Viva il Parlamento!
di Ottaviano Del Turco
La decisione di Barroso di scongiurare il voto sulla Commissione che lui aveva
presentato e difeso con ostinazione ed un pizzico di arroganza sarà ricordata
per molti anni come una delle tappe fondamentali della storia dell’Unione
europea. Forse è bene allora, innanzitutto, parlare del vincitore di questa
complessa partita politico - istituzionale: il Parlamento e, dentro di esso, una
coalizione di forze nella quale ha avuto parte decisiva l’unità dei socialisti.
Ciò che era in discussione, infatti, non era una sorta di summa teologica sulle
ragioni cristiane a difesa di una concezione della famiglia e del ruolo della
donna con cui la Chiesa, prima o poi, sarà chiamata a fare i conti. Non era
nemmeno in discussione l’idea dell’omosessualità vissuta come Peccato. Non sono
materie da mettere ai voti. Sono diritti sanciti dai Trattati e dalla
Costituzione.
Ciò che era in discussione, era, invece, il rapporto tra il Parlamento e la
Commissione; tra il parlamento ed il Presidente della Commissione; ciò che era
in discussione era il delicato equilibrio tra i poteri del Parlamento, quelli
della Commissione e quelli del Consiglio. Se fosse passata l’ipotesi che, quale
che fosse il giudizio su uno o più commissari, il Presidente della Commissione
poteva infischiarsene di un giudizio negativo e continuare come se nulla fosse
successo, la prima conseguenza sarebbe stata un’evidente limitazione della
sovranità del Parlamento. Essa si sarebbe trasferita da un giudizio su qualche
commissario logorroico alla capacità dell’organo (che rappresenta la fonte del
potere legislativo dell’Unione europea), di esercitare una qualunque influenza
su aspetti decisivi della sua sfera d’intervento.
Ciò che ha prodotto lo scatto d’orgoglio è stato proprio questo. Molti
parlamentari, compresi molti parlamentari socialisti e liberali, che pure
avevano manifestato una qualche indulgenza verso il Presidente Barroso hanno,
via via, maturato la convinzione che ciò che era in ballo era qualche cosa di
più importante delle stravaganze verbali di Rocco Buttiglione. Ho visto una
riunione di 200 parlamentari del gruppo socialista trasformarsi in una sorta di
Costituente dei diritti fondamentali del Parlamento, in un clima che ribolliva
d’orgoglio e di passione politica che ha finito per travolgere anche le ultime
perplessità dei suoi componenti.
Un ruolo importante è stato giocato dai liberali, guidati dall’inglese Watson.
Essi hanno avviato, in questa fase, un lungo cammino parlamentare che li porterà
ad essere l’ago della bilancia delle “maggioranze a geometria varabile” che si
produrranno sui singoli temi che il Parlamento affronterà. Sui diritti civili,
sulle libertà fondamentali delle persone, sui diritti di cittadinanza, la
tendenza di questo gruppo sarà quella di ricercare con i socialisti le ragioni
di un’intesa. Mentre sulle grandi questioni sociali e sugli orientamenti di
politica economica la tendenza dei liberali a premiare un rapporto attivo con i
conservatori. Abbiamo parlato dei vincitori di questa vicenda. Gli sconfitti
sono tanti, ma chi esce peggio da questa storia è il governo italiano. Devono
aver raccontato a Berlusconi notizie false e tendenziose a proposito del
Parlamento europeo. Sono, probabilmente, gli stessi che lo indussero, la volta
scorsa, a provocare un incidente clamoroso con il socialista Martin Schulz.
Qualcuno deve avergli detto che qualche scivolata di gusto non poteva mettere in
discussione la granitica compattezza delle legioni che stavano dietro il
consistente successo personale di Barroso del 22 luglio scorso.
I 420 voti con cui Barroso fu eletto, sono diventati in soli sessanta giorni
poca cosa. Vedremo come si sviluppa questa storia, ma noi socialisti non
possiamo essere felici di un’altra umiliazione inferta al nostro Paese.
Tra i tanti guai che ha Berlusconi in Italia, andarsene a scegliere uno in
Europa è un atto di autolesionismo politico di difficilissima comprensione.
Avanti della Domenica
31 ottobre 2004
Firmata venerdì a Roma la Costituzione europea
Venticinque Paesi in cerca di unione
di Francesco Gozzano
Un “pezzo di carta” sia pure importante e “storico”, come il trattato
costituzionale sull’unione europea a 25, solennemente firmato venerdì a Roma,
sarà sufficiente per imprimere un’energica spinta alla effettiva realizzazione
di un’Europa protagonista sulla scena internazionale? Le divisioni e le
spaccature registratesi ad esempio sulla guerra in Iraq, la faticosa
elaborazione dello stesso trattato costituzionale, il persistere di divergenze e
piccole intese fra ristretti gruppi di paesi fanno comprendere come sia
complicato e difficile dare vita ad un’autentica comunità con unicità di
indirizzi e di comportamenti sui problemi mondiali e sulle strutture stesse
dell’unione.
La cosa non desta meraviglia perché nei suoi quasi cinquant’anni di vita la
comunità europea, nelle sue varie denominazioni, è stata spesso travagliata da
dissidi interni, da divisioni e accorpamenti, ma in definitiva ha saputo portare
avanti una serie di realizzazioni, soprattutto sul terreno economico commerciale
e monetario, che hanno consentito all’Europa di porsi come protagonista in molte
delle scelte mondiali. Certo sul piano politico è spesso mancata quell’unità di
intenti e di proposte indispensabile per metterla all’altezza delle altre grandi
potenze – Stati Uniti, Russia, Cina – ma il suo peso nei confronti di questi
colossi è indubbio anche se talvolta stenta a manifestarsi. Anche gli
euroscettici in definitiva non possono non riconoscere che oggi è indispensabile
fare i conti con questa realtà che condiziona la nostra vita di tutti i giorni:
i regolamenti e le direttive comunitarie fanno premio sulla legislazione
nazionale e questa deve adeguarvisi.
Tutto questo accadeva anche prima dell’allargamento a venticinque: da ora in poi
cosa cambia? Il trattato costituzionale ha rettificato in molti punti il
rapporto fra le tre istituzioni comunitarie – consiglio, commissione, Parlamento
– dando maggiore voce in capitolo ai rappresenti dell’opinione pubblica: e lo si
è visto nei giorni scorsi allorché l’assemblea di Strasburgo ha costretto il
presidente Barroso a ritirare la sua commissione ed a preannunciare un rimpasto.
Anche se i fautori di un’Europa federale non sono certo entusiasti del documento
solennemente firmato in Campidoglio, la strada è stata spianata verso ulteriori
traguardi: pesa tuttavia l’incognita delle ratifiche parlamentari e dei
referendum popolari che per almeno un paio d’anni ritarderanno la messa in opera
del trattato (anche se la sua entrata in vigore è prevista solo per il 2009). E
ci si chiede che fare se un congruo numero di paesi, fra cui alcuni di gran peso
come la Gran Bretagna, si rifiuteranno di avallarlo. Le ipotesi che si fanno
sono numerose ma sembra prevalere quella di dare vita ad un gruppo di paesi
d’avanguardia che comincino a realizzare le disposizioni costituzionali. Lo
strumento delle “cooperazioni rafforzate”, previsto dal trattato stesso, sarà
probabilmente il meccanismo che verrà maggiormente utilizzato per procedere
almeno in quei campi in cui non è prevista l’unanimità dei paesi membri: si
tratta ovviamente di un escamotage per non paralizzare l’attività dell’unione,
ma è opportuno che venga utilizzato in determinate circostanze.
Ma sarà sui temi di rilevanza internazionale, come la politica estera e la
difesa/sicurezza, che si vedrà se l’unione a 25 potrà realmente funzionare o è
destinata a rimanere sulla carta, se sarà cioè in grado di svolgere un ruolo
decisivo a fianco e non in alternativa agli Stati Uniti, che restano pur sempre
l’elemento di riferimento di qualsiasi azione a livello internazionale, e anche
a Russia e Cina che non rinunceranno certo a un ruolo di co-protagonisti e
quindi obbligheranno l’Unione Europa a misurarsi con essi. E infine occorre non
dimenticare i paesi del cosiddetto terzo mondo che guardano all’Europa come
“sponda” per il loro pieno inserimento nella dialettica politica ed economica
mondiale. Come si vede, promesse e possibilità per l’Europa a 25 ce ne sono, e
parecchie: se il trattato costituzionale firmato in Campidoglio costituirà la
molla e lo stimolo per portare avanti la costruzione dell’Europa e il suo
maggiore inserimento nella scena internazionale resterà certamente nella storia.
Ma perché questo obbiettivo si realizzi non dobbiamo solo contare sull’azione
dei governi: spetta ai popoli europei dimostrare con i fatti che vogliono essere
anche loro, e non solo le istituzioni, i protagonisti dei futuri eventi
mondiali.
Avanti della Domenica
31 ottobre 2004