Proposta per una strategia di ripresa e sviluppo

Ripartire dal Piano Delors 

di Giorgio Ruffolo

Ci sono le politiche dell'Unione. E ci sono le non-politiche.
A queste ultime appartiene senza alcun dubbio la gestione della sua economia. La riprova l'abbiamo nello scarsissimo peso dato a questo tema dalla Convenzione. Si sono spese energie preziose per creare un Ministro degli esteri, che dovrà guardarsi ogni mattina allo specchio per convincersi di esistere. Unificare la politica estera è come aggredire la parete Nord di Lavaredo.
La politica estera è il sancta sanctorum della sovranità nazionale. Sarà l'ultima a europeizzarsi. Jean Monnet avrebbe scelto la strada altrettanto strategica e difficile, ma almeno provvista di molti appigli, della politica economica. Un Ministro dell'economia della Unione, ecco una figura che ci servirebbe subito, maledettamente, e che avrebbe già dall'inizio un'agenda formidabile di impegni concreti da affrontare. Un compito difficile ma non impossibile, perché la strada è stata aperta dal miracolo dell'Unione monetaria. La quale chiede imperativamente la realizzazione consequenziale di una Unione economica. Fermarsi a metà strada tra la Unione monetaria e l'Unione economica, come oggi avviene, presenta un altissimo grado di pericolo.
L'Unione monetaria, un successo storico quasi incredibile, appartiene alla categoria delle vittorie inattese. Una concatenazione di circostanze ha portato l'Europa molto al di là degli obiettivi inizialmente fissati dai suoi promotori. L'ha portata in una strettoia dove è impossibile mantenersi a lungo, tra una politica monetaria federale e un numero iniziale di dodici, che presto aumenterà, politiche fiscali nazionali.
Il peggioramento del quadro economico può rivelare molto presto l'insostenibilità di questa posizione. Già oggi, con un euro forte e con i vincoli del Patto di stabilità, i più grandi paesi dell'Unione monetaria si trovano in difficoltà. (a proposito: fa tenerezza ricordare la burbanzosa iattanza con la quale la Bundesbank e i suoi fedelissimi stringevano il cappio che doveva scoraggiare le allegre comari del Club Med, e che adesso si stringe attorno al loro collo). Per combattere l'inflazione, i paesi dell'euro si sono legati a corda doppia. L'hanno stravinta. Ora però, di fronte alla minaccia opposta sono come paralizzati. Che fare, se la situazione dovesse peggiorare in direzione deflazionistica e ristagnante?
Sulla politica monetaria c'è da contare poco. Ulteriori riduzioni del tasso di interesse sono possibili, ma non c'è da aspettarsi che inneschino una robusta ripresa. Si sa che le politiche monetarie sono ottimi freni ma mediocri acceleratori.
Non resta allora che sperare nella ripresa americana? Ma anche qui, a parte i dubbi che si nutrono sui suoi tempi e sulla sua portata, l'impulso che finora l'economia europea ha ricevuto dalla domanda americana, fattore decisivo della sua crescita, minaccia di essere gravemente indebolito dalla minacciosa forza dell'euro. In tali condizioni, una ripresa della flebile crescita europea dipende dalla domanda interna. Non dai consumi, come finora è avvenuto in America (finora!). Non sono infatti immaginabili né pressioni salariali, né bolle speculative. Restano gli investimenti.
Come mobilitare gli investimenti privati? La risposta neoliberista, riducendo le tasse e flessibilizzando il costo del lavoro è sbagliata teoricamente (le politiche dell'offerta, ove praticate e non solo annunciate, sono fallite) e presenta controindicazioni conflittuali evidenti. Non resta che l'investimento pubblico. Ecco allora i liberisti di ieri diventare colbertiani di oggi. Almeno, i più intelligenti, come Tremonti. È intelligente, ma copia. Copia con dieci anni di ritardo Jacques Delors e il suo Libro Bianco. Non ci sarebbe niente di male se lo facesse, anche senza dirlo, ma chiaramente. Finora, invece, questa proposta non è chiara né distinta.
Perché sia chiara e distinta occorre chiarire, prima di tutto, i settori e l'ampiezza dell'intervento. Delors parlava non solo di infrastrutture, ma anche di formazione e di ricerca. Un intervento dunque, che realizzasse concretamente la grande strategia disegnata quattro anni fa a Lisbona, e rimasta finora lettera morta per difetto di strumenti operativi.
In secondo luogo, le modalità dell'intervento. Che parte deve avere il contributo diretto dei Governi? Per fare spazio, bisogna modificare il Patto di stabilità nelle due direzioni già da tempo e da molti indicate: depurare il target dalle alterazioni cicliche, e da investimenti chiaramente orientati alla crescita. Ma certamente non basta: per una parte rilevante le risorse devono essere attinte al mercato finanziario mondiale. Delors lo proponeva già con grande chiarezza. Utilizzare la Banca europea degli investimenti per il lancio di un debito federale. Le condizioni allora non erano favorevoli: c'era un euro debole e tassi di interesse elevati. Oggi, la situazione è radicalmente mutata: euro forte e tassi bassi. Facciamo due conti. Statutariamente, già oggi la Banca europea degli investimenti (Bei) può contare su una leva finanziaria (rapporto tra finanziamenti e capitale sociale) di 2,5 volte il suo capitale, che è di 150 miliardi di euro. Dunque, 350 miliardi. In un orizzonte temporale che si estende fino al 2010, ciò permetterebbe di coprire solo la metà delle opere infrastrutturali indicate dall'ex Commissario Van Myrt nel suo piano. Ma nello statuto della Bei è già prevista la possibilità di aumentare la leva fino a 8 volte il capitale sociale. In una fase, come l'attuale, di euro forte e di bassi tassi di interesse, un tale aumento risulta possibile e ragionevole.
Senza intaccare le rigorose regole del Patto di stabilità, il lancio di un grande prestito consentirebbe di finanziare un robusto piano di investimenti. Certo, nessuno può attendersi che una operazione così audace e lungimirante possa sortire effetti immediati. Ma immediate sarebbero le reazioni delle aspettative dei mercati. E sono, come sappiamo, proprio le aspettative a costituire la molla degli investimenti.
Ma chi ha la responsabilità di indicare gli investimenti del piano? Qui sorge la terza condizione. Per evitare disomogeneità e furbate, è necessario che il piano dell'intervento sia organico e diretto da un unico centro responsabile a livello europeo. Questo centro non può che essere la Commissione europea. È solo la Commissione che può sanzionare la scelta dei programmi presentati dai Governi. È solo la Commissione che può dare al prestito federale europeo l'avallo della sua garanzia. Questa mossa darebbe credibilità a una politica economica dell'Unione, realizzando concretamente e praticamente una strategia economica unitaria: battezzando l'Unione economica sul campo.
Certo, non basta la mossa. Per realizzare l'Unione economica occorre un impegno solidale continuativo. Dobbiamo aspettare che dalla Conferenza intergovernativa nasca finalmente quell'oggetto del desiderio che si chiama Governo europeo dell'economia? Certo, dovremmo. Ma non possiamo intanto, ispirandoci alla saggezza di Jean Monnet, agire per linee laterali? Anche qui, se la parete nord è inaccessibile, possiamo sfruttare una breccia già aperta. La breccia si chiama Banca centrale europea (Bce). Che cosa impedisce di adeguare lo statuto della Bce al modello americano della Federal Reserve che ha come suoi compiti istituzionali non solo la garanzia della stabilità monetaria ma anche il perseguimento della crescita e dell'occupazione? Una grande istituzione indipendente, anche se non dispone della bacchetta magica per suscitare la crescita, dispone del prestigio e dell'autorità necessaria per orientare la Commissione e i Governi su questa strada.
Non si tratta di proposte utopistiche, se non nel senso dell'utopia concreta di Bloch. Si tratta di strategie coraggiose ma del tutto alla portata. A meno che non si intenda rinunciare del tutto ai fieri propositi manifestati con tanta veemenza a Lisbona, ripiegando nella passività e nella subalternità. In tal caso le funzioni delle istituzioni europee sarebbe molto più semplice: osservare ogni mattina il barometro americano. Non servono allora buoni strateghi, ma buoni meteorologi.

Dal numero 7/8 de "Gli argomenti umani"
luglio-agosto 2003


Sistemi di imprese

Il nostro modello produttivo, che si è imposto nel mondo portando il Paese nel novero delle nazioni più industrializzate, affronta le sfide della globalizzazione dei mercati 

di Andrea Saba


La crisi del Giappone dura da più di dodici anni; gli Usa e la Germania sono ai limiti della recessione. La Cina ha avuto nel 2002 una crescita del prodotto industriale lordo del 14 per cento. India, Messico e Brasile hanno messo a segno risultati positivi anche se non eclatanti. È in atto una fase nuova di distribuzione internazionale del lavoro. Che cosa succede in Italia in una fase di globalizzazione e di spostamento dei pesi e dei ruoli nei paesi industriali? Innanzitutto quale è la posizione dell'Italia nel quadro della produzione industriale mondiale?


L'Italia è tuttora il quarto paese del mondo per produzione industriale. È un dato che normalmente non viene considerato nel tradizionale piagnisteo patrio. Ma i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), gli unici che consentano un corretto confronto internazionale , sono chiari: nel 1995 i "pesi " fra i paesi Ocse per la produzione industriale uguale a cento , erano i seguenti: Usa 32,4 Giappone 16,1, Germania 9,1, Italia 6,1, Francia 5,3, Uk 5,0. Nel 2001 la produzione industriale del totale dei paesi Ocse passa da 100 nel 1995 a 118,3 , Francia e Germania hanno un incremento del 117,3, gli Usa hanno uno sviluppo impetuoso del 124,6 (ma è già calante rispetto al 129,1 dell'anno 2000 ) e l'Italia paga lo sforzo dell'entrata nell'euro con un a crescita del 106,5. Ma rimane al quarto posto fra i paesi industrializzati pur cedendo alcuni punti alla Francia.

La Cina - è necessario precisarlo - non è inclusa fra i paesi Ocse - ha superato l'Italia come reddito lordo nel 2001, ma il suo reddito è ancora in gran parte reddito agricolo, la produzione industriale pesa ancora in misura ridotta. In futuro le cose saranno diverse. Le vicende delle grandi imprese industriali americane sono note e non certo edificanti. La Germania deve affrontare una crisi grave ed il crollo delle azioni tedesche in borsa ne è il miglior indicatore. La Francia mantiene una migliore posizione di equilibrio.

Un sistema all’avanguardia

Per capire cosa succeda nel sistema italiano dove solo il 10 % del prodotto industriale è realizzato da imprese maggiori di 500 addetti, bisogna prima rispondere ad una domanda che in Italia si è sempre evitata e che invece viene continuamente proposta in campo internazionale: come ha fatto un paese che ha una pubblica amministrazione fra le peggiori del mondo, un sistema infrastrutturale inadeguato, una situazione piatta nella ricerca scientifica, meccanismi finanziari lenti e burocratizzati, una continua instabilità politica, criminalità organizzata che punisce severamente il paese, e a diventare un grande paese industriale e a mantenere questa posizione di preminenza per molti anni? È ovvio che senza un continuo assorbimento di innovazione tecnico-scientifica nei processi di produzione e senza un rinnovamento continuo nei prodotti tale risultato sarebbe impossibile. Ma tutti negano che tali cose si verifichino in Italia. 


Don Chisciotte alla rovescia

Da almeno venti anni io continuo a sostenere che la struttura industriale italiana ha i caratteri di assoluta avanguardia. Altrimenti, con tutti mali che affliggono questo paese, mai saremo diventati quello che siamo: uno dei paesi industriali più avanzati del mondo. In tutto il mondo vi è una forte e legittima, curiosità per capire cosa mai succeda nell'industria italiana, mentre in Italia prevale una sorta di fatale rassegnazione tanto che la crisi della Fiat ha fatto scrivere a molti pubblicisti di valore che ormai l'industria italiana stesse per morire.

L'Italia pare popolata di Don Chisciotte alla rovescia che quando vedeva un gregge di pecore credeva fossero prodi cavalieri; l'Italia è piena di ottime imprese industriali, ma vengono prese per modeste e timide pecore. Viviamo da decenni in un continuo e crescente periodo di globalizzazione. Il mercato internazionale si unifica. Ma più si unifica più diventa instabile. E' un carattere ineliminabile. La instabilità del mercato si fronteggia molto meglio con una struttura produttiva flessibile che con sistemi di grandi imprese -forse in alcuni casi più efficienti - ma rigide. Il modo di produrre, di aggregarsi, di adottare tecniche particolari, di creare innovazione continua dei quattro milioni di piccole imprese industriali italiane, specie nelle forme di distretto industriale, risponde in modo molto più vantaggioso alle condizioni del mercato mondiale. 

Si dice , fino alla nausea, che l'industria italiana non è tecnologicamente di livello mondiale. Non è vero. Vediamo i dati. La produzione in assoluto più importante per un sistema industriale è quella delle macchine utensili. Chi è bravo a produrre macchine deve necessariamente avere una alta cultura industriale perché deve sapere tutto di meccanica, ma ormai anche di elettronica perché le macchine sono comandate da un computer, ma anche deve conoscere perfettamente le condizioni di produzione del settore industriale dove la macchina deve operare : non si può pensare di produrre macchine tessili se non si conosce il settore tessile e così via.

L'Italia, da almeno venti anni, è il terzo produttore di macchine del mondo, dopo la Germania e il Giappone, ed è il terzo esportatore. Il maggiore acquirente delle macchine italiane è la Germania, e questo testimonia della ottima qualità del prodotto italiano. Ma il secondo maggior cliente è la Cina; e questo significa che le macchine hanno un altissimo grado di adattamento dato che il costo del lavoro in Cina è un decimo di quello tedesco.

Si continua a dire, da parte dei Don Chisciotte alla rovescia, che nella industria italiana non c'è innovazione. Ma se la produzione è fatta da quattro milioni di piccole imprese che si aggregano fra loro in modo intelligente ed originale, se in Veneto opera una impresa ogni otto abitanti - il che vuol dire che, dato il tasso di attività, che esiste una impresa ogni quattro lavoratori (chissà a cosa serve l’articolo 18!) ciò significa che il processo di innovazione è interamente contenuto in due punti: nel modo con cui le imprese collaborano fra loro, e nella evoluzione continua delle macchine utensili.

Diceva Adam Smith che il progresso del mondo occidentale inizia con la divisione del lavoro. In Italia si è passati dalla divisione del lavoro fra individui -come avviene nelle fabbriche tradizionali - alla divisione intelligente del lavoro fra imprese. È questo è da almeno venti anni un fatto di assoluta avanguardia in campo di scelte tecniche produttive.


L’arte del decentramento

Ed è questo fatto che ci ha portato ad essere il quarto paese industriale del mondo. Se avessimo aspettato le grandi imprese tradizionali saremmo ancora raccogliendo cicoria per i campi.

Ora tutti cercano di imitarci perché hanno capito che avere una impresa con molti operai dipendenti fissi, con contratti a tempo indeterminato, è un peso gravissimo per l'impresa quando l'andamento della domanda non è costante. Alla fine del mese devo pagare tutti i salari e tutti gli oneri sociali- altissimi - anche se l'andamento del mercato non mi ha consentito ricavi adeguati perché la globalizzazione rende l'andamento della domanda del tutto irregolare. Se invece con forme possibili di outsourcing decentro la mia attività ad una pluralità di piccole imprese, quando la domanda ristagna non ho un carico impossibile di costi dal lavoro da coprire, ed, al contrario, quando il mercato è favorevole, posso rispondere immediatamente con aumenti di produzione. Per questo spesso gli imprenditori con i quali sono solito parlare (facevo le gite scolastiche con i miei studenti per visitare le fabbriche, per evitare che si laureassero senza aver mai visto come avviene un processo produttivo; i risultati erano ottimi), dicono spesso di tenere di più alla flessibilità produttiva che non agli incrementi di produttività in una impresa rigida. Ora mentre non stiamo procedendo verso una delocalizzazione positiva , molte grandi imprese europee iniziano il loro non facile processo di decentramento che da noi è diventata un'arte. Esiste un rallentamento della produzione industriale italiana ? Certamente. Ma prima di cercare le cause nella struttura particolare dell'industria italiana è necessario riflettere su due punti.


I dati sulla produzione

L'energia elettrica costa in Italia il 40 % più della media europea, e questo disastroso divario non deriva, se non in parte , dal costo del combustibile. La spesa media per le infrastrutture rispetto al Pil è in Italia del 1,5 % contro il 2,5 % della media europea. La situazione dei trasporti è spaventosa e da ciò derivano, a pioggia, un flusso continuo di diseconomie che frenano l'efficienza delle imprese. In entrambe i casi si tratta di terreno di competenza dell’intervento pubblico del tutto prioritario.

Ma, a parte le condizioni negative in cui l'impresa si trova ad operare e che devono esser affrontate con politiche specifiche, se si vuole incrementare l'efficienza delle imprese italiane è necessario fare leva sul vero punto di forza della nostra struttura produttiva che è la produzione di macchine utensili. È interessante vedere l'evoluzione di questo settore . Nel 1990 -secondo gli indicatori Eurostat - l'indice italiano era pari a 19,7, quello tedesco 49,3, Francia 12,8. Ma nel 2000 la marcia delle macchine italiane continua: Italia 22,7, Germania 44,0 Francia 13,7. La Germania rimane il maggiore produttore del mondo, ma il divario con l'Italia si è sensibilmente ridotto.

Sono evidenti due tendenze: nella ridistribuzione delle specializzazioni internazionali l'Italia sta approfondendo la sua vocazione in un settore fondamentale. E questo è il dato più interessante e di gran lunga migliore di tutti gli indicatori economici perché riguarda la sostanza della realtà produttiva. La seconda tendenza è che le macchine di piccola dimensione vengono richieste di più dal mercato perché è in atto una italianizzazione nelle strutture industriali di molti paesi che vedono nell' Italia il modello da seguire. Se le cose stanno così (e stanno così dato che io stesso posso testimoniare dato il numero delle lezioni e conferenze a cui sono stato invitato in tutte le parti del mondo) allora se si deve fare uno sforzo addizionale e spendere risorse per l'innovazione tecnologica , è del tutto inutile pensare ad un ruolo positivo delle grandi imprese - che in Italia non ci sono fanno molto lobbing e poca ricerca - invece capire come si debba fare una politica per incrementare l'efficienza delle piccole imprese attraverso una serie di incentivi mirati che tengano conto del ruolo dei produttori delle macchine utensili. 

Incentivi statali e sovvenzioni

In Italia è d'uso distribuire incentivi, contributi a fondo perduto a pioggia e ad imprese e soggetti che nel 90 % dei casi si rivelano incapaci ed inefficienti. A quaranta anni di distanza stiamo ancora accapigliandoci sui contributi regalati alla Sir di Rovelli con gravi danni per tutta la salute pubblica perché i contributi a fondo perduto hanno prodotto molta più corruzione che sviluppo; e sarebbe ora che fossero del tutto eliminati dal nord al sud.

L'unica legge seria di politica industriale è stata la legge Sabatini del 1965 che è stata la vera molla che ha creato i distretti industriali. Ma era una legge che consentiva ad una piccola impresa di comprare una macchina utensile pagandola con cambiali a tasso ridotto.

Il Medio Credito Centrale ha gestito ottimamente tale legge, ma il vero successo è dipeso dal fatto che i produttori di macchine, che avevano interesse a vendere i loro prodotti, hanno messo in atto una fortissima azione promozionale battendo palmo a palmo l'Italia settentrionale e centrale e convincendo centinaia di migliaia di piccoli imprenditori a comprarsi la macchina nuova rischiando tutto quel poco che avevano per trasformarsi in imprenditori moderni. E' la macchina nuova che incorpora un flusso continuo di innovazioni, molto più che costosi e pretenziosi centri studi.

Ma i piccoli imprenditori potevano comprare con cambiali una macchina sola.

Ed è qui che nasce il vero miracolo italiano e cioè quella che ho chiamato: divisione del lavoro fra imprese e non più fra singoli lavoratori. Si riuniscono in piccoli gruppi ed ognuno firma le sue cambiali della legge Sabatini , ed ognuno si specializza in una parte sola del lavoro: uno ha solo la pialla, uno la sega elettrica, uno i trapani ed un altro la levigatrice, ma tutti insieme possono produrre i mobili più belli del mondo; e tutti lavorano come matti per poter pagare le cambiali e riscattare la macchina che la protagonista del loro salto economico e sociale: da poveri operai a imprenditori. Dato una tasso di attività del 48 % significa che esiste nel centro nord una impresa ogni quattro lavoratori. Questa è una grande ricchezza non solo economica, ma sociale e politica. Un quarto dei lavoratori non sono dipendenti, ma uomini liberi che rischiano, lavorano e guadagnano. È un tipo di società che non ha uguali negli altri paesi avanzati. La legge Sabatini è stata una delle cause di questo indubbio successo. Ma si basava su tre principi fondamentali: primo, chi prende soldi pubblici deve restituirli, a condizioni di favore, ma restituirli. Secondo, i soldi vengono prestati ad imprese esistenti, non a vaghi progetti spesso inutili, anche imprese sommerse, che lavorano e producono in condizioni difficilissime nei sottoscala e nelle stalle abbandonate, ma sono in ogni modo imprese. Terzo che la promozione capillare ed estesa sul territorio viene fatta dai produttori di macchine che ricavano un profitto da tale attività; ed è quindi una forza di mercato che diffonde la cultura industriale attraverso l'acquisto della nuova macchina.


Intervenire a sostegno del settore

Oggi il sistema italiano necessita di un aiuto perché la congiuntura negativa riduce la domanda negli Usa, in Giappone e in Europa. Nel nord la mano d'opera è ormai scarsa, quindi ci si sposta verso produzioni di alto valore aggiunto e quindi si sceglie la qualità. Nel Sud bisogna abolire i contributi a fondo perduto, rivitalizzare meccanismi tipo legge Sabatini; cosa non facile perché ormai la competenza è regionale e si rischia di perdere la grande esperienza del Medio Credito Centrale che invece è preziosa come tutti i patrimoni di cultura industriale. In ogni modo la regola fondamentale per ottenere un incremento certo di contenuti innovativi è quello di incentivare l'impresa nella fase più difficile del processo di innovazione. Chi innova rischia e spesso non trova istituti di credito, il cui conformismo burocratico è ben noto, che siano disposti a correre dei rischi finanziandolo. Il momento più difficile è quello in cui l'impresa deve creare un prototipo. Il prototipo è spesso costoso e se poi non funziona sono soldi sprecati. Questo è il punto in cui una legge intelligente dovrebbe intervenire: finanziare in tutto o in parte la prototipazione. Questo è un aiuto efficace; in primo luogo solo imprese vere e non pseudo imprenditori farebbero richiesta di incentivi, e già questo sarebbe un grande passo avanti. Inoltre stabilirebbe un contatto operativo con i migliori produttori di macchine di piccola dimensione del mondo. Ed è questo che fa crescere la cultura industriale, senza la quale come potremmo essere il quarto paese industriale del mondo? 


da: "La Gazzetta Politica"
marzo 2003


Il modello cinese: tecnologia e mercato 

di Anthony Lee


La Cina si sta muovendo con gli stivali delle sette leghe lungo la via della modernizzazione, il nuovo supertreno di Shanghai ne è l'ennesima conferma. Non avrà parti in movimento e sfrutterà solamente i campi magnetici per muoversi ad oltre 400 chilometri all'ora; per ora collegherà Shanghai al suo aeroporto, ma presto dovrebbe arrivare a Pechino e oltre. Questa meraviglia tecnologica è un'invenzione tedesca. Solo che, in Germania, non si è mai andati oltre lo stadio di progetto: il Maglev (così si chiama) sarebbe dovuto andare da Monaco a Francoforte e poi, via via, estendersi a tutta la Germania e al resto dell'Europa ma, fra tagli di bilancio, dubbi sulla sua fattibilità, vigorose proteste degli ecologisti, non se ne è fatto nulla. 
Sino a poco fa, sembrava destinato alla pattumiera delle invenzioni troppo brillanti, o troppo in anticipo sui tempi. 
Ci sono voluti i cinesi, per resuscitarlo: indifferenti all'inquinamento elettromagnetico ma attratti principalmente dalla sfida tecnologica, vi hanno profuso risorse a man bassa e ne hanno visto un'occasione di prestigio, che costituisce al tempo stesso la prima alternativa seria all'aereo nei collegamenti e medio raggio. Sarebbe difficile trovare una metafora più efficace degli effetti indotti dalla globalizzazione sulla divisione internazionale del lavoro. 

La Cina non ha esitato ad investire somme colossali in un progetto forse ancora da testare definitivamente, ma che le consentirà di collegare fra loro le maggiori città industriali del Paese, senza dover ricorrere alla costruzione di aeroporti sempre più grandi. Ha potuto farlo, è vero, perché non è vincolata alle leggi dell' economia di mercato e può permettersi di prendere decisioni sugli investimenti senza troppo preoccuparsi della reazione dell'opinione pubblica. Sono probabilmente questi i "vantaggi" delle autocrazie ma resta il fatto che, senza una visione prometeica ed una volontà ferrea di tagliare le tappe della crescita, scelte di questo tipo sarebbero state sicuramente impensabili. 
Al vantaggio competitivo dei paesi in via di sviluppo, sia in termini di materie prime che del costo del lavoro, i paesi industrializzati hanno ritenuto sin qui di poter opporre efficacemente la maggiore capacità di ricerca e innovazione. Trovando in questo, almeno finora, un mezzo sufficiente per mantenere la supremazia nello sviluppo tecnologico e nell'ammodernamento dei processi produttivi. 
I cinesi però non si sono semplicemente limitati a produrre il super-treno su licenza, ma hanno preteso di acquistarne anche la tecnologia, mentre i tedeschi hanno fatto esattamente il contrario. Non è ancora giunto il tempo in cui il Terzo Mondo potrà seriamente competere con quello industrializzato nell'innovazione industriale, ma quello della Cina è in questo senso un primo passo molto significativo. 
Anche perché, come si è detto, nell'allocazione delle risorse essa non deve (per ora, e chissà ancora per quanto) pagare il prezzo delle leggi del mercato e - perché no - anche di quelle della democrazia.

la gazzetta politica
marzo 2003


Grandi imprese, 34mila posti in meno nel 2002


Roma, 5 mar. (Adnkronos) - Nel 2002 sono stati persi 34.400 posti di lavoro nelle grandi imprese, di cui 29.000 nell'industria e i restanti 5.400 nei servizi. Nella media dell'anno la grande industria segna una diminuzione tendenziale del 3,8% al lordo della cig e del 4,3% al netto, mentre la variazione tendenziale di dicembre e' pari, rispettivamente, a -3,8% e -4,2% e quella congiuturale a -0,2% in entrambi i casi. Lo rivela l'Istat.

Quanto ai sevizi, la media del 2002 vede una variazione di -0,5% al lordo cig e -0,6% al netto, mentre a dicembre, a livello tendenziale, si registra -0,1% e -0,2% e, sul piano congiunturale, +0,2% in entrambi i casi.

In calo nelle grandi imprese dell'industria l'indice delle ore effettivamente lavorate che nel 2002 registrano un calo dell'1,2% (-3,4% a dicembre), cosi' come l'incidenza delle ore di straordinario che si sono ridotto dello 0,7%.

Le retribuzioni nel 2002 nelle grandi imprese risultano cresciute del 3,2% (+3,4% a dicembre), mentre nei servizi l'aumento si e' attestato al 4,2% (contro il +5,5% a dicembre). In aumento anche il costo del lavoro medio per dipendente nel 2002: +2,9% nella grande industria (+3,4% a dicembre) e +4% nei servizi (+5,4% a dicembre).


Il motore che non gira

Daniel Gros

I fatti mandano un messaggio chiaro: l'Europa non cresce più. E non si tratta solo del ciclo e dei timori di guerra in Medio Oriente. La debolezza strutturale dell'economia europea è evidente nel fatto che negli ultimi anni la produttività per lavoratore è a malapena aumentata, mentre fino ai primi anni Novanta cresceva a un tasso di circa il 2 per cento l'anno. In parte, questa quasi assoluta assenza di crescita della produttività è dovuta a fattori legati al ciclo: le imprese riducono la produzione, ma (almeno in Europa) non possono licenziare i lavoratori di cui non hanno più bisogno. Tuttavia, la decelerazione della crescita della produttività resta un fatto anche dopo aver tenuto conto di questi elementi ciclici.

Ma perché dobbiamo preoccuparci di un concetto così astratto come la produttività? La risposta è semplice: se la popolazione europea non cresce, l'aumento della produttività è l'unico elemento che può far girare il motore dell'economia. E per l'Europa la crescita della produttività è particolarmente importante a causa dell'invecchiamento della popolazione (specialmente in Italia): se vogliamo offrire ai pensionati di domani una vita decente, abbiamo bisogno di alta produttività.

Alcuni invece sostengono il contrario, ovvero che sia l'opposto della produttività a essere un bene. L'opposto della produttività è il "contenuto di lavoro" della crescita. Un elevato contenuto di lavoro significa che una pur debole crescita fa aumentare l'occupazione proprio perché non cresce la produttività del lavoro. Non è un bene? Di nuovo, la risposta è semplice: nelle fasi cicliche deboli un alto contenuto di lavoro è utile ai governi per "abbellire" nel breve periodo le statistiche sulla disoccupazione. Ma i redditi, e in particolare i salari, ovvero le possibilità di consumo delle famiglie, non possono aumentare.

Inoltre, la crescita della produttività è importante perché fornisce l'olio per quella macchina complessa che è il policy making nelle democrazie moderne. Se la produttività non cresce, tutti gli incrementi salariali si trasformano prima o poi in un aumento dei prezzi, il che rende difficile per la Bce tenere sotto controllo l'inflazione. Allo stesso tempo, i bilanci pubblici migliorano se la produttività aumenta perché crescita della produttività significa anche un aumento delle entrate fiscali.

Perché il motore non gira?

Per gli economisti è difficile capire che cosa determina la produttività. Fattori come l'accumulazione di capitale e il know how sono importanti, ma resta senza spiegazione una parte più importante, detta dagli economisti "residuale" (proprio per nascondere la propria ignoranza). È proprio questa componente residuale a essere caduta nell'ultimo decennio in Europa, mentre gli altri fattori che determinano la crescita della produttività (l'accumulazione di capitale) non hanno subito mutamenti sostanziali.

All'interno della Ue, il rallentamento della produttività varia notevolmente da un paese all'altro e proprio queste differenze offrono qualche suggerimento per individuare le cause del problema. In primo luogo, i paesi con i sistemi economici più aperti, meno regolamentati, tendono ad avere una maggiore crescita della produttività (vedi Bertola). Intuitivamente, più l'economia è regolamentata, più è difficile far circolare idee e metodi di produzione nuovi. Questa spiegazione però non tiene conto del fatto che, negli ultimi dieci anni, il grado di regolamentazione (o de-regolamentazione) non è cambiato molto nella maggior parte dei paesi. Eppure, alcuni paesi hanno avuto risultati migliori di altri.

Un altro fatto, che finora ha ricevuto scarsa attenzione, sembra invece rilevante: la caduta maggiore della crescita della produttività si è registrata nei paesi nei quali l'occupazione si concentra soprattutto nell'industria. Ne è un buon esempio la Germania, il più "industrializzato" dei paesi europei: il settore industriale raccoglie il 30% degli occupati contro il 20% degli Stati Uniti.

In definitiva, la spiegazione migliore del rallentamento della crescita della produttività in Europa potrebbe essere una combinazione di questi due fattori. Negli ultimi dieci anni, è cambiata la natura del processo tecnologico. Le nuove tecnologie dell'informazione hanno reso possibile modificare radicalmente i processi produttivi e non limitarsi semplicemente a cambiamenti marginali in processi già consolidati. Naturalmente, i paesi con economie meno regolamentate sono stati molto più avvantaggiati nell'utilizzare il potenziale di crescita offerto dalle nuove tecnologie. I paesi più legati alla "vecchia" industria devono invece affrontare problemi maggiori perché una parte consistente della forza lavoro deve essere riallocata in nuovi compiti e, in alcuni casi, in settori completamente nuovi. Senza dimenticare che le normative che regolano il mercato del lavoro sono fatte su misura per proteggere i lavoratori della grande industria.

Il ruolo dell'Europa

Dal momento che i maggiori paesi Ue hanno un settore industriale forte e una rigida regolamentazione del mercato del lavoro, non sorprende che la crescita media della produttività sia stata così modesta negli ultimi anni, pur con un crescente progresso tecnologico. Il vero problema è allora la mancanza di riforme strutturali nella maggior parte (per fortuna, non in tutti) i paesi Ue. Eppure, a Lisbona nel 2000, la Ue aveva lanciato un vasto programma di riforme che avrebbero dovuto renderla "l'economia più competitiva del mondo". Quello che i presidenti e i primi ministri riuniti per l'occasione avevano dimenticato è che la Ue non ha alcuna competenza in aree cruciali come le norme sul mercato del lavoro e i sistemi di sicurezza sociale.

Per rispondere a chi glielo ricordava, i rappresentanti politici avevano inventato il cosiddetto metodo della cooperazione aperta. In sostanza, i burocrati dei ministeri interessati (lavoro, etc.) avrebbero dovuto riunirsi intorno a un tavolo, scambiarsi le esperienze dei diversi paesi, tornare a casa e applicare le migliori. Dopo tre anni, è chiaro che questo metodo non ha funzionato, per la semplice ragione che le norme sul mercato del lavoro e simili sono decise dai parlamenti nazionali, sotto la pressione dei gruppi di interesse nazionali, per nulla interessati alle "esperienze migliori", ma molto ai propri interessi.

Questo non significa che l'Unione europea non ha alcuna influenza sulle riforme strutturali. Con il progredire dell'integrazione dei mercati diventa sempre più costoso proteggere particolari gruppi di interesse e limitare la concorrenza: lo hanno capito per primi i paesi più piccoli dell'Unione per i quali la competizione con l'estero è un elemento inevitabile. I paesi maggiori possono ancora proteggere larghe parti del mercato, ma ottengono anche i risultati economici peggiori.

L'insieme di apertura di mercati e competizione di sistema può così rivelarsi la salvezza dell'Europa. Le economie migliori mettono le altre sotto pressione perché tutte ormai competono in un unico mercato comune. Anche i paesi che pensano di essere grandi, alla fine saranno costretti a introdurre le riforme. E allora la crescita riprenderà.

Daniel Gros
direttore del CEPS di Bruxelles

www.lavoce.it
11-02-2003


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