Euro, un'occasione che sarà perduta
di Giorgio Ruffolo

"Come siamo caduti in alto", avrà pensato in questi giorni l'arruffato Presidente della Banca Centrale europea Duisenberg. In effetti, l'ascesa trionfale dell'euro è motivo molto più di preoccupazione, per un'Europa già alquanto malmustosa, che di compiacimento. Bisogna dire che di questa ascesa lui non porta né merito né colpa. La partita si gioca tutta di là dall'Atlantico. Si tratta infatti molto più di un deprezzamento del dollaro che di una rivalutazione dell'euro. Tra le cause di questa ormai prolungata nuova fase di svalutazione (15 mesi con un calo di ben il 34% ) non è facile orientarsi. Proviamo a raccontare una storia in breve.
Negli anni novanta l'economia americana è stata coinvolta in una delle fasi più esaltanti della sua crescita. La quale era dovuta, non a una scommessa di politica economica azzeccata, come il periodo reaganiano degli anni ottanta (durò 56 mesi, con un apprezzamento del dollaro del 53%) ma alla forza endogena di una ondata di innovazioni, la famosa "nuova economia", che suscitò un boom di investimenti e di profitti. Sull'onda di quelli, i corsi azionari cominciarono a salire (il Nasdaq del 500% tra il 1995 e il 2000) e molti americani, ormai convinti di poter contare permanentemente sui loro guadagni di borsa, a consumare, molto al di là dei loro redditi normali. Il risparmio complessivo si ridusse fino ad azzerarsi. La domanda complessiva (consumi e investimenti) si avvitò in un circolo che sarebbe stato virtuoso se non fosse stato drogato. La politica macroeconomica, monetaria e fiscale, accompagnò benevolmente questo boom. Non ci si preoccupava del crescente disavanzo che quell'eccesso di consumi provocava nella bilancia dei pagamenti correnti, dal momento che il risparmio mondiale, giapponese ed europeo soprattutto, affluiva negli Stati Uniti, attratto da profitti che sembravano dovuti tutti alla brillantissima performance dell'economia reale; e quindi durevoli. Ciò comportava uno strano paradosso. Un disavanzo commerciale mostruoso (è arrivato oggi a poco meno del 5% del PIL) si accompagnava con un dollaro forte.
Alcuni tra i più entusiasti economisti americani, come MacKinnon e Cooper, ci spiegarono all'inizio del 2001 che ciò era più che naturale. Gli americani potevano permettersi di far crescere indefinitamente il loro disavanzo esterno perché il dollaro era la moneta di riserva mondiale. Chi lo riceveva lo conservava, o lo investiva: dove? Ma in America! Chi si lamentava di questo signoraggio doveva mettersi l'anima in pace. Il mondo aveva bisogno di una moneta mondiale. E quella era la moneta del paese economicamente più forte del mondo. L'economia americana era il motore dell'economia mondiale. Pertanto, concludevano, il dollaro sarebbe rimasto forte, comunque.
E qui si sbagliavano. A un certo punto, la "bolla speculativa" ( l'eccesso del valore delle azioni rispetto al valore degli impianti) scoppiò, come scoppiano tutte le bolle speculative, prima o poi. In poco più di tre anni l'indice azionario Nasdaq è sceso del 70%: poco meno del famoso tonfo degli anni trenta. E' emersa una condizione di indebitamento delle famiglie (fino all'80% del PIL) e di sovrainvestimento delle imprese, e quindi di capacità produttiva inutilizzata (si calcola, per il 25% del totale) Le due cose hanno cominciato a influenzare negativamente, la prima i consumi, la seconda gli investimenti, rallentando la crescita e suscitando la minaccia di una recessione. E' la minaccia più grave, per un Governo per tutto il resto trionfante (Bush padre ne sa qualche cosa) proprio mentre si avvicinano le elezioni presidenziali. Si capisce che lo scivolamento del dollaro, determinato soprattutto dal peggioramento delle aspettative influenzate da una catena di choq esogeni (la tragedia delle due torri, le rivelazioni sui misfatti manageriali, la guerra irachena) getti un'ombra pesante sulle prospettive di una energica ripresa, costantemente annunciata e regolarmente rinviata. In tali condizioni, il deprezzamento del dollaro costituisce una occasione ideale per dare una bella frustata all'economia, riaggiustando il deficit esterno. Che importa se l'euro sale, magari fino a 1,30, 1,40 dollari? Saranno le economie europee a subire il colpo attraverso una riduzione della domanda esterna: pazienza. Prescindendo dalla maliziosa soddisfazione politica, gli americani hanno ragione di attribuire la colpa dell'anoressia europea non all'America, ma alla incapacità europea di promuovere la sua domanda interna. E poi, saranno gli stessi europei, terrorizzati dalla recessione, a intervenire a sostegno del dollaro. Dopo un certo tempo, tutto tornerà a posto. E intanto ci saranno state le elezioni. 
E' una storiella troppo semplice? Non c'è dubbio, però mi sembra convincente, in attesa di altre. Del resto, sono gli stessi americani a raccontarla, con la brutalità che da tempo contraddistingue il loro linguaggio.

E l'Unione Europea, adesso, povera donna? Si rassegnerà a subire l'implicito ricatto americano? Sembra proprio così, a meno che…..
L'Europa avrebbe una risposta efficace e al tempo stesso non necessariamente conflittuale. Lasciando andare con benevola negligenza il cambio del dollaro, gli americani possono godere di un vantaggio a breve termine, ma rischiano grosso sul periodo più lungo. Rischiano che i mercati finanziari e le banche centrali degli altri paesi comincino a considerare l'euro come una seria alternativa al dollaro. Nel 1971, quando Nixon lanciò la sua famosa sfida, alternative al dollaro non ce n'erano. Oggi si. Se dobbiamo credere a un recente studio di un ricercatore di Oxford, Niall Ferguson, le emissioni mondiali di obbligazioni in euro sono passate, nei quattro anni dalla sua nascita, dal 20 al 44% delle emissioni totali, avvicinandosi alla quota delle emissioni in dollari (48%). Le riserve in dollari delle banche centrali sono rimaste costanti, secondo il Fondo Monetario, attorno al 68 per cento. Ma più di un paese asiatico, quelli mussulmani soprattutto, come l'Indonesia, come la Malaysia, come l'Arabia Saudita, ha cominciato a diversificare le sue riserve. Questa diversificazione, se continuasse, permetterebbe non di suscitare una devastante e alla lunga impossibile concorrenza tra due monete di riserva mondiali; ma una iniziativa tendente a ripristinare un certo ordine monetario, più stabile ed equilibrato.
Ma soprattutto, l'Europa potrebbe approfittare della forza di un euro che può diventare un elemento strutturale del paesaggio, per uscire finalmente da questa ridicola situazione di autoparalisi della sua politica macroeconomica: soprattutto di una politica fiscale impaniata nel "patto di stabilità". Sei anni fa - mi scuso per la parentesi personale - Andrea Manzella e il sottoscritto avanzarono, proprio su questo giornale, una proposta ispirata alle idee del piano Delors. Si trattava di dare vita e sangue al cosiddetto Fondo Europeo di Investimenti - una scatola vuota - attraverso il lancio di un grande programma di investimenti "comunitari" (si parlava allora soprattutto delle grandi reti di comunicazione, si potrebbero aggiungere oggi i progetti rispondenti agli obiettivi nel campo della ricerca e della formazione definiti con molta ambizione, ma senza strumenti operativi a Lisbona). Si trattava inoltre di sottrarre l'ammontare di questi investimenti produttivi, e quindi generatori di reddito, alla scure del patto di stabilità (dovendo essere approvati in comune, non darebbero occasione ad interpretazioni troppo "creative"). E di finanziarli in parte rilevante attraverso un ricorso al mercato finanziario mondiale. La nuova forza dell'euro renderebbe oggi molto più credibile una impresa di questo genere.
Oggi, molte proposte analoghe stanno fiorendo. Temo però che esse dovranno affrontare la palude dell'impotenza politica dell'Unione. Per promuovere e gestire un programma del genere occorre un governo economico dell'Unione. E' altamente incredibile, e terribilmente significativo, che di questa ovvia implicazione dell'Unione Monetaria non si sia neppure parlato nella Convenzione. Non è un problema costituzionale? Ma via!


(La maggior parte dei dati utilizzati in questo articolo sono tratti dal Rapporto 1/2003 del Centro Europa Ricerche)

La Repubblica
4 giugno 2003


Globalizzazione e libertà

di Andrea De Seta


Chi discute oggi della globalizzazione è concorde nel ritenere che, in un epoca di incessanti trasformazioni, una riflessione critica sul tema della libertà deve sapersi misurare con quei contenuti politici che stanno caratterizzando sempre di più gli sviluppi e la complessità di questo termine. Quale idea e prassi della libertà politica, oggi, possiamo e dobbiamo incoraggiare per riuscire a renderla realmente disponibile all’intera “società civile mondiale”? Cosa fare per affermare la priorità della libertà (J. Rawls) rispetto ad altre pur legittime considerazioni di carattere economico che in questo tempo sembrano prevalere? Una riflessione matura e non ideologica verso alcuni aspetti della globalizzazione, credo non possa non avere al centro proprio il peso di questi interrogativi, sia in chi solidarizza con movimenti che esprimono una posizione di forte critica o di rifiuto totale verso gli scenari di un mondo globalizzato, sia in quanti invece ritengono insuperabile, perché definitivo, un orizzonte politico di tipo liberale e/o liberista per le nostre democrazie. Per correttezza d’analisi storica dobbiamo certamente riconoscere alla tradizione della concezione liberale della libertà, un certo primato nell’affermazione delle libertà moderne. Allo stesso modo però, l’accettazione della visione liberale, quale base per quei valori costituitivi della modernità, può anche consentire, oggi, una riflessione che pazientemente si impegni in una ripresa di quegli elementi in grado di renderne possibile un ipotesi critica, oltre ché decisamente democratica, per quanto riguarda il tipo di risposte da dare alle nuove sfide e alle inedite condizioni poste dall’era globale. Non si è prigionieri di antiche visioni se con convinzione si sostiene che perseguendo una visione della libertà intesa esclusivamente nella sua concezione negativa, come assenza di ogni tipo di vincolo e/o libertà economica di scambio, si rischia, come giustamente avverte il filosofo tedesco Habermas (1999) “di impoverire e ridurre non solo il concetto di libertà, ma anche quello di persona”. Del resto possiamo osservare come nella stessa storia del liberalismo politico è stata presente e attiva anche una concezione positiva della libertà, volta cioè a promuovere e a difendere i diritti civili e politici di tutti gli individui. Per fare degli esempi nelle vicende del novecento, esperienze quali il New Deal di Roosvelt, il Welfare State in Europa e lo stesso Costituzionalismo liberale, cos’altro sono se non il tentativo, come acutamente osserva Barberis (1999), “di correggere del liberalismo la sua versione ideologica ed elitaria con l’apporto nella scena politica delle masse”? Certo, ormai quasi tutti abbiamo appreso le lezioni del secolo trascorso, e tra queste (e qui si può essere d’accordo con l’economista austriaco von Hayek), quella di non dover più impedire autoritariamente la libertà economica con le sue logiche autonome, se non vogliamo soffocare gli spazi per le altre libertà dell’uomo. Ma le contraddizioni laceranti di una visione della libertà che poggi unicamente sull”ordine spontaneo del mercato” (ancora Hayek), si fanno evidenti soprattutto oggi che nella globalizzazione sembra imporsi una dimensione marcatamente economica. E’ proprio questa apologia, spesso irrazionale, per la competitività economica, che in molti casi viene pericolosamente anteposta ai “valori della coesione sociale e delle libertà politiche” (R. Dahrendorf, 1995). Si può continuare a scommettere sulla possibilità di un liberalismo critico e democratico, adeguatamente ripensato, e capace di far sì che libertà individuale e impegno sociale, proprio nell’epoca della globalizzazione, possano sostenersi reciprocamente? Se ci crediamo, dobbiamo subito mettere in campo una politica democratica all’altezza delle sfide globali, quella politica in grado di affermare, della libertà, un’opzione attiva e capace, capace di dare all’uomo la libertà reale di fare delle cose (A. Sen, 2000), quella libertà che non si separa mai dalla politica e dalla partecipazione di tutti gli individui. 

da Ragioni del Socialismo
n77 - gennaio 2003


L'economia ubriaca e la ricetta della sinistra

di GIORGIO RUFFOLO


Su Repubblica del 28 dicembre Mario Pirani, di fronte alla fallimentare prova del governo di centrodestra, ma anche alla manifesta inadeguatezza di un´alternativa di centrosinistra, si chiede se non sarebbe il caso di riproporre,aggiornandola, la politica, da tempo scomparsa, della programmazione economica.
Per quelli che non ne sanno niente e per quelli che l´hanno dimenticata, mi limito a ricordare che la programmazione economica non aveva niente a che fare con i piatilekta, i grandi piani quinquennali di Stalin. Non era neppure solo il trastullo d´un piccolo gruppo d´intellettuali della sinistra italiana. Era una seria proposta di politica economica nata nell´ambito dell´intellighenzia socialdemocratica olandese e scandinava e della socialtecnocrazia francese e ripresa, in misura diversa, in altri paesi, tra i quali anche l´Italia. In estrema e certo inadeguata sintesi, era il tentativo di prolungare il successo della politica macroeconomica keynesiana (s´era negli Anni '60) dall´ambito suo proprio, degli obiettivi di breve periodo – piena occupazione e stabilità monetaria – a una prospettiva di medio periodo. Accogliendo pienamente il quadro di un´economia di mercato, si trattava di correggerne gli esiti indesiderabili, evitandone i fallimenti economici e raddrizzandone gli squilibri strutturali, sociali e territoriali. Insomma, una proposta tipicamente riformista.
Questa proposta fu travolta, dappertutto, dalla crisi petrolifera e monetaria degli Anni '70 che si chiuse con l´abbandono delle politiche keynesiane e con il ritorno trionfale sulla scena delle teorie e delle politiche neoliberiste.
Non si può dire, oggi, che quelle teorie e quelle politiche abbiano mantenuto le loro mirabolanti promesse. Non certo per quanto riguarda la crescita, Nei decenni dell´"era keynesiana" – Anni '50 e '60 – il prodotto lordo e la produttività, nei paesi industriali avanzati, aumentarono mediamente del 5,4% e del 4%; nei decenni dell´"era liberista" - Anni '80 e '90 - sono aumentati, rispettivamente, del 2,8% e del 1,6%. Non dal punto di vista sociale: nell´era keynesiana ci fu quasi dappertutto, in quei paesi, una condizione vicina alla piena occupazione. In quella "liberista" s´è registrato in media un tasso di disoccupazione pari al 7% delle forze di lavoro: e mentre nel primo periodo le distanze sociali, misurate dalla distribuzione del reddito, s´erano sensibilmente ridotte, nel secondo periodo si son stabilizzate o sono sensibilmente aumentate. Non, infine, per quanto riguarda la stabilità dei cambi e della finanza internazionale: il mondo è passato da una crisi all´altra, con conseguenze talvolta gravissime per molti tra i paesi meno sviluppati. L´economia mondiale, affidata alla stravaganza dei mercati finanziari, sembra guidata da un ubriaco.
Eppure, anche se le loro promesse sono state ampiamente falsificate, quelle teorie e quelle politiche mantengono oggi una loro egemonia ideologica. Ciò dipende dalla vastità del processo di mondializzazione mercatistica, che la liberazione dei movimenti di capitale ha scatenato e anche, se non soprattutto, dalla pratica inesistenza di teorie e politiche alternative che sostituiscano quelle keynesiane, divenute impraticabili a causa della mondializzazione stessa. La sinistra riformista, che su quelle aveva basato le sue fortune politiche, è rimasta ideologicamente disarmata. Si può dire ch´essa sia influenzata oggi, e intimidita, dal mercatismo capitalistico degli Anni '80 come lo era stata a suo tempo dalla pianificazione sovietica degli Anni '30.
Non è dunque solo un problema italiano quello d´un vuoto di regolazione, che s´esprime soprattutto, a livello mondiale, nel disordine monetario e finanziario; e all´interno dei singoli paesi capitalistici, nell´aumento del disagio sociale.
In Italia, però, quel problema è pericolosamente aggravato dalla manifesta incompetenza della nuova classe dirigente nata dal sisma della prima Repubblica, a dirigere il paese. Qui uno non se la può prendere con il neoliberismo (magari!), ma con un pastrocchio di privatismo e di populismo, che dà luogo a pochi risultati congruenti; e, per lo più, a una intensa produzione di parole per mezzo di parole. Un pasticcio la cui sola salsa collante sembra quella del puro esercizio del potere. Ecco perché è giusto constatare la minaccia di un declino relativo del paese. Non che gli altri si sentano molto bene. Ma noi stiamo decisamente peggio.
Sarebbe compito dell´opposizione, anch´essa alquanto scompaginata dal sisma della Prima repubblica, ricostruire una vera classe dirigente di governo attorno all´asse d´un progetto strategico. Parte integrante e decisiva di questo progetto potrebbe essere una nuova politica di programmazione economica, che rivendicasse allo Stato la responsabilità di fissare le mete del progresso d´una società della quale il mercato costituisse una componente essenziale, non il padrone.
Perché e in qual senso nuova?
Primo perché, a differenza della programmazione degli Anni '60, essa dovrebbe rinunciare completamente alla pretesa di gestire l´economia, anche in parte, per svolgere invece la funzione fondamentale di regolarla, con incentivi appropriati, soprattutto nel campo delle politiche industriali e della ricerca.
Secondo, perché dovrebbe, per quanto riguarda le infrastrutture e i servizi pubblici, concentrarsi non sul problema della titolarità (pubblica o privata) ma su quello della precisione degli obiettivi e dell´efficienza dei mezzi, adottando i sistemi d´amministrazione programmatica trasparente e largamente automatica operanti in altri paesi, in modo da realizzare sul serio l´utopia di uno Stato al servizio dei cittadini.
Terzo, perché dovrebbe integrare strettamente gli obiettivi della programmazione nazionale con quelli dell´Unione europea: non passivamente, ma operando in modo da rafforzare le capacità decisionali di quest´ultima: perché solo a livello europeo la politica può recuperare la visione la forza e gli strumenti necessari a fronteggiare le sfide della mondializzazione.
Dovrebbe invece riprendere l´idea centrale della programmazione degli Anni '60: quella di non costringere gli obiettivi dello sviluppo sociale nell´ambito della crescita dell´area di mercato, espressa dal Pil (prodotto interno lordo) ma d´estenderli all´insieme delle grandi funzioni sociali – lavoro, educazione, salute, ambiente, sicurezza, protezione sociale – esprimendoli in indicatori espliciti e quantificati, rispetto ai quali si possan verificare non a chiacchiere gli adempimenti delle "promesse" politiche. Dovrebbe inoltre recuperare pienamente il principio della centralità dello Stato nel governo dell´economia, parallelo a quello dell´organizzazione strutturante dei partiti nella democrazia e a quello della funzione propulsiva della grande impresa nell´industria.
Dopo tanta esaltazione della società civile (e talvolta anche di quella incivile) contrapposta allo Stato e ai partiti politici; e del brulicame creativo dell´imprenditorialità diffusa, certi profeti del privatismo sociale s´accorgono oggi con candore che la debolezza dello Stato, dei partiti e delle grandi imprese, e cioè delle colonne vertebrali della democrazia e del mercato, è causa d´un declino generale della società.
Nella misura in cui anche la sinistra s´è lasciata sedurre da queste sirene, sarebbe ora che anch´essa traesse le conclusioni dalla loro (e nostra) mala sorte. Sarebbe ora che essa riassumesse finalmente il suo compito storico, illuministico, razionale e moderno, d´organizzatrice politica della solidarietà.

la Repubblica
8 gennaio 2003 


LE CRITICHE DELL´EX MINISTRO DEL LAVORO DI CLINTON 

«Anziché favorire i più ricchi bisogna spingere i consumi» 
Robert Reich: per gli Stati Uniti la fase peggiore è già passata Ma la disoccupazione resta alta e ora si rischia una deflazione 

NEW YORK IL piano di stimoli voluto dal presidente Bush è irrilevante per il rilancio dell'economia: servono interventi che favoriscano la domanda, invece di riduzioni fiscali per i più ricchi. Comunque gli elettori avranno modo di giudicarlo, perché da questo tema, e dalla durata della possibile guerra in Iraq, dipenderà la sua rielezione nel 2004». E' severo il giudizio del professor Robert Reich, ex ministro del Lavoro nell'amministrazione Clinton, tornato ad insegnare economia alla Brandeis University. 


Cominciamo da una valutazione generale dell'economia americana: la recessione è finita o ci sarà il «double dip»?

«La fase peggiore è passata, però la nostra economia soffre per la disoccupazione, e per l'impossibilità di sfruttare a fondo le nostre aziende, i nostri macchinari e in generale la nostra capacità produttiva, a causa della mancanza di domanda. Il vero pericolo che ci minaccia non è l'inflazione ma la deflazione. Il gap tra la produttività in continuo miglioramento, e la domanda in costante restrizione, si allarga sempre di più, perché la gente della classe media e bassa non ha i soldi per fare acquisti. Quindi i prezzi continuano a scendere, a parte cibo ed energia. I segnali che vengono dall'economia globale, poi, vanno nella stessa direzione: la Cina continua ad inondarci con prodotti a basso costo, il Giappone resta sdraiato sulla schiena, e ora anche la Germania sembra avviata verso la recessione. Tutti elementi che favoriscono le tendenze deflattive negli Stati Uniti».


E allora perché non tornerebbe utile un piano di stimoli per 600 miliardi di dollari?

«Perché i rimedi voluti da Bush non curano la malattia di cui soffriamo. In una situazione del genere bisognerebbe stimolare la domanda, quindi il governo dovrebbe spendere di più, accettare un deficit di bilancio a breve termine, e tagliare le tasse alle classi media e bassa, perché sono quelle che poi rimettono subito in circolazione i soldi non dati al fisco. Bush, invece, pensa di agire soprattutto sul piano dei supply tax cut, favorendo i ricchi che già spendono tutto quello che possono. Quindi il suo piano è irrilevante, perché non stimola la domanda, e ingiusto, perché aiuta ancora chi è già privilegiato».

Ma l'economia è un problema serio anche per il presidente, se vuole essere rieletto nel 2004: perché farebbe questo errore?

«Con la sua amministrazione è difficile capire quanto le decisioni dipendano dalle scelte ideologiche sincere, anche se sbagliate, e quanto dalla volontà di aiutare le classi, le persone e i gruppi d'interesse che l'hanno portato alla Casa Bianca. Qualunque sia la risposta, il risultato non cambia: i benefici per chi sta bene continuano a salire, mentre chi sta peggio continua ad essere trascurato. Negli Stati Uniti, ad esempio, molti dei servizi sociali per i più poveri sono forniti dagli stati e dai comuni, ma ora stanno sparendo perché stati e comuni sono vicini alla bancarotta».

In questo quadro, che impatto avrebbe la guerra in Iraq?

«Gli investitori non amano l'incertezza, e quindi la borsa resterà piatta fino a quando non si chiarirà la situazione. Le implicazioni fiscali non saranno terribili, perché le stime ottimistiche prevedono una spesa tra 50 e 60 miliardi di dollari per il conflitto, e quelle pessimistiche tra 100 e 200 miliardi: a fronte di un'economia da 10 trilioni di dollari sono comunque percentuali basse, che proprio per questo non dovrebbero avere neppure un grande impatto in termini di stimolo. Il prezzo del petrolio, invece, sembra destinato a salire, anche per la crisi in Venezuela e la generale instabilità in Medio Oriente. Se salirà in modo permanente oltre i 30 dollari al barile influirà sulla domanda aggregata, aumentando le difficoltà della nostra economia».

Lei fu uno degli strateghi della vittoria di Clinton nel 1992, basata sulla crisi economica che deragliò Bush padre dopo la vittoria nel Golfo. Vede similitudini per il figlio, in vista del 2004?

«Il presidente ha gli occhi puntati sulle prossime elezioni, e per vincere deve centrare due obiettivi: rilanciare l'economia e stabilizzare la situazione in Iraq, evitando altri grandi attacchi terroristici. Ha il tempo necessario per riuscirci ed è molto popolare, ma ci sono alcune incognite. Sul piano militare, il rischio principale è la durata dell'occupazione. Se ci sarà la guerra, pochi dubitano della vittoria americana. Ma se dopo ci troveremo impelagati in una lunga e instabile occupazione, i problemi economici e politici diventeranno molto pericolosi. Sul piano economico c'è il rischio che esploda la deflazione, accompagnato naturalmente da quello di nuovi attacchi terroristici o grandi crisi tipo la Corea del Nord, che bloccherebbero la ripresa. Allo stato attuale, le possibilità che si creino queste condizioni e i democratici riescano a vincere sono meno del 50%».

Lei cosa consiglia ai candidati che si stanno presentando?

«Sul piano economico devono proporre riduzioni fiscali per le classi medie e basse, ad esempio congelando per uno o due anni la payroll tax, e poi investire su sanità, istruzione e trasporti, perchè da ciò dipende la nostra produttività» 


La Stampa
5/1/2003


L´EUROPA E LA DEBOLEZZA DEL DOLLARO

di FEDERICO RAMPINI


IL 25 dicembre una foto dominava le prime pagine dei giornali americani: un soldato vestito da Babbo Natale in mezzo ai commilitoni nel deserto del Kuwait. È l´immagine d´un Natale già quasi in guerra; negli Stati Uniti dopo le feste decine di migliaia di riservisti cominceranno a ricevere la chiamata alle armi. Su un altro fronte, nella battaglia contro la crisi economica, domani 780.000 americani senza lavoro perderanno l´indennità di disoccupazione per la crisi di bilancio che colpisce il Welfare. Tutti gli indici di Borsa chiuderanno il 2002 con perdite pesanti per il terzo anno consecutivo. Una crisi così prolungata dei mercati ha solo due antecedenti storici: la grande depressione degli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale.
In queste condizioni perfino il tenace ottimismo del consumatore americano vacilla. La grande distribuzione Usa lamenta il suo peggior Natale da trent´anni. Anche in Italia sembra che gli acquisti siano andati male. C´è da preoccuparsi di più se questo accade in America: è la maggiore economia del pianeta e negli ultimi anni ha fatto da locomotiva della crescita mondiale proprio grazie alla tenuta dei consumi. Nel suo ultimo discorso il presidente della banca centrale americana, Alan Greenspan, ha dedicato uno spazio inusitato al rischio-deflazione. Lo ha fatto per negare che l´economia americana possa avvitarsi in una spirale incontrollata di ribassi dei prezzi e dei salari; tuttavia ha confermato che questo pericolo viene preso sul serio dalla Federal Reserve. Una deflazione generalizzata come negli Anni ´30 è improbabile. Il rialzo del petrolio è un fattore che spinge nella direzione opposta. Però interi settori dell´economia – come le nuove tecnologie che trainarono l´ultimo boom – non riescono a vendere se non abbattendo drasticamente i prezzi, e quindi i profitti.

La crisi, l'Unione e il dollaro debole

È sconcertante che in una congiuntura economica così debole il consumatore europeo si debba sentire invece defraudato da un´inflazione troppo alta. In America uno dei pochi vantaggi della crisi è che andando al supermercato ci si sente ogni giorno un po´ più ricchi (finché si ha un posto di lavoro e un reddito). In Europa neanche questo. Ieri il presidente della Banca centrale europea ha ammesso finalmente quello che i cittadini dell´Unione sanno da dodici mesi, cioè che il passaggio all´euro ha coinciso con forti rialzi dei prezzi. Visto il ritardo con cui ha riconosciuto l´evidenza, ci si poteva aspettare da lui qualcosa di più: una spiegazione e una ricetta. Altrimenti lo stesso presidente della Bce finisce per alimentare il qualunquismo euroscettico che usa la moneta unica come un comodo capro espiatorio e un alibi per i governi. Anche gli Usa hanno una moneta unica ma nessuno ha l´incultura di prendersela con il dollaro quando le cose vanno male. Sul fronte dei prezzi il consumatore americano è ben protetto dalla forte concorrenza tra le aziende, da una grande distribuzione efficiente, dalle politiche antimonopolistiche. L´Europa ha ancora troppi monopoli, cartelli e corporazioni prepotenti che possono permettersi di alzare le loro rendite di posizione perfino quando l´economia è esangue e stremata. In Italia queste patologie sono più gravi che altrove. Questo spiega perché gli italiani hanno da un anno la stessa moneta dei tedeschi, ma un´inflazione doppia: basta guardare al tariffario delle assicurazioni o alla benzina per constatare l´assenza di riforme dei mercati e il disprezzo degli interessi del consumatore.
Negli Anni '90 il boom economico americano creò l´illusione di poter durare per sempre. Perfino economisti seri decretarono la fine dei cicli e la sospensione della legge di gravità. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore riguardo alla crisi: di non vedere l´uscita dal tunnel. Invece l´uscita ci sarà, come sempre. È una facile profezia scommettere che saranno gli Usa a uscirne per primi, per le stesse ragioni per cui l´Europa ha gestito così male il passaggio all´euro. L´America è una società dura e spietata ma con tempi di reazione e adattamento molto più veloci. I datori di lavoro americani hanno già licenziato 1,6 milioni di persone dall´inizio della recessione, ma li riassumeranno in un lampo quando l´economia riparte. Le imprese si riorganizzano con vigore, tagliano i costi; la produttività sale anche in mezzo alla crisi. L´immigrazione è abbondante e benvenuta, continua a fornire carburante alla crescita. I tempi di reazione giudiziaria agli scandali finanziari la dicono lunga: le prime multe miliardarie (in dollari) sono calate sulle banche di Wall Street a pochi mesi dall´inizio degli scandali. Tutto avviene a una velocità sconosciuta per gli europei.
Ma l´Europa deve sapere che nell´armamentario di strumenti con cui gli Stati Uniti usciranno dalla crisi vi è anche l´indebolimento del dollaro. Per trainare la crescita mondiale gli americani hanno importato molto più di quanto esportavano. Per finanziare il loro deficit commerciale hanno dovuto prendere capitali dal resto del mondo, quindi indebitarsi. Se l´America esce dalla crisi per prima e ricomincia a trainare tutti gli altri, questo disavanzo con l´estero può salire a livelli incontrollabili. L´unico modo fisiologico per curarlo è di lasciare scivolare il dollaro, restituendo competitività al made in Usa, sui mercati europei, il che provocherà difficoltà aggiuntive alla nostra industria. Questa rischia di essere una delle tendenze del 2003, un altro anno che si apre all´insegna dell´impotenza europea. Povera di vitalità e di dinamismo, l´Europa sarà costretta dalle forze dei mercati ad "autotassarsi" per finanziare la ripresa americana. La leadership logora chi non ce l´ha.

la Repubblica
27 dicembre 2002 


Benefici e contraddizioni «neo global»

IL LATO AMARO DELLO SVILUPPO


di ALBERTO RONCHEY

«No global» è un titolo di poco senso, poiché la globalizzazione da secoli è un processo irreversibile, accelerato negli ultimi decenni. Ha più senso «neo global», poiché si discute sulle contraddizioni e distorsioni di quel processo. Per i contestatori, da Seattle a Firenze, il primo argomento è che la globalità non attenua e anzi aggrava il divario tra prosperità e indigenza nel mondo attuale. Ma le origini del divario, innegabile, richiedono spiegazioni articolate. Si può ricordare che il moderno globalismo provocava già conseguenze fuori controllo quando le società industriali esportavano i loro benefici nel resto del mondo, reti stradali o ferrovie come le Indian Railways costruite dai britannici un secolo e mezzo fa, vaccini e antibiotici, elettricità e telecomunicazioni. A quei fattori e altri simili era dovuto nel Terzo Mondo un aumento progressivo della popolazione, che tuttavia non comportava un commisurato sviluppo delle forze produttive. Nelle società tradizionali o arretrate, infatti, si potevano diffondere prodotti delle civiltà industriali, ma non suscitare interne capacità imprenditoriali sufficienti all’equilibrio tra economia e demografia. 
Quando poi anche l’arretrato emisfero meridionale s’è rivolto all’industrializzazione, ha preso a modello spesso le tecnologie capital intensive occidentali, utili al risparmio di manodopera e al crescente potere d’acquisto dei consumatori occidentali, anziché tecniche di produzione labour intensive , adatte alla scarsità di capitali e all’abbondanza di manodopera. L’imitazione dei modelli produttivi concepiti dagli occidentali per gli occidentali ha condizionato il sottosviluppo, come viene riconosciuto da numerosi governi del Terzo Mondo. E ora, senza una propria tecnologia oltreché nell’impossibilità di ricorrere all’isolamento autarchico, le società povere possono solo affrontare le competizioni di mercato con il social dumping dei bassi salari, come succede su larga scala. 
Nessuno suggerisce un’alternativa. C’è almeno qualche rimedio? Mai sarà sufficiente a ridurre il divario qualsiasi condono di debiti delle nazioni più povere, anche perché spesso governate da oligarchie arbitrarie. Sarà vano concedere a oltranza soccorsi alimentari, anche in assenza di carestie, con il risultato di rovinare le agricolture locali. È ragionevole, invece, reclamare l’apertura dei mercati occidentali tuttora protetti da insuperabili barriere che ostacolano le importazioni dal Terzo Mondo di prodotti come quelli tessili e agricoli. 
Quali altri addebiti vengono rivolti al globalismo economico? Appare ingiustificata la condanna di qualsiasi prodotto agroalimentare transgenico, dovuta spesso a timori privi di fondamento scientifico, mentre non possono accettarla nazioni superpopolate come l’India e la Cina. Le denunce consuete contro gli abusi delle onnipotenti multinazionali, veridiche o no, risultano talvolta troppo sommarie, mentre andrebbero documentate nei dettagli. Qualcuno ha voluto attribuire a maneggi delle multinazionali sui mercati persino le declinanti quotazioni del cacao, imputabili a eccessi di produzione o d’offerta del Terzo Mondo, giacché le società industriali non producono cacao. E ancora, si ripetono le accuse contro le transazioni finanziarie da tassare perché definite speculative, benché non sia facile distinguere tra capitali viziosi e virtuosi. 
Da ultimo, insieme con l’inquinamento da sperpero energetico, rimane sotto accusa l’iperconsumo delle nazioni occidentali. Anche se, come tutti sanno, i più severi e intrepidi accusatori del consumismo appartengono a ceti sociali che hanno già troppo consumato. E continuano, secondo i costumi delle ultime generazioni.

Corriere della Sera
13 novembre 2002


Greenspan poteva evitare la crisi

Finanza globale governabile? Cresce il fronte del «sì» 

SI va diffondendo l'opinione che l'economia mondiale sia caduta in una trappola. Nei paesi più abbienti, quelli che danno l'intonazione all'intera economia mondiale, la ricchezza finanziaria si è fortemente diffusa e costituisce parte cospicua del patrimonio di un crescente numero di famiglie. Le oscillazioni del valore di questa componente patrimoniale, di conseguenza, ha un peso rilevante nel determinare la loro propensione a consumare. In sistemi economici evoluti, i consumi rappresentano tra i due terzi e i tre quarti della domanda complessiva, per cui da essi dipendono direttamente l'attività produttiva e gli investimenti, insomma il ritmo di crescita economica. Ecco, dunque, la trappola: le Borse di tutto il mondo continuano a scendere; scendendo riducono la ricchezza delle famiglie inducendole a contrarre i consumi; i mercati di beni e servizi si riducono, i profitti delle imprese scendono, e scendono di conseguenza le quotazioni delle loro azioni riducendo ulteriormente la ricchezza delle famiglie. È evidente che il ciclo di ribasso della Borsa è correlato al precedente ciclo di rialzo; ma è altresì evidente che se prima abbiamo assistito a una bolla che si era gonfiata, ora siamo in presenza di qualcosa di più di una bolla che si sgonfia: stiamo assistendo a un eccesso ancor più marcato, a un aumento dell'oscillazione del pendolo, in definitiva a mercati che sembrano destinati a una continua e sempre più marcata destabilizzazione. Questa situazione ha indotto a ritenere che le autorità monetarie debbano estendere gli equilibri dei quali devono darsi carico: non più solo un´offerta di moneta che soddisfi le esigenze della crescita senza incorrere in rischi di inflazione, ma anche gli equilibri del mercato finanziario nel quale una speculazione irrobustita dalla globalizzazione è altrimenti in grado di fare il bello e il cattivo tempo. Accusato - ma solo ora - di non aver saputo impedire che la bolla si gonfiasse, il presidente della Fed, Greenspan, è chiamato in causa per non sapere impedire la depressione delle Borse che determina la stagnazione dell'economia. Greenspan ha replicato sostenendo che non ha strumenti per evitare la crisi dei mercati, ma non manca chi, considerando che in fin dei conti i rialzi e i ribassi delle Borse determinano effetti non troppo dissimili dalla creazione e dalla distruzione di moneta, continua a sostenere il contrario. Tra questi va annoverato Fabrizio Saccomanni, il quale ha raccolto il frutto della sua lunga e primaria esperienza maturata, appunto, nel controllo e nel governo degli equilibri valutari e finanziari in un libro - «Tigri globali, domatori nazionali», ed. Il Mulino - da qualche settimana nelle librerie. Le 280 pagine del libro, infatti, sono tutto un affannarsi a dimostrare che la finanza globale è governabile; che non è vero che le autorità nazionali - governative e monetarie - sono impotenti di fronte alla dimensione e alla forza dei mercati liberalizzati e integrati; che non è ineluttabile che la globalizzazione si risolva necessariamente in instabilità e in incertezza; che è possibile evitare che ne vengono favoriti gli eccessi speculativi. Il suo libro Saccomanni lo ha scritto quando la crisi mondiale dei mercati azionari, che dura tuttora, poteva essere ancora interpretata come uno sgonfiamento della bolla speculativa e, a maggior ragione, prima dell´emersione del malaffare finanziario in alcuni dei maggiori gruppi negli Stati Uniti e prima che la crisi argentina investisse il Paraguay e minacciasse il Brasile; insomma, prima che i mercati mostrassero il massimo della instabilità. Ciò nondimeno, Saccomanni stesso presenta il suo libro come «la reazione a un disagio», «in primo luogo, per l'instabilità apparentemente incurabile che scuote di tanto in tanto il sistema», e inoltre «per dover assistere dopo ogni crisi alle sterili diatribe tra i demonizzatori e i mitizzatori del mercato». Dunque un disagio - come dire? - sia operativo che intellettuale, vissuto - conviene ricordarlo - dalla parte di una Banca centrale, essendo sempre stato impegnato, Saccomanni, nel campo delle relazioni valutarie e finanziarie internazionali della Banca d'Italia, dove tuttora ricopre la carica di direttore centrale per le attività estere. Il libro, quindi, è frutto di una ultratrentennale esperienza, rara se non unica, formata attraverso relazioni, contatti, concertazioni, trattative, accordi ai quali Saccomanni ha sempre partecipato come parte attiva, vivendo in diretta, in tempo reale, tutto quanto ha fatto la storia valutaria e finanziaria del nostro tempo. Che poi è la storia di una liberalizzazione e di un´integrazione che hanno smisuratamente accresciuto i margini di libertà di chiunque operi su questi mercati, ma anche la storia delle frizioni e degli squilibri che si sono determinati a motivo del fatto che il sistema finanziario si è globalizzato con una velocità molto maggiore di quella che i governi dei singoli paesi hanno dimostrato nella capacità di dominarlo se non con l´istituzione di una autorità con un´equivalente giurisdizione globale, almeno con una più stretta e tempestiva concertazione delle loro iniziative. L'instabilità di questi anni Saccomanni la vede tutta, la guarda negli occhi, ne ripercorre gli episodi come fossero i dati della cartella clinica di un sistema finanziario mondiale le cui malattie devono essere curate e studiate per poterne prevenire di altre. Certo, le cronache finanziarie non aiutano a credere nella possibilità che nell'immenso campo della globalizzazione il buon grano possa essere separato dal loglio: non aiuta la constatazione di un euro che, depresso e svillaneggiato per ben due anni a dispetto di tutti i conclamati «fondamentali», nel giro di poche settimane poi si rivaluta fino a riscattare la parità col dollaro; e non aiuta la monotonia (ossia l'unicità di intonazione) con la quale le Borse fanno un solo fascio di titoli e settori dalle situazioni più disparate e dalle prospettive più divergenti. Ma a questo scetticismo globale generato dalla finanza globale Saccomanni contrappone una risposta di fiducia, forse addirittura di ottimismo. Nelle sue analisi le crisi traggono origine prevalentemente da errori di politica economica che il sistema internazionale, anche con i suoi organismi sovrannazionali, ha avvertito, ma che ha finito per assecondare fino a quando le situazioni si sono fatte insostenibili. Errori dovuti a calcoli contingenti, a carenza di visione di lungo periodo, alla prevalenza - come lui dice facendo trasparire quel senso di oggettività e concretezza che i tecnici ritengono di poter vantare sui politici - delle «politichette» sulle politiche: cause contrastabili, dunque, non ineluttabili. Cosa la cui dimostrazione risulta facile a Saccomanni in virtù della specializzazione accumulata, dell'esperienza vissuta, e anche della dote della chiarezza che gli deriva dal trattare vicende cui ha partecipato con alte funzioni operative. Dal primo grande accordo per il governo della quotazione del dollaro, quello del Plaza, in poi, i successi non sono mancati: quando quelle tre condizioni sono state rispettate, le «tigri» sono state domate e, tutto sommato, sono state anche contente di essere domate: quando il controllo dei mercati riesce, infatti, è rassicurante perché diminuisce la volatilità, si riducono i rischi e i costi per coprirli; gli investimenti - quelli produttivi che creano ricchezza, non quelli finanziari che si limitano a spostarla - ne vengono favoriti. Rimane aperta la questione se non si possa fare di più e meglio. Una chiave di lettura del libro, però, è anche una sollecitazione alla concretezza di non scoraggiare la ricerca di soluzioni settoriali guardando alla «soluzione totale», all'utopia di un mondo retto da un unico saggio governo in grado di salvaguardarne l'armonia e il progresso. La salvaguardia di un più affidabile ordine valutario e finanziario è già una meta assai ambiziosa; ogni passo nella sua direzione - e di passi, come ricorda e documenta, ne sono stati fatti - è un progresso verso quell'obiettivo verso il quale Saccomanni sollecita dimostrando che è raggiungibile. 

a. rec. 

La Stampa 
9/9/2002


GLI SCENARI APOCALITTICI SONO SMENTITI: UNA LEZIONE PER LE PREVISIONI «DISINVOLTE» DEGLI ECONOMISTI

Le tigri asiatiche sbranano gli analisti 

di Philippe Pons

QUANDO, tra l'estate e l'autunno 1997, il tornado finanziario asiatico nato in Thailandia si allargò all'Indonesia e alla Malesia, e poi alla Corea del Sud, l'Asia «grintosa», quella per cui s'era parlato in maniera un po' troppo frettolosa di «miracolo», parve d'un tratto una causa persa. Gli economisti e gli analisti finanziari che l'avevano innalzata al rango di modello ne scoprirono bruscamente i difetti: un indebitamento strabiliante, mancanza di trasparenza, sopravvalutazione degli assets, capitalismo «clientelare»... Le economie emergenti, campioni della crescita, sembrarono messe al tappeto per un lungo periodo. Cinque anni dopo, sono di nuovo in espansione, c'informa la Banca asiatica di sviluppo (BAS): l'Asia orientale (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, più la Corea del Sud e la Cina) dovrebbe far registrare quest'anno una crescita media del 5,8 %. Certo, non si tratterà più di una crescita esponenziale (e gli effetti del rallentamento americano oscurano l'orizzonte), ma il vigore della domanda interna contribuisce a una crescita più equilibrata, e quindi meno vulnerabile alle fluttuazioni delle esportazioni. Salvo shock esterni, secondo le stime della BAS nel 2003 la crescita regionale dovrebbe raggiungere il 6,2 %. Malgrado le incertezze dovute al ruolo importante delle esportazioni nella loro crescita, il risanamento delle economie asiatiche - sullo sfondo delle malversazioni che stanno sconvolgendo il modello di capitalismo rappresentato dagli Stati Uniti (vicende Enron, WorldCom, Merrill Lynch, Xerox...) - stimola a interrogarsi sulle «certezze» veicolate dal discorso liberale oltranzista che domina l'analisi economica, e che non ha risparmiato le sue lezioni a questa parte del mondo. Oggi, il «verme nella mela» si trova non nelle opache propaggini di un capitalismo detto «asiatico», ma nel centro stesso del sistema: a Wall Street. Siamo di fronte a un incidente di percorso, oppure a una crisi rivelatrice dei traviamenti cui conduce la supremazia di mercati finanziari che hanno fatto del rialzo dei corsi una creazione di valore? Comunque sia, la crisi di fiducia apertasi negli Stati Uniti - che si trovano oggi nella stessa condizione in cui versavano i paesi asiatici cinque anni fa, quando si trattava di «rimetterli al loro posto» - intacca seriamente la credibilità dei «visionari» del mercato: e non soltanto in materia di gestione dei portafogli, ma anche in termini di analisi economiche. Da cinque anni a questa parte, le crisi dell'Asia orientale hanno infatti dato luogo a un florilegio di giudizi tanto allarmisti quanto scollegati dalle realtà economiche di questi paesi. Non c'è dubbio che nella genesi delle crisi asiatiche abbiano giocato cause specifiche di determinate modalità di sviluppo. Le loro manchevolezze erano note, ma fino alla metà degli anni Novanta chi le denunciava era considerato uno sciagurato guastafeste dai finanzieri internazionali (i quali, occorre ricordarlo, all'epoca accettavano senza fare una piega le dittature e il «capitalismo clientelare»). Questi difetti furono d'altronde soltanto uno degli elementi delle crisi: secondo Kenneth Courtis, vicepresidente di Goldman Sachs Asia, il vero fattore scatenante fu il brutale apprezzamento del dollaro in rapporto allo yen deciso a metà degli anni Novanta da Tokyo e Washington, che in questo modo rovesciarono l'equilibrio dei cambi uscito dagli accordi del Plaza di dieci anni prima. In una situazione in cui le valute asiatiche erano soggette all'egemonia del dollaro, sottolinea Courtis, il rialzo della divisa americana colpì in pieno paesi le cui basi finanziarie erano fragili, rendendo la crisi inevitabile. In altri termini, non furono tanto i mali del «capitalismo asiatico» quanto la politica delle due potenze del Pacifico a provocare crisi che ben pochi finanzieri avevano saputo prevedere (a cominciare dagli esperti del Fondo Monetario Internazionale). La crescita del commercio interregionale e della domanda interna, e l'introduzione di riforme drastiche del sistema bancario - che soprattutto nella Corea del Sud sono andate di pari passo con i progressi della democratizzazione - hanno permesso lo spettacolare risanamento delle economie asiatiche, favorito nel 1999-2000 da una congiuntura mondiale eccezionale. Certo, molto lavoro di bonifica è ancora necessario per liberare l'orizzonte dal peso di una massa di debiti inesigibili, ma nell'insieme le economie asiatiche sono ripartite. Il grande malato della regione rimane il Giappone, che comincia a uscire dai suoi guai, ma è vulnerabile all'instabilità dei mercati finanziari e al deprezzamento del dollaro. Anche nel suo caso, che cosa non si è scritto! Al principio dell'anno, «bomba finanziaria a scoppio ritardato», l'arcipelago si avviava a diventare una seconda Argentina... Certo, il peggio non è mai escluso. Un crollo del mercato obbligazionario causato dall'espansione del deficit pubblico e da tassi d'interessi artificialmente bassi è uno scenario plausibile; e in giugno, in nome dell'ortodossia finanziaria, l'agenzia di valutazione Moody ha classificato i titoli del debito pubblico della seconda potenza economica mondiale allo stesso livello di quelli del Botswana... In un periodo caratterizzato da un'elevata volatilità, l'indebitamento pubblico giapponese (pari al 130% del PIL), combinato con i crediti in sofferenza delle banche, costituisce un pericolo. E se si verificasse un crollo in Giappone, i suoi effetti si farebbero sentire nell'intero pianeta. Rimane tuttavia vero che l'arcipelago dispone di 420 miliardi di dollari di riserve e di 1000 miliardi di dollari in investimenti all'estero. Quanto al debito pubblico, esso è per il 95 % in mano ai suoi abitanti, i cui risparmi sono pari a 11.000 miliardi di dollari, ossia a un terzo del totale mondiale. In teoria, il rischio esiste. In pratica, è modesto, anche se c'è il problema del peso su un sistema economico di un indebitamento prolungato nel tempo. In contrasto con le speculazioni allarmistiche degli analisti finanziari, il settimanale americano Business Week scriveva recentemente: «Relax: Japan won't bring on financial Armageddon» («Tranquilli: il Giappone non provocherà un'apocalisse finanziaria»). A chi credere? Giacché tra l'imminente tracollo finanziario fragorosamente annunciato al principio dell'anno e la situazione presente i problemi di fondo non sono cambiati... Il Giappone ha avviato la trasformazione del suo capitalismo corporativo, inadatto alla globalizzazione. Si tratta di riforme reali e profonde, anche se possono talvolta apparire titubanti. Ma ciò serve forse a evitare troppi danni sociali: un'accelerazione della contabilizzazione dei debiti inesigibili e delle privatizzazioni provocherebbe un aumento dei fallimenti e della disoccupazione, ed è lecito domandarsi se il gioco vale la candela. Più preoccupante della lentezza con cui il Giappone si muove, è il fatto che esso sembri navigare a vista. Al deficit di comunicazione che esaspera gli investitori stranieri si accompagna una più grave assenza di orientamento. I dirigenti nipponici fanno delle riforme, ma senza aprire un dibattito sul tipo di società cui queste riforme conducono. Riattivare la crescita non basta, se la crescita mira unicamente a massimizzare i profitti. Essa costituisce un obiettivo valido soltanto se è messa al servizio del benessere della maggioranza, e se non ha l'effetto di accentuare le diseguaglianze e di penalizzare i più deboli. In altri termini, il Giappone si trova di fronte a una scelta in materia di modelli sociali che non viene illustrata all'opinione pubblica. Esso si mostra riluttante a seguire il modello di un capitalismo all'americana, ma rimane troppo pragmatico, o troppo introverso, per formulare una soluzione di ricambio. È qui la sua vera debolezza: una carenza che pregiudica il suo ruolo di grande potenza economica mondiale. Il risanamento delle economie asiatiche cinque anni dopo che erano state date per spacciate, e la crisi, per il momento senza fratture sociali, attraversata dal Giappone, il cui capitalismo non è alla fin fine più «sporco» di altri (né meno efficiente in certi settori), dovrebbero incitare a un maggiore equilibrio nelle analisi, che tendono a passare un po' troppo disinvoltamente da un'eccessiva euforia a un catastrofismo altrettanto fuori bersaglio. 


Copyright Le Monde traduzione a cura del Gruppo LOGOS

La Stampa
3/9/2002


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