La crisi dell'economia e le colpe della politica

PAOLO SYLOS LABINI 


SU REPUBBLICA del 4 agosto Eugenio Scalfari scrive: "La categoria più strapazzata più smentita dai fatti e più sfiduciata dalla pubblica opinione da due anni in qua risulta essere quella degli economisti, degli analisti finanziari, degli esperti. Peggio dei politici, che è tutto dire".
Non intendo difendere la categoria degli economisti alla quale appartengo, ma mi propongo d´aiutare a discriminare, poiché d´ipotesi previsive in economia non si può fare a meno. In primo luogo suggerisco di non fidarsi degli economisti che sono al servizio o che s´attendono favori da qualche "principe". Occorre poi tenere ben presente - è umano - che di norma s´attribuisce più importanza a breve che a lungo periodo. Infine, anche gli economisti più onesti tendono a valorizzare il roseo rispetto al nero, perché il mestiere di profeta di sventure non è gradevole.
Due esperienze personali. Nell´ottobre dell´87 ci fu un tonfo alla Borsa di New York. Guido Carli, banchiere centrale ed economista di vaglia, scrisse un articolo pessimista su Repubblica; alcuni economisti avevano rievocato lo spettro della grande depressione, iniziata nel '29. A caldo inviai a Repubblica un articolo in cui criticavo Carli. Difatti la recessione restò confinata nell´ambito finanziario e durò pochi mesi: non sono un pessimista di professione.
La seconda esperienza si ricollega agli studi compiuti molto tempo fa. Da almeno due anni son preoccupato sulle prospettive internazionali e ho espresso le mie preoccupazioni in un articolo (Repubblica, luglio 2001), in polemica con le previsioni "rosee" del primo Dpef di Tremonti; infine, in termini stringati ma non telegrafici nella relazione che ho presentato il 29 aprile 2002 al convegno della Cgil "Congiuntura internazionale e prospettive dell´economia italiana". Nella relazione illustravo i motivi delle mie preoccupazioni; non cercavo d´addolcire la pillola: "Un medico coscienzioso - scrivevo - se si rende conto che sussistono rischi anche gravi deve dirlo al paziente; non può tacerli per non spaventarlo".
Donde veniva questa mia "lungimiranza" che come ho detto precede la mia relazione d´aprile? Da uno straordinario acume? No, dopo la seconda guerra avevo studiato, ad Harvard, con Joseph Schumpeter, autore di un´affascinante teoria sulle innovazioni e sullo sviluppo ciclico. Tuttavia la sua spiegazione della grande depressione del '29-´39 da lui esposta nel suo "Trattato sui cicli" non mi sembrò soddisfacente e nell´81 proposi, in inglese, un´interpretazione che diversi economisti giudicarono sconcertante, perché si poneva contro la tradizione che risale ai classici, secondo cui all´origine delle crisi troviamo il difetto e non l´eccesso dei profitti. Sostenevo infatti che i profitti erano divenuti eccessivi e che ciò andava visto nel quadro di un violento spostamento (5 o 6 punti) a danno dei redditi da lavoro dipendente e indipendente: ciò frenava la domanda di beni di consumo e, indirettamente, anche gli investimenti reali - la crescita degli investimenti finanziari era spinta soprattutto dai profitti. Attribuivo quello spostamento all´azione congiunta di grandi innovazioni, come l´elettricità, il petrolio e l´auto, che avevano portato molto in alto le aspettative di profitto, e a certi mutamenti nelle forme di mercato. Le mie riflessioni di oltre vent´anni fa e la constatazione che oggi negli Usa sono presenti alcune caratteristiche osservabili prima della grande depressione - specialmente il violento spostamento delle quote distributive, il peso dei debiti delle imprese e delle banche, la prolungata speculazione in Borsa.
I debiti hanno assunto un peso che in un´economia non più in crescita è divenuto insopportabile. A quale livello debbono scendere per divenire sopportabili?
È da esaminare il rapporto fra debiti e mezzi propri (la parola inglese è leverage). Come ben si comprende, sono i debiti a lungo termine - "immobilizzi" - quelli che creano le più gravi difficoltà. Nell´87 prevalevano i debiti di breve durata delle imprese e degli operatori di Borsa verso le banche e per questo Greenspan ebbe buon gioco, con gigantesche iniezioni giornaliere di liquidità, a circoscrivere la crisi nell´ambito finanziario.
Debiti: in primo luogo c´è quello estero, sul quale tornerò. C´è poi quello interno, delle famiglie, che addirittura ha nettamente superato il valore del reddito disponibile. C´è anche quello interno, delle imprese, che ha superato i livelli già alti del '90. In Europa e in particolare in Italia - come avverte Pierluigi Ciocca vicedirettore della Banca d´Italia - non è patologicamente alto, negli Usa invece lo è; ma l´economia americana è la locomotiva del mondo. Il peso diviene insopportabile quando la congiuntura diviene negativa: in queste condizioni famiglie e imprese trovano sempre più difficile pagare i debiti che vengono a scadenza e anzi spesso s´indebitano ulteriormente, non per far acquisti di beni di consumo o di macchinari, ma per evitare il fallimento.
Di recente hanno avviato un´analisi di questo tipo economisti come Godley, Galbaraith, Krugman. Come mai i due pesanti fardelli dei debiti delle famiglie e delle imprese non hanno impedito la crescita fino al tempo recente dei consumi e degli investimenti? Si può rispondere richiamando la politica monetaria fin troppo liberale adottata da Greenspan, specialmente per case e auto, al fine di rinviare e attenuare la resa dei conti, che pur vedeva avvicinarsi; inoltre i falsi in bilancio e gli altri colossali imbrogli hanno a lungo sostenuto aspettative troppo ottimistiche sull´economia Usa.
Per contrastare la recessione Bush ha già accresciuto la spesa pubblica, specialmente quella militare, dando un calcio alla sua ideologia liberista e antikeynesiana. In un´intervista all´Espresso Samuelson è convinto che Bush sarà costretto ad andare molto più avanti su questa linea. Samuelson dimentica però che una forte espansione della domanda farebbe crescere ulteriormente il già insopportabile disavanzo commerciale.
Il governo americano non può far molto per provocare una svalutazione del dollaro capace di riequilibrare i conti con l´estero. Greenspan può favorirla, con un´adeguata politica della moneta e dell´interesse. Godley pensa che occorra, nella migliore delle ipotesi, una svalutazione minima del 25-30%. Ma il prezzo per le esportazioni europee, cominciando da quelle tedesche, sarebbe enorme.
Resta un´azione concordata fra i paesi industrializzati per pilotare la svalutazione del dollaro, secondo il modello dell´Accordo del Plaza della metà degli Anni '80; in più occorre un´azione volta ad allargare reciprocamente i mercati dei paesi industrializzati attraverso una reflazione generalizzata che coinvolga governi e Banca centrale. Ma oggi è assai difficile realizzare un simile accordo. L´Italia, che pure potrebbe farsi promotrice d´una tale strategia, ha al vertice, purtroppo, Berlusconi, Tremonti e Bossi, da cui non c´è da aspettarsi nessuna iniziativa valida.
A rigore la via d´uscita consiste in una vigorosa reflazione concordata fra Usa, Canada, Ue, Regno Unito e Giappone, raccomandata dall´amico Godley (è un bravo economista perché ama la musica); sembra l´unica via d´uscita, anche tenendo conto dell´inerzia giapponese e delle crisi nell´America Latina. La reflazione internazionale deve fondarsi su una catena di trattati commerciali complementari, reciprocamente vantaggiosi. Ma nelle condizioni attuali, con Bush preoccupato di non perdere la maggioranza al Congresso e quindi disposto a scatenare una guerra con l´Iraq, forse pensando anche agli effetti keynesiani di nuove cospicue spese militari, c´è poco da stare allegri: l´Iraq - a parte ogni valutazione politica - farebbe schizzare il prezzo del petrolio con effetti tremendi su una congiuntura già disastrosa. Deus amentat quos vult perdere.
Bisogna riconoscere che oggi è in gioco molto di più che un miglior funzionamento del capitalismo. È in gioco la sua stessa immagine. E qui non bastano i tanto bistrattati economisti di cui parla Scalfari. Debbono riflettere intellettuali d´assai più ampie vedute. 

la Repubblica
22 agosto 2002


Deregolazione e sregolatezza:il turbocapitalismo incontrollato

L'economia mondiale è rimasta senza un re

di Giorgio Ruffolo

"Vogliamo arrivare a colpire gli speculatori azionari…quelli che fanno affari comprando e vendendo azioni non per conservarle in virtù della loro capacità di produrre un reddito ma per vivere sui profitti generati dalla compravendita". La focosa giovane deputata che pronunciò queste parole nel Parlamento inglese durante il dibattito sulla legge finanziaria, nel 1961, si chiamava Margaret Thatcher. Poco meno di venti anni dopo, fu proprio lei, insieme con il suo partner d'oltre Atlantico, Ronald Reagan, a scatenare, con la deregolazione dei movimenti di capitale, la più vasta e formidabile stagione speculativa di tutta la storia.
La deregolazione, e cioè la libera circolazione dei capitali, concluse lo smantellamento del sistema del capitalismo controllato, il sistema di Bretton Woods: uno smantellamento intrapreso all'inizio degli anni settanta da Nixon con l'abbandono dell'ancoraggio del dollaro all'oro e del sistema dei cambi fissi.
Cambi flessibili e libertà dei capitali hanno segnato, insieme con la rivoluzione informatica, l'avvento del turbocapitalismo, come lo ha chiamato Luttwack. Un capitalismo incontrollato, nel quale siamo oggi immersi, fino al collo. Un capitalismo privo di ancoraggi obiettivi, come l'oro: o meglio ancorato a una economia dominante, quella americana, che a sua volta è ancorata a sé stessa, alle sue aspettative. E dunque, eminentemente speculativa. I risultati di questa economia dipendono in larga misura dalle previsioni dei risultati stessi. Proprio come il concorso di bellezza citato da Keynes: se si tratta di indovinare le dieci ragazze più belle, ciascuno dei partecipanti al concorso non sceglierà quelle che a lui sembrano le più belle, ma quelle che crede sembreranno più belle a tutti gli altri. L'economia è entrata in un gioco di specchi. Il grande speculatore Soros, che un po' se ne intende, lo chiama "riflessività": una condizione particolarmente cangiante, fluida, eterea, di incertezza ansiosa. Marx l'aveva genialmente anticipata, quando scrisse sul Manifesto, a proposito delle turbolenze del capitalismo: "tutto ciò che è solido si disperde nell'aria". 
A dire la verità,da questa deregolazione ci era stato promesso di meglio. Milton Friedman e i ragazzi di Chicago avevano salutato l'avvento dei cambi flessibili come un'era di equilibrio degli scambi e di stabilità dei cambi. E avevano salutato la deregolazione dei movimenti di capitale, la globalizzazione finanziaria, come un'era di massima efficienza nella distribuzione del risparmio.
Che ne è dell'equilibrio e della stabilità? Da Nixon in poi, abbiamo avuto centoventi crisi finanziarie e monetarie, alcune delle quali, in Sud America e in Asia, rovinose. Dall'Argentina ieri, dall'Uruguay oggi (dal Brasile domani?) ci giungono le immagini di banche serrate, di folle in tumulto, di governi in bilico. Il meno che si possa dire è che l'autoregolazione dei mercati valutari sta solo nella testa di Friedman e dei suoi boys. Il centralino del Fondo Monetario squilla quasi in continuazione. E talora ci si può chiedere, come si è chiesto Stiglitz, se i pompieri non abbiano contribuito ad attizzare il fuoco; e se il loro intervento, in più di un caso, non abbia avuto l'effetto di mutare un disastro in una catastrofe.
E che ne è dell'efficienza ottimale dell'allocazione del risparmio mondiale? Come diceva qualche anno fa l'economista americano di origine indiana, Jagdish Bhagwati, nessuno è stato in grado, finora, di fare un bilancio serio dei flussi e dei riflussi di capitale provocati dalla globalizzazione finanziaria: dei benefici delle piene e dei disastri delle secche. nei cosiddetti paesi emergenti. Né sembra che sia una grande prova di efficienza allocativa il fatto che la più ricca economia del mondo, quella americana, sia indebitata per un quarto del suo prodotto nazionale con il resto del mondo, realizzando così il più paradossale sistema di "finanziamento dei ricchi" della storia, dall'impero romano ad oggi.
Oh Dio, ad essere un po' cinici si potrebbe dire: gli americani se lo meritano perché hanno l'economia più efficiente: anzi, hanno inventato la "nuova economia", una formidabile concentrazione di intelligenza al servizio della produzione. E dunque, è meglio che i risparmi vadano dove producono più profitti, pazienza per gli africani che un giorno comunque potrebbero essere compensati: in questa o in un'altra vita. Ma neppure questo è vero. Primo, che gli americani siano più efficienti, per esempio, dei giapponesi, è tutto da dimostrare. Secondo, la loro superiorità è solo in parte frutto della loro produttività, mentre è soprattutto dovuta alla loro posizione finanziaria dominante. Ora: quanto deve, questa posizione dominante, alla economia reale, vecchia o nuova che sia; e quanto a quella formidabile ondata di speculazione collettiva che ha sostenuto per più di un decennio le quotazioni delle imprese americane a un livello molte volte superiore a quello del loro valore reale, misurato dai loro reali profitti?
In questi ultimi dieci anni siamo stati gratificati di una sterminata serie di prediche sulle virtù del modello americano: sulla flessibilità, sulla visibilità, sulla competitività, altro che la vecchia Europa artritica, anchilosata! Ora che la "bolla" finanziaria di Wall Street si sta sgonfiando, come tutte le bolle della storia, da quella dei tulipani a quella dei mari del Sud, a quella dei ruggenti anni di Fitzgerald, quando Groucho Marx comprava titoli bendato, tanto tutto saliva: ora che vengono alla luce molte magagne, bisognerebbe che questi apostoli si domandassero con qualche salutare resipiscenza, quanta aria ci fosse in quel modello. Quante lucciole abbiano preso, in tutti questi anni, per lanterne. Se in America, soprattutto, non si sia andati così avanti, nella deregolazione, da rendere del tutto incontrollabile il sistema economico; se si sia andati tanto avanti, nella mercatizzazione, da renderlo autoreferenziale,trasformando la deregolazione in sregolatezza.
Francamente, prendersela, per gli scandali che si susseguono, con un pugno di grandi condottieri che hanno truccato i conti sembra ingeneroso in una economia che è vissuta per tanto tempo, tutta, sulla menzogna di valori impossibili, ingannando sé stessa. Che cosa hanno fatto quei capri espiatori (ammesso che espiino qualche cosa) se non prendere sul serio le capacità creative illimitate di trarre ricchezza dai titoli rappresentativi di quella ricchezza, vendendoli e comprandoli; e poi da altri titoli rappresentativi di quelli, e così via, in una catena di Sant'Antonio che ha finito per avvolgerli come i serpenti del dio irato ? Che cosa hanno fatto se non adeguarsi al credo collettivo fondato sui "valori" dell'avidità, dell'aggressività, del successo, di cui erano diventati testimoni e sacerdoti supremi, supremamente ammirati e invidiati? Quando i venditori della Salomon Brothers si vantavano di "strappare la pelle" ai propri clienti? Quando i predatori dell'insider trading, come quel Boesky, vittorioso scalatore di grandi corporations, arringava le platee di yuppies entusiasti annunciando che "l'avidità è salute. Siate avidi senza sentirvi in colpa". E il Presidente degli Stati Uniti, così scandalizzato e indignato, oggi, da quale mondo viene? 
"Quando lo sviluppo del capitalismo di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò da gioco, è probabile che ci sia qualcosa che non va bene". Oggi, questo monito keynesiano non si applica solo all'America, ma a tutto il mondo del capitalismo globalizzato. E' il capitalismo che volteggia senza rete sui grafici dei suoi mercati. Non sarebbe venuto il momento di un "rientro morale", come lo chiamava Fred Hirsch? Il quale, da buon inglese pragmatico, aggiungeva subito di non pretendere una rapida conversione della natura umana. Non che tutti diventassero morali, ma che si comportassero "come se lo fossero", perché senza una disciplina etica non c'è società, e non c'è neppure mercato. Per questo, non occorrono prediche, occorrono regole. Regole politiche, ispirate a valori etici. Occorre che dal piedistallo dei valori siano fatti scendere l'avidità e l'aggressività e ristabilito il primato etico della cooperazione e della solidarietà. Occorre stabilire un nuovo equilibrio tra il mercato e la società, sull'esempio di quello che i liberali e i socialisti riformisti costruirono nel secolo scorso, con il New Deal e il Welfare State: ma questa volta, a livello di un nuovo ordine mondiale. Un equilibrio nel quale mercato e imprese ridiventino sottosistemi della più vasta comunità sociale. 
Il sistema capitalistico, che ha trionfato della sfida comunista, si trova ora solo di fronte a sé stesso. La globalizzazione dei mercati e le nuove tecnologie gli imprimono una forza immensa. La deregolazione minaccia di precipitarlo in una nuova crisi sistemica, del tipo di quella degli anni venti. Da quella fu salvato dal riformismo liberalsocialista. Una nuova coalizione delle forze riformiste sarebbe necessaria, oggi, per "salvare il capitalismo", per la seconda volta. Per inserire quella forza nella robusta cornice di una società solidale, non statalistica. Il riformismo moderno ha nel mercato uno strumento poderoso di libertà e di prosperità, non un ente imperscrutabile cui delegare il progetto umano. Abbiamo da tempo riconosciuto di non pretendere la nostra bistecca dalla benevolenza del macellaio. Ma non dobbiamo neppure rassegnarci a lasciargli in mano il governo.

la Repubblica
12 agosto 2002


Il capitalismo gigante malato

di Paolo Sylos Labini

Fino a non molti anni fa la sinistra aveva ambizioni grandiose. Una parte, soprattutto quella influenzata da Marx, intendeva, sia pure in tempi lunghi, abbattere il capitalismo e fare la rivoluzione, addirittura a livello mondiale. Un’altra parte voleva invece riforme radicali - riforme «di struttura». I semplici riformisti gradualisti erano guardati con tenerezza e quasi con compassione. Oggi sembra che tutti i progetti ambiziosi siano stati abbandonati e che gli Stati Uniti siano diventati il modello da seguire, col loro liberismo primitivo - e contraddittorio. Dalla megalomania alla micromania: un bel tonfo! 
Molti si dichiarano riformisti senza spiegare però il significato del termine. Sembra che sia entrata in ibernazione anche quella che a molti era apparsa come la questione centrale del riformismo e cioè la questione della democrazia industriale e, in particolare, della cogestione delle imprese.
Questo non è vero solo per la sinistra (James Meade può essere annoverato fra i liberalsocialisti); è vero anche per il centro - almeno per il centro cattolico - e per la desta liberaldemocratica. Certo, le formule sono varie; ma la questione di fondo è quella, l’unica che può aiutare a superare la contrapposizione fra capitale e lavoro. 
Dopo nove anni di crescita, sia pure a velocità non uniforme, l’economia americana - la locomotiva dell’economia mondiale - è entrata in una fase di recessione. Nove anni sono molti; la Grande depressione, che iniziò nel 1929, fu preceduta da una crescita durata pure a lungo anche se non così a lungo - sette anni.
Ogni fase espansiva dell’economia è trascinata da industrie che s’innovano e che ottengono extra-profitti determinando una spirale positiva negli investimenti e nei consumi aggregati - negli anni Venti troviamo le imprese di pubblica utilità, a cominciare da quelle dell’elettricità, e l’automobile; oggi troviamo le nuove tecnologie spinte dell’informatica. Ogni volta, anche durante le espansioni di più breve durata, si innesca una speculazione di borsa, che ad un certo punto, come si suol dire, va oltre il segno. Questa volta negli Stati Uniti gli eccessi speculativi sono stati accompagnati, e poi aggravati negli effetti negativi, da imbrogli colossali e da falsi in bilancio compiuti dai manager di grandi imprese, che spesso hanno avuto complici grandi società di testificazione: l’intento era di occultare le perdite, sperando per il meglio; ma il meglio poi non è venuto. Quando le perdite sono emerse ci sono stati massicci licenziamenti e, quel che è peggio, è risultato che i principali manager, sapendo prima degli altri che la nave stava per affondare, si sono salvati in tempo, attribuendosi assai cospicue prebende. Hanno gravemente sofferto e tuttora soffrono i risparmiatori piccoli e medi - alcuni anche assai facoltosi - e i dipendenti licenziati. Tutto ciò negli Stati Uniti ha suscitato indignazione, spesso genuina, a volte ipocrita; tutto ciò ci deve indurre a riconsiderare le vie per riformare il capitalismo industriale. La rapacità e l’avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo. Non solo la vita economica, ma l’intera vita sociale risulta inquinata. 
È chiaro che le progettate riforme delle società di certificazione e degli organi di controllo non bastano. Occorre tornare a riflettere sulla cogestione, ricordandoci che si configura in varie forme e che per una sua attuazione che entri in profondità e raggiunga un’estensione socialmente significativa occorrono tempi lunghi, poiché la gradualità è indispensabile.
Può la cogestione ridurre drasticamente gli abusi dei grandi manager?
Sì, per motivi evidenti: la cogestione evita il diaframma fra lavoratori e consiglio di amministrazione - i lavoratori stessi contribuiscono ad amministrare l’impresa e in tal modo gli abusi diventano ardui. In tutto ciò i meccanismi di mercato restano intatti. 
La cogestione crea le premesse per stabilizzare ad alto livello l’occupazione - spingendo la quota dei disoccupati a livello di attrito - per Meade, come anche per Weitzmann, un economista americano che più di recente ha elaborato proposte di partecipazione, in via complementare occorrono misure per stabilizzare anche il reddito dei lavoratori. 
Dunque, fra gli effetti positivi della cogestione, due hanno particolare rilievo: la drastica riduzione degli abusi dei manager e la riduzione al minimo delle fluttuazioni dell’occupazione dipendente. 
Con la cogestione diviene necessaria una riforma generale del mercato del lavoro, a cominciare dalle regole sui licenziamenti, come mette in evidenza, in una nota breve e acuta apparsa nel numero di giugno 2002 della rivista «Aprile», Pier Luigi Sorti. L’autore richiama l’articolo 46 della nostra Costituzione, che riguarda il principio della cogestione, e ricorda che oramai non è lontana l’approvazione di una legislazione che stabilisce l’applicabilità a tutta l’Unione europea di tale principio. Aggiunge poi: «La non subalternità del lavoro - rispetto al capitale è un principio che ha trovato cittadinanza piena nella tradizione liberale, in quella sociale cattolica (almeno dalla «Centesimus annus» in poi) e nella sinistra, che lo ha sempre considerato il paradigma principe della sua analisi economica e sociale».
La cogestione riguarda le imprese relativamente grandi, organizzate come società per azioni. Forme particolari di cogestione sono concepibili per le imprese medie, che spesso sono le più dinamiche. Per le imprese piccole e molto piccole, che in Italia prevalgono, la cogestione, per così dire, è nelle cose: in un’impresa formata da dieci persone tutti i lavoratori partecipano in qualche modo a tutte le decisioni. In tali imprese lo stesso concetto marxista di «lotta di classe» sembra difficile da utilizzare; anzi, usarlo può apparire perfino ridicolo. Per le piccole imprese si tratterà d’introdurre norme capaci di rendere più certi i rapporti. In queste imprese diviene essenziale il sostegno fornito da distretti bene attrezzati, in primo luogo per la ricerca applicata e poi per semplificare al massimo gli adempimenti amministrativi e fiscali delle imprese - occorre creare in ogni distretto uno sportello «attivo», che si assuma tutte le incombenze burocratiche, in modo da lasciare ogni impresa alle prese col solo «mercato», ossia coi concorrenti e coi consumatori. Se le grandi società per azioni hanno certi vantaggi sotto l’aspetto organizzativo e sotto l’aspetto della ricerca e delle innovazioni tecnologiche, le imprese medie e piccole, nelle quali la personalità dell’imprenditore conta, spesso rappresentano il capitalismo dal volto umano; le grandi imprese possono rientrare in questa categoria attraverso la cogestione.
La ricerca applicata deve assumere un ruolo di rilievo in tutte le imprese - quella di base spetta all’Università e ad enti pubblici. La ricerca può contribuire in modo decisivo a porre fine al problema dell’alienazione che, in configurazioni diverse, ha accompagnato tutta l’evoluzione del capitalismo, caratterizzato, come finora è stato, dalla contrapposizione fra lavoro di direzione e di gestione da un lato e lavoro esecutivo dall’altro. La via maestra per superare tale contrapposizione sta nella cogestione e in uno spazio crescente lasciato alla ricerca applicata, che dovrebbe promuovere nei modo più diversi la partecipazione dei lavoratori all’introduzione di nuove tecnologie, stimolando l’«apprendimento attraverso il fare» (learning by doing) e organizzando seminari periodici aperti a tutti i lavoratori. Percorrere questa via significa, fra l’altro, moltiplicare progressivamente le mansioni gratificanti e quindi non alienanti. 
L’alienazione, messa già in evidenza critica da Smith ben prima di Marx, ha finora contrassegnato il capitalismo. In prospettiva, la fine dell’alienazione può significare la fine del capitalismo così come lo abbiamo finora conosciuto. 

l'Unità
25.07.2002


IL COMMISSARIO EUROPEO PER IL COMMERCIO ESTERO E NEGOZIATORE AL WTO 

Lamy: l´America usa due pesi e due misure 
«Paladina del libero mercato all´estero, protezionista in casa» 



BRUXELLES. A Gand, un´ora da Bruxelles, nel cuore dell´acciaio europeo per mostrare che l´Europa è presente, pronta a difendere la sua industria di punta dagli attacchi americani. In maniche di camicia, con l´elmetto in testa, promette agli operai di Sidmar - gruppo Arcelor, interamente europeo e leader mondiale dell´acciaio che non devono preoccuparsi, perchè questa volta l´Europa unita dei Quindici farà sentire il suo peso. Agli americani dice di guardare l´esempio di un´impresa come Sidmar, ristrutturata vent´anni fa con gli sforzi del contribuente europeo, oggi aperta ai mercati globali con il 10% delle esportazioni verso gli USA, minacciate adesso dai nuovi dazi imposti da Bush. «Vedete che si può modernizzare la siderurgia senza proteggere il mercato nazionale?». Infaticabile e determinato Pascal Lamy è commissario per il Commercio estero, negoziatore al WTO per tutti i paesi europei. 


Il presidente Bush, al suo arrivo a Berlino ha relativizzato i conflitti commerciali con l´Europa considerandoli come una parte del «corso normale degli affari» tra due alleati e auspicando che tutto si risolva all´interno del WTO senza ritorsioni anticipate degli europei. Che ne pensa?

«Sono d´accordo con Bush che i conflitti con gli Stati Uniti riguardano solo una piccola parte delle nostre relazioni commerciali transatlantiche. Ma nei casi come l´acciaio c´è un problema. Gli Stati Uniti sono il più grosso elefante commerciale del mondo e il segnale che stanno mandando non è buono: "gli altri devono liberalizzare, il liberalismo è buono per gli altri, ma non per noi". In Europa facendo dieci, vent´anni fa le riforme necessarie abbiamo dimostrato che si possono fare dei profitti senza bisogno di protezione tariffaria: è un problema di modernizzazione, non di protezione del mercato» 

E le ritorsioni europee?

«Stiamo negoziando con gli Usa delle misure compensatorie (abbassare dazi in altri settori, ndr); ma se il negoziato non andrà in porto entro il 18 giugno allora applicheremo delle contro misure» 

La lista è già pronta?

«L´abbiamo discussa con gli Stati membri, alcuni dei quali erano più scettici all´idea di esasperare il conflitto con gli Stati Uniti. Il 7 maggio siamo arrivati comunque a un accordo unanime su un aumento dei dazi europei per i prodotti siderurgici, tessili e d´abbigliamento e su alcuni beni alimentari, come il riso o i succhi di frutta. Il punto comune di tutti questi prodotti è che provengono da quegli Stati dove la vittoria di Bush è stata più incerta. Ora la lista è depositata all´Organizzazione mondiale del Commercio che nel 2003 emetterà la sentenza di condanna per gli Usa. Non ho dubbi su questa condanna, perchè il WTO può autorizzare una "salvaguardia" soltanto se le importazioni aumentano, ma le importazioni americane sono diminuite dal 1998 del 33%».

Dopo l´aumento dei dazi americani sull´acciaio, avete instaurato un sistema di salvaguardia, per evitare che i paesi che non potranno più esportare negli Usa, riversino in Europa i loro prodotti, approfittando dei prezzi più concorrenziali. Come sta funzionando questo sistema di protezione?

«Il sistema messo in piedi funziona come un air-bag. Oggi non è ancora servito: le importazioni d´acciaio in Europa sono libere quantitativamente e dal punto di vista dei prezzi e delle tariffe. La nostra salvaguardia entra in vigore soltanto se c´è un eccessivo afflusso d´importazioni. Niente a che vedere con la salvaguardia instaurata dagli americani che aumentano i dazi a partire dalla prima tonnellata che entra nel loro mercato. La nostra salvaguardia per il momento non morde, ma ha già avuto un effetto rassicurante per i mercati e per gli operatori. Se rischiamo un eccesso d´importazioni allora l´air-bag si gonfia».

La politica commerciale è una materia comunitaria in cui gli Stati hanno delegato i loro poteri alla Commissione. Avete trovato resistenze da parte degli Stati membri?

«In effetti il commercio estero è un buon esempio di una politica gestita dalla Commissione con l´approvazione e il controllo degli Stati membri. Finora abbiamo discusso della lista di prodotti americani su cui applicare delle ritorsioni. Ma per applicarle occorrerà un voto a maggioranza qualificata del Consiglio Ue. Se i governi bocceranno la mia proposta, allora non se ne farà nulla. Rendere federale una materia non vuol dire toglierla dal controllo dei governi. Questi delegano alla Commissione la gestione e i negoziati, ma la legittimità delle scelte è sempre verificata dal Parlamento, eletto dai cittadini e dal Consiglio dei ministri dell´Unione»

La gestione del commercio è un successo dell´Unione europea così come l´euro e la politica di concorrenza, ma una parte dell´elettorato oggi sembra non capire questi messaggi positivi dell´Europa votando per i movimenti antieuropei. Dove si è inceppata la macchina?

«In realtà dai sondaggi si rivela che sono più le persone scontente di un´Europa incompleta e troppo debole di quelle che deplorano un´Europa troppo forte. In due ambiti l´Europa non fa abbastanza. Il primo riguarda tutte le paure nate dalla globalizzazione e dall'accelerazione della vita che ne consegue, a cui le fasce più deboli non riescono ad adattarsi. Il questo campo l´Europa non si mostra e anzi è vista più come la cinghia di trasmissione delle idee global. Dall´altra parte, secondo me, ci vorrebbe più equilibrio tra la dose europea di liberalizzazione, concorrenza e deregulation e la coesione sociale tra le categorie. Quindi si tratta di un problema politico prima che istituzionale».

Va in questo senso allora il progetto di Romano Prodi sul futuro dell´Unione, preparato per i lavori della Convenzione?

«Il documento della Commissione non è un documento di pura ingegneria istituzionale. Propone di coordinare le politiche economiche, d´immigrazione, di politica estera per una globalizzazione controllata. Se si farà sarà una scelta politica»

Si può conciliare, secondo lei, l´idea di Blair di un Presidente per l´Unione in carica per cinque anni con una Commissione più forte?

«Non siamo ancora arrivati a questa fase del dibattito. Il punto è di sapere se vogliamo un´Europa unita dal punto di vista istituzionale. Oggi la minaccia è che l´Europa esploda con un "mister Pesc" responsabile della politica estera, un "mister Euro" per la moneta unica, un "mister Jai" per la giustizia e gli affari interni e un Presidente del Consiglio in carica per un certo tempo con la rotazione tra i paesi. Cinquant´anni d´esperienza hanno mostrato che il metodo comunitario funziona, quello intergovernativo funziona meno. Quando si comincia a fare sul serio si arriva per forza al comunitario».

In un recente articolo sul New York Times, Tom Friedman ha scritto che il problema degli americani oggi è «di avere un Presidente incapace d´immaginare il mondo», convinto che basta inviare degli uomini in Afghanistan per risolvere la lotta al terrorismo. Condivide quest´opinione?

«Sono d´accordo sul fatto che la risposta al terrorismo non è solo militare. Lo è in parte, ma a un certo punto bisogna affrontare i problemi di povertà, di frustrazione, di diritti dell´uomo e di democrazia». 

La Stampa
27/5/2002


L´ECONOMISTA USA: SUL DEBITO DEI PAESI POVERI BUSH PRENDA ESEMPIO DALLA UE, CANCELLI TUTTO

Stati Uniti, il nuovo male si chiama protezionismo 
L´accusa del Nobel Stiglitz: troppi errori in America Latina, Asia e Russia 

corrispondente da NEW YORK 

Joseph Stiglitz non è una di quelle persone che riesce a stare ferma, tantopiù quando è lui l´ospite più atteso. La colazione in suo onore organizzata dal Council on Foreign Relations per un pugno di invitati inizia in ritardo perché è lui a girare continuamente attorno ai pochi tavoli improvvisando analisi economiche sulla Russia o l´America Latina, quasi stesse parlando con i suoi alunni alla Columbia University. Effervescente, geniale e volentieri controcorrente Stiglitz si è fatto le ossa da economista di razza dentro la Banca Mondiale, di cui fu vicecapo, e poi venne chiamato da Bill Clinton alla Casa Bianca per presiedere il team dei consiglieri economici. Il Nobel in Scienza Economica ricevuto nel 2001 è il fiore all´occhiello di una carriera brillante. Il suo ultimo libro «Globalization and its Discontent» - uscito per i tipi di «W.W. Norton & Company» - proietta il sessantenne premio Nobel nella battaglia per la «globalizzazione dal volto umano». Per Stiglitz «la globalizzazione ha due volti, il successo ed il fallimento» ed entrambi devono essere analizzati. Il successo è «innanzitutto dei Paesi ricchi e poi dell´Estremo Oriente che è riuscito negli ultimi anni a battere la crisi, aumentare la produttività, ed a crescere di più». Ma l´orizzonte del mondo non può fermarsi al Nord del Pianeta nè ai mercati asiatici emergenti. «Anche chi protesta e lamenta di essere più povero oggi di ieri ha ragione da vendere, non è affatto un rivoluzionario nè un cretino». L´esempio più lampante del fallimento per il professore della Columbia University, viene non dall´Africa tanto spesso citata ma dall´America Latina e dalla Russia post-comunista. «In America Latina 25-30 anni fa c´era più prosperità e benessere, oggi la crisi economica è lampante, non solo in Argentina, nonostante che proprio in questo periodo si siano insediati ovunque dei governi democratici». «A chi obietta che l´America Latina è più ricca oggi di quanto non fosse negli anni Ottanta chiedo di guardare in dietro di dieci anni, e di impallidire con me». Anche in Russia dopo il crollo del Muro è arrivata la democrazia «ma il prodotto interno lordo è crollato del 20 per cento». Quali i motivi? Stiglitz tiene prima a precisare che «il passaggio dal comunismo all´economia di mercato è il più drammatico cambiamento economico degli ultimi secoli» ma poi, gesticolando ed a colpi di battute quasi fosse un mediterraneo, accomuna i guai dell´America Latina e della Russia «agli indirizzi operativi di Fondo Monetario, Banca Mondiale ed Organizzazione mondiale del Commercio». «La verità è che il cuore del potere di intervento delle organizzazioni finanziarie internazionali è nelle mani del Fondo Monetario al cui interno un unico Paese ha il diritto di veto su ogni decisione, gli Stati Uniti, e Washington sul piano macroeconomico si muove in maniera differente se la crisi è in casa propria o fuori, nel primo caso il rallentamento viene combattuto con incentivi per l´espansione, nel secondo si chiede agli altri di stringere la corda, tagliare i bilanci, rivedere i conti». E´ questo «strabismo americano» rispetto all´economia mondiale che Siglitz addita al Council on Foreign Relations come il vizio originario delle scelte di Washington, indipendentemente se alla Casa Bianca vi sia un presidente democratico o repubblicano. Anzi con i democratici il premio Nobel è più pungente che nei confronti di George Bush: «Quando nel 1998 l´amministrazione Clinton diede luce verde al Fondo Monetario per l´elargizione di crediti a nove zeri per la Russia sapevamo tutti che servivano solo a tenere in piedi Boris Eltsin e che, un giorno dopo essere arrivati a Mosca, i fondi erano già stati trasferiti sui conti privati di un pugno di burocratici in Svizzera o a Cipro». Chiudere gli occhi di fronte alla corruzione è un brutto vizio di Washington «basta ricordare che per decenni durante la Guerra Fredda abbiamo donato cifre incredibili allo Zaire del despota Mobutu in nome della guerra al comunismo senza curarci mai del fatto che tale montagna di danaro finiva non ai congolesi ma sui conti svizzeri del dittatore». Quando Stiglitz parla di «finanzia etica» vuole dire che principi basilari come difesa della democrazia, lotta alla corruzione ed alla fame, tutela dell´ambiente «devono essere rispettati» non perché giusti in sè ma perché la loro applicazione aiuta le economie dei Paesi poveri a svilupparsi e quindi la globalizzazione ad espandersi e rafforzarsi. Viceversa «ciò che ispira oggi il Fondo Monetario» è un «approccio fondamentalista alle leggi del mercato» che nasce dall´illusione di poter replicare ovunque le ricette applicate negli anni Ottanta da Ronald Reagan in America e da Margaret Thatcher in Gran Bretagna. «E´ proprio questo fondamentalismo che ha portato il Fondo Monetario a prendere quelle decisioni dopo la fine della Guerra Fredda che hanno causato instabilità in America Latina ed in Asia». In forza del «diritto di veto» garantito agli Usa dagli equilibri stabiliti a Bretton Woods nel 1944 solo un´inversione di strategia a Washington potrà spingere il Fondo Monetario su una strada migliore. Ma Stiglitz nel breve termine non è ottimista, guarda alle scelte protezionistiche dell´amministrazione Bush sull´acciaio e l´agricoltura e ne deduce che «stanno preparando un nuovo Accordo per il Libero Commercio, ingiusto perché pensato sulla base del protezionismo americano». La preoccupazione è in primo luogo per l´America Latina, ai cui leader George Bush ha già chiesto di iniziare a studiare un nuovo Trattato, ma guarda anche ai negoziati in atto nell´Organizzazione Mondiale del Commercio. «Questo approccio al libero commercio è figlio della macroeconomia dei due pesi e due misure per Stati Uniti e resto del mondo» borbotta il barbuto professore riscuotendo al primo piano della elegante sede sulla 68a Strada, angolo Park Avenue, molti consensi e quale perplessità. Per rispondere ai dubbi Stiglitz ricorda la guerra dell´avocado: «Eravamo in luna di miele con il Messico e poi scoprimmo che importando gli avocado messicani, assai buoni, ci rimettevano quelli della California e così il giorno del Superbowl gli americani compravano gli avocadi sbagliati, per tutta risposta decidemmo di bandirli in violazione di ogni regola per poi però tornare ad accettarli solo perché i messicani avevano capito la musica, cominciando a sollevare obiezioni sul nostro granturco...». La strada che Stiglitz suggerisce all´America, Paese più ricco del mondo, è ben altra: «La globalizzazione per espandersi ha bisogno di coinvolgere chi oggi non ne ha giovamento, l´America dovrebbe dunque seguire l´esempio dell´Unione Europea ed incominciare a procedere sulla strada della cancellazione dei debito dei Paesi più sottosviluppati e dell´abolizione delle tariffe doganali che impediscono al Terzo Mondo di esportare sui nostri mercati tessili e prodotti agricoli». Parola di Nobel. 
Maurizio Molinari

La Stampa
20/5/2002


Torna l'incubo della recessione

di FEDERICO RAMPINI


CROLLANO le Borse europee, cade il dollaro, i risparmiatori angosciati si rifugiano nell'oro. La strage anti-Usa in Pakistan ha colpito pochi giorni dopo l'arresto di terroristi che contro l'America preparavano la "bomba atomica dei poveri": è distrutta ogni speranza d'aver chiuso la partita con Al Qaeda, l'insicurezza degli Stati Uniti risale rapidamente verso livelli post-11 settembre. E non è solo questo il male oscuro che deprime l'economia. Pesa la sfiducia dei consumatori impoveriti dal lungo calo delle Borse; la fuga degli azionisti scatenata dalla Tangentopoli-Enron; l'incubo di un crack finanziario nelle telecomunicazioni, con giganti come France Télécom e Deutsche Telekom sull'orlo del dissesto.

Ieri, nel venerdì nero partito dalle Borse europee dopo l'attentato in Pakistan, l'America offriva uno spettacolo quasi più inquietante di quello che diede dopo la devastazione delle Twin Towers. Allora il mondo intero dovette ammirare l'unità nazionale, la compattezza della risposta.

Perfino nel comportamento dei consumatori e dei mercati finanziari la reazione fu sorprendente, inattesa ed efficace. Nove mesi dopo quella resistenza è fiaccata. L'economia e i mercati finanziari sono il termometro di un disagio che investe l'intera società americana, e contagia un'Europa incapace di crescere da sola. Le furibonde polemiche tra Cia e Fbi, lo scaricabarile dell'Amministrazione Bush sugli indizi pre-11 settembre ignorati a lungo, hanno turbato la coscienza del paese e intaccato la fiducia degli alleati nell'America. I continui allarmi su attentati imminenti (ultimo quello sulla "bomba nucleare sporca") logorano i nervi senza rafforzare le difese. La strage al consolato Usa in Pakistan ha atterrito le Borse perché è un richiamo brutale al fatto che la superpotenza economica mondiale offre miriadi di bersagli ai terroristi, non solo sul suo territorio nazionale ma in ogni angolo del pianeta.

Wall Street è irriconoscibile rispetto allo scatto di orgoglio di nove mesi fa. Ieri si è chiusa l'undicesima settimana di ribassi su tredici. Le Borse europee, fragili vagoni di coda sempre agganciati alla locomotiva Usa, smentiscono una delle promesse dell'euro: la moneta unica doveva emancipare i mercati finanziari del Vecchio continente, che invece restano sincronizzati sull'andamento americano. "I rischi geopolitici sono un peso tremendo su questo mercato - dice il capo degli investimenti della Deutsche Bank, Leo Grohowski - e ad essi si aggiunge la sfiducia nei profitti annunciati, il problema della trasparenza dei bilanci e la crisi della corporate governance". Aggiunge Sung Won Sohn, chief economist della Wells Fargo: "I consumatori stanno entrando in un processo d'ibernazione".

Questa è la cosa che fa più paura. I consumi delle famiglie rappresentano i due terzi del Pil americano. È grazie alla loro tenuta che l'economia Usa è uscita indenne dall'11 settembre, dopo una recessione breve e moderata nel secondo trimestre 2001. Ora torna un incubo: che quella del 2001 fosse non la "vera" recessione conclusiva del lungo ciclo di crescita degli Anni '90, ma solo un sussulto premonitore. Il calo dell'indice di fiducia dei consumatori Usa, la diminuzione delle spese nei negozi, il calo della produzione: si accumulano indizi che potrebbero segnalare la temuta curva a forma di doppia v: cioè una recessione (2001) seguita da una ripresa effimera, e subito da un'altra caduta della crescita sottozero.

L'economista Paul Krugman disse che il caso Enron poteva fare più danni di Osama Bin Laden, e i fatti potrebbero dargli ragione. Il popolo degli azionisti americani si sente tradito e impoverito da un establishment capitalistico che nella bolla speculativa 1998-2000 ha toccato uno dei punti più bassi della sua storia: manipolazioni dei bilanci, conflitti d'interessi, ruberie private sotto il naso delle autorità di vigilanza e di un sistema politico indulgente. Se le Borse europee crollano più ancora di Wall Street, evidentemente non credono che i problemi di trasparenza e di etica degli affari siano un morbo yankee: il sospetto è che il Vecchio continente sia solo incapace di fare pulizia e che non voglia aprire quell'operazione-verità che negli Stati Uniti è in corso da mesi. Gli eccessi strutturali accumulati nel boom americano degli Anni '90 hanno un corrispettivo europeo: per esempio la montagna di debiti delle telecom, che può provocare frane.

Altro che le dot.com; se falliscono degli operatori telefonici vengono giù i pesi massimi della capitalizzazione borsistica mondiale. Su tutto il sistema pesa poi la madre degli squilibri economici: l'immenso disavanzo esterno degli Stati Uniti che hanno finanziato la loro crescita con il risparmio altrui. La discesa del dollaro, che sembra puntare verso la "quota uno" con l'euro, è il segnale che il resto del mondo non ha più abbastanza fiducia per continuare a puntare le sue carte sul capitalismo americano. Perfino l'incertezza geopolitica e gli attacchi dei terroristi non provocano il vecchio riflesso in favore della moneta-rifugio emessa dalla superpotenza militare. Il paradosso evidente ieri nel venerdì nero delle Borse europee è questo: la fuga dal capitalismo americano non favorisce nessuno, anzi. La fragilità del dollaro renderà più difficili le esportazioni europee, rallenterà la ripresa del Vecchio continente. La Federal Reserve con i tassi ufficiali al minimo storico dell'1,75% è impotente, più di così la politica monetaria non può fare. I mercati globali senza la fiducia nel modello americano hanno perso il centro di gravità.

la Repubblica.it
15 giugno 2002


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