Salvadori: non voglio morire centrista
(inseriamo in questa sezione l'articolo di Ruffolo, perché è un vero, breve saggio di "riformismo concreto": cosa dovremo fare perché la sinistra impari a parlare questo linguaggio, senza fughe verso i miti, ma anche senza piatte subalternità?)
Il falso mito della locomotiva Usa
di GIORGIO RUFFOLO
Nuntio vobis gaudium magnum. La grande proletaria si è mossa. L´economia americana è ripartita. Alla grande: nel terzo trimestre dell´anno il Pil ha segnato un balzo in avanti trionfale dell´8,2%.
C´è qualche cosa di comico in questi messaggi ripetuti tante volte negli ultimi due anni. Lo starter spara, l´atleta scatta, poi s´abbiocca. Si chiama falsa partenza. Ma stavolta, forse, è la volta buona. Anche gli osservatori solitamente più prudenti prevedono un progresso del Pil americano vicino al 2,5% nella media di quest´anno e nettamente superiore al 3% nell´anno prossimo.
Speriamo, naturalmente: anche perché dalla performance dell´economia americana dipende quella dell´economia europea che, priva di motore, va a vela, derivando indecorosamente sul Patto di Stabilità, e aspettando il vento di oltre Atlantico. Se, come speriamo, questa volta il vento non si smorza, è facile prevedere che prestissimo si leverà di nuovo, insieme a quello, il coro delle cicale: voglio dire, dei canori araldi del "modello americano": quelli che durante tutti i ruggenti anni 90 ci hanno frastornato con i loro moniti all´Europa, la vecchia Europa poco flessibile economicamente e troppo protettiva socialmente, invitandoci a "fare come in America".
E allora, è opportuno avere le idee un po´ più chiare su questo "modello americano". Su tre punti, in particolare. Primo: quali sono i fattori della formidabile performance dell´economia americana negli anni 90, prima della recessione degli ultimi due anni. Secondo, se quella ricetta è applicabile all´Europa. Terzo (questione di gran lunga più importante): se è socialmente desiderabile. Come direbbe De Filippo: «Te piace o presepe?»
Sul primo punto: davvero gli anni 90, per l´economia americana, sono stati anni ruggenti: crescita del 3,2% in media all´anno del prodotto, crescita dell´1,3% della produttività, creazione di 23 milioni di posti di lavoro, con una riduzione della disoccupazione dal 6,5 al 4% delle forze di lavoro. Negli ultimi due anni, è vero, il quadro è diventato molto meno brillante: la produzione è rallentata, la disoccupazione è aumentata. Tuttavia, la performance americana resta superiore a quella europea; e secondo le previsioni correnti dovrebbe ribadire il suo vantaggio nel futuro prossimo. Secondo la "vulgata" del pensiero economico dominante, questa superiorità è dovuta soprattutto a una organizzazione del lavoro molto più flessibile. Ecco una grande menzogna convenzionale. Il lavoro americano è stato sempre più "flessibile" di quello europeo, anche quando in America c´era meno crescita, meno produttività e più disoccupazione che in Europa. Nell´ultimo decennio il mercato del lavoro americano, se mai, è diventato meno flessibile, con l´aumento, per quanto modesto, del salario minimo, e l´inasprimento delle norme di sicurezza del lavoro. Dunque, la flessibilità non è il motore. Il dinamismo dell´economia americana nell´ultimo decennio si spiega non con una maggiore elasticità della "offerta", ma con una incomparabilmente maggiore pressione della "domanda", innescata da una politica economica iperespansiva: tassi d´interesse sempre più bassi, aumento massiccio delle spese militari, credito al consumo generosissimo. Conseguenze "scandalose" di questa politica: il formidabile doppio disavanzo del bilancio federale (5% del Pil) e della bilancia dei pagamenti (6% del Pil): altro che Keynes!
Ed ecco il secondo punto. Questa "ricetta scandalosa" per l´ortodossia liberista, l´America se la può permettere, l´Europa no. L´America dispone di uno strumento che le assicura un vantaggio strutturale enorme: il dollaro, unica moneta di riserva mondiale. Questo vantaggio lo mantiene sia con un dollaro forte che con un dollaro debole. Nel primo caso il dollaro forte attrae il risparmio degli altri paesi, europei e asiatici, compensando il disavanzo della bilancia dei pagamenti correnti e sostenendo la domanda interna (consumi e investimenti) ben al di là delle risorse prodotte. È ciò che è avvenuto nei fatidici anni 90. Nel secondo caso, il dollaro debole promuove la domanda estera, rendendo le esportazioni americane più competitive. È ciò che si sta verificando oggi che l´afflusso dei capitali stranieri, europei e asiatici, si sta assottigliando. In tutti e due i casi una politica monetaria e fiscale nettamente espansiva sfrutta in pieno le possibilità offerte dal controllo della moneta di riserva mondiale. L´Europa non può permettersi una politica così disinibita perché l´euro è lontano dal costituire, sul piano mondiale, una alternativa al dollaro. Essa, nelle condizioni attuali, di totale assenza di una politica macroeconomica unitaria, semplicemente non può applicare il "modello americano".
Ma se potesse, dovrebbe volerlo? Qui incontriamo la terza e cruciale questione: la stridente contraddizione che si è aperta negli ultimi decenni, e particolarmente negli anni novanta, in America, tra la crescita economica e il benessere sociale. Questo divario è stato non soltanto rilevato, ma misurato da una ormai numerosa serie di studi e di indagini che permettono di confrontare la performance degli indicatori economici - soprattutto del Pil - con quella degli indicatori sociali: istruzione, sanità, qualità ambientale, povertà, sicurezza personale. Una delle più significative ricerche è quella condotta dal Fordham Institute for Innovation in Social Policy, con la costruzione di un Indice sintetico della salute sociale costruito sulla base di nove indicatori (i risultati sono presentati nel libro "The Social Health of the Nation", di Marc e Luisa Miringoff, Oxford University Press). Se si confronta questo indice con quello del Pil si constata che i due aumentano in perfetta sintonia dal 1959 alla metà degli anni 70, per poi divaricarsi nettamente: l´indice del Pil continua a salire, più che raddoppiandosi fino al 1996, mentre quello della salute sociale scende, nello stesso periodo, di circa la metà. Come dire: la ricchezza è aumentata e il benessere sociale si è ridotto. Il segreto di questo scandaloso paradosso sta nel fatto molto semplice che la quota del reddito totale è aumentata per il quinto più ricco della popolazione (dal 41 al 47% del reddito totale) mentre è diminuita per i 3/5 "intermedi" (dal 54 al 49%) e per il quinto inferiore (dal 5 al 4%). Insomma, l´aumento medio del Pil, come il famoso pollo statistico di Trilussa (due polli a me, niente a te, eguale un pollo a testa) nasconde la ricchezza dei "meno" e la povertà dei "più": la quale però si riflette nel peggioramento della qualità sociale complessiva: nel degrado dell´istruzione, nel disastro della sanità, nell´inefficienza dei servizi sociali, nelle proporzioni abnormi della popolazione carceraria. Si può presentare questa performance schizofrenica come un modello economico e sociale? Le ossa dei grandi economisti liberali, di Smith, di Stuart Mill, di Marshall, si rivoltano nella tomba. Giriamo la domanda ai nostri "liberali e liberisti" innamorati di quel modello: veramente, vi piace il presepe?
Quanto a noi, il nostro amore per l´America non ha fatto che crescere di questi tempi. Ovviamente, per l´America che da giovani abbiamo imparato ad amare. Non quella del presidente tutto scatti e saltelli marziali; ma del presidente semiparalizzato, che dalla sua sedia a rotelle guidava gli eserciti alla vittoria. Quella di Hollywood, del jazz e del Piano Marshall. Quella che dava una nuova patria agli ebrei perseguitati e apriva le sue grandi Università agli scienziati agli artisti agli intellettuali della "vecchia" Europa. Quella che inscriveva in un impegno legislativo la responsabilità nazionale della piena occupazione. Quella della Tennessee Authority e dei parchi nazionali. Quella che abbiamo atteso pur sotto i bombardamenti dei Liberators, tremendi angeli d´argento, con quel rombo intermittente che scandiva le nostre speranze.
Cari filobush di casa nostra, quella è la nostra America. Per favore, lasciateci ripetere la disperata invocazione con la quale Paul Krugman chiude il suo ultimo libro: la rivogliamo indietro!
la Repubblica
23 dicembre 2003
Le innovazioni politiche del riformismo
intervento di Giorgio Ruffolo
(Assemblea DS - 14 novembre 2003)
Una domanda ingenua e una modesta proposta. La domanda ingenua è: se siamo tutti riformisti, come pare, ormai, che cosa propriamente vogliamo riformare?
Forse la domanda non è poi tanto ingenua, dal momento che il termine riformismo ha subito uno scivolamento semantico che ne ha rovesciato il senso: non più correggere le istituzioni del capitalismo a vantaggio della democrazia, ma correggere le istituzioni della democrazia a vantaggio del capitalismo.
Esempi tipici di questo scivolamento: la riforma del sistema pensionistico. La riforma del mercato del lavoro.
In entrambi i casi si tratta di ridurre il campo dei diritti sociali ampliando quello del mercato.
Intendiamoci. Queste "riforme funzionali" sono necessarie. Fassino lo ha detto con onestà in una recente intervista.
La sinistra non può far finta che il problema dell'invecchiamento della popolazione e quindi della crisi finanziaria del sistema previdenziale, non esista. E così, non può far finta che le nuove tecniche e le nuove condizioni della competitività non rendano necessaria una organizzazione del lavoro più duttile di quella fordista.
Se però per riformismo intenderemo solo questo - le risposte più o meno obbligate, che ammettono, diciamo la verità, scarsa distanza tra la destra e la sinistra (la distanza, per esempio, tra Shroeder e Raffarin)- il nostro riformismo finirà per somigliare molto a quello della destra. Lo scopo di queste riforme è di far funzionare l'economia secondo la logica efficientistica del capitalismo; il ruolo "distintivo" della sinistra si limita ad ammortizzarne gli effetti perversi sul piano della coesione sociale e della sostenibilità ambientale. Un ruolo passivo.
Non era certo questo lo scopo essenziale del riformismo classico. Lo scopo del socialismo reale, l'unico, quello socialdemocratico, era di cambiare il capitalismo piegandolo ai valori e agli obiettivi di una democrazia socialmente avanzata, non viceversa. Quello scopo fu perseguito con tenacia e successo nei primi due decenni postbellici.
Quella ricetta vincente non la possiamo ricopiare perché il mondo è cambiato. Ci sono problemi nuovi, come la globalizzazione, di fronte alla quale le politiche macroeconomiche keynesiane sono inservibili, e il modo di produzione flessibile, che mette in crisi l'organizzazione e le politiche del lavoro praticate nel mondo fordista.
Ciò non significa accettare che la società sia modellata unicamente sugli istinti neurovegetativi del capitalismo. Non abbiamo forse da proporre un modello di società, certo economicamente prospera, ma socialmente più giusta, ambientalmente più sana, culturalmente più ricca?
Se è così, per essere credibili dobbiamo produrre una immagine convincente di questa società, non limitandoci alle espressioni generiche (grande, diversa, vera, benaltra, espressioni care al benaltrismo, malattia infantile del riformismo).
Dobbiamo prendere la misura della società. Vedete: il PIL, prodotto interno lordo, non è stata solo una innovazione tecnica felice inventata dagli economisti, già fin dal lontano Seicento. E' stato un incommensurabile progresso della politica economica quello di misurare il prodotto e tutti i principali aggregati economici. Ha segnato il passaggio dall'universo del press'a poco all'universo della precisione, secondo la nota espressione di un sociologo. Si può ironizzare quanto si vuole sui suoi paradossi. Io l'ho fatto senza riguardi. Ma è certo che esso ha permesso di risparmiare retorica e di sottoporre l'economia al vaglio dei suoi successi e dei suoi fallimenti.
Il PIL, però, misura l'economia, non la società. Misura la crescita, non lo sviluppo. Sappiamo che, a partire da un certo livello, la crescita può essere distruttiva altrettanto che costruttiva. Che produce guasti sociali e ambientali enormi, disuguaglianze intollerabili. Eppure tutti continuiamo ad accettare che il PIL sia usato fuori del suo contesto, per rappresentare, non le dimensioni, ma addirittura l'intelligenza di questo Frankestein. E ci accapigliamo anche nella guerra dei decimali. E' cresciuto dello 0,3 o dello 0,4 %? Ristagna? Torna indietro?
Penso che la prima riforma dei riformisti dovrebbe essere proprio questa. Di affiancare al PIL, allo stesso livello di importanza, gli indicatori del benessere e del malessere sociale. Dell'educazione, della salute, dell'emarginazione, della povertà, della sostenibilità ambientale, della protezione sociale, della cultura, della ricerca pura. Dappertutto fiorisce la letteratura, dappertutto si costruiscono ormai, indicatori sociali.
Ma non sono mai assunti come traguardi, target impegnativi della politica.
Ecco una grande innovazione politica. Impegnarsi politicamente alla realizzazione, comunque al perseguimento di un quadrante di obiettivi che rappresenti sinteticamente la società che vogliamo. Una società nella quale l'economia e il mercato hanno una parte fondamentale. Ma non totalitaria. Una società che comprenda il mercato, non un mercato che comprenda la società. Una società nella quale sia ridotto per quanto possibile il varco estremamente pericoloso tra la potenza della tecnica e dell'economia e il potere della politica.
Se il centro sinistra raggiungesse un accordo sui parametri di questa nuova Maastricht probabilmente il dibattito geopolitico- partito unico, partito plurimo, alleanza elettorale, patti di desistenza, chi deve stare dentro, chi deve restare fuori - sarebbe salutarmene ridimensionato, con vantaggio per il tempo guadagnato e per la chiarezza del messaggio politico.
In questo messaggio si dovrebbero riconoscere le ragioni della lista unica dei riformisti. Su questo messaggio dovrebbe fondarsi il futuro grande partito dei riformisti.
Se si svaluta il riformismo
di Giorgio Ruffolo
Il discorso politico è soggetto al rischio dell'inflazione. Come la moneta, le sue parole, quando sono troppo usate, perdono valore, diventano significanti privi di significato.
Questo mi pare il rischio che sta correndo il riformismo, nel discorso politico della sinistra italiana.
In quel mondo anche la semplice parola fu bandita per lungo tempo dall'ortodossia ideologica marxista (socialista e comunista) come una patologia degenerativa.
Ora, all'opposto, è generalmente accolta ed esibita come una tessera d'ingresso gratuita che non vale neppure la pena di controllare. Nessuno chiede infatti, ai riformisti, che cosa vogliano propriamente riformare.
Accade così che il riformismo, nel corso di questi ultimi anni, abbia subito uno scivolamento semantico tacito ma radicale. Nato come strategia politica della democrazia per cambiare il capitalismo nel senso di una maggiore eguaglianza e di una maggiore giustizia sociale (con mezzi pacifici e parlamentari; e quindi contrapponendosi nettamente alla strategia rivoluzionaria) è diventato oggi l'insegna distintiva di quanti chiedono alla politica di intervenire per cambiare istituzioni e diritti introdotti dalla democrazia, che minacciano l'efficienza e la competitività del capitalismo.
E allora, la prima banale domanda che viene in mente, quando si parla, come oggi, della costituzione, in Italia, di un nuovo grande partito riformista, è proprio questa: qual' è lo scopo politico essenziale e centrale del riformismo: una economia più competitiva o una società più giusta? Rispondere: l'uno e l'altro, è sfuggire alla questione. E' evidente, infatti, che i due scopi, almeno nel medio termine (che è quello che conta: nel lungo, com'è arcinoto, "saremo tutti morti") entrano spesso in contraddizione fra loro. Bisogna allora sapere qual è lo scopo principale, che funge da obiettivo e quale quello subordinato, che funge da limite.
Ad esempio: è innegabile che vi è un problema di sostenibilità della spesa previdenziale. Una sinistra che si arroccasse nel mantenimento dello statu quo senza farsi carico delle ovvie conseguenze finanziarie dell'allungamento della vita media non sarebbe credibile. Altrettanto, se non riconoscesse le implicazioni del nuovo modo di produzione sulla mobilità e flessibilità del lavoro. Ma in che cosa si distinguerebbe dalla destra, se non fosse capace di inserire i cambiamenti necessari (le riforme efficientistiche) in un nuovo quadro istituzionale che consentisse di perseguire gli obiettivi essenziali, fondamentali, della protezione sociale generalizzata e della piena occupazione, attraverso nuove istituzioni, formative e contrattuali, promosse e garantite dallo Stato, e attraverso una equa e generale ripartizione del loro carico fiscale: insomma, attraverso riforme sociali?
Ci sono, o meglio, dovrebbero esserci, in primo piano, le "grandi riforme", dirette a "riformare il capitalismo". A contrastare le conseguenze distruttive di un capitalismo deregolato e sregolato: l'instabilità cronica dei cicli economici, la degradazione dell'ambiente, l'esasperazione delle diseguaglianze, l'ampliamento minaccioso dell'area della povertà economica e morale, la depressione delle infrastrutture e dei beni collettivi a vantaggio di consumi privati più o meno futili e competitivi. A promuovere una crescita più stabile, meno distruttiva, più ricca di valore aggiunto sociale e culturale: insomma, uno sviluppo della qualità sociale dell'homo sapiens, e non una dilatazione di una nuova specie di Frankestein.
A un autentico riformismo si dovrebbe chiedere però di non limitarsi a invocarlo retoricamente attraverso il ricorso all'aggettivazione generica (nuovo, diverso, profondo, vero, autentico, eccetera) ma a rendersi esplicito in termini di proposte istituzionali e strategiche. Per esempio, per quel che riguarda il teatro internazionale: quale nuovo ordine mondiale da perseguire, fondato sull'equilibrio multilaterale di nuovi grandi soggetti politici (oltre agli Stati Uniti d'America, l'Europa, la Cina, l'India, il Brasile, la Russia) e su un loro nuovo "patto" di impegni planetari; il ruolo primario di regolazione che dovrebbe essere assunto dalle politiche macroeconomiche - monetarie e fiscali - nell'ambito di ciascuno di questi aggregati (ruolo che i piccoli stati nazionali europei non possono più permettersi, nel mondo di una globalizzazione che li sovrasta); una disciplina concordata dei cambi che riduca l'instabilità frenetica dei mercati internazionali; la soppressione dei "paradisi fiscali" che contribuiscono decisivamente a alimentare la potenza della finanza criminale.
E per quel che riguarda le relazioni tra economia di mercato e società: la rigorosa applicazione delle regole "liberali" di tutela della concorrenza, del controllo delle posizioni dominanti, del divieto dei conflitti d'interesse: tutto ciò che consente di difendere il capitalismo contro sé stesso; il ripristino della responsabilità politica primaria per la piena e buona occupazione attraverso una politica dell'offerta del lavoro, che consenta di prendersi carico collettivamente dei lavoratori attraverso istituti di formazione permanente e di promozione del reimpiego: rendendo, tra l'altro, meno conflittuale e più praticabile una strategia di flessibilità del lavoro; una più equilibrata allocazione tra beni pubblici e beni privati, a vantaggio dei primi, sempre più prioritari nella scala dei bisogni di una società ricca e complessa; un finanziamento della spesa sociale che la contenga non con irresponsabili e demagogici "tagli", ma attraverso una rigorosa programmazione (il come è molto più importante del quanto, ai fini della tollerabilità sociale della spesa!) e la promozione di un vasto settore di autogoverno dell'economia associativa (il fai da tè sociale, molto più efficiente delle demagogiche privatizzazioni, che finiscono per gonfiare la spesa: vedi la disastrosa combinazione di iniquità e di spreco della sanità negli Stati Uniti).
Si potrebbe continuare a lungo nell'elenco delle "innovazioni politiche" che dovrebbero sostanziare un autentico riformismo della sinistra. Purtroppo, nel dibattito in corso sul "nuovo partito riformista" questi temi non sono neppure enunciati. Si affida, è vero, il lavoro di ricerca e di progettazione a stimati intellettuali e a valorosi uffici studi. Ma i risultati di quel lavoro non sono mai tradotti in "politica" e ristagnano nella condizione frustrante di produzione di progetti per mezzo di progetti.
I leader, e un certo numero di valorosi intellettuali della sinistra, sembrano invece affascinati dalle costruzioni combinatorie degli schieramenti, come dalle grandi manovre settecentesche in piazza d'armi. Se il nuovo partito riformista dovesse nascere da questi eleganti programmi di giardinaggio (come potare la quercia, come distinguere le rose dalle margherite e dai girasoli) temo che nascerebbe stravecchio, anzi stramorto. Una volta si diceva che i partiti non nascevano dalle idee, ma dalla spinta organica dei "blocchi sociali". Ora, i blocchi sociali non ci sono più. O meglio, i blocchi sociali si formano a partire proprio dai partiti, dalle loro proposte, dalla loro capacità di trarle dall'analisi e dall'ascolto e di comunicarle alla società; dall'autorità della loro leadership, dal fascino della loro visione, dalla credibilità tecnica dei loro progetti. Da una visione del futuro, non da una raccolta dei frammenti del passato. Insomma, per una botte nuova, ci vuole vino nuovo.
la Repubblica
18 novembre 2003
Un partito socialdemocratico come condizione di normalità
di MASSIMO L. SALVADORI
Quello di Pérez-Díaz è un gran bel libro*. L’autore analizza le tappe del cammino compiuto dalla Spagna nell’ultimo trentennio, segnato dalle seguenti «conquiste civili»: una transizione pacifica dalla dittatura a una funzionante democrazia, la neutralizzazione dei gravissimi conflitti del passato, la formazione di un sistema politico «normale» basato sulla competizione tra due grandi partiti «che ha consentito un’ordinata alternanza al potere», il raggiunto equilibrio (con l’eccezione però dei Paesi Baschi) tra centro politico e regioni, la capacità dello Stato di diritto di farsi valere di fronte a condotte politiche ed economiche scorrette, l’ingresso nell’Unione Europea, la modernizzazione dell’economia. Un bilancio lusinghiero. Questi risultati sono stati ottenuti attraverso un percorso tutt’altro che lineare. La società spagnola - sottolinea Pérez-Díaz - è passata infatti per momenti di crisi, scontri istituzionali, politici e ideologici anche aspri. Ma la barra è stata tenut, perché l’opinione pubblica ha reagito alle deviazioni, alla corruzione e alle violenze del potere. Molto felici le pagine dedicate agli anni del potere socialista e alle cause della sua sconfitta. Il partito socialista ha governato dal 1982 al 1996. Dopo aver efficacemente risposto alla richiesta di governabilità, ha pagato il prezzo di scandali, corruzione, pratiche illegali nella repressione del terrorismo basco, invano denunciando la vittoria dei popolari come il ritorno di una destra pericolosa. Gli elettori hanno risposto credendo nella positività di una «normale» alternanza di governo e fatto vincere Aznar.
Il testo di Pérez-Díaz è preceduto da una lunga introduzione di Michele Salvati, nella quale egli deplora il persistere dell’Italia in un’anomalia non venuta meno dopo la crisi della Prima Repubblica. «Il nostro Paese - scrive - è passato da un’alternanza impossibile a un’alternanza cattiva»; e «di nuovo si sono formate due comunità politiche senza ponti». Ecco, dunque, che la Spagna diventa una sorta di modello per il nostro Paese. Il titolo originale del libro suona: La Spagna al bivio . Significativamente la traduzione italiana, evidentemente per la suggestione dell’introduzione di Salvati, si presenta con il titolo La lezione spagnola . Il saggio di Salvati studioso è denso e assai intelligente, come sempre i suoi. Ma non nasconde il progetto del Salvati «politico». Egli si domanda come sarebbero andate le cose da noi se, a tempo debito, si fossero alternati al potere un partito moderato-conservatore e un partito socialdemocratico, entrambi davvero rispettosi dei principi di fondo di un’economia di mercato e delle regole dello Stato di diritto. Purtroppo, l’occasione è andata perduta. Oggi Salvati pensa - il che però non esplicita nel suo saggio - che un pilastro portante della soluzione sarebbe il formarsi di un forte «partito democratico» di centrosinistra. Qui non lo seguo. In Spagna una delle condizioni della normalizzazione è stata proprio la presenza di un grande partito socialdemocratico che nei suoi momenti alti ha saputo compiere due operazioni: rappresentare la maggioranza della sinistra, «tenendo a bada» l'estrema sinistra, e raccogliere ampi consensi al centro. In Italia la nascita di un partito democratico, che ritengo sarebbe affidato alla prevalente guida della sua componente di centro, avrebbe l’effetto di indebolire politicamente la sinistra nel suo insieme e di ingrossare le file di quella sinistra che ancora si attarda nella retorica radicaleggiante. Per questo penso che anche da noi vi sia bisogno di un grande partito socialdemocratico. Che non si persegua questo scopo, costituisce a mio avviso un segno importante della persistente anomalia italiana e il perseguirlo un aspetto decisivo della «lezione spagnola».
*«Una società civile fondata su regole e cittadini attivi»
«La società civile (...) consiste in una serie di istituzioni sociopolitiche che comprendono: un'autorità di governo limitata e responsabile davanti a tutta la società; uno stato di diritto che si applica in pari misura a governanti e cittadini, lo sviluppo di una sfera pubblica, un'economia di mercato libera dalle pratiche più violente e corrotte e una serie di associazioni volontarie. E’ una struttura precaria che assorbe considerevoli risorse di volontà e buon senso perché deve essere costruita, riparata e ricostruita più e più volte. Non ci sono garanzie che possa durare. Se le persone che vivono in questo ordinamento non hanno l'energia e la determinazione necessarie per tenerla in vita, può venire stravolta e trasformarsi in qualsiasi momento in una società autoritaria, collettivistica e incivile.
(...) In questo libro non sono tanto interessato alle prime fasi della costruzione di una società civile spagnola - gli ultimi anni del regime di Franco e il periodo della transizione alla democrazia -, quanto piuttosto al periodo successivo, dai primi anni Ottanta alla fine dei Novanta, che considero un esempio dei limiti e della precarietà di quella costruzione come pure di alcuni meccanismi che possono contribuire alla sua durata e alla sua forza.
I due meccanismi essenziali per agevolare la costruzione e i lavori di ristrutturazione sono, in primo luogo, un progetto ragionevole e l'uso di istituzioni e di regole per controllare gli abusi di potere, in particolare da parte delle autorità pubbliche, e, in secondo luogo, lo sviluppo di tendenze o abitudini socioculturali dei cittadini che li rendano inclini a ragionare liberamente, a far sentire la propria voce e a partecipare alla vita pubblica.
Mi concentrerò, quindi, sulle istituzioni e sullo sviluppo di sensibilità civiche nel tentativo di spiegare la genesi, i problemi e le attuali tendenze della politica spagnola».
Víctor Pérez-Díaz
La lezione spagnola (il Mulino editore)
Corriere della Sera
25 novembre 2003