La sfida all'economia Usa

di Giorgio Ruffolo


Nel mese di Marzo 1997 partecipai a un seminario del Fondo monetario internazionale sulle conseguenze che potevano derivare dall'introduzione dell'euro. Fino ad allora il tema non era stato neppure preso in considerazione. Negli Stati Uniti, semplicemente, non ci credevano. Milton Friedman affermò che in vita sua non avrebbe mai visto niente di simile. Lo presero in considerazione piuttosto tardi, e si divisero tra due estremi. 
C'era chi pronosticava (o forse auspicava) un clamoroso fallimento di questa formica di quindici metri (guerre intereuropee, Rudi Dornbush) e c'era chi, invece, si preoccupava delle conseguenze sul dollaro, scorgendovi una minaccia alla sua leadership. Insomma, scettici da una parte, allarmati dall'altra.
Oggi possiamo dire che gli uni e gli altri sbagliavano. Sbagliavano quelli che lo ritenevano impossibile. L'impossibile è avvenuto. Gli storici che approfondiranno questo evento inedito della storia europea ci diranno quanta parte vi abbia avuto serendipità2, l'emergere di fatti non voluti. I promotori pensavano a una Unione monetaria soprattutto tra i due più massimi protagonisti continentali, Francia e Germania. Una specie di franco forte. A furia di rendere più ardue le condizioni di accesso, le trasformarono in un concorso per partecipare alla serie A, con conseguenze psicologiche politiche ed economiche molto punitive per chi restava fuori. Così entrarono quasi tutti. 
Sbagliavano quelli che prevedevano rigetti e disastri. Non c'è stata finora nessuna guerra. Neppure sembra di poterla immaginare. L'invasore è stato accolto con affettuosa curiosità dappertutto. E sbagliavano anche gli allarmisti di sponda opposta. Il dollaro è più che mai in sella, e l'euro non sembra in grado di sfidarlo. 
Appare anzi come un ragazzo un pò gracile accanto al Grande Fratello; dal momento del suo lancio si è svalutato del 30%. Intendiamoci. Niente di eccezionale. Tra il 1980 e il 1985 il marco si svalutò del 61%. E niente di drammatico. Nel breve periodo questo euro debole sembra convenire (ha ragione De Cecco) a Stati Uniti e Europa, ai primi perché rafforza il dollaro, all'Europa perché incoraggia le esportazioni. Ma in prospettiva?Nessuno può fare profezie. Ciò che si può fare è definire un obiettivo desiderabile e analizzare le politiche americana ed europea in relazione a quell'obiettivo. In una risoluzione sulle implicazioni economiche del rapporto tra euro e dollaro il Parlamento europeo affermò con chiarezza che l'obiettivo desiderabile non era un euro forte o un euro debole, ma un euro stabile. E auspicò che a questo obiettivo fossero orientate le politiche delle due grandi aree, nell'ambito di un sistema monetario mondiale cui l'introduzione dell'euro forniva l'occasione di una riforma stabilizzatrice. 
Possiamo chiederci ora se quelle politiche agiscono in questa direzione cooperativa, o no. In breve, mi limiterò a formulare solo i titoli delle questioni che mi sembrano più rilevanti in proposito. Pongo domande più che fornire risposte.
La politica economica americana. Semplificando, abbiamo conosciuto due tipi di mix di politica monetaria e fiscale, dal 1980 a oggi. Con la coppia Reagan-Volcker, fiscale - espansiva, monetaria - restrittiva, con la coppia Clinton-Greenspan, l'inverso.Oggi assistiamo a un nuovo mix. Entrambe le politiche sono decisamente espansive. Politica monetaria: da dicembre 2000 a giugno 2001 abbiamo avuto una riduzione dei tassi di 275 punti base, contro 25 punti in Europa, e continuano a scendere.
Politica fiscale e di bilancio: Clinton aveva portato, accettando la sferza di Greenspan, il bilancio in attivo. Oggi Greenspan sembra in accordo pieno con Bush jr. per una fase di forte espansione della spesa militare (1 miliardo di dollari al giorno, 3% del prodotto nazionale lordo a partire dal 2003) e, contemporaneamente, un grande taglio delle tasse. Altro che Keynes! Nessuna preoccupazione inflazionistica unita a flessibilità del mercato del lavoro.
Una sola vera preoccupazione: sostenere la spesa per i consumi, che supera il risparmio e crea un mostruoso disavanzo esterno. Ma che importa? Finchè Wall street tiene, i capitali affluiscono dall'estero, i risparmiatori giapponesi ed europei finanziano la spesa degli americani, rafforzando il dollaro. Gli Stati Uniti sono come un cliente del Supermarket che fa il pieno del cestello e all'uscita la cassiera gli consegna un assegno per l'importo della sua spesa. Questo è il modello Wall street. Naturalmente, questa politica comporta una scommessa ardita, anzi due.
La prima è che i risparmiatori esteri, particolarmente i giapponesi e gli europei, continuino a finanziare l'America. La seconda è che investitori e consumatori americani incoraggiati da costo denaro facile e politiche fiscali larghe continuino a indebitarsi e a spendere. Vi sono dei rischi di una brusca presa di coscienza. All'indebitamento The Economist ha dedicato un suo studio speciale. Fino a che questo non avviene, la posizione del dollaro resta saldissima.
L'Europa. La debolezza dell'euro è il rovescio della medaglia rispetto alla forza del dollaro. Certo l'euro è stata infatti la grande innovazione europea, ardita e rivoluzionaria. Comunque, è servita finora ottimamente come scudo, proteggendo l'Europa dalle ondate speculative che avrebbero potuto essere innescate dalle perturbazioni del petrolio e dalle crisi finanziarie internazionali. Ma la grandezza di questa innovazione, il suo carattere davvero storico non dovrebbe consistere nelle sue virtù difensive, bensì nell'occasione che essa offre, a un continente in via di unificazione politica, di costituire una grande potenza economica in grado di pareggiare quella del dollaro, e di ricostituire, in partnership con gli Stati Uniti, un nuovo ordine monetario mondiale.
Questa visione non è alla portata del bancario Duisenberg, ma neppure sembra alla portata dei governi europei, in maggioranza ancora nazionalisti e (ma per quanto ancora?) socialisti. Se l'euro resterà una moneta senza stato, finirà per fare, non il partner, ma lo scudiero del dollaro. 
Uno scudiero provvisto di scudo ma non di daga, non impensierisce nessuno. Tutt'al più svolgerebbe un compito simile a quello che il grande Costantino assegnò alla moneta d'argento, il denarius, rispetto a quella d'oro, il solido, nella sua riforma di bimetallismo zoppo. Il solido era legato all'oro, e sostenuto dai prelievi fiscali dell'Impero, in buona moneta d'oro. Il denaro era destinato alle transazioni minori e fluttuava liberamente, cioè si svalutava continuamente rispetto alla moneta d'oro.
Ecco dunque una asimmetria strutturale, organica, tra dollaro ed euro. L'unione monetaria è stata stralciata dal progetto dell'unione politica. Forse nel futuro si riconoscerà che questo arditissimo stralcio ha permesso di rendere stringente e concreta la realizzazione della parte fondamentale e finale del progetto della costruzione europea. Ma c'è anche il rischio che questo salto rimanga a mezz'aria. E a mezz'aria non si resta molto a lungo. Il rischio è che - a seguito di shock che nessuno può escludere, e di quelli asimmetrici in particolare, che colpiscano con intensità differenziata le economie dei paesi dell'Unione - nell'assenza di risorse e strumenti di intervento compensativi e di istituzioni di comando provviste dell'autorità necessaria per impiegarli, i paesi più colpiti si sottraggano alla necessità di pagare essi tutte le conseguenze dello shock, e cioè gli adattamenti strutturali resi necessari, soprattutto nel campo del lavoro e della protezione sociale, e preferiscano riacquistare, costi quel che costi, la loro libertà d'azione. 
A quel punto, non solo il sogno dell'unità politica, ma la stessa realtà del mercato comune unico sarebbe compromessa. Ridurre quella asimmetria è possibile solo se il problema di una politica economica comune entra di pieno diritto nell'agenda delle riforme costituzionali. Il tempo di questo ricongiungimento è venuto, e mi pare non eludibile. L'allargamento dell'Unione lo rende ancor più necessario e pressante. Naturalmente, questo non significa che il problema della politica economica comune debba essere posto a tutti i paesi dell'Unione presente e allargata nello stesso istante e con la stessa intensità. 
Qui si ripresenta la questione dell'avanguardia. Che è già stata concretamente affrontata con la creazione di Eurolandia: uno spazio economico e politico che non comprende tutti i paesi dell'Unione, ma solo quelli che possono e vogliono andare avanti nel processo di integrazione. E si ripresenta il problema sollevato a suo tempo dal governo francese, di dotare questo spazio di un potere concreto, di un governo economico. Il recentissimo libro di Strauss-Khan riprende e svolge il problema in termini chiari e distinti, rilevando che quella istanza inevitabile resta oggi bloccata, in una condizione che rivelerebbe tutta la sua insostenibilità e vulnerabilità se dovesse - quod deus avertat - intervenire una crisi maggiore.
Anche qui si può procedere per gradi e per tappe, non è necessario precipitare tutti i problemi in un drammatico finale. Se è vero, come è vero, che senza risorse di bilancio comuni, da mobilitare nel caso che divengano necessari interventi compensativi, o comunque per finanziare politiche comuni della ricerca e dell'innovazione in grado di dare al legionario europeo, oltre allo scudo, anche arma che lo renda attivamente efficace, è chiaro che sarebbe del tutto impossibile farlo attraverso un salto delle risorse comuni, dal risibile uno virgola qualche cosa per cento del Pil (che tra l'altro dovrà essere ridistribuito in occasione dell'allargamento) al 7% che proponeva il rapporto Werner, per non dire al 20% circa del bilancio federale americano. 
Ma si può riprendere finalmente in considerazione la famosa proposta Delors, della costituzione di un Fondo comune di investimenti, finanziato anche da un debito comunitario, che costituisca il nucleo centrale originario di quel bilancio, e garantisca almeno una parte di quegli impegni di innovazione e di propulsione che, firmati a Lisbona, lì sono rimasti. 
Si potrebbe, senza giungere alla costituzione di un vero e proprio Ministro delle finanze europeo, - quello che risponderebbe alla sprezzante domanda di Kissinger, su quale sia il numero telefonico dell'Europa - costituire, se non un centro, un centralino, all'interno del Consiglio europeo. Il quale al tempo stesso diventasse partner di un Presidente della Banca centrale europea, oggi più solitaria che indipendente, e rappresentasse unitariamente l'area dell'euro nelle grandi istituzioni monetarie mondiali, come il fondo monetario internazionale. 
Uno sforzo centripeto, tale da compensare ed equilibrare la tendenza fatalmente centrifuga dell'allargamento, comincerebbe a disegnare quel potere europeo che nel campo dell'economia, come del resto in quello della difesa e della sicurezza, resta così clamorosamente al di sotto della domanda d'Europa, interna ed esterna al continente. 
La paralisi Ciò sbloccherebbe la paralisi istituzionale. Le funzioni sviluppano gli organi. Articolerebbe l'impresa europea, senza paralizzarla. E darebbe all'euro quella riserva di potenza che oggi manifestamente gli manca, facendone una moneta gravemente sottovalutata. Le potenzialità dell'euro sono enormi, e non tutte e solo eurocentriche. Si pensi alla spontanea sua adozione da parte dei mercati dei paesi dell'Est, ancora fuori della cinta dell'Unione. 
Alla possibilità che esso ha di agevolare la formazione di un mercato finanziario continentale vasto e profondo, incoraggiando per tale via l'ingresso della Gran Bretagna (e un passo avanti in tal senso è stato realizzato con l'adozione della recente risoluzione del Parlamento europeo sui servizi finanziari). Alla possibilità che parte del commercio estero europeo, man mano che la forza dell'euro si consolida, sia trattato in euro. E infine, last but not least, che le due grandi monete delle due più grandi aree economiche del mondo stabiliscano tra loro una zona di equilibrio attorno alla quale si possa ricostituire un ordine monetario mondiale. 
Si tratta, insomma, di colmare il vuoto politico che sta sotto l'euro e che minaccia la stabilità della più ardita costruzione di questo nostro tempo. Mi sembrano particolarmente appropriate le parole che chiudono un capitolo (Monsieur Europe se fait attendre) del libro di Dominique Strass-Kahn che ho citato. 
"Qui parle aux marchés? Qui indique la direction que prend la politique économique européenne? Qui donne sa cohérence à l'action entreprise? Qui crée la confiance, chez les entrepreneurs comme chez les consommateurs européens? D'un mot: qui fait de la politique en Europe? Personne. Voilà pourquoi le risque que l'euro soit un échec n'est pas conjuré. Voilà pourquoi l'étape politique est maintenant indispensable - c'est à dire une dose de supranationalité supplémentaire et, concurrement, une redéfinition de la subsidiarité." Insomma, se vogliamo utilizzare a rovescio il motto degli yuppies americani degli anni ottanta: è l'economia stupido, dobbiamo rispondere: è la politica cretino. 

da "gli Argomenti Umani"
aprile 2002


LIBERTÀ, MERCATO, IMPRESA

La libertà individuale e quella collettiva, la democrazia economica e le regole del mercato: pubblichiamo questo contributo di Aldo Palmeri, manager e corporate consultant. Palmeri, che si è formato in Banca d'Italia, è stato fra l'altro amministratore delegato di Benetton e Itainvest e direttore generale di Citibank. 

di Aldo Palmeri 


1. LIBERTA’ – Concetti generali 

La storia dell’umanità è contraddistinta da uno sforzo costante di ricerca di libertà, intesa nel senso di spazi sempre più grandi di libertà per l’individuo nei confronti di altri individui, per gruppi di individui nei confronti di altri gruppi di individui. Tale constatazione evidenzia la relatività del concetto di libertà che peraltro riflette la relatività nel tempo e nello spazio di tutti i cosiddetti “valori”. 
La libertà – o l’ampliamento degli ambiti di libertà – di un individuo o di un gruppo di individui può pertanto realizzarsi attraverso e quindi rappresentare la negazione di libertà – o la riduzione di margini di libertà – di altri individui e di altri gruppi di individui. 
Nella scala delle libertà, sicuramente la libertà dal bisogno rappresenta uno dei livelli primordiali, legati alla fase di prevalenza dei comportamenti di istinto rispetto ai comportamenti di ragione. - L’istinto alla propria sopravvivenza fisica spinge alla ricerca del cibo. - L’accaparramento del cibo per un individuo realizza pertanto il raggiungimento di un livello primordiale di libertà. - La scarsità relativa di cibo può comportare – ed in genere comporta – il soddisfacimento del relativo bisogno di libertà a scapito del medesimo bisogno di altri individui. 
La constatazione della scarsità relativa di cibo è la prima manifestazione “economica” dell’individuo. La ricerca del cibo a scapito di altri individui rappresenta la prima manifestazione della lotta, che è alla base del concetto di guerra. 
2. DALLA LIBERTA’ INDIVIDUALE ALLA LIBERTA’ DI GRUPPO O COLLETTIVA

Il passaggio dalla sfera individuale delle libertà a quella di gruppo o collettiva si presenta anch’esso in coerenza con l’affermazione generale di tensione dell’individuo verso spazi sempre maggiori di libertà per se stesso. 
Il processo di aggregazione di più individui verso forme di organizzazione di gruppo è generato dalla necessità/istinto dell’individuo di disporre di un numero maggiore di veicoli per la soddisfazione di bisogni (e quindi di ambiti di libertà), per il raggiungimento dei quali è necessario sacrificare taluni aspetti e manifestazioni di libertà a livello individuale. L’individuo in questa fase è costretto a passare da comportamenti guidati dal mero istinto a comportamenti orientati anche dalla ragione: scelta tra diverse combinazioni di libertà, calcolo di convenienza relativa. La manifestazione “economica” dell’individuo si sposta dalla fase istintuale a quella della ragione. La valutazione di convenienza si realizza non più e non solo in un contesto interno alla propria individualità ma si sposta in un ambito dialettico con altri individui per il raggiungimento di scopi comuni. L’individuo scopre la propria essenza nel rapporto dialettico con gli altri e percepisce la propria identità in relazione alla propria capacità/incapacità di relazionarsi con gli altri. 
La somma algebrica di tali percezioni individuali determina – attraverso una serie infinita e complessa di interelazioni – la nascita del contesto sociale secondo vari e sempre più complicati livelli di aggregazione. 
Il passaggio dall’individuo al gruppo genera nuovi livelli di bisogni (e quindi di libertà) al proprio interno tra gli individui che compongono il gruppo, nei confronti di individui esterni al gruppo medesimo, nei confronti di altri gruppi. 
3. LA LIBERTA’ ALL’INTERNO DEL GRUPPO 

La regolazione dei rapporti degli individui all’interno del gruppo è la risultante della combinazione tra i singoli ambiti di libertà degli individui medesimi nonché con le nuove esigenze di libertà generate dallo stesso processo di costituzione del gruppo. 
La natura di tali regole di funzionamento può assumere connotazioni diverse a seconda sia del processo di genesi del gruppo sia della diversa forza relativa (forza nella sua più ampia accezione) degli individui che compongono il gruppo nonché della naturale evoluzione della forza medesima. 
L’accoppiamento di due individui di sesso diverso rappresenta la forma primordiale di costituzione di gruppo, a cui concorrono a livello istintuale due soggetti che decidono - in linea di principio con propri processi decisionali autonomi e convergenti – la modifica della propria condizione di base (con relativo sacrificio di specifici ambiti di libertà) per soddisfare diversi livelli di bisogno e quindi di libertà, tra i quali emerge l’istinto alla perpetuazione della specie attraverso la procreazione. 
L’ampliamento del gruppo primordiale rappresentato dalla coppia, attraverso, la procreazione di nuovi individui, ne modifica la natura delle regole di funzionamento, in quanto il nuovo individuo non ha partecipato con proprio atto di volontà alla costituzione del gruppo né è in grado di manifestare propri livelli di bisogno. 
L’individuo neo-nato ha anch’esso una gamma di bisogni primordiali da soddisfare, ma, non essendo in grado né di manifestarli né tanto meno di perseguirli, beneficia di una delega naturale agli individui che lo hanno generato fino al raggiungimento di propri livelli progressivi di autonomia decisionale. Raggiunto tale livello, nasce il problema di definire se ed in che misura il nuovo individuo è in grado di contribuire alla modifica delle regole di funzionamento precedentemente stabilite e con quale legittimazione. 
Se la creazione di un gruppo nasce dalla necessità percepita da individui singoli di soddisfare, attraverso l’aggregazione, nuovi bisogni per ampliare la relativa sfera di libertà, le regole elementari di funzionamento devono servire a disciplinare i comportamenti dei singoli con la definizione di ruoli e compiti che insieme coordinati concorrono al raggiungimento degli obiettivi prefissati. 
Anche a livello di gruppo primordiale si manifestano pertanto tre esigenze basilari in qualsiasi organizzazione sociale: - individuazione di regole di comportamento e di obiettivi comuni; - attribuzioni di compiti (e quindi responsabilità) ai singoli individui; - coordinamento degli individui nell’espletamento dei relativi compiti per il raggiungimento degli obiettivi medesimi (affermazione del principio di autorità). 
4. LA LIBERTA’ DAL GRUPPO PRIMORDIALE ALL’ORGANIZZAZIONE COMPLESSA

Il passaggio verso forme di organizzazione sociale sempre più complesse è storicamente il risultato della esplosione dei bisogni degli individui. E’ quindi un processo di ampliamento delle libertà relative attraverso uno scambio continuo e dialettico tra ambiti individuali ed ambiti collettivi. 
In una organizzazione complessa il calcolo di convenienza economica, che –come si è osservato – ha guidato le scelte dell’individuo fin dalla fase di comportamento istintuale, si amplia e si complica fino a diventare l’elemento cardine di governo dell’organizzazione medesima e dei rapporti con altre organizzazioni similari. 
D’altro canto il moltiplicarsi di bisogni e di interessi postula un affinamento coerente nelle regole di comportamento del corpo sociale, ponendo in evidenza il tema centrale dei rapporti tra interessi complessivi di tutta l’organizzazione, interessi dei gruppi organizzati all’interno della stessa organizzazione, interessi dei singoli individui riconducibili o meno a specifici gruppi. 
E’ in sostanza il problema della definizione della “politica”, della individuazione dei criteri di rappresentanza sia formale sia sostanziale degli interessi dei gruppi e degli individui, che garantiscano il livello massimo possibile di coerenza con le istanze espresse al vertice dalle strutture di governo dell’organizzazione medesima. In tale contesto nasce il rapporto / conflitto tra libertà e autorità. 
5. LIBERTA’ E CONSENSO 

L’affermazione del principio di autorità è quindi un derivato necessario del processo di aggregazione di individui singoli verso forme di organizzazione di gruppo per il raggiungimento di obiettivi comuni. 
Affermatosi in termini generali il principio di “autorità”, si pone il problema di definirne la base di legittimazione: - da chi ed in che modo vengono stabiliti gli obiettivi comuni; - da chi ed in che modo, all’interno del gruppo, sono attribuiti i poteri ritenuti necessari per l’esercizio di quell’azione di governo/coordinamento dei singoli finalizzata al raggiungimento degli obiettivi. 
Si è precedentemente osservato come nel nucleo di base del processo di aggregazione sociale, rappresentato dalla coppia, la legittimazione assume una connotazione essenzialmente naturale: in linea di massima è la natura stessa che definisce la ripartizione delle competenze di ciascuno e dei relativi ruoli e responsabilità. 
A livello di organizzazione sociale più complessa – per esempio aggregazione tra una pluralità di nuclei familiari anche solo per il perseguimento di uno specifico obiettivo comune – la natura da sola non è sufficiente a determinare le regole di comportamento, che devono invece essere definite attraverso un processo dialettico di confronto ed analisi tra i diversi individui e tra i diversi gruppi. Alla fine di tale processo deve necessariamente determinarsi un momento di “consenso” sulle decisioni da adottare, che rappresenta quindi l’elemento di equilibrio essenziale tra istanze di libertà ed esigenze di autorità all’interno del gruppo. 
Ogni gruppo organizzato è pertanto governato sulla base di un consenso sostanziale dei partecipanti – sia quelli attivi, sia quelli meramente passivi – in ordine all’equilibrio specifico tra libertà ed autorità realizzatosi in un dato momento, in un dato contesto e per uno specifico scopo. 
La stabilità relativa di qualsiasi organizzazione sociale è quindi funzione diretta della solidità del consenso raggiunto e della conseguente capacità di governarlo. 
Si viene pertanto a delineare un primo concetto elementare di “democrazia”, come criterio di misurazione relativa del grado di consenso all’interno di una organizzazione sociale. 
6. LIBERTA’ E DEMOCRAZIA

Anche nella fase cosiddetta di “democrazia diretta” si manifesta l’esigenza di disciplinare le modalità di rappresentanza degli interessi dei soggetti e/o gruppi di soggetti che compongono l’organizzazione sociale. 
L’elezione del governante da parte dei cittadini riuniti nell’agorà – nonché le decisioni assunte nella medesima sede, con l’attribuzione al governante della potestà necessaria alla loro implementazione – rappresentano di fatto e di diritto la delega ad un soggetto terzo a rappresentare gli interessi della collettività nei confronti dei singoli facenti parte di un certo contesto sociale o nei confronti di individui o gruppi estranei al medesimo contesto. 
Il passaggio dalla “democrazia diretta” alla “democrazia rappresentativa” costituisce il risultato di un processo di evoluzione naturale dei meccanismi di delega, che – per ragioni legate alle numerosità e complessità del corpo sociale – inseriscono tra governante e governati il filtro di assemblee permanenti di soggetti eletti dai cittadini e dotate di determinati poteri e di specifiche responsabilità. 
Fino a quando tutte le leve del potere potevano essere agevolmente manovrate da coloro che per censo e/o per livelli di “education” costituivano una vera e propria categoria di professionisti della politica, l’esigenza di rappresentatività era almeno formalmente rispettata conferendo ai cittadini la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, a cui demandare il potere-dovere di operare le scelte ritenute più idonee ai fini del conseguimento del bene della collettività. 
In tale contesto l’applicazione di un principio cardine del sistema democratico (la libera elezione dei propri rappresentanti, fatte salve le varie limitazioni nel tempo dei criteri di definizione del diritto di elettorato attivo) era facilitata dalla relativamente limitata diffusione dell’istruzione a livello superiore, che di fatto poneva una chiara demarcazione tra coloro che potevano assurgere al ruolo di rappresentanti (e quindi di governanti) e coloro che invece dovevano assolvere all’esclusivo compito di elettori dei rappresentanti. 
7. DEMOCRAZIA E RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

L’avvento della rivoluzione industriale non intacca sostanzialmente le fondamenta dei sistemi di “democrazia rappresentativa”, che anzi, proprio in concomitanza con l’inserimento della macchina nei cicli di produzione raggiungono l’apogeo del loro splendore, come espressione compiuta dei grandi principi dell’illuminismo (diritti dell’individuo, costituzionalismo, divisione dei poteri). 
Tuttavia proprio nella rivoluzione industriale debbono riscontrarsi le prime origini di talune difficoltà di funzionamento dei sistemi di governo ispirati ai principi democratici, a seguito dell’insorgere di sempre maggiori esigenze di supporto tecnico-scientifico nella gestione di governo. 
Macchina significa industria, industria significa produzione su larga scala e quindi necessità di ingrandimento dei mercati tradizionali, sviluppo dei commerci e delle relazioni economiche internazionali. Il quadro economico prima e conseguentemente la trama dei rapporti politico-sociali si complicano, e correlativamente la gestione del potere assume una nuova ed inusitata complessità, a cui i politici tradizionali sentono di non poter far fronte da soli, senza cioè l’ausilio di esperti che sappiano chiarire con criteri e metodi scientifici i problemi complessi, ponendo in risalto la dinamica delle interrelazioni economiche del sistema produttivo. 
Il tecnico comincia ad affiancarsi al politico dapprima a livello di pura consulenza, ma in seguito – correlativamente all’ampliarsi delle dimensioni economiche – il momento tecnico-scientifico assume un peso quantomeno pari al momento puramente politico nell’ambito delle decisioni, ovvero delle scelte fondamentali della società. 
In questo momento comincia a proporsi con prepotenza il problema di giustificare il conferimento di poteri sostanzialmente decisionali a soggetti privi di formali attribuzioni rappresentative. 
Correlativamente al fenomeno appena citato, comincia a montare una crescente richiesta di partecipazione da parte di strati sempre più numerosi della popolazione. Richiesta peraltro da porre in connessione anche al diffondersi ed al generalizzarsi dell’istruzione a livello superiore, a sua volta determinato dal sostenutissimo tasso di espansione delle possibilità economiche del moderno apparato produttivo industrializzato. 
8. DEMOCRAZIA DEI PARTITI E SOCIETA’ POST-INDUSTRIALE

A livello di società post-industriale il divario tra vertice e base si manifesta con dimensioni macroscopiche sia sul piano formale sia su quello sostanziale della rappresentanza. 
I partiti politici – generati nello schema classico delle democrazie originarie dalla trasformazione ideologica delle segmentazioni sociali scaturite dalla rivoluzione industriale, principalmente borghesia e proletariato – si svuotano della funzione di corpi intermedi tra vertice e base e sono costretti a parare i violenti attacchi che sono loro rivolti da un duplice fronte : - da un canto i tecnocrati vi ravvisano come un gravoso ostacolo al processo di razionalizzazione delle decisioni di governo della cosa pubblica, - d’altro canto la base popolare nella sua articolata complessità di categorie economiche, sociali, culturali ed umane reclama a viva voce una partecipazione diretta al processo di determinazione delle grandi scelte, partecipazione che viene invece ostacolata ed impedita da questi artificiosi diaframmi, privi di ogni potere di autentica rappresentanza e ridotti a semplici centri di potere, ormai orfani di ogni residua legittimazione ideologica. 
I problemi della democrazia e della rappresentanza devono essere quindi affrontati alla luce delle nuove tematiche proposte alla società dalla rivoluzione industriale ed in particolar modo dall’affermarsi del principio della divisione del lavoro. 
Dal microcosmo economico rappresentato dall’impresa artigianale, laddove in uno stesso soggetto si accentravano le diverse mansioni di quell’elementare ciclo produttivo, si passa all’impresa industriale, caratterizzata dalla specificazione dei diversi compiti attribuiti a tutti coloro che partecipano a vario titolo al processo di produzione. 
Si afferma in tal modo il principio della “competenza”, che è alla base della moderna rivoluzione tecnocratica e rappresenta la logica evoluzione dei criteri della divisione del lavoro verso forme di aggregazione armonica e complessa dei contributi specialisti dei singoli. 
9. PRINCIPIO DELLA COMPETENZA ED ORGANIZZAZIONE D’IMPRESA

La divisione del lavoro ed il conseguente affermarsi del principio della competenza portano a modificare radicalmente la collocazione tradizionale dell’uomo nell’ambito della società in cui opera. 
Due nuovi atteggiamenti pertanto caratterizzano l’uomo contemporaneo: da un canto nasce in esso la consapevolezza di ricevere una collocazione ed una qualificazione sulla base del proprio specifico apporto al lavoro integrato; d’altro canto egli avverte di essere partecipe di una comunità – la comunità del lavoro -, che esiste ed opera solo a causa del contemporaneo contributo specialistico di ciascun soggetto partecipante al processo produttivo. 
10. DEMOCRAZIA POLITICA E DEMOCRAZIA ECONOMICA

Abbiamo definito in prima approssimazione la democrazia un criterio di misurazione del livello – ed aggiungiamo ora della qualità – del consenso all’interno di una determinata organizzazione sociale. 
Si è peraltro osservato come gli assetti di una moderna società complessa di era post-industriale abbiano radicalmente mutato l’identità e la collocazione dell’individuo al proprio interno e di conseguenza tutta la trama dei rapporti tra individui e tra gruppi. 
Per aumentare il tasso di democraticità di una società organizzata è necessario incidere profondamente sulla qualità del consenso, allargando in dimensione e contenuti i livelli di rappresentatività del sistema e garantendo nel contempo trasparenza ed efficacia all’azione di governo. Alla luce di quanto detto prima, è quindi indispensabile garantire vera partecipazione in ogni livello di coinvolgimento degli individui nel contesto sociale, partendo dall’ambito oggi più qualificante, rappresentato dal mondo del lavoro nelle sue molteplici manifestazioni. 
Non è oggi possibile garantire livelli apprezzabili di democraticità al sistema senza interventi che assicurino in modo diffuso riconoscimenti adeguati di partecipazione agli strumenti di creazione di ricchezza. 
La riforma radicale dei criteri di funzionamento del sistema delle imprese ed in generale del mondo del lavoro è la base indispensabile per dar vita a forme di compiuta democrazia economica, senza la quale è peraltro impossibile oggi mantenere sotto il profilo sostanziale sistemi di democrazia politica. 
Qualsiasi tentativo di trasformazione del sistema rappresentativo, diretto a conferire ad esso crisma di autentica ed integrale partecipazione, deve partire da una sostanziale modificazione degli attuali rapporti di proprietà e di potere decisionale in seno all’impresa. 
In linea di principio, ciascun partecipe del processo produttivo deve essere titolare di una porzione di proprietà e di potere decisionale pari all’apporto del proprio lavoro e della propria competenza professionale, di converso deve essere escluso da tale potere decisionale chi al processo produttivo non partecipa, mentre può essergli mantenuta la proprietà però solo come esercizio di un diritto di godimento e come forma di impiego di capitale, quindi sempre in una prospettiva eminentemente sociale del diritto di proprietà. 
11. LIBERTA’ E MERCATO 

Il tema della democrazia economica introduce il concetto di centralità del mercato, come regolatore principale delle scelte economiche del sistema produttivo e come criterio ottimale per una efficiente allocazione/combinazione dei fattori produttivi. 
Il mercato pertanto si manifesta come un ulteriore strumento di creazione di nuovi ambiti di libertà per gli individui, in quanto garantisce in linea di principio l’utilizzo ottimale delle risorse disponibili ed amplia la gamma dei bisogni suscettibili di soddisfazione. Tuttavia, operando gli individui in un contesto sociale, il funzionamento del mercato può essere soggetto a correttivi e/o aggiustamenti, generati dalla necessità di conciliare ambiti individuali ed ambiti collettivi di libertà. 
Anche il mercato, come espressione di libertà, viene quindi a confrontarsi con il momento di autorità insito in ogni organizzazione sociale. 
La maggiore o minore invasività del momento autoritario sul funzionamento del mercato caratterizza la natura specifica dei sistemi economici. Esiste tuttavia una soglia minima non eliminabile di invadenza autoritaria sul mercato, rappresentata dalla necessità di definire regole che garantiscano la sopravvivenza stessa del mercato attraverso in particolare: - l’assenza di ostacoli artificiosi all’ingresso di nuovi soggetti; - la garanzia del massimo livello di competizione tra i soggetti operanti; - la mancanza di interventi di protezione sui singoli soggetti, distorsivi del corretto funzionamento dei meccanismi di concorrenza. 
Al di sopra di tale livello minimo, ogni intervento aggiuntivo di regolazione autoritaria può essere giustificato solo dalla quantità e qualità di bisogni collettivi che l’organizzazione sociale ritiene di soddisfare attraverso un sacrificio corrispondente in termini di esercizio di libertà in ambito di mercato. 
Si afferma per tal via il principio della supremazia della politica, come presidio complessivo degli interessi della collettività e come espressione del “consenso” sui criteri di organizzazione e di governo del corpo sociale. 
Esiste poi un limite estremo di invadenza “autoritaria”, rappresentato dalla partecipazione diretta di soggetti di natura pubblicistica ad attività economiche di produzione di beni e servizi sia in regime di monopolio – e quindi in assenza totale di mercato – sia in un contesto di mercato, a sua volta o limitato solo a soggetti pubblici o allargato anche a soggetti di natura privatistica. 
Le tendenze più recenti, maturate all’interno di un processo irreversibile di globalizzazione dei sistemi economici, spingono a ritenere tuttavia che una economia di mercato possa esplicarsi in maniera compiuta solo in presenza di un contesto concorrenziale puro tra soggetti privati per la produzione di beni e servizi aventi natura economica, e quindi con l’esclusione rigorosa di soggetti pubblici. 
L’ambito pubblico viene quindi a caratterizzarsi da un canto come il presidio di tutte quelle attività che – non avendo natura economica nella specificità del momento storico considerato – possono essere soddisfatte solo con procedure di consenso politico (giustizia, ordine pubblico, difesa, ecc.), e dall’altro come generatore e garante delle regole di corretto funzionamento del mercato.

16 Gennaio 2002 

da "Democrazia Repubblicana" (http://www.democraziarepubblicana.org/)


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