Stati Uniti: il
ritorno dello stato in economia
I
dati. Durante gli anni novanta gli Stati Uniti hanno spostato
gran parte delle proprie risorse dal settore pubblico al settore
privato.
Grazie al crollo dell’Urss e alla crisi del Giappone,
l’economia americana era libera da ogni minaccia esterna, sia
militare che economica. Secondo i dati riportati da “Business Week”,
tra il 1990 e il 2000 le spese per la difesa sono passate dal 5,2%
al 2,7% del PIL e, complessivamente, l’intero settore pubblico ha
ridotto il proprio ruolo, passando dal 20,4% al 17,6%, il livello
più basso dal 1948. Contemporaneamente, il settore privato è
notevolmente cresciuto su tutti i piani: dalla produzione reale ai
servizi, dal commercio alla finanza.
A partire dagli attentati
dell’11 settembre tutti gli osservatori e i giornali hanno notato
una vistosa modifica dei rapporti di forza. Solo sul piano dei
consumi, nelle prime tre settimane si è registrata una diminuzione
di oltre il 10%. Contemporaneamente, l’amministrazione di George W.
Bush ha invertito la propria rotta. Arrivato al potere come alfiere
del libero mercato e del sostegno all’offerta, il presidente si è
ora invece affrettato a varare un programma di spese pubbliche molto
elevate, finalizzate al sostegno della domanda. “Ogni persona
licenziata è una persona di troppo” – ha dichiarato Bush il 3
ottobre, aggiungendo: “il nostro governo farà tutto ciò che ha in
potere per far crescere la nostra economia e renderla il più forte
possibile”. Si tratta solo dell’emergenza, oppure di una modifica
strutturale?
Una crisi in atto. Molti economisti, tra cui
Paul Krugman, sottolineano che i crolli seguiti agli attentati si
innestato su un andamento già depresso e rappresentato una
accelerazione di meccanismi già in atto. I titoli, infatti, avevano
registrato cadute cospicue e le imprese del settore tecnologico, a
corto di liquidità, avevano avviato i primi licenziamenti.
Si
stava verificando un classico ciclo, secondo la tradizionale
altalena delle economie di mercato, anche se la retorica
neo-liberista tendeva a negare la rilevanza del fenomeno. Per di
più, la riduzione delle spesa pubblica e la straordinaria
flessibilità del lavoro, se nel breve periodo avevano aumentato i
profitti e favorito l’espansione, avevano anche ridotto le reti di
protezione e abbassato i salari, ponendo le premesse per una caduta
della domanda.
L’economia della paura. Paul Krugman, in
un lungo articolo-saggio pubblicato sul “New York Times Magazine”,
ha usato questa definizione per spiegare gli effetti durevoli che la
vulnerabilità e l’incertezza possono creare nell’economia americana.
Gli ha fatto eco “Business Week”: “La nazione affronta la prima
reale minaccia di nuovi attacchi terroristici sul proprio territorio
e la possibilità verosimile di una lunga azione militare all’estero.
Si tratta di sfide che il settore privato da solo non può
sostenere”. I mercati hanno bisogno di orientare gli investimenti
sulla base di rischi calcolati e relativamente prevedibili. Se il
rischio diventa difficile da calcolare e prevedere, la centralità
del mercato è compromessa. Conclusione del settimanale: “E’ chiaro
che la bilancia tra settore pubblico e settore privato tornerà in
direzione dello stato.”
La natura dell’intervento
pubblico. Secondo Le Monde “la dinamica innescata appartiene ad
una logica implicita ma chiaramente identificabile, quella del
keynesismo”. L’Economist non è dello stesso parere: le misure prese,
secondo il settimanale inglese, sono temporanee, rispondono ad una
situazione di emergenza e sarebbe pericoloso se, sull’onda
dell’emozione, i governi abbandonassero l’atteggiamento virtuoso
assunto negli anni passati. L’analisi di Business Week mostra,
invece, gli effetti strutturali e duraturi della svolta: con una
crisi già in atto, e la sfiducia dei consumatori che si diffonde, “è
inevitabile che il governo assuma un ruolo più ampio in economia”.
Gli effetti dell’intervento pubblico. In merito ai
risultati che possono essere conseguiti e al tipo di misure che
occorre prendere, le analisi fin ora pubblicate si dividono in tre
gruppi.
Fonti:
“New York Times Magazine”, 30
settembre 2001, “Business Week”, 1 ottobre 2001, “New York Times”, e
“Washington Post”, 4 ottobre 2001, “Le Monde”, 28 settembre 2001- 6
ottobre 2001, “The Nation”, ottobre 2001, “The Economist”, 29
settembre 2001
1. La speculazione sulle
valute. L’obiettivo della Tobin Tax è una forma precisa di
speculazione finanziaria: il mercato degli scambi monetari, cioè la
speculazione che si esercita vendendo e comprando monete. Il volume
del movimento di capitali internazionale di valuta in media è di
1500 miliardi di dollari al giorno. Di questi, solo una piccolissima
parte, circa il 2%, corrisponde allo scambio di beni e servizi o
investimenti produttivi, il resto è tutta speculazione valutaria.
Sono somme enormi che si muovono ad altissime velocità restando
spesso solo per poche ore in un paese, prima di cambiare
destinazione. Gli effetti di questa speculazione possono essere
gravi. Quando gli operatori “scommettono” sul ribasso o sul rialzo
di una moneta, si muovono in massa, producendo effetti reali
sull’economia dei paesi coinvolti. Nel 1994 - ad esempio - in
Messico 2mila miliardi di dollari sono entrati e, dopo poche ore,
sono transitati altrove. Come conseguenza il Peso messicano ha
subito una svalutazione del 50% e, in pochi mesi, il reddito pro
capite è diminuito dell’8,5% provocando una crisi dalla quale
l’economia del paese deve ancora risollevarsi.
2. I soggetti
e le modalità della speculazione. Le caratteristiche specifiche
del mercato dei cambi devono essere considerate per valutare la
applicabilità della Tobin Tax. La prima caratteristica è la sua
opacità: la transazioni sono condotte da migliaia di operatori e i
passaggi avvengono attraverso accordi privati, senza alcuna
trasparenza; la seconda caratteristica è data dalla presenza di un
attore “obbligato”: le banche private. Tutti gli speculatori,
incluse le grandi aziende multinazionali, non possono intervenire
direttamente nel mercato dei cambi; essi hanno l’obbligo legale di
avvalersi della intermediazione di una banca, la quale compra le
commissioni di cambio su indicazione dei clienti (che sono nella
stragrande maggioranza aziende e altri agenti finanziari, come
compagnie di assicurazione e fondi-pensione). Per tutte queste
ragioni non è difficile applicare la Tassa Tobin alla banche.
3.
Modalità tecniche. Per svolgere le transazioni ogni banca
privata deve aprire un conto presso la Banca Centrale del paese in
cui interviene. Questi conti sono registrati secondo le moderne
tecnologie elettroniche e sono identificabili con relativa facilità.
Perciò, la soluzione più semplice e pratica potrebbe essere che ogni
banca privata paghi l’ammontare della tassa Tobin presso la Banca
Centrale dove apre il conto per operare le transazioni.
Tecnicamente, gli esperti sostengono che sarebbe facile identificare
ciascuna operazione e riscuotere la tassa realizzando nei programmi
informatici le modifiche capaci di renderla automatica.
4.
L’ammontare della tassa. Lo stesso Tobin, inizialmente,
quando propose la tassa, sostenne che essa non avrebbe dovuto
superare lo 0,25%, altrimenti sarebbe stata superiore al prezzo di
una normale commissione e avrebbe avuto solo l’effetto di deprimere
i mercati. Gli studiosi e gli esperti che si sono dedicati al tema
negli anni successivi, si sono mantenuti sullo steso piano,
sostenendo che essa non potrebbe superare lo 0,3%. In ogni caso, è
difficile compiere una stima precisa a priori, poiché non c’è alcun
precedente. Secondo Bruno Jetin (economista vicino ad ATTAC e
docente all’Università di Parigi) l’approccio migliore sarebbe
quello pragmatico: cominciare con un livello molto basso e
eventualmente aumentarlo se l’esperimento si dimostra efficace.
5. Applicabilità mondiale. Gli oppositori della proposta
obiettano che la tassa, per essere efficace, dovrebbe essere
applicata a tutti i paesi del mondo. I sostenitori ribattono,
invece, con due osservazioni: a) il 90% dei movimenti di capitale
transita per le quattro borse principali sicché, se la tassa fosse
adottata dai quattro paesi più ricchi del mondo, già
rappresenterebbe un vincolo e sarebbe molto difficile che le
speculazioni si spostino verso borse non attrezzate adeguatamente;
b) inoltre, dollaro, yen, euro, sterlina e franco svizzero
rappresentato l’88% delle transazioni valutarie mondiali: l’adozione
della tassa in questi paesi sarebbe sufficiente per coprire la quasi
totalità delle transazioni mondiali.
6. Creazione di un’”Area
Tobin”. Proprio per la concentrazione dei mercati, ATTAC
sostiene che L’Unione Europea (compresa la Gran Bretagna, che non fa
parte dell’Euro) potrebbe prendere l’iniziativa di applicare la
tassa con tutti gli altri paesi del mondo, creando in questo modo la
cosiddetta “Area Tobin”. Fuggirebbero i capitali, come sostengono
gli oppositori? All’interno della zona si potrebbe applicare una
aliquota più bassa per la transazioni fra euro e monete del
continente non-euro, come la sterlina; invece, per tutte le
transazioni con i paesi non appartenenti all’area, si potrebbe
applicare una aliquota più alta, in modo da incentivare ad entrare
nell’area Tobin. È da dubitare, obiettano i sostenitori della tassa,
che i capitali fuggirebbero, perché l’Europa è un mercato immenso e
non sarebbe conveniente uscirne solo per sfuggire ad una tassa la
cui aliquota – come si è visto – sarebbe piuttosto bassa.
7.
Obiettivi e effetti probabili della tassa. L’obiettivo
principale, espresso dallo stesso Tobin, è quello di
disincentivare le speculazioni a breve e diminuire in tal modo la
instabilità dei mercati. La speculazione tipica sulle monete
consiste nel vendere una moneta ad un prezzo alto e ricomprarla a
prezzo più basso, ottenendo guadagni moltiplicando le compravendite
al ribasso nello stesso giorno. Però, se uno speculatore deve pagare
una tassa ogni volta che vende e compra una moneta, il gioco cessa
di essere redditizio. A questo obiettivo iniziale, gli studiosi ne
hanno aggiunti col tempo almeno altri due. A) L’impatto politico,
che andrebbe a sua volta in una duplice direzione, simbolica e
pratica. Sul piano simbolico, dopo anni in cui l’ideologia
neo-liberale sostiene che l’economia obbedisce a leggi naturali e
che è pericoloso opporsi ad esse, la applicazione della tassa
sarebbe una esplicita ammissione che i mercati non si auto-regolano
e che devono essere guidati da una autorità politica. Sul piano
concreto, i governi sarebbero costretti molto meno di adesso a
tenere alti i tassi di interesse per reggere gli attacchi
speculativi, sicché la politica monetaria potrebbe essere diretta
con maggiore efficacia verso la crescita e l’occupazione. B) Infine,
c’è la questione delle entrate fiscali prodotte dalla tassa e del
loro utilizzo con la creazione di un fondo internazionale: è
l’aspetto che ha destato il maggiore interesse delle organizzazioni
non governative, mentre Tobin lo considera solo un sotto prodotto
della tassa e non la sua giustificazione principale. In breve, si è
calcolato che, applicando l’aliquota più bassa (allo 0,1%) le
entrate sarebbero di circa 230 miliardi di dollari l’anno (circa
500mila miliardi di lire): questo denaro potrebbe essere usato per
la lotta contro la miseria e per l’aiuto delle nazioni in via di
sviluppo. E’ evidente che la cifra non sarebbe sufficiente a
risolvere questi problemi, ma rappresenterebbe comunque un
contributo importante.
Fonti principali:
www.attac.org; “The Economist, Global Agenda”, su
www.economist.com, “Le Monde”, agosto-settembre
2001
da Fondazione Nenni (http://www.fondazionenenni.it) Notizie dalla Sinistra
Economia del Sud Europa ed economia della conoscenza
Introduzione di Massimo D'Alema
Gentili signore e signori,
vorrei salutare innanzitutto il Primo Ministro, Costas Simitis, per la stima e
l'amicizia che mi legano a lui e al suo governo. Più o meno un anno fa, proprio
qui ad Atene, ho ricordato che la passione per la libertà e la democrazia è
stato il terreno che ha unito storicamente i nostri due paesi. Era un modo per
sottolineare che non siamo soltanto nazioni vicine, ma condividiamo una storia,
valori e ispirazioni comuni.
Desidero anche ringraziare gli organizzatori di questo convegno - il Pasok e la
delegazione socialista al Parlamento europeo - per l'invito che hanno voluto
rivolgermi e l'opportunità di intervenire su un argomento di grande interesse e
attualità.
* * *
Nel titolo di questa tavola rotonda è racchiuso il destino della politica dei
prossimi anni. Nel senso che formazione e conoscenza saranno sempre più le
risorse sulle quali puntare se vogliamo costruire un'Europa forte e competitiva.
La prima sfida, dunque, è colmare il ritardo - perché un ritardo da questo
punto di vista esiste - dei paesi della fascia mediterranea rispetto al Nord
Europa.
Si tratta di un obiettivo raggiungibile, alla nostra portata, che esige però di
muovere da una premessa condivisa: e cioè che la globalizzazione dell'economia,
dei saperi, dei mercati, non è un totem da abbattere, ma una straordinaria
opportunità di crescita e di sviluppo che la sinistra deve cogliere e
governare.
Passa da qui una prima discriminante tra quanti vedono nella globalizzazione
un'omologazione pericolosa, o addirittura lo smarrirsi delle singole identità
nazionali, e quanti scorgono invece in quei processi l'occasione, non priva di
rischi e contraddizioni, per un riscatto dei valori sui quali si è fondata la
nostra civiltà.
Questo, dunque, è il primo nodo da sciogliere: se la democrazia, la coesione
sociale, uno sviluppo economico regolato siano ancora valori compatibili con le
regole e gli equilibri che si vanno definendo.
La nostra scommessa - la scommessa del socialismo europeo - è che non solo quei
valori sono compatibili con le prospettive attuali dello sviluppo, ma che
possono trarre da esse una spinta e un consenso rinnovati.
Perché questo accada, è fondamentale che il campo delle forze riformiste si
ponga alla guida di mutamenti profondi nella struttura dei mercati, nella qualità
del lavoro, nella funzione del sapere, che stanno modificando i nostri modelli
di società e di convivenza.
A quest'obbligo non possiamo sottrarci dal momento che la sinistra, quando è
stata percepita come forza di conservazione, - quando ha scelto di opporsi
all'innovazione - è stata sempre sconfitta.
E' un errore che dobbiamo evitare. Possiamo farlo non solo perché abbiamo
dimostrato, in questi anni, di possedere la cultura e gli strumenti necessari a
governare questa fase dello sviluppo, ma anche perché un'alternativa concreta
oggi non c'è.
Questo è un discorso che vale particolarmente per l'Italia, dove - come è noto
- siamo chiamati a misurarci con una destra anomala, paradossalmente pervasa da
tratti illiberali e prigioniera di valori che configgono con una visione moderna
della politica e della democrazia.
Ma vale più in generale per l'Europa posta di fronte a scelte decisive per il
proprio avvenire.
La tenuta dell'Euro, un nuovo assetto istituzionale dopo il mezzo passo falso di
Nizza, tempi e modalità dell'allargamento, sono capitoli di un'agenda che vede
nella famiglia socialista - questo è il punto - l'unico vero asse strategico in
grado di completare la transizione avviata su questi terreni.
Letta in quest'ottica, l'esistenza e la vitalità di un nucleo di valori comuni
fanno oggi della sinistra europea il vero protagonista della stagione che
deciderà della funzione dell'Europa dentro i nuovi equilibri globali.
Naturalmente, non è meno rilevante capire se l'Europa arriverà a questo
traguardo unita o scissa in due tronconi. In particolare, se i paesi del bacino
mediterraneo sapranno sfruttare a fondo le opportunità loro offerte in termini
di una ricollocazione strategica del proprio ruolo.
E' chiaro che un'Europa divisa tra l'innovazione a Nord e nicchie marginali di
mercato a Sud, è un' Europa dimezzata nelle sue potenzialità.
Verrebbe riproposto un modello che finirebbe coll'impoverire le stesse
potenzialità della parte più ricca e avanzata del continente.
Il vero problema è assumere l'educazione, l'accesso alle nuove tecnologie, la
formazione permanente, la sinergia tra ricerca applicata e innovazione, come i
veri fattori trainanti e inclusivi per lo sviluppo dell'Unione.
Non si tratta, quindi, di sviluppare verso il Sud dell'Europa politiche
assistenziali ma di considerare quest'area come un investimento strategico nel
processo d'integrazione e di allargamento.
Ora, è del tutto evidente che questa riflessione impone anche a noi - ai
governi interessati - un'assunzione di responsabilità diversa dal passato.
Penso alla coerenza con la quale abbiamo sostenuto in questi anni, nel nostro
paese, un'azione durissima di risanamento, insieme a rigide politiche fiscali e
di bilancio. I nostri conti pubblici e l'ingresso nel gruppo di testa della
moneta unica, sono lì a certificare con quale serietà e rigore questi
obiettivi siano stati perseguiti.
E ancora, penso al fatto che abbiamo investito, come mai in precedenza, sulla
ricerca e sulla formazione, consapevoli che la capacità di competere di un
paese e di un'area dipende in primo luogo dalla qualità delle risorse umane
disponibili.
Il punto è che questi risultati da soli non bastano e che l'Europa nel suo
complesso deve tradurre ora le conclusioni del vertice di Lisbona, in obiettivi
concreti, pena una perdita complessiva di competitività.
Insomma, non basta dire - come pure giustamente si è detto - che l'Unione
europea intende diventare da qui al prossimo decennio, "l'economia basata
sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare
una crescita sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore
coesione sociale".
Non c'è dubbio, infatti, che il passaggio a un'economia digitale, basata sulla
conoscenza, stimolando la produzione di nuovi beni e servizi, rappresenta la
molla di una crescita che potrà prolungarsi nel tempo con effetti positivi sui
livelli occupazionali. Ma è anche illusorio immaginare questi processi come
eventi spontanei o che non richiedono chiare priorità, investimenti certi, una
seria capacità di programmazione, e da ultimo la formazione di una classe
dirigente attrezzata allo scopo. D'altra parte è proprio la combinazione tra
tecnologie avanzate, nuovi moduli formativi e un appropriato contesto di regole
a generare le maggiori opportunità di occupazione sia nelle regioni centrali
che periferiche.
Una prima scadenza fondamentale, su questo terreno, è rappresentata dal
prossimo Consiglio Europeo di Stoccolma (23 e 24 marzo). Sarà in quella sede,
infatti che le linee guida elaborate a Lisbona dovranno essere ulteriormente
concretizzate.
L'Italia si presenterà a quell'appuntamento con la proposta di fissare veri e
propri obiettivi a medio termine dei tassi d'occupazione per l'Unione; il 65% di
occupati dal 2005 (con un 55% di donne), e un nuovo obiettivo per l'impiego
delle persone più anziane dal 2010. Questo secondo traguardo, in particolare,
rafforzerebbe i nostri sforzi per aumentare la sostenibilità del sistema di
sicurezza sociale e per sviluppare un approccio attivo al problema
dell'invecchiamento. Sarebbe, dunque, un fatto importante se proprio a Stoccolma
si approvasse una dichiarazione sull'active ageing.
Naturalmente, una politica per l'occupazione legata alle nuove tecnologie va
combinata a una più forte coesione sociale. In questo senso, noi pensiamo che
il Consiglio Europeo debba invitare gli stati membri a produrre dati aggiornati
sugli indicatori sociali, pena il rischio che tutta la strategia di Lisbona
perda di significato.
Né si può eludere, a fronte dei risultati che l'impatto delle nuove tecnologie
dell'informazione ha su reddito e produttività, la questione del cosiddetto
digital divide. Il punto è evitare che si riduca, anziché elevarsi, la
competitività delle piccole e medie imprese tradizionali soprattutto nelle
regioni meno forti, con effetti negativi sulla crescita generale dell'economia
europea. Per questo il Consiglio Europeo dovrebbe favorire la più efficace
utilizzazione dei fondi strutturali per interventi mirati alla diffusione della
conoscenza informatica, in particolare nelle zone più disagiate.
Il nodo di fondo, dunque, è riconoscere l'importanza delle differenze non solo
nazionali ma anche regionali al fine di conseguire gli obiettivi fissati
dall'Unione. E questo perché un'economia basata sull'informazione costituisce -
come ho detto - una straordinaria opportunità per creare occupazione tanto
nelle regioni centrali che periferiche, ma per sfruttare a fondo questa chanche
serve un mix di politiche strutturali, misure regionali e incentivi coordinati a
livello locale, in modo da favorire la competitività effettiva di quelle aree
che da sole difficilmente potrebbero farcela.
Anche su questo terreno, comunque, sono stati realizzati passi avanti notevoli.
Nel Mezzogiorno d'Italia, per citare un esempio, hanno visto la luce alcuni
importanti poli dell'high tech, dall'insediamento della Nokia a Catania al
centro di ricerca della Bosh in provincia di Bari. Sono esperienze significative
della nuova programmazione richiesta; l'intervento pubblico è servito a
individuare le aree più adatte a investimenti di questo genere, vicino alle
università in modo da favorire l'interazione tra i laboratori di ricerca e una
base tecnologica avanzata. I risultati non si sono fatti attendere, se è vero -
come sostiene il Direttore di uno dei più grandi centri di produzione nel
settore della microelettronica, con sede in Sicilia - che "non esistono
ingegneri così qualificati e a costi così convenienti come in questa
zona".
Diciamo, allora, che alle istituzioni europee e ai singoli governi nazionali
spettano compiti distinti ma complementari.
E' dovere dell'Unione, ad esempio, approntare un quadro normativo e giuridico in
materie di interesse comune, dal commercio elettronico alla vendita a distanza
di servizi finanziari solo per citare alcuni temi dell'agenda di Lisbona.
In termini più generali, serve una completa integrazione e liberalizzazione dei
mercati delle telecomunicazioni, con un accesso generalizzato a Internet
caratterizzato da tariffe basse ed elevata velocità.
Tutto questo va di pari passo con una maggiore integrazione ed un più efficace
coordinamento della ricerca. Paesi come il nostro non possono assistere
impotenti alla fuga dei migliori cervelli verso realtà e centri più avanzati.
E la tecnologia disponibile, del resto, consente già oggi la messa in rete dei
programmi con la possibilità, in tempi brevi, di razionalizzare le risorse e
ottimizzare i risultati.
Sullo sfondo restano poi le grandi coordinate di una politica d'integrazione
piena e di sviluppo che i singoli paesi, e governi, devono tradurre in piani e
progetti pluriennali di investimento.
Qui entra in campo il modello sociale europeo, per come l'abbiamo conosciuto
finora. E la possibilità di stabilire nuovi parametri di riferimento - nuovi
obiettivi qualitativi - in materia di istruzione, mobilità e flessibilità,
incentivi alle imprese, sviluppo dei mercati finanziari, riforma degli
ammortizzatori sociali e del welfare tradizionale, nuove politiche di
inclusione.
Su ciascuno di questi capitoli è possibile approfondire un quadro
programmatico, sapendo che ciascuno di essi è correlato strettamente allo
sviluppo degli altri. Ma non è su questo che intendo soffermarmi, anche per
rispettare i tempi previsti.
C'è una questione, invece, che mi pare giusto affrontare ed è il recupero, in
una stagione caratterizzata dal primato delle tecnologie e della conoscenza,
della vocazione propria di un'Europa mediterranea. Intendo dire la vocazione
storica, la funzione di ponte verso altre civiltà e culture che paesi come i
nostri hanno esercitato per secoli, se non millenni.
C'è una famosa definizione di Bloch secondo la quale l'Europa sorge sulle
ceneri dell'Impero romano. Nasce, dunque, dalla lenta fusione di elementi
nordici e mediterranei.
In altre parole, fino a quando sopravvive la potenza di Atene, e successivamente
di Roma, l'Europa non è in Europa ma - come ha scritto Lucien Fevbre - è nel
Mediterraneo; la civiltà europea è la civiltà mediterranea.
Ora, se noi rovesciamo questa premessa e la trasponiamo ai tempi nostri, è
ragionevole affermare che l'Europa senza il Mediterraneo non c'è, nel senso che
non è più l'Europa, ma un'altra cosa.
La nostra storia comune - questa è la verità - è una storia di mescolanze tra
Nord e Sud, di migrazioni, di scambi e influenze linguistiche, religiose,
culturali. Ma questo è il punto di forza della civiltà europea, non la sua
debolezza.
Il problema è capire quale ruolo possiamo assolvere nello scenario globale di
questo inizio millennio.
Per dirlo in modo diretto, cosa dev'essere l'Europa mediterranea per i paesi che
le sono addossati e per quelli che si bagnano, sull'altra riva, nello stesso
mare?
Dobbiamo essere una barriera difensiva, una muraglia che separa due mondi e due
o più civiltà?
Oppure - come fu a lungo nell'antichità - una porta, un passaggio aperto al
flusso delle persone, delle merci, delle idee?
Non c'è dubbio che la strategia dell'allargamento da un lato, e un'assunzione
di responsabilità politica e militare verso i Balcani dall'altro, hanno
ratificato negli ultimi anni la scelta della seconda via.
Bisogna aver chiaro però quali implicazioni apre questa nostra nuova
collocazione internazionale.
C'è un balzo di qualità che i paesi dell'Europa meridionale possono compiere
su questo terreno per due ordini di ragioni. Perché, dopo l'89 e sulla spinta
della democratizzazione dell'Europa dell'Est, sono venuti modificandosi
complessivamente gli equilibri dell'area europea e balcanica, ma anche perché
la globalizzazione può schiudere mercati prima inaccessibili alle nostre
imprese e produzioni.
Diciamo pure che pace, sviluppo e l'estensione di un'area commerciale che va ben
al di là di un'Europa a dodici o quindici, sono processi destinati ad avanzare
simultaneamente con effetti positivi sul medio e lungo periodo.
Questo significa che una politica integrata di difesa e sicurezza comuni,
insieme alla massima integrazione dei paesi di quest'area nel contesto politico
ed economico dell'Europa, potrà garantire non solo il conseguimento di un
equilibrio stabile in un territorio storicamente esposto a crisi e turbolenze più
o meno periodiche, ma aprire la via a una strategia d'unificazione dell'Europa
fondata su basi diverse da quelle del passato.
In conclusione, queste a me paiono le direttrici lungo le quali sviluppare il
nostro lavoro nei prossimi anni. Considerare il terreno della formazione e della
ricerca la base irrinunciabile su cui poggiare i nuovi parametri dello sviluppo
e dell'effettiva integrazione dell'Europa mediterranea nell'organismo economico
e sociale che ha il suo riferimento politico nel Parlamento di Strasburgo e
nella Commissione di Bruxelles; e dall'altro lato proseguire sulla strada di una
funzione attiva, e propositiva, dei paesi interessati - Grecia e Italia, in
primis - per fare di quest'area uno dei contesti più aperti, dinamici e
innovativi della globalizzazione.
Conterà molto, ovviamente, chi dirigerà questi processi.
Se lo farà un blocco conservatore - lo stesso che manifesta, purtroppo, in
diversi paesi una rinnovata pulsione integralista e nazionalista - sarà quasi
inevitabile un arretramento culturale, oltre che politico, della linea indicata.
Diverso lo scenario se saranno le culture riformiste - e la sinistra nel suo
complesso - a proseguire l'azione di governo avviata in questi anni e che si è
già concretizzata in una serie di risultati positivi e incoraggianti.
Ma su questi aspetti più direttamente politici avremo modo di ragionare e
discutere anche in altre occasioni.
L'euro, il dollaro e il governo economico
1. Cominciamo con qualche domanda paradossale.
Perché il dollaro si rafforza mentre la crescita americana rallenta?
Perché l'euro si indebolisce mentre l'Europa riprende a crescere, sia pure a
ritmi meno impetuosi di quelli inizialmente previsti?
L'enigma è avvolto nel mistero per gli economisti di scuola, i quali sono
indotti alla disperazione dalle smentite alle tesi che da giovani vi hanno
imparato.
Per esempio, avevamo imparato che una politica di tassi di interesse facili
indebolisce la moneta. Macché. Greenspan taglia i tassi e il dollaro si
rafforza.
E una economia americana che perde colpi attira capitali in America.
Segni di quei circuiti controintuitivi che caratterizzano la nuova economia, da
quando i movimenti finanziari si sono autonomizzati dai movimenti reali.
2. Ma seguiamo anzitutto le vicende dell'euro
Dal suo lancio, due anni e sette mesi fa, si è svalutato, rispetto al dollaro,
del 30% circa.
Eccezionale? No, negli ultimi venti anni è accaduto di molto peggio. Prendiamo
il cambio marco dollaro (l'euro non c'era). Nel periodo '80-'85 il marco si
deprezzò del 91%.
Se guardiamo il grafico dal '75 al 2001, è un ottovolante vertiginoso. Dal 75
all'80 il dollaro si svaluta, poi dall'80 all'85 si rivaluta fortemente (la fase
reaganiana), poi giù a picco, dopo gli accordi del Plaza fino all'87 (accordo
del Louvre), poi una certa stabilità fino al '96, e da allora una nuova fase di
rivalutazione.
Dunque, niente di veramente eccezionale. Come al solito, i media drammatizzano.
Titoli terroristici: euro a picco, minimo storico, eccetera. Tenere i nervi a
posto.
3. Vediamo allora che cosa è successo all'economia reale nelle due grandi aree
dell'Occidente. All'inizio di quest'anno ci si aspettava la staffetta:
rallentamento dell'economia americana, forte crescita di quella europea.
Il rallentamento in America c'è stato e anche forte. La crescita europea, molto
meno robusta del previsto. E' come se l'Europa, invece di sostituirsi
all'America nel traino, ne subisse il malumore, Anche in Giappone, si accentuano
i segni di un ristagno.
Ma le politiche economiche, nelle due aree, segnano andamenti profondamente
divergenti.
Negli Stati Uniti, la reazione alla frenata è fortemente espansiva. Sui tassi e
sulle tasse.
Tassi: da dicembre a giugno, una riduzione di 275 punti base dei tassi
americani, contro una riduzione di 25 punti base in Europa.
Tasse: già varato un primo ardito programma di detassazione
"regressiva".
Gli Stati Uniti non sembrano troppo preoccupati da tensioni inflazionistiche.
Contano sulla flessibilità del mercato del lavoro. Continuano a non essere
affatto preoccupati dello squilibrio esterno. Hanno già un disavanzo mostruoso.
Che tuttavia è annullato dalla forza del dollaro. Sono come un cliente del
Supermercato che riempie il suo cestello di ogni ben di Dio, poi si presenta
alla cassa, dove registrano il suo debito in conto corrente e gli restituiscono
i soldi in conto capitale. Perché dovrebbe comprare di meno? Si capisce che
siano molto più preoccupati dai rischi di recessione che da quelli di
inflazione e di svalutazione.
Di qui lo sforzo di contrastare le tendenze depressive, scongiurando i vuoti
d'aria della bolla finanziaria. Si confida in una ripresa della crescita, tale
da assorbire le spinte inflazionistiche e da riassorbire gradatamente la
"bolla" finanziaria, che si è già in parte sgonfiata. .
Questa politica aggressiva ed egocentrica ricorda l'edonismo reaganiano. E' una
scommessa ardita, che però comporta dei gravi rischi, non solo per le altre
aree, che per ora continuano a finanziare l'America con il loro risparmio,
sostituendosi a quello ormai da tempo negativo degli americani. Ma anche per
l'America stessa. Il rischio maggiore si chiama stagflazione, una parola
dimenticata. Tendenze inflazionistiche, che già serpeggiano, potrebbero indurre
a una svolta di politica monetaria di segno restrittivo e quindi ad una
ulteriore caduta della domanda e della fiducia.
C'è il rischio, in altri termini, che la frenata non sia un fenomeno
congiunturale passeggero, ma uno strutturale. Alcuni economisti si erano
persuasi che il ciclo fosse scomparso dall'orizzonte di un sereno stabile: un
po' come la fine della storia. La brusca frenata ha interrotto questa euforia.
L'esperienza del passato ci presenta fasi di grandi innovazioni tecnologiche
caratterizzati da fenomeni di sovraccumulazione, cui seguono fasi di flessione
dei profitti e delle quotazioni azionarie. Sapremo presto se si tratta di una
parentesi o di un ciclo.
In quest'ultimo caso, è dubbio che una politica fiscale fortemente espansiva
potrebbe rianimarlo. Le famiglie americane sono fortemente indebitate.
Potrebbero essere indotte dalla caduta delle aspettative ( e delle quotazioni
azionarie, che sono ormai parte integrante dei loro redditi) a utilizzare i
redditi detassati per ridurre i debiti anziché per sostenere i consumi.
4. Per ora, il nuovo governo repubblicano sembra sufficientemente avventuroso
per correre questi rischi. Il suo machismo si manifesta sul terreno economico,
come su quello ambientale, come su quello militare, all'insegna del motto
America first. L'atteggiamento sprezzante di Bush nei riguardi dell'Europa e del
Giappone, invitati durante l'ultimo vertice a darsi da fare per crescere di più,
è tipico di questa fase della politica americana.
5. E l'Europa? Per ora la crescita continua, l'occupazione sale, la
disoccupazione scende, ma a ritmi più contenuti, meno baldanzosi. Non c'è l'eurosclerosi,
denunciata dai sostenitori del modello americano, ma neppure la
"piena" che ci si aspettava a Lisbona. Ricordiamo gli annunci un po'
spavaldi di un anno fa.
Che cosa è intervenuto a frenare la ripresa? Mi pare che due cause fanno
spicco. La prima è il petrolio. E c'è poco da spiegare. C'è da constatare che
l'aumento del suo prezzo danneggia l'Europa in misura doppia rispetto agli Stati
Uniti. Il deterioramento della ragion di scambio determinato dall'aumento del
prezzo del petrolio è stato di mezzo punto negli SU e largamente superiore a un
punto del PIL in Europa. Di qui una spinta inflazionistica che tuttavia è stata
riassorbita in modo incomparabilmente migliore di quella, non molto più
intensa, degli anni settanta. E qui dobbiamo registrare un primo grande successo
dell'Unione monetaria. Quanto sarebbero state più gravi le conseguenze dello
shock se le monete europee avessero dovuto farvi fronte in ordine sparso!
L'altra spinta inflazionistica è, ovviamente, la svalutazione dell'euro. E
questa ha bisogno di essere spiegata in qualche modo. Penso di non peccare di
semplicismo se dico che il fattore più ovvio della debolezza dell'euro è la
forza del dollaro.
6. Alla risolutezza con la quale il governo e la Federal Reserve americana
fronteggiano insieme una battuta di arresto percepita in modo intenso, fa
riscontro la politica monetaria umbratile della BCE, e una politica fiscale
tuttora ingessata nella cintura di castità del patto di stabilità. E si
capisce. L'Europa non ha né mercati di lavoro tanto duttili da assorbire forti
spinte inflazionistiche (provocatoriamente, direi per fortuna) né può
permettersi di indebitarsi con il resto del mondo, passando alla cassa del
Supermarket. Deve piuttosto fronteggiare il deflusso di capitali verso gli Stati
Uniti: altra preoccupazione che non le consente di largheggiare sui tassi
d'interesse.
7. Bisogna dire che per ora, il quadro non è immediatamente preoccupante. Senza
ulteriori spinte inflazionistiche esogene, la domanda interna dovrebbe
continuare a crescere, mentre la domanda estera riceve qualche stimolo ulteriore
dal deprezzamento dell'euro (il solo risvolto positivo del dollaro forte per
noi). Una scivolata ulteriore e continuata, tuttavia, è da scongiurare. Per
l'Europa, i rischi di una stagflazione, per le condizioni strutturali di
svantaggio che ho richiamato, sono molto superiori a quelli degli Stati Uniti.
8. Direi comunque che per tutte e due le grandi aree economiche dell'Occidente,
la migliore politica è una politica cooperativa.
Quando l'euro fu varato, sostenemmo - e non era un pensiero troppo originale -
che ci sarebbe convenuto non un euro debole o un euro forte, ma un euro stabile.
Oggi un esame sereno della condizione economica delle due aree ci persuade che
conviene all'Europa come agli Stati Uniti un dollaro stabile.
Si ripresentano così le condizioni che renderebbero conveniente un qualche
accordo, anche non troppo ambizioso, del tipo Plaza o Louvre. Non mi pare che
sia all'ordine del giorno del G 8, che si limita, come un non dimenticato
Ministro italiano, a "nutrire fiducia".
Eppure un tale accordo costituirebbe, attraverso la stabilizzazione del cambio e
la sua influenza distensiva sui mercati finanziari, un contributo non
indifferente all'instaurazione di quel clima di fiducia che è condizione
essenziale perché si affrontino finalmente serie politiche di redistribuzione
su scala mondiale.
9. Si vive invece una politica economica del fiato sospeso. E ciò non è bene né
per gli Stati Uniti, né per l'Europa, né per il mondo. Quando nel 1971 Richard
Nixon lanciò la sfida che portò in pochi anni alla rivoluzione dei cambi
flessibili, Milton Friedman e i suoi Chicago boys predissero un futuro
virgiliano di bucolica prosperità, attivata dalla autoregolazione dei cambi.
Nei venti anni che seguirono ci sono state 120 crisi valutarie maggiori:
intendendo per tali quelle nelle quali una moneta si svaluta di una quota
superiore al 25% del suo valore.
Di questa condizione di fiato sospeso, le vittime maggiori sono destinate a
restare, ovviamente, i paesi più poveri del mondo.
10. Ma non c'è dubbio che, tra le due grandi aree economiche del ricco
Occidente, la più fragile e svantaggiata, perché ha meno fiato, è l'Europa.
Con l'euro, essa si è inoltrata a metà di un guado che non si può non
definire storicamente fatidico.
Oggi, la provvisorietà di questa costruzione arditissima, sino a dieci anni fa
inimmaginabile, l'Unione Monetaria, rivela il tremendo rischio che essa resti
esposta, nella sua incompiutezza, alla forza impetuosa delle correnti. Rispetto
alla forza di un dollaro coperto da una formidabile riserva di potenza politica
l'euro fa fatica a rappresentare per intero la grande forza economica
dell'Europa. Rispetto a una politica fiscale che si giova di una enorme libertà
di manovra, l'Europa presenta quindici piccoli indiani privi di un bilancio
comune degno di questo nome, e legati non da un comune progetto di governo
dell'economia, ma da un comune divieto.
L'euro è una delle più brillanti invenzioni del nostro tempo. Ma se dovesse
restare politicamente ingovernato, come è ora, diventerebbe, prima o poi,
ingovernabile.
Giorgio Ruffolo
Ventotene, 20 luglio 2001
Usa, addio all'ospedale dei poveri
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - Datemi i vostri miserabili, i vostri oppressi, le vostre masse accalcate, è scritto ai piedi della Statua della Libertà, ma da ieri una riga andrebbe aggiunta: tenetevi i vostri malati poveri perché nell'Ospedale America non ci sono più letti per loro. Ha chiuso anche a Washington, nella capitale, il General Hospital, l'ultimo Lazzaretto per gli ultimi lebbrosi della medicina privatizzata, per coloro che non possono permettersi l'assicurazione medica.
Erano accolti soltanto qui, senza l'elettrocardiogramma alla carta di credito né la Tac al libretto degli assegni. Costava troppo, era male organizzato, le stanze erano divenute ospizi ed è tutto vero, tutto dimostrato nei conti della città. Tutto è dimostrato nei conti della città. Ma non è stato facile spiegarlo all'ultimo paziente sloggiato ieri mattina, a Ronald
Ospey, messo per strada a 65 anni con il suo bel diabete e una gamba già amputata.
Monumento esemplare al romanzo dickensiano della sanità in America, a quella medicina che non vediamo mai dietro i telefilm rassicuranti e gli annunci di scoperte prodigiose, il General Hosptal era realmente l'ultima frontiera per i "miserabili" della Capitale, non per terapie miracolo, ma per le piccole battaglie quotidiane della salute, il parto, il trauma, la ferita da taglio, la visita pediatrica, la manutenzione della vita umana.
Nelle giornate delle grandi immigrazioni di afroamericani da Sud verso la capitale, nel dopoguerra, duemila pazienti si erano affastellati nelle sue corsie e generazioni di laureati in medicina e chirurghi destinati alle cattedre universitarie e agli studi in Park Avenue avevano fatto qui il loro tirocinio di guerra. Nella War Zone come la chiamavano, dove le battaglie erano combattute spesso alla maniera di
"Mash". «Mancava sempre qualcosa - ricordava ieri Ronald David, un cattedratico di Harvard venuto qui a finire la sua carriera - un ago, una siringa, un anestetico, ma non mancava mai lo spirito. Qui si tornava a fare i medici e i chirurghi, non più i mercanti di medicina».
Ma nel tempo della grande sbornia privatista dopo la sbornia statalista, non potevano che vincere i mercanti e i contabili, sopra i missionari in camice bianco come questo professore, che ha deciso, non per caso, di farsi prete cattolico a 60 anni, ora che l'ospedale ha chiuso. Alla fine dei suoi giorni, il Lazzaretto alla frontiera della città ospitava appena 120 malati, quasi sempre abbandonati a se stessi, perché non tutti i medici hanno il dovere di essere santi e da quando il comune di Washington aveva smesso di pagare i conti, era un miracolo se nella
E.R., l'Emergency Room, cioè il pronto soccorso, a fare i turni di guardia, c'era un studente di medicina. Costava 180 miliardi di lire l'anno, quasi un miliardo e mezzo per paziente, la somma che ora il sindaco Williams verserà a un consorzio di assicuratori privati che hanno giurato di assistere tutti i malati senza polizza che si presenteranno negli altri ospedali privati della città.
Ci credono in pochi, che le assicurazioni accetteranno di garantire qualcosa più di un puntura di morfina, appunto come al fronte. E non ci credono soprattutto coloro che, al fondo della scala sociale, sapevano che almeno in ogni città, in ogni contea, ci doveva essere un ospedale obbligato ad accoglierli, per quanto scalcagnato e male attrezzato come il DC
General. «Anche se non ce ne servivamo - raccontava Shelly Powers, che nelle sue sale parto ha messo al mondo sei figli - ci addormentavamo sapendo che era lì, giusto in caso di necessità».
Non ci possono credere, perché dalla nascita degli Stati Uniti, loro si sentono ripetere che presto anche la nazione più ricca del mondo che progetta scudi spaziali da 80 mila miliardi l'anno e produce film che ormai costano regolarmente il doppio di questo ospedale, avrà un servizio sanitario per tutti. Mille volte è sembrato che il traguardo fosse vicino, con i rooseveltiani negli anni '30, con Johnson nell'ora della Grande Società e poi con i
Clinton, Billy e la Hillary, che arrivarono a Washington brandendo il loro "contratto" con l'elettorato, la mutua per tutti, che la signora portò trionfalmente, rilegato in pelle blu scura, in Parlamento nel 1993 e là ancora giace, morto e sepolto.
C'erano 36 milioni di americani, all'inizio del 1992, senza alcuna forma di copertura sanitaria. Ce ne sono 44 milioni oggi, un milione in più all'anno. Nel "buon cuore" del nuovo Presidente
Bush, l'uomo che aveva promesso compassione, non ci può essere posto per un sistema sanitario nazionale che lui, il suo partito, e i suoi elettori considerano l'ultima incarnazione del bolscevismo, come quello che i vicini del Nord, gli "stalinisti" canadesi, hanno adottato da anni. Persino un mitissimo progetto di legge per la "Carta dei Diritti dei Pazienti" che sta faticosamente arrampicandosi in Senato spinto dal democratico Ted Kennedy e dal repubblicano John
McCain, per dare ai malati qualche ricorso legale contro la tirannide delle assicurazioni che giocano a Dio concedendo cure in base ai premi versati, fa orrore alla Destra. Giorgio II Bush ha già promesso di fermarlo con il suo veto presidenziale, semmai diventasse legge.
Bush preferisce fare appello alla carità delle organizzazioni religiose, che già fanno moltissimo, e invocare il totem del mercato, che troverà il giusto equilibrio anche sulla piazza della salute dove si genera una spesa annuale di un trilione di dollari, oltre due milioni di miliardi di lire, in America, e dunque dovrebbe attirare i mercanti. Ma quello che decenni di storia hanno dimostrato, e che la caduta dell'ultimo lazzaretto di Washington simboleggia, è che il mercato, nell'economia della salute, non funziona affatto. Che non ci sono profitti legittimi da fare nella cura di quei 44 milioni di lebbrosi senza polizza. E non c'è neppure alcun profitto politico, perché i poveri non votano, non fanno base. Fanno soltanto, e neppure sempre, pena.
Da oggi, comincia dunque per i malati del ghetto la corsa dell'ambulanza tra i pronto soccorso degli Ospedali, che in altre nazioni si attribuisce alla cattiva sanità statale. Chi vincerà, vivrà. I poveri non votano e neppure votano i morti, tranne che a Chicago o in Florida dove si fanno spesso eccezioni, e l'America che vota preferisce che il sistema resti così, nella cultura Far West del «peggio per te» che gli spot e le lobby delle grandi compagnie di assicurazione coltivano. Guai ai vinti, e guai a quei venti malati di Aids che sono stati espulsi dal Washington DC General Hospital, insieme con i bambini e il diabetico. Mentre a New York
l'Onu celebrava compiaciuto e tronfio il giorno della lotta contro l'Aids in Africa.
la Repubblica
26 giugno 2001