Il vertice di Nizza: è in gioco il futuro dell'Europa

In tre giorni, dal 7 al 9 dicembre, l'Europa si gioca il suo futuro. Il vertice di Nizza - probabilmente il più difficile e incerto nella storia della costruzione europea - dirà infatti che tipo di Europa sarà quella del ventunesimo secolo, se sarà in grado di darsi una vera anima politica e i nuovi strumenti necessari per affrontare le grandi sfide globali. Da giovedì a sabato (con probabili "fuori programma" domenica), i leader europei dovranno dimostrare di essere in grado di rinunciare a una parte degli interessi nazionali in favore di quelli europei e di individuare, così, quel punto di equilibrio sulle riforme istituzionali capace di dare efficienza e flessibilità ad un'Europa più grande ed allargata ai Paesi dell'Est e del Mediterraneo. Dalla Bulgaria alla Repubblica Ceca, dalla Lettonia a Malta, alla Romania, alla Turchia, a Cipro, sono in tutto tredici i Paesi che hanno chiesto ufficialmente di entrare a far parte dell'Unione.

UN'EUROPA "GIGANTE" - Una sfida difficile, che dovrebbe portare l'Europa a diventare un "gigante" di 27 Stati membri (28 quando anche la Turchia supererà tutti gli "esami"). E questo entro il 2004. Se i capi di Stato riusciranno in questa impresa, Nizza sarà ricordata come la Maastricht del 2000, come il vertice da cui è partito un nuovo grande capitolo dell'Europa politica. Comprensibile che in una vigilia tanto delicata, il presidente della Commissione europea Romano Prodi mostri una certa preoccupazione e non un più diplomatico buonumore di "facciata. "Sono preoccupato, certo - ha confessato Prodi in un'intervista al Corriere della Sera - ma non pessimista. Il vertice sarà molto complicato perché esige la composizione di numerosi interessi tra loro divergenti. Io stesso sono stato il primo a suonare l'allarme sui rischi di un possibile fallimento. Ma non dobbiamo fasciarci la testa prima di essercela rotta".

DI FRONTE A UN BIVIO - Certo è che l'Europa è consapevole di trovarsi di fronte ad un bivio, come testimoniano i continui richiami di tutti i leader alla necessità che Nizza sia un "successo". La posta in gioco è, d'altra parte, altissima. E non riguarda soltanto i futuri profili istituzionali europei. Si tratta di individuare nuovi equilibri fra i membri europei, i nuovi rapporti di forza. Non è un caso che la Germania chieda ora, "digerita" la riunificazione, un maggior peso decisionale, forte dei suoi "venti milioni di cittadini in più rispetto ai maggiori Paesi europei". La Francia, tanto per fare un altro esempio, cerca di difendere "con i denti" la sua passata "grandeur". E poi c'è l'Italia, con i suoi eterni problemi e debolezze politiche, che certo non può permettersi di "contare meno" di Francia, Germania o Gran Bretagna. Dietro il difficile gergo europeo - che parla di cooperazioni rafforzate, voto a maggioranza qualificata, nuova ponderazione del voto, composizione della futura commissione con 27 o 28 membri - insomma, si nascondono negoziati feroci, trattative estenuanti che andranno avanti fino a decidere il peso, il potere e il futuro di ogni singolo Paese all'interno delle istituzioni europee nei prossimi venti o trent'anni.

I CITTADINI - E poi c'è l'Europa dei cittadini. Quali diritti, quali doveri avranno in futuro gli abitanti di un'entità composita, quale sarà la futura Unione? La Carta dei diritti fondamentali, già approvata dal Parlamento europeo, potrebbe essere una risposta. A Nizza si dovrebbe discutere la possibilità di inserirla a preambolo di un testo che dovrebbe diventare l'ossatura di una Costituzione europea. Ma non c'è, su questo aspetto tanto essenziale per i cittadini, unicità di intenti tra i leader europei. L'"anima sociale", ovvero quanto il cittadino potrà chiedere (e dare) all'Europa in tema di lavoro, informazione, studio, salute, rimane un tema spinoso, perché coinvolge i singoli ordinamenti giuridico-sociali dei Paesi membri. Ma, come sostiene Pietro Ichino, "se a Nizza l'accordo (sulla Carta) non venisse raggiunto, questo confermerebbe la natura prevalentemente mercantilistica dell'Unione e una sua irriducibile frigidità sul piano sociale". Come dire che un'Europa, per quanto grande, che fondasse la sua ragione di esistere solo sugli interessi economici non avrebbe un grande futuro. O forse non l'avrebbe affatto.

Paolo Salom

Corriere della Sera
7.12.2000


QUELLA CARTA DI NIZZA

di PIETRO ICHINO


E’ molto diffusa l’idea che l’Unione europea sia nata - e troppo a lungo rimasta - priva di un’«anima sociale»: la Comunità sarebbe stata costituita e si sarebbe sviluppata soltanto nell’interesse di mercanti, industriali e banchieri, senza saper fare intimamente propri i principi della protezione del lavoro e della solidarietà sociale. Se dunque a Nizza nei giorni prossimi i governi degli Stati membri raggiungeranno l’accordo unanime necessario perché la Carta dei diritti fondamentali, già approvata dal Parlamento europeo, divenga parte essenziale della Costituzione dell’Unione, questo segnerebbe una svolta storica; se viceversa a Nizza l’accordo non venisse raggiunto, questo confermerebbe la natura prevalentemente mercantilistica dell’Unione e una sua irriducibile frigidità sul piano sociale. Certo, se a Nizza l’accordo sulla Carta si raggiungerà, questo muterà notevolmente l’assetto dell’ordinamento comunitario, introducendo un elemento strutturale tipico degli ordinamenti statali europeo-continentali, che manca invece in quello britannico.
Cioè una norma costituzionale scritta, sovraordinata alle leggi ordinarie e contenente una serie di guarentigie formali di altrettanti diritti dei cittadini e protezioni per i lavoratori. Ma sarebbe un grave errore pensare che, privo di questo elemento strutturale, l’ordinamento comunitario sia stato fino a oggi e sia destinato a rimanere sordo ai valori della solidarietà sociale.
Sul piano della politica sociale, fin dalla sua nascita l’ordinamento comunitario ha posto tra le proprie ragioni d’essere fondamentali la promozione della libertà formale e sostanziale dei lavoratori, quindi del loro potere contrattuale effettivo nel mercato del lavoro. E fin dall’origine l’ordinamento stesso si è dotato del Fondo sociale europeo per promuovere e finanziare una grande quantità di iniziative per l’informazione, la formazione e l’assistenza alla mobilità dei lavoratori, aiutare gli Stati membri a combattere le cause della disoccupazione e dell’emarginazione dei più deboli, ridurre gli squilibri regionali. Negli ultimi anni, poi, l’Unione Europea ha individuato alcuni precisi obiettivi di efficienza degli interventi statali su questo terreno e ha istituito un sistema di verifica annuale del perseguimento di tali obiettivi. L’Italia, con tutte le sue solenni garanzie costituzionali, risulta sistematicamente inadempiente rispetto a quegli standard comunitari.
E’ importante che i valori della solidarietà sociale, dell’uguaglianza, della protezione dei più deboli, vengano anche enunciati in forma solenne in una Carta costituzionale; ma ancor più importante è che essi vengano perseguiti attraverso misure concrete che ne garantiscano il rispetto sostanziale nel vivo della società civile. Così, ad esempio, i disoccupati italiani traggono ahimè poco giovamento dall’articolo 4 della nostra Costituzione, che garantisce loro sulla carta il «diritto al lavoro»; mentre ciò di cui essi hanno urgente bisogno - e la nostra Repubblica non sa dare loro - è un sistema efficiente di informazione, formazione e assistenza alla mobilità geografica, allineato agli standard di efficienza indicati dall’Unione Europea.
In questo, l’ordinamento comunitario ha seguito fin qui il modello della Gran Bretagna, dove i lavoratori hanno forse meno «diritto al lavoro» sulla carta, ma più employability nel mercato; oltre Manica il benessere dei cittadini e i loro diritti fondamentali sono garantiti più dall’efficienza dell’amministrazione pubblica che dalle enunciazioni legislative astratte.
Riguardo alla Carta dei diritti fondamentali, il problema politico di cui a Nizza si cercherà la soluzione sta proprio qui. Il governo britannico teme che un eccesso di diritto scritto serva soltanto a dare nuovo lavoro - e del tipo peggiore - agli avvocati e ai giudici. Questo timore è probabilmente esagerato, quando esso si riferisce all’introduzione di garanzie costituzionali di carattere generale; ma noi europei continentali, dal canto nostro, faremmo bene a imparare dai britannici a fare meno affidamento sul diritto scritto, a ridurre il volume strabordante delle nostre leggi, e a curare maggiormente le misure concrete di buona amministrazione, che sovente sono la migliore garanzia dell’effettività dei diritti fondamentali.

Pietro Ichino

Corriere della Sera
Martedì 5 Dicembre 2000


L'euro senza ruote

di Giorgio Ruffolo

Ci sono state, negli ultimi giorni, tre buone notizie. La prima, e più inattesa è che, nonostante la pioggia di guai caduti di questi tempi sull'euro, un bel quarantasette per cento di danesi ha espresso la sua ferma fiducia nella moneta unica. La seconda è che gli interventi dell'OPEC sembra abbiano arrestato, per ora, la marcia del prezzo del petrolio. La terza è che un intervento coordinato e combinato delle banche centrali ha permesso di arginare lo scivolamento dell'euro, dimostrando che le sorti del mondo non sono lasciate del tutto all'imperscrutabile arbitrio del "Mercati".
Buone notizie, ma tutte parziali e reversibili. Dopo tutto, resta un cinquantatre per cento di danesi graniticamente euroscettici e fedeli alla corona; e l'euroscetticismo tende a salire, non solo in Danimarca. Il prezzo del petrolio, da un momento all'altro, può riprendere la sua corsa (non fidatevi, prego, delle previsioni degli "esperti"). E non si può contare a lungo sulle riserve di dollari, e soprattutto di buona volontà, delle banche centrali.
Il fatto è che l'Europa resta pericolosamente esposta e vulnerabile, sia sul fronte del prezzo del petrolio, sia su quello del cambio dell'euro. Quanto al primo. Circa un anno fa il petrolio greggio quotava dieci dollari al barile. Nelle ultime settimane si è spinto oltre i trentacinque. E' bastato un forte e concentrato aumento della domanda mondiale (la cattiveria degli sceicchi non c'entra) a provocare questo balzo minaccioso. Nel 1974, ce ne ricordiamo tutti, il prezzo del petrolio triplicò di colpo. Cinque anni dopo, raddoppiò ancora. Quei due colpi ebbero un effetto devastante sull'economia europea, inflazionistico e depressivo insieme. Si coniò una parolaccia: stagflazione. Rischiamo ancora?
Finora, non pare proprio. Secondo le ultime stime della Commissione di Bruxelles il rialzo del petrolio comporterà un aumento dell'1% del tasso di inflazione e una riduzione dello 0,3% del tasso di crescita. Tutto sommato ce la caveremmo con poco. Come mai? Primo, perché la "petrolio dipendenza" dell'Europa si è notevolmente ridotta da allora: dal 54 al 45% circa: e ciò a causa del forte risparmio nell'uso dei combustibili che proprio quel forte rialzo promosse per alcuni anni. Secondo - e su questo si riflette poco - perché c'è l'euro. Negli anni settanta la trasmissione dell'impatto inflazionistico era agevolata dalla molteplicità delle monete, che rendeva molto vulnerabili le economie europee. Con l'introduzione dell'euro, si è drasticamente ridotta la quota di commercio estero dell'Europa, e quindi la "esposizione" di quella che è, oggi, la sua moneta unica.
Naturalmente, l'Europa non può non soffrire del rialzo del petrolio: un quaranta per cento di dipendenza non è poco. E quella dipendenza si concentra tutta sui carburanti - benzine e gasolio - dei quali, a causa di una politica dei trasporti dissennata, non si è fatto alcun risparmio. A causa di tale non-politica le economie europee si trovano oggi esposte al ricatto degli autotrasportatori. Che fare? L'autorevole Economist ha ragione: cedere a quel ricatto abbassando la tassa sui carburanti sarebbe ultra-dissennato. Significherebbe in pratica trasferire il gettito di quelle tasse nei bilanci degli stati dell'OPEC e delle compagnie petrolifere, con tante grazie. E dare un segnale perverso di politica ambientale (tanti saluti all'effetto serra) e di politica economica (detassando le fonti di energia non rinnovabili). Ciò che si dovrebbe fare nel breve periodo lo ha detto la Commissione europea: misure temporanee di compensazione per le categorie produttive più colpite (proprio quel che ha fatto il governo italiano); misure di armonizzazione fiscale e di smantellamento degli ostacoli alla concorrenza nei mercati petroliferi europei (pensate che il prezzo della benzina al lordo delle tasse varia dalle 1719 lire al litro nel Portogallo alle 2510 lire al litro in Gran Bretagna, e quello al netto, curiosamente, dalle 600 lire della Gran Bretagna alle 909 del Portogallo!) ; ma, soprattutto, bisognerebbe costruire una politica energetica comune, basata su un serio programma di lungo periodo di sviluppo di fonti di energia rinnovabili e su una inversione della politica dei trasporti, riorientata dalla strada alla rotaia (e non alle retoriche biciclette delle domeniche festose).
E veniamo all'euro.
La sua debolezza ha poco a che fare con il petrolio. Era cominciata prima. Non ha niente a che fare neppure con i "fondamentali" dell'economia europea, che vanno proprio bene. E' dovuta essenzialmente alla forza del dollaro. Ma a che cosa è dovuta la forza del dollaro? Secondo alcuni, alla maggiore competitività dell'economia americana, a sua volta dovuta alla maggiore flessibilità del lavoro e alla minore incidenza delle spese sociali americane, rispetto all'Europa (la colpa, se ci badate, è sempre dei "poveri"!). Ma è una tesi clamorosamente smentita dall'enorme disavanzo commerciale americano: un bel risultato di competitività! Secondo altri, è dovuta alla forte capacità di attrazione di capitali di un mercato finanziario americano ipervalutato, che permette agli Stati Uniti di recuperare in conto capitale i dollari che spende in conto merci. Ma fino a quando? E che c'entra la flessibilità? Che c'entra la competitività?
No: le ragioni della debolezza dell'euro non stanno nella debolezza dell'economia europea: nei suoi alti costi o nella sua bassa competitività. Stanno nella forza politica del dollaro e nella debolezza politica dell'euro. 
Elementare, Watson.
L'euro avrebbe bisogno, come il dollaro, di appoggiarsi a una forte politica macroeconomica: basata cioè sulla credibilità dei governi e degli Stati, non unicamente su quella di una Banca Centrale, il cui vero problema non è la minaccia alla sua indipendenza, ma la realtà della sua solitudine. E' vero che, come qualcuno ha insinuato, i nostri guai, rispetto agli americani, stanno soltanto nel fatto che noi abbiamo il signor Duisenberg mentre gli americani hanno il signor Greenspan: forse perché hanno scelto per primi? Ma no: il vero problema è - come si è ripetuto fino alla nausea - che la politica monetaria della BCE non è integrata in una politica economica, fiscale, di bilancio, una politica comune dell'Unione, gestita da un soggetto politicamente responsabile, credibile, autorevole; ma è frammentata tra dodici-quindici Governi orientati in direzioni diverse.
Il problema europeo non sta nella debolezza dell'economia. Sta nella inconsistenza della politica. Il problema dell'euro non sta nel fatto - come dice l'autorevole Economist - che i politici europei non sanno spiegare alla gente a che cosa serve veramente quella nuova moneta comune. Sta nel fatto che non sanno servirsene loro. Il solo modo di servirsene è quello di dotarla della forza di un potere politico. Come ha spiegato Tommaso Padoa Schioppa, una "moneta senza stato" è sostenibile solo in una situazione transitoria chiaramente orientata verso una più forte forma di unione politica.
Lo capiranno una buona volta questi governi che camminano nel ventunesimo secolo con la faccia rivolta al diciannovesimo? In verità, essi danno la sconsolante impressione di essersi fabbricati uno strumento assai potente senza mai realmente averlo voluto. E di non sapere bene che cosa farsene.
Ricordano gli indios di America. Si dice che quando gli spagnoli "scoprirono" l'America, vi portarono non solo i cavalli che terrorizzavano i poveri indios, ma anche i carri con le ruote, che li intrigavano. Pare che all'inizio non riuscissero a capire a che servivano quelle cose tonde e pesanti. Così si caricavano sulla testa carri e ruote insieme. E forse pensavano: ma non era meglio prima?


L'EUROPA DEI DIRITTI


di Giorgio Napolitano


E' stato un cammino più lungo e tortuoso di quello che fu pensato quasi sessant'anni fa a Ventotene. E non è ancora concluso. La costruzione di una "Europa libera e unita" continua. Nuovi orizzonti si sono aperti, ma nuove incognite si sono affacciate. Le sfide da raccogliere in un mondo così profondamente cambiato esigono lo stesso coraggio e senso del futuro che animò il Manifesto di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, che ispirò i pionieri dell'avventura europea. C'è bisogno, forte bisogno di un nuovo nutrimento di pensiero e di impegno europeistico, per spingere più lontano lo sguardo, oltre le pur cruciali imminenti scadenze. E c'è da dare prova ora di consapevolezza e determinazione per incidere sulle partite politiche che in questo momento si stanno giuocando sullo scacchiere europeo. All'Italia tocca per l'oggi e per il domani un ruolo primario, nella scia di quello storicamente svolto fin dai primi passi della costruzione europea.
Le forze di centro-sinistra sono portatrici della ricca tradizione dell'europeismo italiano. Ricca su entrambi i versanti: quello del movimento ideale e civile per l'unità europea, e quello dell'azione politica e di governo. "La Comunità europea" - scrisse Spinelli nel 1973 - "è stata il frutto di una tensione fra la visione radicale dei federalisti e la realizzazione pragmatica degli statisti. Ma senza questa tensione nulla sarebbe stato intrapreso". Sì, tensione - aveva ragione di dirlo Spinelli - perché le impazienze, le insoddisfazioni, le critiche anche unilaterali e dure, le proposte sempre più avanzate del movimento federalista ed europeista si sono fatte sentire a ogni passaggio, in ogni momento, del processo di sviluppo della Comunità; ma anche, possiamo ben dire, sinergia, nel nostro paese più che in nessun altro, tra la visione degli uni e le scelte concrete degli altri, dei soggetti politici e di governo. E conviene tornare ancor oggi su quella sinergia e su ciò che la caratterizzò, perché di lì trae la sua peculiarità il ruolo che l'Italia è come non mai chiamata a svolgere.
Il federalismo europeo, la grande idea-forza degli Stati Uniti d'Europa, non furono, come sappiamo, un fatto solo italiano, si manifestarono politicamente in diversi paesi nel periodo tra le due guerre, assunsero nuovo significato e vigore nella contrapposizione al nazifascismo. Fu dunque in un ampio contesto che si mosse la solitaria ricerca di quel gruppo di confinati di Ventotene, mentre allo stesso approdo giungeva la riflessione di italiani in esilio come Carlo Rosselli. Inseparabile dall'esperienza storica culminata nel secondo conflitto mondiale, era e resta il nucleo essenziale, il sapiente disegno del Manifesto Rossi-Spinelli del '41. Sarebbe arbitrario e sbagliato ridurlo a un appello sommario per la liquidazione degli Stati nazionali. E vale la pena di richiamare e mettere in luce la finezza e modernità di quell'approccio federalista.
Due erano i bersagli - ha scritto in uno splendido saggio Norberto Bobbio: il dogma della sovranità assoluta e il nazionalismo generato dal principio di nazionalità. In uno dei due saggi pubblicati clandestinamente a Roma nel gennaio del 1944 insieme al Manifesto, Altiero Spinelli ipotizzò "un ordinamento federale, il quale" - sono sue parole - "pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale nel modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crei e amministri un corpo di leggi internazionali al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi." E Spinelli quindi indicava i poteri da trasferire alla "autorità federale": esattamente quelli il cui esercizio da parte degli Stati nazionali in regime di sovranità assoluta aveva prodotto in Europa urti e guerre, degenerazioni autoritarie, spaventose distruzioni di risorse e perdita di ruolo storico per il continente. La Federazione europea - scrissero i visionari di Ventotene - avrebbe dovuto esprimere "una politica estera unica" e disporre di "una forza armata europea", "spezzare le autarchie economiche", "abolire le barriere protezionistiche", "emettere una moneta unica", "assicurare la piena libertà di movimento di tutti i cittadini entro i suoi confini".
Ho letto espressioni testuali di quei documenti : non è impressionante constatare come proprio in quelle direzioni si sia venuto faticosamente operando una delega volontaria e concertata di sovranità, un trasferimento di poteri, dal livello nazionale al livello sovranazionale? Certo, è stato un cammino più lungo e tortuoso di quello che immaginava Eugenio Colorni nella sua prefazione al Manifesto di Ventotene, sempre in quel gennaio '44: "l'ideale di una federazione europea, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano." No, non era a portata di mano. La costruzione di un'Europa libera e unita ha fatto passi straordinari, ma in tempi e con contraddizioni il cui peso non si può sottovalutare in omaggio alla "saggia lentezza della Storia". E il processo resta incompiuto e carente soprattutto dal lato dell'Unione politica e dal lato della legittimazione democratica, tra loro più che mai inscindibili.
Ebbene, è stato attorno a questo duplice cardine che ha ruotato la tradizione dell'europeismo italiano, che si è realizzata la sinergia tra movimento ideale e civile per l'Europa unita e azione politica e di governo. Questo è stato vero fin dal primo momento, e deve oggi riaffermarsi in termini rispondenti all'attuale fase, critica e decisiva, della costruzione europea.
Fin dal primo momento. Jean Monnet rievoca nelle sue Memorie l'Assemblea della Comunità del carbone e dell'acciaio che si tenne il 10 settembre 1952 a Strasburgo e il Consiglio dei ministri che la precedette; e ricorda come Maurice Schuman definì nel suo intervento introduttivo il Consiglio: esso si colloca "al punto d'incrocio tra due sovranità, l'una sovranazionale, l'altra nazionale", ma è impegnato a lasciare "la libertà di svilupparsi all'organismo sovranazionale della Comunità, cioè l'Alta Autorità". Si trattava di "un equilibrio istituzionale autenticamente federale" secondo Monnet, che tuttavia aggiunge: "Si doveva forse andare subito più lontano sul piano politico? Molti lo pensavano dopo l'apparizione di una Comunità di difesa e cercavano di far varcare all'Europa una nuova tappa. Alcide de Gasperi era uno di loro. Uomo di grande distinzione di spirito, e il cui disinteresse suscitava rispetto … dovunque in Europa …. egli aveva compreso che l'Italia non avrebbe giuocato in Europa un ruolo equivalente a quello degli Stati più industrializzati se non accelerando il processo politico che restava in sospeso nei primi trattati europei", se non dando vita a "un governo capace di prendere a nome degli Europei le decisioni supreme."
C'è dunque questo nel DNA dell'europeismo italiano: parte da lontano il filo che ha tenuto insieme per decenni l'impegno dei federalisti - portatori di visioni avanzate ma nello stesso tempo tenacemente protesi a suscitare movimenti dal basso e ad intessere iniziative e pressioni verso i vertici politici - e l'impegno di quanti hanno diretto partiti e governi in Italia o dei migliori tra loro. Non è storia del passato: il problema che poneva De Gasperi nel 1952 è ancora aperto, ritorna in nuovi termini e con nuova forza proprio per lo straordinario sviluppo che tra tanti alti e bassi ha avuto la costruzione europea, fino a una moneta unica e a un embrione di difesa comune. Manca a quella costruzione il tetto politico, e manca il sostegno di una piena legittimazione democratica: ecco la chiave per intendere la posta in giuoco in questi mesi, al tavolo della Conferenza Intergovernativa e nella prospettiva ormai vicina del grande allargamento dell'Unione, e per contribuire con chiarezza al dibattito appena iniziatosi sul futuro dell'Europa.
Non c'è dubbio che incomba il rischio di una paralisi delle istituzioni e di una diluizione del processo di integrazione, se in dicembre a Nizza non si giungerà a decisioni nette e consistenti sui temi in discussione : 1) composizione della Commissione, sulla base di criteri tali da garantirne anche nel futuro l'efficienza, la collegialità, lo spirito e la funzione sovranazionale; 2) passaggio generalizzato, e comunque su materie "sensibili", al voto a maggioranza qualificata, con la corrispondente estensione del potere di codecisione legislativa del Parlamento europeo; 3) riponderazione dei voti in Consiglio; 4) modifica delle disposizioni esistenti nei Trattati in materia di cooperazione rafforzata, al fine di rendere questa strada realmente percorribile, così da consentire, in una Unione più larga, che si realizzi un'integrazione differenziata, che si spingano più avanti quei paesi - una possibile avanguardia - che vogliano e possano farlo. In assenza di tali decisioni, incognite gravi sorgerebbero per il mantenimento degli impegni presi verso i 12 paesi candidati : ma è ammissibile che ci siano governi, anche di sinistra, attestati su posizioni talmente restie e chiuse da mettere l'Europa dei 15 di fronte a un'alternativa tra il bloccarsi e tornare indietro sulla via dell'integrazione e il porre in questione lo storico traguardo dell'unificazione europea nella pace, nella democrazia e nella solidarietà?
Il governo italiano si sta muovendo nel senso giusto e il Presidente del Consiglio ha annunciato una più forte iniziativa per contribuire, insieme con altri, a sbloccare l'impasse della Conferenza Intergovernativa. Sentiremo. Posso dire del Parlamento europeo, che pure avendo incontrato difficoltà nel suo seno su temi delicati come quello della rappresentanza e del peso dei piccoli paesi, è però schierato attivamente - sulle questioni in discussione a Nizza - su una linea coerentemente europeista, sulla stessa linea della Commissione Prodi.
Bisogna però sapere che in giuoco non ci sono soltanto il funzionamento dei meccanismi decisionali dell'Unione qual'è e quale sarà con l'ingresso dei paesi oggi candidati, e l'ulteriore sviluppo del processo di integrazione, ma gli equilibri istituzionali e il profilo politico e il fondamento democratico della costruzione europea.
L'equilibrio tra "le due sovranità" - per ripetere le antiche parole di Schuman - "l'una sovranazionale, l'altra nazionale", l'originale combinazione tra dimensione intergovernativa e dimensione sovranazionale che ha presieduto finora alla crescita dell'Europa comunitaria, sta giungendo a un punto critico. L'Italia ha sempre concorso a far lievitare la seconda dimensione rispetto alla prima. Ma ora ci sono segni e anche fatti che vanno in senso opposto e a cui bisogna reagire : tendenze a una sostanziale deriva intergovernativa. Vengono messi in forse, nel triangolo istituzionale, il ruolo e l'avvenire della Commissione : e il Parlamento europeo non può essere ambiguo a questo proposito, perché è in giuoco anche il suo stesso ruolo, in quanto rappresenta l'altra istituzione sovranazionale.
Come concepire, in prospettiva, il governo politico dell'Europa, è questione complessa, su cui il confronto dovrà essere seriamente approfondito : ma di certo esso non può risolversi con la semplice esaltazione del Consiglio dei capi di Stato e di governo. Come perseguire una piena legittimazione democratica dell'Unione è problema anch'esso da non semplificare : ma dopo la grande conquista del Parlamento europeo eletto direttamente dai cittadini - una conquista per cui si batterono insieme federalisti e statisti italiani, con un largo conforto di partecipazione popolare - resta comunque essenziale riconoscere fino in fondo la sua funzione in un lineare sistema di democrazia europea. Il Parlamento europeo deve senza dubbio rafforzare i suoi rapporti di collaborazione con i Parlamenti nazionali, ma questi non possono essergli ambiguamente affiancati.
L'Europa politica, l'Europa democratica che noi vogliamo deve darsi basi costituzionali degne di definirsi tali e dunque non confondibili con l'eterogeneo, macchinoso, pletorico ordito dei Trattati. Una strada nuova si sta aprendo proprio ora per giungere a una Costituzione europea : l'approvazione, da parte dell'apposita Convenzione, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, che anche con un rilevante contributo italiano è stata definita in termini soddisfacenti e in modo unitario, ed è ora rimessa all'imminente Consiglio di Biarritz. E l'altra strada che il Parlamento europeo, ma non da solo, ha individuato per il processo di costituzionalizzazione, è quella della fusione e articolazione in due parti degli attuali Trattati, raggruppando nella prima le disposizioni di carattere costituzionale. Per l'una e l'altra strada occorre a Nizza tracciare un percorso, che non sia costretto nelle pastoie di una nuova Conferenza Intergovernativa.
Torna alla mente la battaglia che Altiero Spinelli instancabilmente condusse, in nome del Parlamento europeo e del suo Progetto di Trattato, per sottrarre il processo costituente alla prigione dell'unanimismo in vista della Conferenza Intergovernativa annunciata dal Consiglio di Milano. Giorni fa, Jacques Delors ha detto a Bruxelles, dinanzi alla Commissione per gli Affari Costituzionali, che senza il Progetto Spinelli l'Atto unico non ci sarebbe stato. Potremmo aggiungere che l'impulso di quel Progetto si ritrova anche nei Trattati di Maastricht e di Amsterdam. Ma oggi diciamo che quel metodo non può più riproporsi, se si vuole rinnovare com'è necessario il quadro istituzionale dell'Unione e mantenerlo nella sua unitarietà consentendo all'avanguardia che tenderà a formarsi di restare al suo interno.
La politica italiana dovrà misurarsi nei prossimi mesi e anni con l'insieme di questi temi e renderne partecipi i cittadini. Non è un compito esclusivo delle forze di centro-sinistra. Altiero Spinelli fu uomo di una sola causa, di una sola missione, quella dell'Europa unita : e in quanto tale mai si chiuse in un approccio ideologico, e in un atteggiamento settario. Cercò in tutti i settori, di maggioranza e di opposizione dello schieramento democratico, consensi e convergenze ; si incontrò, fino al termine della sua vita, con uomini e posizioni di parte democristiana, repubblicana, socialista, già dagli anni '60 di parte comunista, e di altre parti ancora. Questa resta l'ispirazione unitaria del Movimento Europeo di cui ho l'onore di presiedere il Consiglio italiano; ed è giusto che lo stesso sforzo, in chiave di intesa bipartisan, sia perseguito dal governo e in Parlamento.
Ma ciò non toglie che le forze di centro-sinistra debbano sentire l'orgoglio della tradizione di cui sono portatrici. Nel presentarsi unite già oggi qui sulla base di una piattaforma che vuol essere il primo contributo al programma per le prossime elezioni, esse debbono però avvertire la responsabilità di dedicare una ben maggiore attenzione ai temi attuali del confronto sulla realtà e sul futuro della costruzione europea, di discuterli in modo rigoroso portando il dibattito - finora limitato a cerchie ristrette di dirigenti nei partiti e nei gruppi parlamentari - ben più in profondità e compiendo seri sforzi per associarvi realmente larghi strati di cittadini. Il "nuovo Ulivo - Insieme per l'Italia" non può non assumere con grande convinzione e motivata fiducia - forte del suo retroterra storico e delle sue prove di questi anni - i temi dell'Europa come centrali nella vicina sfida per la guida del paese. Non può non farlo se vuole affrontarla come sfida tra la politica delle idee, delle passioni civili, delle capacità di governo e la politica delle vacue schermaglie personali, dei messaggi emozionali e demagogici.

Seminario de "L'Ulivo - Insieme per l'Italia"
Formia, 30 settembre 2000


Chi dirige l'orchestra della Ue?

di GIORGIO RUFFOLO

LA formula è abusata. La storia è sempre a una svolta, è tutta una curva. Certo è che negli ultimi tempi la curva europea si è fatta più stretta. L'impresa europea è stata finora una success story. Forse il suo successo dipende proprio dalla sua ambiguità: da quel misto di idealismo e di pragmatismo che l'ha fecondata. Porre gli interessi economici al servizio dell'ideale politico è stata la grande invenzione di Jean Monnet e la ragione del prevalere dell'approccio funzionalista su quello federalista di Altiero Spinelli.
Oggi però l'approccio funzionalista mostra la corda a causa di due eventi straordinari, carichi di futuro: l'Unione monetaria compiuta e l'allargamento futuro prossimo dell'Unione Europea a venti-trenta paesi. Questi eventi schiudono prospettive storiche affascinanti ma comportano anche grandi rischi: e in particolare, un vuoto politico e di responsabilità rispetto alla Banca Centrale Europea, e un vuoto politico di governabilità rispetto al raddoppio della portata dell'Unione.
Questi due vuoti comportano a loro volta una nuova pressante domanda di integrazione: una domanda politica. È a questa domanda che ha avuto il merito di rispondere il ministro degli Esteri tedesco Fischer con una semplice e chiara proposta: costruiamo un vero potere politico europeo nella forma di una Federazionbe di Stati (la formula è di Delors) basata su una struttura costituzionale democratica aperta a tutti i paesi pronti a raccogliere la sfida. La proposta ha suscitato, da noi, due autorevolissime reazioni, da parte del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio. Forse sbaglio: ma a me sembrano diverse.
Non mi stupisce quella del presidente Ciampi, anche perché l' aveva già anticipata a Bologna prima di ribadirla a Lipsia. Dice, in sostanza: non importa se volete chiamarlo Stato federale, o federazione di Stati, non ci impicchiamo alle formule. Ma il fatto è che l'Europa "ha bisogno di una Costituzione europea", non solo per fissare in una Carta dei diritti fondamentali i suoi valori e i suoi principi ma anche per individuare "le sfere di competenza e di responsabilità" per gli Stati le Regioni e i Comuni "che partecipano alla vita associativa europoea". Non è necessario che le tappe di questo processo" di costituzionalizzazione "siano uguali per tutti e contemporaneamente". Il nostro impegno, comunque, "è fuori discussione". "Il problema della soggettività internazionale dell'Europa è già posto. Si tratta ora di dargli una forma compiuta".
Mi stupisce invece quella di Giuliano Amato nel suo colloquio con Barbara Spinelli (La Stampa, 13 luglio). L'antica amicizia e la mia ferma convinzione che egli sia oggi l'esponente politico più adatto a guidare la coalizione di centro sinistra mi permettono di esprimermi con grande franchezza. Mosso certamente dalla preoccupazione comprensibile di "tirare tutti dentro" Amato, però, non si limita, nei riguardi della proposta "federalista", ad esprimere riserve prudenti, ma le sottopone a critiche sprezzanti. Il federalismo, dice, è superato. Nel mondo complesso di oggi, non c'è più trasferimento di poteri, ma solo di funzioni. "Il potere sovrano, spostandosi, evapora. Scompare". "L'Unione europea prefigura alla perfezione un nuovo ordine post-hobbesiano, post-statuale" in cui "non esistono identificabili sovrani"; al loro posto, una moltitudine di autorità a diversi livelli di aggregazione". Non c'è dunque niente da trasferire. Non c'è da spaventare nessuno che gli sia sottratto qualche cosa. La Commissione governi, purché non lo dica.
Il discorso di Amato mi sembra terribilmente intelligente, un po' troppo. Sarà che sono rimasto un economista rozzo, e quindi un po' materialista: ma su questa faccenda del potere che abbandona un corpo per evaporare in un'anima, vorrei essere più convinto. A me il potere è sembrato, sempre, più simile alla moneta che allo Spirito Santo. Sarà per questo che, quando vedo maneggiare la moneta da una Signora (la Banca centrale europea) e chiedo come si faceva nel buon tempo antico, chi risponde di questa Signora, non resto appagato della risposta: la Signora stessa. Perché questa è in effetti la risposta funzionalista (tra parentesi, vecchia come il cucco). Mi pare che i due problemi politico che ho evocato chiedono risposte da un potere politico e democratico, non possono essere affidati a un Noùmeno. E che un potere che se ne va da una parte, dovremmo ritrovarlo da qualche altra. Se no, come diceva Woody Allen dell'agnello vicino al silente leone, non dormiremo tranquilli.
Io temo che, nel meritorio sforzo di tirarsi dietro tutti, cioè gli inglesi, cui giustamente tiene moltissimo, Amato compia l'errore di frenare, quando l'unico modo di tirarsi dietro gli inglesi è quello di tirare avanti. E comunque non mi piace che in un momento così critico la posizione italiana si incrini sui un problema così critico. Un asse italo inglese dello scetticismo? Ci provò il governo Berlusconi qualche anno fa, con risultati non gloriosi. Sarebbe paradossale che proprio mentre Berlusconi, meritoriamente, sostiene la posizione del presidente della Repubblica su questi punti, Amato se ne distinguesse.
Sarà un modo di vedere antiquato, ma penso, non da solo per fortuna, che l'Europa abbia bisogno di un Progetto e di un Soggetto. Deve essere un'Europa unica e aperta a tutti, soprattutto ai paesi dell'Est che - qui Amato ha sacrosantamente ragione - non dovrebbero essere frustrati nel momento in cui, entrando, gli si parassero davanti altre porte chiuse, altri muri. Una Europa unica e unita non esclude tappe e velocità differenti nel suo ambito (questa sarà la funzione delle cosidette cooperazioni rafforzate). Ma è bene che il Progetto sia precisato, proprio per rendere il percorso più chiaro e agevole. Non è più possibile fabbricare la casa coi muratori ciechi.
Un Progetto ha bisogno di un Soggetto. Si dice che l'Europa è un cantiere aperto. Io preferirei la metafora di una orchestra in formazione. L'orchestra rappresenta bene il suo aspetto più caratteristico, di unità nella diversità. Ma una orchestra ha bisogno di un Direttore. Dia retta, signor presidente del Consiglio: le orchestre senza direttore, ancorché funzionali, non valgono una cicca.

La Repubblica
16 luglio 2000


Un progetto per l'Europa

di GIULIANO AMATO

UN illustre storico francese, Jacques Le Goff, ha scritto una volta che "l'Europa ha un nome da 25 secoli, ma è ancora allo stadio di progetto". E a tale stadio - non di uno ma di molti progetti - rimarrà probabilmente ancora a lungo, perché è così che procede l'azione creativa della politica in senso alto, a cui dobbiamo i passaggi decisivi della costruzione europea. Ma bisogna, appunto, avere dei progetti e visioni strategiche; particolarmente oggi, quando l'Europa appare smarrita fra le incertezze sull' andamento dell'Euro, la prospettiva di un vastissimo allargamento dei suoi confini, e i primi segni di una crisi di sfiducia da parte dei suoi cittadini. Il discorso del ministro degli Esteri tedesco Fischer all'università di Humboldt, ha avuto, da questo punto di vista, un merito di fondo: finalmente, il dibattito sul futuro dell'Europa, sull'assetto dell'Unione "allargata" ha ottenuto l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica.

NON è più ristretto alle aule accademiche e ai think tanks, e neppure circoscritto alle stanze dei diplomatici che, ormai da diverse settimane, stanno negoziando la revisione del Trattato di Amsterdam. Ed è un bene che i cittadini europei, il demos a cui ogni dirigente responsabile deve fare riferimento, vengano informati e coinvolti in un confronto pubblico più vasto sulla "finalità politica" dell' Unione, al di là delle pur essenziali riforme dei meccanismi decisionali che sono attualmente in discussione nella Conferenza Intergovernativa.
I. Prima di Fischer, già Jacques Delors - con il rilancio della sua proposta di fare dell'Europa una "Federazione di Stati- nazione", guidata da un'avanguardia raccolta attorno ai Sei paesi fondatori della Comunità - poi Valéry Giscard d'Estaing e Helmut Schmidt - con la loro idea di rimettere in moto il processo di integrazione a partire dagli "euro-europei" - avevano cercato di aprire la discussione sul "Quo Vadis Europa?" Ed è il punto da cui è partito anche Fischer, con un discorso che è stato letto da più parti come un rilancio in grande stile dei principi ispiratori della tradizione federalista: tradizione nobile, che in Germania - come in Italia - ha avuto un radicamento solido e duraturo nelle elites pubbliche e fra i cittadini, a prescindere dalle rispettive preferenze politiche e appartenenze partitiche. In realtà, al di là delle parole usate, le proposte che Fischer ha illustrato (sia pure a titolo "personale") puntano ad aggiornare le vecchie idee-forza del federalismo europeo alla luce dei cambiamenti intervenuti alla fine del XX secolo e, soprattutto, della prospettiva dell'allargamento. Vorrei in proposito ricordare quanto lo stesso Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori e delle figure-chiave di quella tradizione, disse verso la fine della sua prestigiosa parabola personale: "L'architettura europea che abbiamo messo in piedi - sosteneva Spinelli alla vigilia dell'Atto Unico - è stata il prodotto della tensione fra la visione radicale dei federalisti e l'approccio pragmatico degli uomini di Stato. Senza questa tensione non si sarebbe ottenuto nulla: la visione dei federalisti sarebbe rimasta un'utopia, il pragmatismo sostanzialmente conservatore degli uomini di Stato non avrebbe condotto da nessuna parte".
È in questo mix fra posizioni ideali e loro articolazione in decisioni compatibili e istituzioni funzionali, insomma, che risiede il vero "motore" del processo di integrazione, processo che, come l'analisi freudiana, è probabilmente interminabile. Non ha un punto di approdo predefinito e condiviso; non procede in modo lineare; non è auto-referenziale, ma interagisce con l' ambiente interno ed esterno per aggiustamenti, retroazioni, e nuovi input.
È per questa ragione che il problema vero, io credo, non è quello di accelerare in direzione di uno sbocco "federale" più o meno prefissato: uno sbocco auspicato da alcuni ma temuto da altri, e che in fondo consisterebbe in un trasferimento a livello europeo - dell'Unione Europea - delle competenze e delle attribuzioni degli Stati nazionali. Paradossalmente, anzi, gli anni in cui la Comunità è più cresciuta e si è sviluppata sono stati proprio gli anni in cui gli Stati nazionali sono stati più forti, attraverso l' espansione della mano pubblica e la creazione del Welfare State. Oggi, invece, gli Stati nazionali tendono piuttosto a ritirarsi dall'economia e dalla stessa società, a svolgere un ruolo regolatore piuttosto che interventista: difficile dunque pensare ad un recupero a livello sovranazionale di quel potere di "comando" ormai perduto, oggi che i mercati non coincidono più con gli Stati e che le "reti" globali determinano non solo la new economy ma l'intero spettro delle nostre relazioni pubbliche e personali.

Neppure Fischer, d'altra parte, si pone questo obiettivo. È vero che tende un po' a vedere l' Europa del futuro come una grande Bundesrepublik, con gli stessi livelli di governance e di "divisione di sovranità" del sistema tedesco; ma non gli sfugge che le tradizioni civiche anche dei soli Quindici membri attuali sono troppe diverse fra loro per poter essere ridotte ad un modello unico, valido per tutte.
L'Unione, in fondo, resta un' ardita joint venture fra partners: un'Unione che procede per avanzamenti e adattamenti successivi, combinando integrazione e cooperazione, strutture comuni e classici compromessi intergovernativi, standard da raggiungere, autorità di arbitraggio e azioni di monitoraggio reciproco. Le decisioni sono sempre più "brussellizzate", ma le opinioni pubbliche sono ancora prevalentemente nazionali, mentre alcuni dei temi che le mobilitano (i diritti umani, ad esempio) non sono specificamente europei ma, piuttosto, universali. Più che per "divisione di sovranità", l'Unione procede insomma per "sovranità condivise": dove la "sovranità" non è una quantità fissa e indivisibile ma è funzione di una vicenda complessa e mutevole, nella quale integrazione e cooperazione non sono giochi a somma zero fra gli Stati e le istituzioni, ma spostano la sede e, soprattutto, modificano la natura dei poteri pubblici.
Tutto questo per dire che gli ambiti di legittimità politica, di identità culturale e di integrazione economica saranno inevitabilmente molteplici anche all' interno di ciascun paese membro: competenze e poteri saranno distribuiti e, in parte, dispersi a più livelli - verso il basso e verso l'alto - con soluzioni di volta in volta diverse.
È in questo contesto, nel contesto della costruzione di un sistema di governo multilivello (come dicono i tecnici in gergo) che va assolutamente salvaguardata la preoccupazione centrale ed originaria del federalismo, quella cioè di indicare ai cittadini e alle elites del continente - per usare un'espressione cara a Jacques Delors, che di quella tradizione è l'interprete più creativo - i "costi della non- Europa": le conseguenze potenzialmente distruttive di un riflesso difensivo e di un ripiego conservatore di fronte alle sfide del proprio tempo. In questo senso, i richiami dello stesso Delors, di Giscard e di Schmidt - tutti elder statesmen di provata competenza e di sicura convinzione europeistica - sono diretti a proiettare i negoziati di oggi in una visione meno contingente, e condizionata, delle scelte da compiere. E le sollecitazioni di Fischer, il quale fa parte invece degli "uomini di Stato" in servizio attivo, sono senz'altro utili nella ricerca di un equilibrio fra visioni strategiche e soluzioni possibili: in vista di un'Europa che avrà essenziale bisogno di un suo cuor centrale per non andare alla cieca incontro ad un allargamento da cui potrebbe essere altrimenti ricondotta alla dimensione di spazio economico.
II. Le tre questioni principali all'ordine del giorno della Conferenza intergovernativa, ad esempio, sono apparentemente tecniche: ma, se collocate appunto in una prospettiva strategica, hanno un'incidenza tutt' altro che secondaria sul modo in cui potrà funzionare l'Unione nei prossimi anni. La composizione dell'esecutivo comunitario, il "peso" decisionale di ciascun paese, e le aree in cui si dovrà passare dal voto unanime a quello a maggioranza qualificata sono elementi-chiave per definire l'equilibrio fra democrazia ed efficienza, fra rappresentatività ed efficacia nell'Ue "allargata". È ovvio tuttavia che, se affrontati in un negoziato ristretto a questi soli punti, rischiano di esacerbare le differenze che già impedirono un'intesa ad Amsterdam, nonché di accrescere la diffidenza reciproca fra i partners. Se inseriti in una prospettiva di maggiore respiro, invece, possono indicare una via di uscita dalle difficoltà che già affliggono, fra l'altro, l'Unione a Quindici. In altre parole: nuove regole democratiche sono indispensabili per far funzionare le istituzioni di oggi ed ancor più di domani. I paesi che vogliono l'allargamento devono rendersi conto che non ci sarà allargamento senza qualche rinuncia, in termini di attributi formali di potere, da parte di ciascuno e di tutti: che si tratti di un secondo commissario, di qualche saggio a Strasburgo, di voti "ponderati" in Consiglio, o di politiche su cui esercitare un veto. A loro volta i paesi che vogliono entrare nell'Unione, e che oggi guardano con grande diffidenza ai negoziati istituzionali, devono rendersi conto che senza strutture decisionali e amministrative più snelle o non entreranno tanto presto o potranno trarre meno benefici dall'ingresso. Tutto questo è senz'altro vero per la dimensione strettamente comunitaria dell'integrazione, vale a dire per il mercato unico, l'unione monetaria, e le politiche comuni gestite dalla Commissione.

E i paesi che vogliono anche un vero "approfondimento"? È qui, a questa delicata giuntura, che vengono a saldarsi - o a scontrarsi - le visioni degli uni e gli imperativi immediati degli altri. Non c'è dubbio che i Sei paesi fondatori della Comunità hanno il diritto/dovere di rilanciare la discussione e l'iniziativa sulla "finalité politique" dell'Unione. E non c'è dubbio che una sorta di "avanguardia", o di "motore", l'Europa l'ha avuta eccome, in passato: era l'asse franco-tedesco, o meglio Parigi- Bonn, attorno e a fianco del quale sia l'Italia che i paesi del Benelux hanno esercitato un'importante funzione di socializzazione e mediazione. In seguito, altri paesi - a cominciare da Spagna e Portogallo - si sono associati a questo gruppo trainante dell'integrazione, anche se il varo dell'Unione monetaria ha temporaneamente creato tensioni al suo interno.
Oggi, tuttavia, la situazione appare cambiata. È senz'altro auspicabile e direi anzi indispensabile il rilancio in corso dell'intesa franco-tedesca, senza e contro la quale non è possibile far procedere l'integrazione; al tempo stesso, l'Unione attuale e, ancor più, quella futura hanno bisogno di un "centro di gravità" (che è più di un asse, ma anche più di un "nucleo duro") più ampio e meglio organizzato. Più ampio tanto nella sua composizione quanto nella sua portata, e meglio organizzato nel suo assetto: con gli accordi di Schengen e la creazione dello spazio comune di libertà e giustizia, e soprattutto con il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune (PESC), l' Unione ha infatti notevolmente "allargato" i suoi ambiti di attività e le sue ambizioni di intervento. Ma i paesi più interessati a cooperare e a integrarsi in queste nuove politiche (compresa la nuova dimensione di difesa) non sono sempre e necessariamente gli stessi, anche se fra gli aderenti all'euro, a Schengen e all'Ueo/Nato, ad esempio, esistono numerose analogie. La principale, se non la sola differenza è rappresentata dalla Gran Bretagna, che da poco più di un anno, su iniziativa di Tony Blair, si è messa alla testa dello sforzo europeo di conseguire una "capacità autonoma" europea di gestione, anche militare, delle crisi - ma che è fuori dall'euro e anche da Schengen.
Uno dei grandi interrogativi dell'Ue di oggi è appunto "Quo Vadis Britannia?": senza la Gran Bretagna, infatti, l'eventuale "centro di gravità" sarebbe forse più compatto, ma anche più debole politicamente, finanziariamente e militarmente, e più povero culturalmente. D'altro canto, il "centro di gravità" di cui parliamo, per essere credibile ed efficace, dovrebbe essere tendenzialmente omogeneo e relativamente uniforme, associare cioè più o meno gli stessi paesi in tutte le politiche principali.
III. Per aprire la strada ad una prospettiva del genere, e tornando al punto di partenza - cioè come saldare la riflessione strategica al tecnicismo delle trattative diplomatiche in corso - è essenziale che la Cig affronti con coraggio una revisione delle disposizioni sulla flessibilità, o meglio sulle cosiddette "cooperazioni rafforzate". Quelle ora in vigore, faticosamente negoziate ad Amsterdam, sono poco utilizzabili proprio perché, nel garantire tutti, finiscono per non garantire nessuno e per incoraggiare le cooperazioni all' esterno dei trattati e delle istituzioni comuni. Paradossalmente, tuttavia, le cooperazioni rafforzate non sono importanti tanto per il "pilastro" comunitario, per il quale erano state in un primo momento concepite: in fondo, se amplieremo il ricorso al voto a maggioranza qualificata, il mercato unico immaginato cinquant'anni fa da Jean Monnet e Robert Schuman e le politiche e istituzioni comuni che lo accompagnano saranno davvero completati, per essere presto estesi ai paesi candidati. Le cooperazioni rafforzate sono invece cruciali nei nuovi "cantieri" del processo di integrazione - giustizia, immigrazione, sicurezza e difesa - dove l'acquis è ancora tutto da costruire e dove, come venti o trent'anni fa per la Comunità, un certo livello iniziale di omogeneità e convergenza è fondamentale. Una maggiore facilità - per l'eventuale "centro di gravità" di cui si è parlato - di innescare una cooperazione rafforzata, magari utilizzando le istituzioni e anche il bilancio Ue, costituirebbe un incentivo importante per l'"approfondimento" dell'integrazione in un'Europa sempre più grande e più diversificata. Fra l'altro, moltiplicherebbe l'effetto "magnetico" del "centro di gravità": i partners inizialmente non interessati o non qualificati alla cooperazione rafforzata si vedrebbero presto spinti ad aderirvi per non restare esclusi dai suoi prevedibili benefici (funzionali e politici). In fondo, è quello che è accaduto - mutatis mutandis - sia con l'Unione monetaria che con Schengen: che hanno finito per incorporare più paesi di quanto inizialmente previsto o immaginato.
La grande Europa allargata, in sostanza, ha bisogno di un cuore vitale: come strumento di integrazione e non di divisione; e come strumento aperto, allo stesso modo della Comunità dei decenni scorsi, ai paesi interessati ad entrarvi.
In qualche modo, si tratterebbe di un ritorno al futuro, nutrito di visioni ma anche di esperienza concreta - di una nuova tappa nell'interminabile cammino dell'Europa.

La Repubblica

21 maggio 2000


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