Felice Besostri sul “Progetto di Costituzione Europea”


Quale è stato il dibattito sulla Costituzione Europea al di fuori degli specialisti interessati? Alla pubblica opinione sono state trasmesse poche cose. La questione se debbano figurare nel Preambolo le “radici cristiane” o “giudeo-cristiane dell’Europa”, se Berlusconi ce la farà a firmare il Trattato durante la sua presidenza di turno e se è giusto che Spagna e Polonia debbano pesare appena un po’ meno dei quattro grandi, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia o di quanti membri dovesse essere la Commissione, cioè questioni tipicamente nazionali.

Troppo poco, la nuova Europa a 25 per la prima volta crea una entità politica veramente paneuropea e non soltanto occidentale-scandinava.

La divisione dell’Europa tra est ed ovest, che non apparteneva né alla storia né alla geografia è stata una divisione politica e di sistemi economici e sociali incidere su una cultura millenaria comune, cioè sull’humus dal quale dovrebbe nascere nell’Unione un popolo europeo non semplice sommatoria dei suoi popoli.

Poco si è fatto per costituire un ethos del demos europeo, base del thelos della nuova formazione politica. Il progetto deve essere molto forte, perché mentre per le nazioni, che già si sono costituite in stati, memoria e progetto possono coesistere in equilibrio nel caso dell’Europa la memoria, eccettuata quella della sua cultura, è memoria di guerre e divisioni, in cui gli interessi economici e le religioni, insieme con le etnie e le lingue, sono stati i fattori scatenanti principali.

Intorno al progetto di Costituzione, elaborato dalla Convenzione, non si è creata una questione politica che coinvolgesse le opinioni pubbliche nazionali, come invece dava per scontato solo 3 anni fa, come risultato di un’evoluzione decennale, Jean-Marc Ferry, nel suo libro fondamentale “La Questione de l’Etat européen” (Parigi, 2000). E’ vero che la costruzione europea non è più una routine di tecnici ed esperti, ma una grande questione politica, ma non vi è stato il coinvolgimento della pubblica opinione tranne in quegli stati dove vi è stata divisione e contrapposizione nell’opinione pubblica e nel sistema politico o sull’adesione o su fasi di integrazione più spinta, sono i casi della Norvegia, della Danimarca, della Svezia ed in misura minore dell’Irlanda e della Francia o come sarà il caso della Gran Bretagna in caso di referendum sulla moneta unica.

Sono convinto che un confronto sull’Europa sia più importante del finto unanimismo italiano: siamo i più europeisti teorici, abbiamo fatto addirittura un referendum per i poteri costituenti del Parlamento Europeo, e nel contempo per anni il fanalino di coda nel recepimento delle direttive comunitarie.

E’ difficilmente contestabile che la costruzione dell’Unione Europea così come è avvenuta e avviene instauri un divario crescente tra la “comunità legale” e la “comunità morale”, espressioni usata nel senso attribuito dal filosofo americano Michael Walzer (Sphire de justice, une defense du pluralism e de l’egalité, trad. francese, Paris, 1997). 

Ma se ciò avviene i cittadini cominciano ad interrogarsi sulla legittimità della “comunità politica” alla quale appartengono.

Valori condivisi non significa identità di vedute: d’altra parte il motto scelto dall’Unione è “Unità nella diversità”, ma che insieme si devono affrontare i problemi comuni..

Attualmente due dogmi reggono l’Europa: le libere istituzioni democratiche ed il libero mercato.

Ma lo sviluppo della democrazia non è andato di pari passo con quello del mercato, tanto che è espressione comune “il deficit democratico” dell’Europa (si veda sul complesso dei problemi il volume a cura di Andreas Maurer e Burkard Thiele Legitimationprobleme und Demokratiesierung der Europaeschen Union, Marburg, 1996).

Ma come è possibile superare questo deficit in assenza di un’opinione pubblica europea che indirizzi le proprie formazioni politiche e tramite queste le proprie rappresentanze parlamentari sulle politiche economiche e sociali inserite con quelle dei diritti civili?

Senza opinione pubblica e senza partiti mancano due elementi essenziali di uno stato democratico vero, cioè in cui la democrazia non sia ridotta a pura procedura elettorale.

Su questo, per limitarmi ad un tema la Convenzione arretra rispetto alle norme vigenti, cfr. art. 45 c. 4 della Convenzione. 

“I partiti politici di livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione” e art. II – 12 c. 2:

I partiti politici a livello dell’Unione contribuiscono ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione – dalla Carta dei Diritti dell’Unione.

Rispetto all’art. 191 del Trattato istitutivo della C.E.nella versione emendata in seguito a Nizza si tratta di un notevole passo indietro. Infatti per l’art. 191 (ex art. 138A): “I partiti politici a livello europeo sono in importante fattore per l’integrazione in seno all’Unione. Essi contribuiscono a formare una coscienza europea e ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione”

Il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all’articolo 251, determina lo statuto dei partiti politici a livello europeo, in particolare norme relative al loro finanziamento”.

I convenzionali europei o si sono lasciati prendere la mano e le menti dall’antipartitismo imperante ovvero consapevolmente tendono ad un modello di democrazia senza partiti, checchè ne pensasse Kelsen, ovvero di partiti di aggregazione carismatica, demalogica o populista che non hanno bisogno di finanziamento pubblico perchè ci pensano in proprio i loro leaders o le loro lobbies, che li sostengono.

E’ vero che i partiti con la loro degenerazione oligarchica hanno cattiva stampa, ma il punto è se vogliono riformarli o subire la disaffezione politica ed elettorale, senza reagire.

Intervento al dibattito del 7 novembre 2003 organizzato da Socialismo 2000 - Sinistra DS – 14 luglio alla Sala della Sacrestia di vicolo Valdina – Roma


Quale Europa? (ipotizzando che gli Usa non riescano a trainare la crescita mondiale)

di Salvatore Biasco

1. Slitta di volta in volta in avanti la possibilità che una ripresa negli Usa trascini l'economia mondiale fuori dal chinale recessivo. La ripresa statunitense alla fine ci sarà, ma é opportuno chiedersi se non sia possibile che in quel paese si produca per un periodo non breve una riedizione, sia pure attenuata, della sindrome giapponese. In Giappone, lo scoppio di una bolla speculativa, dieci anni fa, ha interrotto bruscamente un processo di crescita quarantennale, trasformandolo in andamento di alti e bassi attorno ad una linea di ristagno e spuntando molti degli strumenti di stimolo a disposizione della politica economica. Diversa é sicuramente la posizione delle banche Usa e giapponesi (le prime meno esposte alla bolla) e la flessibilità dei mercati (quelli statunitensi, più inclini a riflettere subito nei prezzi la nuova realtà e le perdite), ma può non bastare. Sta di fatto che uno stimolo dal bilancio pubblico pari a oltre 5 punti di pil non ha prodotto risultati adeguati all'intervento, mentre i rapporti di indebitamento privato peggiorano (e arriveranno al punto in cui non potranno farlo ulteriormente e condizioneranno la spesa), il deficit esterno é su un sentiero insostenibile, la posizione finanziaria delle assicurazioni (riflessa dal loro portafoglio) é precaria, i fondi pensioni registrano uno squilibrio finanziario di dimensioni rilevanti. Un dollaro che si porti verso valori più realistici non é l'uovo di Colombo della situazione (e comunque non diffonde crescita nel mondo). Se la corsa alla svalutazione dovesse continuare (e a mio avviso, tra salti in avanti e rimbalzi all'indietro, continuerà) prima o poi la tendenza dei tassi di interesse Usa ad abbassarsi non sarà tenibile per le tensioni che si genereranno nei prezzi; e se per questo o per altri motivi si dovesse sgonfiare il prezzo degli immobili e delle obbligazioni (che é il vero deus ex machina di una situazione che si mantiene debolmente positiva) tutto il quadro macroeconomico statunitense si farebbe pesante e difficile da gestire, soprattutto alla luce dell' avventurosa politica di sgravi fiscali e spese militari (non si sa quanto sostenibili nel lungo periodo) voluta da Bush. La determinazione a ottenere una crescita a qualsiasi condizione per il 2004 (anno elettorale) può rendere più difficili i problemi in futuro.
Le prospettive degli Usa sono, però, un argomento a sé, su cui non voglio inoltrarmi, introdotto qui solo per mettere in guardia contro un affidamento eccessivo ad una duratura ripresa statunitense che tolga all'Europa qualche castagna dal fuoco.

2. Se questo é uno scenario possibile (e, comunque, da tener sempre presente, anche di fronte a evoluzioni più favorevoli, nel menu delle alternative costantemente all'ordine del giorno) l'Europa si troverà a non poter ignorare la necessità di sostenere la crescita con le proprie politiche, non essendo attrezzata né culturalmente né istituzionalmente a farlo. Domina un quadro tecnocratico, dirigenziale, di supporto accademico formatosi nelle università americane (o che ne hanno riprodotto schemi e programmi) e incapace di concepire nulla di dissimile dall'idealizzazione del modello economico di quel paese. Non vi é un centro vero di elaborazione e implementazione delle politiche (la Bce é solo un centro di complemento e non può avere compiti di supplenza; gli altri centri decisionali prevedono meccanismi farraginosi). Tutto, poi, sembra agitarsi più su un livello accademico che operativo. Nel frattempo, si procede per interpretazioni meno restrittive del patto di stabilità, che è un espediente per tirare avanti in qualche modo senza intaccare i principi, e si sentono invocare come vie di uscita politiche dell'offerta e un ritorno più deciso all'agenda di Lisbona (economia della conoscenza e dell'innovazione), ma queste, per quanto auspicabili, non avrebbero alcun effetto sul quadro macroeconomico nell'immediato. Il tempo é la risorsa più preziosa in questo momento. 
Il punto cruciale in Europa é lo stato delle aspettative. Finché queste rimangono depresse - a causa della stessa bassa crescita passata, della scarsa fiducia nella capacità delle istituzioni ad affrontare la situazione, della svalutazione del dollaro, nonché delle deprimenti prospettive della domanda - la spesa rimane compressa e prevalgono comportamenti precauzionali e difensivi, che portano i privati a tenere a freno programmi a vasto raggio, l'allargamento della capacità produttiva o l'avventura in mercati rischiosi. Girando a basso ritmo, il settore privato autoconvalida i presupposti dei suoi comportamenti ed é indotto a perpetuarli. Ma un mutamento delle aspettative non é semplice, e può essere solo prodotto dal mutamento profondo e inconsueto (per impeto e tempistica) delle politiche: dalla robustezza (e, in un certo senso, drammaticità) degli interventi, dalla sensazione che ci sia un meccanismo decisionale che funzioni, dal segno e intellegibilità degli interventi prospettati anche per il futuro. 

3. Pensare che quel mutamento passi per il varo delle riforme strutturali perché é lì l'elemento chiave per il ripristino della fiducia negli operatori europei (come ha sostenuto Solbes - Commissario europeo agli Affari economici - a margine della riunione dei Ministri finanziari il 16 luglio 2003) non é che una atto di fede, perché presuppone che l'insorgere di un nuovo spirito imprenditoriale (parliamo di "spirito imprenditoriale" e non di convenienze al margine) sia la conseguenza diretta della riforma delle pensioni, del mercato del lavoro, della predisposizione di incentivi alla ricerca e alla formazione (o altro). Fa sorgere dubbi sul modo in cui l'esempio americano sia stato inteso e suscita l'interrogativo se quel tipo di prescrizione non sconti una irrilevanza dell'orizzonte temporale su cui dovrebbe produrre le sue conseguenze, in quanto sconti la diagnosi che si sia di fronte a un ordinario allentamento del ciclo mondiale (che in qualche modo si correggerà), e non piuttosto ad una fase che stenta e può stentare per lungo tempo a trovare un motore stabile.
Il problema è che non possono affermarsi aspettative di crescita, né venire in essere comportamenti virtuosi che le riflettano, senza che un'espansione effettiva abbia premuto sulla capacità produttiva per qualche tempo (e con regolarità) e sia giudicata non episodica. Quando questo avviene, la proiezione in avanti dell'espansione dei mercati allunga gli orizzonti di pianificazione temporale, porta a decisioni di spesa più audaci e induce un accrescimento del potenziale produttivo, che crea esso stesso le premesse affinché gli incrementi di capacità di offerta, generati in anticipazione, siano poi riempiti da addizioni effettive di domanda interna e da nuove esportazioni, venendo così a convalidare la giustezza dello scenario assunto ed estendendolo nel tempo. Come conseguenza, la produttività sale per via delle economie di scala e dell'introduzione di nuova tecnologia incorporata negli investimenti; vengono assorbiti gli incrementi dei redditi da lavoro, che vanno in parallelo con l'aumento dei profitti, cresce la competizione, l'inflazione rimane contenuta e l'economia trova spontaneamente elementi di flessibilità. Questa rimozione dell'incertezza che trova conferma in sé stessa é un processo che si avvia lentamente e poi si regge da solo (ammesso che non vi siano ostacoli insiti nelle situazioni finanziarie e di portafoglio degli agenti). Allora la spesa privata viene a sostituire quella pubblica come motore che tiene in vita il processo, in un meccanismo autosostenuto. É stato così negli anni '50 e 60; é stato così in altri episodi di crescita prolungata; é stato così negli Usa di Reagan e Clinton e nella Germania post riunificazione. Quale che sia il rilievo che gli si dia, sarà sempre un processo poco enfatizzato. E vero che fattori di offerta hanno un ruolo importante (investimenti, introduzione degli avanzamenti tecnici, atteggiamenti economici meno conservatori, propensione al rischio di lungo periodo e quant'altro), ma non bisogna fraintenderli, perché non agiscono da soli e, inoltre, si combinano in modo non univoco. Un quadro strutturale che aiuti tali fattori a dispiegarsi può essere importante. Ciò che, invece, può essere, errato é inferire, con un certo assolutismo, quali siano gli ingredienti autonomi e strutturali che generano la crescita (e desumere un intero quadro di azione) da confronti statistici che indichino una più pronunciata presenza di questo o quel fattore nei paesi in crescita più elevata se prima non si comprende che dietro di essi vi sono fattori scatenati e sollecitativi quali l'attenuazione dell'incertezza macroeconomica e una pressione della domanda sulla capacità produttiva che si é mantenuta per qualche tempo. E va anche detto che, prescindendo da considerazioni di causalità, tali confronti statistici non danno neppure risultati convergenti e inequivocabili. Nessuno potrà mai negare l'importanza del capitale umano, del progresso tecnico, delle infrastrutture e quanto altro possa essere pensato favorevole alla crescita, ma quando si dispongano nel tempo le prestazioni delle varie economie (o le si confrontino tra loro allo stesso momento del tempo) non tutto quadra linearmente, per cui le economie osservate si discostano in alto o in basso dalle prestazioni che sarebbero spiegate dalla presenza questi fattori e una parte dello sviluppo rimane inspiegato da essi (per tutti, si veda Easteley, The Elusive Quest for Growth, 2001).

4. Alla luce di uno sguardo meno ideologico e assertivo, forse l'intera storia del "modello americano" é una storia che andrà rielaborata, in quanto, nella sua vulgata, é presumibilmente inscritta in un'illusione ottica che ha fatto apparire come peculiari di quel modello fattori (alcuni rilevanti e altri meno nel processo) che sono stati attivi in un meccanismo complesso. Lo sanno bene le amministrazioni americane che quando il meccanismo si inceppa, o rischia di farlo, ricorrono a potenti iniezioni di domanda e all'utilizzo della politica monetaria ad artificiale sostegno dei valori di stock (come via indiretta per sostenere la spesa). Ed è il meccanismo e la sua cornice che possono essere di maggiore interesse per l'Europa, non la riproduzione pedissequa di quella o quell'altra caratteristica del modo di operare dei mercati o degli arrangiamenti sociali o istituzionali che lì prevalgono. Anche perché la focalizzazione sugli ingredienti della crescita statunitense potrebbe essere tradita dal fatto che gli ingredienti rimarranno gli stessi, ma la crescita di lungo periodo degli Usa potrebbe non rimanere identica a quella degli anni '90 e subire un sostanziale abbassamento. In più, va aggiunto che vi sono ingredienti che prescindono da elementi di offerta, ma che andrebbero tirati in ballo, quale il ruolo del dollaro e il perseguimento di ciò che gli economisti chiamano "protezionismo strategico". 

5. Ovviamente qui non sto affermando che i fattori di offerta non contino e che non predispongano condizioni importanti per la crescita, ma solo che i rivoli attraverso i quali diventano attivi sono molti e che essi stessi sono spesso il frutto della crescita. Quindi nessuno nega che l'Europa fa bene a guidare una politica per una popolazione destinata all'invecchiamento, a chiedere la liberalizzazione di alcuni servizi essenziali, a puntare sulla ricerca e il progresso tecnico come fonti principali di competitività, a vigilare che l'ambiente economico rimanga favorevole all'investimento, alla libera intrapresa, alla competizione. E anche a vigilare sulla sostenibilità finanziaria di lungo periodo dei programmi pubblici in capo ai singoli stati e a orientare tali programmi verso una migliore qualità in funzione strutturale. Eppure qualcosa rimane non pienamente convincente in questi indirizzi, nei modi in cui vengono agitati, negli attributi salvifici di cui sono investiti. Basta leggere il recente (26 giugno 2003) documento della Comunità relativo al Council Recommendation "on the broad guidlines of the economic policies of the Member States and the Communitiy (for the 2003-5 period)" (http://europa.eu.int/eur-lex/en/dat/2003/l_195/l_19520030801en00010054.pdf) per avere l'impressione - pur non discordando sostanzialmente da ogni frase singolarmente presa, come é il mio caso - di trovarsi di fronte a una compilazione scolastica (nulla, però, che eguagli i documenti dell'Ocse), che richiama più quegli esercizi affidati a bravi e zelanti dottorandi (di università di stampo americano), che un profondo lavoro di scavo. 
Non convince una certa acriticità riflessa nell'assenza di consapevolezza che ogni misura comporti il rovescio della medaglia (domanda: l'incertezza che alcune riforme sociali inducono sul reddito e la condizione futura di vaste categorie della popolazione lascia il piatto della bilancia tutto caricato sulle condizioni favorevoli alla crescita e al consumo?. É senza conseguenze per i nuovi entranti l'innalzamento dell'età di pensione - che pure io giudico necessario? e così via) 
Non convince l'assenza di fantasia (domanda: l'abbassamento delle passività che le future generazioni ereditano dal peso del finanziamento degli schemi pensionistici va ricercato internamente agli schemi stessi o può essere anche in parte individuato nelle attività che esse ricevono dalle generazioni precedenti? e così via) 
Non convince l'assenza di riflessione sulla peculiarità del modello europeo e la mancanza del presupposto di una sua (duttile) difesa in ogni intervento proposto. Il nostro (europeo) é un modello che associa alla proprietà un concetto di responsabilità, che punta sulla cittadinanza e valorizza l'idea di Comunità, che affida ad un intervento esteso dello Stato compiti di mediazione sociale e di correzione degli esiti del mercato. Si ha sempre l'impressione che nel sottofondo corra l'idea che questo modello non abbia chance di sopravvivenza e che non vi siano alternative all'omologazione dell'economia europea a quella statunitense al fine di riprodurre gli ingredienti "accertati" della crescita. 
Non convince l'impostazione analitica di un ragionamento che corre in termini deterministici, come sempre i ragionamenti centrati sull'offerta, nei quali la produzione ha una sua autonomia e trova in sé stessa le sue fonti di stimolo e assorbimento, purché aiutata dalla predisposizione di appropriati incentivi, di condizioni che consentano il funzionamento delle forze di mercato e dal rigore macroeconomico. Questo determinismo é fissato nel concetto di crescita del reddito potenziale di lungo periodo, che oggi si presenterebbe differenziata per Usa e Europa, quasi a implicare che i vincoli di offerta che esso vorrebbe registrare non possano essere elastici alla domanda o non riflettano la forza con cui le attese su di essa abbiano premuto in passato sulla capacità produttiva. In un certo senso l'attenzione di Solbes alle aspettative é quasi un passo in avanti rispetto a tale meccanicismo, anche se poi quel meccanicismo é reintrodotto dalla finestra. Forse la questione rispetto a visioni alla Solbes é di orizzonte temporale. Il punto é che la scienza economica poco sa delle relazioni di lungo periodo e, soprattutto, di come il breve si connetta al lungo. Orizzonti temporali troppo lunghi potrebbero essere adeguati a cogliere tante verità parziali, ma non vedere la foresta di una condizione che può implodere su sé stessa e, attraverso un eccesso di shock impressi oggi per benefici futuri, trascinare il breve periodo nel lungo periodo.

6. Alla luce dell'implosione cui può portare uno stato prolungato di depressione interna e dell'economia mondiale, L'Europa ha bisogno di riprendere il filo di una politica economica attiva a sostegno della domanda. È ovviamente necessario che molto del piano Delors, come rielaborato dalla Commissione van Miert, sia ripreso quale programma della Comunità. Il fatto che Tremonti abbia riproposto un'idea che per anni é stata nei programmi della sinistra non ne cambia il segno. Il punto cruciale é che i vincoli del patto di stabilità per i singoli paesi permangano, e che sia la Comunità in quanto tale a contrarre le obbligazioni finanziarie per spendere in deficit (direttamente, così come tramite la Bei). Quindi: nessuna delega ai singoli governi a farlo in ordine sparso, neppure quella insita in una revisione dei criteri di classificazione contabile di alcuni investimenti pubblici o in ricerca. Ma anche il programma di infrastrutture europee (e anche alla scala proposta da Tremonti) non é tale da produrre l'effetto shock necessario e quell'inversione delle aspettative su cui si commisura il suo successo. La tempistica non é adeguata alla gravità del ristagno potenziale (mondiale) e alla depressione delle aspettative, soprattutto se gli Usa dovessero trovare difficoltoso riattivare il processo di crescita e l'euro continuasse a crescere. Il tempo é la risorsa scarsa e quel piano da un lato richiede una lunga fase di gestazione e dall'altro non é detto che, una volta approvato, trovi la strada di una effettiva implementazione o che la trovi in tempo utile. É lo stesso presidente della Bei, Mayestad, ad avvertire che per le grandi opere ci vogliono mediamente 10 anni per la definizione del progetto e altri 5-7 per realizzarlo (gli investimenti in innovazione hanno, invece, un ciclo più breve). Ma non siamo neppure nella fase di approvazione del piano (che si spera, a meno di un conflitto sulle priorità, possa essere licenziato dal Parlamento europeo - come ultima tappa dell'iter - nella primavera del 2004). In più, le disponibilità della Bei sono di 50 miliardi di euro al 2010; e, pur scontando l'effetto leva verso i privati, le possibili strutturazioni della finanza, la destinazione di fondi comunitari di coesione o specifici, l'intervento di capitali semi-pubblici o statali per cofinanziamento o per rendere appetibile il progetto ai privati, siamo lontanissimi dai 50-70 miliardi annui proposti da Tremonti. Sta di fatto che dei 14 piani approvati dopo Delors, nove anni fa, solo tre sono arrivati a compimento, 7 saranno completati entro il 2007 e gli altri molto più tardi. E ci si deve chiedere perché il settore privato - che é ben conscio di queste difficoltà - dovrebbe scommettere, nelle sue decisioni proiettate nel futuro, sugli effetti di qualcosa, che se vedrà la luce, lo vedrà nel tempo e produrrà effetti diluiti, mentre al momento sente incombere la concretezza di una depressione dell'attività e arrivano dagli Usa notizie che possono non essere consolatorie.

7. Anche se lo scenario internazionale si rivelasse meno pessimistico e desse all'economia continentale l'opportunità di riprendere, più o meno faticosamente, il cammino al traino dell'economia statunitense, sarebbe comunque opportuno che la Comunità avesse a disposizione una batteria di strumenti, adeguati ad affrontare con tempestività una situazione nella quale le sia richiesto di essere autosufficiente nel traino della crescita (e svolgere in tal modo un servizio anche al resto del mondo). Lo richiede la stessa permeabilità dell'economia internazionale agli shock, non ultimo quelli che può infliggergli il terrorismo internazionale. 
In primo luogo, l'armamentario istituzionale non é adeguato allo scopo. Siamo in epoca di Costituzione e in questo campo la Comunità risente più che altrove della gestione intergovernativa dell'Unione. Non é concepibile che la conduzione macroeconomia non abbia una cabina di comando con una delega implicita - più o meno paragonabile a quella di cui gode la Bce per la politica monetaria, ma sottoponibile a verifica - o che permangano materie dove viga il diritto di veto. Ed é difficile accettare che una organizzazione sovraordinata ai singoli Stati abbia un bilancio tanto modesto quanto quello della Comunità, e in più debba attenersi al pareggio. Un conto é che sia previsto un limite al deficit di bilancio della Comunità o al suo stock di indebitamento, un altro é che per essa viga un divieto assoluto. L'Amministrazione federale negli Stati Uniti non é tenuta al bilancio in pareggio. Sono tenuti ad esso (e non tutti) i singoli stati federali; e questo ha un senso. É vero che in quel Paese non vi é un pregresso di debito accumulato dai singoli stati federati, come in Europa, ma qui si potrebbero stabilire dei limiti iniziali del debito (stock) federale con la possibilità di ampliarli man mano che si abbassa quello dei singoli Stati della Comunità (senza per questo riprodurre una scala 1:1). Che senso ha che oggi si ventili l'idea che l'ostacolo possa essere aggirato facendo transitare le spese infrastrutturali in veicoli esterni ai bilanci dei singoli stati o in contabilità separate? Non sarebbe meglio riportare in modo esplicito e ordinato tutto questo al centro? Non sarebbe meglio una Golden Rule a livello europeo (vale a dire l'esclusione delle spese in infrastrutture dalle regole di bilancio europeo)? Per essa rinvio ad un saggio denso e articolato, M.T. Salvemini che percorre lucidamente gli accorgimenti di finanza e istituzionali che attorno ad essa potrebbero essere attivati (Politiche di bilancio e regole europee: una riflessione aperta), 2003 mimeo)
Ma non é solo questione di Golden Rule. Fermo restando i vincoli individuali del patto di stabilità, alla Comunità sarebbe adeguato, in aggiunta al piano infrastrutturale, disporre di strumenti agili per la regolazione del quadro macroeconomico; strumenti che le consentano di finanziare in deficit un allargamento rapido del potere di acquisto nei paesi membri, con programmi, che abbiano una qualche connessione con politiche di offerta (se non altro a fini di accettazione degli stessi). Sono di questo tipo - a puro titolo esemplificativo - un allocazione straordinaria di risorse alle università per programmi di spin off, di dotazione dei laboratori, per sostegno alle spese di ricerca in genere, ecc; un allocazione di risorse per programmi di alfabetizzazione e dotazione di materiale informatico (gestito dalle scuole, ad esempio); programmi di aiuto ai paesi in via di sviluppo condizionato per spese nella Comunità entro un periodo breve di tempo in macchinari o altro; aiuti alla rottamazione ecologica; un gigantesco piano di borse di studio e formazione personale; altri programmi comportanti trasferimento (o, meglio, creazione) di potere di acquisto per spesa immediata. Programmi, quindi, di allocazione - senza troppi condizionamenti (dotazioni pro istituzione o pro capite, rimborsi a piè di lista, assegnazioni per spese finalizzate, non aste o prestiti) - di svariati miliardi di euro (che oggi dovrebbero partire da almeno 30 milioni il primo anno) da portare gradualmente a termine, man mano che vengano in esecuzione gli indirizzi di espansione della domanda più legati alla produzione di infrastrutture materiali e non. Tutto ciò comporta una difficilissima revisione del Trattato di Roma e una chiarezza di visione politica e di politica economica, ma occorre rendersi conto che ci si può trovare di fronte a mali estremi, in un contesto che bandisca la possibilità di galleggiare. Una via equivalente (ma molto più debole e indiretta) é il mantenimento delle attuali dotazioni di spesa della Comunità con la sospensione per due tre anni del pagamento delle quote ai singoli paesi. Nessuno dei feedback negativi ipotizzabili avrebbe in questo momento una forza significativa.
É vero che questo quadro forza talmente i limiti istituzionali e culturali (nel senso implicato in apertura) di concezione dell'Unione da apparire una costruzione intellettuale. Ma sono le forzature a indicare direzioni di marcia che andrebbero perse nell'immersione nel realismo (come ha insegnato la stessa affermazione del liberismo negli anni '70), mentre é vero che gli umori e gli scenari culturali e politici mutano con una rapidità straordinaria al mutare di situazioni (é ancora l'affermazione del liberismo a insegnarlo), e che si aprono improvvisamente scenari alternativi e vere e proprie svolte che anni prima sarebbero state pensate impossibili, che hanno bisogno, però, per materializzarsi, di essere già state elaborate e di aleggiare nell'aria. 
La Comunità é stata colta impreparata a questo tipo di compiti. Essi erano esclusi dallo stesso quadro analitico all'interno del quale l'accelerazione dell'unione economica e monetaria era stata prefigurata. Una volta allargato il mercato con la libera circolazione di merci e capitali, l'auspicio di offerta in cui era stata concepita prometteva che lo sfruttamento delle economie di scala, la caduta dei costi burocratici, la maggiore concorrenza, la sparizione delle industrie inefficienti e la riallocazione del capitale verso quelle più efficienti, l'eliminazione dell'incertezza dovuta ai cambi, la messa sotto controllo del bilancio pubblico e il ritiro dello Stato dall'economia avrebbero provocato una stagione di fervore produttivo; stagione nella quale i compiti delle autorità centrali sarebbero stati solo di sorveglianza per mantenere la concorrenza, estendere la liberalizzazione dei mercati, impedire che si tornasse all'indietro da una impostazione di probità finanziaria. Non é andata così. E, mentre al tempo di questa elaborazione, il declino che gli Usa manifestavano non conferiva all'esempio di quel paese una forza esemplare, la grande stagione degli Usa in un ampio tratto degli anni '90 (in parte casuale, ma il discorso é lungo) e il fallimento delle aspettative in Europa hanno fatto sorgere nel continente una seconda ondata di visioni di offerta, centrate sull'imitazione delle virtù attribuite a quel modello; visioni che lasciano ancora la Comunità scoperta in quanto a strumenti di gestione dell'economia al fine di regolarne l'attività economica, proprio mentre emerge con forza la necessità non tanto di una gestione europea della politica economica dei diversi paesi, quanto della gestione europea di una politica economica europea. Ciò che sta con chiarezza venendo in rilievo é che lo svantaggio verso gli Stati Uniti sta in primis proprio nella leva di comando centrale dell'economia e nella libertà con cui essa viene usata nelle scelte dei mix di politica economica, nel loro cambio repentino, nella loro intelligibilità e capacità di costituire orientamento per ogni singola parte del sistema. Questa non c'é. Il coordinamento delle politiche economiche e' quanto di più farraginoso ci sia ed e' comunque inadeguato se devono permanere - come a mio avviso, devono - i vincoli del patto di stabilità. L'apparato che porta alla regolazione delle politiche d'offerta può essere solo di complemento e ne esce comunque danneggiato. Oggi gli eventi impongono di rielaborare questa visione: lo impone, se non altro, la necessità di intraprendere una qualche direzione di marcia di fronte all'andamento del dollaro e all'aggiustamento internazionale che esso solletica.

8. Non vi é nulla di male, dietro una forte espansione della domanda, se la politica monetaria non é pienamente accomodante (cioè, più cauta che in Usa) e l'euro continua a apprezzarsi. Quell'apprezzamento produce il massimo di politica dell'offerta che oggi può essere attuato. Ma é benefico se e solo se avviene con compensazioni sostanziali dal lato dell'attività produttiva che "indennizzino" le imprese per lo shock che produce e facilitino senza scosse i mutamenti strutturali e l'accelerazione di produttività necessaria a convivere con un cambio alto. É un mix che ho visto perorare anche da De Cecco su Repubblica. L'eterodossia di una linea di espansione come quella prospettata avrebbe paradossalmente anche l'effetto iniziale di limitare la crescita dell'euro, a causa della prudenza che eserciterebbe la comunità finanziaria nelle sue scelte di fronte a sviluppi poco conformi alla sua visione del mondo. Questa linea, oltre che difensiva, potrebbe anche trasformarsi in un indirizzo offensivo, in quanto giocherebbe sul finanziamento con capitali esteri e su un ruolo pieno dell'euro come valuta internazionale - che oggi sarebbe solo un vantaggio, ma che richiede un diverso atteggiamento della Comunità, verso il conto corrente della bilancia dei pagamenti, l'uscita lorda di capitali, il completamento e unificazione dei mercati finanziari e delle loro regole, la responsabilità piena verso la periferia del mondo, l'ampiezza delle capacità di manovra a livello centrale. Anche qui siamo in una situazione da Catch 22, perché l'affermazione di un esteso ruolo internazionale dell'euro richiede l'attrazione di una manifesta capacità di crescita produttiva dell'Europa e la convinzione del mercato che vi sia una risoluzione a mantenerla.

9. Una politica fortemente determinata nella direzione adombrata porterebbe la sfida agli Stati Uniti - oggi che quel paese ha esteso l'impegno militare e politico oltre la sua forza economica, non ignoriamolo - sullo stesso terreno che ha consentito loro questi sviluppi, quello della crescita economica ed espansione valutaria. É molto più efficace a livello di affermazione nel globo del ruolo europeo di qualsiasi piano Solana (di potenziamento della forza militare) e ha implicazioni che si estendono sul piano culturale, di competizione tra modelli, e su quello delle capacità di influenza nelle relazioni internazionali. 

11 settembre 2003

Il testo -che sara' pubblicato nel prossimo numero de Il Mulino- ci è stato inviato dall'Autore.


Alle radici dell'Europa

di Elena Paciotti


In Italia la campagna per l'inserimento delle “radici cristiane” nella Costituzione europea si sta intensificando: quasi non passa giorno senza che TV e giornali citino l'invocazione del Papa o di esponenti del governo affinché il Trattato costituzionale menzioni i valori cristiani o almeno la tradizione cristiana dell'Europa. Rarissime e sommesse le voci contrarie.
Poiché sono l'unica italiana che ha avuto la ventura di partecipare sia alla prima Convenzione, che ha redatto la Carta dei diritti fondamentali, sia alla seconda Convenzione, che ha redatto il progetto di Trattato costituzionale, sedi nelle quali la proposta è stata discussa e giustamente respinta, credo utile indicare alcune delle molte ragioni che militano contro di essa.

I principi e i valori fondanti dell'Unione europea sono definiti nell'attuale articolo 6 del Trattato: “libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell'uomo, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto”. Nell'articolo 2 del progetto di Costituzione sono stati aggiunti i valori della dignità umana e dell'uguaglianza. Uno Stato membro che violi tali valori può essere sospeso dall'Unione.
Del tutto inaccettabile mi è parso l'emendamento, presentato dal governo italiano, che pretendeva di inserire in quell'articolo il riconoscimento come "valori fondanti" delle "comuni radici giudaico-cristiane": a parte la difficoltà di comprendere quali fossero concretamente tali valori, menzionarli in quell'articolo avrebbe significato discriminare qualsiasi Paese che praticasse una religione diversa, fra l'altro in palese contrasto con il dichiarato appoggio del governo all'ingresso della Turchia nell'Unione.
È più comprensibile che simili richieste provengano dal Pontefice, ma occorre ricordare che egli è anche il capo dell'unico stato europeo che non potrebbe essere ammesso nell'Unione, perché non ne rispetta i principi - questi sì fondanti - di democrazia e stato di diritto.
Ora si dice che il richiamo alle radici cristiane potrebbe essere collocato nel preambolo del Trattato costituzionale, per ricordare l'identità europea e per menzionare un dato qualificante della sua storia. In tal modo si affermerebbe una verità incontestabile e non si contravverrebbe al principio di laicità.
Nulla di meno vero.
Quanto all'identità, cercare l'identità europea nel cristianesimo significa esaltarne i caratteri che l'accomunano alle Filippine, all'Etiopia, oltre che alle Americhe, e non quelli, che sono propri dell'Unione europea e la differenziano anche dal resto dell'Occidente democratico, consistenti nel valore fondamentale che la sua Carta riconosce ai diritti sociali e al divieto della pena di morte.
Quanto alla verità (parziale) delle radici cristiane dell'attuale Europa, il fatto che una circostanza sia storicamente vera non giustifica la pretesa che sia menzionata in un testo costituzionale: è storicamente vero che gli europei sono di pelle bianca (qualcuno direbbe di "razza" bianca), ma che significato assumerebbe indicare questa realtà in una Costituzione europea?
Nessuno nega che nella storia dell'Europa il cristianesimo abbia un peso rilevantissimo, ma le costituzioni non sono fatte per scrivere la storia, per dire chi eravamo o chi siamo, ma per dire chi vogliamo e dobbiamo essere. Guardano al futuro, in polemica con un passato da superare, come la costituzione italiana dopo la caduta del fascismo, la costituzione spagnola dopo la caduta di Franco, quella portoghese dopo Salazar, quella greca dopo i colonnelli.
Anche la Comunità europea - e dovremmo esserne sempre consapevoli - è sorta per rifiutare e superare un passato di terribili guerre fratricide, che sono state spesso guerre di religione. Nella storia d'Europa, a differenza che negli Stati Uniti, la religione ha diviso, spesso atrocemente, e non unito.
Anche i preamboli fanno parte dei testi costituzionali, e i testi costituzionali vanno presi sul serio: ogni loro parola è impegnativa per le istituzioni, che devono interpretarli ed essere a loro scrupolosamente fedeli. Perciò la menzione di una specifica tradizione religiosa quale comune radice in un testo costituzionale viola il principio di laicità, perché impegna le istituzioni a dare a quella tradizione un rilievo particolare, differente da quello di altre religioni o convinzioni, che viceversa, a norma della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, meritano eguale rispetto, a garanzia dell'eguaglianza di tutti i cittadini, quali che siano le loro opinioni e quale che sia la loro fede.
Se queste sono alcune delle obiezioni istituzionali che si oppongono alla pretesa del governo italiano, non meno forti sono le obiezioni politiche, poiché il richiamo costituzionale alla religione cristiana o alle tradizioni giudaico-cristiane avrebbe per effetto l'accentuarsi della contrapposizione all'Islam, con il quale invece è necessario dialogare, per combatterne le correnti integraliste e far penetrare in esso la tradizione europea, questa sì di valore costituzionale, della separazione fra la religione e i poteri pubblici.

l'Unità 
29 agosto 2003 


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