Sul riformismo
Ma io non voglio morire centrista
di Massimo L. Salvadori
Nel suo articolo Reichlin pone tre questioni di fondo: la necessità per l'Ulivo di riorganizzarsi; l'urgenza di ridefinire una cultura politica all'altezza dei grandi mutamenti in corso a livello internazionale; l'esigenza di una riflessione sulla vexata quaestio del rapporto tra l'attuale sinistra italiana e la socialdemocrazia, che egli si domanda in maniera problematica se in futuro possa o meno riacquistare un ruolo strategico. Si possono condividere o meno, in tutto o in parte le sue argomentazioni, ma si deve riconoscere che Reichlin da tempo invita meritoriamente a riflettere sui nodi essenziali che occorre sforzarsi di sciogliere. Mi pare di intendere che egli sia mosso da una preoccupazione di fondo - che chi scrive condivide pienamente - ovvero che all'interno delle forze di centro-sinistra, le quali sentono il bisogno di procedere a nuove riorganizzazioni e accorpamenti, non si avverta al contempo in maniera adeguata la necessità di avviare un confronto di ampio respiro sui temi di cultura politica, in risposta ai grandi interrogativi del nostro tempo. Non si tratta naturalmente di rispondere a esigenze in certo modo accademiche, ma di sforzarsi di dare all'agire politico quel sostegno, quell'orientamento ideale che costituisce una bussola necessaria.
Circa la necessità per l'Ulivo di riorganizzarsi.
Chiunque abbia solo buonsenso avverte questa esigenza come pressante. È infatti sotto gli occhi di tutti che -mentre il centro-destra mostra ormai in maniera via via più vistosa le sue gravi carenze - il centro-sinistra, il quale gode di una rendita passiva nella denuncia delle malefatte altrui, difetta dell'intesa programmatica indispensabile per dare alla maggioranza del paese la sensazione che esso sia in grado di offrire una costruttiva alternativa di governo. Sennonché l'accordo generale per una maggiore unità costituisce una mera precondizione rispetto a quello che attiene alla formula più efficace dell'unità.
Reichlin osserva che "l'Ulivo come sommatoria di troppi partiti piccoli e medi, ossessionati dal problema di differenziarsi per difendere la propria quota di elettorato, non regge". Di qui l'indicazione di un percorso a due fasi per superare questa debolezza: la prima è la lista Prodi alle elezioni europee; la seconda l'avvio di "un processo unitario più organico" che veda le diverse correnti del riformismo italiano impegnate in questo processo elaborare "una visione comune del problema nazionale". Il discorso di Reichlin, così formulato, lascia però aperta la questione della natura del passaggio dalla lista Prodi al processo unitario più organico: il quale una cosa è se concepito come finalizzato in prospettiva alla formazione un partito unitario riformista, un'altra assai diversa se considerato come una federazione di partiti.
A proposito delle differenze interne al centro-sinistra, sono anch'io ben consapevole di quanto conti l'attaccamento di chi vive di politica alle proprie rendite di posizione e di quali interessi di bottega ne derivino, ma non ritengo che queste differenze siano riconducibili essenzialmente alla difesa di quote elettorali. Esse riflettono anche una pluralità di identità che corrispondono a concezioni diverse delle politiche da perseguire: basti pensare alle recenti divisioni emerse in campi certo non secondari, come la politica estera o la normativa sulla fecondazione assistita. D'altro canto, e per buona sorte, vi sono altresì importanti motivi che uniscono e fanno dell'insieme uno schieramento orientato a elaborare un comune programma di governo. Il che sta a dire che, se le cause principali delle divisioni sono essenzialmente di bassa lega, allora è un dovere cercare di spazzarle via quanto più possibile con energia; ma, se così non è - come io credo - allora le accelerazioni nei progetti di riorganizzazione richiedono prudenza, poiché esse potrebbero produrre prima o poi effetti contrari a quelli perseguiti e portare a risultati più che altro formali.
I percorsi possibili della riorganizzazione dell'Ulivo sembrano essere tre. Il primo è la formazione di una lista Prodi per le elezioni europee, quale premessa di un partito riformista formato da Ds, Margherita, Sdi, con la conseguente formazione di un gruppo dirigente unitario. Il secondo è prima la lista Prodi e poi una federazione di partiti. Il terzo è una lista Prodi, cui segue un'alleanza dei partiti dell'Ulivo con le altre componenti del centro-sinistra sotto la leadership dello stesso Prodi, impegnata a elaborare un comune programma di governo in vista del 2006.
A mio giudizio, come ho già avuto modo di argomentare anche in altra sede, la via che porta verso il partito riformista ha una solida giustificazione solo se si pensa - e questo è il punto di vista, ad esempio, di Salvati e di Morando - che esista ormai una sostanziale omogeneità negli interessi, nei valori e nella cultura politica dei Ds e della Margherita ovvero tra la sinistra e il centro riformisti: un'omogeneità che richiede di essere elevata a fatto politico-organizzativo, costituendo un unico gruppo dirigente posto sotto la leadership di Prodi ovvero della cultura centrista della Margherita (che all'egemonia di questa cultura non ha alcuna intenzione di rinunciare, poiché la ritiene il perno della politica di governo). Orbene, non vedo come l'attuazione di una simile linea possa evitare due conseguenze: l'una è di inasprire il confronto tra le diverse correnti dei Ds (il che Salvati e Morando sono disposti ad accettare fino all'estremo di una scissione); l'altra di aprire un problema di rappresentanza a sinistra e di provocare sbandamento a livello elettorale quanto meno di una parte della sinistra che, disposta ad affidarsi a Prodi come premier ma non come leader di partito (naturalmente questa funzione potrebbe essere anche svolta non da Prodi ma da un prodiano), potrebbe cadere in uno stato di scoramento e di isolamento oppure finire, probabilmente con molto insoddisfazione, per affidare la propria rappresentanza alla sinistra radicaleggiante di varia scuola e corrente.
Quanto all'Ulivo quale federazione di partiti, questa ipotesi può avere un senso se concepita quale tappa verso il partito unico; altrimenti non si vede in che cosa sia sostanzialmente diversa da un'alleanza. Comunque, e questo è un punto fondamentale, se anche si pervenisse a costituire il partito riformista o una federazione dei partiti riformisti, resterebbe sempre quello che, al fine di vincere le elezioni, è il vero problema, e cioè che l'intesa principale da stabilire e rendere davvero efficace è tra tutte le componenti del centro-sinistra. E a me sembra un timore non infondato che le strette unitarie di una parte possano portare - e segni in tal senso sono già ben visibili - ad accrescere e non a diminuire i contrasti e le divisioni all'interno dell'insieme. Resta la terza opzione: l'Ulivo che - sulla base della candidatura di Prodi alla guida del governo - si pone come alleanza di partiti e asse dell'intesa generale, allo scopo di elaborare un programma di governo che unisca tutte le forze contro il centro-destra. Questa è la formula che corrisponde tuttora a mio giudizio alle possibilità proprie di uno schieramento composto da partiti la cui diversità, con certi risvolti poco nobili, è un dato di fatto che resta attivo anche per quanto riguarda Ds, Margherita e Sdi. Convengo con Reichlin che questo stato di cose presenta costi assai negativi, ma ritengo che la linea strategica delle ricomposizioni debba andare in direzione non già dell'accorpamento dei Ds con la Margherita e Sdi, bensì del rinnovamento dei Ds in quanto partito della sinistra autonomo dai centristi della coalizione di centro-sinistra, inteso a porsi l'obiettivo di rappresentare un saldo punto di riferimento per l'intera sinistra italiana. L'Italia, penso, non ha bisogno di un partito riformista in cui la sinistra si appiattisca sul centro, ma di un grande partito della sinistra alleato con il centro della coalizione. Le ragioni di questa mia posizione stanno nelle considerazioni che seguono.
Circa la necessità di ridefinire una cultura politica e le ricorrenti ambizioni del giobertismo nazionale
Reichlin insiste nel sottolineare che una forza politica riformatrice ha bisogno di una cultura politica all'altezza dei suoi compiti. Ho già detto che concordo pienamente con lui, che si rende necessario un riarmo culturale e che si richiede lo sforzo di pensare in termini di sistema nel quadro del processo di mondializzazione. Su questo tema queste le mie sintetiche conclusioni.
Poiché il contesto internazionale diventa via via più condizionante, anche le strategie politiche nazionali devono partire da tale dato di fondo e loro compito è di mirare alla costruzione di soggetti politici che siano in grado di operare con efficacia a livello e internazionale e nazionale, dove per noi internazionale vuol dire anzitutto europeo. Per la sinistra europea l'unico soggetto che abbia consistenza resta, quali che siano i suoi non pochi problemi, quello socialista. Ma ecco spuntare nel nostro panorama sempre nuove varianti del giobertismo, il quale ha una lunga tradizione che sembra non finire: l'idea della missione o addirittura del primato politico-ideologico dell'Italia in Europa e addirittura nel mondo. L'avevano concepita Gioberti in chiave cattolica, Mazzini in chiave nazionaldemocratica, Mussolini in chiave nazionalfascista, Berlinguer in chiave nazionalcomunista con quell'eurocomunismo di cui il comunismo italiano doveva costituire l'anima vivificatrice. Da ultimo l'hanno concepita i nostri teorici dell'ulivismo nazionale, destinato a farsi europeo e persino mondiale: un progetto che, partito dai nodi irrisolti della politica italiana, avrebbe dovuto approdare in Europa e oltre l'Europa, con la costituzione di soggetti riformisti nuovi, in grado di amalgamare socialdemocratici, democratici laici e cristiani progressisti, insomma riformisti di sinistra e di centro. Io vi vedo il riemergere di una vecchia storia: invece di superare le loro anomalie nazionali, gli italiani vogliono trasferirle fuori dai propri confini, erigendole a modelli.
La mia persuasione è che un soggetto che voglia incorporare troppe componenti tenderà, in termini di cultura politica, a trovare accordi fondati a livello astratto sulla genericità e a livello concreto sul comun denominatore stabilito e persino imposto dalle componenti più moderate. E, infatti, fino a che si tratta di stabilire un accordo basato genericamente sul riformismo e sulla democrazia non nascono problemi; quando invece si entra nel merito del tipo di riformismo e di democrazia, delle scelte politiche da compiersi allora emergono i nodi. Essendo oggi troppi coloro che si qualificano come riformisti e democratici, un richiamo caratterizzante a questi attributi non è in realtà in grado di qualificare utilmente nessuno. Reichlin ricorda il punto di vista dei riformisti di centro che non vogliono morire socialisti. lo capisco questo punto di vista, ma non si capisce però perché chi non è un centrista dovrebbe morire tale. Torno a dire: l'amalgama è possibile e razionale se le differenze tra sinistra e centro hanno perduto di significato. Ma è ciò che non credo.
Circa il nesso tra sinistra e socialdemocrazia
È innegabile che la socialdemocrazia attraversi una crisi profonda. Essa, dovuta al successo dell'offensiva neoliberistica, è paragonabile a quella cui andò incontro per vari decenni il liberismo nel periodo del trionfante interventismo pubblico nell'economia. Le radici di questa crisi paiono abbastanza chiare nelle linee di fondo. Le politiche sociali della socialdemocrazia tra gli anni Trenta e Settanta del Novecento avevano avuto come ambito lo Stato nazionale e il sistema delle grandi fabbriche, e come base di sostegno una possente classe operaia nel quadro del conflitto epocale tra capitalismo e comunismo. Ora gli sviluppi recenti hanno reso decisamente obsoleto un simile ambito, enormemente indebolito il sistema di fabbrica e visto trionfare il capitalismo sul suo antagonista. Di qui l'ineludibile interrogativo su cui Reichlin attira la nostra attenzione: quella della socialdemocrazia è una crisi superabile o no? La risposta dipende da come si giudicano le prospettive dello sviluppo economico-sociale e politico.
Il successo dell'offensiva ideologica e sociale del neoliberismo è giunto al capolinea. Il capitalismo attuale mostra di non essere in grado di mantenere le sue promesse a partire dal paese-guida, dove la democrazia sta conoscendo un processo degenerativo, in quanto è svuotata dal potere di una plutocrazia insensibile alla solidarietà sociale, impegnata a fare del riarmo permanente la base dello sviluppo interno, tesa ad un disegno di dominio mondiale che non ha precedenti, insofferente dei limiti posti al suo strapotere dalle Nazioni unite, decisa ad attuare nei rapporti con gli altri paesi una nuova versione del divide et impera, indifferente alle tragedie della diffusa povertà, orientata a respingere le politiche ambientali.
Le tendenze degenerative americane vanno estendendosi in varie parti del mondo, tanto che si è creata un'internazionale capitalistica neoconservatrice, non formalizzata, decisa a sostenere le politiche che aggravano la precarietà del lavoro; danno l'assalto a quanto rimane del Welfare State; spostano le frontiere del reddito sempre più a favore degli strati alti e a danno degli strati inferiori, così da allargare le zone della povertà a livello nazionale e mondiale; indeboliscono le organizzazioni sindacali; riducono l'area dei diritti sociali nei paesi avanzati e si oppongono a che questi diritti penetrino nei paesi non sviluppati, al fine di non ostacolare la realizzazione del massimo profitto. Certo siffatte tendenze possono essere contrastate e in effetti sono contestate anche da tendenze interne al capitalismo. È pensabile, ad esempio, che il ritorno al potere dei democratici negli Stati Uniti significherebbe una inversione, quanto meno relativa, di tendenza; ma è altresì da ritenere che non si arriverebbe a nulla di decisivo se mancassero la presenza, lo stimolo e l'opposizione di una forza a livello internazionale che fondi la sua prima ragione politica nel farsi carico, come questione politica primaria, di ciò che si presenta come una nuova gigantesca questione sociale. Il governo politico di questa nuova questione sociale è la sfida principale della democrazia e del riformismo e quel che distingue e anche divide, per aspetti non secondari, il corpo composito dei democratici e dei riformisti che della questione avvertono il peso.
Quale il volto del governo della nuova questione sociale? E quali i tratti di una socialdemocrazia che se ne faccia carico? Prima di cercare di dare alcune risposte, premetto che a mio giudizio una sinistra che perda il suo legame con il socialismo non può sopravvivere mantenendo un significato. Se devono cadere, sinistra e socialismo - è la mia convinzione - sono destinati a cadere insieme. Ci si può ancora domandare: ma il capitalismo, dopo la morte del comunismo, non ha vinto su tutta la linea, tal che non esiste altro riformismo che non una assai parziale correzione dei meccanismi capitalistici sul versante della distribuzione? Premesso che la morte del comunismo, il quale aveva perduto ogni rapporto con il cammino per il miglioramento possibile della condizione umana contribuendo immensamente al trionfo del capitalismo, è da considerarsi come un presupposto necessario del rilancio del socialismo, ecco quali costituiscono a mio avviso i tratti essenziali di una politica socialista:
- l'assunzione della nuova questione sociale, come problema che tocca in maniera centrale l'insieme dei rapporti umani;
- l'opposizione di principio all'idea - che costituisce l'anima del capitalismo attuale - secondo cui la distribuzione dei beni prodotti non può che avvenire in base ai meccanismi del mercato, governati da rapporti di forza alla cui piramide stanno oligarchie nazionali e internazionali, che spontaneamente tendono all'irresponsabilità sociale e politica;
- la valorizzazione come criterio guida primario del fatto che chiunque non disponga delle risorse culturali e materiali, che soltanto consentono di diventare un soggetto in grado di leggere l'alfabeto del mondo in cui vive e di svilupparsi al livello che consente di non restare o di precipitare nella marginalità sociale, è ridotto a non persona;
- la lotta per la ripresa nei paesi avanzati dei diritti sociali e per la loro diffusione nei paesi arretrati, dove lo sfruttamento indiscriminato costituisce sia un fattore di abbrutimento umano sia la causa di facili profitti, motivo di concorrenza sleale e di caduta dell'occupazione per i lavoratori dei paesi avanzati;
- il rilancio internazionale delle politiche del welfare (che si potranno riformare quanto si vuole, ma che richiedono pur sempre uno spostamento adeguato di risorse dai ceti alti a quelli bassi);
- il primato delle politiche sociali e del ruolo dei governi democratici sui meccanismi del mercato, in opposizione alla pretesa che i governi debbano essere al servizio del mercato e del mondo degli affari;
- il recupero di un impulso etico che si ponga in totale contrasto con il dilagante spirito predatorio degli strati ricchi che, mediante la corruzione e l'uso spregiudicato del potere finanziario, non esitano a esercitare una permanente violenza sociale, diretta a garantire loro livelli di reddito abnormi e tale da mettere in luce l'esistenza di una vera e propria patologia morale.
Per parte mia penso che la crisi attuale della sinistra sia dovuta non certo a una sorta di necessità storica, ma al fatto che essa si muove alla retroguardia dei processi economici e sociali in corso, dominati dalle oligarchie del potere economico, e ha perduto molto di quello slancio etico e umano che aveva costituito una sua grande forza nel passato. Occorre che la sinistra esca dalla contraddizione che consiste da un lato nell'avvertire che è sorta una nuova grande questione sociale, e dall'altro nel pensare che per affrontarla realisticamente ci si possa solo affidare alle unioni troppo indistinte dei riformisti e dei democratici.
Per tornare alle cose di casa nostra, tiro queste somme da quanto detto finora. La via da seguire è quella che porta insieme e alla ripresa della funzione autonoma della sinistra e alla costruzione delle indispensabili alleanze ai fini della sconfitta del centro-destra: la prima, in vista di una strategia di più lungo periodo che richiede di essere preparata fin da ora; la seconda delle esigenze prossime di governo del paese. È la via che dovrebbe indurre i Ds, per i quali il consenso sembra crescere nel paese, a mantenere saldo il collegamento con la socialdemocrazia internazionale; a contribuire alla ripresa culturale e ideale di questa, a porsi come perno della ricomposizione della sinistra italiana nelle sue varie componenti (e infatti solo se i Ds resteranno fermi nel loro ancoraggio alla sinistra i neocomunisti potranno essere indotti ad un dialogo critico, che potrebbe portarli in una prospettiva non lontana a una ricomposizione su basi socialiste). Non penso, infatti, che i neocomunisti potrebbero restare ancora a lungo sul loro Aventino ideologico, se i Ds si decidessero a prendere in maniera decisa un'iniziativa di rilancio della sinistra. È l'assenza di questa iniziativa che favorisce il loro sempre più stanco Aventino, che però può non solo mantenere ma anche accrescere una forza di richiamo.
Lettera aperta a Vanda Burnacci
Cara Vanda, leggendo la tua lettera sul Carlino del 4 maggio u.s. non posso che concordare con molte delle cose che tu dici - esplicitamente e implicitamente - tranne, in particolare, con una di esse: il fatto che ormai, per i socialisti riformisti italiani, non resti altro da fare che votare per Forza Italia.
Come posso condividere una scelta di questa natura? A quale riferimento storico, a quale personaggio della centenaria vita del Partito Socialista Italiano, dovrei fare riferimento per trovare una sola ragione che legittima il voto ad un partito di centro che è organicamente alleato con la destra?
So bene che l’odierna realtà politica italiana – condizionata dal maggioritario e dalla divisione dei partiti socialisti che si riferiscono al vecchio PSI – è, per i socialisti, completamente diversa da quella del passato. So bene che tutte le carte sono state rimescolate e che i giocatori sono cambiati ma, credimi, per quanto tutto questo possa essere vero, per un socialista come lo sono io e come lo sei tu, stare col centro destra non è la norma ma è, e resterà, un’eccezione.
Un’eccezione che può essere motivata da mille e una ragione: personale, sociale, etica e magari, localmente, come ritieni tu, dall’esigenza politica dell’alternanza nel governo della città di Forlì, ma è pur sempre un’eccezione.
Soprattutto, resta un’eccezione perché non è coerente con la storia del Socialismo, da cui noi proveniamo, alla quale, se vogliamo continuare a considerarci socialisti, dobbiamo sempre riferirci: una storia nata e vissuta all’interno della sinistra italiana, così come nella sinistra europea e in quella internazionale
Mi sono sinceramente compiaciuto del tuo rientro in politica e ti ho invitato a farlo restando te stessa: una socialista riformista quale sei, nella speranza che questo possa avvenire - immagino non senza qualche comprensibile difficoltà - anche in Forza Italia.
Per quanto mi riguarda– anche se con un po’ d’amarezza personale e con minore entusiasmo politico di un tempo – non ho dubbi di sorta: resto a sinistra e voto per la sinistra.
Lo farò senza “turarmi il naso” - come invitò a fare Montanelli per la DC – ma dotandomi di una buona lente d’ingrandimento per cercare tra le liste della sinistra quella che meglio corrisponde al mio ideale Socialista e ad essa darò il mio voto politico.
Per quanto riguarda la preferenza ai singoli, invece, dove mi sarà possibile farlo, voterò per i candidati socialisti ovunque siano collocati.
Da consigliere comunale di Forlì, quando mi costituii in gruppo autonomo, scelsi il nome di “Unità Socialista”: un’illusione? Anche se dovesse dimostrarsi tale, non mi pentirò mai di averci creduto.
Alessandro Guidi
6 maggio 2004
di Alberto Benzoni
Per i dirigenti dello Sdi l’entusiasmo per la macedonia prodiana è esplicita presa d’atto che un “socialismo separato” nella sinistra non ha futuro. Ma il fallimento non era e non è scontato.
In Italia, quindici anni fa, c’erano due partiti socialisti ed uno comunista. Situazione, per certi versi, anomala ma che appariva in via di normalizzazione. Infatti, il partito socialista più importante- il Psi- appariva in procinto di assorbire il più piccolo- il Psdi- e, nel contempo, di accentuare la sua capacità concorrenziale, insieme politica ed elettorale, nei confronti del Pci, così da assumere la leadership della sinistra, come era avvenuto in tutti gli altri paesi d’Europa occidentale.
Nella primavera del 2004, sempre in Italia, esistono addirittura due partiti comunisti, l’uno costituito a difesa della tradizione l’altro ispirato da un revisionismo a tutto campo, ma da sinistra. Ma non esiste più, almeno nell’ambito della sinistra, alcun partito socialista. O, più esattamente, esiste un partito ( quello di maggioranza relativa all’interno dell’opposizione) che socialista non è mai voluto diventare e un altro che si è propriamente stancato di esserlo.
Un’anomalia, rispetto al resto dei paesi occidentali che più clamorosa non si può. Tanto più se abbiamo in mente i punti di riferimento che i due partiti sembrano voler adottare di conserva: adottando una metafora propria della storia delle religioni, è come se gli ex seguaci di grandi ideologie monoteistiche (il socialismo, il comunismo) si proponessero di tornare a culti animistici (l’adorazione dell’Ulivo) se non addirittura idolatrici (come quello di Romano Prodi).
Perché non c’è risposta
Inutile, naturalmente, interrogare i "newborn pagans" sui perché e i percome di così prodigiosa trasformazione: domandando ai Ds perché si affermino socialisti a tutti gli effetti in ogni luogo dell’orbe terracqueo ma mai all’interno dei confini nazionali; o chiedendo agli esponenti Sdi perché considerino la questione socialista una eredità fastidiosa di cui sbarazzarsi al più presto.
Inutile domandare perché non c’è risposta. O meglio perché la risposta oscilla tra lo spaventosamente generico ("unire tutti i riformismi") e lo spaventosamente concreto "mettersi insieme per avere più voti di Forza Italia").
E, allora, occorre cercare di capire per conto nostro. E di capire, soprattutto, perché la "rivoluzione" che si è sviluppata nel nostro Paese, nel corso di questi quindici anni, e proprio all’insegna della cancellazione dell’anomalia italiana rispetto all’Europa, abbia portato, al contrario, almeno sul piano politico-partitico, all’accentuazione esasperata di tale anomalia.
Le questioni che si pongono sembrano difficili. Ma, forse, non lo sono. Forse non è poi così difficile capire perché l’ex Pci abbia dato corpo, per un verso ad una minoranza che continua a parlare di comunismo e, per altro verso, ad una maggioranza che ha sempre rifiutato di chiamarsi socialista: e non solo all’indomani della caduta del muro di Berlino (quando ciò significava misurarsi con Craxi e la sua Opa ostile) ma anche in anni successivi (quando preoccupazioni di questo tipo non esistevano più).
Forse questo rifiuto viscerale riflette non soltanto volgari pulsioni polemiche ("non possiamo chiamarci socialisti perché il nome in Italia è sputtanato") ma qualcosa di più profondo. E di più grave.
La caduta del muro di Berlino e gli eventi che l’accompagnano e la seguono, imporrebbero, infatti, il solo abbandono dei miti dei miti della rivoluzione e del "socialismo reale, magari assieme alle droghe sostitutive del massimalismo e del movimentiamo. Ma questo significherebbe ammettere la sconfitta del comunismo rispetto ad una socialdemocrazia rimasta così a sinistra l’unica padrona del campo. Ma questo non appare politicamente possibile. E allora si preferisce interpretare la sconfitta come liquidazione non solo dei miti del comunismo e della rivoluzione ma anche delle ragioni del socialismo riformista. E allora ci si proclamerà democratici, e basta.
A riempire il vuoto (spazio oggettivamente aperto ai nostalgici del comunismo e ai cultori di un moderatismo che non osa dire il suo nome) penseranno i cultori del nuovismo, del buonismo e del politicamente corretto. Questi sono convinti che il crollo non tanto del muro di Berlino quanto, e soprattutto, della Prima repubblica abbia segnato la morte dei partiti e delle loro culture storiche. Di ciò prendono atto; sino a reinventare la politica in termini non più di progetti, idee, interessi concreti ma di valori, sensibilità e aspirazioni moraleggianti. La sinistra che sognano non deve più costruire le sue ragioni sulle cose, gli basta di sentirsi eticamente superiore. Né si contenta di essere qualcosa; aspira a rappresentare tutto anche al costo di non essere nulla.
Al termine di questo processo, la personalità che lo rappresenta meglio di ogni altra. Colui che traduce in massimo consenso il massimo di inconsistenza. Appunto, Romano Prodi.
Uno sbocco logico per i Ds
Attenzione: l’approdo prodiano è per i Ds uno sbocco logico. Ma non per questo il migliore; e quello oggettivamente scontato. Come scontato non è per i reduci della grande catastrofe socialista della prima metà degli anni novanta. Il loro percorso di allora è esattamente inverso rispetto a quello dei loro fratelli-nemici. Così il socialismo vince il confronto strategico con il comunismo nel 1989-91. Ma i socialisti sono distrutti dagli ex comunisti appena qualche anno dopo: o almeno da una "rivoluzione" di cui i primi sono le principali vittime mirate e i secondi i principali e consapevoli beneficiari.
Era possibile combinare logicamente i due eventi. Era la formula della "Grecia capta" non a caso proposta ai sopravvissuti di qualsiasi affiliazione, sotto il nome di Cosa due, insieme da Massimo D’Alema e da Giuliano Amato. Conclusione coerente; ma, com’è facile intuire, politicamente e psicologicamente inaccettabile; e, in definitiva, rivelatesi fallimentare.
L’averla rifiutata non rendeva però più facile, anzi, la sopravvivenza di un socialismo organizzato all’interno dello schieramento di centro-sinistra.
Il primo aveva perso praticamente tutto: il leader e la sua insostituibile forza propulsiva; l’onore collettivo; la linea politica; i grandi dirigenti nazionali e, soprattutto, locali; e, infine, l’elettorato scomparso nell’astensione o emigrato verso altre forze politiche e verso i lidi irraggiungibili del centro-destra.
Ricordiamo tutto questo, da socialisti, non per rinnovare afflizioni collettive (e senza aver saputo, tra l’altro, elaborare correttamente il nostro lutto). Ma per misurare ex post il carattere pressochè insormontabile delle nostre difficoltà.
Ricostruire l’edificio, recuperare, insomma, su tutti i fronti, appariva, infatti, impossibile. Occorreva, allora, fare delle scelte. Ricostruire, o tentare di ricostruire, in base a delle priorità. E in un contesto in cui l’alternativa era, sempre, tra il salvare l’essenziale o perdere tutto.
A dieci anni di distanza il tentativo sembra definitivamente fallito. E gli stessi dirigenti dello Sdi sembrano essersene fatta una ragione: il loro entusiasmo per la macedonia prodiana è , anche, esplicita presa d’atto che un "socialismo separato", nella sinistra, non ha futuro.
Chi scrive ritiene che il fallimento non fosse e non sia scontato. Ma che sia stato, piuttosto, il frutto dei nostri errori.
Che tipo di errori? Si è detto che essi siano consistiti, essenzialmente, nel confondere sistematicamente, "questione dei socialisti" e "questione socialista"; quasi che, per risolvere positivamente la seconda, bastasse (ri ) sistemare adeguatamente i primi.
Ora, questo elemento ha pesato. Ma è stato il frutto, più che di una serie di, inevitabili, deviazioni personalistiche, di una valutazione politica sbagliata dall’inizio.
Ci siamo dimenticati, in parole povere, che la nostra liquidazione politica era stata, insieme, causa e conseguenza della distruzione del sistema politico italiano. E che, conseguentemente, non c’erano per noi speranze di ripresa all’interno della disciplina bipolare costruita da coloro che a quella distruzione avevano partecipato.
Una contestazione mancata
Per rinascere, per ritrovare cioè un ruolo politico, dovevamo allora contestare il nuovo sistema e per la sua logica interna e per gli effetti che produceva.
Ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo preferito inserirci, e ai margini, nei due schieramenti che si fronteggiano da dieci anni a questa parte. Rinunciando, per timore dei rischi immediati, ai vantaggi strategici della libertà; e senza trarre peraltro grandi benefici dalla subalternità che ci eravamo imposti.
Ma non potevamo, a questo punto, rimanere a lungo nella situazione di marginalità più o meno tollerata in cui ci eravamo cacciati. E, allora, la tappa successiva era necessariamente quella dell’inserimento pieno: così da accettare l’ambiente in cui eravamo inseriti così da esserne pienamente accettati.
E’ questa la sostanza del processo avviato con la costituzione, nel 2000, del governo Amato e con il successivo congresso di Genova (2002); e concluso a Fiuggi con il festoso abbraccio del protettore/garante dell’operazione, Romano Prodi.
Ed è questo, anche, il segno distintivo dell’avventura del Nuovo Psi, nelle aree, politicamente ancora più inospitali, del centro destra e in collegamento diretto con il suo padre-padrone: avventura in cui, guarda caso, la distanza tra le fortune personali di molti socialisti e la "minorità sospettata" del loro partito è ancora più clamorosa.
Naturalmente, nulla è perduto. Rimane, tutta intera, l’anomalia italiana di cui la liquidazione della questione socialista è un aspetto fondamentale. Rimane una collocazione dei "socialisti organizzati", a sostegno diretto di Berlusconi e di Prodi, talmente poco dignitosa da non poter essere considerata definitiva. E rimane, soprattutto, un assetto bipolare che fa acqua da tutte le parti; e che non potrà rimanere a lungo una specie di obbligo etico per la classe politica del nostro paese.
la Gazzetta politica
16 aprile 2004
Franza o Spagna purché se gagna*
di Felice Besostri
Dopo la Spagna, la Francia e con proporzioni clamorose ben 22 regioni metropolitane e anche quattro d’oltremare possono essere governate dalla coalizione tra socialisti, radicali di sinistra, comunisti e verdi cioè da un complesso di organizzazioni che già aveva governato con Jospin, la cosiddetta “Sinistra plurale”, la gauche plurielle (in corsivo).
Soltanto l’Alsazia resiste alla marea rossa, eppure fino a pochi mesi fa la sinistra francese era data per spacciata.
La gauche plurielle era stata litigiosissima sotto il Governo Jospin, più dell’Ulivo ai tempi di Prodi e D’Alema e soprattutto era stata accusata dai modernizzatori nostrani di essere estremista, di aver cavalcato tutte le proteste con una maggioranza del Partito Socialista che si era estremizzata per contenere la spinta di una sinistra interna sempre più aggressiva, benché indebolita dalla divisione in due componenti.
Se esaminiamo le ultime elezioni, quali che sia stato l’esito, vittoria o sconfitta della sinistra, rappresentata esclusivamente o, comunque, maggioritariamente da un partito socialista, troviamo alcune costanti.
Con una bassa partecipazione elettorale la sinistra è sconfitta in quanto per ragioni politiche e sociologiche negli ultimi anni l’astensionismo ha colpito prevalentemente i ceti popolari e meno protetti, cioè quei settori della popolazione che le politiche di rigore finanziario e di riforma del Welfare hanno colpito in misura massiccia.
In Germania nelle elezioni del 2002 la coalizione rosso-verde, ha potuto vincere per l’effetto di mobilitazione della pace e del voto utile di consistenti settori del PDS, che, invece, sono ritornati all’ovile nelle seguenti elezioni nei Laender.
In Spagna ed in Francia i partiti socialisti ed il resto della sinistra non hanno avuto dubbi nella collocazione internazionale di rifiuto della guerra, a differenza del PASOK.
Il PASOK era, peraltro, partito al Governo e ci consente di cogliere un’altra caratteristica, la prevalenza del voto-sanzione rispetto al voto-scelta.
L’elettorato è insicuro, la crescita stenta ad affermarsi in Europa e le conquiste economiche (in termini di potere d’acquisto) e sociali (welfare State) sono minacciate.
Alla sanzione per i governanti si accompagna un desiderio di cambiamento ed una speranza che con il cambiamento si possa stare meglio.
Nelle giovani generazioni vi è stato in particolare un rifiuto dei progetti di riforma dell’istruzione e della formazione.
Il cambio di tendenza si è verificato per ragioni che sono massicciamente presenti anche in Italia.
La grande differenza è che la sinistra in Spagna ed in Francia raggiunge o comunque sfiora il 50% dell’elettorato e di questo elettorato il Partito Socialista rappresenta i quattro quinti.
In Francia lo scontro a livello di opinione pubblica è tra sinistra, destra ed estrema destra. In Spagna il Partito Socialista, anche grazie al voto giovanile, delle donne e dei ceti medi professionali, che si somma a quello più popolare, è in grado di governare da solo.
La conquista di elettorato sociologicamente di centro non è stata impedita nei due paesi, né dalla parola SINISTRA né dalla presenza di un PARTITO che si definisce SOCIALISTA ed OPERAIO.
Perché in Italia si deve inseguire l’elettorato di centro, invece di conquistarlo?
Quali sono le ragioni economiche e sociali per cui in Italia la sinistra in tutte le sue accezioni nelle elezioni politiche del 2001 ha gravitato intorno al 25%?
Perché in Italia, a differenza che negli altri paesi europei a sinistra, non si è posto all’ordine del giorno la costruzione di un partito socialista in grado di essere egemone?
La mancata risposta alle domande fatte non potrà essere imputata ai soli DS, che pure sono la formazione più grande della sinistra italiana, perché tutti portano la responsabilità di privilegiare la tattica parlamentare ed elettorale rispetto a un grande disegno di rifondazione della sinistra italiana.
Eppure le condizioni ci sarebbero tutte: l’accettazione integrale della democrazia ed il rifiuto della violenza per la conquista ed il mantenimento del potere sono valori condivisi da tutta la sinistra, escluse alcune frange settarie e trascurabili.
Non basta per costruire un partito comune, ma per iniziare una discussione finalizzata ad un partito unico e plurale, sì.
Per il futuro sarà bene ritrovare le radici e la memoria, ma anche definire un progetto all’altezza di questi tempi di globalizzazione dello scenario politico e di interdipendenza di popoli ed economie.
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* Neologismo dal francese gagner e dallo spagnolo ganar, cioè vincere.
30 marzo 2004
Oggi in Spagna, domani in Italia
di Felice Besostri
Con il 43% dei voti e più di 8 milioni di voti e 164 seggi, il PSOE è il vincitore delle elezioni del 14 marzo 2004. Alla maggioranza assoluta mancano 12 seggi, che se fosse trasposta la formula cautelare a livello nazionale già sarebbero assicurato dagli otto deputati di Esquerre Repubblicana di Catalunya e dei 5 di Izquerda Unida.
Una vittoria tanto più importante dopo l’undici di marzo con i suoi terribili attentati e, anche perché, conseguita con una più elevata partecipazione elettorale. Una conferma delle analisi che l’astensione danneggia la sinistra.
Ha vinto un partito che sulla guerra in Irak aveva idee chiare, cioè il ritiro delle truppe a giugno a meno di un chiaro mandato delle Nazioni Unite.
La vittoria socialista è netta, ma non omogenea in tutto il Paese, il PP, ad esempio, gode ancora della maggioranza assoluta sia in Castilla – La Mancha che in Castilla y Leon, cioè nel cuore della hispanidad, mentre i socialisti sono egemoni in Andalucia ed in Catalogna.
La vittoria socialista deve molto, ma non tutto, alla indignazione popolare nei confronti del tentativo di manipolazione politica dell’attentato con le accuse ad ETA e di fatto a tutta la opposizione.
La televisione di Stato spagnolo ha costretto Zapatero a doversi difendere da accuse rivolte all’alleato repubblicano in Catalogna, colpevole di parlare con i terroristi dell’ETA.
Tuttavia il PSOE era dato da 2 a 4 punti indietro rispetto al PP e la perdita della maggioranza assoluta del PP era considerata probabile.
In questi anni di opposizione il PSOE si era lasciato alle spalle l’immagine di un partito corrotto dal potere, senza una leadership all’altezza di quella del miglior Felipe Gonzales e in permanente conflitto con il tradizionale referente sindacale, la UGT a direzione socialista.
Pensate era un po’ come se ai tempi d’oro PCI e CGIL fossero ai ferri corti.
La teoria delle ondate elettorali non ha mai retto ad un’analisi puntuale dei fatti. Le motivazioni di voto, e la Spagna lo conferma vieppiù, sono nazionali.
Credo che l’elettore medio di sinistra italiano poco sappia sui programmi dei partiti socialisti dell’Unione Europea, tuttavia dopo una serie di rospi dalla Baviera alla Grecia passando per Amburgo fa bene un po’ d’aria fresca come quella della Spagna, preceduta dalle elezioni regionali austriache della Carinzia e di Salisburgo.
Sarebbe opportuno aprire una riflessione a sinistra dopo la Spagna. In effetti fa specie che un partito socialista, ed ohibò addirittura operaio nel nome, conquisti il 43% dei voti, ben 10 punti percentuali in più del listone triciclato, cioè di una versione più moderata di centro sinistra.
Il PSOE ed il suo leader Zapatero non erano molto popolari nella sinistra italiana, è probabile, flaianamente, che dopo la loro vittoria qualcosa cambierà, ma una riflessione seria sulle opportunità continuamente perdute di costruire un partito socialista di massa e di vocazione europea non ci sarà.
Già in un’altra epoca lo slogan era “Oggi in Spagna, domani in Italia”, si è rivelato in anticipo sui tempi.
La Spagna provoca, oggi come allora, in Italia le divisioni tradizionali tra destra e sinistra: non per nulla gli eredi dei fascisti parlano della vittoria degli stragisti e di voto di paura.
Gli spagnoli non hanno votato a sinistra per paura delle bombe, ma perché indagati per le bugie della destra. Un voto di fierezza e di dignità. Evidentemente solo da noi si può mentire ed illudere rinascendo impuniti.
15 marzo 2004