Il grande saccheggio argentino Un paese piegato dalla corruzione dei governati, dai monetaristi del Fmi, dal cinismo dei "bari" occidentali, e che della globalizzazione ha visto solo la faccia peggiore.
Intervista a Victor Uckmar
di BRUNO PERINI
Carlos Menem? Un uomo corrotto che pensava soltanto ai suoi affari e ai suoi protettorati. La privatizzazione? Per far quadrare il bilancio hanno svenduto tutto senza alcuna regola. E in alcuni casi si è passati dal monopolio pubblico a quello privato. La
globalizzazione? L'Argentina ha visto soltanto il volto crudele di questo fenomeno, senza goderne i vantaggi. L'occidente? Nei confronti di quel paese si è comportato come un baro. Il Fondo monetario internazionale? I Chicago boys non hanno ancora capito che la moneta non basta a curare i mali antichi in cui versa quel paese. L'Italia? Lasciamo perdere... Il sistema bancario è colpevole di aver riempito i dossier dei risparmiatori italiani di obbligazioni argentine quando già si sapeva benissimo che l'economia mostrava segni di collasso. La terapia? Bisogna ripartire dall'economia reale, togliendo vincoli all'export, e dalla ricostruzione dello stato che è ormai allo sfascio. E' il professor Victor Uckmar che parla, presidente dell'associazione
Italia-Argentina, gran conoscitore di quel paese ormai in ginocchio. Uckmar si rigira la pipa tra le mani con fare nervoso. Nel suo studio genovese continuano ad arrivargli telefonate di lavoro, anche se è sabato mattina; ma lui non ha voglia di occuparsi delle mille altre cose che gli competono, è ben felice di parlare della "sua" Argentina. E' come avere di fronte agli occhi la tragedia di un paese dove vivono milioni di italiani e "una dozzina di famiglie controlla il paese". Mi cade l'occhio su una lettera indirizzata al ministro delle attività produttive, Antonio
Marzano. "Legga pure. Ho semplicemente informato il ministro che ieri abbiamo avuto una riunione alla Farnesina per mettere a punto delle proposte concrete di intervento. Il problema è che non c'è tanto tempo per intervenire. Chissà se questa volta succederà qualcosa...".
Facciamo un lungo passo indietro professor Uckmar. Dove dobbiamo cercare le origini del disastro in cui è precipitata l'Argentina?
I miei contatti con l'Argentina risalgono alla metà degli anni '80 quando venni contattato da Domingo Cavallo, allora ministro degli affari esteri. Erano gli anni che precedevano la vera svolta dell'Argentina, quando all'inizio del decennio scorso il paese venne consegnato nelle mani di Carlos Menem e dello stesso Cavallo, che diventò in seguito ministro dell'economia.
Quali furono i tratti principali di quella svolta?
Prevalsero i "sacri" principi della globalizzazione e della deregulation tanto cara ai monetaristi. Di fronte a una spaventosa inflazione che aveva toccato il 5mila per cento, il governo argentino inaugurò una politica economica e monetaria tra le più drastiche della storia di quel paese: fissò, si badi bene, per legge la parità peso-dollaro, rase al suolo lo stato sociale e aprì i confini economici del paese, consentendo così la libera circolazione dei capitali. La privatizzazione non risparmiò nessun settore dell'economia: non soltanto le ferrovie, le poste, le telecomunicazioni, le linee aeree e l'energia - con la cessione, ad esempio, del gruppo petrolifero Ypf - ma vennero privatizzate addirittura le strade.
Qual'era l'idea che stava alla base di questa politica?
La parità dollaro-peso fu introdotta per fermare drasticamente l'inflazione. La privatizzazione aveva lo scopo di sgravare lo stato dalle aziende stracariche di debiti, consentendo così la creazione di un mercato interno. Come è noto le cose andarono diversamente... E spesso per ragioni tutt'altro che nobili.
Si riferisce alla corruzione del governo guidato da Carlos Menem?
A quello e altro, purtroppo. La decisione di fissare la parità dollaro-peso fu un errore gravissimo perché non tenne conto dei drammatici effetti sociali che avrebbe provocato. Lo riconobbe lo stesso Cavallo in un colloquio che ebbi con lui al momento delle sue dimissioni. Così come fu grave vendere le banche a paesi stranieri, senza avere garanzie che gli istituti bancari finanziassero lo sviluppo del paese. Ma ancor più gravi furono le modalità, chiamiamole così, della privatizzazione. Un processo senza regole e senza alcun controllo, che alimentò la corruzione già presente nel governo e nel suo establishment. In molti casi Menem cedette le aziende di stato a gruppi industriali guidati da personaggi più che discutibili, che avevano con lo stesso capo del governo legami a doppio filo. Mi viene in mente un oscuro signore, un certo
Yabram, che entrò nel giro della privatizzazione grazie alle sue entrature governative e che riuscì in questo modo ad acquistare le poste. Un giornalista fu ucciso in quel periodo e si dice che l'omicidio fosse dovuto al fatto che indagava sui rapporti tra Menem e
Yabram. Ecco perché parlavo di protettorati: Menem con la sua politica creò dei centri di potere ad alto tasso di corruzione, che nulla avevano a che fare con il risanamento del paese. Se aggiunge il fatto che la giustizia in Argentina non funziona e che il fisco riesce ad incassare soltanto il 30% dei tributi...
Eppure per un certo periodo gli argentini si erano illusi di essere diventati un paese ricco.
Si erano illusi. Non appena gli effetti della parità dollaro-peso si sono fatti sentire, provocando una drastica riduzione dei salari e dei consumi dovuti al crollo dell'occupazione, l'illusione è svanita, portando alla ribalta il terribile spettacolo che è di fronte a noi. Tenga conto che anche quei gruppi che avevano investito nel paese, come Telecom Italia e Telefonica, pur avendo creato un duopolio difficilmente scalfibile, facevano defluire i loro utili all'estero.
Chi sono i responsabili di quanto è accaduto?
L'elenco è lungo. Mi duole dirlo, ma i primi responsabili sono gli argentini che non sono stati capaci di creare una classe dirigente all'altezza della situazione. D'altronde, in un paese dove gli uomini di governo e dell'establishment guadagnano 20 mila dollari al mese e un poliziotto ne guadagna 500 è difficile parlare di democrazia. L'Occidente poi ha barato con l'Argentina: ha chiesto che il paese aprisse i confini con i mercati esteri, ma poi gli ha posto dei vincoli all'export.
E come giudica la politica del Fondo moneetario internazionale?
Penso che il Fmi abbia sbagliato di nuovo: l'illusione dei monetaristi è che basti intervenire appunto sulla moneta per risolvere i problemi. Il caso dell'Argentina è la più grande dimostrazione che le cose non stanno così. I miliardi
dell'Fmi hanno a malapena coperto le spese correnti e gli interessi, senza affrontare minimamente la drammatica situazione sociale caratterizzata da una fortissima disoccupazione e, di recente, da fenomeni di disperazione. O si ricostruisce l'anima di quel paese o non se ne esce. Qualche giorno fa ho fatto una proposta che potrebbe sembrare provocatoria: perché i finanziamenti
dell'Fmi non vengono utilizzati per acquistare beni alimentari dall'Argentina da devolvere ai paesi più poveri? Si avrebbero due risultati: si rimetterebbe in moto l'economia argentina e si darebbe un contributo al grande tema della fame nel mondo di cui tutti parlano.
da "il manifesto"
22 gennaio 2002
di Michael T. Klare
Nell'ottobre del 1999, la geografia militare statunitense ha subito un insolito
cambiamento. Il dipartimento per la Difesa ha spostato il controllo della marina
militare in Asia Centrale dal Comando per il Pacifico a un'appartenenza al
Comando Centrale. Questa decisione non ha provocato titoli di stampa o altri
segnali di interesse da parte degli Stati Uniti, ma ha rappresentato un
mutamento significativo nella strategia militare americana. In passato, l'Asia
centrale era generalmente considerata un'area periferica di interesse, il limite
remoto tra le principali aree di responsabilità militare americana (Cina,
Giappone e la Penisola coreana). Recentemente, invece la regione, che si estende
dagli Urali ai confini occidentali della Cina, è diventata un obiettivo
strategico di primo piano, se si tiene conto delle ampie riserve di petrolio e
di gas naturale che si presume giacciano nelle profondità e nei dintorni del
Mar Caspio. La recente preminenza attribuita all'Asia centrale e al suo
potenziale petrolifero è solo uno dei segnali di una più ampia trasformazione
della strategia militare statunitense. Durante la guerra fredda le aree di
maggiore interesse per i vertici militari erano quelle dell'opposizione tra i
due blocchi: l'Europa centrale e sud-occidentale e l'Estremo oriente. Con la
fine della guerra fredda, queste zone hanno perduto gran parte del loro
significato strategico per gli Stati Uniti (tranne, forse, l'area smilitarizzata
tra la Corea del Nord e la Corea del Sud), mentre altre regioni - il Golfo
Persico, il bacino del Mar Caspio, e il Mar della Cina - hanno guadagnato la
crescente attenzione del Pentagono.
Petrolio e gas naturale
Dietro a questo cambiamento nella geografia strategica, c'è una nuova enfasi
sulla necessità di preservare l'approvvigionamento di risorse vitali, in
particolare petrolio e gas naturale. Se nell'era della guerra fredda le
divisioni e le alleanze erano determinate da divergenze ideologiche, attualmente
le relazioni internazionali sono dominate dalla crescente competizione economica
per l'accesso a queste risorse economiche vitali. Un'interruzione nel
rifornimento di fonti energetiche provocherebbe infatti drammatiche conseguenze
economiche, e i principali importatori ritengono che la protezione di questo
flusso sia un interesse nazionale primario. Inoltre, la stima di un incremento
annuo del 2% nel consumo globale di energia non può che intensificare negli
anni futuri la competizione per l'accesso a maggiori riserve energetiche. I
responsabili per la sicurezza hanno cominciato, quindi, a prestare maggiore
attenzione ai problemi che scaturiscono dalla crescente competizione per
l'accesso a materiali critici che, come il petrolio, si trovano spesso in aree
contese o politicamente instabili. Come ha osservato il Consiglio Nazionale
competente: "Gli Stati Uniti continueranno a ritenere interesse nazionale
vitale l'accesso alle fonti di petrolio straniere. Quindi - conclude il rapporto
- dobbiamo sempre tenere presente la necessità di sicurezza e stabilità
regionale di aree produttive chiave per il nostro accesso e per il libero
commercio di queste risorse". La possibilità di attingere alle risorse
internazionali è ovviamente da lungo tempo un tema capitale nella politica
statunitense per la sicurezza. Negli anni Ottanta, ad esempio, il massimo
stratega navale, il capitano Alfred Thayer Mahan, ha ottenuto generali consensi
sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto dotarsi di una forza navale
vasta ed efficiente tale da tutelare il proprio ruolo di potenza commerciale
mondiale. La stessa convinzione ha caratterizzato il pensiero geopolitico dei
presidenti Theodore Roosevelt and Franklin Delano Roosevelt durante la guerra
fredda, anche se, nella rivalità tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, il
tema delle materie prime era spesso subordinato a quello della dimensione
politica e ideologica. Soltanto oggi, a guerra fredda felicemente conclusa,
l'accesso alle materie prime vitali ha assunto nuovamente una posizione centrale
nei piani americani per la sicurezza. La carenza mondiale di petrolio e di gas
naturale nel corso dell'ultimo anno ha evidenziato numerose prove di questa
rinascita di interesse. Il presidente Bill Clinton si è recato in Africa
nell'agosto del 2000 nella speranza di ottenere petrolio dalla Nigeria, al
momento uno dei maggiori fornitori degli Stati Uniti - e ha sollecitato gli
Stati del Mar Caspio ad accelerare la costruzione di nuovi oleodotti verso
l'Europa e il Mediterraneo. Nello stesso periodo, nei dibattiti per la campagna
presidenziale, il Governatore George W. Bush ha ribadito il proposito di
intraprendere la ricerca di nuove falde di petrolio e di gas nelle regioni
desertiche degli Stati Uniti allo scopo di ridurre la dipendenza da rifornimenti
stranieri. Dopo la sua elezione, una delle sue prime missioni politiche estere
è stato un incontro con il presidente messicano Vicente Fox allo scopo di
vagliare proposte per l'incremento di esportazione di energia dal Messico agli
Stati Uniti. Un analogo interesse nell'acquisizione o protezione di fonti
energetiche è evidenziato dalla strategia di altre potenze. Grandi importatori
di energia, come Cina, Giappone e le principali potenze europee, ritengono che
la stabilità nell'approvvigionamento delle fonti energetiche sia una priorità
assoluta dei loro governi. La Russia dedica gran parte della sua politica estera
alle aree produttrici di energia dell'Asia centrale. Mosca, sebbene tema
sviluppi sulle frontiere occidentali, nelle zone esposte alla NATO, ha stanziato
considerevoli investimenti per rafforzare la sua presenza militare a Sud, nel
Caucaso (Cecenia e Daghestan) e nelle Repubbliche dell'Asia centrale già
appartenenti all'Unione Sovietica. L'esercito cinese ha a sua volta spostato la
concentrazione delle sue truppe dal confine settentrionale con la Russia verso
Ovest, nello Xinjiang (una potenziale riserva di petrolio) e verso aree al largo
delle acque orientali e meridionali della Cina. Il Giappone ha incrementato per
contro le proprie capacità di manovra nell'area, dispiegando nuove navi da
guerra e una flotta di aerei dotati di missili P-3C Orion. La capacità di
accesso a sufficienti forniture di petrolio e di gas è di grande importanza
anche per le nazioni del Terzo Mondo in via di industrializzazione, come
Brasile, Israele, Malesia, Tailandia e Turchia, dalle quali, nei prossimi 20
anni, si attende un aumento di due o tre volte dei livelli di consumo
energetico.
Acqua, legname, minerali
Se per alcune nazioni le risorse energetiche rappresentano la principale priorità
di approvvigionamento, la ricerca di acqua sarà centrale per altri. Le risorse
di acqua sono già insufficienti in diversi luoghi del Medio oriente e dell'Asia
sud-occidentale, ma la continua crescita della popolazione e il probabile
incremento della siccità dovuto al riscaldamento terrestre, potranno diffondere
altrove questa penuria. A complicare ulteriormente la questione, i rifornimenti
di acqua non obbediscono ai confini politici, e molti paesi in queste regioni
sono costretti a condividere un numero limitato di sorgenti. Il pericolo di un
conflitto per l'accesso a queste risorse comuni è destinato a crescere per la
presenza di una grande quantità di Stati che attingono a queste acque e che
cercano di accrescere le loro scorte.Questa tipologia di conflitti implica una
lotta tra gruppi etnici o tribù per le ricchezze che derivano dall'esportazione
di queste merci. In Angola e in Sierra Leone, per esempio, gruppi rivali si
fronteggiano per il controllo dei giacimenti di diamanti; nella Repubblica
Democratica del Congo la contesa riguarda sia il rame che i diamanti; in alcune
parti dell'Asia sud-orientale, diversi gruppi combattono per le preziose riserve
di legname. I recenti spargimenti di sangue nel Borneo sono nati dagli scontri
tra gli indigeni Dayak, che hanno controllato per lungo tempo le estese foreste
del Borneo, e i coloni originari di Giava e Madura insediati dal governo
indonesiano per la raccolta del legname. Sebbene questi conflitti non siano una
minaccia per la sicurezza delle maggiori potenze, possono portare all'intervento
delle forze di pace dell'ONU, come è accaduto in Sierra Leone, e dunque
incidere sulla capacità internazionale di controllare la violenza etnica e
regionale. Tutti questi fenomeni - crescente competizione per l'accesso a
maggiori risorse di petrolio e di gas, aumento di conflitti per l'assegnazione
di sorgenti d'acqua comuni e guerre interne per le preziose merci da
esportazione - hanno creato una nuova geografia del conflitto e disegnato una
cartografia nella quale la lotta per le risorse costituisce una barriera di
divisione maggiore delle contrapposizioni politiche e ideologiche. Così come
una cartina che mostri le faglie tettoniche terrestri è una guida utile per
scoprire le zone a rischio di terremoti, un'osservazione del sistema
internazionale in termini di bacini di risorse non ancora assegnati, zone
disputate ricche di petrolio e di gas, bacini idrici in comune, miniere di
diamanti contese, fornisce una guida alle probabili zone di conflitto nel XXI
secolo.
Una nuova mappa del mondo
Gli analisti della politica devono ancora costruire un modello che rappresenti
accuratamente la nuova dinamica globale del potere nel mondo. Il fronte bipolare
della guerra fredda ha lasciato il posto a una sola grande superpotenza - gli
Stati Uniti - che si contrappone a un gruppo di centri di potere minori: Europa
occidentale, Russia, Cina e Giappone. Nei primi anni Novanta, le violenze nella
ex Jugoslavia, nel Kashmir e in Africa centrale, hanno costretto la comunità
mondiale a concentrarsi sulla prevenzione dei conflitti etnici, ma l'attenzione
sull'emergenza etnica non ha potuto mitigare la violenza in Africa per il
controllo dei giacimenti diamantiferi, delle miniere di rame e delle aree
coltivabili. Infatti, la globalizzazione economica sta trasformando alcune aree
povere in centri di ricchezza e di crescita, mentre lascia altre zone in una
desolante miseria, provocando conflitti legati alla necessità di risorse più
che al nazionalismo. Un'analisi più attenta dei problemi del nuovo sistema
internazionale e una prevenzione migliore del conflitto dovrebbe guardare alle
relazioni internazionali a partire dalla questione delle risorse mondiali
contese, e tenere sotto osservazione quelle zone dove è probabile che il
conflitto esploda per l'accesso o il possesso di materie prime vitali. L'analisi
dovrebbe prendere le mosse da una mappa che evidenzi tutti i principali
giacimenti di petrolio e di gas naturale che si trovano in aree contese o
instabili. Queste zone di potenziale tensione includono il Golfo Persico, il
bacino del Mar Caspio e il sud del Mar della Cina, oltre ad Algeria, Angola,
Ciad, Colombia, Indonesia, Nigeria, Sudan e Venezuela, aree e Stati che
complessivamente posseggono circa il 45% delle riserve mondiali conosciute di
petrolio. La mappa dovrebbe inoltre evidenziare gli oleodotti e le rotte delle
navi-cisterna che trasportano il petrolio e il gas naturale dai centri di
raccolta ai mercati occidentali. Molte di queste rotte, infatti, attraversano
aree periodicamente instabili. Il petrolio proveniente dalla regione caspatica,
per esempio, deve attraversare il turbolento Caucaso (incluse l'Armenia, l'Arzebaigian,
la Georgia e parte della Russia meridionale), prima di raggiungere uno sbocco
sicuro al mare. Una mappa delle zone contese per le risorse dovrebbe mettere in
evidenza tutti i principali bacini idrici condivisi da due o più nazioni in
aree desertiche o semi-desertiche: il Nilo (in comune tra Israele, Giordania,
Libano e Siria), l'Indo, (in comune tra Afghanistan, India, e Pakistan), e l'Amu
Darya (in comune tra Tagikistan, Turkmenistan, e Uzbekistan). Nella mappa
dovrebbero inoltre essere evidenziate anche le falde acquifere sotterranee che
attraversano i confini, come la Falda Acquifera che scorre sotto la Cisgiordania
e Israele. Infine, questa mappa dovrebbe indicare le maggiori concentrazioni nel
Terzo mondo di gemme, minerali e di legname stagionato. Questi beni preziosi
includono i giacimenti di diamanti in Angola, Congo, e Sierra Leone; le miniere
di smeraldi della Colombia e quelle di rame e d'oro di Congo, Indonesia, e Papua
Nuova Guinea; e le foreste di Brasile, Cambogia, Congo, Isole Figi, Liberia,
Messico, Filippine, e Brunei, Indonesia, e quella sull'isola del Borneo
appartenente alla Malesia Una carta di questo tipo, se concepita adeguatamente,
dovrebbe delineare in modo veritiero le zone dove conflitti armati potrebbero
esplodere negli anni futuri. La sola presenza di risorse di valore in un'area
particolare non dovrebbe ovviamente significare che le guerre siano destinate
necessariamente a esplodere. Anche altri fattori - la relativa stabilità dei
paesi e delle regioni coinvolte, la storia delle loro relazioni, e il peso degli
apparati militari locali - devono essere valutati. Israele e Siria, per esempio,
combattono fin dalla guerra del 1967 per le alture del Golan e per le risorse
del fiume Giordano che scorre in quella zona.
Risorse che si esauriscono
La necessità di circoscrivere aree di potenziale conflitto per le risorse
naturali diventa ancora più importante con la crescita della tensione nelle
aree calde. In particolare, la pressione sulle riserve mondiali di petrolio sarà
probabilmente sempre più forte. Secondo il dipartimento statunitense per
l'energia, il consumo globale di petrolio dovrebbe crescere del 43%: dai circa
77 milioni di barili al giorno nel 2000, a 110 milioni nel 2020. Se queste stime
si dimostrassero veritiere, il mondo consumerà approssimativamente 670 miliardi
di barili di petrolio da oggi al 2020, ossia circa due terzi delle riserve
conosciute di petrolio. Probabilmente, nuove riserve saranno scoperte in questo
arco di tempo e nuove tecnologie ci permetteranno di raggiungere scorte
precedentemente ritenute inaccessibili, come quelle in zone remote della Siberia
e nelle profondità dell'Atlantico, ma la produzione di prodotti petroliferi non
sarebbe comunque in grado di rispondere a una domanda che cresce
incessantemente. La poca disponibilità di petrolio dell'estate e dell'autunno
2000 è destinata a ripetersi sempre più spesso. Lo stato delle riserve idriche
è ugualmente preoccupante. L'acqua è ritenuta una risorsa rinnovabile fino a
quando riceva ricambio da pioggia e neve, ma la quantità di acqua potabile
disponibile annualmente è piuttosto limitata. Oggi ne usiamo circa la metà per
bere, lavarci, per la produzione di alimenti, per le industrie, per la
navigazione, per lo smaltimento dei rifiuti; e la necessità di nuovi
rifornimenti è in continua crescita. Già ora molte aree del Medio Oriente e
dell'Asia soffrono di una persistente scarsità di acqua e il numero di paesi
che vivranno queste condizioni è destinato a raddoppiare nei prossimi
venticinque anni, dato che la popolazione mondiale è in crescita e la tendenza
all'insediamento in aree urbane è in aumento. Nel 2050 la domanda di acqua
potrebbe avvicinarsi al 100% delle risorse disponibili, provocando ovunque,
tranne che in poche fortunate aree del pianeta, una serie competizione
all'ultimo sangue per questo bene essenziale.Il riscaldamento terrestre,
inoltre, minaccerà la disponibilità di acqua e quindi anche le terre
coltivabili di tutto il mondo. Le temperature più elevate produrranno un
aumento delle piogge nelle zone vicine agli oceani, ma le regioni
dell'entroterra saranno caratterizzate da ricorrenti periodi di siccità.
L'aumento delle temperature provocherà, inoltre, una crescita dei livelli di
evaporazione da fiumi, laghi e bacini di raccolta e, probabilmente, molte
importanti aree coltivate andranno distrutte a causa della siccità,
dell'avanzamento delle aree desertiche, dell'innalzamento del livello globale
dei mari nelle regioni marittime. I meccanismi di mercato potranno alleggerire
gran parte delle pressioni sulle attuali risorse di materie prime vitali. La
crescita della domanda, coniugata con l'aumento dei prezzi, indurrà infatti
alla creazione di nuovi processi che permettano alle industrie di intraprendere
la ricerca di nuovi giacimenti e di raggiungere quelli che un tempo erano
considerati inaccessibili. Ma la tecnologia non può sovvertire completamente le
pressioni demografiche e ambientali, anche perché non tutti i paesi potranno
affrontare i costi delle tecnologie alternative.
Risorse contese
Ciò che rende queste prospettive così preoccupanti è la circostanza che molte
importanti scorte di materie prime vitali sono situate in aree contese o
cronicamente instabili. Alcuni dei più promettenti giacimenti di petrolio e di
gas naturale si trovano in mare aperto, la cui sovranità è oggetto di dispute
feroci. I cinque Stati costieri del Mar Caspio, per esempio, devono ancora
sottoscrivere un piano per la suddivisione delle rispettive aree di sfruttamento
delle risorse marine, mentre la situazione nel Mar Meridionale della Cina è
ancora più caotica, con sette Stati che sono in competizione per le risorse
della regione. I maggiori contrasti sulla proprietà delle regioni di confine
ricche di petrolio e dei giacimenti in mare aperto riguardano le regioni del
Golfo Persico, del Mar Rosso, del Mare di Timor e del Golfo di Guinea. Anche
quando la proprietà di particolari riserve non è messa in discussione, come
quella dei principali giacimenti terrestri in Colombia, Iran, Iraq, Arabia
Saudita e Venezuela, la futura disponibilità di queste risorse non deve essere
data per scontata, in quanto le agitazioni politiche e sociali che possono anche
essere del tutto estranee al tema delle risorse, potrebbero comunque danneggiare
gli approvvigionamenti. Il regime saudita è riuscito finora a soffocare tutte
le manifestazioni di umori antigovernativi, eppure l'opposizione alla monarchia
sembra in crescita, come si rileva per esempio dai frequenti episodi di
terrorismo. Le tensioni interne in Iran e Iraq sono più evidenti e in entrambi
i casi non accennano a diminuire. La Colombia è nel mezzo di una guerra civile
e le condizioni politiche in Venezuela sono estremamente precarie. Molte altre
nazioni che posseggono significative giacimenti di petrolio e di gas - Algeria,
Angola, Indonesia, Nigeria, Sudan - sono in balia di disordini politici e
sociali. Per esempio, l'Egitto e il Sudan hanno stipulato un patto per lo
sfruttamento delle acque del Nilo nel 1959, ma non lo hanno esteso anche
all'Etiopia e agli altri Stati che dipendono dalle acque del fiume. Dunque, è
un accordo ovviamente instabile. Iraq e Siria sono giunti a una mediazione sui
rispettivi approvvigionamenti dall'Eufrate, ma il fiume nasce in Turchia il cui
governo ha rifiutato di sottoscrivere a sua volta un accordo per la condivisione
delle acque. Israele deve ancora raggiungere un'intesa con la Siria in merito al
corso superiore del fiume Giordano, e non ha mantenuto le promesse fatte alla
Giordania nel 1994 in merito ai progetti di cooperazione per le acque nella
valle del Giordano. L'unico importante accordo di condivisione delle acque che
abbia dimostrato una certa tenuta è il Trattato sulle acque del fiume Indo del
1960 tra India e Pakistan - ma anche questo documento pionieristico è ostaggio
della precaria stabilità delle relazioni tra i due paesi.
Venti di guerra
Molti Stati continuano a considerare il controllo di talune risorse naturali
come una condizione necessaria alla sicurezza nazionale, qualcosa per la quale
vale la pena combattere. È quindi urgente pianificare strumenti adeguati per la
risoluzione pacifica della competizione per le risorse naturali. Nel 1980, per
esempio, il presidente Jimmy Carter ha dichiarato che ogni tentativo da parte di
potenze ostili di tagliare il flusso di petrolio dal Golfo Persico sarebbe stato
valutato come un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d'America, e
che sarebbe stato ostacolato con ogni mezzo necessario, inclusa la forza
militare. I presidenti che lo hanno seguito hanno fatto affermazioni simili, e
una parte consistente di truppe statunitensi è dispiegata nel Golfo Persico a
comprova di questa politica. Sebbene altre nazioni siano state meno esplicite in
merito alle loro politiche di salvaguardia delle risorse, non c'è dubbio che
abbiano la stessa visione del problema. La Cina, per esempio, ha dichiarato la
propria sovranità sul Mar Meridionale della Cina come parte del proprio
territorio marittimo nazionale, affermando il suo pieno diritto all'impiego
della forza per proteggerlo. Pur senza nominare direttamente la Cina, il
Giappone ha sottolineato la minaccia alle proprie rotte commerciali
(approssimativamente l'80% dell'approvvigionamento giapponese di petrolio
proviene dal Mar Meridionale della Cina) e ha promesso di adottare adeguate
misure protettive. Il rigido atteggiamento della Cina ha inoltre indotto altre
nazioni vicine - Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia, e Vietnam - a
rafforzare le proprie difese aeree e navali. L'acqua, così come il petrolio e
il gas naturale, suscita ferme dichiarazioni in materia di sicurezza nazionale.
Il vice ministro israeliano, Moshe Sharett, ha dichiarato: "L'acqua non è
un lusso per Israele. Non è soltanto un aspetto utile e desiderabile delle
nostre risorse naturali. L'acqua è la vita stessa." In modo analogo, nel
1988 Boutros Ghali, all'epoca ministro degli esteri egiziano, ha drammaticamente
dichiarato: "La prossima guerra nella nostra regione non riguarderà la
politica, ma le acque del Nilo". Alcuni governi hanno inoltre minacciato di
fare uso del loro controllo sulle riserve di acqua come strumento di
coercizione: nel 1989, per esempio, l'allora presidente della Turchia, Turgut
Ozal, minacciò la Siria di arrestare il corso dell'Eufrate se la Siria non
avesse messo fine alle attività dei terroristi curdi operanti da basi militari
siriane. L'uso della forza nella risoluzione di conflitti riguardanti l'acqua è
stato relativamente raro - la guerra in Medio Oriente nel 1967, per esempio,
scoppiò anche a causa del piano degli Stati arabi di deviare il corso del fiume
Giordano intorno a Israele verso la Giordania - ma l'interesse crescente per le
risorse vitali, combinata all'insufficienza di accordi internazionali sulla
condivisione dei corsi d'acqua, creerà scontri sempre più gravi. Infine, la
salvaguardia di giacimenti preziosi, riserve di pesca e di legname è diventata
una questione di interesse vitale per le nazioni povere che hanno ben poche
altre fonti di ricchezza. I governi di Angola e Sierra Leone, per esempio, hanno
investito gran parte delle entrate nazionali nel tentativo di riprendere il
controllo dei giacimenti di diamanti attualmente occupati dai ribelli. Il
governo di Papua Nuova Guinea ha promosso diverse campagne per la riconquista
dell'isola di Bougainville - un territorio ribelle nel quale si trova la più
grande miniera di rame del mondo. Conflitti di questa portata continueranno a
scoppiare fintanto che i signori della guerra e altri fattori interni a queste
nazioni riceveranno un potenziale beneficio dal possesso e dallo sfruttamento di
materiali preziosi.
Una speranza per il futuro
Un'analisi del quadro nelle risorse globali e dei fenomeni politici e geografici
correlati, aiuterebbe i politici a considerare in modo più adeguato l'insieme
dei problemi di sicurezza a livello mondiale e a formulare direttive politiche
di ampio respiro. I governi si devono dedicare allo sviluppo di nuovi sistemi di
combustione e di trasporto sia stanziando nuovi finanziamenti per la ricerca che
offrendo incentivi al settore privato. Per fare un altro esempio, si dovrebbe
investire una maggiore quantità di denaro per esplorare nuove tecniche di
desalinizzazione delle acque e per un più efficiente sistema di irrigazione dei
campi coltivati. Così come un maggiore impegno è auspicabile a favore di un
nuovo regime internazionale per la protezione delle foreste tropicali. Ma questi
sforzi dovrebbero essere accompagnati da iniziative politiche multilaterali, con
l'intervento delle Nazioni Unite, tese specificatamente alla riduzione del
rischio di conflitti violenti per l'uso di risorse vitali in comune o disputate,
a cominciare dalle aree di potenziali conflitti sopraindicate. Solo in questo
modo possiamo sperare che il pianeta potrà ospitare in piena sicurezza i nove o
dieci miliardi di esseri umani che popoleranno la terra entro il 2050.
da Lettera Internazionale n°69
Stato e mercato: c’è bisogno di Keynes?
Il tradizionale rimedio keynesiano contro la recessione, il “deficit spending”, da anni è stato sostituito dalla dottrina del rigore monetario e dall’ideologia dello “stato leggero”. Protesta addirittura l’Economist, custode rigoroso del mercato, che mostra qualche nostalgia
keynesiana.
In Europa, il “patto di stabilità” praticamente impedisce il ricorso alla spesa pubblica per frenare la recessione. Negli Stati Uniti, Bush intende promuovere la ripresa con un piano di tagli alle tasse che produrrà effetti solo tra qualche anno. In Giappone la politica fiscale è stata usata in modo esitante durante tutti gli anni novanta, con il risultato di cronicizzare la recessione. In America Latina, infine, si è arrivati al paradosso di subordinare la crescita al rigore monetario, sprofondando l’Argentina in una catastrofe (che provocherà molte sofferenze: lo pronostica persino il
FMI).
Alcuni nodi, però stanno arrivando al pettine. In Gran Bretagna la crisi è esplosa in due settori cruciali: la sanità e i trasporti. Il Sistema Sanitario Nazionale è in uno stato tale che i pazienti britannici sono costretti a farsi curare all’estero a spese del governo. Il sistema ferroviario, a sua volta, privatizzato nel 1996, è secondo un’inchiesta recente, il “peggiore d’Europa”. Al punto che il governo Blair ha deciso di correre ai ripari: una commissione speciale sta studiando un piano di rilancio degli investimenti pubblici. Negli Stati Uniti il “Medicaid” (il sistema sanitario pubblico), esposto alla crescente domanda di cittadini che hanno perso il lavoro oppure non possono più garantirsi un’assicurazione privata, è in crisi finanziaria. Sicché, scrive l’Herald Tribune, “i Governatori di entrambi i partiti stanno chiedendo al governo di aumentare i contributi pubblici”. In Germania infine, Schroeder è ormai apertamente accusato da esponenti della sinistra SPD di inazione e di eccessiva subalternità alle ragioni degli industriali.
Si tratta di segnali, ma è presto per parlare di una inversione di tendenza. In Francia, infatti, la nuova legge sul lavoro è stata bocciata dalla Corte Costituzionale: la parte relativa ai licenziamenti è stata ritenuta lesiva della libertà di impresa. E a Washington, se il capogruppo democratico Daschle ha criticato il piano di
Bush, alcuni suoi colleghi di partito, preoccupati dalla imminente scadenza elettorale, hanno promesso di appoggiare il taglio di tasse. Le linee di tendenza sono quindi molteplici e spesso contraddittorie. “Speriamo – osserva l’Economist – che i politici sappiano affrontare la sfida. L’opzione fiscale è spesso utile, e qualche volta vitale”.
Fonti:
The Economist, 12 e 19 gennaio 2002; The International Herald Tribune, 15 gennaio 2002, Financial
Times, 22 gennaio 2002, The Times, 25 gennaio 2002, La Nacion, 22 gennaio 2002, Le Monde, 14 e 22 gennaio 2002
http://www.fondazionenenni.it/notiziesinistra.asp
febbraio 2002
Trade and Development Report 2001
Trend Globali.
L'economia mondiale nel 2000 è cresciuta del 4%, la migliore performance sin dalla crisi asiatica, nonostante il forte aumento dei prezzi petroliferi. Inoltre, ogni regione è cresciuta a ritmi molto rapidi. Infine, il commercio internazionale - anche grazie alla forza dell'economia USA e ai prezzi petroliferi - ha toccato tassi di aumento a due cifre. Negli ultimi mesi del 2000 la fine del boom tecnologico e della bolla speculativa ad esso associata - già previste nel Trade and Development Report 2000 - hanno raffreddato l'economia americana. Le altre maggiori economie mondiali hanno seguito questa tendenza al ribasso, contraddicendo le aspettative di molti. La conseguente vulnerabilità dei mercati emergenti accresce i rischi di un più sensibile rallentamento globale. Per evitare ulteriori peggioramenti, il Trade and Development Report 2001 suggerisce ai paesi più avanzati di operare scelte di politica economica determinate e coordinate che ravvivino la crescita economica, risolvendo i molti disequilibri tuttora esistenti.
Un maggior coordinamento fra le politiche dei paesi più avanzati è indispensabile per far ripartire l'economia mondiale, e una maggiore attenzione agli impatti sui paesi più deboli è cruciale per permettere loro di beneficiare degli effetti della globalizzazione. Gli USA sembrano voler rispondere con forza ai preoccupanti segnali economici che emergono, invece l'Europa è più riluttante a seguire questo approccio e in Giappone ci sono pochi spazi per politiche più espansionistiche.
Le prospettive di una rapida ripresa americana iniziano a dissolversi e le vere domande - adesso - riguardano la durata e profondità del rallentamento e la possibilità che le immediate reazioni della Federal Reserve possano generare una ripresa forte e ordinata, anche stimolando la fiducia degli operatori. Infatti, la politica economica degli Stati Uniti d'America deve confrontarsi con un alto indebitamento del settore privato e con una forte sovra-capacità produttiva nei settori " information technology " e " communication " dovuta al boom del venture capital e alla bolla speculativa. Se le famiglie e il settore privato dovessero simultaneamente limitare le loro spese al livello del reddito corrente non sarebbe facilmente evitabile un significativo declino del PIL.
La crescita europea ha superato il 3% per la prima volta nel decennio, ma l'economia è in una fase di rallentamento. I limitati legami commerciali con gli USA non isolano l'Europa: non solo la crescita di alcune economie è stata guidata dalle esportazioni, ma molte multinazionali hanno consistenti operazioni negli USA e sono sensibili a quel ciclo economico. Senza un significativo allentamento delle politiche economiche, l'Unione Europea crescerà ben al di sotto del 3% nel 2001. Invece, una politica monetaria più espansiva consentirebbe di spingere la crescita verso limiti potenziali intorno al 4%, come gli USA nella seconda metà degli anni novanta, aiuterebbe ad affrontare il problema della disoccupazione e consentirebbe all'Europa di trainare l'economia mondiale durante il rallentamento degli USA.
Nella prima metà del 2000 è sembrato che l'economia giapponese potesse ripartire, infatti le esportazioni hanno trainato gli investimenti dando segnali confortanti. Invece, il PIL è stato stagnante nella seconda metà dell'anno e il tasso di crescita annuale - 1,3% - è inferiore alla media del decennio, mentre la disoccupazione cresce verso il 5%. I primi dati sul 2001 indicano che il rallentamento americano impedisce alle esportazioni di continuare a trainare l'economia. Il taglio dei tassi di interesse, che segnala la preoccupazione della Banca Centrale, non è in grado da solo di produrre inversioni di tendenza significative. Un intervento del governo che stimoli positivamente la fiducia dei consumatori e delle imprese sarebbe desiderabile ma, dato che il debito pubblico è superiore al 100 per cento del PIL, un pacchetto fiscale di dimensioni adeguate è improbabile.
La crescita delle regioni in via di sviluppo nel 2000 (5.5%) è stata soddisfacente nonostante che l'aumento dei prezzi del petrolio abbia ridotto la crescita in molti paesi. Fra le economie in maggiore ripresa ci sono alcune fra quelle recentemente colpite da crisi finanziarie o valutarie, come Corea del Sud, Malesia e Brasile. Le economie in transizione sono cresciute del 5.6%, beneficiando dell'espansione delle esportazioni verso l'Unione Europea e degli alti prezzi delle loro materie prime. L'eccezione negativa è l'Africa: la dinamica del reddito pro-capite non è sufficiente a fronteggiare la crescente povertà e condizioni sanitarie sempre peggiori. Infine, le ragioni di scambio di molti paesi sono migliorate, sebbene il prezzo di vari beni agricoli continui a essere stagnante o decrescente.
Le prospettive future dei paesi emergenti dipendono dal loro livello di integrazione nell'economia globale, ma tutti sono altamente vulnerabili al rallentamento economico globale. Sembra improbabile che essi possano replicare le positive performance del 2000, se le maggiori economie non riprenderanno a crescere più rapidamente. Infatti, mentre le precedenti crisi finanziarie nei mercati emergenti avevano garantito benefici indiretti ai paesi avanzati grazie a politiche monetarie accomodanti, volte a garantire la liquidità necessaria a fronteggiare le crisi, questa interdipendenza non si ripeterà a favore dei paesi in via di sviluppo. Infine, la combinazione di prezzi crescenti per alcune importazioni - soprattutto industriali ed energetiche - e decrescenti per molte esportazioni, colpisce duramente i paesi più poveri: le prospettive per molti paesi africani rimangono molto negative.
L'impatto più diretto del rallentamento americano sarà la riduzione delle importazioni. Le economie dell'America Centrale - in particolare il Messico che nel 2000 è cresciuto del 7% - ne risentiranno particolarmente. Per molte economie asiatiche - dove la ripresa è stata guidata dalle esportazioni di beni di alta tecnologia - il rallentamento delle esportazioni verso gli USA e la diminuzione dei prezzi dei semi-conduttori hanno già peggiorato i ricavi commerciali: l'elevato commercio intra-regionale e la debolezza giapponese non potranno che amplificarne l'impatto negativo. Allo stesso modo, le economie in transizione verranno colpite dal rallentamento dell'Unione Europea.
La dinamica dei flussi di capitale verso i paesi in via di sviluppo non ha mostrato segni di miglioramento nel 2000 e il loro valore totale rimane inferiore a quello del 1996 e del 1997. Fra le regioni, solo l'America Latina ha attratto una maggiore quantità di fondi - prevalentemente tramite emissioni obbligazionarie. La recente crisi in Turchia ricorda la precarietà della situazione finanziaria in molti paesi emergenti. L'eventualità che l'incertezza economica accresca i premi per il rischio associati ai prestiti verso i paesi emergenti potrebbe avere conseguenze molto negative sul loro processo di sviluppo e crescita. Alcune economie asiatiche e americane che hanno legato la loro valuta al dollaro potrebbero, invece, beneficiare della riduzione dei tassi americani e di un eventuale indebolimento del dollaro, grazie alla maggiore competitività e alla riduzione del costo del debito estero: l'Argentina potrebbe uscire da una prolungata stagnazione e il Brasile ottenere tassi di crescita più elevati.
La riforma dell'architettura finanziaria internazionale
Una riforma sostenibile dell'architettura finanziaria deve seguire un approccio bilanciato che fronteggi l'instabilità finanziaria globale e sistemica dal lato dei creditori e da quello dei debitori. Invece, la riforma si è concentrata soprattutto sulle misure da adottare nei paesi emergenti senza alcun bilanciamento fra debitori e creditori. Il Trade and Development Report 2001 ribadisce la necessità di una maggiore simmetria, suggerisce condizionalità meno intrusiva nelle politiche nazionali, una più efficace sorveglianza multilaterale sulle politiche dei paesi avanzati, e chiede politiche più coordinate per stabilizzare le valute di riserva. Inoltre, sostiene che sospensioni temporanee e unilaterali del pagamento del debito e stretti limiti ai prestiti concedibili dall'IMF in assenza di un contestuale impegno dei creditori, possano contribuire a coinvolgere il settore privato nella risoluzione delle crisi.
Ai paesi debitori è stato richiesto di sviluppare meccanismi di auto-difesa contro l'instabilità ed è stato imposto di gestire il rischio finanziario sia con l'ausilio di standard e codici molto restrittivi e accrescendo i livelli di trasparenza nella disseminazione dei dati, sia adottando regimi di cambio appropriati, mantenendo ingenti quantità di riserve estere e integrando i creditori privati nella risoluzione delle crisi per mezzo di accordi volontari. Il Trade and Development Report 2001 riconosce i meriti di queste riforme, ma sottolinea che esse presumono che le crisi dipendano solo dalle debolezze delle istituzioni e delle politiche dei paesi debitori. Invece, sebbene le cause delle crisi finanziarie risiedano anche nei paesi creditori, poca attenzione è stata dedicata al funzionamento delle loro istituzioni e agli effetti dei loro comportamenti. Asimmetrie e omissioni riflettono vincoli politici e non tecnici: il processo di riforma è stato guidato dai paesi creditori, senza una adeguata influenza dei paesi in via di sviluppo nella preparazione della sua agenda.
Le recenti iniziative volte al rafforzamento dei codici e degli standard relativi al settore finanziario, alle politiche macroeconomiche e alla trasparente diffusione dei dati sono utili, ma incapaci - da sole - di evitare le crisi finanziarie. Esse offrono una limitata protezione ai paesi debitori data l'assenza di misure capaci di contrastare gli shock dovuti a fluttuazioni dal lato dell'offerta nei mercati internazionali dei capitali Inoltre, sarebbe opportuno evitare di appesantire gli obblighi amministrativi imposti ai paesi in via di sviluppo e soprattutto evitare che l'applicazione degli standard e dei codici venga legata alle condizionalità imposte dall'IMF per la concessione di prestiti.
Alla radice delle maggiori crisi finanziarie e valutarie nei mercati emergenti vi è l'incapacità - sin dal crollo del sistema di Bretton Woods - di stabilire un sistema di tassi di cambio stabili fra le maggiori valute. Le crisi sono avvenute con frequenza comparabile sotto regimi valutari differenti, poiché sono state causate dalla instabilità delle valute di riserva e dei flussi di capitale, che non possono essere fronteggiate con la mera scelta di un ipotetico regime di cambio ideale. Inoltre, le crisi finanziarie sono state spesso collegate a ampie fluttuazioni delle politiche monetarie dei paesi più industrializzati. Questa instabilità causa danni maggiori ai paesi in via di sviluppo, i quali sono esposti a maggiori rischi di cambio e dipendono fortemente dal commercio internazionale. Sebbene il regime dei tassi di cambio non sia parte dell'agenda della riforma, una soluzione alla crescente instabilità può essere trovata soltanto rivedendone il suo funzionamento a livello globale. Il rapporto suggerisce:
· Target-zone aggiustabili per le tre maggiori valute con l'impegno a difenderle tramite interventi e politiche macroeconomiche coordinate;
· Una più effettiva sorveglianza multilaterale sulle politiche macroeconomiche dei paesi più industrializzati e sulle loro conseguenze per i paesi più poveri.
· Accordi regionali che forniscano ai paesi in via di sviluppo meccanismi di difesa collettiva dall'instabilità anche coinvolgendo valute di riserva internazionale.
L'assenza di validi meccanismi globali di prevenzione dell'instabilità finanziaria e valutaria, richiede di efficaci misure di gestione delle crisi finanziarie e valutarie. Finora, i pacchetti di salvataggio - la risposta preferita alle crisi di rilevanza sistemica - sono stati disegnati più per soddisfare le esigenze dei creditori e mantenere aperti i flussi di capitale, che per proteggere le valute dalla speculazione o per finanziare le importazioni dei paesi in crisi. La loro formulazione ha spesso aiutato i creditori a evitare le conseguenze dei rischi che avevano assunto, indebolendo la disciplina di mercato. Infine, il peso di questi pacchetti è caduto spesso sui contribuenti dei paesi debitori, anche se i debiti erano stati contratti da imprese, poiché i governi hanno dovuto assumere la responsabilità del debito privato.
Un approccio migliore è l'imposizione di sospensioni temporanee e unilaterali al pagamento del debito da parte dei paesi in crisi che, insieme con la possibilità di accedere a nuovi prestiti con prelazione nel rimborso, consentirebbe di arrestare la corsa verso le attività da parte dei creditori e garantirebbe una ordinata ristrutturazione del debito. Un ruolo importante può essere svolto da accordi volontari fra debitori e creditori per facilitare l'eventuale ristrutturazione del debito, come le clausole di azione collettiva. Una strategia credibile per coinvolgere i privati comprende - oltre alle sospensioni del pagamento del debito - stretti limiti di accesso ai fondi dell'IMF. Prestiti superiori a questi limiti potranno essere concessi solo contestualmente al coivolgimento del settore privato. Le legislazioni sulla bancarotte offrono un modello da seguire per riformare queste procedure, inoltre occorre :
· Modificare le regole dell'IMF per offrire protezione ai paesi che sospendono temporaneamente e unilateralmente il pagamento del debito;
· Stabilire un Panel Indipendente che sanzioni la liceità della sospensione dei pagamenti. L'IMF - a sua volta un creditore - non può svolgere questo ruolo;
· Vincolare la concessione di prestiti eccezionali da parte dell'IMF al coinvolgimento dei privati e incrementare i fondi anti-ciclici e per il finanziamento delle partite correnti;
· Concentrare le condizionalità dell'IMF solo su principali obiettivi macroeconomici.
Questo sommario - a cura di Stefano Chiarlone- non è un documento ufficiale dell'ONU. Da: http://www.unctad.org/en/pub/ps1tdr01.en.htm si può scaricare l'overview in inglese, francese, spagnolo, nonchè alcuni capitoli sulla riforma dell'architettura finanziaria internazionale, in inglese.