Il programma dei socialisti europei
Stati Uniti del Mondo
Dobbiamo prendere atto della differenza con gli Stati Uniti, ma non per scavare un solco più profondo, bensì per colmarlo, per giungere a una sintesi che colga il meglio dello spirito americano e dello spirito europeo
Ugo Intini
al Convegno del Pse del 23 giugno 2003
Il Governo italiano non farà ciò che noi auspichiamo nel suo semestre di presidenza europea. Anche perché, per la prima volta da decenni, sono in discussione le linee tradizionali (e positive) della politica estera italiana.
Appena il Governo di centro-destra è nato, con una battuta, abbiamo osservato: si può temere che Berlusconi, poiché viene visto come l’ultimo della classe in Europa, cerchi di presentarsi come il primo della classe nei confronti degli Stati Uniti. Purtroppo, è stato davvero così.
Il Governo italiano non lavorerà con determinazione alla costruzione di una politica estera e della difesa autonoma dagli Stati Uniti, di cui avremmo bisogno. Risentirà dell’antieuropeismo della Lega e anche di Ministri autorevoli del suo stesso partito (Tesoro e Difesa). Ostacolerà il raggiungimento di standard europei comuni, soprattutto in materia di giustizia.
L’Europa ha il compito storico di costruire una partnership stretta con il mondo arabo, per trasformare il Mediterraneo in un motore di progresso e di pace. Ha il bisogno vitale di una intesa tra Israele e palestinesi e deve svolgere per raggiungerla un ruolo decisivo, che gli Stati Uniti non possono svolgere con altrettanto equilibrio e credibilità. Purtroppo il Governo italiano non aiuterà, perché rappresenterà più le posizioni dell’amministrazione Bush che quelle dell’Europa. Ne abbiamo avuto un assaggio alla prima sortita di Berlusconi. Newsweek ha scritto di avere appreso da una fonte autorevole dell’amministrazione americana che Bush ha invitato i leader alleati che visitano Gerusalemme a non incontrare Arafat. Bene. Berlusconi ha eseguito diligentemente, compiendo uno strappo grave. Contribuisce negativamente alla politica italiana il sentimento antiarabo della Lega, che nasce dal razzismo nei confronti degli immigrati. Contribuisce, ed è curioso, la necessità del partito post fascista di fare dimenticare il proprio passato antisemita e di dimostrarsi perciò, da neofita, più filoisraeliano degli israeliani. Contribuisce soprattutto l’inclinazione personale di Berlusconi che, con orgoglio, ama ripetere di essere considerato da Bush il suo migliore alleato.
Da colombe a falchi
Qui, in questo rapporto particolare con l’amministrazione repubblicana, sta la spiegazione della posizione italiana sul ruolo delle Nazioni Unite, sull’Iraq e sulla pace. Per la prima volta, l’Italia ha abbandonato la sua naturale propensione alla moderazione e alla mediazione, ispirata dalla tradizione socialista e cattolica. Per la prima volta, un Governo italiano si è trasformato da colomba in falco. Almeno a parole.
Dunque, non si può essere ottimisti sulla presidenza di turno italiana. Anche se si può contare su tre fattori che potrebbero limitare gli effetti negativi. Primo. Una parte della coalizione (il pur piccolo partito ex democristiano dell’UDC) la pensa esattamente come noi. Ha l’appoggio del Presidente della Camera, che ne è il leader, nel sostenere una posizione incoraggiata, nei limiti in cui ciò è possibile, dal Capo dello Stato. Secondo. Il Governo non ha una visione strategica in politica estera da perseguire coerentemente e quindi la sua inconcludenza vale nel bene ma anche nel male. Terzo. Berlusconi personalmente potrebbe innamorarsi del ruolo di Presidente europeo e immedesimarsi, da grande attore qual è, nella parte di europeista. Consiglio pertanto ai compagni di coltivare la sua vanità.
Ciò detto, più su che cosa farà il Governo, mi sembra importante ragionare su cosa faremo noi, su come i socialisti europei affronteranno le due grandi questioni del momento: il dissenso tra socialisti del continente e socialisti britannici; la crisi tra Europa e Stati Uniti.
Il compagno Mendelson, in un dibattito organizzato dalla rivista Italiani Europei, vicina a D’Alema e Amato, ha posto con efficacia, in modo sintetico, tre dilemmi (o quesiti) che meritano di essere approfonditi. Primo. Costruiamo pure una politica estera e di difesa europea. Ma il nostro obiettivo qual è? Quello di creare un polo europeo che controbilanci il potere americano, con una visione perciò multipolare, oppure quello di rafforzare la partnership con gli Stati Uniti? Secondo. Accettiamo il mondo così com’è o vogliamo cambiarlo? Terzo. Siamo disposti ad accettare i rischi del terrorismo affidandoci al caso, oppure vogliamo prevenirli con gli interventi necessari?
La prima risposta è che il mondo è troppo piccolo e pericoloso per rinunciare alla solidarietà occidentale basata sulla partnership tra Europa e Stati Uniti. Non vogliamo pregiudizialmente creare un contrappeso all’America. Tuttavia, la costruzione di una nuova solidarietà, che ha come presupposto un rapporto di parità e di autonomia, non dipende solo da noi. Dipende anche da Washington. Il Sottosegretario Wolfowitz ha scritto sin dal 1993 un rapporto riservato in cui si spiega che gli Stati Uniti devono con ogni mezzo, dopo la liquidazione dell’Unione Sovietica, impedire la nascita di un nuovo soggetto internazionale potenzialmente concorrente. Se si riferiva all’Europa unita, non è questo il modo migliore per ricostruire lo spirito dell’Alleanza Atlantica.
La seconda risposta è: si, vogliamo cambiare il mondo. Ma non con la ragione delle armi. Perché non crediamo che la violenza sia la levatrice della storia: né quella rivoluzionaria, né quella degli Stati. La terza risposta è che il terrorismo non può essere prevenuto fuori dalla legalità internazionale. La guerra in Afghanistan è stata perciò positiva. Quella in Iraq no. Anche perché ha già prodotto un rafforzamento, nell’Iraq stesso, del nemico vero e cioè del fondamentalismo islamico. E perché ha già cominciamo a dimostrare fondata la previsione del presidente egiziano Mubarak, secondo la quale il risentimento del mondo arabo avrebbe alimentato una nuova generazione di Bin Laden.
Lo strappo con gli Usa
Il dissenso tra socialisti continentali e britannici può essere superato ragionando serenamente su questi temi. Ciò ci consentirebbe di meglio affrontare il problema grave e di fondo, contenuto nel primo dilemma proposto da Mendelson: i rapporti tra Europa e Stati Uniti. Non sottovalutiamo lo strappo tra le due sponde dell’Atlantico. Prendiamo atto della realtà. Si è letto sui giornali che i cugini di Rumsfeld, i quali vivono a Brema, hanno detto: “nostro cugino è proprio antipatico”. Hanno ragione. Tra Europa e Stati Uniti, c’è una differenza profonda, ormai quasi genetica. Il giovane che tanti anni fa ha varcato l’Atlantico per emigrare ha contato sulle sue sole forze individuali, non certo sullo Stato, ha affrontato la durezza di un continente selvaggio. Il suo fratello rimasto di qua è stato protetto dalla comunità e dalla pacifica vita tradizionale del villaggio. L’America è la patria dell’individualismo e della durezza. L’Europa del solidarismo e della softness. In America, non per caso, c’è la pena di morte ma non il Welfare State. In Europa, esattamente il contrario. Siamo diversi, e tuttavia siamo cugini. Dobbiamo prendere atto della differenza ma non per scavare un solco più profondo, bensì per colmarlo, per giungere a una sintesi che colga il meglio dello spirito americano e dello spirito europeo.
L’Internazionale socialista
In questa logica e in questa prospettiva, dobbiamo anche pensare all’Internazionale socialista. Diciamo la verità, se vogliamo davvero incidere sul futuro del mondo, l’Internazionale socialista non può fare a meno di un punto di riferimento negli Stati Uniti. A giudicare dagli applausi che ha raccolto Clinton al Congresso laburista di Blackpool, nell’ottobre scorso, credo che questo punto di riferimento possa essere una generazione di leader democratici simili a lui. Lavoriamo allora alla costruzione di una nuova e più larga Internazionale socialista non eurocentrica, aperta oltre che alla tradizione socialista, che ne è il nucleo originario, alla tradizione religiosa e cattolica, a quella liberaldemocratica. In Italia, l’Ulivo (ovvero la grande coalizione democratica che faticosamente cerchiamo di costruire) può essere un interessante tentativo in questa direzione.
Dobbiamo riprendere coraggio e guardare più lontano, come facevano i nostri padri fondatori, perché solo così ritorneremo a parlare ai giovani e al cuore dei compagni. Nel 1929, Filippo Turati, il padre del riformismo socialista italiano, scriveva al leader laburista inglese Henderson così: “Gli Stati Uniti d’Europa sono una esigenza assoluta per noi, altrimenti diventeremo una colonia di quella nostra ex colonia di un tempo che sono gli Stati Uniti d’America”.1929! Eppure sembra esattamente l’agenda politica di queste settimane. Se dunque nel 1929 i nostri padri fondatori sapevano indicare gli Stati Uniti d’Europa, oggi noi dobbiamo cominciare a indicare gli Stati Uniti del Mondo. I giovani ci ascolteranno perché hanno capito, che senza una politica globale, la finanza globale e l’unilateralismo del più forte domineranno incontrastati, che non saranno assicurati né la pace, né un ordinato progresso economico. Turati parlava nel 1929 e oggi la costruzione dell’Europa è un obbiettivo concreto. Forse non dovranno passare ottant’anni perché una nuova generazione di socialisti possa trovare a portata di mano la costruzione degli Stati Uniti del Mondo.
Il Governo italiano non farà ciò che noi auspichiamo nel suo semestre di presidenza europea. Anche perché, per la prima volta da decenni, sono in discussione le linee tradizionali (e positive) della politica estera italiana.
Appena il Governo di centro-destra è nato, con una battuta, abbiamo osservato: si può temere che Berlusconi, poiché viene visto come l’ultimo della classe in Europa, cerchi di presentarsi come il primo della classe nei confronti degli Stati Uniti. Purtroppo, è stato davvero così.
Il Governo italiano non lavorerà con determinazione alla costruzione di una politica estera e della difesa autonoma dagli Stati Uniti, di cui avremmo bisogno. Risentirà dell’antieuropeismo della Lega e anche di Ministri autorevoli del suo stesso partito (Tesoro e Difesa). Ostacolerà il raggiungimento di standard europei comuni, soprattutto in materia di giustizia.
L’Europa ha il compito storico di costruire una partnership stretta con il mondo arabo, per trasformare il Mediterraneo in un motore di progresso e di pace. Ha il bisogno vitale di una intesa tra Israele e palestinesi e deve svolgere per raggiungerla un ruolo decisivo, che gli Stati Uniti non possono svolgere con altrettanto equilibrio e credibilità. Purtroppo il Governo italiano non aiuterà, perché rappresenterà più le posizioni dell’amministrazione Bush che quelle dell’Europa. Ne abbiamo avuto un assaggio alla prima sortita di Berlusconi. Newsweek ha scritto di avere appreso da una fonte autorevole dell’amministrazione americana che Bush ha invitato i leader alleati che visitano Gerusalemme a non incontrare Arafat. Bene. Berlusconi ha eseguito diligentemente, compiendo uno strappo grave. Contribuisce negativamente alla politica italiana il sentimento antiarabo della Lega, che nasce dal razzismo nei confronti degli immigrati. Contribuisce, ed è curioso, la necessità del partito post fascista di fare dimenticare il proprio passato antisemita e di dimostrarsi perciò, da neofita, più filoisraeliano degli israeliani. Contribuisce soprattutto l’inclinazione personale di Berlusconi che, con orgoglio, ama ripetere di essere considerato da Bush il suo migliore alleato.
Da colombe a falchi
Qui, in questo rapporto particolare con l’amministrazione repubblicana, sta la spiegazione della posizione italiana sul ruolo delle Nazioni Unite, sull’Iraq e sulla pace. Per la prima volta, l’Italia ha abbandonato la sua naturale propensione alla moderazione e alla mediazione, ispirata dalla tradizione socialista e cattolica. Per la prima volta, un Governo italiano si è trasformato da colomba in falco. Almeno a parole.
Dunque, non si può essere ottimisti sulla presidenza di turno italiana. Anche se si può contare su tre fattori che potrebbero limitare gli effetti negativi. Primo. Una parte della coalizione (il pur piccolo partito ex democristiano dell’UDC) la pensa esattamente come noi. Ha l’appoggio del Presidente della Camera, che ne è il leader, nel sostenere una posizione incoraggiata, nei limiti in cui ciò è possibile, dal Capo dello Stato. Secondo. Il Governo non ha una visione strategica in politica estera da perseguire coerentemente e quindi la sua inconcludenza vale nel bene ma anche nel male. Terzo. Berlusconi personalmente potrebbe innamorarsi del ruolo di Presidente europeo e immedesimarsi, da grande attore qual è, nella parte di europeista. Consiglio pertanto ai compagni di coltivare la sua vanità.
Ciò detto, più su che cosa farà il Governo, mi sembra importante ragionare su cosa faremo noi, su come i socialisti europei affronteranno le due grandi questioni del momento: il dissenso tra socialisti del continente e socialisti britannici; la crisi tra Europa e Stati Uniti.
Il compagno Mendelson, in un dibattito organizzato dalla rivista Italiani Europei, vicina a D’Alema e Amato, ha posto con efficacia, in modo sintetico, tre dilemmi (o quesiti) che meritano di essere approfonditi. Primo. Costruiamo pure una politica estera e di difesa europea. Ma il nostro obiettivo qual è? Quello di creare un polo europeo che controbilanci il potere americano, con una visione perciò multipolare, oppure quello di rafforzare la partnership con gli Stati Uniti? Secondo. Accettiamo il mondo così com’è o vogliamo cambiarlo? Terzo. Siamo disposti ad accettare i rischi del terrorismo affidandoci al caso, oppure vogliamo prevenirli con gli interventi necessari?
La prima risposta è che il mondo è troppo piccolo e pericoloso per rinunciare alla solidarietà occidentale basata sulla partnership tra Europa e Stati Uniti. Non vogliamo pregiudizialmente creare un contrappeso all’America. Tuttavia, la costruzione di una nuova solidarietà, che ha come presupposto un rapporto di parità e di autonomia, non dipende solo da noi. Dipende anche da Washington. Il Sottosegretario Wolfowitz ha scritto sin dal 1993 un rapporto riservato in cui si spiega che gli Stati Uniti devono con ogni mezzo, dopo la liquidazione dell’Unione Sovietica, impedire la nascita di un nuovo soggetto internazionale potenzialmente concorrente. Se si riferiva all’Europa unita, non è questo il modo migliore per ricostruire lo spirito dell’Alleanza Atlantica.
La seconda risposta è: si, vogliamo cambiare il mondo. Ma non con la ragione delle armi. Perché non crediamo che la violenza sia la levatrice della storia: né quella rivoluzionaria, né quella degli Stati. La terza risposta è che il terrorismo non può essere prevenuto fuori dalla legalità internazionale. La guerra in Afghanistan è stata perciò positiva. Quella in Iraq no. Anche perché ha già prodotto un rafforzamento, nell’Iraq stesso, del nemico vero e cioè del fondamentalismo islamico. E perché ha già cominciamo a dimostrare fondata la previsione del presidente egiziano Mubarak, secondo la quale il risentimento del mondo arabo avrebbe alimentato una nuova generazione di Bin Laden.
Lo strappo con gli Usa
Il dissenso tra socialisti continentali e britannici può essere superato ragionando serenamente su questi temi. Ciò ci consentirebbe di meglio affrontare il problema grave e di fondo, contenuto nel primo dilemma proposto da Mendelson: i rapporti tra Europa e Stati Uniti. Non sottovalutiamo lo strappo tra le due sponde dell’Atlantico. Prendiamo atto della realtà. Si è letto sui giornali che i cugini di Rumsfeld, i quali vivono a Brema, hanno detto: “nostro cugino è proprio antipatico”. Hanno ragione. Tra Europa e Stati Uniti, c’è una differenza profonda, ormai quasi genetica. Il giovane che tanti anni fa ha varcato l’Atlantico per emigrare ha contato sulle sue sole forze individuali, non certo sullo Stato, ha affrontato la durezza di un continente selvaggio. Il suo fratello rimasto di qua è stato protetto dalla comunità e dalla pacifica vita tradizionale del villaggio. L’America è la patria dell’individualismo e della durezza. L’Europa del solidarismo e della softness. In America, non per caso, c’è la pena di morte ma non il Welfare State. In Europa, esattamente il contrario. Siamo diversi, e tuttavia siamo cugini. Dobbiamo prendere atto della differenza ma non per scavare un solco più profondo, bensì per colmarlo, per giungere a una sintesi che colga il meglio dello spirito americano e dello spirito europeo.
L’Internazionale socialista
In questa logica e in questa prospettiva, dobbiamo anche pensare all’Internazionale socialista. Diciamo la verità, se vogliamo davvero incidere sul futuro del mondo, l’Internazionale socialista non può fare a meno di un punto di riferimento negli Stati Uniti. A giudicare dagli applausi che ha raccolto Clinton al Congresso laburista di Blackpool, nell’ottobre scorso, credo che questo punto di riferimento possa essere una generazione di leader democratici simili a lui. Lavoriamo allora alla costruzione di una nuova e più larga Internazionale socialista non eurocentrica, aperta oltre che alla tradizione socialista, che ne è il nucleo originario, alla tradizione religiosa e cattolica, a quella liberaldemocratica. In Italia, l’Ulivo (ovvero la grande coalizione democratica che faticosamente cerchiamo di costruire) può essere un interessante tentativo in questa direzione.
Dobbiamo riprendere coraggio e guardare più lontano, come facevano i nostri padri fondatori, perché solo così ritorneremo a parlare ai giovani e al cuore dei compagni. Nel 1929, Filippo Turati, il padre del riformismo socialista italiano, scriveva al leader laburista inglese Henderson così: “Gli Stati Uniti d’Europa sono una esigenza assoluta per noi, altrimenti diventeremo una colonia di quella nostra ex colonia di un tempo che sono gli Stati Uniti d’America”.1929! Eppure sembra esattamente l’agenda politica di queste settimane. Se dunque nel 1929 i nostri padri fondatori sapevano indicare gli Stati Uniti d’Europa, oggi noi dobbiamo cominciare a indicare gli Stati Uniti del Mondo. I giovani ci ascolteranno perché hanno capito, che senza una politica globale, la finanza globale e l’unilateralismo del più forte domineranno incontrastati, che non saranno assicurati né la pace, né un ordinato progresso economico. Turati parlava nel 1929 e oggi la costruzione dell’Europa è un obbiettivo concreto. Forse non dovranno passare ottant’anni perché una nuova generazione di socialisti possa trovare a portata di mano la costruzione degli Stati Uniti del Mondo.
Avanti! della domenica
anno 6 - numero 26 del 29 giugno 2003
Armi, Washington non costruisce finte prove contro Saddam
MA LA CIA NON ERA IL DIAVOLO?
di FRANCESCO MERLO
Tutto poteva venir fuori dalla guerra in Iraq, un nuovo Vietnam, il deflagrare della Jihad in Occidente, magari anche una vittoria degli iracheni. Tutto ci aspettavamo dall’attacco anglo-americano a Bagdad, persino un Bin Laden a presiedere l’Onu, ma non certo una Cia da oratorio salesiano, una sorta di confraternita di san Giovanni Bosco, una Cia trasparente e candida che non riesce a piazzare da qualche parte neppure un bottiglione di antrace, una scatoletta di botulino, una secchiata di uranio arricchito. Eppure qualsiasi brigadiere italiano sa infilare l’eroina nella tasca del reo che non confessa, del cantante che non canta, del Tortora da sbattere in prima pagina. Ebbene, non la Cia. Evidentemente quelli della Cia non danno più retta a Cossutta, non leggono gli articoli di Curzi e Vendola su «Liberazione», non guardano Bertinotti a «Porta a Porta», non conoscono se stessi perché si ostinano a non studiare i saggi di Tabucchi, le sapienze di Gino Strada, le expertise di Furio Colombo e le trovate di Nanni Moretti (è meglio sperare che trovino le armi per accusare la Cia di avercele messe? O che non le trovino per sbugiardare la Cia che diceva che c’erano?). Come si vede dalle tempeste e dal cicaleccio politico di questi giorni, gli Stati Uniti preferiscono rischiare la più devastante crisi istituzionale, una crisi che si fonda sull’orribile bugia di guerra, nulla a che fare con la bugia «pubica» di Clinton, una pesante bugia di sostanza, insomma gli Stati Uniti preferiscono la brutta figura e la pernacchia internazionale piuttosto che inventare o truccare le prove giustificative. Eppure dai confini con la Turchia o dal Kuwait o dalla stessa Arabia Saudita chissà quante armi di distruzione di massa la Cia potrebbe introdurre, ora che gli americani dominano il territorio. Ebbene: niente. Un po’ perché gli americani sono davvero sicuri di trovarle, quelle armi di distruzione di massa, e perciò sul serio le cercano, ne chiedono ai passanti, controllano ogni camion e si infilano dentro a tutti i pozzi. E un po’ perché sanno che la vera arma di distruzione di massa, quella per cui valeva comunque la pena, era Saddam Hussein, il dittatore becchino delle fosse comuni, il genocida dei curdi, l’avvelenatore del proprio popolo.
Ma soprattutto la Cia di Bush non usa più i vecchi trucchi da brigadiere, perché - pensate - è diventata politicamente corretta.
Eppure esistono una bibliografia e una filmografia enormi su questa sorta di creatura dostoevskiana che si chiana Cia, il servizio segreto degli americani, l’equivalente dell’ex Kgb sovietico, la kappa di Amerika. Ce la siamo coltivata, l’abbiamo immaginata in celle sotterranee e in nidi d’aquila, conte di Montecristo e diavolo conradiano, e non c’è bomba e non c’è delitto e non c’è scissione a sinistra che non siano stati attribuiti alla Cia, dalla morte di Enrico Mattei alla strage cosiddetta di Stato, dal sindacato giallo a Saragat, e poi i colonnelli greci e Allende... Ecco: parlare di Cia è evocare un gorgo, un maëlstrom di schifezze.
E invece ora l’Iraq ci dimostra che quella Cia non esiste, o che è andata in vacanza, oppure ancora, e la cosa è per noi più inquietante, che non è mai esistita, almeno in quelle forme mostruose che ci hanno rassicurato nella fede in altri mostri e hanno reso più leggera la nostra complicità intellettuale con gli eroi dell’anticapitalismo, da Castro a Mao, da Ho Chi Minh ad Arafat.
Dunque con umiltà, alla fine impariamo dall’Iraq di avere il mondo davanti agli occhi, che non ci sono doppi fondi e tripli Stati, che nessuno è più superficiale di chi non vede lo spessore della superficie, la profondità dell’apparenza. E che non esiste più l’America della guerra fredda, quella di Le Carré e di Forsyth che aveva come antagonista il comunismo, il più grande e più insidioso nemico dell’Occidente, il fratello cattivo del capitalismo, il Caino di famiglia. Ormai l’America siamo noi, una fragilissima grande potenza che si misura con la verità, noi che non abbiamo illusioni e rappresentazioni, noi che non abbiamo mai creduto a una Nuova Gerusalemme. E persino i nuovi spioni perbene della Cia si sono formati accanto a noi, è gente che non passa più informazioni per uccidere gli Allende ma magari per salvarli, spioni che sanno bene che Saddam è un criminale. Certo, è dura prendere atto che Mefistofele non esiste, che non si possono più addossare alla Cia le nostre debolezze, le nostre insufficienze, le nostre sottrazioni. E’ dura scoprire che il diavolo non esiste più, e che, troppe volte, il diavolo eravamo noi.
Francesco Merlo
Corriere della Sera
22 giugno 2003
Appello di diciassette alte personalità internazionali
MAI CONTRO L’AMERICA
Con l’obiettivo di rilanciare le relazioni tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America, diciassette alte personalità della politica europea hanno scritto questa lettera aperta che viene pubblicata dal Corriere e da Le Monde .
Abbiamo letto con apprezzamento una dichiarazione congiunta, sostenuta da un gruppo bipartisan di personalità americane di rilievo, che sottolinea l’importanza del legame transatlantico. Condividiamo l’opinione secondo cui, anche dopo la fine della Guerra Fredda, la rinnovata Alleanza Atlantica rimane il principale pilastro della partnership euro-americana e così pure il convincimento che la premessa fondamentale di una forte cooperazione transatlantica sia un’Europa stabile, un’Unione Europea coesa e dinamica. In particolare, concordiamo con la conclusione della dichiarazione congiunta secondo la quale né gli Stati Uniti, né l’Europa sono onnipotenti, entrambi necessiteranno di aiuto per garantire la propria sicurezza fisica ed economica, per non parlare poi delle minacce al di là dei rispettivi confini.
È del tutto logico che sia richiesto aiuto alle nazioni con le quali abbiano più cose in comune. Di conseguenza, qualunque sia il merito delle nostre rispettive posizioni, dobbiamo fare del rinnovamento della cooperazione transatlantica una priorità urgente.
L’esistenza di un’Europa unita non sarebbe stata possibile senza il ruolo decisivo svolto dagli Stati Uniti, che ci hanno aiutato a sconfiggere il totalitarismo: gli europei non lo dimenticheranno mai; essi conferiscono il suo giusto valore al sostegno americano all’Unione, in particolare in questo momento determinante della loro storia. Per questo motivo gli americani saranno sempre i benvenuti in Europa.
Alla fine degli anni ’40 i Padri Fondatori dell’Europa hanno concepito la creazione di un’Unione a lungo termine tra europei; tale progetto traeva ispirazione dagli insegnamenti della storia e dalla determinazione a fare in modo che la guerra non fosse mai più possibile tra i Paesi dell’Europa.
Ora che gli europei hanno raggruppato le loro forze in seno all’Unione Europea e che sono stati introdotti un mercato unico e una moneta comune, vi è un diffuso consenso che tale processo di integrazione debba fare ulteriori passi avanti. Sebbene ogni Paese europeo abbia un’orgogliosa identità, i membri dell’Unione condividono interessi, valori e modo di vivere.
La Convenzione Europea è l’espressione della nostra determinazione a proseguire tale cammino: essa ha il compito di definire il ruolo dell’Europa nel XXI secolo e di creare una vera comunità politica. È uno sforzo rilevante e siamo convinti che esso sarà coronato da successo, in particolare per quanto concerne la definizione del ruolo internazionale dell’Europa, nella prospettiva di un ordine mondiale giusto ed equo. Siamo altrettanto convinti che gli Stati Uniti sosterranno un progetto che risponde a un interesse comune di tutto il mondo occidentale.
Un processo di integrazione europea è basato sulla democrazia, sulla libertà, sull’economia di mercato, sulla solidarietà sociale, sull’applicazione universale dei diritti dell’uomo e su una profonda consapevolezza dei molti problemi che possono destabilizzare la comunità internazionale: il divario Nord-Sud, l’ambiente, la diffusione delle armi di distruzione di massa, la piaga del terrorismo come minaccia per noi tutti, la criminalità internazionale e il traffico di droga. Gli europei credono che tali problemi possono essere affrontati solo in un contesto multilaterale come le Nazioni Unite. A questo fine, sono condizioni necessarie un impegno e una collaborazione congiunti e durevoli tra europei e americani.
L’Unione Europea è ora una realtà. Essa non è stata fondata in opposizione all’America e lavorerà in stretto contatto con gli Stati Uniti.
Il nostro partner principale al di là dell’Atlantico ha affrontato per molti anni una duplice realtà: esso da un lato tratta con una pluralità di Stati amici, dall’altro con le istituzioni europee. Con queste ultime esso negozia molteplici questioni che vanno dal commercio internazionale alla concorrenza.
Questa realtà è ancora incompleta, ma un soggetto europeo compiuto sarà presto il riferimento principale nelle relazioni transatlantiche. Il ruolo dei singoli Stati europei nella politica estera rimarrà forte ma l’Unione Europea, quale depositaria di interessi comuni e di una visione condivisa, aumenterà il suo profilo e il suo peso.
Siamo convinti che lo sviluppo di un’efficace difesa europea non costituisca un pericolo per la Nato; al contrario, può rafforzare l’Alleanza se questo è ciò che vogliono fermamente le due sponde dell’Atlantico.
I nostri valori e i nostri obiettivi politici fondamentali sono condivisi dagli Stati Uniti. Nessun problema importante nel mondo può essere risolto senza l’impegno congiunto di Stati Uniti ed Europa; nessun problema è irrisolvibile quando lo affrontiamo insieme. Una tale consapevolezza può rafforzare la politica della cooperazione transatlantica.
Il prossimo vertice Stati Uniti-Unione Europea dovrebbe rappresentare l’occasione per concentrarci su un’ambiziosa agenda comune di compiti da svolgere sulla base di una forte complementarità.
Riteniamo che, in particolare con l’avvento di una nuova generazione di leader politici in Europa e negli Stati Uniti, dovremmo trarre forza e ispirazione dal passato e guardare al tempo stesso al futuro: dovremmo pertanto concentrarci sulle sfide e le minacce del XXI secolo che esigono un pieno impegno congiunto. Il Nord America e l’Europa sono depositari di democrazia e libertà. Insieme saremo in grado di condividere questi valori con il resto del mondo. Unendo le nostre forze rafforzeremo ulteriormente la stabilità della Comunità internazionale e difenderemo la dignità di tutti gli esseri umani.
Sarebbe un grave errore proprio per i Paesi che hanno allacciato stretti legami cinquanta anni fa, quando l’interdipendenza era quasi inesistente, allentare questi preziosi vincoli nell’era della globalizzazione.
Sebbene la collaborazione transatlantica abbia sollevato perplessità su entrambe le sponde dell’Atlantico, le divisioni a breve termine non hanno mai avuto il sopravvento sul nucleo dei valori e degli interessi comuni che tuttora definiscono il mondo occidentale.
In connessione con la guerra in Iraq e a causa dei disaccordi che sono emersi dopo l’11 settembre, l’unità del mondo occidentale viene ora messa apertamente in discussione.
Il dibattito è diventato aspro. Alcuni osservatori e settori dell’opinione pubblica lo hanno eccessivamente semplificato, presumendo che gli americani provengano da Marte e gli europei da Venere.
Siamo stati coinvolti nella cooperazione transatlantica per molti anni e ci rifiutiamo di credere che l’Atlantico stia diventando più ampio.
Gli americani e gli europei hanno avuto divergenze nel passato e potrebbero averne altre nel futuro. Si tratta di vedere se tali divergenze toccheranno preoccupazioni essenziali o saranno limitate a questioni specifiche e gestibili.
La nostra ferma risposta è che le democrazie americana ed europea sono unite dai loro valori. Non possono avere successo isolate l’una dall’altra, e tanto meno in opposizione. Lavorando in associazione sulla base delle radici comuni, degli obiettivi condivisi e di un reciproco rispetto, esse non saranno mai in contrasto su questioni vitali.
Uniti, siamo visti dal resto del mondo come interpreti di una grande visione e di grande saggezza; divisi, saremo perdenti. Sta a noi trarre il massimo profitto da questa risorsa che abbiamo a disposizione.
La lettera aperta, in cui si definisce «una priorità urgente» il rinnovamento della cooperazione transatlantica, giunge a una settimana dal Consiglio Europeo in programma il 20 e 21 giugno a Salonicco. I firmatari sono: Susanna Agnelli (ex ministro degli Affari esteri), Giuliano Amato (vice presidente della Convenzione sull’avvenire dell’Europa, ex presidente del Consiglio), Raymond Barre (ex primo ministro), Carl Bildt (ex primo ministro), Emilio Colombo (ex presidente del Consiglio dei ministri), Jean-Luc Dehaene (vice presidente della Convenzione sull’avvenire dell’Europa, ex primo ministro), Bronislaw Geremek (ex ministro degli Affari esteri), Hans Dietrich Genscher (ex ministro degli Affari esteri), Valéry Giscard d’Estaing (presidente della Convenzione sull’avvenire dell’Europa, ex presidente della Repubblica), Felipe Gonzal ez (ex primo ministro), Douglas Hurd (ex ministro degli Affari esteri), Helmut Kohl (ex cancelliere), Giorgio Napolitano (presidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, ex presidente della Camera dei deputati), Helmut Schmidt (ex cancelliere), Carlo Scognamiglio (ex presidente del Senato, ex ministro della Difesa), Eduardo Serra (ex ministro della Difesa), Hans Van Mierlo (ex ministro degli Affari esteri).
Corriere della Sera
14 giugno 2003
La nascita di cento Bin Laden
di Barbara Spinelli
UN mondo sempre più pericoloso e sempre meno frequentabile: per il momento sembra esser questo il risultato della guerra che il terrore ha dichiarato nel 2001 all'America, e della controffensiva scatenata da Bush prima in Afghanistan e poi in Iraq. Un regime dittatoriale è caduto grazie al suo intervento, e per gli iracheni questi sono giorni di liberazione: ogni giorno si scoprono nuove prove delle atrocità di Saddam, si riesumano corpi di uomini martoriati, gettati in fosse comuni. Due insurrezioni sciite, una nel '91 e una nel '99, furono represse nel sangue dal regime Baath, e ora la verità può venire alla luce. Ogni liberazione locale è una liberazione anche per le democrazie, nel mondo globalizzato che viviamo.
Ma la guerra del Golfo non era stata fatta per questo: Bush la presentò come una tappa della guerra contro il terrorismo, la seconda dopo l'operazione in Afghanistan, e il terrorismo non solo è di ritorno ma si acutizza. E' esploso di nuovo a Riad, lunedì 12 maggio, provocando 34 morti. Venerdì notte ha colpito a Casablanca, in Marocco: sette esplosioni, almeno 41 morti. Fra i bersagli: cittadini israeliani, spagnoli, ma soprattutto marocchini musulmani. Forse non sono che gli ultimi spasimi d'un drago in agonia; forse nel lungo termine esso sarà sconfitto. Ma nel lungo termine chissà chi sarà ancora vivo.
Non solo: una parte sempre più vasta del mondo sta divenendo inaccessibile alle popolazioni occidentali, a seguito della guerra nel Golfo e di un terrorismo che prescinde da tale guerra, ma che ad essa ostentatamente intende far riferimento. Sono impraticabili Arabia Saudita e Medio Oriente. Sono vietati ai voli britannici sei paesi d'Africa orientale, con punte di pericolosità massima in Kenya, Sudan, Somalia. In Asia si fanno malsicure Malesia, Indonesia. Le cosiddette piazze arabe e musulmane non hanno ancora appreso la buona lezione della guerra nel Golfo, e insistono a sprofondare nei sottosuoli del terrore. In Medio Oriente la pace non arriva, e Sharon crede di poter profittare della vittoria Usa per non fare concessioni ad Abu Mazen, il successore di Arafat che più esplicitamente avversa l'Intifada. Dalla guerra dovevano nascere un Medio Oriente e un Islam ridisegnato, ma il nuovo disegno non si vede.
Il paragone con Hitler o il fascismo giapponese, spesso invocato da Washington, non funziona come si credeva. Una cosa era Saddam Hussein, altra è la minaccia terrorista, che Bush aveva frettolosamente connesso al cambio di regime in Iraq. Saddam costituiva una minaccia locale, mentre il terrore era ed è una minaccia globale: una trappola per tutti i cittadini del pianeta, che è congegnata di conseguenza. Funziona come una cupola mondiale, senza territori fissi. Per batterla occorre un fronte congegnato anch'esso globalmente, e non sono solo gli europei a esser impreparati: neanche l' America di Bush lo è. Non è riuscita a creare alcun fronte comune di resistenza, né tra occidentali né con gli arabi moderati, negando anzi l' utilità stessa d'un ampio fronte. Non ha voluto servirsi di organismi multilaterali come l'Onu e la Nato, e si è inimicata paesi pur sempre preziosi come la Francia. Dice il politologo Pierre Hassner che Bush ha perso il primo turno (quello della preparazione-propaganda bellica all'Onu, dove fu Chirac ad avere la meglio), per poi vincere nella guerra vera e propria. Ma adesso è il terzo turno che conta, e ancora non si sa se la Casa Bianca supererà la prova. Il terzo turno è quello della politica - Hassner parla della partita di spareggio, del necessario e decisivo compromesso tra visione unilaterale e multilaterale - ed è in questa fase che ci troviamo: una fase in cui la vittoria americana è messa in forse dalla riapparizione del terrore.
Il fatto è che i dirigenti Usa non sembrano esser capaci di far politica, oggi: né con l'Europa, né con l'Asia, né con l'Africa, né col Medio Oriente, né con la Russia (il terrorismo ceceno s'inasprisce man mano che s'allontana l'indipendenza della repubblica caucasica, e che quest'ultima perde la speranza negli Stati Uniti). Washington sa fare bene le guerre, questo sì -ha uno spirito di missione assente in Europa, dispone di strumenti che agli europei mancano - ma è come se sapesse fare solo questo. In Iraq è andata senza idee sul dopo: sulla forza di curdi e sunniti, sul massimalismo della maggioranza sciita. E ha sottovalutato gli effetti disastrosi di questa sua insufficienza. L'insufficienza consiste nella concentrazione di tutte le energie sullo sforzo militare, e nella parallela drastica diminuzione di influenza politica globale e di legittimità. Credendo di poter aggiustare il mondo con le sole proprie forze e con le sole armi, i governanti Usa hanno creato le basi per una vertiginosa caduta di potere reale: di potere politico, quello che si esercita nel lungo periodo. La legittimità stessa della loro guerra è a tutt'oggi latitante: Bush partì per trovare in Iraq lo "smoking gun" - la canna di pistola fumante rappresentata dalle armi di distruzione di massa -e per ora le armi non ci sono, sempre che non siano state saccheggiate. Ha trovato le fosse comuni, che sono un ritrovamento essenziale. Ma la legittimità egli la voleva conquistare sul fronte delle armi irachene, e su quel fronte ha guadagnato poco e perso molto.
Ne consegue un'autentica abulia politica dell'amministrazione Usa, un difetto di volontà e azione che subentra non appena le armi sono abbandonate, non appena tocca ricostruire le nazioni e insediarvi l'imperio della legge. E' vero, il terrorismo è nato prima della guerra in Iraq e sin da principio significò due cose: l'inizio di un'offensiva contro l' Occidente, e il coinvolgimento di quest'ultimo nella grande guerra civile mondiale dentro l'Islam, tra moderati e radicali. In questa guerra civile gli americani hanno deciso di immergersi militarmente, ma non hanno ancora deciso come condurla politicamente, nel momento in cui a pagarne per primo il prezzo è l'Islam filo-occidentale, in Arabia Saudita e Marocco.
Ottenere risultati nelle ricostruzioni postbelliche è certo un'impresa difficile e lenta, ma nella battaglia per la persuasione delle menti arabo-musulmane è cruciale, e maledettamente urgente. Non è una battaglia vinta, per ora. L'Afghanistan è stato dimenticato, una volta presa Kabul: 24 province su 34 sfuggono al potere centrale, e i talebani stanno tornando. In Iraq il caso non è molto diverso: solo che qui è la capitale a sfuggire al controllo, e Washington è costretta a cambiare i governatori man mano che si scopre senza ricette. Tutta la salvezza doveva venire dal governatore Jay Garner: ora deve venire, ma non è spiegato come, da Paul Bremer.
Un'altra cosa vera che viene detta è che la guerra in Iraq non doveva servire a concludere quella antiterrorista, ben più lunga e complicata. Ma l 'amministrazione a Washington non fa ragionamenti coerenti in materia, e chi vuol seguire la sua guida non sa quel che la guida pensi. Pochi giorni prima dell'attentato a Riad, Bush aveva annunciato: «Al Qaeda è in fuga». E ancora: «Quel gruppo di terroristi che ha attaccato il nostro paese è lentamente ma sicuramente decimato. Esso non costituisce ormai più un problema». Negli stessi termini si è espresso Cofer Black, capo dell' antiterrorismo al Dipartimento di Stato: «La sfida che avevano di fronte i terroristi era la seguente: o rimettersi in piedi o mettersi a tacere. La guerra nel Golfo è per loro un fallimento, da questo punto di vista».
Riad e Casablanca non sono solo la continuazione della primigenia guerra terrorista. Sono una sconfessione di certezze americane ben radicate. Il terrorismo non è stato decimato, ma si fa più capillare. Molti esponenti del clero musulmano che avevano condannato Bin Laden e l'11 settembre hanno cambiato idea, e consigliano ora il jihàd contro Usa e Israele. Al Qaeda era presente in circa 30 paesi, prima della guerra irachena: ora è presente in 40, secondo un rapporto Onu. Anche l'Istituto di studi strategici a Londra è preoccupato: «Al Qaeda non è meno insidiosa e pericolosa di quanto lo fosse prima dell'11 settembre». Non era distante dal vero il presidente egiziano Mubarak quando predisse, il 31 marzo, che «quando questa guerra sarà finita, se mai lo sarà, avremo come orribile conseguenza non un Bin Laden, ma cento Bin Laden».
Dice Massud Barzani, leader dei curdi in Iraq, che a causa dell'incapacità americana di ricostruire l'Iraq e di favorire la nascita rapida d'un governo iracheno legittimo, «la stupenda vittoria che abbiamo ottenuto finirà in un pantano». E' un pantano in cui rischia di finire l'America stessa, proprio quando appare più potente e vittoriosa. Colpita al cuore l'11 settembre 2001, ha reagito mostrando tutta la forza del suo braccio armato. Ma aveva solo questo, mentre possedeva sempre meno influenza politica e legittimità. E' un gigante debole, quello che vuole governare il mondo: questo è uno dei principali rischi del suo agire unilaterale.
La Stampa
18 maggio 2003
I conti, le paure e l’antiamericanismo
QUEL CHE RESTA DI UN CONFLITTO
di GIOVANNI SARTORI
Abbiamo vissuto settimane non solo di guerra ma anche di sciocchezze e assurdità sulla guerra. La guerra in Iraq è abbastanza finita. Ne restano i cocci. Moltissimi. Per rimetterli assieme vorrei cominciare dal ristabilire le proporzioni tra questa guerra e le altre. Intanto la guerra in Iraq è stata davvero una guerra lampo. Chi ha parlato e anche desiderato un nuovo Vietnam si è sbagliato di grosso. E si è anche sbagliato di grosso chi ha previsto un bagno di sangue con milioni di morti. In realtà nessuna guerra di terra (quella contro la Serbia fu soltanto aerea) ha versato così poco sangue. Gli iracheni hanno denunziato circa 1.500 vittime civili: una stima sicuramente gonfiata. Ma ammettiamone duemila. Possono sembrare tanti, ma per il confronto storico sono quasi niente.
Nella guerra di Corea del 1950-’53 i morti furono complessivamente 2 milioni, metà civili. Nella lunga guerra del Vietnam i morti sono stati stimati tra i 3 e i 4 milioni. Nella prima guerra del Golfo del 1991 persero la vita, tra soldati e civili, circa 300 mila iracheni. Ci sono poi le guerre e le stragi interne. In Indonesia si ritiene che Suharto abbia massacrato, nel ’66-67, 500 mila persone (specialmente cinesi). In Cambogia le vittime del famigerato Pol Pot sono stimate 1 milione e 700 mila. In Ruanda, nel 1994 sono stati uccisi 500 mila tutsi, e i profughi sono stati 2 milioni. In Sudan si calcola che dal 1983 ad oggi siano state massacrate 2 milioni di persone (specialmente cristiani) e che i profughi siano 4 milioni.
Si può esecrare qualsiasi guerra (e io a questa guerra sono stato, com’è noto, contrarissimo); ma si dovrà pur sempre riconoscere che tra 2 mila e 2 milioni di morti c’è una bella differenza. Invece quasi tutti glissano finché la guerra non è americana, e quasi tutti si scatenano quando lo è. Come mai? Forse l’argomento è che gli americani hanno più doveri (di pace) degli altri. Ma se l’argomento fosse questo, prima di dir male degli Stati Uniti se ne dovrebbe dire bene. Quando Saddam, conquistò il potere nel 1979, convocò il direttorio del Consiglio Rivoluzionario (un quissimile del Politburo sovietico) e lesse i nomi di 55 presenti indiziandoli come cospiratori; dopodiché ogni indiziato venne prelevato e lestamente fucilato. Si ammetterà, spero, che gli americani queste cose non le fanno. Il che dovrebbe anche far ammettere che le armi nucleari americane non sono la stessa cosa delle armi nucleari nordcoreane e di altri Stati canaglia. Le prime hanno protetto l’Occidente e assicurato la pace per cinquant’anni di guerra fredda, mentre le seconde sono, in prospettiva, una terribile minaccia per tutti. E ci vuole molta malafede, o davvero molto puerilismo, per ignorare queste differenze.
E le guerre del futuro? Ci saranno? Temo di sì; ma saranno diversissime da quelle del passato. I pacifisti parlano ancora di anticaglie: guerra imperialista, guerra di conquista, guerra coloniale. L’impero americano già esiste senza bisogno di guerre; gli americani non conquistano territori da centocinquanta anni; e il loro istinto, essendo ex colonie, è visceralmente anticoloniale. Ed è anche una sciocchezza, ritengo, parlare della pax americana come di una «guerra infinita». Se la guerra all’Iraq farà paura, se avrà la sperata efficacia deterrente, allora la guerra americana finisce qui. Da quando il presidente Reagan bombardò Gheddafi, da allora la Libia è stata cauta. La polverizzazione in tre settimane di Saddam Hussein dovrebbe indurre alla cautela anche la Siria, l’Iran e la Corea del Nord. La guerra infinita che ci aspetta è, temo, un’altra: la guerra del terrorismo globale. Un discorso per un’altra volta.
Corriere della Sera
19 aprile 2003