Al congresso del Pse il presidente del Consiglio
propone un comitato di saggi
Amato si schiera con Schröder sul progetto di riforma della Ue
Leonardo Maisano
BERLINO La via all’Europa di Giuliano Amato è forse meno suggestiva della
visionaria costruzione assemblata dal cancelliere tedesco Schröder, né ha la
coraggiosa gestualità dello strappo commesso, un anno fa, proprio a Berlino,
dal ministro degli Esteri Joschka Fischer, ma ha la forza di un progetto a
brevissimo termine, ha la concretezza di una spinta ad agire, ora e subito, con
gli strumenti già a disposizione, per consolidare un disegno comune che il
tempo rischia di rendere incerto. Nel giorno di inaugurazione del vertice del
Partito socialista europeo, dall’aula del senato accademico dell’Università
von Humboldt sulla Unter den Linden, Amato, pronuncia il suo ultimo discorso
sull’Unione — di questa legislatura — da presidente del Consiglio italiano
e forse il primo da futuro traghettatore della Ue verso nuovi assetti, verso
nuovi equilibri fra Europa ed europei.
Senza indugiare sui ricami istituzionali tracciati da Schroeder, il presidente
del Consiglio si limita a ricordare che il progetto del Cancelliere trova ampi
consensi in Italia, ma poi gira il suo intervento sul rapporto fra l’Europa e
i suoi cittadini. «Nel mio Paese — dice — il mercato comune europeo diede
un forte contributo allo sviluppo; in Germania accadde qualcosa di simile.
Successivamente lo Sme fu per lungo tempo soluzione efficace all’instabilità
monetaria. Ora le cose sono cambiate. A differenza di allora l’Unione non è
più percepita come promessa di qualcosa in più, ma come rischio di qualcosa in
meno. I costi della "non Europa" in passato erano alti, oggi molti
cittadini cominciano a credere che i costi dell’Europa siano eccessivi».
Paradossalmente, sottolinea Amato, c’è «più bisogno di Europa, mentre cala
la domanda di Europa». Per frenare gli appelli alle nazioni, per contenere la
spinta centrifuga, la Ue deve cambiare. Come? Amato è favorevole all’avvio di
un processo costituzionale che dia ai cittadini opzioni e scelte chiare, ma
invoca l’uso immediato dello strumento forse più importante messo a punto a
Nizza: le cooperazioni rafforzate. Che un’avanguardia apra pure la via agli
altri. Sta già accadendo — dice in sostanza Amato — nella lotta
all’immigrazione dove Paesi singoli non potranno mai essere in controllo dei
flussi dalle aree più povere del mondo.
Se le cooperazioni rafforzate sono dunque la via per consentire di quadrare, da
subito, il cerchio fra l’imminente allargamento dell’Unione e la contestuale
urgenza di approfondire l’integrazione, un altro elemento è altrettanto
indispensabile: flessibilità. «Più Europa — insiste Amato — vuole anche
dire meno Europa. Significa cioè che l’Unione deve fare con più efficacia
meno cose». Riemerge la sussidiarietà, ma anche un poco di deregulation quando
il capo del Governo invoca, citando il caso polacco come esemplificazione di
molti Paesi in attesa di aderire all’Ue, un approccio più flessibile nella
ripartizione dei finanziamenti fra quelli destinati all’agricoltura e i fondi
da distribuire nel quadro strutturale. Come dire: alla fine quel che conta è
l’impegno globale, non tanto la ripartizione fra i capitoli di spesa. E questa
per Bruxelles più che una riforma è una rivoluzione.
Infine il "processo costituzionale" che dovrà portare alle riforme
della Conferenza intergovernativa del 2004. Nel ribadire l’esigenza di una
Carta costituzionale che semplifichi i Trattati che dia obiettivi e programmi
chiari all’Unione, che avvicini l’Europa ai cittadini, sollecita una riforma
del metodo della Cig che vada oltre i dibattiti entro i confini dei singoli
Paesi della Ue per assumere caratteristiche transnazionali. Il coordinamento
delle iniziative di ciascun partner andrebbe affidato a un comitato di saggi con
personalità di tutta Europa. Amato non lo dice, ma quello, oltre all’ingresso
nella presidenza del Partito socialista europeo che sarà sancita oggi, potrebbe
essere il suo destino nella comunità. Se lo augura anche il Cancelliere Schröder
che prima per bocca del suo consigliere diplomatico Michael Steiner e poi
personalmente plaude alle proposte di Amato. Un progetto che vede,
evidentemente, incrociare la silhouette di quell’Europa federale che lui
stesso ha recentemente tracciato.
È sobrio il cancelliere, e con lui anche il premier francese Jospin, sulle
elezioni italiane: si limita a un caloroso augurio al Centro-sinistra
rappresentato al vertice del Pse da Veltroni e Boselli oltre allo stesso Amato.
I leader di Berlino e Parigi evitano le domande sull’euroaffidabilità del
Centro-destra italiano, aggirano le camarille romane e si concentrano su quelle
della tribolata casa socialista.
«Fra noi — ammette Jospin — ci sono grandi diversità, ma il Pse saprà
elaborare posizioni comuni». La più difficile sarà quella sul "processo
costituzionale" europeo evocato da Schröder e Amato e osteggiato dal
blocco nordico. Lo scetticismo inglese, danese, svedese taglia i Parlamenti
nazionali da destra a sinistra e oggi, alla chiusura dei lavori del vertice
socialista, nella risoluzione finale si dovrà trovare un acrobatico compromesso
per dischiudere la porta stando ben attenti a non aprirla troppo.
Il Sole 24Ore
Martedì 8 Maggio 2001
Sì, voglio una Costituzione per l'Europa federale
Jürgen Habermas con Giancarlo Bosetti
“Sono d’accordo con Joschka Fischer, il disegno dell’Europa federale è
l’unico realistico”. Jürgen Habermas, il filosofo della triade “morale,
politica, diritto” è un forte sostenitore dei kantiani ordinamenti
sovranazionali, ma anche del modello di vita europeo. Due anni fa propugnava, in
un articolo, la Carta europea dei diritti. Adesso che la Carta è stata
approvata dal vertice europeo - spiega in questa intervista a “Caffè
Europa” - vuole la Costituzione, una vera Costituzione. E dove c’è
Costituzione c’è Stato, cosa sulla quale non tutti sono d’accordo, come si
è visto dalle conclusioni non prorompenti di Nizza.
Ma andiamo per ordine e sentiamolo poco prima della sua partenza da Starnberg
per Roma, dove parteciperà, venerdì e sabato, al convegno della Fondazione
Basso su “Sfera pubblica e Costituzione europea”.
Il titolo del suo intervento all’incontro di Roma, professor Habermas, è
“Perché l’Europa ha bisogno di una Costituzione”, senza dubbi e punti di
domanda. Poco più di un anno fa, in un articolo pubblicato su “Reset” lei
aveva dubbi, parlava di passi preliminari. Ha cambiato opinione?
A quell’epoca parlai di una ‘Carta’; ma questo termine, ormai, per la
Carta europea dei diritti fondamentali si è logorato. Tuttavia, sia che
parliamo di “contratto costituzionale”, di “legge fondamentale” o
semplicemente di “Costituzione”, quel che si intende è sempre lo stesso
passaggio: l’Unione Europea non deve più sussistere soltanto sulla base dei
trattati internazionali, bensì concepire se stessa come un ordine politico che
i cittadini dell’Europa si diano da se stessi. A tale scopo è necessario un
referendum - da svolgersi in tutta Europa - sulla questione della Costituzione
europea, la cui prima parte io considero corrisponda a quei diritti fondamentali
che sono stati appena proclamati a Nizza.
Ma a proposito di Nizza, qual è il suo giudizio sui risultati del vertice?
Siamo più vicini o più lontani da una Costituzione europea?
Se si osserva il vertice di Nizza da questa prospettiva, sono stati raggiunti
tre risultati: in primo luogo, l’allargamento dell’Unione ad est, di cui ora
si sono fissati i termini temporali, ci avvicina allo scopo di una definizione
definitiva delle frontiere dell’Unione stessa. In secondo luogo, si è trovato
l’accordo sul “principio della flessibilità”: ciò significa che, in
un’Europa allargata, si potrà costituire un nucleo di Paesi membri, che
potranno fare più strettamente causa comune allo scopo di perseguire
determinati scopi in importanti ambiti politici. Ed infine tutto
l’accapigliarsi intorno alla questione della ponderazione dei voti e delle
decisioni a maggioranza ha mostrato chiaramente a tutti i partecipanti che,
nella prossima conferenza del 2004, si dovrà regolamentare in maniera generale
la ripartizione delle competenze tra i diversi livelli politici - cioè tra
l’Unione, gli Stati membri, le Regioni o i Länder.. Questa è la questione
centrale che riguarda la parte organizzativa di una futura costituzione. Siamo
dunque già sulla strada di trasformare l’Unione Europea dei trattati in
un’Unione Europea legittimata da una Costituzione.
Intanto abbiamo comunque la “Carta dei diritti” approvata a Nizza. Come la
giudica?
Questo documento è l’espressione agguerrita, ben riuscita, di una
autocomprensione normativa di noi stessi, della quale noi europei dobbiamo
essere orgogliosi. Un esempio di questo è l’articolo 3. Le determinazioni
prese riguardo alla bioetica ed alla clonazione umana rispondono con giuste
autolimitazioni etiche alle nuove possibilità di manipolazione, aperte dalla
biologia e dalle biotecnologie. Inoltre, la carta dei diritti fondamentali ha un
contenuto sociale più forte che non i trattati finora in vigore. E questo,
sebbene i diritti fondamentali per il momento siano stati soltanto
“proclamati”, non mancherà di esercitare i suoi effetti anche sulla
giurisdizione della Corte Europea di Giustizia, la quale finora si è orientata
in misura crescente verso i diritti di libertà economica.
Nella discussione di questi mesi Joschka Fischer, con il discorso alla Università
Von Humboldt a Berlino, ha messo sul terreno una posizione chiara: un compiuto
disegno federale per l’Europa. Ma questo progetto è stato combattuto da parti
diverse, dalla Francia (Chirac, l’ex ministro Chevènement e tanti altri) in
nome dello stato nazionale e dalla Gran Bretagna (Blair, Giddens) nel nome di
una visione cosmopolitica che rifiuta le burocrazie sopranazionali.
Io condivido l’opinione di Fischer, poiché è la sola opinione realistica.
Una Federazione Europea, che non consista solo di Stati, ma che assuma essa
stessa alcune caratteristiche di uno Stato - che, ad esempio, mediante una
propria riscossione delle imposte, diventi finanziariamente autonoma - è una
conseguenza dell’unione economica, voluta a livello politico ed ormai
completata. Dopo la rinuncia alla sovranità monetaria e l’istituzione di un
mercato comune, gli Stati membri europei possono rinunciare ad una loro
ulteriore unione politica solo se vogliono votarsi a lungo termine al paradigma
neoliberista del regime economico che oggi regna in tutto il mondo. Oggi
osserviamo l’abdicazione della politica nei confronti degli imperativi di
un’economia transnazionale lasciata libera di fare il suo corso. Ma questo è
il risultato di decisioni politiche, e dunque non si tratta di un processo che
non possa essere capovolto. Fino a questo momento, la politica gestita
democraticamente è l’unico mezzo per ottenere un’azione consapevole da
parte dei cittadini nei confronti del loro destino collettivo.
Anthony Giddens, in un saggio e in una intervista a “Caffè Europa” ha
criticato Fischer in modo molto netto e con toni definitivi: “L’Europa non
è e non sarà mai uno Stato”. Come reagisce a questo giudizio?
Dicendo che quella cosa, in conclusione, dipenderà dal fatto che i popoli
d’Europa lo vogliano o meno.
Ma come può l’Unione europea andare avanti, “approfondirsi”, senza il
consenso della Gran Bretagna?
Fino ad oggi, l’Unione Europea è stata portata avanti soprattutto sulla base
di interessi economici. Questi interessi, oggi, continuano ad essere
determinanti solo per i paesi dell’est o dell’Europa centrale, candidati
all’ingresso nell’Unione. Il deludente risultato del vertice di Nizza
rispecchia le riserve che regnano negli altri paesi europei. Stiamo di fronte a
quella soglia che separa una volontà politica da interessi puramente economici.
E allora, come procedere oltre?
Una volontà politica non può costituirsi se manca una prospettiva chiara.
Chiedo: i cittadini d’Europa condividono davvero il modello umano
neoliberista, in base al quale ogni persona deve diventare al tempo stesso
imprenditore e sfruttatore della propria forza lavoro? Perché è questo che sta
dietro alla politica sociale che si presenta come “investimento sul capitale
umano”. Vogliono davvero, i cittadini europei, una società in cui la
maggioranza debba chiudere gli occhi di fronte a stridenti disuguaglianze
sociali ed a minoranze marginalizzate? Se è così, devono sapere però che
questa è la conseguenza di una concezione della giustizia altamente selettiva,
che si esaurisce nelle “pari opportunità”. Gli europei vogliono davvero un
futuro in cui la democrazia diventi soltanto una facciata, e dove lo Stato si
specializzi nella garanzia delle libertà del mercato, e la politica nella
creazione di condizioni favorevoli per la libera concorrenza?
Quindi lei difende il modello sociale europeo contro quello angloamericano?
Queste sottolineature polemiche servono qui soltanto a rendere più chiaro il
fatto che gli europei non hanno solo da difendere una posizione, bensì una
Lebensform, una forma, uno stile di vita. Per questa ragione essi dovrebbero
essere interessati al fatto di poter parlare con un’unica voce, per riuscire a
farsi ascoltare nel consesso internazionale.
Quando lei parla di federalismo ha in mente il modello americano, di Madison,
Jay e Hamilton? O una versione sostanzialmente diversa della cosa?
L’Europa potrà essere soltanto uno stato di nazionalità nel quale anche le
più piccole nazioni manterranno il loro orgoglio e la loro identità e potranno
dunque far valere la loro lingua e la loro cultura. Tutto ciò si manifesterà
diversamente che negli Stati Uniti. In Europa per esempio un Senato - o una
seconda Camera, che scaturisca dagli sviluppi dell’attuale consiglio dei
ministri - avrà una posizione più forte di quella che ha in America.
E’ in condizione l’Europa di avere una Costituzione, nel senso di qualcosa
di più impegnativo di una pura carta di principi, di qualcosa di più di un
documento di intenzioni politiche? L’Europa è una comunità che possiamo
considerare come una “Öffentlichkeit”, come la chiama lei, vale a dire una
“sfera pubblica”? Esiste insomma una opinone pubblica europea, c’è un
discorso pubblico europeo?
Bisogna chiedersi all’opposto: una comunità politicamente costituita che
compensi il deficit democratico delle autorità di Bruxelles e che ne
ridefinisca anche ufficialmente il peso politico non contribuirebbe forse alla
costruzione di un sistema europeo dei partiti e di una società civile europea?
e nello stesso tempo anche di una sfera pubblica europea e di una cultura
politica comune? Bisogna immaginare il costituirsi di uno Stato e di una società
come un processo circolare. Di una opinione pubblica europea si può parlare
nella misura in cui le arene nazionali si aprono l’una verso l’altra.
Nonostante le concentrazioni economiche il sistema dei mass-media resta molto
nazionale
Non abbiamo bisogno di media europei, ma di media che nel proprio paese facciano
presenti le discussioni che avvengono negli altri paesi. Di questo è stata un
esempio la copertura di Nizza che nei giorni scorsi è stata data da La
Repubblica, Le Monde, dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung o da El Pais. Un
servizio informativo di questo genere dovrebbe continuamente preoccuparsi che i
cittadini di diverse nazioni si interessino nello stesso tempo degli stessi temi
e che si possano formare una opinione sulle stesse questioni controverse. Se
c’è una tale apertura e una tale convergenza dei discorsi nazionali il filtro
della traduzione tra l’uno e l’altro non è un ostacolo.
Al momento l’idea di una Europa politica è consapevolmente condivisa da una
parte delle élites, specialmente in alcuni paesi. Ma può l’Europa essere
costruita da una minoranza?
Gli intellettuali hanno fin qui ampiamente lasciato la questione europea ai
politici. Essi potevano giocare un ruolo positivo, antielitario allo scopo di
stimolare una più larga discussione. Potevano intraprendere iniziative che
mettessero in moto la costruzione democratica di una volontà sulle cose
europee, al di là del populismo di Haider o di Stoiber.
Dopo l’unificazione la Germania è diventata molto più grande degli altri
grandi dell’Unione, in popolazione e reddito lordo. Si è parlato della
rivendicazione di un numero di consiglieri maggiore degli altri. Quale sarà il
ruolo del suo paese nel continente, verso Est e verso Ovest?
Penso che Schroeder abbia reagito nella maniera giusta ai timori di Chirac. La
Germania non doveva avere alcuna aspirazione ad uno speciale ruolo guida in
Europa e neppure doveva avvalorare i timori che noi tedeschi potessimo avere
simili aspirazioni. La tradizione della vecchia Bundesrepublik è ancora
abbastanza forte per immunizzare la Repubblica di Berlino da false tentazioni.
Quella che io mi auguro è una Germania cooperativa in una Europa che cresce
insieme.
da "Caffè Europa"
14.12.2000
Intervento del Presidente della Commissione Europea Romano Prodi
al Parlamento Europeo sul Vertice di Nizza
Signora Presidente del Parlamento, signor presidente del Consiglio, signore e signori parlamentari, il Consiglio europeo del dicembre 2000 sarà ricordato come un Consiglio particolarmente lungo e complesso: era destino, dato l'ordine del giorno, e così è stato.
A Nizza si sono prese buone decisioni, alcune delle quali attese da tempo. E' stata solennemente proclamata la Carta dei diritti fondamentali. Personalmente non nutro alcun dubbio sul carattere fondante di questo testo e a quanti lo trovano troppo debole - e so che ce ne sono molti anche fra voi - io vorrei ricordare che è stato redatto e concepito con rigore proprio per diventare norma giuridica.
Parlamento e Commissione hanno già fatto sapere che, per quanto li riguarda, intendono applicare integralmente questa Carta. I primi lavori per la creazione di una civiltà europea risalgono, onorevoli parlamentari, a trent'anni fa. Si tratta di uno strumento giuridico di evidente utilità che i nostri operatori reclamavano con insistenza e che è mancato nel momento delle grandi ristrutturazioni di imprese cui abbiamo recentemente assistito. Ormai, fortunatamente, non ci sono più ostacoli a una sua rapida realizzazione.
Per quanto riguarda l'ampliamento, è stata approvata la strategia proposta dalla Commissione. E' stata inoltra adottata l'Agenda sociale, frutto di una produttiva collaborazione con la Presidenza, come è stato qui ricordato.
Le proposte della Commissione in materia di sicurezza marittima e sulla creazione dell'Agenzia di sicurezza alimentare hanno riscosso un forte consenso, così come le decisioni in favore delle nostre sette regioni ultraperiferiche.
Questi sono alcuni degli argomenti sottoposti all'esame dei capi di Stato e di governo. Ne citerò un altro, un'innovazione che, lo sento, non sarà priva di importanza in quanto a Nizza si è discusso anche dell'organizzazione stessa dei vertici, della loro pesantezza, della loro complessità e del loro carattere itinerante, e il Consiglio europeo ha preso la saggia decisione di portarli tutti, in modo progressivo, a Bruxelles. Ciò accentuerà ulteriormente per la città il carattere di capitale d'Europa e, dopo i Vertici programmati, un Vertice su due si terrà a Bruxelles. A partire dal momento in cui l'Unione europea conterà diciotto membri, la decisione si applicherà a tutti i Vertici. Io credo sinceramente che questa forte iniziativa del Presidente Chirac meriti il nostro plauso.
Veniamo ora alla Conferenza intergovernativa e al Trattato di Nizza. Permettetemi innanzitutto di sottolineare fino a che punto io sono grato a Michel Barnier per il lavoro svolto.
E' un lavoro svolto, come il mio ma anche più del mio, in concertazione con il Parlamento, in particolare con Giorgio Napolitano e la sua commissione, con i due relatori, Leinen e Dimitrakopoulos, e naturalmente con gli onorevoli Brok e Tsatsos, il cui impegno è stato assolutamente totale. Infine, signora Presidente, la chiarezza dei suoi interventi ai Consigli è stata davvero esemplare.
Come ricorderà, signora Presidente, l'ultima volta che ho parlato davanti a questa Assemblea, subito prima del Vertice, dissi che avevamo bisogno di un trattato che ci desse un effettivo valore aggiunto. In particolare, promisi di ripresentarmi al Parlamento con una valutazione sincera dei risultati raggiunti. Nel suo intervento all'apertura del Vertice, inoltre, lei ha detto che il Parlamento avrebbe giudicato il successo di Nizza non solo in termini di quantità ma anche in termini di qualità.
Ci vorrà qualche tempo per valutare con precisione e a fondo i progressi fatti a Nizza, ma nella fase attuale possiamo già presentare qualche considerazione: la prima riguarda l'estensione della maggioranza qualificata. Si tratta di un progresso quantitativamente importante, dato che una trentina di nuovi capitoli ricadranno sotto questo tipo di decisione, che così diventa sempre più la norma generale del Consiglio, cosa che non è da trascurare. Qualitativamente questo è un altro discorso. Nei settori delicati della coesione, delle norme fiscali, della legislazione sociale i progressi sono stati scarsi o nulli.
In questi campi, infatti, la Conferenza si è scontrata con l'intransigenza di alcuni Stati membri. A questo proposito io provo un profondo senso di delusione, non solo per le conseguenze a breve termine ma per lo spirito di chiusura, di incomprensione che da questo atteggiamento emerge. Chi vede l'Europa come una semplice camera di compensazione da cui attingere quando è necessario e da cui allontanarsi quando non è possibile attingere o quando già si è molto ottenuto, compie non solo un errore di analisi storica ma un delitto di fronte alle nuove generazioni. Essi hanno il diritto di aver ben di più dall'Europa.
In questo contesto chiuso, di mancate concessioni reciproche, si debbono comunque rilevare i leggeri progressi in materia di giustizia e affari interni. Si tratta essenzialmente di progressi rinviati al 2004. Tuttavia non li sottovalutiamo. Evidentemente, però, l'accelerazione della nuova grande politica in materia di affari giudiziari e di criminalità transfrontaliera, decisa a Tampere, è rimessa in questione e la tabella di marcia di Tampere comincerà ad accusare dei ritardi. Mi auguro che tali ritardi non saranno imputati né al Parlamento né alla Commissione.
Infine, vorrei esprimere qui la mia riconoscenza al Presidente Chirac e al Primo ministro Jospin per averci permesso di sbarazzarci delle principali ambiguità della gestione della nostra politica commerciale. Si è trovato un buon equilibrio tra le legittime preoccupazioni relative in particolare alla diversità culturale e l'efficacia della nostra forza negoziale nei confronti dei nostri partner commerciali.
Un altro motivo di soddisfazione dev'essere il risultato ottenuto rispetto alle cooperazioni rafforzate. Onorevoli parlamentari, io credo che noi disponiamo ormai di uno strumento essenziale per l'Unione ampliata. La Commissione se ne servirà, sempre svolgendo sino in fondo il suo ruolo di garante: da un lato, se ne servirà per permettere la realizzazione di nuovi grandi obiettivi da parte dei paesi desiderosi di mettere insieme maggiormente i propri destini e, dall'altro, garantendo tutti contro il rischio della frammentazione che potrebbe scaturire da un proliferare incontrollato di cooperazioni rafforzate.
Per quanto riguarda le stesse Istituzioni, vorrei dire tre cose. Rispetto alla Commissione vi sono stati cambiamenti profondi e radicali. La Commissione potrà crescere fino a ventisei membri, e poi si produrranno le trasformazioni necessarie e da molti auspicate. Contemporaneamente sono state, tuttavia, messe in modo importanti riforme dei suoi modelli organizzativi. Il Presidente sarà designato a maggioranza e non all'unanimità e avrà, dopo il voto della Commissione, i poteri di dimettere un Commissario e di decidere con grande livello di autonomia riguardo ai modellli organizzativi della Commissione stessa, come l'attribuzione di portafogli e la nomina dei Vicepresidenti.
Il Parlamento ottiene soprattutto lo statuto dei partiti politici europei. La Commissione ha difeso - purtroppo senza successo, ma il discorso non è chiuso - le nostre comuni preoccupazioni sulla protezione degli interessi finanziari dell'Unione attraverso la proposta della creazione di un procuratore. E' molto preoccupante, tuttavia, che il numero dei membri del Parlamento sia servito in sostanza come variabile di compensazione per gli equilibri del Consiglio. Su questi problemi e su altri ad essi connessi, converrà dedicare molta più attenzione in futuro, passando da un ruolo di difesa ad un ruolo più profondamente propositivo.
Infine, quella sulla ponderazione dei voti in Consiglio è stata la discussione e la decisione più difficile. Questo era inevitabile, data l'impostazione che si è adottata, ma il risultato è, a maggior ragione, deludente: da una parte, perché finisce perrendere più difficile il raggiungimento della maggioranza qualificata e quindi più facile il blocco, mentre in un'Unione che si allarga la logica richiedeva l'esatto contrario; dall'altra, perché il processo decisionale è diventato ancora più complesso e quindi agli antipodi della legittimità e della trasparenza che i cittadini chiedono.
Per dare questa risposta ai cittadini avevamo chiesto la doppia maggioranza, unico strumento oggettivo, comprensibile e largamente condiviso da piccoli e grandi paesi.
Dobbiamo qui rendere un particolare omaggio al Primo ministro belga Guy Verhofstadt che si è battuto fino in fondo per una più equa presenza degli Stati candidati all'adesione e per rendere meno irragionevole, anche se ancora troppo elevata, la soglia della maggioranza qualificata. In tal modo egli ha confermato il grande ruolo storico del Belgio nell'Unione europea.
Signora Presidente, onorevoli parlamentari, dobbiamo riconoscere che la laboriosa conclusione del Vertice di Nizza è stata di per se stessa un successo. Bisognava farcela, e con gli sforzi della Presidenza che l'abbiamo fatta. Non ci sono avanzi, non ci sono leftover lasciati sul tavolo di Nizza. Ormai dobbiamo con realismo operare perché il trattato sia ratificato il più presto possibile. Potremo con questo passare ad accogliere i nuovi membri, conformemente alle conclusioni di Helsinki.
Dobbiamo procedere con determinazione in quella direzione.
Onorevoli parlamentari, il Vertice di Nizza - come ha fatto notare il Presidente Chirac - è parso caratterizzarsi per la difesa da parte di molti dei loro interessi immediati a scapito della visione di lungo termine. Questo Vertice prevede tuttavia una dichiarazione sul futuro dell'Unione che mi induce all'ottimismo. La Commissione sa quanto sia importante impegnarsi a verificare una più precisa divisione delle competenze tra l'Unione europea e gli Stati membri. Incorporare nel Trattato la Carta dei diritti fondamentali, semplificare l'organizzazione dei Trattati e interrogarsi sul ruolo delle nostre Istituzioni: una riflessione vasta, aperta e profonda che deve associare i governi, i parlamenti e i cittadini degli attuali Stati membri e dei paesi candidati, dimostrando il dinamismo di un'Europa sempre in costruzione; una riflessione necessaria, perché l'esperienza di Nizza dimostra che il modo attuale di rivedere i Trattati non è più adeguato.
Come la stessa struttura della Comunità, così il processo organizzativo utilizzato per produrre cambiamenti istituzionali è sotto sforzo ed esige cambiamenti. La Commissione presenterà proposte per migliorare l'andamento di questo processo, e io conto sulla vostra partecipazione e sul vostro sostegno.
Signora Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli parlamentari, signore e signori, dopo queste mie prime e incomplete analisi, che ho cercato di svolgere in modo appassionato e oggettivo, non dobbiamo perdere di vista che l'obiettivo finale del Vertice di Nizza era e resta l'unificazione dell'Europa. Il nuovo millennio ci ha offerto un'occasione senza precedenti per riunire i paesi del nostro continente in una grande area di pace, di stabilità e di sviluppo. Nizza è un passo in questa direzione: un passo più corto di quello che avremmo voluto e potuto realizzare, ma la direzione è giusta. Per questo io vi chiedo di sostenerlo.
Commissione Europea
12/12/2000
prosegue dalla pagina precedente
CAPO VI
GIUSTIZIA
Articolo 47
Diritto a un ricorso
effettivo e a un
giudice imparziale
Ogni individuo i cui
diritti e le cui
libertà garantiti dal
diritto dell'Unione
siano stati violati ha
diritto a un ricorso
effettivo dinanzi a un
giudice, nel rispetto
delle condizioni
previste nel presente
articolo.
Ogni individuo ha
diritto a che la sua
causa sia esaminata
equamente,
pubblicamente e entro
un termine ragionevole
da un giudice
indipendente e
imparziale,
precostituito per
legge. Ogni individuo
ha la facoltà di
farsi consigliare,
difendere e
rappresentare.
A coloro che non
dispongono di mezzi
sufficienti è
concesso il patrocinio
a spese dello Stato
qualora ciò sia
necessario per
assicurare un accesso
effettivo alla
giustizia.
Articolo 48
Presunzione di
innocenza e diritti
della difesa
1. Ogni imputato è
considerato innocente
fino a quando la sua
colpevolezza non sia
stata legalmente
provata.
2. Il rispetto dei
diritti della difesa
è garantito ad ogni
imputato.
Articolo 49
Principi della
legalità e della
proporzionalità dei
reati e delle pene
1. Nessuno può essere
condannato per
un'azione o
un'omissione che, al
momento in cui è
stata commessa, non
costituiva reato
secondo il diritto
interno o il diritto
internazionale.
Parimenti, non può
essere inflitta una
pena più grave di
quella applicabile al
momento in cui il
reato è stato
commesso. Se,
successivamente alla
commissione del reato,
la legge prevede
l'applicazione di una
pena più lieve,
occorre applicare
quest'ultima.
2. Il presente
articolo non osta al
giudizio e alla
condanna di una
persona colpevole di
un'azione o di
un'omissione che, al
momento in cui è
stata commessa,
costituiva un crimine
secondo i principi
generali riconosciuti
da tutte le nazioni.
3. Le pene inflitte
non devono essere
sproporzionate
rispetto al reato.
Articolo 50
Diritto di non essere
giudicato o punito due
volte per lo stesso
reato
Nessuno può essere
perseguito o
condannato per un
reato per il quale è
già stato assolto o
condannato nell'Unione
a seguito di una
sentenza penale
definitiva
conformemente alla
legge.
CAPO VII
DISPOSIZIONI GENERALI
Articolo 51
Ambito di applicazione
1. Le disposizioni
della presente Carta
si applicano alle
istituzioni e agli
organi dell'Unione nel
rispetto del principio
di sussidiarietà come
pure agli Stati membri
esclusivamente
nell'attuazione del
diritto dell'Unione.
Pertanto, i suddetti
soggetti rispettano i
diritti, osservano i
principi e ne
promuovono
l'applicazione secondo
le rispettive
competenze.
2. La presente Carta
non introduce
competenze nuove o
compiti nuovi per la
Comunità e per
l'Unione, né modifica
le competenze e i
compiti definiti dai
trattati.
Articolo 52
Portata dei diritti
garantiti
1. Eventuali
limitazioni
all'esercizio dei
diritti e delle
libertà riconosciuti
dalla presente Carta
devono essere previste
dalla legge e
rispettare il
contenuto essenziale
di detti diritti e
libertà. Nel rispetto
del principio di
proporzionalità,
possono essere
apportate limitazioni
solo laddove siano
necessarie e
rispondano
effettivamente a
finalità di interesse
generale riconosciute
dall'Unione o
all'esigenza di
proteggere i diritti e
le libertà altrui.
2. I diritti
riconosciuti dalla
presente Carta che
trovano fondamento nei
trattati comunitari o
nel trattato
sull'Unione europea si
esercitano alle
condizioni e nei
limiti definiti dai
trattati stessi.
3. Laddove la presente
Carta contenga diritti
corrispondenti a
quelli garantiti dalla
convenzione europea
per la salvaguardia
dei diritti dell'uomo
e delle libertà
fondamentali, il
significato e la
portata degli stessi
sono uguali a quelli
conferiti dalla
suddetta convenzione.
La presente
disposizione non osta
al diritto dell'Unione
di concedere una
protezione più
estesa.
Articolo 53
Livello di protezione
Nessuna disposizione
della presente Carta
deve essere
interpretata come
limitativa o lesiva
dei diritti dell'uomo
e delle libertà
fondamentali
riconosciuti, nel
rispettivo ambito di
applicazione, dal
diritto dell'Unione,
dal diritto
internazionale, dalle
convenzioni
internazionali delle
quali l'Unione, la
Comunità o tutti gli
Stati membri sono
parti contraenti, in
particolare la
convenzione europea
per la salvaguardia
dei diritti dell'uomo
e delle libertà
fondamentali, e dalle
costituzioni degli
Stati membri.
Articolo 54
Divieto dell'abuso di
diritto
Nessuna disposizione
della presente Carta
deve essere
interpretata nel senso
di comportare il
diritto di esercitare
un'attività o
compiere un atto che
miri alla distruzione
dei diritti o delle
libertà riconosciuti
nella presente Carta o
di imporre a tali
diritti e libertà
limitazioni più ampie
di quelle previste
dalla presente Carta.
Approvata
dalla
Convenzione
Parlamento Europeo
2/10/2000