LE IDEE 
La bandiera dell'Europa 

di GIULIANO AMATO


È UN vero paradosso quello che ci troviamo davanti. Il nuovo secolo si è aperto con nuove preoccupazioni e nuove ansie che sono al centro dell'attenzione di ciascuno di noi. Ebbene è una fortuna, un'autentica fortuna davanti a queste nuove insicurezze, avere l'Europa, che più degli Stati nazionali può contribuire ad affrontare questioni del genere. Eppure, mai come ora c'è stato un distacco fra gli europei e l'Europa, mai come ora le risposte sono cercate dagli stessi europei al di fuori di essa, alimentando in tal modo le diffidenze e le resistenze nei confronti di un suo rafforzamento. Recuperare l'idea d'Europa è dunque importante non tanto per ritrovare l'orgoglio della nostra storia, quanto per essere consapevoli di ciò di cui oggi disponiamo in quanto europei.


Il fatto stesso che percepiamo come una devianza nella quale stiamo cadendo la prevalenza dello spirito intergovernativo su quello comunitario, dimostra che sappiamo bene che cosa abbiamo conquistato in questi anni. In nome di ideali che abbiamo fortemente condiviso — la fine delle guerre fra di noi, l'affermazione della libertà contro i regimi comunisti che avevamo oltre i nostri confini, la stessa costruzione di un'Europa senza frontiere — abbiamo accettato limitazioni non piccole delle nostre sovranità nazionali a beneficio delle istituzioni europee. Se il problema forse maggiore che il mondo ha davanti è la discrepanza fra le dimensioni a volte addirittura globali raggiunte da molte attività umane e la dimensione generalmente nazionale delle regole e delle istituzioni democratiche, noi, attraverso l'Europa, abbiamo fatto rispetto ad altri un enorme passo avanti per poterle ricondurre entro un quadro di regole e di istituzioni. Ad esempio, il potere di mercato delle multinazionali che fanno fatturato in Europa passa al setaccio di un antitrust europeo, quale che sia la loro nazionalità. Se ci preoccupano le minacce terroristiche, i flussi di immigrazione clandestina che possono arrivare da ogni parte, i cibi che mangiamo, la sicurezza dei nostri mari, attraverso regole e organismi comuni europei possiamo fare, e già in parte facciamo, ciò che altri faticosamente cercano di impostare attraverso accordi fra Stati. Se ci preoccupano i diritti umani e le loro violazioni, mentre il mondo ancora stenta a metter su un tribunale che abbia almeno giurisdizione sui crimini contro l'umanità, noi, in Europa, abbiamo non una, ma due Corti che fanno valere una lunga lista di nostri diritti e condannano i nostri stessi Stati se quei diritti sono violati. Se ci preoccupa — diciamolo con franchezza — l'allargamento, è giusto che ne definiamo i possibili confini, che devono essere legati non alle sole potenzialità del mercato comune, ma anche e in primo luogo alla comune immedesimazione nelle tradizioni e nelle culture europee (che sono peraltro plurali, non singolari: non dimentichiamolo!). E tuttavia ci deve essere chiaro — e sarà bene discuterne nel corso del dibattito che sta per aprirsi — che i costi dell'allargamento (costi che per alcuni di noi innegabilmente ci sono, sul terreno della spartizione delle risorse comunitarie) sono di gran lunga minori dei costi del non allargamento. Più Europa vuol dire qui più sviluppo, più stabilità, più sicurezza, più controllo dei flussi migratori e della stessa criminalità. Torno perciò al paradosso del quale inizialmente parlavo. Non c'è ragione per allontanarsi dall'Europa, ci sono anzi ragioni per tenersela stretta e per mettere a frutto, davanti ai nuovi problemi, quell'"outil" comune che abbiamo saputo costruire nel fare fronte ai problemi del passato. L'idea d'Europa, i valori europei ci servono per ritrovare lo spirito dei primi anni, che sia chiaro non fu candidamente ignaro degli interessi di ciascuno, ma portò a cercare le risposte in lungimiranti soluzioni comuni piuttosto che in chiusure e contrapposizioni nazionali. È troppo presto per dire come dovrà avvenire il necessario riaggiustamento e farlo ora contrasterebbe del resto con l'esercizio di ascolto e di dialogo con le opinioni pubbliche che si sta organizzando. Certo si è che alcune indicazioni dovranno entrare in tale esercizio e fra esse le seguenti non potranno mancare. Serviranno più chiarezza e assunzioni di responsabilità più trasparenti, tanto nei rapporti fra gli Stati e l'Europa, quanto in quelli fra le istituzioni europee. Sotto il primo profilo, è ben possibile che assecondare le nostre opinioni pubbliche — e al tempo stesso rispondere alle nuove fonti di insicurezza — significhi dare loro più Europa laddove oggi ce n'è formalmente meno, e cioè nelle materie tuttora affidate agli assetti intergovernativi, vale a dire sicurezza e difesa, polizia e giustizia. Sotto il secondo profilo, potrebbe essere bene che anche l'assetto comunitario scopra, dopo tanti anni, la divisione dei poteri, che, per mille ragioni, gli è sempre rimasta estranea. C'è, a questo riguardo, un problema di gerarchizzazione di norme (norme di alto valore costituzionale e minute regolazioni procedurali sono tutte allo stesso livello nei Trattati di oggi e quindi richiedono tutte lo stesso procedimento di modifica). Ma c'è anche un problema di rapporti fra Consiglio e Parlamento da una parte e Commissione dall'altra, davanti ai quali — come si diceva — discipline normative e misure amministrative hanno oggi lo stesso trattamento e li impegnano quindi allo stesso modo. Un Parlamento che ha bisogno di radicarsi in una opinione europea che esso stesso deve contribuire a formare, riesce a farlo se si occupa dei grandi profili della missione europea e non delle tante minuzie che oggi vanno alla sua codecisione. Se poi, oltre a concentrare i poteri amministrativi nella Commissione, si arrivasse ad introdurre anche la delega ad essa dei poteri normativi minori, tutto sarebbe ancora più chiaro e più funzionante. Serviranno meno spazi di negoziato intergovernativo e più spazi di decisione europea nelle aree in cui si sarà deciso che si vuole più Europa (più "noi") e meno partite a domino fra le istanze nazionali. Servirà una chiara definizione dei diritti dei cittadini europei e del valore giuridico che ha il loro riconoscimento. È appena il caso di ricordare che la Carta dei diritti approvata a Nizza come documento soltanto politico ha proprio per questo aperto, e non chiuso, il discorso. In ogni caso, il bisogno di semplificazione che sembra campeggiare ai fini del riassetto istituzionale del 2004, difficilmente potrà risultare appagato se si continuerà ad aggirarlo attraverso ristesure dei Trattati che si limitano ad allineare con una nuova numerazione la stessa, enorme quantità di clausole, commi ed articoli, di cui è composta l'attuale "Costituzione" europea (che nessun cittadino ha di sicuro mai letto e mai riuscirebbe a leggere fino in fondo). In discussione non potrà non esserci, perciò, una vera Carta fondamentale europea (un "Basic Treaty", si è detto più volte in questi anni), che contenga gli elementi essenziali della missione, delle competenze e degli organi europei; e che, a quel punto, non potrebbe non contenere anche i diritti degli europei. Di sicuro altri temi, che appaiono a prima vista più fondamentali e sui quali si intrattengono molti dei discorsi attuali sul futuro, saranno portati in discussione: se il Consiglio europeo dovrà restare quello che è o diventare la prima o la seconda Camera del Parlamento europeo, se il Presidente della Commissione dovrà essere eletto dai cittadini o dallo stesso Parlamento europeo. Sono temi di grande afflato politico, che tuttavia rischiano di restare dei nobili surrogati se non si collegano armonicamente con quelli testé accennati, e in qualche modo non ne scaturiscono. Lo dimostra — si parva licet — l'elezione diretta dei Presidenti delle Regioni italiane, la quale — prima e al di fuori della ridefinizione (peraltro prevista) dei loro rapporti funzionali con gli altri organi della Regione — ha creato per ora attorno ad essi delle aspettative non realizzabili. Occorre comunque che su tutto questo il dibattito prenda quota e che, nei limiti del possibile e nei modi più appropriati, riesca a raggiungere e a coinvolgere il numero più ampio di persone. Sia chiaro però che non si tratta soltanto di ascoltare. Qui la Costituzione ancora non c'è e si vuol capire in che direzione gli europei si vogliono orientare. Ma non ci si può nascondere dietro la sola capacità di ascolto. C'è anche una leadership da esercitare, anzi una leadership europea da ritrovare, perché c'è anche la sua mancanza al fondo dell'attuale smarrimento europeo. 

Questo articolo è un estratto di un saggio che apparirà sul prossimo numero di "Aspenia", la rivista di Aspen Institute Italia che sarà nelle librerie italiane e nelle edicole di Roma e Milano la prossima settimana. 

la Repubblica
30 novembre 2001


Ma l'Europa unita è un'utopia concreta
Discutendo con Dahrendorf


di Giorgio Ruffolo

Uno può essere euroscettico e non c'è da vergognarsene, ci mancherebbe. Così come non c'è da scandalizzarsi se una persona di eminente statura intellettuale come Ralf Dahrendorf, in un assalto di umore euroscettico, (Repubblica, 5 settembre) paragona l'Unione Europea all'Unione Postale Internazionale: sodalizio, del resto, benemerito.
Ciò che lascia perplessi non è il tono un po' frivolo ma l'argomentazione delle critiche. Il fondo di quelle critiche - il deficit di efficacia e soprattutto di democrazia dell'Unione - è sacrosanto. Sono decenni che gli europeisti «entusiasti» li denunciano e misurano la distanza che separa l'Unione dai traguardi possibili e dai modelli ideali dei Padri Fondatori.
Altro è, però, esercitare costantemente e tenacemente questa pressione critica. Altro è liquidare tutta l'impresa europea con un giudizio sommario e sprezzante, dando di essa una rappresentazione caricaturale e inattuale: della sua performance economica e della sua condizione politica.
Sulla performance economica, anzitutto. Dahrendorf dice che è l'amministrazione pletorica di una Unione doganale. Unione doganale? Ma non è un fatto di mezzo secolo fa? Da quel tempo ne è passata acqua sotto i ponti.
Il mercato unico, per esempio, che non è un «progetto brillante» ma una realtà poderosa, una «storia di successo»: una area di centinaia di milioni di uomini cui altre decine di milioni si stanno via via aggiungendo, dotata di una capacità sorprendente di rapida integrazione. E l'Unione Monetaria? Qui mi sembra che gli argomenti di Dahrendorf sfiorino una insostenibile leggerezza.
L'euro - dice - non costituisce una barriera sufficiente contro il rischio della disintegrazione dell'Unione europea, come il rublo non lo è stato contro la disintegrazione dell'Unione Sovietica. E allora, poiché non è sufficiente (ma poi, dove sta questo rischio?) meglio tenersi in tasca dodici monetine? È evidente che una moneta unica non può bloccare processi di sclerosi economica e di disgregazione politica come quelli che hanno prodotto il crollo sovietico: ma è altrettanto evidente che essa può sostenere vigorosamente, se ben gestita, il ritmo di sviluppo di grandi economie prospere e la loro convergenza, promossa dal mercato unico.
L'euro non è certo un mito. Ma neppure, come dice Dahrendorf, una pura «misura tecnica». È uno strumento tecnico formidabile di semplificazione, di trasparenza, quindi, di competitività. È una forza economica di portata comparabile a quella del dollaro. Ed è un pezzo di potere politico - come tutte le grandi monete - trasferito dai governi dei paesi europei a una istituzione federale. Di qui nascono i suoi grandi rischi e le sue immense potenzialità. Il problema, denunciato giustamente da Dahrendorf, della contraddizione stridente tra una banca centrale fortissima e un fisco europeo debolissimo. E soprattutto il problema della «solitudine» della Banca, priva di un governo democraticamente responsabile cui riferirsi. Si tratta di contraddizioni che, proprio perché alla lunga insostenibili, chiedono imperiosamente soluzioni politiche. Essere euroscettici non è certo proibito. Ma potrebbe essere utile domandare qualche proposta utile e concreta.
Quanto al giudizio politico. Anche qui le conclusioni di Dahrendorf partono da una constatazione ineccepibile - il deficit democratico dell'Unione - non per indicare i modi di colmarlo, ma, come a me sembra, per affermarne l'incolmabilità. La costruzione europea si starebbe avviando - dice - su un percorso estraneo all'ordinamento liberale. Ora, se si parla di libertà e diritti del cittadino, non vedo, nella recentissima Carta europea dei Diritti, niente che possa minacciare la nostra libertà politica e niente che collochi i cittadini europei in una condizione di garanzia della libertà e della vita peggiori di quelle americane, che Dahrendorf sceglie a modello. Se invece si parla non di liberalismo, ma di liberismo (due concetti che non so se Dahrendorf ritiene ancora di distinguere) il discorso si sposta sul ruolo che il mercato deve svolgere nella società: sul quale mi pare lecito che anche spiriti liberali possano nutrire idee diverse.
È verissimo che le istituzioni europee sono appesantite da pretese di regolazione talvolta stupidamente invadenti e minuziose, che ne riducono l'efficacia e ne screditano il prestigio. La burocrazia si combatte con la democrazia. Ed è qui che si gioca la partita decisiva. Ora, è vero che siamo ancora lontani da una piena legittimazione democratica delle istituzioni comunitarie. Ma non è affatto vero che, soprattutto negli anni più recenti, non si siano compiuti progressi. Lo stesso Dahrendorf cita il ruolo di un Parlamento europeo democraticamente eletto, con «un certo potere di codecisione» . (Un certo? È il 70% delle decisioni, per essere precisi). E soprattutto, mi sembra gravemente sbagliato sorvolare sull'apertura di una fase costituzionale, che impegna per la prima volta parlamenti nazionali, parlamento europeo, governi nazionali e Commissione europea. O trattarla con sufficienza. Non so se Giorgio Napolitano, che in questo processo faticoso svolge una funzione di primissima linea, con impavida concretezza, sarà gratificato dall'apprendere che si sta in realtà prodigando per una costituzionalizzazione dell'Unione Postale Internazionale.
Certo che c'è una retorica europeistica fastidiosa e astratta, fatta di paroloni. Come anche, del resto, una retorica della libertà. Ma se si è davvero pragmatici, e al tempo stesso idealisti (è permesso!) non si dovrebbero dimenticare due cose. La prima è che da mezzo secolo ormai, a dispetto dei politologientomologi più illustri, il calabrone europeo vola.
Questa impresa, di paesi che si sono reciprocamente massacrati nel corso della storia e che si uniscono oggi in un patto che rende la pace tra loro non una promessa, ma un sottinteso, dovrebbe essere considerata, in una prospettiva storica, come la più grande innovazione politica del nostro tempo. Una utopia? Sì, ma come diceva Bloch, una utopia concreta.
La seconda è che - voglio usare una bellissima espressione coniata da Ralf Dahrendorf quando era di buon umore - questa impresa, al di là dei tentativi burocratici di regolare la sorte delle galline ovaiole, apre grandi chanches di vita per la gioventù europea. In un tempo in cui la politica si chiude a riccio, investita da un privatismo che ha poco a che fare con l'individualismo, essa apre spazi più vasti e offre una risposta concreta a molti dei bisogni e dei problemi suscitati dalla cosiddetta globalizzazione.
Certo, la cosa immediatamente più fastidiosa di un sistematico cinismo è un petulante idealismo. Ma si possono scegliere posizioni intermedie tra questi due eccessi. L'utopia concreta dell'Europa mi pare stia in equilibrio sostenibile entro questa gamma. Per questo la causa europea vale persino la pena della rinuncia a qualche battuta.

La Repubblica 
7 settembre 2001 


Attendendo di maneggiare il primo euro

di CLAUDIO MAGRIS


L’immaginazione umana, assai limitata, non riesce a star dietro alla realtà, ben più fantastica. Agli inizi del novembre ’89, quando erano già cominciate le grandi dimostrazioni a Berlino Est, nessuno credeva che il Muro potesse cadere; ricordo un giovane regista tedesco-orientale, attivamente impegnato in quelle proteste, il quale dichiarava, turbato, che la situazione era incerta e tutto poteva succedere, anche una repressione sanguinosa, ma che il Muro sarebbe certamente durato ancora parecchi anni. Due giorni dopo il Muro non esisteva più ed egli era stato fra coloro che avevano contribuito ad abbatterlo. L’euro sarà fra pochi mesi nelle nostre mani, lo tireremo fuori dalla tasca per pagare un caffè, ma si stenta a crederlo veramente. Molti di noi non sanno bene quanto valga; è lontano, appartiene a un nebbioso futuro che, più o meno inconsciamente, si desidera differire. La lira o il marco sono già in agonia, ma li maneggiamo come fossero destinati a durare chissà quanto. L’incombente euro è quasi ancora un oggetto di fede e suscita scetticismo, perplessità, timori; suggerisce facili giochi di parole con neuro e i suoi derivati. Tale diffidenza non deriva soltanto dalla sua debolezza dimostrata finora nella guerra dichiaratagli dal dollaro, guerra che ha trascinato e indebolito l’Europa anche sui sanguinosi e non metaforici campi di battaglia del Kosovo. Euro vuol dire Europa; la sua buona o cattiva salute dipenderà dalla forza o fragilità di quest’ultima, dalla sua capacità o meno di essere una reale e autonoma realtà politica. 
Sull’euro pesano vari pregiudizi - ad esempio i lamenti su un’Europa della moneta priva di anima. Una lamentela vacua, perché è insensato contrapporre l’anima alla moneta. 
E’ anche nell’uso - umano o disumano, egoistico o solidale - della moneta che si rivela la qualità di un’anima. Nella parabola evangelica, l’obolo della vedova fa risaltare l’umanità e la bontà della donna. 
Si proietta inoltre sull’euro la vaga ansia dinanzi alla globalizzazione, la paura di un’uniformità che cancelli le diversità individuali. Oggi sta svolgendosi, su scala planetaria, un processo che ricorda la grande trasformazione avvenuta nella Grecia del V secolo avanti Cristo col sorgere dalla polis , la Città-Stato, e col tramonto delle antiche comunità familiari e tribali, a quella crisi, che era pure progresso, la civiltà greca - come ha osservato una volta Beniamino Andreatta - ha risposto con la tragedia, con le storie luttuose e insieme luminose degli Atridi, di Edipo e di Antigone. 
L’individualità in senso forte e classico, inconfondibile nella sua peculiarità ma portatrice dell’universale, è certo il fondamento della civiltà europea. Ma essa non è minacciata soltanto dal livellamento generale, bensì altrettanto o ancor più dal particolarismo regressivo delle diversità selvagge, dal micronazionalismo regionale ed etnico che alza il ponte levatoio per sbarrare l’ingresso allo straniero, anche se questi è il vicino di casa, e nega così l’universale-umano. Alcuni temono nell’euro un appiattimento delle particolarità nazionali e locali. Ma sarebbe vano rimpiangere una «anarchia di atomi» isolati e sparsi, per usare l’espressione di Nietzsche e sognare che l’Europa assomigliasse ai principati di Valacchia e Moldavia dell’Ottocento, in cui circolavano settanta monete diverse, aspri, bani, copechi, çreitar, ducati, fiorini, galbeni, groschen, leu, ortul, talleri, pitak, patronik, scellini, timfi, ughii, zloty, tult, dinari, forse anche il dirhem tartaro. 
Solo un’Europa forte e unita, di cui l’euro è cemento, può proteggere concretamente le diversità culturali, linguistiche, religiose, tradizionali che la compongono, così come del resto pure in passato esse sono state tutelate meglio nei grandi imperi plurinazionali - da quello romano a quello absburgico - che nel caotico frazionamento particolaristico, in cui ogni comunità è esposta alla sopraffazione di quella più forte. Oggi le nazionalità diverse che, in Svizzera, usano tutte egualmente il franco sono più tutelate di quelle che usano diverse monete nazionali nei Balcani. Non sarebbe male se l’euro assomigliasse al sesterzio romano o alla corona di Francesco Giuseppe, simboli di una legge comune che garantisce i deboli dalle angherie dei più forti. 
Si teme nell’euro un’Europa livellatrice, guidata dai Paesi più potenti a danno degli altri. Ma la globalizzazione è oggi comunque una realtà e lo sono altrettanto i dislivelli fra nazioni più ricche e più povere; con o senza euro ed Europa, è comunque più facile che i tedeschi comprino Lisbona piuttosto che i portoghesi Berlino. Proprio per questo è necessario uno Stato europeo unitario - di cui l’euro è simbolo, premessa e collante - che possa controllare e attenuare questi dislivelli e dunque proteggere meglio le culture numericamente ed economicamente più deboli. 
Una tacita resistenza all’euro deriva dalla sua astrazione. Non ha storia, non ha ancora per noi figura o colore; non è legato a ricordi, a vicende o a sentimenti del passato, non parla alla memoria, come invece accade alle monete collaudate e usurate dal tempo, che affascinano la fantasia nella canzone che sospirava «se potessi avere / mille lire al mese» o nella favola dei tre soldi dati dal buon soldato alla vecchia mendicante. L’euro assomiglia - ancora - poco o affatto ai luigi che luccicano nei Tre moschettieri o a quel marengo d’oro che le tradizioni della mia famiglia dicono un mio trisavolo amasse tirar fuori ogni tanto orgogliosamente dalla tasca. 
Dinanzi alle monete e alle banconote - che si possono palpare, soppesare, fiutare - l’euro appare virtuale, quasi fatto più di bit che di atomi. Rispetto agli scudi, alle lire, ai fiorini legati alla memoria delle generazioni, l’euro sembra il frutto di un arbitrio, di un’astratta volontà, costruito più che cresciuto. Ma ogni cosa, all’inizio, è priva della pietas del passato e spesso nasce da un atto di deliberata volontà che pare far violenza alla vita; pure il franco e la peseta hanno soppiantato a suo tempo monete più antiche e venerande. Un vegliardo ricco di memorie è più affascinante di un embrione, ma anch’egli è stato un embrione e anche quest’ultimo sta iniziando una vita pittoresca e avventurosa. 
Il denaro è di per sé l’astrazione per eccellenza, una cosa che non vale per se stessa ma perché trasforma tutto in qualcosa d’altro e sembra volatilizzare l’oggetto d’uso nel processo immateriale dello scambio. Ma il denaro può diventare terribilmente concreto, la banconota di non so quanti milioni o miliardi di pengö ungheresi conservata al Museo Guinness di Londra è sinistramente reale, un immane personaggio di carne e sangue, il gigante di un poema epico. Spero che l’euro non conosca mai tale mostruosa enfiagione, ma credo che possa domani diventare un vero personaggio letterario come le ghinee di Defoe o i franchi di Balzac. 
Come si vede, ce la metto tutta per fare il progressista e recitare il mio Ja und Amenlied , la canzone nietzschiana del «sì e così sia», al fluire delle cose e dunque all’avvento dell’euro. Naturalmente mi viene un piccolo accidente se penso che dovrò pagare - e calcolare - in euro le bottiglie di vino della prossima vendemmia. E cerco di consolarmi canticchiando una vecchia canzone di più di un secolo fa: «Mamma mia, dammi cento lire / che in America voglio andar». 

Claudio Magris 


Corriere della Sera
1° settembre 2001 


L'EUROPA UNITA ULTIMA UTOPIA

di RALF DAHRENDORF 



GIORNI fa ho preso parte a un dibattito sull'Europa con Daniel Cohn-Bendit, davanti a un pubblico internazionale di giovani professionisti, al ministero degli Esteri di Berlino. Nel suo intervento iniziale, il mio interlocutore ha dimostrato un crescente entusiasmo. "Pensate", ha detto "che ogni bambino nato oggi in Europa comprerà il suo primo gelato pagandolo in euro!". E ha proseguito: "Se nel 1945 qualcuno avesse detto ai miei genitori (ebrei) che un loro figlio sarebbe stato un giorno ospite d'onore al ministero degli Esteri tedesco, lo avrebbero preso per pazzo". E ancora: "Nonostante tutte le loro pecche, Kohl e Mitterrand sono i maggiori statisti del nostro tempo, poiché hanno saputo trasformare l'unificazione tedesca in un trionfo per l'Europa".
Da qualche tempo ho l'impressione che l'Europa - anzi, esattamente l'EUropa - sia diventata l'ultima utopia per gli esponenti della sinistra. Se qualcuno fa loro presente (come ho fatto discutendo con Daniel Cohn-Bendit a Berlino) che l'EUropa non è poi così importante e gloriosa come sembrano credere, si affrettano a ribattere con qualche bella frase hegeliana del tipo: "D' accordo, l'Europa di oggi ha i suoi punti deboli, ma sono aspetti temporanei, e stiamo lavorando per superarli". Si sgombra il campo da ogni critica assicurando che anche se tutto non è "ancora" perfetto, lo diventerà col tempo.
Personalmente, non sono un euroscettico - e men che meno nel senso britannico del termine. Ma la mia posizione sull'integrazione europea è di segno del tutto diverso da quella di Daniel Cohn-Bendit (così come dalle tesi di Jrgen Habermas, pubblicate da "Repubblica", in favore di una Costituzione europea come espressione dell'identità dell'Europa). 

Osservo che l'Unione europea gestisce poco più dell'1,1% del prodotto interno lordo dei suoi stati membri, i quali dal canto loro ne amministrano una quota pari o superiore al 40%. Rammento le strane politiche che assorbono gran parte del bilancio, e in particolare la politica agricola comune. Ma insisto soprattutto sulla democrazia.
Non dimentichiamolo: la stessa costruzione della Comunità economica europea non è avvenuta per via democratica. Né il Consiglio dei ministri, né la Commissione, e neppure l'Assemblea originaria meritano questo aggettivo. È vero che oggi il Parlamento europeo è eletto democraticamente e ha un certo potere di codecisione; ma neppure i suoi più accesi sostenitori si azzarderebbero ad affermare che questo basti a creare una democrazia europea.
Di fatto, più si guarda all'Unione europea e più si rimane colpiti dalla natura tecnica della sua costruzione, che per vari importanti aspetti assomiglia più all'Unione postale internazionale che agli Stati Uniti d'America. È l'amministrazione di un'unione doganale, con un'enorme sovrastruttura di istituzioni – per non parlare del linguaggio visionario e magniloquente che l'accompagna. Questo è forse l'aspetto peggiore dell'Europa: tante minuzie tecniche ammantate da una specie di sceneggiata euronazionalista.
È chiaro che Daniel CohnBendit, Jürgen Habermas, Joschka Fischer e varie altre personalità di orientamento analogo hanno a cuore la costruzione europea, tanto da parlare dell'Europa un po' come i nazionalisti di vecchio stampo parlavano della patria (con tutte le relative esclusioni: quando, a Berlino, ho menzionato la Svizzera, Daniel CohnBendit ha esclamato: «Ma la Svizzera non è Europa!»). 
Recentemente, la nozione di Europa ha acquisito una colorazione antiamericana e anticapitalista. L'Europa per la quale Habermas reclama una Costituzione va difesa contro l'egemonia del capitalismo Usa.
Per parte mia, non ho stretto legami affettivi con nessuna entità geografica o politica. Ciò che mi sta a cuore è la libertà. E posso entusiasmarmi per chiunque la difenda e la promuova, anche quando si tratta di un paese. In quest'elenco gli Stati Uniti – malgrado tutte le loro escrescenze e quant'altro – figurano in testa. Mentre l'Europa, o l'Unione europea, sembra finora più incline alla burocrazia e al protezionismo che alla promozione di un ordinamento liberale.
Con questo non cerco affatto di negare l'esigenza della cooperazione europea, né, per alcuni settori, quella dell'integrazione. L'Unione doganale rappresenta una misura razionale, e il mercato unico ideato da Jacques Delors è un progetto brillante. Ma si può dubitare, al di là delle parole, delle reali prospettive degli sforzi in atto per la definizione di una politica estera e di sicurezza comune. In fatto di sicurezza, con la Nato siamo in buone mani; e anche in futuro, ogni qualvolta un conflitto minaccerà di aggravarsi, l'Europa farà appello al sostegno americano. D'altra parte, alla voce «giustizia e affari interni» figurano varie questioni che si possono affrontare al meglio nell'ambito di una cooperazione europea. Ma c'è da augurarsi che non se ne abusi per imporre a tutti un minimo comune denominatore in fatto di libertà. 
E l'euro? Si può certo vederlo come il risultato di una preoccupazione condivisa da Kohl e Mitterrand: il timore di veder risorgere il nazionalismo tedesco. Dubito però che, da solo, l'euro possa costituire una barriera sufficiente contro questo rischio. Il rublo non è certo bastato a mantenere la coesione dell'ex Unione Sovietica, così come la corona cecoslovacca non ha evitato la disintegrazione della Cssr. L'euro è innanzitutto una misura tecnica, di sostegno al mercato comune per un certo numero di stati membri. E c'è da chiedersi se veramente coloro che da tempo criticano il «nazionalismo del marco» se la prenderanno ora con un «nazionalismo dell'euro». Speriamo di no, se non altro perché dopo l'allargamento dell'Ue, gli stati membri che faranno parte anche di Eurolandia saranno meno della metà.
Ma nel dibattito con il deputato europeo CohnBendit sono stato colpito soprattutto dalla diversità di livello tra il suo discorso e il mio: il suo entusiasmo visionario, la sua emozione da un lato, e dall'altro il mio pragmatismo scettico e razionale. Vale la pena di notare che nel dopoguerra, all'inizio del processo di integrazione europea, gli entusiasti erano i democristiani, mentre a sinistra c'era molta cautela e spesso una netta opposizione. Ma qualunque sia la lettura da dare a questo mutamento, resta il fatto che il divario più profondo si apre oggi tra chi aspira a un'Unione sempre più stretta, e chi ha a cuore valori quali la democrazia e la libertà. E nessun segnale lascia intravedere una soluzione di questo conflitto.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica
5 settembre 2001 


Dobbiamo avere fiducia nell'Europa

di ROMANO PRODI

IL PREMIO Viareggio che mi viene consegnato è del tutto inatteso, e lo interpreto come un gesto di fiducia nell'Europa. La motivazione fa infatti riferimento al mio impegno per l'Europa e in Europa, impegno che deve affrontare ancora scogli importanti e difficili. Perché la pace nel mondo è sempre più influenzata dall' esempio, dal ruolo e dalla responsabilità dell'Europa di oggi. Da parte mia debbo ricordare che sono arrivato a Bruxelles in un contesto assolutamente drammatico. Non posso dimenticare infatti che la mia candidatura a Presidente della Commissione europea venne varata nel Consiglio intergovernativo di Colonia, nel marzo 1999, nel giorno stesso in cui iniziava la guerra nel Kosovo. In questo io ho sentito un mandato particolare che faceva della pace l'asse strategico del mio nuovo impegno come Presidente della Commissione. E in effetti in questi due anni di lavoro mi sono impegnato perché il varo dell' Euro, la Carta dei diritti fondamentali e il processo di riunificazione del continente europeo venissero compresi come parte di un grande disegno che fa dell'Europa un nuovo soggetto politico protagonista nel mondo: l'Europa della pace e dei diritti umani, l'Europa dei diritti sociali e del lavoro, l'Europa del dialogo e dell'incontro tra le grandi religioni. L'Europa della convivialità e delle differenze. L'Europa che sa guardare al Sud del Mondo con coraggio e intelligenza. L'Europa che sa offrire un modello di governo sovranazionale che può essere il più importante contributo alle complesse sfide della globalizzazione.

LA CRISI dei Balcani, consumatasi negli ultimi dieci anni, è nata perché non c'era ancora l'Europa come soggetto di pace, capace di attrarre nel suo disegno quei Paesi che nel Sud-est europeo sono stati sedotti dalla tentazione nazionalistica. Si è parlato in questo caso di guerra umanitaria e ci si è illusi che le armi risolvessero i problemi che la politica non sembrava in grado di risolvere. L'Europa in questo passaggio di secolo deve accettare la sfida di una nuova cultura della pace, superando il mito della sovranità assoluta degli stati e costruendosi come governo sovranazionale attraverso la democrazia, il dialogo, il voto, il libero confronto delle opinioni. Un'Europa di minoranze, dove nessuno è maggioranza, proprio per questo è possibile accettare la linea dell'integrazione. Un'Europa che è accoglienza di lingue, di culture, di storie diverse, ma è anche integrazione della moneta, della politica, della difesa. Nessuno dunque è cancellato o negato. Anzi nella pluralità delle differenze sta la straordinaria ricchezza del disegno europeo. Forse questo disegno talora sfugge alle leadership governative, troppo preoccupate della difesa dei pur legittimi interessi nazionali. Ma chi governa non può guardare solo all'oggi. Il suo orizzonte deve essere il domani. In vista di questo, chi governa deve avere il coraggio di scelte impegnative. Esse possono sembrare impopolari, ma solo queste scelte coraggiose intravedono e costruiscono le cose belle del nostro futuro. Certe critiche che mi vengono rivolte e anche una certa solitudine di Bruxelles hanno qui la loro spiegazione, ma non posso sottrarmi alla responsabilità di aiutare la costruzione della pace nel mondo, con l'esempio dell'unificazione di un continente che è stato nei secoli scorsi scenario e protagonista di lotte, di divisioni, e di tragedie a partire dalla Shoa. Se questo disegno fallisse, se venisse meno l'Europa come forza "gentile" (per parafrasare il titolo del bel libro di Tommaso Padoa Schioppa), se vincessero forme di neonazionalismo talora con venature di razzismo, noi avremmo creato le condizioni per nuovi muri e nuovi conflitti.

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L'Europa come forza di pace ha quindi nuove responsabilità. Essa, che ha sperimentato la tragedia dell'ideologia del nemico, è chiamata a svolgere un ruolo nuovo di fronte alle sfide della globalizzazione e del governo democratico del mondo. Dobbiamo prendere atto con coraggio che i 200.000 giovani di Genova hanno posto ai cosiddetti grandi della terra e, dunque anche a me, una domanda di Politica che è rimasta sostanzialmente inevasa. C'è infatti un nuovo muro che divide il mondo. E' il muro delle povertà, delle malattie, delle "guerre canaglie". E' il muro che divide il Nord e il Sud del mondo. Certo molto è stato fatto negli ultimi 40 anni, come ha ricordato nel rapporto 2000 il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, ma rimangono tragiche disuguaglianze. Ed è comunque cresciuta la consapevolezza della intollerabilità di queste disuguaglianze. L'opinione pubblica è oggi fortunatamente più attenta alle sorti del mondo. Non solo all'unificazione economica e finanziaria dei flussi delle merci e delle comunicazioni, ma all'esigenza del governo dell'economia, della diffusione della democrazia e della tutela della persona umana. Come scrive Brzezinski, nonostante la fine delle ideologie totalitarie e la vittoria della cultura democratica, "ancora oggi solo il 22% della popolazione vive in società totalmente libere, il 39% in società parzialmente libere, mentre un altro 39% è governata da sistemi manifestamente antidemocratici" . Questa è la sfida dei prossimi due decenni che l'Europa deve essere in grado di accettare. Se non risponderemo con la politica, l'alternativa sarà la guerra. Sostenere con coraggio e con investimenti le classi dirigenti africane che mostrano sensibilità democratica è una atto di lungimiranza politica. Impedire il commercio delle armi pesanti e leggere con il Sud del Mondo e fermare le "guerre canaglie" è la via per scrivere un futuro di pace. Avviare progetti che rimettano in piedi l'economia di questi paesi come il programma "Everything but arms" (Tutto eccetto le armi), che ha aperto in modo unilaterale i nostri mercati alle produzioni provenienti dai 49 Paesi più poveri del mondo, è indicare la strada dello sviluppo e della pace. In questo quadro è necessario almeno domandarsi in modo sereno e rigoroso se l'investire risorse in grandi progetti militari non tolga importanti aiuti a chi cerca di uscire dal sottosviluppo. L'Europa della pace è inoltre chiamata a fare del Mediterraneo il mare della Pace. Il Mediterraneo deve tornare ad essere il luogo del dialogo delle grandi religioni monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam), rifiutando la violenza dei fondamentalismi. Il Mediterraneo non può essere il Mare della paura, della barriera contro l'Islam, ma il Mare dell'incontro tra persone e culture. Di nuovo questo, senza una politica lungimirante e coraggiosa non avverrà. La paura, quando si sostituisce alla politica, genera inevitabilmente il conflitto. In questa area, dove l'Europa deve essere sempre più presente, c'è oggi il dramma del Medio Oriente e del conflitto israelo/palestinese. Non è questa la sede per valutazioni specifiche. Vorrei fare però un invito al partito della pace, che nonostante tutto è presente in Israele e nei territori palestinesi, a non arrendersi alla guerra. Chi è militarmente più forte deve trovare la saggezza di una proposta di pace coraggiosa, magnanima e capace di accogliere le ragioni dell'altro. Chi non ha la forza delle armi, deve imparare a fare della non violenza la via maestra per rendere visibile la qualità delle sue ragioni e la dignità dei suoi diritti.

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Oggi su 100 vittime di guerra 7 sono soldati e 93 civili di cui 34 bambini. Questo semplice e tragico dato denuncia in un attimo le pesanti contraddizioni della giustificazione della guerra. Peraltro tutti noi sappiamo che le guerre attuali continuano a ferire ed uccidere ben oltre la loro conclusione sancita in armistizi ed accordi. Basti pensare alla tragedia delle mine antiuomo che continuano a colpire a distanza di anni da quando sono state deposte, sfigurando in primo luogo i bambini. In quest'ambito si inserisce la tragedia dei bambini iracheni. Centinaia di migliaia ne sono morti in dieci anni, dopo la conclusione della guerra del 1991, a causa dell'inquinamento ambientale e degli effetti negativi dell'embargo. Ovviamente salvare i bambini non è difendere un regime o un dittatore che debbono essere duramente condannati. Oggi appare sempre più evidente che la pace si costruisce soprattutto con mezzi pacifici. E' questa la grande sfida della politica del futuro. Sta qui la forza dell'Onu e la necessità della sua riforma per essere strumento sempre più incisivo nella politica dei conflitti e nella difesa dei diritti umani. La pace deve diventare un valore a cui tutti gli altri valori devono fare riferimento, perché con la pace e con la lotta pacifica tutto si può guadagnare compresa la nostra stessa umanità che è sempre sfigurata dalla violenza che compiamo. Vorrei dire questo con forza ai giovani che hanno marciato a Genova: la violenza sfigura sempre chi la compie anche per un motivo apparentemente nobile. Questo vale nei grandi conflitti internazionali come in una marcia o in una manifestazione. I violenti finiscono con il determinare tutti le stesse conseguenze e noi non possiamo in alcun modo permettere che si lascino identificare gli operatori di pace con coloro che commettono violenze. Questa cultura della pace interpella quindi i politici che hanno responsabilità di governo ma anche e soprattutto i giovani che cercano un futuro nuovo.

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Nel ringraziare il presidente Cesare Garboli e i membri della giuria del premio Viareggio, vorrei solo spiegare a chi intendo donarlo. C'è in Sierra Leone una delle tante guerre dimenticate, alimentata dal controllo del mercato dei diamanti. Vi combattono 10.000 bambini (25% di soldati) rastrellati nei villaggi, addestrati anche attraverso la droga ad uccidere ed alle azioni più efferate. Sono i bambini soldato, al tempo stesso vittime e carnefici di queste "guerre canaglie". Essi sono in tutto il mondo attualmente più di 300.000. Io intendo donare il premio che stasera ricevo alla Caritas della diocesi di Makeni guidata dal Vescovo Mons. Giorgio Biguzzi. Essa è particolarmente impegnata attraverso centri di accoglienza nella riabilitazione civile di questi bambini segnati nella loro infanzia dal tragico gioco della guerra. 
(questo che pubblichiamo è l'intervento pronunciato ieri da Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea, in occasione della consegna del Premio Internazionale Viareggio)

La Repubblica
28 agosto 2001


INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIULIANO AMATO AL FORUM DELLA COMMISSIONE UE SULLA COESIONE ECONOMICA E SOCIALE.

Caro Presidente, cari amici,

io sono un Primo Ministro che sta per lasciare ma sono un europeo che rimane, e quindi vi espongo le mie idee da entrambi i punti di vista.
L'allargamento in corso dell'Unione Europea è un'occasione storica per restituire all'Europa paesi che erano stati costretti a lasciarla e grazie a cio', per rafforzare lo sviluppo economico di tutti noi e la stabilità di tutta la nostra regione.
Naturalmente l'allargamento, lo sappiamo, è più complesso di altri fenomeni simili che abbiamo avuto in passato: i dodici paesi dell'adesione avevano e continuano in parte ad avere istituzioni diverse, differenze marcate di benessere e di sviluppo.
Il differenziale di benessere e di tasso di sviluppo, ancorchè ridotto in questi anni, è destinato a rimanere a lungo; proprio per questo, l'obiettivo della coesione economica e sociale, che costituisce uno dei pilastri dell'Unione Europea e la relativa politica di coesione, sono destinate a rimanere, con la loro cruciale importanza; senza dimenticare inoltre che l'entrata nell'unione di un gruppo di regioni con un reddito più basso delle regioni già presenti in Europa, non modifica lo stato di arretratezza di queste regioni già esistenti.
La politica di coesione è, dunque, e rimane necessaria, ma sappiamo che ha bisogno di essere in parte riveduta e l'allargamento sarà un 'occasione per farla, per migliorarne la qualità, per adattarla alle nuove condizioni di una unione allargata.
Non si tratta di modifiche interamente nuove, si tratta di modifiche che già in questi anni la politica di coesione sta avendo e che in futuro potranno essere migliorate.
Sappiamo di che cosa si parla: una più chiara divisione di ruoli fra commissioni e altri livelli di governo; più semplicità nelle procedure; più sussidiarietà, con la Commissione che fissa standard ed obiettivi di qualità e con i dettagli lasciati ai paesi e alle regioni; con il superamento dell'attuale divisione in fondi segmentati.
Ripeto, si tratta di obiettivi di cambiamento che già in parte abbiamo realizzato e avviato per il 2000/2006.
Permettetemi di dedicare un minuto centrale a quello che la mia esperienza italiana suggerisce, anche agli altri, come chiave del cambiamento, al di là dei cambiamenti procedurali. La politica di coesione raggiunge i suoi migliori risultati se punta alla qualità degli interventi ed alla qualità dello sviluppo che riesce a realizzare. Guai a noi se pensiamo che le risorse finanziarie di questa politica servano a compensare in modo temporaneo i divari di reddito pro capite che esistono, con semplici trasferimenti o con domanda pubblica a favore delle aree arretrate e periferiche. La politica di coesione deve essere lo strumento per sviluppare il potenziale di produttività che c'è nelle regioni arretrate e che a condizioni date non riesce a essere messo a frutto.
Questa è la sua funzione principale: valorizzare risorse, mettere a frutto patrimoni inutilizzati; per questo va vista come una politica che serve a creare occasioni addizionali di investimento e non a trasferire, con migliori condizioni monetarie, investimenti da una zona all'altra.
Al suo centro percio' devono esserci fattori strutturali, che migliorino il contesto per lo sviluppo delle regioni meno sviluppate: migliorare il grado di concorrenza dei mercati; lavorare sulle reti di comunicazione, materiale e immateriale; i servizi alle imprese; la valorizzazione delle risorse umane, la qualità dell'amministrazione pubblica; l'utilizzazione migliore delle risorse naturali e culturali. In questo senso, è una politica che in buona parte dovrà essere e si potrà soltanto attuare in sede locale, ma per una parte potrà anche avere una componente comunitaria, per gli aspetti che legano tra loro le regioni, reti materiali e immateriali, ricerca, progetti di sicurezza. Una politica cosi' orientata e, su questa premessa, affidata a procedure più semplici e con più sussidiarietà, è una politica sulla quale sarà possibile discutere fra tutti, anche per quanto riguarda la identificazione delle aree eleggibili e la allocazione delle risorse.

Sappiamo che questo è un punto molto delicato nei rapporti fra tutti noi e sappiamo anche quali sono i criteri dei quali si è cominciato a parlare; il primo è: a risorse immutate distribuirle in misura minore per ciascuno dei paesi; oppure, diversificare i valori di soglia tra i vecchi paesi e i nuovi paesi, magari mantenendo l'utilizzo dei fondi di coesione; ovvero modificare per tutti i paesi il metodo di calcolo del valore di soglia del reddito pro capite o ricorrere ad altri criteri; il sotto utilizzo del potenziale delle regioni arretrate; la criticità spaziale di alcune delle regioni arretrate; ovvero, infine, concentrare le risorse nelle regioni che risultano ammissibili applicando gli attuali criteri in tutta Europa e prevedere un phasing out per le altre.

E' evidente che i criteri migliori sono quelli che richiedono maggiore coraggio, io penso che siano gli ultimi che ho ricordato: modificare i metodi di calcolo, prevedere il phasing out, ma per riuscire a raggiungere intese su questi criteri, e ci sarà tempo, sarà necessario che la politica riformata abbia il senso che prima dicevo.
In questi anni verificheremo già le modifiche che abbiamo apportato e sulla base dei risultati di queste verifiche potremo lavorare per migliorare ancora queste politiche, ma dovremo avere insieme il coraggio di mantenere la centralità delle politiche di coesione e di renderne i criteri sempre più adatti allo sviluppo dell'insieme dell'Europa che vogliamo creare.
Il vero nostro tema sarà in questi anni essere tutti all'altezza, non soltanto dei bisogni di ciascuno dei nostri paesi, ma dell'Europa più larga e più forte che vogliamo dare ai nostri figli.

Bruxelles 21 maggio 2001


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