Riformismo senza riforme

di Bruno Trentin


L'orientamento assunto dalla maggioranza dei Ds d’indire una vasta consultazione fra i militanti del partito, sulla scelta di promuovere una lista unitaria per le elezioni europee fra le forze dell’Ulivo che si dichiarassero disponibili e l’affacciarsi della prospettiva di un nuovo soggetto politico di tipo federativo, coglie a mio parere una forte domanda di unità che proviene dalle più diverse espressioni di un centro-sinistra in formazione, nei partiti e nei movimenti. Proprio la scelta della lista unitaria chiama in campo il ruolo di un progetto di società, prima ancora di un programma di governo come ragione d’essere, etica e politica di un nuovo soggetto riformatore e come ragione “dello stare insieme”.

Ma qui si apre il vaso di Pandora: fioriscono le proposte o le “aperture” le più diverse e le più contraddittorie. E questo perché vivono ogni progetto, e la necessità di scegliere fra opzioni ineluttabilmente alternative, come una prigione che potrebbe imbrigliare, quando si tratta di assumere delle decisioni impegnative, la possibilità di muoversi in sintonia con le opportunità più contingenti, o con le mode più recenti.

È stata questa, fino ad ora, la storia del “Manifesto per l’Italia”, assunto come base di discussione alla Convenzione Programmatica di Milano e rimasto, malgrado gli sforzi di Piero Fassino, come un patrimonio per pochi iniziati.

Tant’è che, poche settimane dopo Milano, sono riapparse cocciutamente, nell’ambito della sinistra, le stesse opzioni che erano state contestate dal “Manifesto per l'Italia”: come la riduzione indiscriminata della pressione fiscale per permettere, in stile reaganiano, ai cittadini meno poveri di accedere ai servizi privatizzati della sicurezza sociale; l'accelerazione della scomparsa delle pensioni di anzianità, senza sostituirle con un regime più equo, che prenda in conto i periodi di disoccupazione e garantisca delle pensioni pubbliche superiori al 48% dell’ultimo salario, oggi previsto dalla legge Dini (e solo per chi avrà lavorato senza discontinuità e pagando sempre i contributi per tutta la sua vita); o l'ulteriore rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio nei confronti del Parlamento…

A pochi mesi dalla Convenzione programmatica di Milano, promossa dal Segretario dei Ds, molti esponenti politici reagiscono, non all’idea di un nuovo progetto da formulare (questa viene, invece, sempre invocata). Ma, nel momento in cui qualsiasi progetto, prende forma (sono ormai quattro, fino ad ora, se non sbaglio, i tentativi di formulare dei documenti progettuali da parte del Pds e dei Ds) nei confronti dei possibili obiettivi vincolanti enunciati nel progetto. Con il fastidio di chi non vuole farsi imprigionare preventivamente in un patto trasparente con gli elettori…. Non so come definire questo continuo impaccio alla possibilità di “volare alto” che pesa sulla strategia della sinistra riformatrice in Italia e nelle sue più diverse articolazioni, se non con le catene che derivano dalle sue eredità trasformistiche. E, per gli ex comunisti, da un passato che non andava certo cancellato o rimosso, con la caduta del muro di Berlino, ma che andava rivisitato criticamente e laicamente superato, senza residui, nelle sue parti sempre più intrise di autoritarismo e di vocazione all’egemonia, almeno prima di dedicarsi subito e ripetutamente al solo cambio di nome….

Si è venuta formando, in quel contesto, una cultura del trasformismo. Dobbiamo però interrogarci sulle matrici di una simile cultura nella storia più recente della sinistra italiana. Forse una pista può essere fornita dalle ricadute della crisi del leninismo sul tessuto culturale delle varie articolazioni della sinistra. Il leninismo è stata la capacità di esprimere una forte autonomia della “tattica”, nei confronti di una grande strategia della trasformazione rivoluzionaria… Ogni momento della tattica trovava la sua ragion d’essere nell’essere una tappa di avvicinamento al momento della grande trasformazione, dell’irreversibile trasformazione della società. Ma cosa succede quando lo sbocco rivoluzionario e l'irreversibile trasformazione della società non sono più degli obbiettivi strategici?

Con la scomparsa della prospettiva più o meno lontana della “grande trasformazione irreversibile”, non ci sono più riforme funzionali a quel cambiamento, attraverso l’avvicinamento al potere, ma riforme che la crisi e le trasformazioni di una fase di transizione delle società contemporanee impongono di realizzare, non come tappe intermedie, ma “qui e ora”; e che debbono essere percepite nella loro radicalità, proprio in ragione della possibilità di intravedere, da subito, tutte le loro implicazioni, anche lontane, sulla vita quotidiana dei cittadini.

Una valutazione questa che si è compiuta molto raramente, per esempio, a proposito delle politiche di formazione che erano al primo posto nel programma di Prodi e delle varie versioni di una riforma pensionistica. Una valutazione la cui assenza, in termini di mobilitazione di massa, di lotta contro le resistenze corporative, si è fatta sentire quando sono state tentate importanti e condivisibili riforme dall’alto, durante i primi governi di centro sinistra: come la riforma dell’ordinamento scolastico e della formazione permanente o come riforma della sanità e la riforma dell’assistenza. E vi è poco da sorprendersi del fatto che queste riforme non siano state vissute come cosa loro da milioni di cittadini.

Questi sono, quindi, i guasti provocati dalla sopravvivenza di un leninismo senza la rivoluzione, da una tattica orfana della rivoluzione e perciò separata da una strategia della trasformazione possibile che si concili con l’interesse generale e con l’evoluzione di questo interesse generale.

La cultura trasformistica che circola anche tra le varie componenti della sinistra e che si arrovella sulle formule, alla ricerca di un “apriti Sesamo” che schiuda loro la strada dell’accesso nel club delle classi dirigenti, viene così distratta da una riflessione laica sulle autentiche trasformazioni della società…. Così sono entrate a far parte delle innovazioni “riformiste” della sinistra, di volta in volta, la riduzione dei salari per i nuovi assunti, la flessibilità del lavoro senza la sicurezza di una impiegabilità attraverso la formazione, la monetizzazione dell’articolo 18, il taglio delle pensioni di anzianità, senza riflettere sulle cause, tutte italiane, dell’esplulsione dal mercato del lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori anziani, condannandoli alla disoccupazione in attesa delle pensioni. Sono stati questi, per esempio, i cavalli di battaglia del mio amico e neo-politologo Michele Salvati; il quale, dopo avere espresso tutto il suo disprezzo per le singole proposte concrete avanzate nel “Manifesto per l’Italia” (…”Non ci ho trovato nulla”), si è dedicato all'obiettivo, secondo lui prioritario, di promuovere una scissione “consensuale” nei Ds, che liberasse la strada per un Partito Democratico, se possibile, con pochi dirigenti ex comunisti (i gregari possono andare bene). Un esempio da laboratorio delle trasformazioni genetiche di tipo “zelighiano” che può determinare, nelle persone migliori, una cultura trasformista presa a troppo forti dose.

Si tratta, infatti, in tutti questi casi, dei frutti di una lettura datata e superficiale delle grandi trasformazioni che attraversano il mondo, l’Europa e la stessa società italiana. Una lettura che diventa così necessariamente subalterna agli stereotipi, alle rappresentazioni ideologiche che di queste trasformazioni cercano di dare i gruppi più conservatori delle classi dominanti, ormai in perdita di egemonia. A ben vedere, la stessa lettura - sia pure in termini simmetricamente rovesciati - e la stessa caduta di autonomia culturale, si ritrovano nelle raffigurazioni ideologiche che hanno scandito in questi ultimi anni, in Italia, l'iniziativa dell'estrema sinistra. Per esempio la rivendicazione “fordista” e egualitaria delle 35 ore settimanali per tutti, sulla scia del dirigismo socialista francese, che ha dato il primo scossone al governo Prodi…

Ma come uscire dall'egemonia trasformista e da quello che rischia di diventare un riformismo senza riforme? Certo lavorando a costruire e a rileggittimare un nuovo soggetto unitario della sinistra che possa concorrere a ridefinire uno schieramento federato, in Italia e in Europa delle forze del centro sinistra. Ma riuscendo, nello stesso tempo, a dare a questo soggetto politico la forza di un progetto, e di grandi proposte riformatrici, intorno alle quali ricercare un consenso e un contributo critico non solo nella cerchia dei partiti ma fra tutte le espressioni motivate della società civile. Avvicinandoci non solo ai loro problemi ma anche al loro modo di intenderli e di viverli, senza la boria di chi si sente, in ogni caso, predestinato al governo del Paese.

Costruendo dall’alto e dal basso il progetto riformatore, riconquistando un’autonomia culturale nella lettura dei processi di trasformazione, anche attraverso un confronto aperto con i nuovi protagonisti di una battaglia riformatrice che si sono spesso allontanati da una politica che non li riconosceva come attori del cambiamento.

Con i movimenti che negli ultimi due anni si sono fatti strada fra i meandri della politica. Ma anche con le centinaia di movimenti “per un obbiettivo” (one issue movements) che sono emersi nella società civile. Con i sindacati. Con le migliaia e migliaia di associazioni volontarie.

Non si tratta di cercare benevolenze o di costruire alleanze che non siano fondate su obbiettivi condivisi; e quindi, prima di tutto, confrontati criticamente. Nè si tratta di andare a questo confronto senza proposte; ma con proposte effettivamente aperte ad un loro cambiamento e un loro arricchimento. Non si tratta di abdicare alle responsabilità di un soggetto politico che aspira a guidare il Paese, ma di costruire e di verificare le ragioni che possono legittimare questa guida, in nome di un grande disegno riformatore che parli al Paese e non a pochi professionisti disincantati della politica.

l'Unità 
3 novembre 2003 


Riorganizzare le forze del socialismo riformista

di Riccardo Terzi

Il Congresso di Pesaro ha rappresentato, dopo una lunga fase di sbandamento e di navigazione senza bussola, un primo approdo chiarificatore almeno su due punti essenziali: la funzione democratica del partito politico, come organismo strutturato e partecipato, e la piena assunzione del riformismo socialista come nostro insostituibile orizzonte di senso. Si tratta, in apparenza, di due affermazioni scontate. Ma in realtà è stata ed è tuttora fortissima la spinta nella direzione opposta: verso la dissoluzione del partito politico e verso la definitiva archiviazione del pensiero socialista. A questi due nodi è legato il destino della sinistra come forza autonoma.
L'alternativa è chiara: la sinistra può scommettere su se stessa, sulla forza di innovazione che può trovare nel suo stesso patrimonio storico, o viceversa può giungere alla conclusione che l'unica sopravvivenza possibile è nel trasformismo, o, per usare un'espressione più nobile, nella "trasfigurazione di tutti i valori". Questa famosa formula di Nietzsche riassume in modo esemplare l'ansia negatrice attraverso la quale si fa valere il vitalismo originario della "volontà di potenza". E sembra essere Nietzsche l'ispiratore delle suggestioni e dei miti che sono stati inseguiti dalla sinistra nel momento della sua crisi: la continua ricerca di un "andare oltre", di un "nuovo inizio", e anche forse, per qualcuno, l'illusione di poter essere un nuovo Zarathustra. Il ricorso al mito diventa necessario quando si perde il controllo razionale della situazione, e la produzione simbolica serve allora a mascherare l'angustia della manovra tattica.
Riproporre il discorso del riformismo socialista significa tornare alla realtà, alla razionalità del pensiero politico, e sotto questo profilo Piero Fassino ha il grande merito di averci riportato con i piedi per terra. Le due questioni, del partito e della cultura socialista, sono tra loro strettamente connesse, sia per quanto riguarda la loro genesi storica, il loro nascere insieme, l'uno in funzione dell'altra, sia per quanto riguarda la prospettiva politica. E infatti ogni volta che si vuole "andare oltre" l'attacco avviene su ciascuno di questi due terreni, e tutta la nostra storia è la storia di questo combattimento, teorico e pratico, tra i due opposti modelli del riformismo e del populismo, dell'organizzazione politica consapevole e della "carovana" che si avventura verso l'ignoto.
Se vogliamo fare una storia di questo combattimento, dobbiamo risalire indietro, fino a Enrico Berlinguer. E' in quella fase che ha inizio la crisi delle forme politiche, la loro destrutturazione, e comincia a manifestarsi una tendenza populista, fondata sul rapporto plebiscitario diretto tra leader e popolo. Per molti Berlinguer rappresenta il momento della massima forza ed egemonia della sinistra. Ma è una forza che ha già in sé, a mio giudizio, i germi della crisi. Oggi possiamo avere la distanza storica necessaria per compiere un esame critico di quella fase, senza incorrere nel delitto di lesa maestà. Anche Fassino, nel suo recente libro, ha voluto misurarsi con questo problema storico-politico.
Io non condivido interamente la sua analisi. Ma finalmente un dirigente di quella generazione non ripete l'insulsa tesi di non essere mai stato comunista, ma solo berlingueriano, il che equivale a fare di Berlinguer una specie di padre Pio, venerato paganamente anche da chi sta fuori dalla Chiesa. Ed è il peggiore insulto che si possa fare alla sua memoria. La tesi di Fassino è che il PSI di Craxi ha intercettato le domande di innovazione della società italiana, e che Berlinguer ha chiuso il Pci in una posizione conservatrice e difensiva, opponendo all'offensiva craxiana la fragile diga, tutta ideologica, della "diversità" comunista. 
Questa a me sembra essere solo la facciata, il lato apparente della situazione. Il dato di fondo è che in quella fase inizia una trasmutazione delle forme politiche, con un declino delle tradizionali appartenenze ideologiche e con l'apertura di un rapporto più complesso e dialettico tra società e politica, a cui i partiti reagiscono giocando la carta della personalizzazione, dell'investimento sulla figura del leader. Alla complessità si risponde con la semplificazione, e il partito politico, come organismo collettivo, comincia la sua ritirata strategica, adattandosi al ruolo passivo di cassa di risonanza al servizio del leader, senza una propria autonoma vitalità democratica. 
Craxi e Berlinguer, diversissimi nelle posizioni politiche e nei tratti personali, partecipano entrambi a questa evoluzione e accelerano, consapevolmente o no, questo processo. In questo sono entrambi schiettamente "moderni". Ma sono anche le vittime di questa modernità, perché il modello leaderistico può dare solo dei vantaggi effimeri, e la fragilità della struttura politica provoca alla fine una situazione di collasso. Così è avvenuto, sia pure in forme e con tempi diversi, sia per il Psi che per il Pci, le cui storie, a ben guardare, sono state storie parallele. Entrambi i partiti hanno fallito l'appuntamento con la modernità. E questo fallimento dipende dal fatto che si è affrontata la complessità sociale e la sua crescente domanda di autonomia con un'idea dirigistica, con la riproposizione del "primato della politica". I due partiti leggono con criteri molto diversi la società italiana, ma intendono comunque dominarne la dinamica con l'affermazione di un forte decisionismo politico, sia pure strutturato su diversi valori di riferimento. 
In sostanza, il rapporto con la modernità è per l'intera sinistra un rapporto assai problematico. Berlinguer, cogliendo i segni di questo scollamento tra politica e società, pone in primo piano la questione morale e cerca di farne un punto di forza, un'arma politica. Craxi fa l'operazione inversa, e cerca di assecondare il dinamismo spontaneo della società. Ma appaiono, l'uno e l'altro, ad una società ormai resa diffidente, tentativi solo strumentali. Per questo, lo schema che oppone il Psi modernizzante al Pci conservatore è uno schema troppo sommario e superficiale, il quale non rende conto della crisi che ha investito tutta la sinistra, nessuno escluso. 
Per capire il clima politico di quegli anni, è assai illuminante e inquietante il libro che raccoglie gli appunti riservati di Antonio Tatò per Berlinguer. E' qui messo a nudo tutto il meccanismo che produce quello che si è chiamato il "culto della personalità". Nello schema di Tatò c'è la genialità del capo, l'unico capace di vera lungimiranza strategica, e c'è la struttura del partito, con i suoi complessi rituali e con le sue interne mediazioni, che agisce solo come un impaccio, come un elemento di freno. Ormai l'unica risorsa possibile è il rapporto diretto tra il leader e il popolo. Ciò che sta in mezzo è solo il luogo dell'intrigo e dell'opportunismo. Come si vede, siamo in pieno populismo. La crisi del partito politico è già virtualmente aperta, e il Pci, in quegli anni, è già un organismo incapace di una reale dialettica democratica.
A ciò si accompagna, sul piano della teoria politica, una fortissima avversione verso un possibile esito di "socialdemocratizzazione" del partito: il riformismo socialista non è affatto lo sbocco naturale del processo di revisione critica del Pci, ma è lo snaturamento della sua funzione storica e rivoluzionaria. Si può naturalmente indagare meglio la natura dei rapporti tra Tatò e Berlinguer, ma è difficile negare che vi sia stato un humus culturale comune, su cui si reggeva un rapporto fiduciario assai stretto. 
Troviamo qui le premesse dell'evoluzione successiva, di quella ricerca di un immaginario "oltre" che trascende i due fallimenti speculari del comunismo realizzato e del riformismo socialdemocratico. A proposito della famosa "svolta" di Occhetto, è illuminante la ricostruzione che ne viene fatta nel libro di Fassino. La svolta non nasce come un atto di lungimiranza politica, ma come un gesto precipitoso, come la mossa disperata di chi si sente franare il terreno sotto i piedi. Forse, in quel momento, era l'unica possibilità. Ma ora, a distanza, dovremmo sapere che non si è trattato di un atto fondativo, di un nuovo pensiero, ma solo di una scelta dettata dalla dura necessità. Tatticamente, era necessaria. Ma non si è oltrepassata la dimensione contingente della tattica.
E la crisi politica, già in incubazione nel Pci di Berlinguer, esplode ormai in forme incontrollate, dando luogo ad una lunga diaspora, ad una prolungata fase di incertezza e di indeterminatezza, con una struttura di partito tenuta in una condizione di stress permanente, perché c'è da attraversare tutto il deserto in vista del miraggio della nascita di un nuovo soggetto politico. E' un vero miracolo che il partito sia riuscito a sopravvivere e che, nonostante tutto, ci sia ancora una forza in campo. Le spinte negative e autodistruttrici hanno lasciato il segno, ma non hanno fiaccato definitivamente la vitalità di fondo dell'organismo politico. 
Il congresso di Pesaro segna l'avvio di una fase nuova, di ricostruzione, di rilancio della struttura del partito, scegliendo finalmente di lavorare nel nostro alveo storico naturale, nella grande corrente del socialismo democratico europeo. Ma il programma politico di Pesaro è ancora tutto da dispiegare, sia sul versante della teoria, sia su quello della prassi politica. Non si può sfuggire al fatto che è aperta una vera e propria "crisi teorica" nel pensiero socialista, per cui non è affatto sufficiente nominare le parole "socialismo" e "riformismo", se ad esse non si restituisce un significato attuale. 
Ho detto prima della crescente insofferenza della società civile verso ipotesi dirigistiche, verso la politica come dominio e come decisionismo dall'alto. E tuttavia il socialismo è inseparabile dall'idea di un governo politico, di una direzione consapevole, di un processo democratico che sappia orientare e guidare il meccanismo economico. Dopo la grande ondata del neo-liberismo, ritorna il tema della politica, del rapporto da ricostruire tra politica ed economia. Senza una ridefinizione della sfera pubblica, il socialismo finisce nel grande deposito dei concetti ormai privi di senso.
E lo stesso destino vale per il riformismo, che ha significato solo nel quadro di un rinnovato pensiero socialista, come metodo di realismo e di flessibilità messo al servizio di un progetto di trasformazione sociale. Fuori da questo contesto, il riformismo si capovolge nel suo opposto, e si mette al servizio degli imperativi del mercato. 
Il secondo pilastro essenziale del pensiero socialista è quello del lavoro, perché è nel lavoro liberato che si realizza l'autonomia della persona. Anche su questo terreno, c'è un nuovo compito teorico da assolvere, per fare i conti con la nuova configurazione sociale e per rispondere , con un nuovo progetto, ai processi di precarizzazione e di frantumazione del lavoro. Il socialismo, in ultima istanza, è la costruzione di questo rapporto tra la democrazia e il lavoro, tra la politica e la condizione sociale. Ed è proprio questo rapporto che in questi anni è stato smarrito. 
La scelta socialista significa dunque ritematizzare alcuni concetti teorici fondamentali: la politica, la democrazia, il lavoro, la cittadinanza sociale. Non si tratta solo di definire un programma . Questo è solo un aspetto del problema, quello più immediatamente politico e propositivo, per indicare l'agenda delle nostre priorità nella prospettiva di una funzione di governo. E sotto questo profilo disponiamo già di molti materiali e di molti contributi, a partire dal lavoro svolto da Ruffolo e da Trentin come responsabili dell'Ufficio di Programma. 
Il problema non risolto è quello dell'orizzonte teorico in cui questi programmi si debbono inserire. La difficoltà attuale è quella di sostituire i vecchi schemi ideologici, ormai palesemente consunti, con una più moderna interpretazione del mondo attuale e delle sue contraddizioni. Il nostro punto di crisi non è il programma, ma la cultura politica, la quale non è data dalla sommatoria delle singole proposte programmatiche. 
Se vogliamo costruire una linea di comunicazione con la società e con le sue inquietudini, se vogliamo coinvolgere le nuove generazioni, dobbiamo sapere che non basta il pragmatismo, perché la società contemporanea si interroga sulla propria crisi e sul proprio destino, ed è alla ricerca di risposte che travalicano le contingenze immediate della politica. Se la sinistra è capace solo di un riformismo di basso profilo, saranno infine le Chiese a dare un senso alla vita delle persone, a prospettare una possibile "pienezza di vita", sarà l'integralismo ideologico a vincere sulla razionalità. Ciò che serve è una grande offensiva culturale, per interpretare razionalmente il nostro mondo, il mondo della globalizzazione e delle diseguaglianze, della crisi dell'Occidente e della rivolta dei paesi poveri, del ritorno delle guerre e dei fondamentalismi. Occorre fare un'opera di chiarificazione culturale, come seppero fare gli illuministi nel Settecento, per dare un fondamento non effimero all'azione politica. Ma chi oggi può riscrivere il "Dizionario filosofico" di Voltaire?
L'unica via che ci è ancora aperta è quella di mettere in funzione uno strumento collettivo, che faccia agire tutte le risorse, intellettuali e sociali, per un'azione politica che sia all'altezza dei nodi strategici del nostro tempo. Il tema che ritorna è quello del partito, un tema che molti, in questi anni, hanno cercato di aggirare, considerandolo come un residuo, non più utilizzabile, dei conflitti del Novecento. 
Ora, è indubbio che le forme della politica sono mutate e che non si può più riproporre il modello classico del grande partito di massa, che lo stesso partito politico può vivere solo in un sistema più aperto di relazioni, riconoscendo l'autonomia di una pluralità di soggetti sociali e di movimenti che esprimono, nel loro insieme, una ricca e complessa progettualità politica. Ma, appunto, occorre ripensare il partito, e non farlo uscire di scena, se non al prezzo di rassegnarsi definitivamente ad una democrazia plebiscitaria, per la quale l'unico problema è l'incontro tra il leader carismatico e un popolo di cittadini atomizzati e dispersi, non attori politici, ma consumatori della politica-spettacolo. 
Teoria socialista e partito sono i due lati dello stesso problema. Questo problema possiamo decidere di affrontarlo, o di accantonarlo, per correre dietro alle mode e per inseguire Berlusconi sul suo stesso terreno. E' in questo contesto che si apre la discussione sulla lista unitaria per le elezioni europee e sul partito riformista. Non so se è ancora possibile, ma io terrei nettamente distinti i due problemi. Il primo è un problema di tecnica elettorale, e va valutato solo in rapporto ai risultati che ne possono derivare. E' una questione tatticamente rilevante, ma circoscritta. Se si vuole fare un referendum su questo punto, non vedo nessuna ragione in contrario, a condizione che ci venga sottoposto un quesito preciso, chiaro nei suoi effetti pratici e non sovraccaricato di significati ideologici.
Se invece i due piani, quello tattico e quello strategico, non sono più separabili, se il primo implica necessariamente il secondo, allora il ricorso al referendum per dirimere il problema storico della riorganizzazione della sinistra sarebbe un vero pasticcio, il cui effetto pratico sarebbe solo quello di consegnare al gruppo dirigente una cambiale in bianco, buona per tutti gli usi. Perché, allo stato delle cose, siamo posti di fronte ad una prospettiva ambigua, che può significare percorsi politici tra loro del tutto diversi. Il tema reale è la ridefinizione del "campo di forze" di un moderno riformismo europeo: passare dalla dimensione nazionale a quella europea, dalle vecchie identità politiche ad una identità nuova che sia costruita sui grandi nodi strategici del nostro tempo, e ridefinire quindi il senso e l'orizzonte di una politica riformista per il prossimo futuro. Questo richiede un lavoro di scavo, una complessiva rivisitazione delle culture politiche e un loro aggiornamento teorico. E' questo che si vuole fare? O si vuole solo una grande semplificazione, mettendo così insieme, al servizio di un leader, un partito senza identità e senza pensiero? Qui sta l'ambiguità, che deve essere sciolta.
Possiamo trovarci di fronte ad un nuovo capitolo della storia del trasformismo, a una nuova ritirata, con la quale la sinistra si taglia i ponti alle spalle e cerca riparo nella casa più accogliente del pensiero liberal-democratico. Si fa cioè quello che ha auspicato Michele Salvati: traghettare i DS nel campo dei moderati, e lasciare al loro destino tutti coloro che si oppongono a questa mutazione. Non è una strategia, ma una fuga. 
All'inverso, si può delineare un percorso di ricostruzione, con l'obiettivo di riorganizzare il campo del riformismo europeo e di dare ad esso un più forte fondamento teorico e progettuale. In questo lavoro, la sinistra non si mimetizza, ma ripresenta intatte le sue ragioni e le sue ambizioni, come forza trainante di un nuovo progetto politico. Se l'obiettivo è la fondazione di un nuovo organismo collettivo, che sia capace di riattivare il circuito della partecipazione democratica e di rappresentare la società che cambia, tenendo ferma la bussola della rappresentanza del lavoro, dobbiamo allora costruire le condizioni, le basi politiche e teoriche su cui questa impresa si può impiantare. Altrimenti costruiamo sulla sabbia un edificio destinato a crollare, e mettiamo al servizio di Prodi un esercito di sbandati, che seguiranno il leader solo fino a quando c'è una ragionevole prospettiva di successo, secondo un calcolo opportunistico delle convenienze. Non un partito politico, quindi, ma un cartello elettorale.
La mia risposta all'iniziativa che ha preso avvio dall'incontro Prodi-D'Alema è quindi interlocutoria e problematica. Dipende da come si scioglie l'ambiguità, dalla strada che si intende percorrere: quella della costruzione politica, o quella della manovra trasformista. Allo stato delle cose, il quadro non mi pare affatto chiaro. Vorrei essere d'accordo con Alfredo Reichlin, ma non sono sicuro che le cose vadano nella direzione da lui indicata. Sta comunque a noi tracciare una strada possibile, e dare un contributo per far partire con il piede giusto tutta la discussione sul futuro della sinistra. In fondo, mi sembra essere questa l'ambizione della nostra rivista: riorganizzare le forze del socialismo riformista, nel nuovo quadro europeo e mondiale, usando la pazienza dell'indagine politica e scientifica, e senza improvvisare nuove svolte spettacolari.

29 ottobre 2003


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