Bush e Clark duellano sulle armi introvabili
Il presidente: «Saddam le aveva». Il generale: «Ci ha portato in guerra con falsi dossier»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON - Contestato al Congresso, in continuo calo nei sondaggi, il presidente Bush contrattacca. Convoca i media e definisce il rapporto del capo ispettore Usa David Kay sulle armi di sterminio in Iraq «la prova che Saddam Hussein ingannò la comunità mondiale, violò la risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, e fu una minaccia per il mondo». Bush interviene di persona nelle polemiche sulle armi che non si trovano per ribadire che la sua guerra preventiva contro Bagdad era giustificata. Ma si scontra con l'unico candidato democratico che nelle questioni militari vanta credenziali superiori alle sue: il generale Wesley Clark, l'ex comandante della Nato, il vincitore del conflitto del Kosovo.
Clark accusa in pratica la Casa Bianca di avere falsificato l’ intelligence sull'Iraq e sollecita un'inchiesta.
Sono i titoli dei giornali e le cronache radio tv sul rapporto Kay presentato l’altra sera a spingere Bush, al risveglio all'alba, a gettare sulla bilancia tutta la sua credibilità e il suo prestigio. Secondo i media, Kay è tornato dall'Iraq a mani vuote, e difficilmente in avvenire troverà qualcosa. I democratici esultano, osservando che il presidente è sempre più in difficoltà. Bush smentisce affacciandosi sul giardino della Casa Bianca alle 9 del mattino. «Il rapporto precisa che Saddam Hussein aveva una rete clandestina di laboratori batteriologici, che possedeva batteri mortali; che aveva compiuto enormi sforzi per nasconderli, e che lavorava a missili a lui vietati. E sottolinea che i suoi inganni proseguirono persino dopo l'inizio della Operazione libertà per l'Iraq», dice il presidente. Bush termina in crescendo: «L'ispettore Kay dice testualmente che decine di programmi e una quantità significativa di attrezzature furono nascosti all'Onu durante le ispezioni del 2002, e che le relative prove furono distrutte».
Ma Clark, in un discorso agli esperti della difesa assalta letteralmente Bush. Il comportamento dell'amministrazione, ammonisce il generale, ha messo in pericolo gli americani e potrebbe costituire un crimine. In che senso? Chiedono gli esperti. «Nel senso che l'amministrazione potrebbe avere manipolato l' intelligence » risponde Clark. E aggiunge: «Non c'è nulla di più grave per il rapporto fiduciario tra governanti e cittadini che giustificare una guerra con falsità. Dobbiamo scoprire se siamo stati intenzionalmente ingannati».
Il generale-candidato sostiene addirittura che l'amministrazione salì al potere «intenzionata a muovere guerra all'Iraq» e si servì delle stragi dell'11 settembre 2001 per farlo. Clark si espone fin troppo: «L'amministrazione tenta di fare ciò che dovrebbe essere impossibile in una democrazia, governare contro la volontà della maggioranza. Ci vogliono occhiali a raggi X per sapere ciò che accade alla Casa Bianca».
Ennio Caretto
Corriere della Sera
4 ottobre 2003
Un articolo di Jürgen Habermas su «MicroMega» descrive l’evoluzione dei rapporti internazionali. E disegna un nuovo ruolo per l’Onu
E se domani scoppiasse la pace perpetua
di JÜRGEN HABERMAS
Quanto conta oggi il diritto internazionale, in un contesto in cui una superpotenza liberale e impegnata sul piano globale sostituisce i suoi criteri morali alle procedure di quel diritto? E ci sarebbe qualcosa di male nell’accettare l’egemonia unilaterale di una potenza benevola, se il suo impegno positivo promette un più facile raggiungimento dei legittimi scopi? O non sarebbe forse più giusto non deflettere dal progetto di costituzionalizzazione dei rapporti internazionali? Kant fu il primo ad esporre questo progetto, mettendo in discussione il cosiddetto diritto dello Stato sovrano di entrare in guerra, lo jus ad bellum . Tale diritto rappresenta il nucleo del diritto internazionale classico, che rispecchia il sistema statale europeo tra il 1648 e il 1918. Questo sistema richiede la partecipazione delle «nazioni» e costituisce letteralmente i «rapporti» internazionali. Gli attori collettivi vengono immaginati come giocatori che prendano parte ad un gioco di strategia. (...)
Una forma di eguaglianza più sostanziale al tempo era esemplificata da quelle Repubbliche che emersero dalle Rivoluzioni americana e francese. Rappresentavano l’uguaglianza civica stabilendo rapporti simmetrici tra i singoli cittadini e non tra gli Stati. Ora, Kant concepiva la competizione internazionale tra gli attori collettivi come un corrispettivo dell’originario stato di natura che si dice una volta fosse stato raggiunto tra gli individui pre-sociali, e dunque sosteneva che il contratto sociale grazie al quale quegli individui erano entrati a far parte di una comunità nazionale di cittadini rimaneva incompleto fintanto che quei cittadini non avevano trovato un’analoga via di uscita dallo stato di natura che era rimasto selvaggio, e cioè quello internazionale.
In tal modo Kant arrivava all’idea rivoluzionaria di trasformare il diritto internazionale, in quanto diritto degli Stati, in diritto cosmopolita, come diritto degli individui che non solo portano con sé i diritti dei cittadini delle loro rispettive comunità nazionali, ma anche i diritti dei cittadini di un «commonwealth cosmopolita» - diritti dei cittadini del mondo ( Welt bürger ). Da una simile transizione dall’ordine internazionale a quello cosmopolita dovrebbe risultare la pace perpetua. (...)
Perché si arrivasse alla trasformazione vera e propria avremmo dovuto assistere agli orrori della Prima guerra mondiale. Dunque il tentativo di contenere il diritto degli Stati sovrani a scendere in guerra continuava a rimanere tra i programmi politici. Col patto Briand-Kellog, firmato nel 1928, si stabiliva la proibizione delle guerre di aggressione. (...) Le atrocità della Seconda guerra mondiale che sarebbero culminate con lo sterminio degli ebrei europei e i crimini di massa dei regimi totalitari contro i loro stessi cittadini, alla fine avrebbero scosso il presupposto dell’equanimità morale degli Stati. I mostruosi crimini politici erano dimostrazione sufficiente della conclusione che gli Stati, i governi e i loro funzionari civili e militari non avrebbero più dovuto godere dell’immunità dalla condanna internazionale. Anticipando quanto poi sarebbe stato incorporato nel diritto internazionale, i tribunali militari di Norimberga e Tokio condannarono singoli rappresentanti, ufficiali militari e collaboratori civili dei regimi sconfitti per il reato della guerra, i crimini di guerra e quelli contro l’umanità. Fu il colpo di grazia per la concezione classica del diritto internazionale come diritto degli Stati. Paragonata al vergognoso fallimento della Lega delle Nazioni, la seconda metà del breve XX secolo è segnata da un contrasto paradossale tra brillanti innovazioni giuridiche e il blocco alla loro messa in pratica rappresentato dalla guerra fredda. Alla luce dell’idea kantiana di ordine cosmopolita, quelle innovazioni giuridiche appaiono al tempo stesso più radicali e più realistiche del surrogato proposto da Kant di una Lega volontaria delle Nazioni, e va proprio nella direzione di una transizione dal diritto internazionale a quello cosmopolita . (...)
L’immagine dei conflitti internazionali non è più rappresentata dalle guerre classiche tra gli Stati, oggi sostituite da tre nuove minacce alla pace internazionale: Stati criminali, Stati «non riusciti», terrorismo internazionale. (...) Gli attuali crimini politici e i problemi di sicurezza sono sintomi di una costellazione post-nazionale. (...)
Le innovazioni giuridiche associate con le Nazioni Unite sono rimaste pressoché paralizzate fino a che la dissoluzione di un mondo bipolare non ha rimosso le ragioni principali di un embargo del Consiglio di sicurezza. Da allora sono stati attivati alcuni degli arrugginiti strumenti giuridici delle Nazioni Unite. (...)
Il fatto che il governo Bush abbia rifiutato di riconoscere lo Statuto di Roma per un Tribunale penale internazionale all’Aja indica comunque qualcosa di più preoccupante di puri e semplici ritardi, errori e fallimenti negli ottanta e più anni di sviluppo giuridico durante i quali gli Usa, fin dall’inizio, sono stati la forza trainante. L’intervento non autorizzato in Iraq, con il concomitante tentativo di marginalizzare le Nazioni Unite, indica una svolta di principio nelle direzioni delle politiche giuridiche internazionali. Ma vorrei allora tornare al primo interrogativo: la mancanza di efficienza e capacità d’azione delle Nazioni Unite è ragione sufficiente ad autorizzare un distacco dalle premesse normative del progetto kantiano nel suo complesso?
Poniamo - per comodità - che la politica dell’imposizione della pax ameri cana sia ancora intenzionata a perseguire gli obiettivi originari di garantire la pace internazionale e difendere i diritti umani nel mondo. Perfino questo scenario rosa dello Stato egemone benevolo si scontra, per ragioni cognitive, con ostacoli insormontabili nell’identificazione delle azioni da intraprendere e dei tipi di iniziativa che si accordano con i comuni interessi della comunità internazionale. Il più circospetto degli Stati che decida da solo sugli interventi umanitari, sui casi di autodifesa, sui tribunali internazionali eccetera non potrà mai essere sicuro di riuscire a districare i suoi interessi nazionali da quelli comuni e generalizzabili. (...) L’unilateralismo benevolo non ha mezzi giuridici che ne garantiscano legittimità e imparzialità.
(traduzione di Maria Baiocchi)
Corriere della Sera
29 settembre 2003
| 1929 Jürgen Habermas nasce a Gummersbach il 18 giugno. Si forma alla scuola di Francoforte nell’istituto di ricerca in Scienze sociali sotto la guida di Horkheimer e Adorno, del quale diviene assistente tra il 1954 e il 1959. 1964 Consegue la cattedra di Filosofia e Sociologia a Francoforte. E’ considerato l’erede di Adorno e della stessa Scuola di Francoforte, il cui pensiero e, in particolare, la «teoria critica» saranno da Habermas sottoposti a revisione. Come i suoi predecessori, si oppone al dominio della tecnica e allo «scientismo positivista» che vuol ridurre tutta la conoscenza al modello delle scienze empiriche. E’ in quest’ambito di pensiero che maturerà Conoscenza e interesse , pubblicato nel 1968, dopo: Storia e critica dell’opinione pubblica, Logica delle scienze sociali e Teoria e prassi della società tecnologica. 1971 Diviene direttore del Max Planck Institut di Starnberg, carica che deterrà fino al 1983. Nel 1981 esce Teoria dell’agire comunicativo , ossia la summa del suo pensiero. Sempre più interessato all’etica, oltre a produrre una vasta pubblicistica, interviene nella discussione sui principi della morale sia in Europa sia negli Usa |
«È l’economia, stupido»
di Empedocle Maffia
È un chiaro segno di debolezza di Bush che siano dieci i candidati democratici che si propongono per sfidarlo. Si presenta anche l’ex generale della Nato Wesley Clark che può battere il presidente sul suo stesso terreno. I repubblicani rischiano di perdere la Casa Bianca
Appena l'ex generale Wesley Clark ha annunciato che si candidava alla presidenza degli Stati Uniti tra i Democratici, il sistema politico americano ha percepito che George Bush è nel punto di crisi più forte da quando è entrato alla Casa Bianca. Perché Clark è il decimo candidato democratico: e quando a sfidare un presidente in carica si propongono in dieci, vuol dire che quel presidente è percepito debole e battibile.
Inoltre Clark, generale dalla sensibilità civile, ex comandante della Nato e motivato critico delle forme di intervento militare in Iraq prima durante e dopo la guerra, può rassicurare l'elettorato sul terreno che Bush finora considerava il suo punto di forza: la volontà e la capacità militare degli Stati Uniti di respingere l'aggressione del terrorismo.
Quel che l'analisi politica ha annotato da mesi, sta diventando sentire comune nell'opinione pubblica americana: George Bush ha compiuto il doppio "miracolo" di alienare al suo paese gran parte dell'immensa solidarietà che lo aveva avvolto dopo l'11 settembre 2001, e di perdere egli stesso il convinto consenso con il quale l'America gli aveva delegato pieni poteri nella risposta all'aggressione del terrorismo. E come sempre nel processo politico Usa, la coscienza del paese in crisi nei rapporti internazionali si svela solo quando le condizioni interne determinano crescenti dissensi nei confronti di chi governa.
E così i dubbi progressivamente inclinanti verso l'ostilità per la scelta militare nei confronti dell'Iraq di Saddam Hussein sono determinati non dallo stillicidio di morti americani dopo la fine dei combattimenti, ma dalla prospettiva di un costo che, solo per i prossimi dodici mesi, si avvicina ai 200 miliardi di dollari. Una cifra che affonda il deficit pubblico programmato sino a 500 miliardi di dollari per l'anno fiscale in corso.
E persino il distratto elettorato americano, di fronte a questa prospettiva, si chiede che senso abbia per il paese procedere nella politica economica di Bush imperniata sulle restituzioni fiscali per dieci anni, che alla fine del decennio costerà alle casse federali quasi un miliardo di miliardi di dollari: cifra che, nelle forme e ai ritmi acquisiti nei primi due anni di gestione, viene restituita per i quattro quinti all'uno per cento più ricco dei contribuenti, tra persone fisiche e società.
Ma sono gli effetti derivati da questa politica fiscale a dare il senso del precipizio sul quale si sta affacciando l'economia americana. George Bush è il primo presidente in quasi 80 anni, dopo Herbert Hoover, a provocare con la sua politica più di due milioni di disoccupati in 30 mesi di presidenza. George Bush gioca la propria permanenza alla Casa Bianca sulla capacità del paese di rispondere alla sfida del terrorismo: ma la struttura governativa delegata a questi compito all'interno del paese, l'Homeland Department, si sta finanziando in parte con fondi sottratti agli stati, i quali a loro volta sono per questo costretti a tagliare servizi non solo sociali, ma anche di sicurezza.
Qualche esempio: quasi 80.000 poliziotti e pompieri licenziati ovunque, anche a New York; quasi 100.000 bambini perdono i buoni pasto per le scuole elementari; le università statali hanno aumentato quest'anno del 40 per cento il costo di iscrizione per gli studenti, determinando un crollo nelle frequenze di circa il 30 per cento.
Poiché questi fatti stanno facendo crescere il dissenso in ogni stato, molti governatori, anche repubblicani, preparano aumenti fiscali per il prossimo anno. E così il cerchio della contraddizione di Bush si chiude, perché il costo della sua politica di restituzione fiscale sta obbligando i livelli di potere locali ad aumentare le tasse.
È questa condizione complessiva dell'America che sta provocando la caduta di consensi nei confronti del presidente, e che sta disegnando la proposta politica dei Democratici per le prossime presidenziali, tra tredici mesi, quando tornerà lo slogan "L'America debole al suo interno non può essere credibile nella sua politica estera egemonica". Avvenne già undici anni fa, quando un giovane e sconosciuto governatore dell'Arkansas sfidò e sconfisse George Bush padre, per restare alla Casa Bianca otto anni, creare 23 milioni di nuovi posti di lavoro, pareggiare prima e portare in attivo poi il bilancio statale.
La sua parola d'ordine fu "È l'economia, stupido", rivolta all'allora candidato per ricordargli che il paese quasi sempre vota avendo l'andamento dell'economia come primo criterio di scelta. Quello stesso slogan, oggi, sembra rivolto non a un candidato, ma a un presidente sempre più a rischio di dover lasciare la Casa Bianca.
La Gazzetta Politica
settembre 2003
«Pax americana? Il mondo è troppo complesso»
di JÜRGEN HABERMAS
Per una diagnosi di lungo periodo è davvero così importante ciò che noi contemporanei proviamo sul momento? Se l’attacco terroristico dell’11 settembre, come pensano in molti, dovesse costituire una cesura nella storia mondiale, dovrebbe poter reggere il confronto con altri eventi che hanno segnato la storia del pianeta. A questo confronto si presterebbe, secondo me, non tanto Pearl Harbor, quanto semmai le conseguenze dell’agosto 1914. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale si è conclusa, infatti, un’epoca pacifica e in un certo senso, si potrebbe dire a posteriori, innocente. È stato l’inizio di un’era della guerra totale, dell’oppressione totalitaria, della barbarie meccanizzata e dell’omicidio burocratico di massa. All’epoca molti condividevano qualcosa di simile a un presagio; ma nella realtà soltanto retrospettivamente saremo in grado di capire se il crollo delle cittadelle capitalistiche alla punta Sud di Manhattan, così intimamente simbolico, rappresenti una cesura tanto profonda, o se questa catastrofe non abbia che confermato, in forma drammatica e disumana, la vulnerabilità, già nota da tempo, della nostra civiltà complessa. È possibile che un domani si potranno far risalire importanti sviluppi all’11 settembre. Ma oggi non sappiamo quale, tra i molti scenari in discussione, delinei davvero la strada verso il futuro. Per quanto fragile, la coalizione contro il terrorismo che il governo degli Stati Uniti è riuscito abilmente a mettere in piedi potrebbe nel caso più favorevole promuovere una transizione dal diritto internazionale classico ad un ordinamento giuridico cosmopolitico. La conferenza sull’Afghanistan di Bonn, che, sotto il patrocinio delle Nazioni Unite, ha aperto la strada nella direzione giusta, è stata almeno un segnale promettente. Ma i governi europei hanno completamente fallito. Sono evidentemente incapaci di abbandonare una ristretta prospettiva nazionale per dare, in quanto europei, perlomeno il proprio sostegno al segretario di Stato americano Colin Powell contro i «falchi». Il governo Bush sembra deciso a perseverare, più o meno impassibile, nella sua politica autocentrata da superpotenza impenitente. Il mondo è diventato troppo complesso per questo malcelato unilateralismo. Anche se l’Europa non si leva ad assumere la funzione civilizzatrice che oggi le spetta, una potenza mondiale in ascesa come la Cina, o in declino come la Russia, non si inserirà senza contrasti nel disegno di una «pax americana». Invece delle azioni di polizia internazionale, come ci avevano fatto sperare l’intervento nel Kosovo, ci sono di nuovo guerre - guerre condotte sì con le tecnologie più avanzate, ma nella sostanza di vecchio stampo.
La miseria nell’Afghanistan distrutto evoca immagini degne della guerra dei Trent’anni. Naturalmente c’erano buone ragioni, anche di ordine normativo, per abbattere con la forza il regime dei talebani che opprimeva brutalmente non solo le donne, ma tutta la popolazione, e ha respinto la legittima richiesta di estradare Bin Laden. Ma l’asimmetria tra la forza distruttiva concentrata dagli sciami teleguidati di missili in aria, eleganti e funzionali, e il selvaggio arcaismo delle orde di guerrieri barbuti e armati di «kalashnikov» sul terreno, resta uno spettacolo moralmente osceno. D’altra parte, questa impressione dell’Afghanistan ci è ampiamente confermata dai ricordi della sua sanguinosa storia coloniale, dalla delimitazione geografica arbitraria e dalla continua strumentalizzazione di questo Paese nel gioco delle grandi potenze. I talebani, comunque, appartengono già alla storia.
Corriere della Sera
6 settembre 2003
IL FUTURO
«La tecnologia farà impallidire Manhattan»
di JACQUES DERRIDA
Bush parla di «guerra», ma è totalmente incapace di identificare il nemico al quale dichiara di aver dichiarato guerra. L'Afghanistan, la sua popolazione civile, i suoi eserciti non sono i nemici degli americani e non si è mai cessato di «ripeterlo». Immaginiamo che «Bin Laden» sia il decisore sovrano. Tutti sanno che quest'uomo non è afgano, che è stato espulso dal suo paese (e d'altronde da tutti i «paesi» e praticamente senza eccezione da tutti gli Stati), che la sua formazione deve molto agli Stati Uniti e soprattutto che non è solo. Gli Stati che l'aiutano indirettamente non lo fanno in quanto Stati. Nessuno Stato in quanto tale lo sostiene pubblicamente. Quanto agli Stati che «ospitano» le reti terroristiche, è difficile identificarli in quanto tali. Gli Stati Uniti e l'Europa, Londra e Berlino sono dei santuari, dei luoghi di formazione e d'informazione per tutti i «terroristi» del mondo. Nessuna geografia, nessuna assegnazione «territoriale» si attaglia più, e già da molto tempo, a localizzare la base di queste nuove tecnologie di trasmissione o di aggressione. Lo dico troppo rapidamente e en passant , per prolungare e per precisare quello che dicevo poco sopra riguardo alla minaccia assoluta e d'origine anonima e non-statale: le aggressioni di tipo «terrorista» non avranno più bisogno d'aerei e di kamikaze. È sufficiente introdursi in un sistema informatico di valore strategico, installarvi un virus o qualche altro elemento dirompente, per paralizzare le risorse economiche, militari e politiche di un intero paese o di un continente. E questo si può fare quasi da ogni luogo sulla terra, con una spesa veramente esigua e dei mezzi modesti. Il rapporto tra la terra, il territorio e il terrore è cambiato e bisogna sapere che questo dipende dalla conoscenza, cioè dalla tecno-scienza.
È la tecno-scienza che annulla la distinzione tra guerra e terrorismo. Da questo punto di vista, paragonato alle possibilità di distruzione e di disordine caotico che sono in riserbo per l'avvenire nelle reti informatiche del mondo, l'11 settembre fa ancora parte del teatro arcaico della violenza destinato a colpire l'immaginazione.
Si potrà fare ben di peggio domani, in maniera non sanguinosa, attaccando le reti informatiche dalle quali dipende tutta la vita (sociale, economica, militare) di un «grande paese», della più grande potenza del mondo. Un giorno si dirà: l'11 settembre accadde ancora ai («cari») vecchi tempi dell'ultima guerra, quando le cose erano ancora dell'ordine del gigantesco: visibile ed enorme! Che taglia, che altezza! Da allora c'è stato di peggio, le nanotecnologie di tutti i tipi sono talmente più potenti e invisibili, imprendibili, s'intrufolano ovunque. Rivaleggiano nel microbiologico con i microbi e i batteri. Ma il nostro inconscio qui è già sensibile, lo sa già ed è questo che fa paura.
Se questa violenza non è una «guerra» interstatale, non può certo essere intesa come «guerra civile» o «guerra partigiana», nel senso definito da Schmitt, perché non consiste come la maggior parte delle «guerre partigiane» in un'insurrezione nazionale, ovverosia in un movimento di liberazione destinato a prendere il potere sul territorio di uno Stato-nazione (anche se uno degli obiettivi, marginale o centrale, delle reti «Bin Laden» è di destabilizzare l'Arabia Saudita, ambigua alleata degli Stati Uniti, e di installarvi un nuovo potere statale). In ogni caso, anche se si continua a parlare di terrorismo, questo appellativo si riferisce a un nuovo concetto e a nuove distinzioni
Corriere della Sera
6 settembre 2003
Cinquant’anni dopo, si rievoca il complotto che portò alla caduta del leader nazionalista. E forse aprì la porta al fondamentalismo
E lo 007 Roosevelt abbatté Mossadeq
di ENNIO CARETTO
A cinquant’anni di distanza, è difficile dire quale dei due grandi eventi politici del ’53, la morte di Stalin a Mosca a marzo, e il golpe contro Mossadeq a Teheran ad agosto, abbiano maggiormente influito sul corso della storia. Nel primo si possono vedere i prodromi del crollo dell’Urss, e nel secondo le ombre della rivoluzione islamica del ’79, le due più importanti svolte del secolo passato. Ma mentre si dibatte ancora se Stalin morì per un complotto del Cremlino, sul putsch che restituì pieni poteri allo Scià non esistono più dubbi.
Fu il capolavoro della Cia, il servizio segreto americano, che voleva un bastione in Asia centrale contro il comunismo, e che realizzò un piano concepito ma mai attuato dagli inglesi: il primo intervento americano in Medio Oriente e nel Golfo persico. Lo racconta un libro di Stephen Kinzer, appena uscito presso l’editrice americana Wiley, Tutti gli uomini dello scià , dal significativo sottotitolo: «Un golpe statunitense e le radici del terrorismo musulmano».
Il golpe contro Mossadeq, forse il più riuscito di quelli della Cia, fu un giallo alla James Bond, ma con retroscena e con personaggi da tragedia scespiriana. Retroscena come la lotta tra la «Anglo iranian oil company» (nome di facciata, era un monopolio inglese) e il premier nazionalista e riformista; la guerra fredda e il pericolo di un conflitto atomico tra gli Usa e l’Urss; le pressioni di Winston Churchill ai riluttanti Truman ed Eisenhower. E personaggi come lo 007 "Kim", al secolo Kermit Roosevelt, nipote del «presidente delle cannoniere» Teddy Roosevelt; il generale Norman Schwarzkopf senior, padre del vincitore della guerra del Golfo del ’91; lo scià, un trentenne più «intimo» con attrici quali Silvana Mangano, Gene Tierney e Yvonne De Carlo, dice Stephen Kinzer, che con la politica; l’ayatollah Kashani, al servizio della Superpotenza che sarebbe poi stata umiliata dall’ayatollah Khomeini con la presa della sua ambasciata.
La crisi dell’Iran esplode nell’ottobre del 1951 quando, dopo avere nazionalizzato la «Anglo iranian oil company», Mossadeq visita l’Onu e Washington. Il monopolio inglese ha dissanguato il popolo iraniano: nel ’47, a esempio, ha realizzato un profitto di 112 milioni di dollari, somma allora enorme, lasciandogli soltanto 7 milioni e violando l’impegno a pagare gli operai almeno 50 centesimi al giorno e a costruire loro case, ospedali e scuole. Londra liquida la rivolta dell’Iran con un linguaggio coloniale: «È la rivolta di indigeni ignoranti contro la nostra civiltà». Ma l’Onu appoggia Mossadeq e il presidente Truman rifiuta di isolarlo. La rivista «Time» dedica al premier la copertina dell’«Uomo dell’anno», ignorando Stalin: «È l’eroe del tragico e a volte ridicolo dramma del petrolio». L’Italia figura tra i paesi che infrangono il successivo blocco navale britannico, e quando perde il ricorso in tribunale Churchill la vitupera.
Il 16 ottobre di quell’anno, Mossadeq rompe i rapporti diplomatici con Londra. Il servizio segreto inglese, che ha preparato un golpe, è costretto a rinunciarvi. Per un anno è stallo, l’Iran non esporta più petrolio. Mossadeq si dimette, poi torna al potere, fa arrestare Fazlollah Zahedi, un eminente generale e senatore in combutta col nemico.
La situazione diventa così instabile che a Washington il sottosegretario di Stato Dean Acheson ammonisce Truman: «La strategia britannica è impera o distruggi, c’è il rischio che l’Iran scompaia dietro la cortina di ferro». Le sorti di Teheran sono in bilico. A deciderle saranno non gli eventi esterni, bensì le elezioni presidenziali americane del ’52.
Truman rinuncia a candidarsi e gli succede Ike Eisenhower, un conservatore. Prima del cambio della guardia gli inglesi avvicinano la Cia e la convincono che in Iran è in gioco l’equilibrio dei blocchi. A sua volta, Churchill convincerà Eisenhower.
Entra in scena Kermit Roosevelt. Nato a Buenos Aires, educato all’università di Harvard, Roosevelt ha fatto parte dell’Oss, il servizio segreto della seconda guerra mondiale, lavorando in Egitto e in Italia, e ha diretto l’ufficio della Cia in Medio oriente. Conosce bene Bagdad e Teheran ed è abituato a collaborare con gli inglesi. È la perfetta incarnazione di James Bond, svelto, atletico, senza paura. I fratelli Allen e Foster Dulles, l’uno capo della Cia, l’altro segretario di Stato, pensano che sia il solo in grado di portare a termine l’«Operazione Ajax», il golpe contro Mossadeq. Lo 007 chiede qualche mese e si mette all’opera.
Riprende i contatti con le spie iraniane degli inglesi e alcuni capipopolo, pagandoli principescamente, diecimila dollari al mese, e avvicina l’ayatollah Kashani e il generale Zahedi, a cui offre il posto di premier. Poi va dallo scià: ho bisogno, dice, di un firman, un decreto che deponga Mossadeq.
Inizialmente, la risposta dello scià è negativa. Lo scià è un uomo pavido, teme una sollevazione popolare.
Roosevelt ricorre allora a Norman Schwarzkopf senior, che dal 1942 al ’48 ha guidato la gendarmeria imperiale iraniana.
Questi parla con lo scià, consegnandogli due sacchi di dollari, e trae l’impressione che acconsenta. Dopo due colloqui finali con Roosevelt, lo scià emette il firman sul passaggio del governo da Mossadeq a Zahedi. Ma per non essere coinvolto formalmente nel golpe, abbandona Teheran per Roma.
Nella notte del 15 agosto del ’53, armato del firman , il colonnello Nematollah Nasiri, il comandante della guardia imperiale, un fido di Zaheni, si reca ad arrestare Mossadeq. Ma il capo di stato maggiore, il generale Riahi, ha avuto sentore del putsch. Anziché il premier, gli fa trovare la truppa e lo imprigiona, e Zahedi è costretto a imboscarsi. È un fiasco colossale, e i fratelli Dulles invitano Roosevelt a porsi in salvo.
Con incredibile sangue freddo, anziché obbedire l’agente "Kim" mette a punto un piano alternativo in poche ore.
Teheran è in tumulto, la popolazione marcia nelle strade in sostegno a Mossadeq. "Kim" decide di fomentare torbidi, e quando questi scoppiano manda l’ambasciatore americano dal premier a protestare che la folla minaccia di fare strage di occidentali. Mossadeq, che fino a quel momento non è intervenuto, ordina alla polizia di caricare, e scorre il sangue.
Il giorno dopo, Roosevelt scatena i suoi accoliti, che comprano letteralmente migliaia di facinorosi, guidati da un corpo di atleti e criminali. Teheran sembra sull’orlo della guerra civile, e Zahedi e i militari a lui legati riemergono in forze. Mostrano il firman dello scià ai vari comandi, liberano il colonnello Nasiri, marciano sull’abitazione del premier. Il 19 agosto scoppia una battaglia che fa trecentocinquanta morti. Mossadeq fugge e Zahedi s’insedia al governo. L’Iran è nuovamente incatenato.
Sei giorni dopo esserne scappato, lo scià torna da Roma, pilotando di persona il proprio aereo. Impone gli arresti domiciliari a Mossadeq, che morirà nel 1967, e nomina Nasiri generale. Roosevelt si congeda, il vicepresidente Richard Nixon va a rendere omaggio allo scià, che rimarrà sul trono per venticinque anni. Solo nel duemila il presidente Bill Clinton, che vuole normalizzare i rapporti con l’Iran rotti nel ’79, quando l’ayatollah Khomeini denunciò Washington come «il Grande Satana», ammetterà le responsabilità degli Stati Uniti nel golpe, pur senza fare risalire a esso la piaga del terrorismo islamico.
«Il golpe», dirà, «rappresentò un passo indietro nello sviluppo politico dell’Iran. Si capisce perché gli iraniani continuino a risentirsi di questa interferenza americana nei loro affari interni».
Corriere della Sera
23 agosto 2003
Ma la Liberia vuole i marines
di SERGIO ROMANO
Nel suo viaggio africano il presidente degli Stati Uniti non metterà piede nell’unico Stato, la Liberia, su cui i giornalisti, nelle conferenze stampa delle ultime settimane, gli hanno rivolto il maggior numero di domande. L’omissione è comprensibile. La Liberia è teatro di uno dei più sanguinosi conflitti civili scoppiati nel continente africano dopo la fine della Guerra fredda. E Bush, dal canto suo, non cessa di ripetere che il futuro del Paese dipende anzitutto dalle dimissioni del suo presidente, Charles Taylor. E Bush, dal canto suo, non cessa di ripetere che il futuro del Paese dipende anzitutto dalle dimissioni del suo presidente, Charles Taylor. Ma a tutti coloro che gli chiedono perché l’America non s’impegni direttamente nelle vicende liberiane con l’invio di un corpo di marines, il leader della maggiore potenza mondiale risponde bruscamente che sta raccogliendo informazioni e ci sta pensando.
In questa esitazione, rivestita di affermazioni perentorie e imperative, vi è un singolare paradosso. La Liberia non è infatti un giovane staterello africano, sorto dalla grande decolonizzazione del Secondo dopoguerra. Fu creata negli anni Venti dell’Ottocento quando un’associazione umanitaria, la American Colonization Society, incoraggiò e finanziò il ritorno di famiglie nere, affrancate dalla schiavitù, nelle terre da cui molti dei loro antenati erano partiti all’epoca della «tratta». Uno dei suoi primi governatori, prima dell’indipendenza (1847), fu Thomas Buchanan, cugino del 15° presidente americano. La sua Costituzione fu ispirata da quella degli Stati Uniti. La sua capitale fu chiamata Monrovia, dal nome di un altro presidente americano. Molti suoi cittadini adottarono il cristianesimo riformato del Paese in cui erano stati schiavi e fecero del loro meglio per conservarne la lingua. I suoi partiti politici presero nomi desunti dal linguaggio dei sistemi anglosassoni: whig , repubblicani, liberali. E quando nel 1909 il suo sistema fiscale precipitò nel caos, l’America di Theodore Roosevelt guidò una missione internazionale per il risanamento delle sue finanze e addestrò la sua polizia di frontiera. Per alcune generazioni, quindi, la Liberia fu un titolo di vanto della democrazia americana, il segno tangibile della distanza che separava i costumi politici del Nuovo mondo da quelli del Vecchio. Mentre gli ingordi imperialismi europei si spartivano l’Africa, gli Stati Uniti avevano, sulle coste nord-occidentali del continente, un figlioccio a cui dedicavano un’attenzione benevola e, all’occorrenza, cure premurose. Ma nei prossimi giorni il figlioccio non riceverà la visita del tutore.
L’esitante atteggiamento degli Stati Uniti verso la Liberia è soltanto una delle molte contraddizioni che affliggono la politica americana in Africa. La storia di queste contraddizioni e incertezze comincia nel momento in cui crolla il muro di Berlino e si alza in Europa il sipario di ferro. Sino ad allora ciascuno dei due blocchi si era battuto con finanziamenti, prestiti e forniture d’armi per sottrarre una sfera d’influenza al controllo dell’avversario e impedirgli il dominio del continente. Ogni Paese africano aveva un prezzo, ogni dittatore poteva, se sufficientemente compensato, diventare un alleato o un vassallo. Vi erano state guerre, rivoluzioni, massacri, colpi di Stato e improvvisi passaggi da un campo all’altro. Ma i dollari e i rubli avevano stabilizzato entro certi limiti i fragili regimi postcoloniali, le dittature personali e le clientele tribali che avevano preso il potere dopo la partenza delle potenze coloniali.
Con la fine della guerra fredda il flusso dei finanziamenti si prosciugò e le casse dei regimi africani si svuotarono. Il primo Paese a farne le spese fu la Somalia, dove le lotte dei clan, improvvisamente riemersi dal fondo della storia locale, travolsero il regime e costrinsero il presidente Siad Barre alla fuga nel gennaio del 1991. Ma il padre fece ciò che il figlio, oggi, preferirebbe non fare. Nel dicembre del 1992, quando aveva già perduto le elezioni ma era ancora l’inquilino della Casa Bianca, Bush senior decise di lanciare, sotto l’egida dell’Onu, una grande operazione umanitaria per «restore hope», ridare speranza. Costretto a raccogliere l’eredità del suo predecessore, Bill Clinton mantenne l’impegno sino a quando, nell’ottobre del 1993, le bande del generale Aidid tesero un’imboscata ai rangers americani nelle vie di Mogadiscio: ne uccisero diciotto, ne ferirono 78, presero molti prigionieri e distrussero cinque elicotteri. Nei mesi seguenti gli americani tornarono a casa e con essi, un po’ alla volta, tutti i contingenti stranieri che erano sbarcati in Somalia per «ridare la speranza».
Il ritiro dell’Onu fu inteso dal continente africano come una formale dichiarazione d’impotenza. I leader tribali, i tiranni e i signori della guerra capirono che ben difficilmente, da quel momento, la comunità internazionale e la maggiore potenza mondiale sarebbero intervenute per interrompere i conflitti e restaurare la pace. Divennero evidenti, in breve tempo, tutti i problemi insoluti che si agitavano dietro la frettolosa decolonizzazione degli anni Sessanta e Settanta. Alcuni Paesi scomparvero di fatto dalla carta geografica. Altri precipitarono nel vortice della guerra civile e divennero terra di rapina per chiunque desiderasse controllarne le risorse naturali: diamanti, oro, rame, petrolio. In Ruanda persero la vita 800.000 persone. In Congo scoppiò una guerra, non ancora terminata, in cui furono contemporaneamente coinvolti, in una certa fase, dieci Paesi africani. In Sierra Leone il Fronte Unito Rivoluzionario di Foday Sankoh, finanziato dall’attuale presidente liberiano, creò un esercito di bambini che uccise circa 200.000 persone e tagliò un braccio o un piede a chiunque non fosse pronto a servirlo. In Eritrea si muore di fame. In Zimbabwe un tiranno sta demagogicamente distruggendo ciò che ancora rimane di una fiorente agricoltura europea Sulla costa nord- occidentale cinque Paesi (Liberia, Sierra Leone, Guinea, Burkina Faso, Costa d’Avorio) sono intrecciati in un inestricabile gomitolo di trame, congiure, spedizioni punitive e reciproche ingerenze. Due soli Paesi occidentali hanno fatto in questo periodo una politica africana: la Francia e, su scala minore, la Gran Bretagna. La Francia coltiva il rapporto con le sue vecchie colonie e non esita a intervenire militarmente per puntellare un regime minacciato, come è accaduto recentemente in Costa d’Avorio: è una politica coloniale, ma perseguita con coraggio e con una certa efficienza. La Gran Bretagna è intervenuta in Sierra Leone ed è riuscita, con una brillante operazione militare a sgominare le milizie del Fronte Unito Rivoluzionario. L’America, invece, ha preferito guardare da lontano senza impegnarsi direttamente. E’ stata alla finestra, all’epoca della presidenza Clinton, anche quando un corpo di spedizione dell’Onu, per cui era già stato scelto un comandante canadese, si sarebbe potuto interporre tra gli hutu e i tutsi in Ruanda.
Vi fu un momento, tuttavia, in cui lo stesso Clinton decise di scendere dall’Aventino per occuparsi di Africa. Accadde nel 1998, quando il presidente s’imbarcò per un viaggiò che durò dodici giorni. Volle visitare i Paesi più promettenti e promise che al suo ritorno in patria avrebbe «presentato» l’Africa agli americani. In ogni sua tappa parlò di riforme economiche, libero mercato, diritti umani, politica ambientale. In Ghana promise aiuti per la soluzione del problema energetico. In Uganda elogiò il sistema economico. In Ruanda fece pubblica ammenda per il mancato intervento all’epoca dei massacri. In Sud Africa dichiarò la sua ammirazione per la politica lungimirante del nuovo regime dopo l’abolizione dell’apartheid. E nella sua ultima tappa, in Senegal, annunciò che tra l’Africa e gli Usa vi sarebbe stata una nuova «partnership». Qualcuno sostenne maliziosamente che il viaggio gli era servito soprattutto a fuggire per qualche giorno dal clima avvelenato di Washington, dove ormai si parlava troppo di Monica Lewinsky. Ma è probabile che le intenzioni del presidente fossero nobili e generose. Rimasero tuttavia, in buona parte, intenzioni.
Dopo l’elezione di Bush fu subito chiaro che la nuova amministrazione non aveva una cultura «assistenzialista» e che l’Africa avrebbe occupato, nell’orizzonte delle sue preoccupazioni, uno spazio ancora più piccolo di quello che aveva occupato precedentemente. Ce ne accorgemmo quando apprendemmo che l’America non desiderava premere sulle industrie farmaceutiche perché riducessero drasticamente il prezzo delle loro medicine più costose sul mercato africano e quando constatammo che l’assistenza americana ai Paesi in via di sviluppo ammonta allo 0,1 per cento del Pil (prodotto interno lordo), vale a dire metà di ciò che è pagato annualmente dai Paesi più ricchi.
Nelle ultime settimane, però, qualcosa è cambiato. Gli Stati Uniti hanno stanziato 15 miliardi di dollari per la lotta contro l’Aids, hanno promesso che l’assistenza allo sviluppo aumenterà nei prossimi tre anni del 50 per cento e hanno offerto importanti riduzioni tariffarie alle esportazioni africane.
Non sappiamo se sia possibile parlare di svolta. Sappiamo tuttavia che gli ultimi attentati terroristici in Kenya, Tanzania a Marocco hanno spinto alcuni esponenti dell’amministrazione a sostenere che l’Africa esige maggiore attenzione. Gli Stati Uniti vogliono disporre di piccole basi militari in territorio africano, stringere rapporti di collaborazione con le forze armate locali, utilizzare nuovi strumenti per meglio controllare i circuiti del terrorismo musulmano. Farebbero in Africa, in altre parole, una politica non diversa da quella che l’amministrazione Bush sta perseguendo in Afghanistan, in Asia centrale, in Georgia, in Qatar. Resta da vedere quanto siano disposti a spendere per questi vantaggi e soprattutto se siano disposti a pagare anche il prezzo di un intervento umanitario come quello che le Nazioni Unite richiedono insistentemente per mettere fine alla guerra civile in Liberia.
Corriere della Sera
6 luglio 2003