La frattura tra economia reale e finanziaria: gli effetti

Tobin tax


Prima di avanzare sul tema che dobbiamo trattare, la Tobin tax, è necessario riappropriarci di alcune delle principali teorie dello scambio. In particolare del celebre teorema fondamentale dello scambio.

"Se Le transazioni sono volontarie, se i termini della transazione sono note alle parti, se ciascun contraente è protetto dalla estorsione, da comportamenti sleali, se c'è piena informazione e nessuno dei contraenti può condizionare il prezzo del bene o del servizio, allora si può pensare che lo scambio di mercato sia un mezzo con cui gli individui conseguono i loro obiettivi personali senza che ciò avvenga a spesa di altri" (economia politica -Zamagni- il mulino).

Evidentemente le condizioni per realizzare la cosiddetta concorrenza perfetta sono molte e forse troppe, tanto è vero che economisti liberali avveduti hanno sempre sostenuto la tesi della "concorrenza possibile" in ragione delle difficoltà implicite a realizzare la concorrenza perfetta, ma soprattutto in ragione dei limiti del mercato, che qualche anno più avanti sono diventati "fallimenti del mercato". 

Da un punto di vista teorico, per esempio, il concetto di "informazione" è fondamentale per riconoscere i limiti del mercato. Senza trattare la materia delicata degli operatori dei mercati finanziari, che analizzeremo più avanti, si può usare un esempio molto semplice.

Come ricordato l'informazione e la circolazione della stessa tra più soggetti, consumatori e imprenditori, sono una condizione necessaria per sviluppare il libero mercato, ma non è forse altrettanto vero che sono proprio le imprese a limitare la circolazione delle proprie competenze e informazioni per non dare un vantaggio ad altre imprese sul mercato per mantenere un vantaggio oligopolistico? 

Vi sono anche altri limiti nella cosiddetta concorrenza perfetta: le economie di scala.
Infatti, alcune attività produttive, piuttosto che di servizi, così come le attività legate allo sviluppo di alcuni servizi universalistici come la sanità, la scuola, la previdenza, e non molto tempo addietro anche l'acqua, l'energia, la ricerca e sviluppo, in ragione della dimensione della attività per contenere i costi, sono da sempre state di competenza pubblica, anche perché a un monopolio privato è preferibile un monopolio pubblico in quanto risponde almeno a interessi collettivi.

Inoltre, la cosiddetta concorrenza perfetta, sempre stando dentro le economie di scala, trova un limite nelle diseconomie di scala, ovvero un sistema economico polverizzato che condiziona la corretta allocazione delle risorse, cioè si manifesta una insufficiente soglia critica (economica e tecnica) capace di influire sul target dell'assetto economico. 

La stessa crisi degli anni 30 ha sanzionato i limiti e i fallimenti del mercato, e l'attuale crisi ha caratteristiche molto simili a quelle di quegli anni. E' proprio a partire da quella crisi che economisti liberali illuminati hanno suggerito un allargamento dell'intervento collettivo, soprattutto per coprire i fallimenti del mercato, ma anche per soddisfare dei bisogni non più comprimibili come la scuola per tutti, la sanità, così come la necessità di nuove infrastrutture. 

Nonostante queste incontrastabili ragioni, si è superato il ruolo di intermediazione sociale assegnato alla pubblica amministrazione, senza rispondere e indagare gli interrogativi dei sostenitori della economia mista.

Ma questo comportamento mostra tutti i suoi limiti ed economisti che appoggiano le proprie convinzioni sull'equilibrio monetario cominciano ad avanzare dubbi. Non è forse vero che il presidente della Federal Riserve ha riconosciuto di non capire il comportamento del mercato?

Purtroppo questo dubbio solo in parte è stato intercettato dalla banca centrale europea che continua ad operare solo in termini antinflazionistici, nonostante sia molto più probabile una deflazione che farebbe precipitare il sistema non in una recessione, ma in una possibile depressione.

È sicuramente vero che la banca centrale europea non è la Federal Riserve, la banca centrale europea ha per compito istituzionale il controllo dell'inflazione mentre la Federal Riserve agisce sull'intero sistema economico, ma almeno un po' di flessibilità non sarebbe stata ininfluente, soprattutto se pensiamo alla rigidità del patto di stabilità. In questo modo si priva il sistema economico del prezioso ruolo della finanza pubblica almeno per attutire la sicura minore crescita economica e quindi una altrettanto certa difficoltà per il mondo del lavoro. 

Ma la frattura che segna l'attuale sistema economico da quello immaginato a partire dal 1944 è disarmante e rischia di compromettere qualsiasi possibilità di correggere i "fallimenti del mercato".

Esiste innanzitutto un aspetto culturale che non può che essere sottovalutato. Sono convinto che solo qualche anno indietro sentenze come quella di porto Marghera non sarebbero state possibili. Forse la sentenza dei giudici poteva avere delle giustificazioni tecniche, ma questa ha implicitamente accettato la tesi che condiziona l'articolo 1 della costituzione in una direzione che è molto distante dallo spirito che ha ispirato i costituenti. Infatti, il penalista Stella afferma: aperte "Il problema di fondo è che facciamo parte di un sistema produttivo che mette nel conto un certo numero di vittime. E lo accettiamo. Lamentarsi delle conseguenze e trovare capri espiatori è ipocrita" (manifesto 4/11/2001). 

Inoltre, non sembra avere limiti la supponenza del mercato e paradossalmente chiede degli interventi inconciliabili. Da un lato insistono sulla inefficienza della pubblica amministrazione e sollecitano una maggiore liberalizzazione, in realtà poche, deregolamentazione e minore peso dello stato nella economia, ma allo stesso tempo assegnano proprio allo stato il ruolo di farsi carico dei fallimenti del mercato. Spesso queste persone considerano i fallimenti del mercato delle eccezioni, ma l'evidenza empirica ha fatto emergere esattamente il contrario: è solo in circostanze eccezionali che il mercato è efficiente.

Il ritiro della pubblica amministrazione dalla economia poteva forse avere una qualche giustificazione, ma l'attuale dimensione compromette non solo i diritti acquisiti, ma anche la sostenibilità economica del sistema.

E' veramente sciagurato il progetto di Ecofin di mantenere inalterata la speso per lo stato sociale in Europa da oggi al 2050. Da economista il pareggio di bilancio ha un certo significato, ma se la popolazione anziana passa da 61 milioni di oggi a 103 milioni del 2050, a parità di risorse, significa solo comprimere le prestazioni.

Trovo profondamente ingiusto che la generazione di ragazze e ragazzi che oggi contribuiscono alla ricchezza dell'Europa e che paga lo stato sociale a chi ha contribuito nel passato a fare ricco questo continente debba avere minori garanzie e prestazioni.

Da sempre la politica ha dovuto affrontare problemi molto seri per finanziare lo stato sociale ed ha sempre trovato le forme e i modi per risolvere questo annoso problema, ma la rinuncia da parte della Unione Europea, non dell'OCSE che dice cose diverse quando afferma che occorre aumentare il tasso di occupazione e di crescita, a un progetto capace di soddisfare i legittimi bisogni dei cittadini, è disarmante.

Economisti liberali e riformisti pensano che occorra intervenire sulla fiscalità generale e personalmente sono d'accordo, ma questa opzione evidentemente contrasta con la tesi di chi vuole ridurre le tasse per aumentare la competitività.

E che dire che il mondo del lavoro ha pagato duramente queste politiche. Solo per fare l'esempio dell'Italia, tra il 1992 e il 1999 sono stati fatti tagli alla spesa della pubblica amministrazione per circa settecento mila miliardi e 350 mila per il sistema previdenziale.

Il ritiro dalla economia reale da parte della pubblica amministrazione, come dice Gallino è stata una scelta politica e non una inevitabile conseguenza della globalizzazione, ha di fatto compromesso una identità economica che procura seri problemi all'intero assetto economico. In particolare faccio riferimento ad una identità economica che deve avere una certo equilibrio se non si vuole spiazzare il sistema e renderlo insostenibile.

Y=C+I+G=W+P+R

Y= reddito; C= consumi; I= investimenti; G= spesa pubblica; W= salari; P= profitti; R= rendita

Sostanzialmente il reddito di un paese ha un circuito di beni e servizi superiore, e uno inferiore che rappresenta "le retribuzioni" dei fattori. Ma la remunerazione dei fattori non è ininfluente per la formazione della crescita economica. 

Per esempio se il risparmio delle famiglie non si trasforma in investimento, e per questa via remunerare i profitti e i salari, ma sono intercettati dalla rendita si rischia l'insostenibilità dei mercanti, cioè se il mercato finanziario intercetta quote di risparmio sempre più consistenti si pregiudica la crescita del prodotto interno lordo da un lato, e allo stesso tempo una frattura tra sistema finanziario e sistema dei beni e servizi.

Spesso abbiamo sentito affermare che la borsa avrebbe rivitalizzato il sistema economico, ma l'evidenza empirica dice esattamente il contrario.

Da una lato si condiziona l'operato delle imprese che sono sul mercato dei beni e dei servizi in quanto si richiedono delle performance almeno equivalenti a quelle dei fondi, da l'altro lato è altrettanto vero che la crescita della capitalizzazione della borsa, si pensi a quella italiana, è per il 60% attribuibile alle ex partecipazioni statali, cioè la crescita del sistema finanziario è in parte attribuibile non al sistema delle imprese, ma piuttosto alla rinuncia e allo svuotamento della pubblica amministrazione. La stessa nascita dei fondi previdenziali integrativi suggerisce una maggiore cautela, cioè si rischia di alimentare in modo esagerato il mercato finanziario che per paesi fortemente indebitati come l'Italia non appare come la migliore tra le soluzioni possibili.

Nessuno mette in discussione il ruolo anche importante della finanza. Infatti, teoricamente le imprese hanno tutto l'interesse a intercettare quote sempre più consistenti del risparmio collettivo per alimentare i propri investimenti, ma l'attuale assetto della borsa non sembra rispondere a questi semplici ma non eludibili principi.

Da questo punto di vista sono molto contento che la commissione bilancio della camera inizi una indagine sulla riforma Draghi e spero che Attac così come il sindacato sappia essere un interlocutore credibile, e allo stesso tempo possano partecipare a questa iniziativa. In questo luogo è possibile immaginare almeno l'ipotesi di una Tobin tax come uno degli strumenti per ricondurre a normalità il mercato finanziario, comprendendo anche la necessità di una armonizzazione fiscale almeno a livello europeo, come di uno statuto per le società della stessa unione europea.

Non risolve tutti i problemi che la speculazione finanziaria genera, soprattutto per i paesi del terzo o quarto mondo, ma da qualche parte si dovrà pur partire.

Ma per spiegare la necessità della Tobin tax, così come di un intervento pubblico adeguato, vorrei partire da una analisi sulla distribuzione del reddito che condivido apparsa su il sole ventiquattro ore del 22 settembre 2001 che spiega una parte non trascurabile dell'attuale crisi: "Un elemento comune alle depressioni americane del 1870 e del 1930, anche oggi presente, è costituito dalle crescenti differenze economiche tra ricchi e poveri. Negli Usa la quota di reddito detenuta dall'1% delle famiglie americane più ricche era pari al 21% della ricchezza nazionale nel 1810, al 27% nel 1870, al 31% nel 1900, al 36,3% nel 1929.
Molti analisti imputano proprio a questo quintile più ricco, e alla speculazione da questi realizzata, le crisi più gravi degli anni passati.
Oggi la situazione, se possibile, è anche più grave. Secondo l'Economist, negli Usa nel 1979 il guadagno medio del quinto della popolazione più ricco era di 9 volte maggiore del quinto della popolazione più povera, mentre nel 1997 era invece di 15 volte maggiore.
In Europa la situazione sembra meno grave, cioè il divario di reddito tra la popolazione è stato contenuto, mentre c'è stato un significativo aumento del divario economico in GB e in Italia, dove dal 1992 al 2000 ben 5 punti di reddito nazionale si sono spostati dal lavoro dipendente a rendite e profitti. Inoltre la polarizzazione dei redditi, che ha comunque determinato una contrazione tendenziale dei consumi, non ha determinato investimenti produttivi proporzionali, a differenza di quelli puramente finanziari".

Come si vede la speculazione è colpevole di comprimere gli investimenti e i consumi. Naturalmente vi sono anche altre ragioni legate al livello qualiquantitativo del nostro sistema industriale, ma il risparmio intercettato dai fondi ha ridotto le potenzialità del sistema nel suo insieme, e per questa via avviato una pericolosa fuga di capitali, nel senso che i fondi investono per il 65% nella borsa di New York e in quella inglese.

Se questa frattura per l'Italia è grave, a livello mondiale siamo in presenza di una situazione ingovernabile.

Formazione del reddito nel mondo per il 1999 (in mld di dollari e approssimazioni)
Pil mondo 30.000
Valore attività finanziarie 53.000
Valore dei prodotti finanziari derivati 80.000
Investimenti 5.000
Crediti agevolati 13.000


I dati parlano da soli, ma qualche riflessione è opportuna per dirimere la materia. Intanto si registra una frattura tra prodotto interno lordo e il mercato finanziario che deve essere in qualche modo recuperata; esiste un credito che intercetta solo una parte degli investimenti, cioè il credito è servito per alimentare attività diverse da quella degli investimenti; il mercato finanziario è sganciato completamente dal circuito dei beni e dei servizi, ma soprattutto il sistema finanziario, e tutte le politiche che la sostengano, immagino la società senza lavoro e per quanto assurdo possa sembrare senza profitti da capitale. 

La tobin tax è giusta non solo perché si tassa l'eccesso di speculazione, ma perché ha per oggetto ultimo l'economia reale e quindi il lavoro. 

Non a caso, quando ho lavorato alla camera dei deputati avevo suggerito all'associazione Attac e a Manitese, in particolare alla amica Marina Ponti, di percorre una certa strada, cioè quella di equilibrare la base imponibile, cioè ridurre la pressione fiscale sui beni scarsi come il lavoro, ma anche gli investimenti, in proporzione alle entrate derivanti dalla tassa sulle transazioni finanziarie speculative.

Infatti, occorre ricondurre a normalità il mercato dei beni e dei servizi rispetto a quello monetario e finanziario. Senza questo intervento qualsiasi operazione di aiuto ai paesi in via di sviluppo attraverso il denaro recuperato dalla tassa non modificherebbe gli attuali assetti finanziari che impoveriscono tutti quanti. 

In questo discorso non possono mancare le istituzioni internazionali, che sono sicuramente venute meno al loro ruolo: da un lato hanno permesso lo sviluppo di un mercato finanziario che non poggia su nessuna credibile base produttiva, anche attraverso delle politiche di indebitamento (concesso e preso), che di fatto hanno indebolito l'equilibrio finanziario dei paesi, da un altro lato hanno compromesso la stessa coesione sociale dal momento in cui hanno svuotato di potere la pubblica amministrazione, o si è imposto un modello economico che poco attiene alla realtà economica soggetta agli interventi del fondo monetario internazionale o della banca mondiale.

Istituzioni sovranazionali almeno equilibrate avrebbero evitato che la speculazione finanziaria deflagrasse su realtà che avevano certamente dei seri problemi economici, ma soprattutto avrebbero permesso di fare funzionare almeno gli stabilizzatori automatici.

Quindi la Tobin tax non ha solo una ragione etica, ma anche una ragione economica, ed è attraverso il superamento di questa dicotomia che sarà possibile trovare degli equilibri superiori. 

Roberto Romano
Ufficio Studi Cgil Lombardia

Relazione al convegno di Lecco per Attac del 13 novembre 2001


E l'America con la guerra rinnega il nuovo liberismo 

GIORGIO RUFFOLO 

La strana guerra dell'America non mette alla prova soltanto la sua «intelligence» militare, ma anche il suo modello economico, il «modello americano», e ne fa affiorare le vulnerabilità interne ed esterne. Quel modello, celebrato fino a ieri dai suoi profeti entusiasti, si è identificato con la globalizzazione: nel bene, ma anche e soprattutto nel male, nelle perturbazioni finanziarie e nelle tensioni economiche che essa determina tra paesi e tra gruppi sociali. Forse, come alcuni ritengono, questa negligenza americana nel prendersi carico degli aspetti negativi della globalizzazione è dovuta all'egoismo solitario dell'unica Superpotenza rimasta al mondo. Quando di Superpotenze ce n'erano due, gli americani sembrarono molto più pronti ad assumere i costi della loro egemonia. Alla fine della guerra, mentre l'Unione Sovietica saccheggiava e opprimeva le nazioni sottomesse, gli Stati Uniti pagavano i costi della ricostruzione europea e costruivano, con le istituzioni di Bretton Woods, quel sistema mondiale di cooperazione economica che favorì potentemente la crescita delle economie capitalistiche e l'avvento di una nuova belle époque. Quella strategia era fondata, certo, sull'economia di mercato, ma di un mercato moderato e regolato dalla politica: disciplina internazionale dei cambi, controllo dei movimenti di capitale; politiche macroeconomiche nazionali. John Maynard Keynes aveva segnato quelle politiche con l'impronta del suo genio.
La belle époque, però, finì a metà degli anni Settanta. I risorti capitalismi europei e giapponese avevano cominciato a sfidare l'America. E l'America reagì con la svalutazione del dollaro, sottraendosi per prima alle regole che aveva instaurato. All'interno dei paesi industriali avanzati le organizzazioni sindacali sfidarono le imprese capitalistiche con pressioni salariali che innescavano l'inflazione. Colpiti dalla svalutazione del dollaro, i paesi produttori di petrolio diedero una spallata, anzi due, al suo prezzo, assoggettando l'economia mondiale a una tassa che aggravava l'inflazione raddoppiandola con una depressione: la così detta stagflazione.
Il successivo quarto di secolo ha visto la controffensiva capitalistica, guidata dall'economia americana, svilupparsi attraverso due processi: una rivoluzione tecnologica che ha investito radicalmente l'organizzazione produttiva a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro; e una gigantesca liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale: la globalizzazione, appunto. Contemporaneamente, i governi dell'Occidente, guidati dall'America, adottavano politiche monetarie rigide per domare l'inflazione, e promuovevano la ritirata strategica delle spese statali (quelle sociali soprattutto) e della pressione fiscale, dando il più ampio spazio possibile al risparmio e agli investimenti privati. Praticavano cioè una politica dell'offerta, nettamente antikeynesiana. Quanto alla domanda, oltre che agli investimenti privati fu affidata, in America, a un fenomeno del tutto nuovo. Le aspettative di profitto spingevano in alto i corsi delle azioni e il mercato finanziario diventava una fonte di aumento della ricchezza per grandi masse di cittadini, che attingevano a quella fonte per promuovere la loro spesa. Molto opportunamente questo meccanismo di autocombustione fu battezzato «modello Wall Street».
L'indubbio grande successo di questo modello suscitò attorno ad esso un entusiastico consenso; e indusse un certo numero di economisti a dichiarare ormai finito il ciclo economico (come altri dichiaravano finita la storia) e inaugurata la felice era di un capitalismo senza crisi. Questa ondata euforica dissimulava però due gravi magagne. La prima: i formidabili flussi finanziari generati dalla deregolazione dei capitali provocavano nel mondo una instabilità permanente, innalzando interi paesi per poi farli crollare, con la colpevole connivenza delle autorità «regolatrici»: del Fondo Monetario, anzitutto. Le crisi sudamericane, la grande crisi asiatica, provocarono conseguenze devastanti nei paesi che ne furono investiti (disoccupazione, drastici tagli dei salari) mentre le stesse autorità internazionali che avevano incoraggiato le banche alla sregolatezza intervenivano generosamente in loro soccorso.
Seconda magagna: una grave crescita della diseguaglianza dei redditi e della ricchezza, tra paesi e tra gruppi sociali, fuori e dentro l'America. In altri termini, il modello americano promuoveva una società del rischio e dell'ingiustizia.
A un certo punto, proprio in America, rispuntò il maledetto «ciclo»: sotto forma di uno sgonfiamento della «bolla speculativa», insomma di una caduta del corso delle azioni, cui seguirono indubitabili segnali di rallentamento dell'economia, invano contrastati dalla banca centrale con mitragliate di ribassi dei tassi d'interesse: una decina in meno di due anni. E ciò, ben prima della tragedia di Manhattan.
Quest'ultima non poteva non provocare ripercussioni severe sulle aspettative della gente e quindi sulla tenuta dei consumi, che costituisce la garanzia essenziale della prosperità americana. E non potrà non mettere in crisi il «modello Wall Street». In due modi. Da una parte, spingendo in alto la spesa pubblica. Oltre a quelle militari, le esigenze della sicurezza comportano una ridondanza di investimenti: di sorveglianza, di trasporti, di disponibilità energetiche, di presidi sanitari, di protezione delle infrastrutture. D'altra parte, la comprovata inadeguatezza della politica monetaria, che è molto più efficace nello spegnere l'inflazione che nel risvegliare la domanda, sta rimettendo in auge la politica fiscale, il principale strumento della strategia keynesiana. L'amministrazione sta varando grandi programmi di spesa.
Torna dunque, Keynes? Torna, come è stato detto, il big government? Quel che pare certo, è che torni la politica, come in tutte le situazioni di emergenza. Ma non è del tutto improbabile che torni nella forma peggiore, sia dal punto di vista sociale che da quello autenticamente liberale: non nella forma del social welfare, ma in quella del business welfare: dei sussidi, dei puntelli, delle stampelle alle imprese. Nella forma, cioè, di quel capitalismo assistito, di quell'interventismo pervasivo, che aveva in gran parte promosso la «controffensiva» capitalistica e neoliberista. Un nuovo modello americano interventista e dirigista? Sarebbe un'amara replica della storia. Con tanti saluti ai profeti della deregulation.

la Repubblica
7 novembre 2001 


Giovani, sindacati e licenziamenti

LE DUE BARBE DI BISMARCK

di TOMMASO PADOA-SCHIOPPA


Come un incendio estivo, non si sa se spontaneo o provocato, una nuova disputa è divampata in quel vasto edificio che è la questione del lavoro. Questione davvero bruciante perché la disoccupazione è elevata, pochi gli italiani contati nella popolazione attiva, difficilissimo il passaggio dei giovani dalla scuola al lavoro, profondo il disaccordo anche entro uno stesso partito o sindacato. Dei molti comparti dell'edificio, quello che ha preso fuoco si chiama «licenziamento»: forse non il più bisognoso di modifica legislativa, ma probabilmente il più angoscioso. Sono in discussione le condizioni nelle quali un'impresa possa licenziare uno o più suoi dipendenti assunti a tempo indeterminato. Ci si può chiedere quale significato abbia la disputa per la popolazione italiana che oggi ha meno di 35 o 40 anni. Essa forse non ne comprende nemmeno il lessico, che pare linguaggio comune e invece è gergo. In essa pochissimi sono i titolari di un contratto a tempo indeterminato. Pochissimi gli iscritti al sindacato. Molti coloro che dopo studi anche brillanti hanno conosciuto anni di penoso far niente o mortificanti attività di ripiego. Molti, stando alle statistiche, i disoccupati; pochi, per fortuna, gli indigenti e i poveri. Per circa un secolo, da quando nel 1848 Marx ed Engels lanciarono il grido «proletari di tutto il mondo unitevi!», la questione sociale ha dominato la vita politica in tutti i Paesi d'Europa. Si può misurare il punto da cui si partì ricordando che in quello stesso anno una legge francese, approvata sull'onda dei moti popolari, fissò in 12 ore il limite della giornata lavorativa per chi avesse meno di 16 e più di 12 anni. Lungo l'arco di circa cinque generazioni (un tempo brevissimo, la cui memoria si trasmette oralmente dai nonni ai nipoti) è cessato lo sfruttamento sistematico del lavoro. La profezia del fatale impoverimento del proletariato è stata smentita. Si sono compiuti, per i lavoratori, enormi progressi di benessere, sicurezza, tutela giuridica. Sono apparse anche forme nuove di disoccupazione, quelle che oggi prevalgono e che colpiscono soprattutto i giovani; frutto, in parte, di quegli stessi progressi. Nell'era dello sfruttamento non si poneva al sindacato l'ardua scelta tra il lavoratore e il disoccupato. Oggi sì. La legislazione che in tutti i Paesi dell'Europa continentale protegge il dipendente dal rischio di licenziamento ingiustificato è una delle più gloriose conquiste dei lavoratori, uniti nel sindacato. Prima il contratto stesso di lavoro a tempo indeterminato, poi la condizione di «giusta causa» per licenziare, hanno segnato il culmine del successo di quelle lotte e del comandamento «unitevi!» lanciato nel 1848. Quel culmine si è collocato, per l' Italia, circa trent'anni fa con lo Statuto dei lavoratori. Proprio allora, la realtà del lavoro umano iniziava a cambiare sempre più in fretta, rendendo sempre meno fungibili le prestazioni di lavoro, sempre più mutevoli le capacità richieste e le tecniche produttive, più necessarie la formazione permanente e la riconversione. Per un'eterogenesi dei fini lavoratori e sindacati divennero, in misura crescente, prigionieri del territorio conquistato. Di fronte ad una situazione che mutava, gran parte dell'attività sindacale si volse alla difesa strenua e sempre più costosa della posizione raggiunta. Da quella posizione vi furono piccoli spostamenti; ma la combinazione di un' economia nuova e di una tutela arcaica produsse, nei giovani, disoccupazione e sfiducia verso il sindacato. Nello stesso tempo quegli spostamenti furono sentiti, da gran parte del mondo sindacale, come arretramenti da un avamposto gloriosamente espugnato, concessioni all'avversario di classe. Avrebbero potuto invece essere viste come conquista del mondo nuovo del lavoro, dove le nozioni antiche di posto, impiego, mansione, giusta causa, sicurezza, rischio, assumono profili diversi dal passato. Poche le ritirate di Dunkerque, molte le vittorie di Pirro. E a quelle vittorie contribuirono magistrati, intellettuali, dirigenti privati e pubblici, divenuti - forse nel momento meno adatto - araldi di una cultura creata, in tempi davvero difficili e spesso contro di loro, dal movimento dei lavoratori. Non possono allora essere sottovalutate, talvolta quasi trattate con sufficienza, le immense difficoltà che la dirigenza sindacale trova a mutare rotta. Essa vive il travaglio del cambiamento in corso, comprende che oggi le battaglie sono diverse da quelle vinte ieri. Sente che la concorrenza tra i lavoratori è ormai un dato fisiologico. Sa che anche la concorrenza tra sindacati, predicata da Einaudi già negli anni Venti, è divenuta realtà, nonostante il tenace tentativo di celarla. Ma stenta a inventare le nuove vie della solidarietà sul lavoro. Fatica a distinguere tra l'irreversibile conquista di uno statuto dei lavoratori e la cementificazione di ogni norma e interpretazione di quello statuto. Non sa persuadere i giovani dell'utilità di un sindacato, comprenderne le domande, parlarne la lingua. Non comprende che per essi un contratto a tempo indeterminato con rischio di licenziamento è meglio di un contratto di sei settimane. Conosce il peso impossibile caricato sulle loro spalle dal regime delle pensioni e tuttavia non riesce nemmeno a dare loro abbastanza lavoro per affrontarlo. Cede alla tentazione di rifugiarsi nella rendita del conservatorismo o di evadere verso la politica. Preoccupa pensare che nell'Europa continentale stia forse nascendo un mondo del lavoro senza sindacato, nel quale i licenziamenti avverrebbero senza alcun suo coinvolgimento. Nelle fibre del tessuto sociale s'indebolirebbero i valori civili, gli stimoli innovativi, la solidarietà. Eppure questo è il mondo che i giovani italiani sembrano preparare, mentre il sindacato sembra ostaggio di una generazione d'iscritti che sta uscendo di scena. In quel lontano 1848, Bismarck era di sangue caldo e d'idee libertarie. Si fece crescere la barba per darne un segno visibile. Decenni dopo, quella sua stessa barba era divenuta l'immagine di un conservatore. Ma intanto, con una legislazione sociale audace, egli aveva dato alla Germania quel patto di solidarietà tra generazioni che l'Italia fatica tanto a stringere.

T. Padoa-Schioppa

Corriere della Sera
27 agosto 2001


L'esodo dalla Silicon Valley

di Federico Rampini

SAN FRANCISCO - "Please help me", ha scritto Teck- Choy Chong all'Immigration Service. Ha 37 anni, è cinese, fino a ieri faceva il programmatore di computer nella Silicon Valley: "E' terribile l'incertezza quando l'azienda che ti dà lavoro fallisce dalla sera alla mattina". Per centinaia di migliaia di supertecnici e laureati immigrati in America col boom della New Economy, la crisi può essere peggiore della disoccupazione: il foglio di via e l'espulsione. E' toccato a Sanjiv Eebenzer, 28 anni, e a sua moglie Preethi. Lui era venuto negli Stati Uniti attirato da uno stipendio di 42.000 dollari l'anno, dieci volte quello che guadagnava in India. Licenziato, è dovuto tornare a casa. "Amo l'America - commenta - ma non questo mercato del lavoro. Sono arrivato al momento sbagliato".

Il destino di Eebenzer e di tanti «immigrati di ritorno» come lui ispira amare ironie. La sigla B2B un anno fa nella Silicon Valley era l'abbreviazione di businesstobusiness, cioè il commercio elettronico fra imprese. Oggi si legge backtoBombay: ritorno a Bombay. E' l'altra faccia di una politica dell'immigrazione fatta su misura per le esigenze delle imprese, generosa negli anni di crescita, durissima nella recessione. Una politica che gli Stati Uniti hanno applicato con tale successo da attirarsi l'invidia dell'Europa, ma che oggi rivela il suo aspetto meno attraente.
Negli anni Novanta le grandi aziende tecnologiche Usa, dalla Microsoft alla Intel, hanno fatto incetta di ingegneri informatici e programmatori di software. I laureati sfornati dalle università americane non bastavano più per soddisfare la domanda. A furia di pressioni sul potere politico, la grande industria ha ottenuto allora delle corsie preferenziali per importare dall'estero manodopera qualificata: i cervelli mercenari del Terzo mondo, superlaureati dei Politecnici indiani o matematici cinesi. Nacquero così i famosi visti H1B, molto più veloci da ottenere rispetto alla green card (il permesso di soggiorno a tempo indefinito) ma con durata limitata a pochi anni.
Motorola, Oracle, Cisco, Lucent, i giganti dell'elettronica e del software, delle telecom e di Internet li hanno usati per reclutare informatici a buon mercato. Il successo degli H1B ancora nell'ottobre scorso ha costretto il Congresso di Washington ad aumentarne il numero, il contingente autorizzato è salito da 115.000 a 195.000 immigrati qualificati all'anno.
In tutto, negli Stati Uniti oggi risiedono quasi 700.000 immigrati entrati col visto H1B (mogli incluse). Arrivano quasi tutti già provvisti di un ricco bagaglio di competenze: il 98% ha una laurea o un master postlaurea.
I due terzi vengono dai paesi asiatici, India e Cina in testa, nazioni che hanno sistemi universitari di qualità e stipendi ridicoli rispetto agli standard americani. Per l'economia Usa queste truppe mercenarie sono state una risorsa preziosa, spesso decisiva per vincere la competizione globale. Senza il costante drenaggio di cervelli dalle migliori università straniere la Silicon Valley non sarebbe divenuta quello che è oggi: qui si stima che quasi un terzo delle imprese a tecnologia avanzata siano state fondate da imprenditori di origine asiatica. Il sistema delle corsie preferenziali per i supertecnici è stato considerato una ricetta vincente da molti altri paesi. In Germania il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder si è affrettato l'anno scorso a copiarlo, dotandosi di un dispositivo molto simile.
Ma i visti speciali rilasciati dall' Immigration Service americano, nati esclusivamente per soddisfare i bisogni delle imprese, obbediscono alla loro vocazione fino in fondo, con una logica micidiale. Vengono concessi su chiamata nominativa, quando il datore di lavoro Usa dimostra che per una certa mansione è impossibile trovare un americano e gli serve assumere quel neolaureato di Bombay. Di conseguenza, il supertecnico indiano viene autorizzato a soggiornare negli Stati Uniti finchè ha quel lavoro. Se rimane senza un'occupazione, dopo dieci giorni diventa un out of status, un alieno senza diritto di cittadinanza. Può essere espulso a discrezione. Anzi, come recita il linguaggio della burocrazia Usa: «deportato». «Il cordone ombelicale tra me e l'azienda che mi ha assunto - osserva sconsolato Murali Krishna, informatico indiano nella Silicon Valley - è più forte del legame con mia moglie».
Generosa finchè l'economia tirava, la politica dell'immigrazione agisce oggi in un contesto radicalmente diverso. Da gennaio ad agosto di quest'anno, sono stati cancellati brutalmente dalla carta geoeconomica degli Stati Uniti quasi un milione di posti di lavoro: per la precisione 986.000 secondo la rilevazione dell'agenzia di collocamento Challenger, Gray & Christmas.
Fallimenti, ristrutturazioni e riduzioni di organico si sono concentrati in particolare nell'industria ad alta tecnologia, e nello Stato della California che ne è la capitale mondiale. Lucent, Intel, Motorola, figurano in testa alle classifiche dei licenziamenti di massa. Sono le stesse aziende che un anno fa premevano sul Congresso di Washington per alzare un po' di più il contingente autorizzato dei visti speciali H1B. Di colpo, si stima che 400.000 immigrati siano diventati «a rischio». Perfino la dirigente di Intel responsabile del personale e della formazione, Jenifer Verdery, ammette: «Il sistema dei visti H1B sembrava soddisfare tutti, oggi non soddisfa più nessuno».
Si prendono una rivincita i sindacati americani, da sempre ostili alle corsie preferenziali per gli immigrati. Fino a ieri le Unions erano sospettate (non senza ragione) di condurre una battaglia xenofoba e di retroguardia, per proteggere i lavoratori americani dalla concorrenza sgradita degli stranieri.
Ma i sindacalisti Usa hanno raccolto testimonianze sugli abusi delle aziende: casi di supertecnici del Terzo mondo ricattati, spaventati con la minaccia dell'espulsione, sfruttati e sottopagati. I colpevoli di solito sono piccoli imprenditori senza scrupoli, non le grandi multinazionali delle tecnologie avanzate. Resta tuttavia che qualche ragione i sindacati ce l'avevano nel denunciare un sistema per reclutare manodopera intellettuale non sindacalizzata, remunerarla meno dei minimi nazionali, tenerla in pugno con la paura della precarietà. Se n'è convinto Murali Krishna Devarakonda, 34enne programmatore di software originario di Hyderabad, India. Nella contea di Santa Clara dove risiede (nel cuore della Silicon Valley), Devarakonda ha deciso di organizzare il sindacato degli immigrati precari, titolari di un visto H1B come lui. Non si rassegna a dover partire, a veder morire il suo «sogno americano» con la prima recessione della New Economy.
Gli anni Novanta hanno visto un'ondata di immigrazione senza precedenti nella storia americana, superiore perfino all'odissea migratoria dei primi del Novecento. Più di ogni altro Stato degli Usa, la California ha rappresentato la terra promessa, l'Eldorado che prometteva rapide ricchezze agli stranieri.
Da sola sesta potenza economica mondiale, con un Pil superiore all'Italia, la California ha visto la sua popolazione immigrata salire fino al 25% del totale: il quadruplo degli stranieri residenti in tutta la Germania. Ma ora quanta parte della tradizionale flessibilità del lavoro - che è una forza dell'economia americana - si scaricherà sugli immigrati? Dice uno di loro, l'informatico indiano Bhushan Seti: «Siamo entrati in questo paese per vie legali. Quando l'America ha avuto bisogno di noi, abbiamo risposto all'appello. E ora che siamo noi ad avere bisogno dell'America, che accadrà?»

 

La Repubblica

15 agosto 2001


Lo sviluppo sostenibile 

di GIANNI MORIANI 

Il nostro amico e collaboratore Gianni Moriani ha recentemente pubblicato con la Marsilio un "Manuale di ecocompatibilità" (48.000 lire). Un bel libro, molto utile, che aiuta a fare chiarezza non solo metodologica e terminologica, per comprendere i problemi legati allo sviluppo distorto che sta uccidendo il pianeta in cui viviamo. Il breve stralcio che pubblichiamo è tratto dal capitolo dedicato allo "sviluppo sostenibile e agli indicatori di sostenibilità". 

I termini sviluppo sostenibile e crescita sostenibile nell'ultimo decennio del XX secolo sono diventati di uso comune, mentre il loro significato rimasto vago. Per fare un po' di chiarezza diventa necessario, prima di tutto, precisare i significati di crescita e di sviluppo e lo faremo utilizzando l'approccio concettuale di Daly (1997). Crescere significa aumentare naturalmente di dimensione per aggiunta di materia, per assimilazione o per aggregazione. Svilupparsi vuol dire espandere o realizzare la potenzialità di portarsi gradualmente a una condizione più completa, più grande o migliore. In altre parole, la crescita è aumento quantitativo su scala fisica, mentre lo sviluppo è miglioramento qualitativo o dispiegamento di potenzialità. Un'economia può crescere senza svilupparsi o svilupparsi senza crescere, o fare entrambe le cose o nessuna delle due. Poiché l'economia umana è un sottoinsieme di un ecosistema complessivo limitato che non cresce, anche se tuttavia si sviluppa, è chiaro che la crescita dell'economia non può essere sostenibile sui lunghi periodi di tempo. Il termine crescita sostenibile va quindi respinto perché contraddizione in termini, pessimo ossimoro. In un processo produttivo, un flusso di materia e di energia di origine naturale è trasformato in un flusso di prodotti finali da parte di un certo numero di agenti di trasformazione, ossia lavoro e capitale.

Capitale e lavoro sono sostituibili l'uno all'altro fino a un certo grado, perché la loro funzione qualitativa è la stessa in un processo di produzione: essi sono entrambi agenti di trasformazione del flusso di materia prima in prodotti finiti. Ma i ruoli qualitativi di risorse e capitale sono totalmente differenti: la stessa differenza che c'è tra trasformatore e trasformato, tra stock e flusso. C'è anche una considerevole intercambiabilità tra differenti risorse: ad esempio, ferro al posto di legno, o plastica al posto di alluminio, perché il loro ruolo nel processo è qualitativamente analogo: entrambi sono materiali soggetti a un processo di trasformazione. Ma l'intercambiabilità tra capitale e risorse è qualitativamente una cosa molto differente e molto limitata. E' qui utile rammentare che la materia trasformata e i mezzi di trasformazione sono complementari, non sostituiti. Un maggior numero di pescherecci non può sostituire un patrimonio ittico in diminuzione. Alcuni altoforni in più non possono rimpiazzare le miniere di ferro esaurite. Come il capitale naturale, fornitore di materia prima ed energia, è complementare al capitale umano, allo stesso modo il capitale naturale, come "assorbitore" di rifiuti, prodotti dall'attività di trasformazione, è complementare al capitale umano generatore di rifiuti. Affermata la complementarietà tra capitale naturale e umano, ne consegue che lo sviluppo è limitato dal fattore che è presente in minor quantità. Se nel periodo protoindustriale il capitale umano era il fattore limitante, ora è il capitale naturale che si configura sempre più come nuovo fattore limitante. Perciò lo sviluppo sostenibile richiede che il capitale naturale sia mantenuto intatto.

Abbiamo finora sempre parlato di limiti alla crescita e tutto ci contrasta con l'abitudine corrente di associare la parola crescita all'aumento di ricchezza. Ma lo schema concettuale sopra proposto ci dice che quando la crescita delle dimensioni fisiche dell'economia umana si spinge oltre la scala ottimale della biosfera essa in realtà ci rende più poveri: la crescita, che usualmente chiamiamo crescita economica finché siamo al di sotto della dimensione ottimale, diviene crescita antieconomica una volta che l'optimum sia stato oltrepassato, o in altri termini quando si sia superata la capacità di carico. Per quanto attiene alla tecnologia, il criterio di sviluppo sostenibile sollecita, per dirla con Wachernagel e Rees (1996), una rivoluzione dell'efficienza. Ossia la promozione di tecnologie in grado di accrescere la produttività delle risorse e l'ammontare di valore estratto per unità di risorsa (sviluppo) anziché di quelle che accrescono la risorsa per mezzo di se stessa (crescita). Ricorrere a tecnologie più efficienti nella trasformazione di energia e materia dovrebbe consentire a un ben definito territorio di riuscire a sostenere una determinata popolazione la quale può godere di uno standard più elevato, ovvero a una popolazione più numerosa di vivere con gli stessi standard. Così, diversamente da quanto possa apparire, non si ha un aumento della capacità di carico, ma si mantiene il carico umano entro i limiti della capacità di carico stessa. Il miglioramento dell'efficienza va ricercato in ogni caso, indipendentemente dal fatto che la risorsa sia rinnovabile o non rinnovabile. Ciò significa che la scala dell'economia (popolazione per uso pro capite di risorse) deve stare all'interno della capacità di carico del territorio, nel senso che la scala umana possa essere sostenuta senza ricorrere al consumo di capitale naturale. Ci determina un limite alla scala totale del flusso di risorse, che a sua volta pone limiti sull'interscambio tra dimensione della popolazione e uso pro capite delle risorse nella regione (Daly 1997).

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Quotidiano-archivio
09-Agosto-2001


Quei poveri alle porte dell'Occidente

di LUCIANO GALLINO 


CON sempre maggior insistenza i poveri del mondo bussano alla porta dei paesi ricchi, alla nostra porta. Perché mai dovremmo preoccuparcene, pensano in tanti, al di là del moto di compassione che si prova vedendo in tv i campi dei rifugiati del Ruanda o le case di latta e cartone delle periferie di Rio o di Tijuana? Dopotutto, se uno va in cerca delle cause della loro povertà, non può ignorare che molte di esse si ritrovano all'interno dei loro stessi paesi. Classi dirigenti incapaci quanto corrotte, a cui i poveri interessano soltanto al fine di ottenere aiuti dall'Occidente, che i primi non vedranno mai. Governi che spendono in armamenti più che in istruzione, sanità e lavori pubblici messi assieme. Precetti religiosi e norme culturali che ostacolano l'accesso delle donne all'istruzione e al lavoro - ricetta sicura per avere alti tassi di povertà. Inoltre fanno troppi figli, nei paesi poveri, con il risultato che l'aumento del prodotto interno lordo, quando c'è, non riesce a tenere dietro all' aumento della popolazione. 

Dovremmo certo fornire aiuti ai poveri del mondo - ecco il punto più alto cui perviene questa linea di ragionamento - ma tocca in primo luogo ai paesi interessati cercare di migliorare la situazione in casa propria. Su questo versante non c'è molto da obiettare. Ma prima di concludere, magari con un certo sollievo, che la bilancia delle cause della povertà pende vistosamente da una parte, quello del piatto in cui si mettono le cause loro, proviamo a vedere cosa ci sarebbe da mettere sull'altro piatto, quello delle responsabilità nostre. Innanzitutto dovremmo metterci un bel pezzo di storia. Nei paesi dell'America Latina, ad esempio, la povertà odierna è l'estremo inferiore d'un sistema di fortissime disuguaglianze sociali, quelle che separano coloro che si costruiscono un rifugio di pochi metri quadrati entro una discarica, da coloro che possiedono 10.000 ettari di terreno o un loro equivalente. È un sistema che caratterizza quei paesi da secoli. Ma è un sistema non nato da una permanente insipienza politica dei latinoamericani, bensì dall'aver sovrapposto con la forza, dal '500 in poi, ceti e classi sociali originarie dell'Europa alle popolazioni autoctone. Schiacciate al fondo della piramide sociale dai nuovi arrivati, private delle loro risorse naturali, povere perché poco istruite, e poco istruite perché povere, i discendenti di queste popolazioni sono diventati casi esemplari della povertà che riproduce sé stessa. Se poi pare incongruo, oltre che sgradevole, caricarci di responsabilità che risalirebbero addirittura a secoli addietro, abbiamo sempre la possibilità di contrarre il nostro orizzonte storico, limitandoci a ricordare come hanno agito, e con quali effetti, gli europei in Africa tra il '700 e la prima metà del '900. È vero che parecchi regimi africani del presente appaiono corrotti quanto inefficienti, incapaci di modernizzare i loro paesi e per tal via combattere almeno la povertà assoluta dei loro abitanti - quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno. Resta il fatto che simili regimi sono, per diversi aspetti, il prodotto finale della solerzia posta dai colonizzatori europei nel distruggere con ogni mezzo, per dominare il continente, comunità locali, gruppi dirigenti, strutture sociali e politiche preesistenti, nonché interi gruppi etnici. Ancora nel Settecento, in molti stati africani non si viveva peggio che in molte regioni europee, ed essi avrebbero potuto percorrere una via autonoma di crescita economica e sviluppo civile che avrebbe forse portato l'Africa a condizioni migliori di quelle presenti. Ma l'uomo bianco ritenne suo dovere caricarsi del fardello di incivilire quel continente, cominciando, a mo' di dimostrazione, con l'annichilire quegli Stati. Lasciando dietro di sé, al momento della decolonizzazione - appena cinquant'anni fa - strutture sociali in frantumi, società attraversate da ogni sorta di odi, divisioni e conflitti, istituzioni statali inesistenti o malandate; e, con esse, qualche centinaio di milioni di poveri. Se anche le gesta dei nostri nonni e trisavoli ci sembrano troppo lontane per farci sentire in qualche misura corresponsabili della povertà attuale del mondo, restano comunque da mettere sul piatto delle responsabilità nostre le azioni dei paesi ricchi che negli ultimi decenni hanno concorso ad aumentare il numero dei poveri. Tramite istituzioni da loro inventate e sorrette, come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e altre, i paesi ricchi hanno imposto a quelli più poveri di dotarsi di progetti di sviluppo di grande respiro, e di aggiustare stabilmente i loro bilanci pubblici, innanzitutto facendo sì che almeno si capisse quali erano le entrate e quali le uscite. Propositi meritori, sebbene risentano pur sempre dell'idea di fardello dell'uomo bianco, ma che almeno non sono stati affermati con la forza. Propositi che però hanno finora avuto un rovescio, quello della riduzione in condizioni di povertà abbietta - l'aggettivo, si noti, è della Banca Mondiale - di vaste popolazioni dell'America Latina, dell'Africa, dell'India, di altri paesi del Sudest asiatico, degli stati sorti dopo il '90 dalla dissoluzione dell'Urss. Le severe richieste di aggiustamento strutturale del Fmi hanno certo giovato a porre ordine nei bilanci di diversi paesi in via di sviluppo. Ma poiché richiedevano, tra l'altro, un drastico e immediato ridimensionamento del settore pubblico, aziende produttive e amministrazioni statali e locali incluse, gli aggiustamenti strutturali hanno fatto sì che milioni di persone si sian trovate da un giorno all'altro senza lavoro. Nella sola Russia postsovietica, i dettami del Fmi hanno generato in pochissimi anni decine di milioni di nuovi poveri. Quanto ai progetti di sviluppo della Banca Mondiale, di certo hanno accresciuto la produttività dell'agricoltura in varie regioni, però al prezzo di migliaia di comunità locali eliminate o delocalizzate a forza; di innumerevoli colture soppresse, e con esse delle popolazioni che le praticavano; di blocco infine di ogni forma autonoma di sviluppo locale. Altrettanti modi per produrre poveri, dopodiché si può passare a proporre di "attaccare la povertà" con programmi planetari - come fa la Banca Mondiale con il suo fervoroso Rapporto 2000 che reca appunto tale titolo. Il bello è che il ruolo delle istituzioni internazionali nel produrre povertà a livello mondiale, come mi è già capitato di rilevare in Globalizzazione e disuguaglianze (Laterza), è denunciato in primo luogo dai loro exdirigenti, una volta che si sono dimessi, sono stati licenziati, o hanno litigato con i colleghi. Se si mettono sul piatto delle responsabilità nostre anche solo una frazione degli elementi ricordati, la bilancia pare decisamente pendere da questa parte. Vi si può aggiungere qualche altra inezia. Ad esempio, se noi accettassimo di pagare la tazzina di caffè 1.800 lire invece che 1.500, e quelle 300 lire andassero effettivamente tutte ai contadini e agli operai che il caffè coltivano e lavorano, in Africa e in America Latina, il loro reddito giornaliero aumenterebbe di due o tre volte. E se la Commissione europea sopprimesse la norma, introdotta di recente, per cui in una tavoletta di cioccolata vi può essere il 10% di sostanze che non sono cacao, le migliaia di coltivatori africani di cui quella norma ha decurtato i redditi ritroverebbero forse per un momento il sorriso. Azioni che di certo non si realizzeranno, ma che può valere la pena di immaginare per ricordare che anche nei più modesti piaceri del nostro benessere si nasconde un po' della povertà del mondo. La seccatura che inizia a profilarsi è che anche i poveri ora lo sanno. 

la Repubblica 
28 giugno 2001


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