La grande risorsa del noprofit 


di Giorgio Ruffolo 

Lo Stato sociale è nato dalla società civile: dai suoi bisogni, dai suoi conflitti, dalle sue speranze. Era una cosa viva. Le sue attuali difficoltà nascono soprattutto dall'essersi cristallizzato in un'istituzione distaccata dalla società, se non addirittura sovraimposta ad essa. Se vuole superare la sua crisi, lo Stato sociale deve colmare questo varco, deve «risocializzarsi». Questo mi sembra il messaggio essenziale di Gerard Schroeder, contenuto nell'articolo pubblicato su Repubblica del 12 aprile (Lo Stato sociale del futuro tra business e volontariato).
Schroeder constata come proprio dalla società civile stiano nascendo spontaneamente forme di autorganizzazione che indicano la direzione di quel rinnovamento, di quella risocializzazione. La più significativa è la crescita del «terzo settore». Più di due milioni di tedeschi sono occupati nel settore del noprofit: e cioè delle imprese senza fini di lucro - società cooperative, società mutualistiche, associazioni - impegnate soprattutto nella prestazione di servizi sociali, con un largo ricorso al volontariato.
Non è ormai da tempo una novità, questo terzo settore dell'economia associativa. Dalle più recenti e serie indagini risultano le rilevanti dimensioni che esso ha assunto nei principali paesi capitalistici avanzati. Le risorse finanziarie impegnate vanno dall'1,2% del Pil in Italia al 6,3% degli Stati Uniti, passando per valori del 35% in Francia, Germania, Giappone. Gli uomini e le donne che vi si impegnano rappresentano il 2% circa dell'occupazione totale in Italia (5,5% dell'occupazione nei servizi), 4% circa in Francia, Germania, Giappone e 7% negli Stati Uniti (rispettivamente 10% e 15% dell'occupazione nei servizi). Ormai è diventato impossibile trascurare questo fenomeno nell'economia dei paesi più avanzati; ed è diventato necessario capire le ragioni della sua crescita e cercare di chiarire le sue implicazioni sullo sviluppo economico e sulla struttura sociale. È quello che ha ottimamente fatto Franco Archibugi in suo recente libro, "The Associative Economy", pubblicato da Mac Millan.
Le ragioni dell'impetuosa crescita dell'economia associativa stanno certamente nei vantaggi dei servizi che essa offre rispetto a quelli forniti dagli altri due sistemi: personalizzazione, affidabilità, flessibilità. Ma forse le ragioni più profonde bisogna cercarle più dal lato dell'offerta che da quello della domanda: più che nella migliore qualità dei servizi che offrono agli utenti, nelle utilità e nelle gratificazioni che danno a chi si impegna a produrli: il senso di un impegno civile, il piacere della cooperazione, il gusto della partecipazione. È questo aspetto che Schroeder sottolinea quando parla del contributo che il terzo settore può dare alla «responsabilizzazione della società civile».
Da questo sviluppo spontaneo di un terzo settore può nascere un vero e proprio terzo sistema di organizzazione economica e sociale che si affianchi agli altri due massimi sistemi, lo Stato e il Mercato. Saremmo allora di fronte a una «grande trasformazione» delle nostre economie, da uno schema binario StatoMercato a uno ternario, StatoMercatoSistema associativo, nel quale il mercato avrebbe la funzione motrice dello sviluppo economico attraverso la competizione, il sistema associativo quello della coesione sociale attraverso la cooperazione e lo Stato la funzione regolatrice del sistema complessivo attraverso la programmazione. Questa ipotesi, che Archibugi sviluppa nel suo libro, non è una previsione, è una proposta. Perché dal mondo della possibilità (non dell'utopia) essa si concretizzi nel mondo della realtà, infatti, c'è bisogno che sia assunta come modello da una forza politica e perseguita come progetto attraverso riforme radicali. Si tratta di modificare profondamente i meccanismi che oggi regolano la distribuzione e la redistribuzione del reddito e del lavoro.
Si tratta, per esempio, di compiere una devolution (la parola è di moda), insomma, un decentramento su vasta scala di funzioni amministrative e sociali verso l'autogestione dei cittadini e verso il sistema associativo, snellendo il corpo pesante dello Stato e creando spazio per lo sviluppo del suo cervello. Quindi, di trasformarlo in una vera e propria struttura di programma, capace di misurare i costi e i benefici dell'azione pubblica, di definirne razionalmente gli obiettivi, di orientarne democraticamente le scelte, di controllarne l'efficacia. Si tratta di potenziare le capacità del mercato di offrire un'occupazione piena e buona, riducendo l'attuale crescente divario tra cittadini «attivi», percettori primari di redditi, e cittadini «passivi» (anziani, donne, giovani) percettori di pensioni, di sussidi familiari o statali, o di niente; rimuovendo la barriera dell'età di pensionamento, che dovrebbe essere considerata non come una soglia fatale dell'inutilità sociale, ma come un'opzione aperta a forme di attività diverse; generalizzando il tempo parziale, che facilita particolarmente il lavoro femminile; introducendo il tempo scelto, e cioè forme contrattualmente concordate di flessibilità degli orari e dei tempi di lavoro.
Si tratta di realizzare quel canale aperto di studio, formazione e riqualificazione, compatibile con il tempo di lavoro, che è l'educazione permanente.
Lo scopo di queste riforme, insomma, è di costruire un campo di scelte nel quale lavoro, tempo libero e studio non costituiscano attività separate nel tempo e nello spazio sociale, ma il contesto armonico entro cui possa svilupparsi una società del benessere, della vita buona - avrebbe detto il vecchio Aristotele - articolata su tre sistemi di organizzazione delle relazioni economiche e sociali.
Quale forza politica, se non quella che ha costruito lo Stato sociale, l'unica forma di socialismo reale della storia; quale forza politica, se non la sinistra riformista europea è più adatta ad assumere su di sé l'impegno di realizzare questa nuova grande trasformazione? In un sistema dualistico come il nostro, dove lo Stato e il Mercato si contrappongono frontalmente, e la società civile resta fondamentalmente passiva, la sinistra rischia di perdere su due fronti. Su quello dell'economia, perché uno Stato che si accolli interamente il peso della protezione sociale finisce per esserne schiacciato, lasciando trionfare le soluzioni mercatistiche e privatistiche, con conseguenze sociali disgreganti. Su quello della politica, perché una società passiva genera egoismo e frustrazioni: una miscela altamente pericolosa per la democrazia.
La sinistra rischia di essere lacerata tra due opposte derive: quella conservatrice, di un difesismo sterile di Maginot che finiscono sempre per essere aggirate; e quella subalterna al pensiero unico dominante - mercatistico e privatistico - che ci si sforza di rendere più accettabile accumulando materassini al margine delle curve pericolose, quando invece si tratta di modificare il tracciato. 

La Repubblica
21 aprile 2001


Lo Stato sociale del futuro 


di GERHARD SCHROEDER 

PIÙ di due milioni di tedeschi sono occupati nel settore del no-profit, nel terziario. In termini di tempo l'attività che prestano gratuitamente corrisponde a più di un milione di posti di lavoro full-time. Secondo statistiche recenti in Germania un individuo su tre, superati i quattordici anni, è in qualche modo coinvolto in attività di volontariato, che vengono prestate nell' interesse pubblico. Ed è dall'impegno civile attivo che si può trarre una grande utilità sociale.
Sono dell'opinione che la capacità di una società di organizzarsi da sola abbia, senza alcun dubbio, un impatto diretto sulla capacità di innovazione di quella stessa società. Rafforzare la società civile, rete sociale tra mercato e Stato, non significa solo promuovere la solidarietà e la responsabilità collettiva, ma la libertà e la qualità della vita. Una società civile attiva e forte è importante anche ai fini dei risultati economici. 
Nel ridefinire i ruoli dello Stato e della società in Europa, mettiamo alla prova la consapevolezza politica delle nostre società di essere società aperte che garantiscono pari opportunità e possibilità di scelta, che delegano potere ai singoli ma esigono anche responsabilità individuali. 

Tutto questo non perché, come sostengono alcuni critici, lo Stato sia costretto dalle casse vuote ad affidarsi alla responsabilità sociale. 
Lo Stato mantiene il ruolo di paladino dei soggetti più vulnerabili della società, ma non per questo deve decidere su tutto. E' vero l'opposto. Uno Stato sociale onnipresente che provvede a tutto e priva i cittadini del potere decisionale non soltanto risulta impossibile da sostenere finanziariamente, ma anche inefficiente e disumano. I problemi sociali non si risolveranno continuando a ridistribuirli, ma delegando potere, attraverso pari opportunità e una migliore istruzione. 
Dovremmo diffidare delle politiche che si basano su rigide alternative: non è vero che per rafforzare la società civile bisogna necessariamente indebolire lo Stato. E' vero che lo Stato non dovrebbe intervenire quando le questioni possono essere risolte in modo più efficace dalla società civile attraverso la responsabilità individuale e un'organizzazione autonoma, ma è altrettanto vero che la società civile non può prosperare dove lo Stato è debole. 
Uno Stato forte, una forte società civile dipendono entrambi dalla partecipazione dei cittadini. Non sarà la contrapposizione tra la società civile da una parte e lo Stato e la politica dall'altra a determinare che cosa sia bene o male per la società, che cosa corrisponda o meno all'interesse comune. La decisone verrà presa all'interno della società civile stessa, che per risolvere questi conflitti avrà bisogno di grande fantasia.
In questo senso più società civile non significa meno Stato, ma un approccio meno paternalistico, meno "statale". Per me tutto questo rappresenta un ulteriore passo avanti verso una democrazia basata sul negoziato e sul consenso. 
L'economia e il mondo del lavoro non sono esterni alla società civile. Le imprese che sostengono progetti sociali, sia in Germania che nei paesi in via di sviluppo, e promuovono l'impegno civile dei propri dipendenti attraverso la concessione di congedi e indennità, non solo migliorano la propria immagine, ma rafforzano il senso di appartenenza del dipendente alla ditta, sviluppando così quello che i sociologi definiscono capitale sociale. Queste qualità si sviluppano e si affinano attraverso l'impegno civile. Ad un'impresa globale non basta possedere conoscenze specialistiche: ci vogliono spirito di gruppo, capacità di comunicazione, volontà di assumersi responsabilità, conoscenza di altre culture e di stili di vita diversi. Così per le imprese incoraggiare l'impegno civile non rappresenta un lusso né una forma di sentimentalismo poco attinente al mercato. 
Dove è presente un rapporto di sostegno e collaborazione tra imprese e organizzazioni di volontariato, i dipendenti sono sensibilmente più motivati e soddisfatti. Queste imprese di conseguenza esercitano maggiore attrattiva sui professionisti dei vari settori i quali sanno fin troppo bene, grazie all'esperienza pratica, che nel mondo del lavoro di oggi, e in futuro, ai lavoratori si chiederà sempre più dinamismo, creatività, qualificazione e responsabilità. I lavoratori, da parte loro, sono sempre più desiderosi di offrire il contributo delle proprie idee, di sfruttare le proprie capacità e di assumersi responsabilità. 
Ecco quelli che potremmo definire gli utili del capitale sociale che un'impresa accumula attraverso l'impegno civile. All'interno del mondo del lavoro si dovrebbe quindi coltivare ed espandere questo capitale sociale, senza escluderlo dalle fabbriche e dagli uffici. La partecipazione all'interno della società deve corrispondere alla partecipazione sul posto di lavoro, è uno dei motivi per cui abbiamo modernizzato le relazioni industriali. 
Il modello tedesco o, come direbbero alcuni, della repubblica di Bonn, basato sul consenso e sulla cooperazione, ha rappresentato per molti anni un elemento di integrazione e conciliazione che ha favorito i mutamenti strutturali migliorando senza dubbio la competitività. Nonostante numerose proteste non ci siamo discostati da questo modello collaudato, abbiamo invece adattato i metodi di consultazione alle mutate condizioni lavorative. Sono certo che questo porterà degli utili sotto forma di capitale sociale. Più società civile nelle aziende e una nuova cultura della consultazione nell'economia digitale alla fine pagheranno dividendi sotto forma di maggiore produttività e di maggiore potenziale di innovazione. 
Può anche darsi che in alcune tradizionali organizzazioni di beneficenza il numero dei volontari a lungo termine sia diminuito, ma alcuni studi dimostrano che il desiderio di impegno civile e di realizzazione personale attraverso questo impegno sono oggi più forti che mai, soprattutto tra i giovani. Che sia direttamente nel sociale, nella tutela dell'ambiente o in gruppi di ascolto, le persone cercano di dare un senso alla loro vita attraverso l'impegno civile. 
La politica oggi deve reagire alla nuova diversità nell'impegno sociale e civile. Abbiamo riformato la legge sulle donazioni, abbiamo facilitato il finanziamento privato di iniziative sociali, dal campo artistico a quello sportivo attraverso agevolazioni fiscali, che aprono nuove possibilità per gli investitori. Passo dopo passo miglioreremo ancora. A promuovere il volontariato civile andranno una serie di iniziative come quella (denominata "avviamento al sociale") da me patrocinata che offre consulenza professionale di esperti nei settori economico e sociale alle persone impegnate in attività sociali e di volontariato, per aiutarle a sviluppare i contatti e a costituire reti locali. 
Queste attività non si limitano a sottolineare il predominio del sociale esplicito nella costituzione tedesca, ma permetteranno alla società civile di svilupparsi in futuro senza dipendere dallo Stato, dalle risorse pubbliche e da una stretta definizione di ciò che è utile al bene comune, in direzione di una maggiore collaborazione tra pubblico e privato e una maggiore libertà all'interno delle piccole organizzazioni. 
Riconoscendo in questo il bene comune, la politica diventerà in futuro più aperta e pronta alla sperimentazione. Il mondo degli affari ha a sua volta un ruolo preciso nello sviluppo della creatività e dell'impegno dei dipendenti, un obiettivo da cui noi tutti possiamo trarre benefici. 

L'autore è Cancelliere tedesco (In collaborazione con Policy Network, www.policynetwork.org) (traduzione di Emilia Benghi) 

La Repubblica
12 aprile 2001


Sviluppo sostenibile:"Una crescita di libertà"
Il punto di vista del premio Nobel dell'economia, Amartya Sen


di Armando Massarenti



Professor Sen, la libertà è una misura dello sviluppo, stando al suo ultimo libro. Quale tipo di libertà? E dato che la libertà è sempre legata a un concetto di uguaglianza, di che tipo di uguaglianza si tratta? Uguaglianza di che cosa? Sono questi i principali temi del suo lavoro. Potrebbe rispondermi spiegando l'idea di fondo del suo «approccio delle capacità»?

Quello che cerco di dire è che il modo migliore per dare un giudizio sullo sviluppo sta nel vedere quanto riesce ad aumentare la libertà umana. Una libertà che però è di vari tipi. In certi paesi, la gente magari è libera di esprimere la propria opinione, di criticare, ha libertà di parola come in India, eppure se è povera può non avere accesso a una sanità adeguata. Invece in un'economia come quella cinese, magari la sanità è migliore - non dappertutto, ma almeno in alcune zone - ma c'è meno libertà di parola. Quindi bisogna riconoscere, mi sembra, che la libertà è essenzialmente multidimensionale. Non «quale tipo di libertà?» quindi, ma tutti questi tipi di libertà. La ricchezza della vita umana dipende dalle opportunità economiche, dalle capacità sociali, dalle libertà politiche e queste, sommandosi, risultano nella libertà. E in un senso fondamentale, direi che si rafforzano reciprocamente. Se ce ne sono alcune e non altre, tutte sono vulnerabili, in un certo senso. Ma se procedono di pari passo, non hanno questa debolezza.

Lei sostiene che l'etica è importante in economia ma che, vice versa, anche teorie economiche come quella dell'equilibrio generale possono contribuire a sviluppare un'etica. In che modo?

Credo che il legame tra economia ed etica vada nei due sensi. L'etica è molto importante per l'economia per due diversi motivi. Il primo è che molta economia riguarda provvedimenti che vanno presi e poi esaminati e valutati. E non è possibile fare una valutazione se non si hanno dei valori, quindi c'è bisogno di un'etica per decidere se le cose vanno meglio o se vanno peggio, se tal provvedimento sarebbe un bene o se talaltro sarebbe un male. Per questo, ci vuole un'etica. Il secondo motivo per cui l'etica è importantissima in economia è che il comportamento umano dipende da valori etici. Non è vero che non ci badiamo. Abbiamo tutti una quantità di valori etici diversi. A volte sono valori molto forti, a volte sono addirittura universali. A volte, invece, sono localizzati e forse legati a una comunità o a un particolare gruppo: il comportamento morale dell'imprenditore è più solidale con gli imprenditori che con i lavoratori e quello dei sindacati è meno solidale con gli imprenditori. Qualunque essa sia, qualunque forma assuma, l'etica influisce parecchio sul comportamento delle persone. E perfino nell'economia non prescrittiva, non in quella che si occupa dei provvedimenti da decidere e della loro valutazione ma nell'economia descrittiva e predittiva, c'è bisogno di etica, di un'analisi etica, perché l'etica influisce sui nostri valori. Allo stesso modo, penso che l'economia possa dare un contributo all'etica perché la maggior parte delle preoccupazioni etiche riguardano questioni in cui l'economia ha un ruolo notevole. Penso per esempio alla libertà dalla fame, al poter contare sull'aiuto degli altri e così via, questioni che sono al centro dell'etica e sulle quali l'economia ha molto da dire. Come aiutare gli altri, o come far sì che il diritto di non soffrire la fame si trasformi in una realtà del mondo, è chiaramente qualcosa che ha molto a che fare con l'economia. Credo che integrare etica ed economia sia essenziale, proprio perché l'etica conta in economia e vice versa.

Anche perché in questo modo si valutano meglio le conseguenze dell'azione?

Penso che il nesso sia proprio questo. Mi spiego. Se adottassimo un'etica che non tenesse conto delle conseguenze, l'economia perderebbe la sua importanza. Ma voglio dire che sarebbe un errore, anche se c'è gente che propone sistemi etici come se le conseguenze non contassero, addirittura rifacendosi a Immanuel Kant o attribuendogli questa posizione. In realtà, non è vero che si possa dare un giudizio etico che prescinda interamente dall'azione. Se facciamo una cosa con le migliori intenzioni possibili e questa cosa uccide un milione di persone, è ovvio che si tratta di una cosa tremenda e che non va fatta. Quindi non vedo come si possa dissociare l'etica dalle conseguenze. E molte conseguenze delle nostre azioni operano attraverso l'economia, perché l'economia è un legame forte tra le azioni umane e le loro conseguenze. E questo è in assoluto il motivo per cui l'etica ha bisogno dell'aiuto dell'economia per completare la propria analisi.

Cosa pensa dello sviluppo sostenibile? E' un concetto utile per l'economia? E quale potrebbe essere il ruolo degli imprenditori, dei politici, degli ambientalisti e dei sindacalisti nella realizzazione di programmi di sviluppo sostenibile?

Mi pare che la causa dello sviluppo sostenibile fosse stata difesa con vigore dal rapporto della Commissione Bruntland, presieduta da Gro Bruntland, che era stata il Primo Ministro norvegese e ora è presidente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'OMS. In questo rapporto della Commissione Bruntland, preparato alla fine degli anni Ottanta, si diceva che non bisognava opporsi allo sviluppo e alla crescita come facevano certi ambientalisti, per esempio i fautori dei «Limiti dello sviluppo», e anche il Club di Roma che aveva una posizione abbastanza simile. Il rapporto diceva che serve uno sviluppo dalla base ampia, che tenga conto degli interessi di tutti, e che sia sostenibile nel senso che non soffochi la possibilità di uno sviluppo in futuro. A mio parere, è un punto di vista fondamentalmente giusto. Il punto interessante è la definizione che si dà di sviluppo sostenibile e di che cosa occorre sostenere. Di recente sono stati pubblicati altri due rapporti, uno della Royal Society di Londra - un'associazione di grandi intellettuali - che si concentra soprattutto sui consumi sostenibili. Intendiamoci, è un tema interessante ma a mio parere troppo ristretto. Anche l'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto dedicato in parte allo sviluppo sostenibile, e - come il rapporto Bruntland - tratta di come rendere possibile lo sviluppo in futuro. Questa, secondo me, è una linea di pensiero feconda da seguire, ma vorrei ampliarla. Intendo dire che i mezzi che vengono usati per sostenere lo sviluppo sono di per sé importanti. Prendiamo per esempio il caso dello sviluppo sostenibile mentre aumenta la popolazione. Alcune persone ritengono che misure coercitive di riduzione della crescita demografica sarebbero indispensabili per uno sviluppo sostenibile. Prima di tutto, penso che sia sbagliato, perché niente indica che la coercizione sia un mezzo efficace. Ma anche se lo fosse, mi sembra comunque un'idea infelice perché, tra le cose che vanno sostenute, c'è la libertà. Se si costringe le persone a frenare la crescita della popolazione, si è già rinunciato a sostenere la libertà. Invece trovo che il concetto di sviluppo sostenibile vada allargato fino a includere il sostegno delle libertà individuali, per aumentarle e per sostenere quelle che già esistono. Mi piacerebbe spingere in questa direzione le riflessioni sullo sviluppo sostenibile. E' una distinzione importante: troppo spesso, con il pretesto che il fine giustifica i mezzi - una posizione mi lascia sconcertato - in nome dello sviluppo sostenibile c'è gente che raccomanda delle misure per cui si comincia per eliminare proprio la cosa che merita di essere sostenuta, vale a dire la libertà umana.

Certe multinazionali hanno adottato la sostenibilità, hanno fatto bene? La Procter & Gamble per esempio lo ha fatto per dimostrare che le questioni sociali e ambientali non vanno separate da quelle economiche. E le multinazionali sono credibili in questo ruolo?

Io non conosco esattamente la posizione della Procter & Gamble. So soltanto che è una società del tutto rispettabile, che ha una storia positiva di sviluppo industriale e di senso di responsabilità, ma non posso dire nulla su questo punto preciso. D'altro canto, la sua domanda più generale è «una multinazionale ha interesse a puntare sullo sviluppo sostenibile?» Certo che ce l'ha. Sa, anche quelli che dirigono le multinazionali fanno parte della specie umana e s'interessano ad altri membri della stessa specie… A capo delle multinazionali non ci sono automi o macchine ma esseri umani, dopotutto, e quindi possono avere un punto di vista umano! E credo che si possa tranquillamente dire che, in fin dei conti, il successo delle multinazionali c'entra con la percezione che la gente ne ha. Se le multinazionali sono capaci di presentare una visione che entra in risonanza con le idee che la gente ha del proprio futuro e del futuro del mondo, allora possono anche trarre vantaggi dal fatto di condividerne la legittima preoccupazione. Anzi, direi che per una multinazionale interessarsi allo sviluppo sostenibile sarebbe naturale. E sappiamo che molte iniziative filantropiche di grande valore sono state prese da società come la Roundtrees inglese, che ha avuto una parte importante nell'avviare le ricerche sulla povertà. Ora la Roundtrees è un'impresa commerciale e c'è una lunga storia di imprese commerciali interessate a questioni sociali e morali. Non vedo perché non devono interessare anche le multinazionali.

Da oltre un anno, in occidente ci sono state proteste contro la globalizzazione, il libero scambio e le nuove tecnologie, in particolare contro le biotecnologie, con una forte impronta ambientalista. Se le proteste raggiungono lo scopo, i paesi in via di sviluppo ne trarranno vantaggio, o no?

Mah. Direi che il dibattito sulla globalizzazione è piuttosto strano, visto che quelli che si oppongono alla globalizzazione si ritrovano spesso in varie parti del globo - Seattle, Londra, Washington, Praga - e provengono da tutto il mondo. La protesta contro la globalizzazione è essa stessa un movimento globale. Ma credo che il dibattito non riguardi affatto la globalizzazione. Quelli a favore del commercio internazionale e quelli genericamente e globalmente contrari al commercio internazionali sono comunque a favore di una causa globale. Viviamo in un mondo in cui non è possibile chiudersi completamente fuori dal resto del mondo. La globalizzazione fa parte della necessità di qualunque approccio coerente. La vera questione, mi sembra, è questa: in quale misura le imprese e gli affari devono essere guidati dalla ricerca di profitti e di una forte crescita economica, senza tenere conto della ridistribuzione e dell'equità; della ridistribuzione all'interno di una nazione, di un'economia, e della ridistribuzione tra le nazioni, e della portata che deve avere tale ridistribuzione. Credo che siano questioni legittime, e i manifestanti hanno fatto un ottimo lavoro richiamando l'attenzione su questi temi. Al contempo però, spesso i rimedi che suggeriscono, vale a dire la fine dei rapporti economici globali, non serviranno granché ad aiutare i paesi poveri che hanno bisogno di rapporti economici globali per generare reddito e per diventare più ricchi. Quindi credo che dobbiamo considerare queste proteste come un contributo importante alle tematiche del mondo contemporaneo, ma non come tesi importanti, da accettare nella forma in cui sono espresse negli slogan, sugli striscioni e sui cartelli che vengono esibiti nelle manifestazioni. Penso insomma che pongono domande importantissime, e che spesso le risposte che danno richiedono un esame critico.

Oggi a Roma, politici, economisti, ambientalisti e le principali società multinazionali che operano in Italia discuteranno insieme di sviluppo sostenibile. Vorrebbe dire qualcosa a questa riunione? E secondo lei, quali dovrebbero esserne le priorità?

Non sono sicuro di poter rivolgere parole sagge a quello che comunque sarà un consesso di saggi! Avrei tanto voluto partecipare anch'io, purtroppo non posso. Comunque lo sviluppo sostenibile è importantissimo per il mondo contemporaneo. Per queste due ragioni. Dobbiamo intenderlo come un processo di sviluppo e non di crescita. La crescita è troppo limitata, riguarda solo il prodotto interno lordo, mentre dobbiamo intendere lo sviluppo in senso ampio, come lo sviluppo delle libertà che rendono una vita umana degna di essere vissuta. E al contempo, abbiamo bisogno di questo sviluppo non solo in questo preciso momento ma anche in futuro, quindi la sua sostenibilità è essenziale. Vorrei aggiungere una cosa sola. Succede che il problema dello sviluppo sostenibile venga disgiunto dai modi in cui si vuole sostenerlo. Secondo me, la distinzione non è praticabile. Se con la coercizione si ottiene la conservazione di determinate risorse, o la riduzione del tasso di natalità - penso che l'efficacia della coercizione sia molto sopravalutata, ma mettiamo pure che serva a qualcosa - se il sostegno comincia per eliminare alcune delle cose preziose per la nostra vita, come la nostra libertà di decidere, allora ha perso in partenza qualcosa, prima ancora di aver provato a sostenerla. Io invece sono convinto che occorre pensare in termini di libertà sostenibile. Vanno sostenute le libertà umane, cioè lo sviluppo della libertà e di tutte quelle che ci procura: libertà economica, libertà politica, libertà sociale. E' su questa storia di libertà che si innesta la questione ambientale. Quindi vorrei un contesto più ampio, in cui lo sviluppo sostenibile leghi le libertà umane alla possibilità di un'espansione, di uno sviluppo e alla necessità di continuare a sostenere lo sviluppo in futuro.

Il Sole 24Ore
3 novembre 2000


Come crescere con cautela

di Giorgio Ruffolo


Un incontro tra ambientalisti ed economisti? E' un'idea, quella di Carla Ravaioli e degli altri promotori dell' appello,bellissima: e io sottoscrivo con entusiasmo. Temo però che non abbia molte più chances degli incontri tra palestinesi ed israeliani. Il fatto è che nei due campi ci sono ancora troppi ultras. Tanti anni fa mi ci trovai, con timore e tremore, io stesso a sollecitarlo, quell'incontro, almeno idealmente, in un libro. La qualità sociale, nel quale cercavo di spiegare che, oltre certi limiti, la crescita incontra rendimenti decrescenti e costi crescenti. Ma prima e meglio di me altri ben più illustri economisti ci avevano provato, con scarso successo.
Per esempio, il grande Nicola Georgescu Rogene, un ironico ed enciclopedico economista rumeno, che il nostro Becattini ha avuto il merito di far conoscere in Italia; e che spiegò una cosa, a pensarci bene, tanto banale quanto inquietante: e cioè che, dal punto di vista fisico (più precisamente: termodinamico) la produzione materiale è trasformazione di energia utile in rifiuti. Un altro che ci provò, Herman Daly, ebbe personalmente più successo, perché fu assunto, in qualità di economista-capo, alla Banca mondiale. Ma non mi risulta che quell'eminente istituzione si sia data molto da fare per fare adottare la sua regola del Pil , che consisterebbe non già a massimizzarlo, ma nel minimizzarlo. Più precisamente: minimizzare l'input dei materiali, dell'energia utile, immessi nella produzione, stabilizzare il throughput, cioè, la produzione stessa, e massimizzare l'output, cioè i servizi, le utilità che essa rende al genere umano (il Pil a dire la verità, è un indigeribile guazzabuglio di queste tre cose). Per perseguire questo scandaloso obiettivo di equilibrio dinamico, gli economisti dovrebbero abbandonare una buona parte dei territori che hanno abusivamente occupato. Si capisce che non ci pensino nemmeno. E gli ambientalisti dovrebbero accettare, in vaste zone che considerano di loro assoluta pertinenza, la sovranità del ragionamento economico. Si capisce che non ci pensino neanche loro.
Però, non solo provar non nuoce, ma diventa sempre più necessario: perché noi stiamo precipitando verso un qualche probabile collasso ecologico; ma ci comportiamo come quel tale che cade da un grattacielo. Lungo la corsa qualcuno lo chiama sul cellulare per chiedergli come va. E lui risponde: finora tutto bene.
Per perseguire quell'obiettivo scandaloso e sensatissimo però - hanno ragione Belfiore e Brancaccio - non avrebbe alcun senso decelerare la crescita. Non solo la caduta sarebbe rinviata solo di poco, ma sofferenze enormi sarebbero inflitte ai più deboli, che ne sarebbero colpiti per primi. L'area della miseria si allargherebbe e con quella le devastazioni ambientali che non derivano soltanto dalla irresponsabilità dei ricchi, ma anche dalla disperazione dei poveri.
Insomma, non abbiamo bisogno né di più né di meno: abbiamo bisogno di una crescita diversa. E per questa occorrono nuovi segnali, nuovi indicatori, meno cretini di quelli sui quali si esaltano gli economisti ciechi e i politici sordi. Però, come diceva il vecchio Spinoza, è inutile inveire (anche se una certa dose di indignazione resta consigliabile). E' più utile costruire quei nuovi indicatori di benessere che misurino traguardi di crescita sostenibile. E, soprattutto, esplorare i modi pratici, le concrete trasformazioni e riforme che si rendono necessarie per realizzare una crescita più equilibrata che minimizzi l'aumento universale dell'entropia (eliminarlo, fino a quando le leggi della termodinamica tengono, temo proprio sia impossibile). Anche senza aver costruito quei nuovi parametri di una Maastrich economico-ecologica, penso comunque si possano intuire le direzioni di una inversione di marcia . Anzitutto, occorre che il sistema dei prezzi sia gradatamente ma sistematicamente corretto (con incentivi e disincentivi fiscali, per esempio) in modo da spostare sempre più l'asse della produzione dai processi che impiegano energie non rinnovabili a quelli che impiegano energie rinnovabili e informazione. Si tratta per questo aspetto, non di andare controcorrente, ma al contrario, di accelerare un processo di materializzazione della produzione di beni e della espansione di servizi, che è in pieno corso. Si tratta, inoltre, di interrompere la perversa tendenza allo squilibrio galbraithiano tra beni privati e beni sociali, nella composizione del prodotto. I beni privati che il consumo sfrenato promuove instancabilmente urtano presto contro la barriera delle cosiddette scarsità posizionali . Come ci ha ricordato Fred Hirsch (dopo Harrod, dopo Keynes) la competizione nel consumo privato è, oltre certi limiti, distruttiva: consuma energia e produce frustrazione. I beni sociali, di regola, sono invece beni accrescitivi , soprattutto quelli immateriali, come la conoscenza generalizzata. Ricordate la storiella del dollaro? Se in due si scambiano un dollaro, ciascuno resta con un dollaro. Se si scambiano un'idea, ciascuno se ne trova due (a patto ovviamente, che non sia la stessa!). Insomma: le idee sono ecologicamente oltre che culturalmente positive.
In terzo luogo: occorre estendere il settore non mercatistico dell'economia associativa (leggere il libro di Franco Archibugi, The associated economics, l'economia associativa, che ha trovato un prestigioso editore angloamericano ma, finora nessuno italiano): il mondo delle relazioni interpersonali e sociali dirette è no profit. All'orizzonte più estremo dell'opulenza, le società umane possono riscoprire la gratuità, il disinteresse, la reciprocità, l'economia del dono, l'egoismo dell'altruismo. Finalmente (e torno all'insegnamento di Hirsch, ma anche a quello di Stuart Mill, economista liberale ignoto ai liberisti) occorre che l'economia politica rientri nei limiti di un'etica pubblica, di un'etica della società, con buona pace della signora Thatcher e dei devoti del Dow Jones e del Nasdaq. Bisogna che anche gli economisti ultras si convincano che la terra non è un pozzo senza fondo e che la mente non è uno spazio vuoto, riservato alla pubblicità. 

il manifesto
30 luglio 2000


"New e old economy una cosa sola"

intervista a Robert Solow premio Nobel per l'Economia
di Antonio Pollo Salimbeni
l'Unità 9 marzo 2000
 

WASHINGTON Wall Street rischia di mandare in tilt l’intera economia, sostiene il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan. Il mercato azionario è in preda alla «casino mentality», aggiunge Arthur Levitt, chairman della Sec, cioè l’organismo di controllo della Borsa. Sembra di stare a Las Vegas.
Tanti guadagni e tanti debiti.

Durerà, non durerà? E da che parte arriverà la botta?

Robert Solow, Premio Nobel per l’economia, risponde così: «Il boom si fermerà per la semplice ragione che le condizioni di fondo che lo hanno reso possibile cambieranno. E vero che in linea di principio un’economia può crescere a questi ritmi per molto tempo, ma imprese, consumatori e investitori non si muovono in un laboratorio asettico, l’economia non è una macchina perfetta. Io parto della considerazione che il boom americano si fonda essenzialmente su due fattori: la caduta dei prezzi dei computer, che ha facilitato la diffusione delle tecnologie informatiche nei più diversi settori dell’economia, la politica monetaria espansiva condotta dalla Federal Reserve. Se viene a mancare anche uno di questi propellenti...».

Solow è economista ancora in servizio permanente effettivo, professore emerito al Massachusetts Institute of Technology, è infastidito dalla superficialità con cui i media rilanciano l’euforia sulla New Economy, accreditano la tesi della fine del ciclo del business,di una Borsa tutto fare, benefica dispensatrice di sicurezza.

Per lui, Old Economy e New Economy non sono mondi separati.

Non si capirebbe la prontezza con cui l’industria automobilistica americana sta ridisegnando le regole del settore approfittando dell’evoluzione tecnologica.

Così come non ha senso, tanto più in piena campagna per le presidenziali, separare l’economia dalla politica per cui se il boom americano continua è solo grazie alle forze del mercato.

«Vedo che da parte democratica si continua a ripetere che l’e-radel Big Government è finita all’inizio degli anni ‘90 allo scopo di accreditare l’idea che tutto nasce dalle scelte politiche di questa amministrazione. Quando Clinton ne dichiarò la fine aveva ragione naturalmente perché i democratici non erano né spendaccioni né super regolazionisti. La deregolazione negli Usa non è cominciata neppure con Reagan, ma quando alla Casa Bianca c’era un presidente democratico, Jimmy Carter. Il boom economico, però, non avrebbe potuto verificarsi se nel 1993 non fosse stata definitivamente chiusa l’era del deficit pubblico e, successivamente, se non ci si fosse posti l’obiettivo di arrivare al surplus di bilancio. E questo che permesso alla Federal Reserve di condurre una politica monetaria espansiva per anni. Se vogliono chiamare tutto questo New Economy facciano pure».

Il presidente della Federal Reserve ha di nuovo proposto la sua nuova teoria per cui l’effetto ricchezza di Wall Street produrrà squilibri economici insostenibili. Che ne pensa?

«Penso che si possa trattare di una nuova teorizzazione, non è certamente un"non sense", una cosa che non sta in piedi. Ma io sarei più cauto perché quello che dice Green-span potrebbe anche non accadere. Secondo il suo schema l’inflazione non si è finora caricata perché a parità di tempo i lavoratori producono più beni e servizi e i prezzi sostanzialmente non salgono. I motivi per cui non salgono sono noti: le imprese hanno perso il potere di fare quello che vogliono perché limitate dalla competizione che è ormai Su scala globale; i lavoratori americani sono sanno che le probabilità di perdere il posto di lavoro sono elevate e per questo non chiedono gli aumenti salariali che la condizione delle imprese e le prospettive di crescita dell’economia permetterebbero. Infine, c’è Wall Street, che sostiene un alto livello di consumi. La gente si sente più ricca, e in effetti lo è, perché ha guadagnato in Borsa e questo fatto spinge a spendere di più.

Ecco l’effetto ricchezza. In conclusione, si è rafforzata l’aspettativa che la produttività continuerà a crescere, cosa che a sua volta rafforza l’aspettativa di profitti più alti riflessa nel prezzo delle azioni. E stato creato un potere di acquisto addizionale senza che siano stati prodotti beni e servizi in misura sufficiente a compensarlo. Di qui la probabilità di un incremento dei prezzi. La percezione di un incremento futuro della produttività genera un eccesso di domanda e porta all’inflazione».

Dove sbaglia Greenspan?

«Non so se Greenspan sbagli, le cose possono stare come dice lui, ma avremmo bisogno di molte prove prima di concludere che ha ragione.

Non è così assodato che Wall Street sia stata trainata dal miglioramento della produttività tanto è vero che il DowJones ha cominciato il suo viaggio verso le stelle alcuni anni prima che la produttività crescesse sensibilmente.

Ciò è avvenuto a metà del decennio. Preferisco l’impostazione classica: il boom della Borsa americana va associato alla formazione di aspettative di migliori profitti futuri, ma anche ad livello dei tassi di interesse ai minimi storici. Noi sappiamo che per ogni dollaro di aumento della ricchezza dai 3 ai 5 cents vengono spesi in maggiori consumi. Molti economisti fra i quali Franco Modigliani hanno studiano questo. Per sapere se Greenspan ha ragione dobbiamo sapere esattamente quanti dollari in più sono stati creati a Wall Street, parlo di dollari che possono essere spesi effettivamente, e se il boom della produttività può continuare o non è già oggi sovrastimato. Lavorare sulle percezioni altrui non mi basta».

Se non arriva dall’«effetto Wall Street» da dove arriverà il colpo, dall’Opec magari?

«Il barile di petrolio a 30 dollari non piace a nessuno eccetto a chi lo produce almeno per un certo periodo di tempo. Ripeto che il boom americano si fermerà e a fermarlo sarà l’inflazione anche se non possiamo dire se la colpa sarà di Wall Street. A chi mi chiede se dobbiamo essere preoccupati o no rispondo sempre con questa battuta: paghiamo profumatamente Greenspan per preoccuparsi al nostro posto.

Il problema di Greenspan oggi è di non agire prematuramente. La vera differenza fra l’economia del nuovo secolo e l’economia degli anni ‘70, gli anni in cui ci furono ben due crisi petrolifere, non sta solo nel fatto che oggi consumiamo meno petrolio, che l’industria ha bisogno di meno energia, che Internet non dipende dall’Opec. Perché si carichi l’inflazione bisogna che si innesti una spirale, che salgano contemporaneamente i prezzi del barile, degli altri prodotti, i salari. Se il barile scatta a 40 dollari dobbiamo preoccuparci certamente, altrimenti possiamo stare tranquilli. Segni che si stia procedendo in quella direzione non ce ne sono».


La trionfale fine dell'economia


di JEAN-PAUL FITOUSSI

A VOLTE, per liberarsi dei propri dubbi, occorre confessarli. È ancora utile fare della macroeconomia? La fine della storia è sicuramente una chimera, ma la fine dell'economia? Certo, finché si sta bene, si ha meno bisogno di dottori. E bisogna convenire che l'Europa oggi sta abbastanza bene. Nemmeno i discorsi e le iniziative delle banche centrali riescono a intaccare questo buonumore. Ma non è questo il fenomeno a cui mi riferisco. Piuttosto, ho la curiosa impressione che tutti gli economisti, e con essi gli uomini politici (o forse è il contrario?), siano d'accordo su tutto. Ciononostante, i meeting, i congressi, i forum e i seminari proliferano, sia su scala nazionale che internazionale. È paradossale che più le posizioni si avvicinano, più si senta il bisogno di confrontarle.
Tutto questo dà luogo a un fenomeno nuovo che definirei, in mancanza di meglio, il "consenso nostro malgrado". Il consenso poggia sul trionfo assoluto, radicale, storico, dell'economia di mercato. Gli economisti seri, a parte qualche dettaglio che riflette i particolarismi nazionali, la pensano tutti nello stesso modo. Se è vero che si può scartare l'ipotesi che la pensino allo stesso modo proprio per essere ammessi nel novero degli economisti seri, è altrettanto vero che il fenomeno rimane inconsueto. L'interesse di partecipare ai congressi sta nel fatto di potervi apprendere qualcosa di nuovo, tuttavia devo dire che già da un paio d'anni traggo da queste partecipazioni una forte impressione di già visto. Addirittura mi capita di non sapere più se ho sentito questa o quella proposta in una riunione scientifica o se l'ho letta sui giornali.
Il divario già notevole tra le tecnologie complesse e sempre più sofisticate e la banalità delle conclusioni aumenta sempre più. So che vi sono dei luoghi comuni che hanno una verità più profonda delle costruzioni teoriche più perfette, tuttavia non credevo che le verità fondamentali fossero così semplici da enunciare. Le brillanti performance dell'economia americana negli ultimi dieci anni hanno cancellato gli ultimi dubbi che sussistevano sui meriti dell'economia di mercato. Di fronte a questo fatto incontestabile, anche i più restii tra gli economisti sono costretti a rivedere le proprie posizioni e ormai si limitano a critiche marginali.
Non osano più, tanto apparirebbe arcaico, fare riferimento a ciò che i marxisti rispondevano quando si parlava loro del miracolo dei Gloriosi Trenta: "A cosa serve il benessere materiale a dei lavoratori alienati?".
Il consenso suscita ammirazione tanto appare coerente. Lo si può riassumere brevemente in quattro proposizioni. 1- L'economia di mercato è il miglior sistema che si possa concepire. Essa racchiude in sé le chiavi del progresso materiale e del dinamismo economico e sociale. 2- Perché possa dare tutti i suoi benefici, deve essere opportunamente gestita e regolata. 3- Questa gestione deve sottostare a due principi: condurre una politica monetaria che produca la stabilizzazione dei prezzi e sia al riparo dai cambiamenti politici; ricercare almeno il pareggio e se possibile l'attivo del bilancio al fine di ridurre in un secondo tempo il debito pubblico e le imposte. 4- Privilegiare le riforme strutturali che incentivino il lavoro, riducendo i redditi della non attività, vale a dire quelli distribuiti dal sistema di previdenza sociale.
All'interno di ciascuna proposizione è consentito un certo margine di manovra; ad esempio la terza proposizione lascia implicitamente la scelta tra il pareggio e l'attivo dei conti pubblici. Alcuni economisti addirittura sognano uno Stato che non solo rimborsi il debito pubblico, ma che diventi anche creditore netto della nazione. In questo modo, la spesa pubblica non verrebbe più finanziata dalle imposte, bensì dagli interessi che gli stati percepirebbero sulla ricchezza pubblica. Come una fondazione che finanzia le proprie spese correnti con i redditi del proprio patrimonio (di fronte a una tale prospettiva la diatriba francese sul cosiddetto "piatto delle offerte" appare quantomeno ridicola).
Sull'argomento sono in corso ricerche molto serie. È addirittura consentito emendare la quarta proposizione affinché si preoccupi di ridurre le diseguaglianze, remunerare decentemente i lavoratori meno qualificati e aiutare gli individui a superare gli incidenti di percorso che la vita infligge loro. Sull'insieme di questi punti gli esperti sono chiamati a dar prova della loro immaginazione.
Certamente il programma di ricerca degli economisti è ben lungi dall'essersi esaurito. Molto resta da fare sulle strategie ottimali degli enti di regolamentazione, sull'analisi dei mercati borsistici e del funzionamento della sfera finanziaria, sulla fiscalità, sulle istituzioni, sull'economia industriale e più in generale su tutto ciò che riguarda la microeconomia, per meglio comprendere il funzionamento dei mercati. Questo elenco non vuol essere esauriente e potrebbe essere considerevolmente rimpinguato. La cosa importante, però, è che il sistema non è più in discussione, anzi, molte ricerche mirano ad estenderlo a settori finora ritenuti al di fuori della logica del mercato. Non è forse vero che oggi viene messo sul mercato anche il diritto ad inquinare, perché questa sembra la soluzione migliore al problema della salvaguardia ambientale?
Il mercato dei beni culturali è florido, e la resistenza che alcuni paesi oppongono a una sua globalizzazione senza vincoli sembra più che altro una scaramuccia. Anche su questo punto sono possibili delle concessioni, e non passerà molto tempo prima che le ricerche in corso portino a una soluzione favorevole al mercato, pur salvaguardando, almeno in parte, le diverse identità culturali. Vi sono forti spinte a trovare un meccanismo di fornitura dei servizi pubblici (la sanità, l'istruzione stessa) più efficiente; la risposta è evidentemente il mercato.
Per la nuova economia, non si sarebbe potuto immaginare terreno più fertile dell'economia americana. È un caso se questa combinazione armonica di ricerca scientifica, innovazione tecnologica e spirito d'impresa si sia prodotto nel paese che nel suo funzionamento si avvicina di più al modello dell'economia di mercato? Per questo paese la globalizzazione, lungi dall'essere un freno, è stata invece una cuccagna.
Certo, agli occhi degli europei l'arroganza degli americani, il loro autoproclamarsi i migliori ha degli aspetti irritanti, tuttavia non si può nemmeno negare l'evidenza: gli americani non lavorano forse tutti? L'esuberanza della loro Borsa, per quanto allarmante, non significa prima di tutto che si sono considerevolmente arricchiti? Il sistema capitalista ha fornito così la prova della sua prodigiosa capacità di adattamento, al punto da rendersi per forza simpatico: il dipendente che è anche azionista non si trova più in un rapporto di sfruttamento; il lavoro è talmente indispensabile al sistema che le stesse autorità monetarie americane chiedono l'abbattimento delle barriere all'immigrazione. Si deve convenire che il mercato sembra avere una "larghezza di vedute" più ampia di quella dei governi europei.
Quello dell'economia di mercato è dunque un trionfo generoso. Infatti i suoi sostenitori non soltanto ammettono che il sistema possa avere delle devianze o che la sua architettura abbia degli elementi ridondanti, ma mostrano anche di preoccuparsi seriamente dei problemi ancora irrisolti: la povertà, le disuguaglianze e più in generale l' emarginazione. La fine dell'economia (segnatamente della macroeconomia) è insita in questo autocompiacimento. Per quanto tempo ancora? Parafrasando un celebre motto, il rischio non è quello di vedere l'economia annoiarsi?

da La Repubblica
del 13.2.2000


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