Europa : Helmut Schmidt
Discorso di Helmut Schmidt alla conferenza nazionale della SPD

(5 dicembre 2011)

I. Motivazioni e origini dell’integrazione europea

Anche se in alcuni dei 40 stati d’Europa, la coscienza nazionale si è sviluppata tardi – come in Italia, Grecia e Germania – ci sonno sempre state guerre sanguinose. E qui, nel cuore del continente, questa tragica storia, questa infinita serie di scontri fra centro e periferia è sempre stato il campo di battaglia decisivo.

E la memoria va alle due guerre mondiali del ventesimo Secolo, perché l’occupazione tedesca gioca ancora un ruolo dominante, anche se latente.

Quasi tutti i vicini della Germania – e anche quasi tutti gli ebrei di tutto il mondo – ricordano l’Olocausto e le atrocità che sono avvenute durante l’occupazione tedesca nei paesi periferici. Noi tedeschi non siamo sufficientemente consapevoli del fatto che probabilmente quasi tutti i nostri vicini hanno ancora sfiducia nei tedeschi: un fardello storico con il quale dovranno convivere le nostre generazioni. E non dimentichiamo che c’era sospetto circa lo sviluppo futuro della Germania anche quando nel 1950 ha avuto inizio l’integrazione europea.

Del resto questa si è realizzata in una visione realistica di sviluppo ritenuta possibile e allo stesso tempo per il timore di una futura forza tedesca. Non si trattava dell’idealismo di Victor Hugo che pensava all’unificazione dell’Europa nel 1849. Gli statisti poi leader in Europa e in America (George Marshall, Eisenhower, Kennedy, Churchill, Jean Monnet, Adenauer ,De Gaulle, De Gasperi e Henri Spaak) non hanno agito in base ad un idealismo europeo, ma sono stati spinti dalla conoscenza della storia del continente. Hanno agito in una visione realistica, nella necessità di evitare la continuazione della lotta tra la periferia e il centro. Tutto questo è ancora un elemento portante per l’integrazione europea e chi non lo ha compreso manca di un presupposto essenziale per la soluzione della crisi attuale in Europa.

Quanto più nel corso dagli anni 60 agli ‘80, l’allora Repubblica Federale aumentava il proprio peso economico e politico, tanto più agli occhi degli statisti dell’Europa occidentale l’integrazione europea è apparsa come una polizza assicurativa. La resistenza iniziale di Margaret Thatcher, Mitterand o Andreotti - era il 1989/90 – contro l’unificazione tedesca era chiaramente giustificata dal timore di una forte Germania, al centro del piccolo continente europeo.

II. L’Unione europea è necessaria

De Gaulle e Pompidou negli anni ‘60 e fino ai primi anni ‘70 hanno continuato l’integrazione europea, per integrare la Germania – ma hanno anche voluto incorporare il proprio stato in meglio o in peggio. Dopo di che, la buona intesa tra me e Giscard d’Estaing ha portato ad un periodo di cooperazione franco-tedesca e il proseguimento dell’integrazione europea, un periodo che è stato continuato con successo dopo la primavera del 1990 tra Mitterrand e Kohl. Allo stesso tempo, la Comunità europea è gradualmente aumentata raggiungendo nel 1991 i 12 stati membri.

Grazie al lavoro di preparazione svolto da Jacques Delors (allora presidente della Commissione europea), Mitterrand e Kohl a Maastricht hanno dato vita all’Euro. La preoccupazione di fondo era, di nuovo sul fronte francese, di una potente Germania e - più precisamente- di un Marco super potente.

Da quegli anni l’euro è diventato la seconda valuta più importante nell’economia mondiale. Questa moneta europea sia internamente che nelle relazioni esterne è di gran lunga più stabile rispetto al dollaro americano – ed è stato più stabile del marco nei suoi ultimi 10 anni. Tutti parlano e straparlano di una presunta “crisi dell’euro”, ma è un frivolo chiacchiericcio di giornalisti e politici.

A partire da Maastricht il mondo è cambiato enormemente. Siamo stati testimoni della liberazione delle nazioni dell’Europa orientale e l’implosione dell’Unione Sovietica. Stiamo assistendo lo sviluppo prodigioso della Cina, India, Brasile e altri “mercati emergenti” che sono stati precedentemente chiamati “terzo mondo”. Allo stesso tempo la parte reale delle maggiori economie della terra, si è ”globalizzata: quasi tutti i paesi del mondo dipendono l’uno dall’altro. E soprattutto è accaduto che gli attori sui mercati finanziari globali abbiano acquisito un potere del tutto incontrollato. Ma al tempo stesso – e quasi inosservata – la razza umana si è moltiplicata e ha superato i 7 miliardi di persone. Quando sono nato, ce n’erano appena 2 miliardi. Tutti questi cambiamenti hanno un impatto enorme sui popoli d’Europa, sui loro stati e le loro ricchezze.

D’altra parte tutte le nazioni europee stanno riducendo i loro cittadini. A metà del 21 ° Secolo sarà probabile che vivano anche 9 miliardi di persone sulla Terra, mentre le nazioni europee insieme costituiranno solo il 7% della popolazione mondiale. 7% di 9 miliardi . Per due secoli e fino al 1950, gli europei hanno rappresentato più del 20% della popolazione mondiale. Analogamente, l’Europa vedrà scendere il proprio prodotto globale al 10% dal 30 che era nel 1950.

Ognuna delle nazioni europee rappresenterà nel 2050 solo una frazione pari all’ 1% della popolazione mondiale. Vale a dire: se vogliamo sperare di avere un ruolo nel mondo, lo possiamo avere solo congiuntamente. Quindi gli interessi strategici a lungo termine degli stati -nazione europei è nella loro fusione. Questo interesse strategico nella costruzione europea assume sempre maggiore importanza. Anche se la maggior parte degli abitanti non ne è ancora consapevole e i governi non ne parlano. Quindi se non si farà una vera ‘Unione europea nei prossimi decenni ciò significherebbe un’auto marginalizzazione dei singoli Stati del continente e della civiltà europea nel suo complesso. Potrebbe anche accadere. Né si può escludere che in questa situazione riemerga la concorrenza e la lotta per il prestigio tra i diversi Paesi . Il vecchio gioco tra centro e periferia potrebbe tornare ad essere una realtà.

Il processo di educazione globale, la diffusione dei diritti individuali e della dignità umana, lo stato di diritto e la costituzione della democratizzazione dell’Europa non potrebbe avere uno stimolo più efficace. Sotto questi aspetti, la Comunità europea è una necessità vitale per gli stati del nostro vecchio continente. Questa esigenza si estende oltre le ragioni di Churchill e de Gaulle. Si estende ben oltre le motivazioni di Monnet e Adenauer .

Io aggiungo: certo ma occorre una reale integrazione della Germania. Quindi dobbiamo chiarirci le idee circa la nostra missione tedesca, il nostro ruolo nel contesto dell’integrazione europea.

III. La Germania ha la continuità e l’affidabilità necessarie

Se alla fine del 2011 si guarda dal di fuori della Germania attraverso gli occhi dei nostri vicini diretti e indiretti, emergono notevoli dubbi e si dissolve l’immagine di una Germania poi dalla Germania dal cammino sicuro: emergono ombre sulla continuità della politica tedesca . E la fiducia nella affidabilità della politica del Paese è sempre meno netta.

Qui i dubbi ei timori sono basati sugli errori della politica estera e dei governi. Essi si basano in parte sulla forza sorprendente del mondo economico della Repubblica federale unita. La nostra economia è tecnologicamente e socialmente una delle più potenti del mondo. La nostra forza economica e la nostra pace sociale relativamente stabile, hanno anche innescato invidia – soprattutto per il tasso di disoccupazione inferiore e il rapporto tra debito e Pil tra i migliori.

Tuttavia politici e cittadini non sono sufficientemente consapevoli del fatto che la nostra economia è altamente integrata sia con il mercato comune europeo e sia con l’economia globalizzata. Al tempo stesso, però, questo può portare a un grave squilibrio: il nostro surplus commerciale è enorme, per anni le eccedenze hanno costituito circa il 5% del Pil. Sono cifre simili a quelle della Cina, anche se la cosa non emerge con chiarezza per via della sostituzione del marco con l’Euro. Ma sembra che i nostri politici non siano a conoscenza di questo fatto. Le nostre eccedenze sono in realtà i deficit di altri. Le affermazioni che abbiamo sentito sugli altri, sui loro debiti sono fastidiose violazioni di un ideale equilibrio esterno. Non solo questa disturba i nostri partner , ma solleva sospetti ed evoca brutti ricordi.

In questa crisi economica nella reazione delle istituzioni dell’Unione europea, la Germania ha avuto ancora una volta in un ruolo centrale. Insieme con il presidente francese, il Cancelliere ha accettato volentieri questo ruolo. Ma ci sono molte capitali europee in cui sta crescendo una preoccupazione crescente di una dominazione tedesca che per ora si esprime nei media. Questa volta non si tratta di potenza militare e politica, ma economica.

A questo punto, è necessario un promemoria per i politici tedeschi, per i media e la nostra opinione pubblica.

Noi tedeschi di sinistra non dobbiamo farci prendere da illusioni o arci confondere da cortine fumogene: se la Germania tenterà di essere il primus inter pares nella politica europea, una crescente percentuale dei nostri vicini penserà di doversi difendere efficacemente da questo tentativo di primato. Tornerebbe la preoccupazione della periferia per un centro troppo forte. E le probabili conseguenze di un tale sviluppo sarebbero paralizzanti per l’UE, mentre la Germania cadrebbe nell’isolamento. In fondo abbiamo bisogno di proteggerci da noi stessi.

Quindi nel processo di integrazione europea bisogna partire dall’articolo 23 della Costituzione che impone di di partecipare allo sviluppo dell’Unione Europea. E nell’articolo 23 ci si impegna anche al “principio di sussidiarietà “. L’attuale crisi del funzionamento delle istituzioni dell’UE non cambia questi principi.

La nostra posizione geopolitica centrale, in fondo una sfortuna fino alla metà del 20 ° Secolo, richiede un alto grado di empatia per gli interessi dei nostri partner europei. E la nostra volontà di aiuto sarà fondamentale.

Noi tedeschi abbiamo ricostruito la nostra grande potenza, lo abbiamo fatto, certo da soli, ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’aiuto delle potenze occidentali, senza la nostra integrazione nella Comunità europea, senza l’aiuto dei nostri vicini, senza gli sconvolgimenti politici in Europa Centro-Orientale seguiti alla dissoluzione dell’Urss. Abbiamo molti motivi di essere grati. E abbiamo il dovere di dimostrarci degni della solidarietà ricevuta.

Al contrario, la ricerca di un esclusivo ruolo e prestigio nella politica mondiale sarebbe inutile e probabilmente anche dannoso. Sono convinto che è negli interessi strategici a lungo termine della Germania, non isolarsi. Un isolamento all’interno dell’Occidente sarebbe pericoloso. Un isolamento all’interno dell’Unione europea o della zona euro sarebbe catastrofico.

I politici e i media tedeschi hanno il dovere e l’obbligo di difendere questo punto di vista e di sostenerlo presso l’opinione pubblica.

Ma se qualcuno ci dice o ci fa capire che il futuro d’Europa parla tedesco. Se un ministro degli esteri tedesco ritiene che le apparizioni in Tv mentre è a Tripoli, al Cairo o a Kabul siano più importanti dei contatti politici con Lisbona, Madrid e Varsavia o Praga, con Dublino, L’Aia, Copenaghen ed Helsinki e se un altro pensa di dover impedire trasferimenti di un po’ di sovranità all’Unione, beh tutto questo è solo dannoso.

In realtà, la Germania è stata un contributore netto per molti decenni fin dal tempo di Adenauer . E, naturalmente, Grecia, Portogallo e Irlanda sono sempre stati beneficiari netti. Lo abbiamo fatto a lungo e possiamo permettercelo. Il principio si sussidiarietà, anche contrattualmente richiesto da Lisbona prevede che che l’Unione faccia ciò che uno stato da solo non può fare.

Konrad Adenauer, a partire dal Piano Schumann, ha tentato di correggere istinti politici e resistenze perché sapeva che l’interesse strategico a lungo termine era questo, anche nel quadro della divisione permanente della Germania. E tutti i successori – compreso Brandt, io stesso, Kohl e Schröder – hanno continuato la politica di integrazione concepita da Adenauer.

IV. La situazione attuale richiede l’energia dell’UE

Non possiamo in questo momento anticipare un futuro lontano. Correzioni a Maastricht potrebbero solo in parte eliminare errori ed omisioni, così come mi sembrano inutili le proposte di modificare l’attuale trattato di Lisbona che comunque dovrebbe passare attraverso il vaglio di referendum nazionali. Sono quindi d’accordo con il Presidente della Repubblica Italiana, Napolitano, quando ha detto alla fine di ottobre in un discorso straordinario, che oggi abbiamo bisogno di concentrarsi su ciò che è necessario fare oggi. E che abbiamo bisogno di sfruttare le opportunità che l’attuale trattato UE ci dà – in particolare il rafforzamento delle regole di bilancio e politiche economiche nell’area dell’euro.

Con l’eccezione della Banca centrale europea, le istituzioni – il Parlamento europeo, il Consiglio europeo, la Commissione di Bruxelles e il Consiglio dei ministri – hanno concluso poco nel superare la grave crisi bancaria del 2008 e soprattutto l’attuale a crisi del debito. Per superare l’attuale crisi di leadership dell’Unione Europea, non esiste una panacea. Si richiedono diversi passaggi, a volte contemporanei a volte successivi e ciò richiederà energia e pazienza. E il contributo tedesco non potrà essere limitato a slogan per il mercato televisivo.

In un punto importante sono d’accordo con Jurgen Habermas, che ha recentemente affermato che – cito testualmente – “… Abbiamo fatto l’esperienza per la prima volta nella storia dell’Unione europea di un degrado della democrazia”. Infatti: non solo il Consiglio europeo, compreso il suo presidente, proprio come la Commissione europea, compreso il suo presidente e i vari Consigli dei ministri e tutta la burocrazia di Bruxelles hanno congiuntamente messo da parte il principio democratico.

Perciò mi appello a Martin Schulz: E ‘ora che voi e i vostri democristiani, i vostri omologhi socialisti, liberali e verdi, insieme, portiate all’attenzione del pubblico i problemi veri e drammatici. Mostrare che alcune migliaia di persone che operano nella finanza negli Stati Uniti e in Europa, più alcune agenzie di rating hanno preso in ostaggio i governi d’ Europa. E ‘improbabile che Barack Obama farà molto. Lo stesso vale per il governo britannico. I governi del mondo nel 2008/2009, hanno salvato le banche, ma dal 2010, il branco di finanzieri ha ripreso a svolgere il vecchio gioco di nuovo con profitti e bonus. Una scommessa a spese di tutti i non-giocatori.

Se nessun altro vuole agire, allora l’eurozona devono agire in valuta euro. Questo è il modo di interpretare l’articolo 20 del trattato UE di Lisbona. Vi è espressamente previsto che uno o più Stati membri dell’Unione europea “… instaurarino una cooperazione rafforzata tra di loro.” In ogni caso, i paesi della zona euro devono mettere in atto regolamenti finanziari comuni. Dalla separazione tra normali banche commerciali e di banche di investimento, al divieto di effettuare vendite allo scoperto di titoli in una data futura, dall’ impedire il commercio di prodotti derivati, se non sono approvati ufficialmente dalla Securities and Exchange Commission –fino a un sistema di ritenute efficaci su determinate operazioni finanziarie. Non voglio infastidirvi, onorevoli deputati, con ulteriori dettagli.

Naturalmente, la lobby bancaria globalizzata, si è già messa in moto per ostacolare tutto questo ed evitare regolamentazioni comuni. I governi europei sono stati costretti a dover inventare nuovi “paracadute”. E ora di difendersi contro di essa. Quando gli europei avranno il coraggio di applicare una nuova regolamentazione ai mercati finanziari, allora potremo essere in una zona di stabilità. Almeno a medio termine. Ma se falliamo qui, allora il peso dell’Europa continuerà a diminuire mentre il mondo si sta evolvendo verso un duumvirato tra Washington e Pechino.

Per l’immediato futuro della zona euro continuano ad essere necessari, e certamente tutti i passi precedentemente annunciati. Questi includono il fondo di salvataggio, i limiti del debito e il loro controllo, una politica economica e fiscale comune per avere una estensione di ogni politica fiscale nazionale, la politica della spesa, politiche sociali e le riforme del mercato del lavoro. Ma un debito comune sarà inevitabile. Noi tedeschi non possiamo rifugiarci in una posizione nazional egoistica.

Ma non dobbiamo propagare in tutta Europa una politica di deflazione estrema. Occorre avviare progetti e per finanziare la crescita e il miglioramento. Senza crescita, senza lavoro, nessuno Stato può ristrutturare il proprio bilancio. Chi crede che l’Europa possa essere maestra solo nel risparmio, dovrebbe leggere qualcosa sull’impatto fatale della politica deflazionista attuata da Heinrich Brüning nel 1930/32. Ha innescato una depressione e un livello intollerabile di disoccupazione e pertanto avviato alla caduta la prima democrazia tedesca.

V. Ai miei amici

Infine, cari amici. La socialdemocrazia tedesca è stata per mezzo secolo internazionalista, abbiamo lottato per mantenere la libertà e la dignità di ogni essere umano. Abbiamo inoltre creduto nella rappresentanza della democrazia parlamentare. Questi valori ci impegnano oggi per la solidarietà europea.

Certamente l’Europa è formata anche nel 21° Secolo da Stati-nazione, ognuno con una propria lingua e con la propria storia. Pertanto, non è certamente facile trasformare l’Europa in un Unione federale. Ma l’UE non deve degenerare in una semplice confederazione di stati, deve rimanere una rete che si evolve in modo dinamico. Noi socialdemocratici dobbiamo contribuire al dispiegamento graduale di questo progetto.

Più si invecchia, più si pensa a lunghissimo termine. Anche da vecchio ho ancora stretti fra le mani i tre valori fondamentali del Programma Godesberg: libertà, giustizia, solidarietà. E credo che la giustizia richieda oggi pari opportunità le nuove generazioni.

Quando mi trovo a guardare indietro, agli anni bui dal 1933 al 1945 , i progressi che abbiamo realizzato sembrano quasi incredibili. Cerchiamo quindi di lavorare e di combattere, perché l’Unione europea che storicamente è senza precedenti , esca dalla sua attuale debolezza. Dobbiamo essere chiari e fiduciosi.

(Traduzione a cura di Paolo Borioni)

SPECIALE EUROPA
L’ EUROPEISMO NELLA RESISTENZA
di Gaetano Arfè


Esistono più storie della “idea di Europa” che vanno dalle spigolature erudite ai grandi affreschi che ricompongono la storia della civiltà europea nella sua dialettica unitarietà. Esistono sintesi pregevoli di storia dell’Europa contemporanea e ricostruzioni intelligenti e puntuali dei movimenti di idee che, a partire dal secolo scorso, lungo una linea discontinua ma mai spezzata, hanno affrontato nei loro aspetti ideali, dottrinali e politici il problema e i problemi della unità europea. Il dibattito storiografico su questi temi e ancora pero pressoché inesistente. È mancato e ancora manca quel serrato dialettico scambio di idee tra gli studiosi necessario per mettere a punto una problematica estremamente complessa e ancora fluida, influenzata da elementi di natura ideologica e da tradizioni nazionali, da diversità di metodologie e di culture.
Non è questa la sede per inoltrarsi su questo terreno. Mi limito a sottolineare un dato che emerge dal corso della storia e sul quale la più autorevole storiografia è concorde ed è quello che soltanto con la prima guerra mondiale si comincia a parlare di Stati Uniti d’Europa in termini che non sono più soltanto di vago auspicio, anche se suonano ancora come ipotesi proiettate in un indefinito futuro verso il quale la strada è ancora tutta da tracciare. Negli ambienti socialisti il tema affiora qua e là ma in forme timide e vaghe e rimane senza eco: l’internazionalismo infranto nella estate del 1914  riesce a ricomporsi, a darsi una ideologia aderente alla realtà nuova e ancora meno a ispirare una iniziativa politica: i rappresentanti del socialismo europeo non andranno al di là dell’accettazione passiva del messaggio di Wilson. La parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, come fase della rivoluzione socialista mondiale verrà proposta da Trotzky, ma contestata e contrastata da Lenin e diverrà in campo comunista una eresia. E’ soltanto con la seconda guerra mondiale che l’europeismo si cala nella realtà, diventando soggetto di storia. L’unità europea viene indicata allora per la prima volta non come aspirazione ma come un obiettivo politico da perseguire subito e la federazione europea come il quadro entro il quale ricostruire il continente devastato. La storia del federalismo europeo vanta una schiera di cultori valenti e appassionati, storici militanti come lo furono, dopo la Liberazione, quelli del movimento operaio e quelli del movimento cattolico impegnati, fuori o per lo meno ai margini dei recinti accademici, nello scoprire e nel ricostruire la storia di una Italia, privata, negli anni del fascismo, del diritto di cittadinanza anche nella storiografia e rimasta ignorata e sconosciuta. Il cerchio dell’isolamento si allento allora, e infine si ruppe via via che le correnti fatte oggetto di studio venivano occupando, attraverso le rispettive rappresentanze politiche, posizioni di forza estendendo e consolidando le proprie sfere d’influenza anche nel campo della cultura. Gli storici dell’europeismo non hanno goduto ?n qui di pari fortuna, come di regola accade a chi fa oggetto dei propri studi correnti minoritarie in un certo senso “minorizzate”. Operano nelle università e anche fuori di esse singoli studiosi e centri organizzati di studi che hanno dato e danno una produzione scientifica di elevato livello, la cui eco, però, resta fievole anche tra i praticanti del mestiere e la cui forza di penetrazione nella cultura politica e assai scarsa. Ci si può consolare notando che il fenomeno non è soltanto italiano. In una recente storia d’Europa scritta da un maestro della storiografia contemporanea quale Jean Baptiste  Duroselle, sotto gli auspici della Comunità europea, per stimolare tra i giovani la formazione di un patriottismo europeo, alimentato dalla coscienza di appartenere a una comune civiltà, non compare il nome di Altiero Spinelli, l’uomo che, per oltre un quarantennio, dal Manifesto di Ventotene al voto dell’assemblea di Strasburgo per l’unione politica, è stato tra i protagonisti maggiori, nelle mutevoli vesti di cospiratore, di agitatore, di organizzatore, di consigliere dei principi, di commissario della Comunità, di parlamentare, nell’ardua e ancora inconclusa lotta volta a costruire l’unità d’Europa. Il tema assegnatomi, e che io stesso ho proposto, è l’europeismo nella Resistenza. Non e una concessione alla convenzionalità del cinquantenario né un tentativo di rinverdirlo collegandolo a un problema attuale: è la risposta a un problema storico, quello delle origini del processo di integrazione europea. Molti anni fa, quando Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon fu investito della responsabilità di far da custode e amministratore delle patrie glorie e di assicurarne con mezzi persuasivi l’ortodosso culto, un dibattito pseudo storiografico si aprì intorno al tema della unita della storia d’Italia e ne risultò codificata quale verità di regime e levata a banco di prova del lealismo dei sudditi della monarchia fascista, la tesi che la storia d’Italia, una Italia ridotta a nebulosa entità extrastorica, aveva inizio nella età preromana. La secca risposta di Benedetto Croce fu che la storia d’Italia cominciava con la formazione dello Stato unitario e l’elezione del suo Parlamento. A porne le basi era stata il moto risorgimentale i cui inizi coincidevano col momento in cui erano comparsi sulla scena uomini disposti a battersi e a morire per rendere indipendente, libera e unita la patria.
Qualcosa di analogo, con una piccola dose di audacia, potremmo dire nel nostro caso e cioè, che la storia d’Europa ancora non è cominciata, che la storia del processo di integrazione europea coincide con quella della costituzione delle istituzioni sulle quali si è costruita la Comunità europea, che l’ancora incompiuto Risorgimento europeo comincia nel momento in cui l’unità europea viene indicata come obiettivo politico non rinviabile alle future generazioni, alla cui conquista indirizzare nell’immediato tutti gli sforzi.
Da questo punto di vista l’inizio del Risorgimento europeo può trovare, senza forzature, una collocazione cronologica precisa, il 1941.
Il primo episodio, per ricordare solo alcuni tra quelli di più alto rilievo, si verifica quell’anno in Germania ed è costituito dal Memorandum del conte Moltke, espressione di un gruppo, il circolo di Kreisau, dove si incontrano e collaborano, con prevalenza ideale dei primi, cattolici e socialisti. La condanna del nazismo risponde alla religiosa convinzione che esso non è un avversario politico da combattere ma la manifestazione del Male del mondo e che per estirparlo dalle radici la sola soluzione possibile è quella della unita d’Europa. L’obiettivo politico è identificato alla luce di un imperativo morale che legittima, anzi impone, la ricerca di tutte le possibili intese, anche con la cospirazione comunista. Moltke sarà legalmente assassinato nel gennaio del 1945.
A breve distanza di tempo segue il Manifesto di Ventotene, il testo forse più organico della letteratura federalistica resistenziale. Qui l’ispirazione è integralmente laica. Esso nasce dalla collaborazione di tre giovani deportati nell’isola di Ventotene: Altiero Spinelli che ha alle spalle lunghi anni di milizia comunista trascorsi in galera in severi studi, e che da Lenin ha tratto e ha conservato il rigore inesorabile delle analisi e la consequenzialità delle conclusioni; Eugenio Colorni, ebreo, socialista di cultura cosmopolitica, studioso di filosofia che conosce Marx e ama Leibniz; Ernesto Rossi, figlio prediletto di Gaetano Salvemini, fondatore con Carlo Rosselli del movimento di “Giustizia e Libertà”, allievo di Luigi Einaudi dai cui scritti polemici nei confronti della idea e del patto della Società delle Nazioni e per una soluzione federale del problema europeo ha tratto la sua prima ispirazione, che da Einaudi riceve nell’isola i testi dei federalisti inglesi.
Colorni, redattore dell’Avanti! clandestino sarà ucciso dai fascisti alla vigilia della Liberazione di Roma.
Nello stesso anno il socialista Léon Blum, prigioniero dei tedeschi, riflettendo sulle proprie esperienze di capo politico e di uomo di governo, passato per la dura prova della guida del fronte popolare mentre scoppiava la sedizione franchista in Spagna, affida a un saggio, A l’échelle humaine, i risultati delle proprie meditazioni che si chiudono con un messaggio europeistico. E ancora in Francia, sul fronte della Resistenza, emerge il gruppo Le Combat, raccolto intorno a Henry Frénay, di ispirazione cattolica che, pur stretto tra gollisti e comunisti, conquista una posizione di punta nel dibattito delle idee e nell’attività clandestina. Un anno dopo, un altro gruppo emerge con un motto che ne sintetizza il programma, Libérér et fédérer, e che lega la proposta della federazione europea a quella di una riforma in senso autonomistico e federalistico degli ordinamenti nazionali dei singoli paesi. Ispiratore e capo ne è l’italiano Silvio Trentin, giurista insigne, da anni esule in Francia, “giellista”, già amico e collaboratore di Rosselli. In Germania è la volta della “Rosa Bianca”, un gruppo anch’esso di matrice cattolica, che ha a ispiratore un professore, Kurt Huber, si raccoglie attorno a due giovani fratelli, Hans e Sophie Scholl, poco più che ventenni, caduti sotto la scure del boia nazista. La fioritura continua negli anni successivi e si manifesta in tutti i paesi dell’Europa occupata. Nel 1944, passando attraverso le maglie delle polizie naziste, convengono a Ginevra i rappresentanti federalisti dei movimenti di Resistenza dei vari paesi, che votano un documento nel quale è larga traccia del Manifesto di Ventotene. L’ultima testimonianza che mi par doveroso ricordare è dell’aprile del 1945, ed è costituita dal manifesto federalista dei socialisti di vari paesi detenuti nel campo di Buchenwald.
Dietro questi episodi c’è un articolato e ricco movimento di idee sviluppatosi tra le due guerre.
Voci autorevoli e inascoltate - in Italia quella di Luigi Einaudi - si erano levate dopo la guerra a denunciare la illusorietà di ogni ipotesi fondata su una funzione demiurgica della Società delle Nazioni. Il tema era ritornato attuale ed era stato ripreso all’indomani della capitolazione di Monaco dai federalisti inglesi che ne avevano fatto oggetto di studi, di discussioni e di dibattiti di qualità culturale assai alta, producendo testi alcuni dei quali sono rimasti classici. Il tema dell’unità europea aveva avuto posto di rilievo nella pubblicistica degli esuli di tutta l’Europa fascistizzata. Mi limito a ricordare, in omaggio al suo martirio, l’ebreo viennese Rudolf Hilferding, uno dei maggiori teorici della socialdemocrazia, esule a Parigi e qui raggiunto e assassinato in carcere dalla Gestapo nel 1941.
Su altro piano c’era stata tra le due guerre l’opera svolta dal movimento di Pan-Europa di Coudenhove-Kalergy, confuso nelle idee e dilettantesco nell’azione, ma che comunque aveva fatto da importante cassa di risonanza della idea dell’unità europea. C’era stata anche la velleitaria iniziativa di un Presidente del Consiglio francese, Aristide Briand, alla vigilia dell’avvento del nazismo al potere. C’era stata, e qui il legame con la Resistenza è diretto, la lucidissima appassionata denuncia di Carlo Rosselli della natura, ormai internazionale del fascismo, animato da un impulso irresistibile incontrastato dal torpore miope e vile delle democrazie che avrebbe ineluttabilmente provocato la guerra, ove a precorrerla non ci fosse stata la rivoluzione antifascista europea. Il suo vibrante commento alla sanguinosa e sanguinaria repressione della Comune di Vienna, la sua partecipazione alla guerra di Spagna danno la motivazione etica e politica della necessità di condurre contro il nazifascismo una lotta a oltranza.
Dietro questi episodi c’è, soprattutto, in funzione di forcipe, l’occupazione nazista di gran parte dell’Europa che ha resi scoperti i metodi e chiari i fini che il Reich hitleriano si propone. Ne restano colpiti non soltanto coloro i quali avevano guardato con indulgenza ai fascismi di casa d’altri, ma anche quelli che avevano visto in essi i portatori di una formula risolutiva della lotta di classe, che avevano guardato con simpatia alle loro ideologie e anche ai loro miti. Una decantazione avviene nel filo fascismo europeo che, in breve volgere di tempo, isolerà sempre più politicamente e moralmente in ogni paese il collaborazionismo. La guerra in atto - è questo il fatto nuovo - non è più guerra tra nazioni o blocchi di nazioni per l’egemonia sul continente ma scontro incomponibile tra due concezioni del mondo. I valori espressi dalle grandi componenti storiche della civiltà europea, vilipesi e negati dai nazisti, tornano alla loro funzione originaria, per essi si accetta - non è retorica - il martirio. Celui qui croyait au ciel, celui qui n’y croyait pas lo accettarono in concordia di intenti. Un uomo solitamente alieno dall’enfasi quale fu Luigi Einaudi parlerà della spada di Satana contro la spada di Dio.
Questo spiega perché i combattenti della Resistenza affrontano le logoranti prove della cospirazione, dell’attività clandestina, che non conosce l’impeto esaltante dello scontro aperto, ma l’angoscia senza speranza che ti viene dalla notizia del compagno arrestato, ma l’incubo senza pause dell’uomo in nero che batte, notturno, alla tua porta di casa o ti afferra nella strada e ti porta in una camera di tortura dove dovrai scegliere se morire o tradire.
Esistono della Resistenza, come di ogni evento che abbia inciso profondamente e durevolmente nella storia, interpretazioni diverse sulle quali il dibattito è ancora tutto aperto. Ma mutila e angusta risulta ogni interpretazione che non prenda in esame come dato storicamente documentabile e documentato la natura dell’ethos politico che nasce dalla Resistenza e la sua dimensione europea. È questo il fattore che investe la sfera delle ideologie e delle culture. Ne esce sconvolta l’idea stessa dello Stato nazionale e dei principi e delle norme etiche che vi si connettono: amore per la patria e fedeltà allo Stato che formalmente la rappresenta cessano di coincidere, la scelta della causa per la quale battersi è svincolata dalle leggi fin lì osservate. La congiura contro Hitler del luglio del ’44 parte dall’interno della casta militare tedesca e ha motivazioni che sono patriottiche, ma è un patriottismo riportato a un’etica che non è più quella cupa e chiusa del soldato e dell’uomo.
La documentazione su questo fenomeno ?n qui raccolta è assai vasta - mi piace qui ricordare con gratitudine il nome di Walter Lipgens che ha condotto, organizzato e diretto in questo campo un imponente e prezioso lavoro di ricerca - e riguarda gruppi idealmente e politicamente qualificati, in grado di lasciar traccia delle proprie idee. Tra questi, ciascuno attingendo alla propria tradizione, rapidamente maturano le proposte circa l’ordine che l’Europa deve darsi perché la ricostruzione del continente devastato non sia ancora una volta una pausa tra una guerra e l’altra. E tutti convergono nell’identificare nello Stato nazionale, nelle ideologie che esso alimenta, nelle autarchie in cui esso si chiude la causa permanente delle carne?cine che periodicamente insanguinano l’Europa.
Fino a qual punto tali orientamenti esprimano tendenze almeno potenzialmente di massa è difficile documentarlo, data anche la diversità delle tradizioni nazionali, nonché delle esperienze cui sono sottoposti i popoli via via caduti sotto la dominazione nazista, dalla Francia alla Danimarca, dalla Jugoslavia all’Italia.
Io ho il personale ricordo - mi è già capitato di raccontarlo altre volte - di un soldato tedesco che nel febbraio del 1945 approdò alla mia formazione partigiana brandendo una fotografia, quella della sua famiglia, tutti morti sotto un bombardamento. Suo padre, aggiunse poi, era stato ucciso nella prima guerra mondiale. La motivazione politica tra noi prevalente era quella di sbarazzare l’Italia dai fascisti e di liberarla dai tedeschi; ammiravamo, per quel poco che si riusciva a saperne da Radio Londra, la Resistenza jugoslava ma trepidavamo per la sorte di Trieste che stava particolarmente a cuore al nostro comandante militare, piemontese, monarchico, tenente colonnello dei carabinieri, Edoardo Alessi, caduto poi in combattimento alla vigilia della Liberazione. Di frontiere aperte e di solidale collaborazione tra i popoli ci parlava invece il commissario politico, piemontese anche lui, “giellista”, Plinio Corti, senza tuttavia spingersi, a mia memoria, alle audacie del federalismo. C’era arrivato invece il soldato tedesco: abbattimento delle frontiere, eliminazione delle dogane, abolizione dei passaporti, scioglimento delle armate nazionali, costituzione di un governo come quello degli Stati Uniti. Nelle lunghe notti di montagna del problema discutemmo a lungo in una piccola internazionale della quale facevano parte un polacco, due francesi e alcuni paracadutisti americani e tutti convenimmo che era quella la soluzione da adottare.
Resta vero che la motivazione patriottica è dovunque quella prevalente e in un paese come la Francia essa resta intrisa di nazionalismo nelle due correnti che avranno nella Resistenza il maggior peso, quella gollista e quella comunista, gravata, quest’ultima, dell’onere di riscattarsi dell’imbarazzato filo nazismo cui era stata costretta dal patto Hitler-Stalin. Ma è un patriottismo, anche questo depurato, nel quale la dissociazione tra Nazione e Stato è comunque in qualche misura penetrata e con essa, scaturita dai fatti, l’idea che il nemico non è più lo straniero in quanto tale, che il nemico può appartenere alla nostra stessa nazione, può parlare la nostra stessa lingua, il nostro stesso dialetto.
Ci troviamo, in sostanza, di fronte a uno di quei momenti ricorrenti nella storia nei quali esperienze collettivamente sofferte e accumulatesi negli anni esplodono apparentemente d’improvviso, frustano intelligenze e coscienze, ?no a segnar l’inizio di un nuovo ciclo storico.
Io ho avuto il privilegio di essere stato in rapporto di amicizia e di collaborazione con Altiero Spinelli che l’esperienza federalista ha vissuto per intero e sempre da protagonista e di aver potuto discutere con lui di questo problema che trovo storicamente affascinante e anche carico di suggestive implicazioni politiche.
La sua convinzione di allora, espressa del resto più volte nei suoi scritti, confermata da documenti e lettere di quegli anni che stanno per veder la luce, era che la guerra avesse creato le condizioni minime indispensabili per la rivoluzione federalista. L’esperienza leninista - in Lenin e in Machiavelli egli riconosceva i suoi maestri - gli aveva suggerito i criteri di interpretazione di una realtà che andava radicalmente trasformata. Il sistema fondato sugli Stati nazionali, come per Lenin quello fondato sull’ordine capitalistico, era giunto alla fase della sua estrema degenerazione per cui non poteva più essere riformato, doveva essere abbattuto. Il metodo doveva essere quello della conquista, uno dopo l’altro, dei tanti palazzi d’inverno quante erano le capitali d’Europa. Refrattario alle mitologie referendarie, egli era consapevole, già allora, che non esistevano maggioranze federaliste, come - teneva a chiarire – non esistevano maggioranze bolsceviche nella Santa Russia del 1917. Ma, come allora il regime zarista, gli Stati nazionali non avrebbero trovato combattenti disposti a difenderli da un assalto di audaci minoranze rivoluzionarie.
Eugenio Colorni ipotizza il passaggio per una fase analoga a quella dell’Italia tra il 1859 e il 1860, quando via per crisi interna sotto la spinta di una forza esterna i vecchi Stati italiani erano crollati ed era nato lo Stato unitario.
Era stato per questo, e non soltanto per liberare l’Italia dai tedeschi che Spinelli, appena liberato dal confino, costituendo a Milano il movimento federalista, prima ancora dell’armistizio, aveva lanciato l’appello alla lotta armata, invitando i suoi compagni a rimanere nelle formazioni politiche cui appartenevano - il Partito d’azione ne raccoglieva il maggior numero – operando quali cellule rivoluzionarie in vista dell’azione da promuovere non appena il cannone avesse cessato di tuonare.
Non tutto l’europeismo federalistico ebbe altrettanto originali e temerari interpreti, ma comune a tutti i suoi militanti è la convinzione che la costruzione degli Stati Uniti d’Europa è l’obiettivo politico delle generazioni che sono state protagoniste della lotta contro il nazifascismo e non dei loro ?gli o nipoti.
Ma il federalismo resistenziale si trovò a dover fare i conti, già nel corso della guerra con la politica di cui Yalta è diventata il simbolo e, subito dopo, con la ripresa di vita e di vitalità degli Stati nazionali dati frettolosamente per demoliti e con la divisione dell’Europa e con la guerra fredda. Dovrà fare i conti col problema tedesco: le atroci piaghe che le armate di Hitler hanno lasciato sul corpo d’Europa sono tali che la distinzione tra tedeschi e nazisti, necessaria perché la Germania venga ammessa a pieno titolo e col ruolo che le compete, nella “casa comune” suscita ancora sentimenti di ripulsa nei popoli che troppo spesso hanno visto la Wermacht gareggiare in ferocia con le SS. Il fallimento della CED, la Comunità Europea di Difesa, alla quale lo stesso Spinelli aveva legate le proprie speranze per il “salto” all’Europa politica sarà in larga misura determinato dalla paura di rivedere il tedesco in armi.
Su altro versante il federalismo si scontra con la sordità delle grandi “famiglie politiche” e con l’avversione, proclamata e teorizzata dei comunisti, forti, soprattutto in Francia e in Italia, del prestigio conquistato a prezzo di sangue nella lotta antifascista, delle vittorie dell’Armata rossa, del consenso delle avanguardie operaie. La parola d’ordine degli Stati Unti d’Europa era dottrinalmente inquinata di trotzkismo; politicamente contrastante con gli interessi di potenza dell’URSS staliniana, rimasta l’indiscussa patria dei proletari di tutto il mondo; era, aggiornata ai tempi, la nuova ambigua formula di copertura della tradizionale politica delle borghesie europee nei confronti del paese della rivoluzione. L’europeismo federalistico resta perciò cristiano, liberale e socialista, ma le rispettive rappresentanze politiche di quelle tradizioni ideali non lo levano e non lo leveranno a bandiera.
È per queste ragioni che esso arriva già battuto alla fine della guerra. L’ambizioso disegno di costruire sulle rovine della guerra una Europa libera e unita si allontana indefinitamente nel tempo. Il movimento accusa il colpo e si divide tra massimalisti e possibilisti, tra dottrinari e pragmatici, ma tuttavia non si estingue. La forza di una idea, diceva Spinelli, è dimostrata dalla sua capacità di resistere a ogni sconfitta. Il nucleo federalista regge alla prova, elabora una politica per i tempi lunghi adeguandola via via all’imprevedibile mutare delle situazioni, conduce un’agitazione ininterrotta. Ad esso si deve quel tanto di autenticamente europeo che è penetrato nel processo di integrazione. A simbolo, fuori di ogni concessione ai sentimenti, può esserne assunta la figura di Altiero Spinelli, la cui azione comincia col Manifesto, continua nei decenni successivi, per trovare il proprio coronamento nella battaglia della quale è ideatore e organizzatore, stratega e tattico, che si concluderà con un voto di larga maggioranza a favore del progetto di unioni politiche che i governi rifiuteranno di far proprio. E voglio in questa sede associare al suo nome quello del suo maggior collaboratore, Luciano Bolis, di recente scomparso, il partigiano che si tagliò la gola nel timore di non reggere alle torture e che, miracolosamente scampato alla morte, dedicò da allora tutta la sua passione, tutte le sue energie, tutta la sua intelligenza alla causa del federalismo.
Il processo di integrazione europea quale storicamente si è sviluppato ha risentito dell’influsso dei valori e delle idee maturati nella Resistenza, ne ha tratto alimento, ma non ne è stato pervaso, non ne ha fatto la forza motrice.
Il primo impulso a quello che potremmo definire l’“europeismo reale” venne dall’esterno, dagli Stati Uniti e i primi stimoli a che prendesse movimento furono quelli della grande fame e della grande paura - il piano Marshall, il patto di Bruxelles. La sua ideologia politica è stato l’atlantismo e non l’europeismo, la sua dottrina il funzionalismo e non il federalismo, i suoi metodi quelli della tecnocrazia e non della democrazia.
I “realisti” hanno subita e non voluta la nascita del Parlamento europeo, ne hanno compressi al massimo i poteri, hanno ritardato il più possibile la sua legittimazione formale e sostanziale da una elezione a suffragio universale diretto, hanno disatteso il voto solenne di quel Parlamento per l’unione politica, nella convinzione che coi “piccoli passi”, per atto di buona volontà dei governi e delle loro burocrazie si potesse arrivare a quel tanto di unità funzionalmente necessaria.
Il lavoro compiuto è stato indubbiamente imponente e ha assicurato ai popoli europei decenni di pace interna e di prosperità. Ma la Comunità economica non è diventata comunità politica e che cosa questo abbia comportato e comporti lo si è visto con impressionante drammatica evidenza nel momento in cui l’economia della opulenza e dello spreco è apparsa irrimediabilmente erosa nelle sue basi, mentre contemporaneamente il vecchio equilibrio internazionale veniva sepolto sotto le macerie del muro di Berlino.
L’Europa dei “realisti”, l’Europa di Maastricht, è entrata in crisi prima ancora di essere entrata in funzione. È il risultato conseguente al fatto di avere ignorato che la grande politica - e il compito di costruire l’Europa era tale da esigere una grande politica – nasce dalla sintesi di momenti diversi - quello economico e giuridico, ma anche quello etico e dottrinale - nessuno dei quali è eliminabile senza provocare scompensi alla lunga rovinosi. Nasce di qui, senza andar lontano nel tempo e nello spazio, la dissennata e scempia condotta dei governi della Comunità di fronte alle tragedie dell’Est europeo. È questo l’ambiente nel quale maturano i fermenti che vanno ad alimentare fenomeni quali il “leghismo”, che ha, come a suo tempo il fascismo, connotati marcatamente nazionali, ma che è espressione di tendenze presenti e operanti in tutta Europa, con una sua carica dissociatrice e disgregatrice, gravida dei veleni del settorialismo, del provincialismo, del microsciovinismo, del razzismo. Sarebbe ingenua e vana esercitazione retorica contrapporvi il ritorno allo spirito della Resistenza.
Il nostro mondo di idee e di valori - ne siamo lucidamente consapevoli - affonda le sue radici in un passato irrevocabile. Le generazioni che ne furono partecipi si avviano alla estinzione e loro solo dovere è quello di rimanere fedeli a se stesse e ai loro compagni di allora.
Ma è proprio a questo punto che il passato, assurgendo a storia, può sprigionare una nuova forza ideale, restaurando quel circolo dialettico tra cultura storica e cultura politica vitale per entrambe.
L’involuzione della vita politica italiana, che ne ha devastato, con la violenza di un uragano l’etica e il costume, è andata di pari passo con un revisionismo storiografico che ha indubbiamente concorso all’allargamento della problematica e all’abbattimento di chiusure manichee, proprie di una storiografia militante.
Ma alle interpretazioni ispirate a ideologie apertamente e appassionatamente professate, altre interpretazioni ideologiche si sono venute sostituendo, di segno opposto e alle chiusure manichee le aperture pilatesche, quelle che espungono dalla storia il momento etico politico gabellando questo per rispetto della scientificità della ricerca.
E di qui si parte per insegnare dall’alto di cattedre cui c’è chi attribuisce il dono della infallibilità, che i partigiani si resero anch’essi responsabili di crimini, che la pratica delle lottizzazioni comincia coi Comitati di Liberazione, che è giunta l’ora della pacificazione equiparando chi si batté per la libertà e chi combatté sotto le insegne della Repubblica di Salò, agli ordini dei nazisti, che va sepolta, senza lapidi e senza lacrime, la Costituzione colpevole di esser nata dalla Resistenza.
Fa da coro una pubblicistica storiografica, che usa le tecniche del giornalismo scandalistico, che estrapola e magari manipola documenti, al fine di offuscare figure cui l’Italia democratica deve gratitudine e rispetto. Mi torna in mente una sdegnata frase di Arturo Carlo Jemolo: ci sono uomini condannati a vedere la realtà non soffusa di nero ma insozzata di sporco.
Benedetto Croce che nella teoria e nella pratica della storia ebbe il culto e assoluto il rispetto dell’Autonomia della ricerca, non esitò a impugnare come arma la storia contro le caricaturali deformazioni fascistiche dell’Italia liberale e a contrapporre la sua Europa a quella dei nazionalismi scatenati.
Ricostruire scientificamente l’ethos politico della Resistenza europea significa concorrere ad alimentare una cultura politica languente per inedia, a dare a chi è impegnato nell’azione l’intellectum necessario per intendere quale è la funzione che il nostro continente è chiamato a svolgere in una fase potenzialmente gravida di soluzioni diverse e opposte, tra le quali a prevalere sarà quella che avrà dalla propria parte la più forte carica di volontà e di buone volontà.

Gaetano Arfè
Lettera ai compagni - Mensile della FIAP – Luglio-Settembre 1998 - Anno XXX, N. 3 - pp. 6-11


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