non negherà che questa esplosione neanche di interessi nazionali, ma di orgogli nazionali, conclusasi con il veto italiano sulle Agenzie, è stata un pessimo spettacolo...
«Ciò che mi ha colpito di Laeken è che nella stessa sede si sia raggiunta l'unanimità su un documento beethoveniano ispirato all'Europa del futuro e poi non ci si sia messi d'accordo sulle sedi delle agenzie. E' simbolico: il bisogno di Europa deve essere proiettato sul futuro perché nel presente ci si è avvitati in un metodo intergovernativo che è ormai fonte più di veti che di soluzioni».
Che danni produce la politica dei veti? 
«Il caso dell'Authority alimentare è di una chiarezza estrema. Diciamo sempre che bisogna fare un'Europa al servizio dei cittadini. Ebbene, a dir poco dalla crisi della mucca pazza in poi, è stato da tutti riconosciuto urgente uno strumento di garanzia comune per la sicurezza di ciò che mangiano gli europei. Ora a Laeken abbiamo detto che è urgente, sì, ma finchè non si decide se metterlo a Cosenza o a Reggio Calabria non si può fare. Per fortuna, nel frattempo che non si sceglie la città, l'agenzia parte temporaneamente a Bruxelles. Sarebbe stato inammissibile rinviarla per ragioni di appetiti nazionali».
Non le sembra strano che sia proprio l'Italia europeista a ricorrere sempre più spesso all'arma del veto?
«Altri si sono comportati così in situazioni analoghe. Parma è solo l'ultima prova, il sintomo dello sfilacciamento del sistema. Già da tempo la sfera delle decisioni comunitarie stava diventando sempre più una sfera interamente intergovernativa, nella quale si arriva al consenso non quando è stata trovata una soluzione comune, ma solo quando sufficienti brandelli di interessi nazionali sono stati soddisfatti: un minimo comun denominatore sempre al di sotto di ciò che sarebbe necessario. Ma ora va anche peggio: il conflitto degli interessi nazionali non consente più nemmeno di arrivare a quel già insoddisfacente minimo comun denominatore».
E allora?
«Allora bisogna riconoscere che il sistema si è bloccato, e si è bloccato anche prima dell'allargamento. Ogni volta che il Consiglio Europeo si riunisce, proprio mostrando le sue difficoltà a decidere, lancia un Sos al futuro. A Nizza lo lanciò decidendo un'altra Conferenza e un altro Trattato nel 2004, a Laeken lo ha lanciato con la Convenzione che quella Conferenza dovrà preparare».
L'età e il profilo di Giscard, del quale un europeo al di sotto dei 40 anni non ricorda nulla, non ne fanno l'uomo più adatto per lanciare segnali al futuro...
«Ma questo non è un problema. Ciampi ha cinque anni più di Giscard ed è ancora un giovane europeo».
Tra gli obiettivi della Convenzione ci sarà la restrizione dei campi dove si vota all'unanimità e vige la regola del veto, e l'allargamento di quelli dove si decide a maggioranza?
«Se prendiamo questo problema dal versante tecnico non ne usciremo mai. Il dibattito va spostato. Ci sono aree dove si lamenta un troppo di Europa, nelle quali i tempi sono maturi per dare più spazio alle diversità nazionali e regionali. Ma dove c'è bisogno di più Europa dobbiamo invece accettare fino in fondo il metodo comunitario. Questo è vero in particolare per la sicurezza esterna e interna dei cittadini dell'Unione, per la difesa e per l'esercizio di un ruolo dell'Europa nel mondo e nei confronti del mondo; e per la giustizia, la lotta al traffico dell'immigrazione clandestina, alla criminalità e al terrorismo. Io vedo i sintomi di una riscoperta dell'Europa nelle opinioni pubbliche, non già perché ne siano soddisfatte, ma perché dopo l'11 settembre ne sentono di più il bisogno in molti campi. Questo bisogno si soddisfa con una "voce singola". Non deve essere più possibile fermare con un veto nazionale decisioni comuni che riguardano tutti. Il modo c'è: se ci sono obiezioni all'accordo, si stacca la navicella della cooperazione rafforzata, e chi ci sta va avanti».
In pratica ciò che quattordici paesi avevano minacciato di fare con l'Italia se non accettava il mandato di cattura europeo. Ma ci sarà bisogno di scrivere una vera e propria Costituzione per ottenere questo? 
«Se ci sarà o meno una Costituzione europea dipenderà dal processo che si apre con la Convenzione e dalla forza che sarà capace di mobilitare. Una Costituzione non è tale se chi la scrive decide di chiamarla così, ma se è ritenuta dalla gente davvero fondante di un nuovo ordine. Voglio però dire che a Laeken si è introdotto un metodo estremamente innovativo. Per la prima volta un Trattato sarà discusso da rappresentanti eletti della sovranità popolare prima che venga stilato. Nella Convenzione ci saranno membri dei parlamenti nazionali e dell'Europarlamento. Questo non era mai accaduto. Consideri che i Trattati europei sono emendabili solo con l'unamimità dei governi proprio perché intervengono sulla sovranità nazionale. E' vero, la Convenzione ha solo un potere di proposta, non di codecisione. Ma nasce sulla base di un metodo che forse si potrebbe proporre di rendere istituzionale anche per il futuro. Insomma, abbiamo fatto solo un passo, ma io credo che siamo davvero sulla strada che un giorno ci porterà a una Costituzione europea».
Il governo italiano vuole che la Conferenza intergovernativa che approverà questo nuovo Trattato si svolga nel nostro semestre di presidenza, seconda parte del 2003. E' possibile?
«Non lo so. A Laeken ci si è dati una tempistica la più stretta possibile. I lavori della Convenzione dureranno un anno, dunque finiranno nel marzo del 2003. Poi ci sarà un periodo di riflessione, che gli inglesi e altri avevano chiesto, e che durerà dai quattro ai sei mesi. Questa pausa era stata prospettata proprio per svolgere un ampio dibattito nazionale, con le singole opinioni pubbliche, prima di arrivare alla Conferenza, al fine di renderla breve e efficace, senza le turbolenze e le soluzioni pasticciate e improvvisate di Nizza. Dunque, se al marzo 2003 aggiunge sei mesi, è chiaro che la Conferenza si aprirà nel semestre di presidenza italiana. Bisognerà vedere se saremo anche in grado di chiuderla prima della fine dell'anno».
C'è un imprevisto che può far deragliare questo treno: nel 2003 si potrebbe svolgere il referendum sull'Euro in Gran Bretagna...
«E' evidente che la Conferenza non si potrebbe svolgere contestualmente al referendum. Ma se la consultazione si fosse già svolta e avesse avuto un esito positivo, allora tutto potrebbe diventare anche più semplice: potrebbe trattarsi di una formidabile spinta all'Europa».

la Repubblica
17 dicembre 2001


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