L´Ulivo e i rischi della lista unica
di MASSIMO L. SALVADORI


La proposta avanzata da Prodi di presentare con una lista unica i partiti dell´Ulivo alle elezioni europee del 2004 è diventato uno degli argomenti centrali del dibattito politico. Nel merito sono intervenute su questo giornale voci autorevoli come quelle di Alfredo Reichlin, che si è espresso a favore, e di Luciano Gallino, il quale ha invece avanzato considerazioni critiche. È chiaro che quella Prodi non è una proposta riducibile ad una questione di semplice efficacia elettorale, ma un passo che, se compiuto, aprirebbe un processo dalle molte implicazioni, che si proietterebbero sull´avvenire dell´Ulivo, delle attuali forze di opposizione e dell´intera politica nazionale. Non a caso coloro che la sostengono con maggior determinazione la considerano l´inizio di una riorganizzazione destinata a dare all´Ulivo una più salda unità, nella convinzione che il nuovo "soggetto" sarebbe in grado di ottenere un più vasto e sicuro consenso.
L´esigenza di conferire all´Ulivo maggiore unità, stanti i ricorrenti contrasti al suo interno, è indubbiamente giusta. Sennonché la parola unità nasconde molte ambiguità. È facile da invocare, ma difficile da realizzare. Unità di quale tipo? Tutti i nodi da sciogliere stanno nelle diverse risposte all´interrogativo. L´unità mi pare si presenti con tre significati: l´unità programmatica tra partiti che si alleano mantenendo la propria piena autonomia; l´unità che dà vita ad una federazione; l´unità che culmina in un partito nuovo, ora chiamato "riformista". I fautori del secondo tipo di unità si dividono in due correnti: l´una che intende fermarsi alla federazione e l´altra che considera quest´ultima come l´anticamera del partito riformista.
Il dibattito sembra restare in una fase assai preliminare per le difficoltà disseminate sul cammino. Il pericolo palese è che si ripeta uno scenario già visto anzitutto all´interno del maggiore partito della sinistra, il quale nel giro di pochi anni è passato dal Pci al Pds e ai Ds, ha discusso e ridiscusso dei suoi rapporti ideali e politici con la socialdemocrazia, il progressismo democratico, il socialismo liberale; della propria natura di partito "socialdemocratico", "democratico", "riformista"; di varianti di nuove "terze vie"; dell´Internazionale socialista come casa comune e dell´Internazionale socialista da trasformarsi in Internazionale democratica. Tutto questo dopo un lancio di linee dall´alto e senza approdare a nulla di stabile. Una considerazione preliminare viene a questo punto da sé. Qualunque sia la strategia che i Ds, la Margherita, l´Ulivo si apprestano a darsi, non si compia l´errore di mantenerla nel chiuso dei circoli dei politici di professione e dei parlamentari. A questi spetta l´iniziativa, la proposta; è inevitabile. Ma poi la si confronti con le basi dei partiti, con l´opinione pubblica. Un referendum tra gli iscritti come quello proposto da Fassino per i Ds può essere una misura efficace, a patto che si ponga a conclusione di un dibattito non confinato alle sfere alte, ma sceso alla base (l´ultima parola è nelle mani degli elettori).
Delle tre formule dell´unità, a prima vista la più appetibile - in base all´argomento: se si sono contrasti, riduciamo i soggetti dei contrasti stessi - appare quella della formazione di un nuovo "partito riformista". Ma perché essa abbia un fondamento solido occorre che sia vera la tesi di Enrico Morando, leader della destra Ds, secondo cui il gran corpo degli elettori dei Ds, della Margherita e dello Sdi è ormai socialmente e culturalmente identico (ovvero - aggiungo - i Ds come apparente partito di sinistra sono in effetti "appiattiti" sulla Margherita, che è un partito di centro). Una simile tesi è tutta da verificare in profondità. Chi scrive, il quale pensa che le cose non stiano così, teme che la costituzione di un partito unico politicamente e ideologicamente sbilanciato sul centro avrebbe l´esito di far confluire elettori Ds verso i Comunisti italiani e anche Rifondazione, di ingrossare l´assenteismo a sinistra, di provocare prima o poi una scissione all´interno di quello che è attualmente il maggiore partito della sinistra. Quanto alla trasformazione dell´Ulivo in una federazione di partiti, essa richiede la soluzione di un problema della massima importanza. Una federazione che non mascheri una confederazione per funzionare richiede la costituzione di un gruppo dirigente che non resti la sintesi di frazioni di gruppi dirigenti dei vari partiti; sicché la sua naturale logica di sviluppo è di portare al partito unico. L´unità come alleanza di partiti presenta l´indubbio svantaggio di presentarsi come la formula che ha portato nel 2001 alla sconfitta. Ma - prima questione - se le divisioni - che, piaccia o non piaccia, corrispondono a persistenti diverse identità - ci sono, si può pensare di superarle in maniera sostanziale ed efficace mediante uno spostamento dei confini partitici interni alla coalizione? Quali conseguenze avrebbe - seconda questione - affidare la prevalente rappresentanza di quanti continuano a credere nella necessità di una sinistra di ispirazione socialista a Rifondazione e ai Comunisti italiani? Non si vede il rischio assai forte - terza questione - che una linea diretta all´accorpamento del centro e della destra dei Ds con la Margherita abbia il contemporaneo effetto da un lato di creare un vuoto in chi crede nel ruolo di una sinistra socialdemocratica e dall´altro di mantenere e persino accrescere ulteriormente le divisioni all´interno di quella alleanza di partiti che - non si perda di vista questo aspetto - resterà in ogni caso il soggetto principale preposto a misurarsi con la coalizione avversaria alle elezioni?
Certo i propositi di pervenire ad una maggiore unità hanno il più serio dei fondamenti, ma gli ostacoli si possono superare unicamente restando aderenti alle realtà di fatto che li generano. Essi vanno abbattuti cercando le possibili intese, ma le "accelerazioni" possono provocare conseguenze assai indesiderate. Marciare verso la lista unica e dopo questa verso il partito riformista ha propriamente senso, ripeto, se vere le due ipotesi avanzate dalla destra Ds, le quali si tengono per mano, che la socialdemocrazia debba essere considerata come un mero residuo storico e che la grande maggioranza degli elettori dei Ds, della Margherita e dello Sdi siano ormai una cosa sola, per cui è tempo di far cadere i vecchi involucri così da far sorgere il partito riformista del futuro. Per avere le necessarie risposte, bisogna affidarle non tanto ai sondaggi, agli articoli degli opinionisti e alle interviste rilasciate dai leader di partito, quanto piuttosto agli iscritti dei partiti, ai quali spetta, dunque, non già di dire semplicemente un sì o un no su una scheda nel corso di un referendum, ma di esprimere le proprie idee e di scegliere tra modelli di culture politiche e relative proposte programmatiche. Insomma, quel che si vuol dire è che bisogna guardarsi dal mettere il carro avanti ai buoi, perché, in ultima analisi, sono sempre i buoi a tirare il carro, anche in campo elettorale.

la Repubblica
4 novembre 2003 


La nostra identità

Da più parti (anche a Forlì) ci si affanna nella ricerca delle soluzioni possibili alla crisi che, da anni, attanaglia i partiti italiani, nessuno escluso.
Infatti, se la Costituzione riconosce i partiti come strumenti atti a favorire la partecipazione dei cittadini nella definizione delle scelte politiche per il governo del paese, di fatto la realtà li relega sempre più a detentori ed elargitori di potere, locale e nazionale, retti spesso da gruppi dirigenti autoreferenti ed autorigeneranti, con un rapporto sempre più tenue con i cittadini.
All'originale scelta "dell'appartenenza" ideologica ad un partito (prima) al fine di "partecipare" alla vita politica (poi) si vorrebbe contrapporre oggi "la partecipazione senza l'appartenenza" partitica, decretando così la fine, senza appello, dei partiti italiani e la nascita di grandi "convention" elettorali all'americana, aggiungendo non pochi problemi alla già grave carenza di formazione della classe politica italiana.
In questa direzione, a mio parere, avanza a grandi passi la proposta prodiana della lista unitaria della Margherita, dei DS e dello SDI, alle prossime elezioni europee.
L'entusiasmo con il quale quest'ipotesi d'intesa elettorale è salutata dai gruppi dirigenti dei partiti forlivesi non mi coinvolge, tanto meno mi travolge. 
Non vedo nulla di particolarmente positivo, oltre l'auspicata convenienza elettorale immediata. 
Non vedo nulla che testimoni la nascita di un fatto utile alla chiarezza del quadro politico italiano, al superamento della crisi dei partiti e al futuro governo del paese, in quella prospettiva d'unità organica che alcuni ambiscono realizzare tra ex socialisti, ex comunisti ed ex democristiani.
L'"ex" che ho anteposto al nome di ciascuno, sarà l'inevitabile conseguenza della rinuncia che gli stessi faranno, o che hanno già fatto, alla loro originale identità politica, nel momento in cui accederanno alla lista unitaria e soprattutto nel momento in cui realizzeranno l'intesa federalista o, ancora, come alcuni di loro vorrebbero, il partito unico dei riformisti.
Ed è di questa rinuncia d'identità che, per quanto mi riguarda, io non voglio essere parte. Sono nato socialista e socialista voglio restare, conservando gelosamente le mie "diversità" dalle altre famiglie politiche democratiche italiane.
Credo che, nel loro intimo, anche molti di coloro che appartengono alle altre formazioni politiche, coinvolte nell'operazione fusionista, la pensano allo stesso modo.
La somma delle ideologie o, se si vuole, delle singole opinioni politiche è possibile solo se è limitata nel tempo ed è finalizzata all'attuazione di un programma di governo, locale o nazionale che sia. 
Non può invece avvenire sine die, pena la loro abiura. 
In conseguenza di ciò, siccome io non voglio rinunciare ai valori politici, sociali e di visione dello sviluppo economico della nostra società, propri del socialismo riformista, non ci sto ad annullare le mie convinzioni sull'altare della convenienza elettorale.
Resterò un socialista senza partito, fintanto che non rinascerà, se mai rinascerà, un nuovo e moderno Partito Socialista Riformista Italiano che coinvolga, auspicabilmente, tutta la sinistra socialista e democratica italiana.
Del resto sono ormai abituato ad essere considerato una sorta di "sognatore della sinistra che non c'è", così come fui definito da un amico "ulivista" quando espressi (due anni fa) il mio giudizio negativo sulla funzione, omnicomprensiva e salvifica, che alcuni attribuivano all'Ulivo, in alternativa alla necessità, da me sostenuta, di perseguire e costruire l'unità della sinistra socialista. Visto l'odierno stato di salute dell'Ulivo: avevo forse torto?

Alessandro Guidi
Consigliere comunale di
Unità Socialista
12.11.2003


LISTA UNICA SI' o NO? PARLIAMO DI CONTENUTI

La proposta di Romano Prodi sulla lista unitaria ha l'enorme pregio di stimolare una riflessione più profonda sull'opportunità di muovere senza preclusioni verso una casa comune di tutti i riformismi, includendo le diverse culture che li nutrono e anche quella radicalità culturale e politica che fa parte della storia del centrosinistra italiano.
I partiti di matrice socialista e pro-labour di tutta Europa si stanno interrogando da tempo sul profilo della sinistra dopo il crollo dei regimi comunisti, la crisi degli Stati-Nazione e, conseguentemente, la crisi dei partiti politici in senso classico; su come attrezzarsi per dare vita ad una globalizzazione della politica che faccia da guida alla globalizzazione dell'economia, sia industriale, sia finanziaria.
Porsi la questione (effettiva ed urgente) di ridefinire l'identità riformista a livello europeo può trovarci protagonisti solo se il confronto che abbiamo iniziato affronterà di petto alcune questioni fondamentali, che la momento ci paiono opportunisticamente sottaciute per concentrarsi invece su un orizzonte esclusivamente nazionale (lista sì / lista no), che riguarda considerazioni prevalentemente tecniche.
Perché il dibattito, attualmente tutto interno ai partiti coinvolti, possa interessare una platea più ampia, riteniamo fondamentale alzare il livello del confronto, sforzandoci di affrontare da subito alcune questioni di fondo.
La domanda che riteniamo debba guidare la discussione è se serva un soggetto politico riformista con un profilo rinnovato. La nostra risposta è affermativa, con almeno due distinguo utili a dargli uno spessore definito.
Primo: crediamo che il soggetto nuovo non debba essere figlio di una ennesima anomalia italiana, ma vada collocato in - e contribuisca esso stesso a plasmare - una più ampia e rinnovata famiglia riformista ed europea. Secondo: riteniamo figlia di una diagnosi errata la proposta di un indistinto partito unico, così come ci appare rischioso il progetto della lista unica "a freddo".
Riteniamo che la lista possa essere una conseguenza del soggetto unitario, nato nel rispetto di identità e culture rappresentative di diversi riformismi, del laicismo dello stato e di ruolo e funzione dei partiti politici.
Ci spaventa la mancanza di chiarezza sulle prospettive, che rischia di ravvivare la tesi errata di chi pensa che sia la politica "partitica" a creare zavorra all'Ulivo. La verità e che i partiti italiani sono insostenibilmente leggeri, dal punto di vista dei valori di riferimento; e per questo subiscono la tentazione dell'arroccamento "identitario", o -falso contrario- quella del maquillage elettoralistico.
Non di un'improvvisazione, ma di un'esperienza di cambiamento ed evoluzione vorremmo essere protagonisti. Proprio perché riteniamo che vi siano le basi per costruire un soggetto unitario, non possiamo rinunciare a dare un profilo e una identità precisi al nuovo soggetto: un profilo che sia autorevole e forte, riconoscibile e riconosciuto perché fondato su valori di riferimento condivisi. 
Indubbiamente ci accomuna con tutti i partiti dell'Ulivo una visione della società e dell'economia basata su regole condivise e sull'impianto che nasce dall'antifascismo e dalla carta costituzionale; crediamo che il soggetto unitario che vogliamo costruire dovrebbe essere aperto a chiunque con noi le sostenga. Però questo non è sufficiente: servono anche altri valori fondanti di una identità condivisa.
Il primo di questi è assicurare a tutte le generazioni (e al loro interno) eguali opportunità di vita e di progresso, nell'ottica non della difesa di una parte della società, ma del disegno di una comunità più equa e pronta a sfruttare le innovazioni senza temerle. 
Cosa significa questo? Decliniamo alcuni esempi di idee e di pratica di valori riformisti.
" Un sistema educativo che assicuri ai bisognosi e ai meritevoli l'accesso alle opportunità di formazione, ma allo stesso tempo sia capace di individuare e motivare le eccellenze. 
" Un welfare che assicuri a tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa e con un approccio che non sia categoriale, un sistema di sostegno dei redditi personali e familiari che garantisca il superamento dei livelli di povertà e l'accesso a condizioni di dignità.
" Un sistema di sostegno alle famiglie -qualunque sia il loro status legale- e di incentivo alla natalità. 
" Un mercato del lavoro che concili una necessaria dose di flessibilità con la tutela degli individui e con la riduzione delle disuguaglianze interne.
" Un sistema economico e una politica industriale che sposi la scelta di un mercato libero, ma non privo di regole e trasparente; un mercato sorvegliato da autorità di controllo efficaci e autorevoli, che consentano ai consumatori di beneficiare del dispiegarsi della libera concorrenza senza esserne sopraffatti a causa di selvagge deregolamentazioni. 
Su questi temi, che rappresentano un elenco meno che esaustivo, è ragionevole ritenere che non sarà difficile trovare sintesi avanzate con quei partiti e quei movimenti, che vorranno aderire al percorso di fondazione di un nuovo soggetto dei riformismi. 
Anche questo, però, non è sufficiente. Vi è infatti una categoria di temi che segnano la scelta di una società aperta, più libera, più laica, più pluralista. Si tratta di trovare una sintesi avanzata sulle grandi battaglie civili: difesa dello Stato laico, legislazione sulle unioni civili e sull'eutanasia, promozione della libertà della ricerca -sia pure nei limiti del rispetto dell'unicità della vita individuale-, regolamentazione della fecondazione assistita, tutela dei diritti delle minoranze. 
Queste non sono (solo) questioni di coscienza, ma "interfacce" per definire un modo di stare nella società; sono il discrimine fra laicità e integralismo. Su questo -senza violentare le singole opinioni di ciascuno- è doveroso che il futuro schieramento unitario chiarisca la sua posizione, avendo come stella polare il valore della laicità dello Stato.
Si tratta di questioni politiche mature, che peseranno sempre di più nelle scelte dei cittadini delle società del benessere, che hanno già risolto i loro problemi primari. Non si tratta di imporre a chi ha diverse fedi individuali una abiura, ma chiedergli di dividere le scelte personali, soprattutto su temi etici e di coscienza, dalle responsabilità di chi vuole governare.
Per quanto riguarda le prossime elezioni europee, condividiamo la domanda di unità che ci viene da tutti gli elettori e per dare il necessario segnale di coesione tra le forze del "centrosinistra allargato" auspichiamo una campagna elettorale giocata di concerto con tutte le forze di progresso e coalizzate attorno a un Patto per l'Europa.
Un patto per l'Europa che si ponga l'obiettivo di far tornare l'Italia fra le forza trainanti di una nuova idea di Europa. Un'Europa che sia uno dei pilastri del multilateralismo mondiale, che sia paladina della coniugazione "modernità e diritti", che sia portatrice di valori alti (Pace, diritti, sviluppo sostenibile,..), che sia radicalmente diversa quindi da quella fino ad oggi disegnata nella bozza di Costituzione Europea. Costituzione che tra l'altro rischia di nascere vecchia e morire alla prima crisi significativa, come affermato anche da Romano Prodi.
Ci sembra invece un errore aver deciso di invertire l'ordine logico e non aver fatto precedere il ricorso ad una "veste" unitaria dalla definizione del profilo dal nascente soggetto politico. Aver scelto di cominciare dalla fine rischia infatti di compromettere l'avvio di un processo di cui sentiamo invece urgente e radicale l'esigenza.
In conclusione, una notazione sulla collocazione dei nostri eletti nel Parlamento Europeo. Pensiamo infatti che il rischio maggiore da scongiurare sia quello di dare vita in quella sede ad una dannosa anomalia italiana.
Condividiamo quindi la proposta di Piero Fassino di verificare la possibilita' di distinguere tra il Partito del Socialismo Europeo e il gruppo parlamentare, che potrebbe cosi' avere denominazione, forma e rappresentanza piu' larghe.
Un gruppo che possa quindi accogliere tutte le forze progressiste riformiste e democratiche, parlamentari che oggi siedono nel PPE e nell'ELDR e tutti gli eletti di una eventuale lista unitaria.

Marco Campione, Stefano Chiarlone, Francesco Mariotti, Alberto Perrotti


Troppa confusione sotto il cielo

Chi si oppone al listone riformista per le prossime europee e ancora più alla logica conseguenza del PURE (Partito Unico Riformista Europeo) per un ragionamento politico socialista non deve intrupparsi in progetti ancora più confusi come il caravanserraglio di Occhetto. L’unico vantaggio, per così dire, di una lista unitaria di tutto L’Ulivo, futura vittima ancora più del listone (DS, Margherita, SDI o Di Pietro?) della legge elettorale proporzionale, è che non diventerà mai un partito in cerca di collocazione nel Parlamento europeo.

Il progetto di costituire un moderno partito del Socialismo europeo, aperto alla società civile e ai movimenti, come nucleo federatore di tutta la Sinistra non può fondarsi su nostalgie uliviste. Diceva Elias Canetti che il nemico del mio nemico non è mio amico.

Nel partito, per di più, nessuno deve essere concepito come nemico. Se si pensasse diversamente sarebbe un riflesso bolscevico incompatibile con il riformismo. Dunque non si deve ripetere l’errore del “Correntone” con un massimo (D’Alema) comun denominatore, nel senso di essere uniti contro qualcuno o qualcosa.

Nella sua ispirazione più coerente, quella dei miglioristi del PCI, la proposta riformista ha una forza anche se dovrebbe essere portata avanti, contraddittoriamente da un partito riformista nelle intenzioni ma (comunista) bulgaro nella sua consistenza effettiva.

In un partito democratico sarebbe possibile una forte convivenza unitaria, come avviene nel resto d’Europa. Difficile invece in un ambiente burocratico e verticista. 

Nelle prossime elezioni si dovrebbe parlare di Europa, delle diverse opzioni presenti, del suo modello di sviluppo economico e sociale e del suo ruolo internazionale, di globalizzazione controllata, di pace e di minacce alla pace. Su questi temi si può fondare una identità conflittuale dell’Europa levatrice di un popolo europeo che, come soggetto costituente non esiste ancora, e di cui dei veri partiti europei dovrebbero essere l’espressione politica democratica.

Non si possono sprecare le prime elezioni dell’Unione Europea allargata per fare le prove generali della rivincita del 2006 e di elezioni nazionali anticipate, visto lo scollegamento della maggioranza. Programmi e candidature coerenti dovrebbero essere al centro della discussione per superare tante fratture antiche e recenti nella Sinistra italiana. Dobbiamo, invece, continuare, für ewig, nella polemica Del Turco – Violante?

Mi pare che Enrique Baron Crespo, capogruppo socialista nel Parlamento europeo, abbia espresso giudizi definitivi e contundenti sulle ipotesi confuse. In Europa si sta di qua o di la: o si è socialisti o non si è.

Felice C. Besostri
Condirettore L’Avvenire dei Lavoratori

7.11.2003


Nella riunione della Direzione nazionale dei Democratici di sinistra svoltasi a Roma il 6 ottobre 2003 ho espresso una forte riserva sui documenti presentati dalla maggioranza (Fassino-D'Alema), dalla area della sinistra (Mussi-Fumagalli) e da quella di Salvi, astenendomi sui documenti in questione.

Nella dichiarazione di voto resa dalla tribuna ho così motivato l'astensione:

"Non voterò a favore del documento di maggioranza, e nel contempo non aderirò ad alcuna delle posizioni che si esprimono in reale o parziale alternativa, perchè nessuna delle posizioni corrisponde pienamente -a mio avviso- ad una linea utile ed opportuna per la rinascita in Italia di un grande partito della sinistra democratica.

Non condivido l'ipotesi della lista unitaria, e tanto meno quella -tenuta sullo sfondo, ma già apparentemente impegnativa- del partito riformista.
La lista "unitaria" - che mette insieme identità deboli sperando di produrre un risultato forte -a me pare una illusione ed un errore analogo a quello commesso a suo tempo in Lombardia con Martinazzoli, ed a cui inutilmente e solitariamente (per il conformismo che regna nel partito)mi opposi. 

Le speranze sulla lista "unitaria" capitalizzano in anticipo le propensioni dei patiti dell'unanimismo e della indifferenziazione, e volutamente ignorano le ripulse di chi non crede alle unità sbrigative e dagli sbocchi incerti: eppure questi rifiuti si manifestano eloquentemente anche in questa sede.


Ma la maggioranza non si limita a proporre una operazione di alleanza attraverso la lista comune, a mio avviso sbagliata - e che quindi non sostengo- ma sempre astrattamente discutibile: inizia a prospettare l'ipotesi di un partito dell'Ulivo, una specie di "italianizzazione" della politica europea tanto superficiale quanto improbabile, esistendo negli altri paesi seri e solidi partiti del socialismo democratico- che non da oggi si pongono- a volte con successo ed altre meno- la questione della apertura teorica e pratica alle novità dei tempi moderni.
La socialdemocrazia non è quella immaginata dai molti antisocialisti di destra e di sinistra. E' dovunque, da tempo, l'espressione di ceti e culture molto più ampie di quelle che diedero vita nell'ottocento ai partiti operai e resistettero validamente alle aggressioni totalitarie.

Mi limito tuttavia all'astensione perchè Fassino si è prodigato nello spiegare che oggi non decidiamo sulla prospettiva, e che ci saranno occasioni e strumenti per aprire il dibattito: se si votasse oggi su questo tema voterei no senza esitazioni.

La pretesa di esportare le anomalie italiane, ivi comprese quelle subculturali, non credo venga presa sul serio neppure dai proponenti.

C'è, per essere franchi, una domanda che circola anche tra chi si appresta ad approvare -secondo un antico costume- tutto quello che il "gruppo dirigente" ha predisposto : se siamo difronte ad un mutamento di linea politica o semplicemente ad una variante tattica, all'insegna della centralità dell'esigenza di autoconservazione del gruppo dirigente centrale e delle sue propaggini periferiche non a caso mai scalfiti da nessuno dei ripetuti cambiamenti di linea.

Se, come anche a me sembra,l'ipotesi più probabile è la seconda, sia consentito ad un socialista che ha ingenuamente creduto alla abortita "cosa2" ed alla prospettiva della costruzione anche in Italia del grande partito del socialismo democratico e liberale di dire che non sembra probabile che in Italia sia ormai reperibile un numero di ingenui sufficiente a concretizzare le forti ambizioni che alimentano i tatticismi. "

Mario Artali
della direzione nazionale dei DS


Luciano Belli-Paci, con la collaborazione degli altri compagni, ha predisposto la seguente lettera al Segretario Ds Piero Fassino.

I compagni che ritenessero di sottoscriverla sono pregati di comunicarcelo.

Lettera aperta a Piero Fassino:

Caro Fassino,
questa lettera aperta è firmata da compagni che condividono da lungo tempo la tua linea politica e la tua cultura riformista e che, proprio per questo, ritengono di poterti esprimere con molta franchezza e sincerità il loro pensiero rispetto a quella che sembra, da parte tua, una poco comprensibile svolta.


La lista unica del centro-sinistra per le europee

Cominciamo dall'ipotesi della cosiddetta lista unica per le elezioni europee. Sinceramente non possiamo nasconderti di nutrire al riguardo delle serie e motivate perplessità.
Certo, abbiamo tutti ben chiare le considerazioni politiche che possono aver pesato a favore di questa proposta. Comprendiamo (e perfino apprezziamo) la volontà di sostenere con un forte cartello elettorale la figura e la leadership di Romano Prodi. Siamo anche consapevoli che il fatto di poter trasmettere all'elettorato dei segnali politici che attestino la maggior coesione fra i partiti dell'Ulivo sarebbe comunque auspicabile ed opportuno. E possiamo perfino riconoscere che vi sia in qualche modo l'esigenza pressante di trovare delle soluzioni tecniche per scongiurare il rischio di un possibile indebolimento di alcuni dei partiti dell'alleanza, un cui eventuale insuccesso nelle elezioni europee potrebbe in effetti risultare negativo per l'insieme della coalizione (anche quando quest'ultima, come è ragionevole ritenere, dovesse risultare premiata in termini complessivi). 
Sull'opportunità dell'operazione che si è voluto mettere in moto restano cionondimeno dei dubbi molto seri. Non si tratta soltanto di fondate obiezioni di ordine democratico e procedurale sulle modalità con cui si vorrebbe arrivare ad una simile scelta così impegnativa. Ci sono anche dei legittimi interrogativi circa le effettive chances elettorali di un'eventuale "lista unica" (è ben noto che le elezioni con sistema proporzionale si rivelano in genere penalizzanti per le scelte di tipo aggregativo). E soprattutto, oltre a tutto questo, vi sono anche delle precise ragioni politiche che a nostro parere rendono assai poco convincente questa soluzione di tipo unitario.
Le varie formazioni che dovrebbero concorrere all'operazione fanno parte infatti di differenti partiti europei, ciascuno dei quali ha un proprio programma e una propria linea politica. Gli eletti dell'eventuale "lista unica" (quand'anche si vincolassero reciprocamente con una sorta di patto d'unità d'azione) sarebbero dunque inevitabilmente destinati a dividersi, subito dopo l'elezione, in almeno tre distinti gruppi parlamentari, il che ci sembra prefigurare uno scenario di notevole ambiguità (per non parlare della scorrettezza che una scelta del genere rappresenterebbe nei confronti degli elettori). 
In alternativa, si potrebbe forse pensare di dar vita ad una sorta di gruppo "nazionale" distinto dai partiti europei; ma questa (al di là delle difficoltà tecniche dell'operazione) ci pare francamente un'ipotesi anche peggiore, poiché, in un colpo solo, si abbandonerebbero tradizioni ormai consolidate di appartenenza politica e di collocazione parlamentare, e inoltre si rinnegherebbe lo spirito sovranazionale del parlamento europeo. 
Insomma, la lista unica, presentata come proposta di respiro continentale, nasconde esattamente il suo contrario: l'abbandono della dialettica politica europea in forza di una logica tutta nazionale, per non dire provinciale. Dal disegno di europeizzare la politica italiana, passeremmo con disinvoltura alla più esasperata italianizzazione dell'appuntamento elettorale europeo: una prospettiva del genere francamente non ci entusiasma. 

Il partito unico dei riformisti.

Ma ammettiamo anche che per ragioni di opportunità tattica si possa pure accettare l'idea della cosiddetta "lista unica". Se ci si limitasse al senso dell'originaria proposta di Romano Prodi, l'ipotesi, ancorché discutibile e a nostro parere sbagliata, potrebbe in fondo risultare in qualche modo percorribile.
Ma ormai è sempre più evidente che il tema vero non è più quello di un'eventuale cartello per le prossime elezioni europee. Al centro del dibattito è stata posta infatti la questione del partito unico, sia esso partito dell'Ulivo, partito democratico o, come si preferisce dire oggi, partito riformista. Da questo punto di vista è dunque inutile cercare di eludere la questione, o fingere che si possa intanto fare la lista, per poi discutere l'altro passo.
La lista unica viene ormai presentata come la premessa di un processo più ampio, che solo una clamorosa bocciatura elettorale -che nessuno di noi può auspicare- potrebbe rendere reversibile.
Su questo punto occorre dunque essere chiari, ed intellettualmente onesti. 
L'idea di un unico partito nel quale si fondano le diverse tradizioni democratiche del nostro Paese, è un'idea senz'altro rispettabile, e che ha da tempo nella nostra area molti sostenitori.
Il più illustre e lucido è Michele Salvati, ma nel PDS e poi nei DS ve ne sono stati e ve ne sono da sempre molti altri, anche se a volte meno espliciti o più confusi.
Non possiamo dimenticare però, che Tu, caro segretario, ti sei sempre schierato dall'altra parte, dalla parte di quelli che credono che compito dei DS sia realizzare una grande forza socialista democratica di stampo europeo. La coerenza di questo tuo disegno è testimoniata da un lungo percorso personale che parte dai lontani anni nei quali lavoravi per socialdemocratizzare il Pci, fino al congresso di Pesaro e fino al tuo recentissimo libro "Per passione", nel quale ribadisci la tua distanza dalla posizione di chi, come Occhetto, vuole "andare oltre" ogni esperienza della sinistra europea per approdare ad un soggetto frutto della contaminazione tra varie culture, un cocktail democratico, un mix delle tradizioni italiane del tutto anomalo nel panorama europeo.
Per questo ci sentiamo tanto più frastornati e perplessi di fronte alla tua recente ed improvvisa "conversione". 

La sconfessione del progetto di Pesaro

Naturalmente si può sempre cambiare idea, ma bisognerebbe spiegare perché lo si fa.
Dal tuo articolo sull'Unità del 14 settembre ("Un riformismo che trovi il suo popolo"), risulta chiaro che hai deciso di fare tua la strategia di Occhetto e di Salvati: la lista unitaria è vista come "il primo passo" di una riorganizzazione destinata a creare "un nuovo soggetto politico progressista e riformista"; questo soggetto non deve essere un partito unico perché una fusione non è realistica "nel breve periodo", sicché è preferibile "una forma federativa", ma questa è solo una tappa per arrivare con "processualità" e "gradualità" ad un superamento dei DS, visto che, scrivi, "la svolta dell'89, la nascita del Pds, la trasformazione del Pds in Ds, sono stati via via pensati dentro un percorso in cui l'obiettivo era ed è la costruzione anche in Italia di una grande forza riformista di stampo europeo. Una forza che - tenendo conto della peculiarità italiana - faccia incontrare l'identità socialdemocratica di cui noi siamo portatori con le altre identità riformiste, quella che viene dal popolarismo, così come quelle che esprimono culture laiche, democratiche e ambientaliste".
Lo stravolgimento del tuo progetto è clamoroso; dal superamento dell'anomalia italiana nel segno della scelta socialista europea, si passa alla rassegnazione ed alla scelta di perpetuare un Paese politicamente anormale.
Possiamo immaginare che molti fattori abbiano concorso a farti gettare la spugna, abbandonando un percorso lungo il quale hai caparbiamente tentato di innestare nella sinistra italiana i geni della famiglia socialista europea ed internazionale.
La scriteriata ed ingenerosa dissociazione continua scatenata dalla minoranza diessina dopo Pesaro ha creato un clima di ingovernabilità nel partito; di qui l'appello di Salvati di alcuni mesi fa, per la scomposizione di fazioni la cui convivenza appariva ogni giorno più ardua, e per la successiva ricomposizione delle maggioranze riformiste di Ds e Margherita in un più omogeneo Partito Democratico.
Ma oltre a ciò non possono non aver pesato anche gli umori diffusi in tanta parte del corpo del partito, dove persiste un atteggiamento psicologico che, morto il comunismo, mostra scetticismo verso qualsiasi "sinistra possibile", dove la voglia latente di "compromesso storico" non si è affatto esaurita, dove pesa ancora il sordo disprezzo verso i socialisti e la socialdemocrazia sedimentato in tanti decenni di storia (ben prima di Craxi). Del resto, eloquente dimostrazione di quanto tiepida ed epidermica fosse l'accettazione dell'idea del partito del socialismo europeo ci è offerta in questi giorni proprio dalla scarsità di reazioni di fronte al repentino abbandono di questa strategia.

Cosa veramente serve all'Ulivo

Le ragioni di scoramento e di logoramento, dunque, sono reali, anche se non poteva non essere fin dall'inizio del tutto chiaro, anche prima di Pesaro, che quella dei sostenitori dell'opzione socialdemocratica sarebbe stata una lunga e difficile marcia.
Ma il punto politico sul quale confrontarsi, se non vogliamo limitare il nostro orizzonte ad una vicenda interna ed autoreferenziale, è un altro: cosa è utile fare per l'Ulivo, quale ruolo devono svolgere i Ds per fare più forte il centro sinistra.
È su questo che ravvisiamo un nettissimo errore di diagnosi, dal quale deriva la terapia sbagliata del "partito unico".
Da anni si sviluppa nel nostro schieramento l'idea, la vulgata secondo la quale i partiti sarebbero il piombo nell'ala dell'Ulivo, sicché se vi fossero meno partiti sarebbe meglio e se si arrivasse ad un unico partito dell'Ulivo (o democratico, o riformista) sarebbe il massimo.
Questa vera e propria ideologia "ulivista" in chiave antipartitica si alimenta di una lettura molto parziale dei dati elettorali, in sostanza limitata al differenziale che si registra nel voto per la Camera tra la somma dei consensi raccolti dalle liste del centro sinistra nel proporzionale ed il dato dell'Ulivo nei collegi uninominali. Di qui il mito di un Ulivo tanto più vincente, quanto più si svincola dall'ingombrante abbraccio dei partiti.
Se questa diagnosi fosse vera, quando i partiti fanno un passo indietro e creano liste uniche dell'Ulivo si dovrebbero registrare formidabili successi.
Invece no: ovunque si è fatta la lista unica si sono avute disfatte memorabili.
Così nelle regionali in Lombardia nel 2000 (l'Ulivo per Martinazzoli), così nelle provinciali di Como, così negli esperimenti nei Comuni (per esempio a Magenta).
Davvero strana questa bramosia di Ulivo che poi si traduce in sonore sconfitte ogni volta che i partiti non sono al loro posto !
Se si vuole uscire da una visione mitologica, bisogna riconoscere che i partiti del centro sinistra non sono zavorra perché troppo invadenti, ma al contrario per l'insostenibile leggerezza del loro essere. L'Ulivo prende più voti nei collegi non perché ha una straordinaria capacità di aggregazione (il voto nel maggioritario è soprattutto, come sanno bene i Paesi che lo praticano da più tempo di noi, un voto "contro"), ma perché i nostri partiti da anni faticano a creare identificazione, a suscitare un voto "per". Insomma, il famoso "valore aggiunto" dell'Ulivo è mera illusione ottica, creata dal "valore sottratto" dei partiti che lo compongono.
I partiti del nostro polo (al contrario di quelli del polo di centro destra, che aggregano più della "Casa delle libertà") languono con le loro incerte identità, ben rappresentate dalla dilagante simbologia botanica. Languono perché sono usciti largamente delegittimati dalla demonizzazione della prima repubblica della quale, in una sorta di contrappasso, sono visti come i più diretti eredi. Languono perché sentono sul collo il fiato del nuovismo e dell'antipolitica che essi stessi, come l'apprendista stregone, hanno contribuito a liberare nella prima metà degli anni Novanta. Languono perché stentano a superare tali difficoltà attraverso la via maestra, che sarebbe quella di aprirsi davvero ad una profonda svolta democratica, che sapesse recuperare un forte rapporto partecipativo con i cittadini. 
Si capisce allora che lo stesso vento dell'antipolitica, che da tempo sta gonfiando le vele di una destra naif, sembri ora piegare anche i vecchi tronchi delle forze democratiche, incapaci di rinnovarsi in profondità e costrette a giocare costantemente in difesa.
Ma, se il problema è quello di partiti che si presentano con un profilo basso, talora bassissimo, amorfi e spesso afasici (ed è afasia anche l'incapacità di parlare d'altro che non sia Berlusconi), non ci pare che la terapia più indicata possa essere quella di una più o meno graduale eutanasia. 
La soluzione non sta nel creare un (ancor più) indistinto e asessuato partito dell'Ulivo (o che quantomeno riunisca le sue principali componenti), né in una scelta che finirebbe per essere una pasticciata giustapposizione di gruppi dirigenti e di personale partitico in larga misura autoreferenziale. La soluzione passa invece per la ricostruzione di uno spazio politico nel quale si presentino con autorevolezza soggetti forti, sicuri nelle loro identità non provvisorie, espliciti nei loro valori di riferimento e nelle loro appartenenze sovranazionali, più limpidi e aperti nelle loro procedure democratiche interne, e proprio per questo capaci di recuparare un rapporto forte e vitale con i cittadini, e nel contempo in grado di lanciare proposte vigorose, campagne coinvolgenti, issues caratterizzanti, da ricondurre poi a delle sintesi all'interno dell'alleanza. 
Tutto il contrario, in pratica, di quello che si è fatto fin qui, dato che da anni ormai i partiti dell'Ulivo - fatta eccezione per la politica internazionale, dove anzi si eccede in lacerazioni fratricide - rinunciano preventivamente ai propri elementi distintivi, riducendosi a mostrare una litigiosità che risulta irritante perché appare (e spesso è) ispirata da questioni di bottega e da personalismi.
In questo quadro, anche la riduzione della frammentazione è un obiettivo da perseguire perché il pulviscolo dei piccoli cespugli è di ostacolo ad una dialettica, collaborativa ma anche competitiva, tra solidi protagonisti politici.
Invece, una semplificazione fatta a spese delle maggiori forze e all'insegna di una "contaminazione" fine a se stessa non può che essere controproducente, poiché appiattisce il profilo identitario e così riduce la capacità dei soggetti politici di stimolare l'identificazione.


La funzione di un soggetto autonomo della sinistra

Questa analisi porta ad affermare con forza che non sono venute meno le ragioni della presenza di un soggetto autonomo della sinistra. Sinistra riformista, di governo, laica, socialdemocratica europea senza inibizioni, ma comunque sinistra ben riconoscibile.
E dunque il partito dei Ds non può essere condannato ad una eterna provvisorietà, ad una transizione infinita verso qualcosa di sempre più nebuloso. Il PSE non è un passaggio, ma l'approdo. Per la semplice ragione che l'Europa è e sarà sempre di più lo spazio del nostro agire politico, e lì la scelta è praticamente ovunque tra conservatori e socialdemocrazia.
In Italia, come un po' dappertutto, le differenze tra noi e gli altri partiti si sono attenuate, ma non sono sparite rendendo "ineluttabili" fusioni o con-fusioni.
Solo una visione tardo marxista attenta esclusivamente alla rappresentanza degli interessi di classe può far ritenere che ormai siamo tutti uguali.
E di sicuro una sinistra che perseveri nell'autocensura può creare le condizioni per giungere, come nella classica profezia che si autoavvera, al punto in cui non avrebbe più senso la sua esistenza separata.
Eppure è maturo il tempo perché anche la sinistra italiana capisca che deve accettare la sfida delle destre sul terreno della libertà, perché le premesse per la nostra sconfitta nascono quando le destre riescono ad impossessarsi, nell'immaginario collettivo, del tema delle libertà, scippandolo a noi.
Se vogliamo essere sinistra moderna e dare un contributo decisivo per battere il centro destra dobbiamo riprenderci una bandiera che ci appartiene.
Questo vuol dire innanzitutto qualificarsi su tutti i temi che segnano la scelta di una società aperta, più libera, più laica, più pluralista. Si tratta delle grandi battaglie per i diritti civili: difesa dello Stato laico, rilancio della scuola pubblica, legislazione sulle unioni civili e sull'eutanasia, promozione della libertà della ricerca, regolamentazione della fecondazione assistita, tutela dei diritti delle minoranze, religiose e non. Non si può più liquidare questi problemi parlando di questioni di coscienza, quando invece sono questioni politiche mature e che peseranno sempre di più nelle scelte dei cittadini delle società del benessere, che hanno già risolto i loro problemi primari.
Cresce a vista d'occhio nella nostra epoca la minaccia degli integralismi. Non solo nel mondo islamico. Basta pensare alla sempre maggiore influenza dei gruppi fondamentalisti cristiani sulla destra degli USA.
E dunque se non ora, quando la sinistra si presenterà come una forte alternativa all'insegna della libertà e della laicità ?
Per la verità, anche sulla visione del welfare non è proprio così scontato che il nostro modello sociale coincida con quello caritatevole-assistenziale di alcuni nostri alleati dell'Ulivo, ma non è il caso di approfondire il discorso in questa sede.


Guardare oltre l'emergenza Berlusconi

Da ultimo, caro Fassino, non può sfuggire a nessuno che questa, per noi improvvida, urgenza unitaria si sviluppa in un clima di vera e propria emergenza politica e, ormai, istituzionale, creata dall'attuale governo di centro destra. Grava su tutti noi il fenomeno Berlusconi, che tutti sentiamo come un vulnus, come una cappa opprimente che ci fa vivere in un'oscurità nella quale, per dirla col filosofo, tutte le vacche sono nere.
Guai però a chi dovesse farsi intrappolare da questa minaccia e smarrire il senso di una politica fatta anche di pensieri lunghi, di visioni globali, di prospettive per l'avvenire.
Anche Berlusconi finirà e noi allora dovremo farci trovare pronti, non solo come alleanza per il governo, ma anche come partiti e, per quel che ci compete, come sinistra.
I partiti del CLN, che pure avevano a che fare col fascismo, seppero guardare avanti, non pensarono mai di fare un solo partito antifascista, prepararono il dopo elaborando idee sullo Stato, sulla società, sull'Europa, idee che si dimostrarono feconde anche nell'aspra competizione della ritrovata democrazia.
Certo, i tempi sono cambiati e le ideologie sono andate in crisi.
Però dappertutto in Europa i partiti ci sono e non mostrano nessuna intenzione di trasformarsi in contenitori politico-elettorali all'americana.
Non vorremmo che per fare i primi della classe ci ritrovassimo buoni ultimi, prigionieri rassegnati dell'eterna anomalia italiana.
Fraternamente.

Mario Artali direzione naz. DS
Aldo Aniasi direzione prov. DS Milano
Vittorio Angiolini direzione prov. DS Milano
Luciano Belli Paci direzione prov. DS Milano
Daniele Bonifati direzione prov. DS Milano
Michele Achilli presidente ICEI
Giuseppe Amoroso già coordinatore della Fed. Laburista della Lombardia
Francesco Somaini presidente Circolo Carlo Rosselli
Fulvio Acquati sez. DS MilanoCentro


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