MOSTRE Le gite domenicali degli oppositori di Mussolini fra il ’35 e il ’41 nei ritratti del futuro padre della Costituzione

Calamandrei, foto di gruppo con eroe

L’ultima «passeggiata antifascista» con Nello Rosselli prima dell’assassinio


La domenica, il giorno fisso della gita, su e giù per i paesi della Toscana, Piero Calamandrei era l’anima del gruppo, oltre che il fotografo ufficiale; Nello Rosselli guidava la macchina; Piero Pancrazi, Luigi Russo, Alessandro Levi, Corrado Tumiati non mancavano mai. Le passeggiate continuarono per anni, tra il 1935 e il 1941, anni amari per degli antifascisti, tra la guerra d’Etiopia e il secondo conflitto mondiale. Quando potevano si univano a Calamandrei e agli altri, Adolfo Omodeo, Manara Valgimigli, Guido Calogero. Ma arrivavano anche degli ospiti, come Benedetto Croce. Lo si intravede in una fotografia, incappottato, vicino a una grossa auto, lungo una strada polverosa. C’è un’altra immagine che stringe il cuore. Davanti al castello di Montegufoni, Nello Rosselli sorride timidamente accanto a Pancrazi e a Luigi Russo che indossa i pantaloni alla zuava. Signori eleganti, composti, infinitamente lontani dalle tempeste del mondo? È il 25 aprile 1937, neppure due mesi dopo, il 9 giugno, Nello Rosselli sarà assassinato con il fratello Carlo dai cagoulards francesi assoldati dal Sim, il Servizio militare italiano, a Bagnoles-de-l’Orne, nella Bassa Normandia. Calamandrei inviò quella fotografia alla madre di Nello di cui era amico fin dai tempi fiorentini del Non mollare , quando con Salvemini si opponevano insieme al fascismo nascente: «Gentile Signora, non ho saputo trovare altro modo più eloquente per esprimerle il mio dolore che questo di mandarle qualche immagine del nostro Nello, tratta dalle fotografie delle indimenticabili passeggiate domenicali che erano, alla fine di ogni settimana, come una attesa evasione dalla prigione; e che ora, nel ricordo, sono una ragione per riempire di tristezza tutte le nostre giornate e per non poter posare gli occhi sui paesi e sui monti senza pensare a lui con un nodo in gola». 
Quelle fotografie, insieme con i quadri, paesaggi e ritratti di tradizione toscana, che Calamandrei dipinse, saranno esposte dal venerdì nel palazzo del Capitano del popolo di Moltepulciano e in quell’occasione verrà presentata anche la nuova edizione del libro di Calamandrei, Inventario della casa di campagna (Editrice Le Balze) radicato proprio nel paese senese. La mostra, organizzata da Comune di Montepulciano, Provincia di Siena e Regione Toscana è un segno della memoria ritrovata, un onore reso a un uomo come Calamandrei, giurista, politico, scrittore, oltre che buon fotografo come si può vedere da questa mostra, rimasto fedele per tutta la vita agli ideali della libertà e della giustizia di cui anche oggi si sente tanto bisogno. 
Silvia Calamandrei, in uno dei saggi scritti per il catalogo della mostra, ricostruisce l’itinerario che suo nonno seguì e, a proposito delle passeggiate domenicali e dello spirito di quell’antico sodalizio di amici, ne cita una testimonianza illuminante: «Si sceglievano piccole città di provincia e paesi fuori di mano (...); ma si esigeva che ci fosse anche nelle vicinanze qualche attrattiva artistica o storica (...). In ognuna delle nostre gite ci attraevano le tracce di una presenza umana: a Bolgheri, i cipressi del Carducci; a Certaldo la casa del Boccaccio; al castello di Romana, Dante e D’Annunzio; a Dianella, la tomba del Fucini. Andammo a Pomarance (per suggerimento e colla presenza di Croce) a ricercarvi il sepolcro del Marullo; a Monterchi, a scoprire la maestà, sconosciuta ai più della Madonna del parto, esiliata nel piccolo cimitero (...). L’ultima gita, nel 1941, fu a Recanati; poi il cataclisma ci disperse e ci separò». 
In quegli stessi anni Calamandrei scrisse l’Inventario della casa di campagna che nel 1941 stampò in trecento copie e le inviò agli amici. Tra i suoi libri -l’ Elogio dei giudici scritto da un avvocato,il Diario- l’ Inventario è il meno conosciuto. Dopo averlo letto vien da chiedersi: è lo stesso Calamandrei che ha scritto le epigrafi della Resistenza, il padre della Costituzione, il polemista del Ponte, l’avvocato che si schierò sempre dalla parte delle vittime, il maestro del diritto, l’uomo che scrive in questo libro della sua infanzia con tanta delicatezza, con impaurita dolcezza, ma anche con severo linguaggio, spesso ironico e così misurato negli abbandoni? 
L’ Inventario è una sorta di officina umanistica e non è in contraddizione con gli altri libri calamandreiani e con la vita del suo autore. Rappresenta un tempo dell’esistenza che è finito e fa presagire un tempo oscuro, privo delle morbidezze dell’età giovane. 
Figlio di un avvocato, nipote di un magistrato, Calamandrei racconta in questo libro quel che fu per lui, a Montauto, a Montepulciano, il giardino incantato dell’infanzia, la scoperta quotidiana della famiglia d’erbe e d’animali, in un mondo che sembra ed è antico, tra i funghi che nascono misteriosi, il frinire delle cicale, le case tenebrose di echi, i barrocciai che trottano sulle strade di campagna, la passeggiata solenne col nonno della piazza Grande, il bambino vestito alla marinara, il vecchio con la palandrana nera, il cappello duro, la giannetta col pomo d’avorio. 
Inventario della casa di campagna è un libro sulle stagioni del mondo: «Davvero credete che la storia delle guerre e dei patiboli meriti più considerazione di quella delle nuvole e delle sementi? Passano i re e crollano gli imperi; ma i fiori e i funghi e gli uccelli, come se nulla fosse cambiato, tornano sempre al loro tempo. Questa mia storia è dunque più consolante della vostra: perché vi racconta che esistono leggi le quali non mutano col mutar dei regimi». 

Corrado Stajano

Corriere della Sera
11 settembre 2002


E l’antifascista errante svelò al mondo il regime

L’attività del «fuoruscito» in Francia Inghilterra e Usa



Apparso per la prima volta quasi messo secolo fa, nel 1960, questo libro serba intatte nel tempo le sue qualità. E’ un piccolo classico, del quale si raccomanda la lettura per almeno tre ragioni. Innanzi tutto per il fatto che i ricordi di Salvemini costituiscono una fonte di informazioni sui fuorusciti. 
In secondo luogo perché aiutano a capire quale fosse, all’estero, l’immagine dell’Italia fascista. E infine perché gettano fasci di luce sullo storico di Molfetta. 
Arrestato nel giugno del 1925, per la pubblicazione del giornale «Non Mollare», e liberato in seguito a una campagna promossa dal «Corriere», Salvemini scelse la via dell’espatrio in quello stesso anno. Raccontando la sua esperienza, di «ebreo errante dell’antifascismo», in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, Salvemini scrive pagine di rara bellezza sulla condizione dell’esilio. 
Ma non si definisce un «esule», giacché si ritiene un «fuoruscito», vale a dire, letteralmente, un professore «uscito fuori» dal paese per continuare l’opposizione al regime. 
Concretamente, questo significò che si sforzò di far conoscere il vero volto del fascismo. L’impresa, tuttavia, non era facile, poiché bisognava smontare le molte invenzioni della propaganda fascista. I cittadini inglesi e americani, inoltre, erano così sicuri delle loro libere istituzioni da non riuscire a capacitarsi del fatto che in un paese civile come l’Italia non esistessero più. 
E vi era infine un terzo ostacolo, gli emigrati. Una volta sbarcati in America in condizioni miserevoli, si sentivano ripetere, anche da americani, che Mussolini aveva trasformato l’Italia in un grande paese. Affermare il contrario, non soltanto distruggeva la loro «patria ideale», ma sembrava ferirli nella loro «dignità personale». 
Come in altri scritti salveminiani, anche in queste memorie predomina, insomma, il problemismo. E tale che, ad esempio, parlando dei professori che avevano giurato fedeltà al fascismo, Salvemini senta il «dovere» di essere indulgente. Aggiungendo una significativa osservazione: cioè che «sotto un regime dispotico, anche chi non commetterebbe viltà per temperamento innato, deve commetterle per compulsione esterna». 


GAETANO SALVEMINI 
Dai ricordi di un fuoruscito 
1922-1933 
a cura di Mimmo Franzinelli 
Editore Bollati Boringhieri 
pagine 210, euro 20,00 

Loreto Di Nucci

Corriere della Sera
30 giugno 2002


LEO VALIANI,
L'ANTIFASCISTA TESTIMONE DI QUESTO SECOLO



Leo Weiczen nasce a Fiume nel 1909 quando la cittadina istriana è ancora uno dei principali porti dell'ormai morente Impero Austro-Ungarico. A soli undici anni diviene socialista (lo raccontò lui stesso) e a diciotto italianizzò il cognome da Weiczen in Valiani. In questo periodò conobbe i principali leader socialisti e maturò il suo attivismo antifascista che gli costò, nel 1928, un anno di confino a Ponza dove, entrato in contatto con gli oltre cinquecento comunisti lì rinchiusi, ne condivise le idee divenendo comunista. Nel 1931 viene di nuovo arrestato e, nel 1939 a seguito del Patto Ribbentrop-Molotov con cui Stalin e Hitler si spartivano le spoglie della Polonia, rompe con il Pci e, influenzato da Altiero Spinelli e dalla lettura degli scritti dei fratelli Rosselli, aderisce al movimento liberalsocialista Giustizia e Libertà (GL) e poi al Partito d'Azione (Pd'A) di cui diventerà uno dei massimi leader, ricoprendone anche la carica di segretario per l'Italia settentrionale nel 1944.
Nel 1936, uscito di prigione, va in Spagna a combattere, anche se era partito come giornalista e corrispondente di guerra del foglio comunista Grido del popolo diretto da Teresa Noce, moglie di Luigi Longo.
Nel 1939, sospettato di essere comunista, viene internato nel campo francese di Vernet. Rifiutò la scarcerazione che poteva facilmente ottenere se avesse pubblicamente ammesso di non essere più comunista, ma non volendo apparire un opportunista tacque rimanendo, così, prigioniero, ma meritando il rispetto, la stima ed il saluto dei suoi ex compagni. Con i comunisti italiani Leo Valiani si ritrovò fianco a fianco nella nuova avventura in cui si stava cimentando: la Resistenza di cui fu uno dei massimi dirigenti. Per conto del Partito d'Azione assunse la carica, con Emilio Sereni (sostituito poi da luigi Longo) e Sandro Pertini (indicati rispettivamente dal Partito Comunista e dal Partito Socialista), di membro del Comitato di Liberazione Alta Italia (CNLAI). Fu in questa veste che, mentre dai microfoni di Radio Milano Liberata la voce del giornalista e socialista Umberto Calosso invitava i cittadini all'insurrezione democratica ed antinazifascista, decise, con Sereni e Pertini, la condanna a morte di Benito Mussolini. Con la stessa fermezza con cui aveva sostenuto la necessità della fucilazione del Duce condannò la vergognosa e macabra esposizione dei cadaveri del Duce e dei suoi compagni di fuga avvenuta a Piazzale Loreto che lo stesso Ferruccio Parri aveva bollato come "macelleria messicana".
Nel 1946 è uno dei pochi (in tutto solo 7 e pensare che nella Resistenza erano stati secondi, per uomini e mezzi impiegati nella guerra di liberazione, solo ai ben organizzati comunisti!) eletti del Pd'A all'Assemblea Costituente. È in questa sede che continuerà la sua battaglia per una rivoluzione democratica all'insegna dei principi di una sinistra riformista di stampo europeo ed europeista, in Italia: sperava, come pure quell'altro grande galantuomo che fu Pietro Nenni (Psi), che su tutta l'Italia cominciasse a spirare quell'aria di innovazione progressista nota con il nome di vento del nord. In un paese ritenuto geneticamente e fortemente conservatore e privo di un reale senso civico pubblico, Valiani credeva che il miglior modo per la sinistra, di cui sarebbe stato sicuramente il leader naturale se si fosse andati oltre la ristrette e restrittiva formula frontista del 1948, per arriva al governo fosse quello di agire in un quadro istituzionale di tipo presidenzialista. Fu per questo che, insieme al giurista Piero Calamandrei, sostenne l'adozione di una forma di governo di tipo repubblicano presidenzialista che, però, non raccolse i voti sufficienti in seno alla Costituente che preferì adottare un modello di repubblica parlamentare: nonostante non ne condividesse l'aspetto puramente istituzionale Leo Valiani fu sempre un fermo e sincero difensore dei valori e dei principi della Costituzione repubblicane del 1948 che lui stesso aveva contribuito a redigere.
Al momento dello scioglimento del Partito d'Azione si ritira dalla politica attiva per dedicarsi alla sua attività di storico (ricca e di primo livello fu la sua produzione storiografica) e di giornalista (fu chiamato come editorialista al Corriere della Sera nel 1970 dal suo amico direttore Giovanni Spadolini e vi rimase fino alla morte) difendendo sempre i principi di libertà e di democrazia sociale in cui aveva creduto fin dalla tenera età di undici anni. Durante gli anni del terrorismo fu uno strenuo sostenitore della linea della fermezza e della difesa dello stato repubblicano (di cui non rinunciò ma a criticare i limiti ed i ritardi) contro ogni tentativo lassista di compromesso con i terroristi: contrario ad ogni trattativa lo fu anche durante i giorni del sequestro dello statista democristiano Aldo Moro, facendo propria e sostenendo dalle colonne del Corriere, la linea della fermezza, nota come linea Zaccagnini-Berlinguer-La Malfa, in chiara opposizione con ogni velleità trattatista di Bettino Craxi (Psi) e del nuovo gruppo dirigente del Partito Socialista che aveva conquistato la guida del partito di via del Corso dopo il congresso del Midas nel 1976.
Aderì, per un breve periodo al Partito Radicale, prima che questo cadesse nelle mani di Marco Pannella ed egli ex goliardi. Sostenne il centro-sinistra degli anni '60 dei Governi Fanfani e Moro, la Solidarietà nazionale negli anni '70 dei Governi Andreotti e poi l'esperienza di centrosinistra del l'Ulivo dei Governi Prodi e D'Alema sul finire degli anni '90.
Nel 1980 il suo vecchio amico Sandro Pertini lo nominò Senatore a vita e Leo Valiani, nell'accettare questa nomina che lo riportava in un'assemblea legislativa oltre tre decenni, aderì, nel periodo 1980-94, come indipendente al gruppo dei senatori del Partito Repubblicano Italiano per poi aderire, nel 1994-96, al gruppo della Sinistra democratica ideato e presieduto dal senatore Libero Gualtieri, suo vecchi amico e capogruppo dei tempi della comune militanza sui banchi dei senatori dell'edera. 
Sabato 18 settembre 1999 moriva nella sua Milano dopo aver festeggiato da soli sette mesi il suo novantesimo compleanno. 


Luca Molinari

27 dicembre 2001


ERNESTO ROSSI
Scriveva in codice messaggi dal carcere
             

Escono a giorni le lettere del periodo della reclusione 

di Nello Ajello

Ernesto Rossi va sempre più dimostrandosi uno degli intelletti più alti, una delle coscienze più limpide e profetiche della democrazia italiana. Hanno rafforzato quest'immagine la biografia dedicatagli nel 1997 da Giuseppe Fiori e la abbastanza recente comparsa (o ricomparsa) di varie sue opere, da Abolire la miseria a Una spia del regime, da Il manganello e l'aspersorio a Il Sillabo e dopo. A completare, almeno per ora, il ritratto di Rossi contribuisce questo volume che, con il titolo "Nove anni sono molti", raccoglie una parte cospicua, circa il 40 per cento, delle sue lettere dal carcere (Bollati Boringhieri, pagg. 890, più 140 di apparato critico, lire 90.000, a cura di Mimmo Franzinelli e con una nota di Vittorio Foa). Una sorpresa? In parte sì, Certamente, una conferma assai ben documentata della vitalità d'un personaggio storico e attuale insieme. A commento delle lettere di Rossi alla madre Elide e alla moglie Ada, Franzinelli ha scritto una prefazione che è un vero saggio critico-biografico. Ne emergono i pensieri e gli affetti dell'economista e patriota antifascista dal 1930 al 1939, nel periodo cioè che egli trascorse nei luoghi di pena, fra Roma, Pallanza, Piacenza e di nuovo Roma, prima di scontare altri tre anni e mezzo di confino nell'isola di Ventotene. I pensieri e gli affetti, dicevamo. Il perché di questa compresenza, nelle lettere, è presto spiegato. A differenza di Antonio Gramsci, Ernesto Rossi non dispose, per quasi tutta la sua detenzione, di altro tramite espressivo che non fosse lo scrivere lettere (un foglio per settimana, inviato, in due messaggi distinti, a Elide e Ada). Soltanto nell'ottobre del '38 gli fu concesso, com'egli invocava, "di tenere in cella un quaderno, il calamaio e la penna (o il lapis)" necessari alla stesura di testi d'altro genere. Le lettere sono dunque uno specchio pressoché completo delle "sue prigioni". Non per nulla la citata biografia di Fiori era intessuta di questa corrispondenza, in parte rimasta inedita, in parte apparsa nel volume Elogio della galera e altrove. Mai, comunque, in maniera così rappresentativa come figura in questo "Nove anni sono molti". Il compito epistolare assorbiva Rossi in maniera febbrile. Nei giorni concessi alla scrittura, scompariva dalla cerchia degli amici detenuti. "Non gli basta tutta la mattinata per scrivere", commentavano infatti Vittorio Foa e Riccardo Bauer, e quasi non riuscivano a rassegnarsi di dover "passare il pomeriggio in due soltanto". Durante gli altri sei giorni in cui non disponeva di carta e penna il prigioniero, per così dire, s'arrangiava. E lo faceva "con rabbiosa determinazione", annota Franzinelli. Scriveva sui vetri dopo avervi sparso uno strato di sapone. Né, mancandogli l'ingrediente, s'arrendeva. "Io scrivo ugualmente, anche senza il sapone", diceva ai compagni. "Scrivo a terra con l'acqua e il dito... L'acqua ce la lasceranno, speriamo". Assai prima di definirlo un grafomane, occorre immaginare quale vivaio di idee, proposte, riflessioni fosse diventata, in quella pausa forzata e avara di distrazioni, la mente di questo "eterno prigioniero" (così lo evoca Foa nel ricordo). Sarà lui stesso a chiedere alla madre, poche settimane prima del trasferimento al confino, di selezionare, all'interno delle lettere, i brani concernenti economia, temi costituzionali, rilievi sulle ideologie politiche. "Dovresti segnare anche", precisava, "le lettere dove ho preso degli appunti su Smith, su Montesquieu, su Bryce, su Faguet, ecc.". Lettere, dunque, come ricettacolo di spunti per un lavoro avvenire. Evidentemente, non c'è soltanto questo nello sterminato epistolario. Gli affetti familiari vi sono rappresentati con inesausta tenerezza. A Elide - "mammina", "mammina adorata", "povera mammarella" - e Ada (detta anche "Pigolina" o "Pig") il carcerato si rivolge con un calore umano moltiplicato dalla lontananza. Si mostra avido di notizie sui nipotini Carlo Pucci (oggi appassionato erede delle carte di Rossi, oltre che di quelle di Salvemini) e Fiore, che chiama spesso "la pupa". I temi "civili" non stridono nel contesto. Tutt'altro. Rispetto all'attività pubblicistica che Rossi eserciterà nel dopoguerra, soprattutto sul Mondo, e nei suoi libri che appariranno da Laterza, tutti vivacemente proiettati sull'attualità politico-economica, sorprende in queste lettere l'insistenza pressoché sistematica dello scrittore nel definire la propria ideologia. Quasi avesse, nell'inoperosità del carcere, agio e tempo per farlo. Ci si trova di fronte un liberale critico. Liberale, si può dire, ancor prima che democratico, in quanto avverso all'"adorazione" e alla "tirannia della maggioranza", un'entità per lui accettabile se e in quanto rispettosa delle minoranze. Rossi non subiva alcun "complesso" nei riguardi sia del marxismo teorico che della sinistra storica di casa nostra (era "a un tempo antifascista e anticomunista", annota Franzinelli). Un connaturato empirismo lo metteva d'accordo con "gli scrittori inglesi di economia, di storia e di politica, più che con gli scrittori di qualsiasi altro paese". Si sentiva, d'altronde, "più europeo che italiano". Legato all'economia classica, amava Luigi Einaudi. In Gaetano Salvemini vedeva un "padre spirituale". In Giustino Fortunato un maestro, oltre che di meridionalismo, di probità intellettuale. Ferito gravemente nella Grande Guerra, con nell'anima il ricordo del fratello Mario che vi trovò la morte, era animato da un forte patriottismo. Lo affascinava un libro, Momenti di vita di guerra di Adolfo Omodeo, che definiva "il monumento più degno che potesse erigersi alla memoria dei nostri caduti". Proprio per questo non sopportava il "nazionalismo prepotente ed esclusivista" dei fascisti, che contrapponeva al messaggio "umanitario" del Risorgimento. Ammirava, a differenza di Croce, Mazzini e Cattaneo. Altro motivo di disaccordo con il direttore della Critica: lungi dal convincersi che il fascismo fosse un incidente storico - l' "invasione degli Icsos" - Rossi vi scorgeva, sulla scorta di Gobetti, un'ideologia radicata nel costume italiano. L'avversione per Croce animava le sue discussioni con i più cari amici di prigionia, da Bauer a Massimo Mila. All'epoca non era agevole, per un testardo liberale, professarsi anticrociano. Ma Rossi non s'arrendeva. Se si accostano l'uno all'altro due fra i più celebri reclusi antifascisti, potrà nascerne un apparente paradosso: era assai più vicino a Croce il marxista Gramsci di quanto non lo fosse il liberale Rossi. L'"eterno prigioniero" aveva assorbito un'invidiabile (si fa per dire) cultura della reclusione. Conosceva il regolamento in ogni particolare. Aveva modo ogni giorno di misurarsi con la censura. Ne penetrava i metodi. Ne valutava gli arbitrii. Ne prevedeva le stranezze. Sapeva sfruttarne le sviste. E' proprio la diuturna colluttazione fra il detenuto e i "collaudatori" delle sue missive una delle note più vivaci di questo volume e dell'apparato critico che l'accompagna. Data l'impossibilità di usare inchiostri simpatici, sia perché in carcere non entravano limoni (il cui succo è indispensabile a tali intrugli), Rossi usava altri espedienti per comunicare notizie "censurabili". Il curatore Franzinelli ha trovato nelle carte di Elide Rossi la "chiave" di scrittura adottata nei messaggi in arrivo o in partenza dal carcere. Le lettere cosiddette "maliziate", che contenevano (con allusioni e traslati) propositi compromettenti, erano distinte da segni convenzionali: per esempio, la data in cifre romane. E i brani nei quali si condensava la "malizia" iniziavano con una parola sottolineata, o mancante d'una sillaba, o recante delle i senza il puntino. Nel testo, il re diventava "l'inquilino". Il principe Umberto, "il figlio dell'inquilino". Per dire "evadere", si scriveva "andare in montagna". Parigi veniva chiamata "il paesello di montagna". Il Corriere dei piccoli equivaleva a Giustizia e libertà. Il codice venne scoperto dalla polizia grazie ai microfoni installati, sia nei "cameroni" che nelle celle, per spiare i discorsi dei reclusi. Ma aveva funzionato. I metodi dei censori, gli inchiostri e le vernici usati, le tecniche praticate per rendere illeggibile una riga o un brano (mediante "cancellatura" o "copertura", onde, spirali o zig-zag) vengono illustrati, nel libro, da un autorevole esperto della Polizia scientifica, Paolo Sammuri. Gli si deve il recupero di molte parti di lettere a suo tempo censurate, ottenuto mediate l'impiego di super-microscopi e altre diavolerie. Strumenti e procedimenti che, agli occhi d'un profano, hanno del miracoloso. Non ci si sogna, qui, di commiserare i "revisori" annidati negli uffici del carcere (o in luoghi più alti: i verbali di qualche intercettazione acustica recano in calce un "visto" del capo del governo). Resta il fatto che non doveva essere facile censurare Ernesto Rossi, la cui scrittura (come la conversazione) era una girandola di ironie, metafore, allusioni, trabocchetti, ingegnose perfidie. Lette oggi, certe sue lettere, certe sue parole che pure riuscirono a passare il "collaudo" della polizia, trasudano ilare irriverenza. Come quando il recluso ipotizza qualche evento capace di far "calare il sipario" sulla situazione italiana (leggi, sul fascismo); o quando evoca il "Ride bene chi ride l'ultimo" nelle vicende umane. O allorché, scorgendo la scritta "tenere al fresco" che campeggia sulla scatola d'un prodotto concesso ai reclusi, osserva: "Sembra una presa per il bavero". Chi doveva censurare un personaggio così, si sarà trovato di fronte a un dilemma: o socchiudere un occhio sulle sue lettere, o vietargli del tutto di scriverle. Cioè impedire a quel cervello di funzionare. Con Ernesto Rossi, non ci si riuscì.

La Repubblica

25 maggio 2001


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