Lo stretto passaggio alla democrazia 

di RALPH DAHRENDORF 


LA GUERRA in Iraq era appena iniziata quando già chi aveva concepito l´invasione rivolgeva la mente a ciò che sarebbe dovuto accadere dopo la vittoria su Saddam: una vittoria considerata da tutti inevitabile. Politici ed esperti hanno tentato il confronto con esempi recenti -Afganistan, Sierra Leone, Timor Est - ma anche con casi più remoti e fondamentali.

Gli Stati Uniti, l´Iraq e il passaggio alla democrazia

Dopo tutto, ciò che è avvenuto in Iraq è la caduta d´una dittatura altamente ideologica. Possiamo imparare qualcosa dagli ultimi esempi di questo tipo, dal collasso del comunismo nell´Europa orientale nel 1989, o dalla fine del Terzo Reich in Germania nel 1945, con il successivo processo di "denazificazione"?

I rischi di paragoni del genere sono quasi troppo ovvi per essere menzionati. Ogni caso ha le proprie caratteristiche distintive. Per quanto riguarda la caduta del comunismo, le esperienze di paesi quali ad esempio la Polonia e la Romania differiscono profondamente tra loro. E quando si oltrepassano confini culturali più profondi, i confronti appaiono anche meno pertinenti. Tuttavia, il processo che segue il disfacimento della maggior parte delle dittature ideologiche presenta alcuni aspetti comuni.

Uno di questi aspetti riguarda da vicino la memoria e il rapporto con il passato, anche ai fini di un problema pratico: chi potrà essere in grado di costruire un paese nuovo sulle macerie del vecchio regime? Accade raramente che una contro- élite possa emergere in tempi brevi; e ancora più rara è l´esistenza di un´élite in attesa di subentrare al governo. Negli Anni '50, molti in Germania denunciarono la ricomparsa, sotto spoglie democratiche, di ex nazisti investiti di cariche importanti. E fummo in molti allora a lottare contro quella apparente "restaurazione" del vecchio regime. Nell´Europa orientale, inizialmente i vecchi leader scomparvero dalla scena, ma solo per breve tempo. Numerosi ex comunisti si reincarnarono politicamente come social-democratici - cosa questa difficilmente accettabile per chi si era impegnato nella resistenza, come ad esempio Vaclav Havel a Praga. Eppure, questi aparatchik del comunismo non erano più gli stessi di prima: col mutare delle circostanze, anche le persone erano cambiate.

In questo senso, è importante la questione del metodo con cui si fanno i conti con il passato. Paesi quali ad esempio la Germania del secondo dopoguerra e la Polonia dopo il '89 sono andati avanti senza dedicare troppa attenzione al passato. Tanto che molti intellettuali hanno lamentato lo scarso impegno speso, in termini di tempo e di energia, per l´"elaborazione" del passato. 

E non a torto. In effetti, in capo a un decennio circa si è avvertito il bisogno insopprimibile di tracciare linee di demarcazione chiare e di parlare apertamente, senza tacere neppure le storie più dolorose. Ma tra i paesi postcomunisti, i maggiori successi sono stati riportati laddove si è scelto di fare innanzitutto passi in avanti, rinviando a più tardi il confronto con il passato. Mentre i paesi che si sono dimostrati incapaci di distogliere lo sguardo dagli orrori del passato hanno compiuto progressi minori.

Una seconda questione, di carattere generale, riguarda le priorità. Esiste, soprattutto nei paesi anglosassoni, una naturale tendenza a considerare le elezioni come il rimedio istituzionale più efficace per i paesi che emergono da una dittatura ideologica. Certo, le elezioni sono importanti; ma da sole non bastano a risolvere i problemi. E se risultano deludenti, portano al discredito degli stessi principi della democrazia e delle libertà civili sui quali si fondano.

Io sono un sostenitore strenuo, direi quasi all´antica, della democrazia parlamentare; ma a fronte di situazioni come quella del dopoguerra in Iraq, vedo altri due imperativi altrettanto pressanti. Il primo è l´esigenza di stabilire un´amministrazione efficace, per garantire l´effettiva attuazione di una nuova politica di tolleranza e di economia di mercato. Nei paesi dell´Est europeo, questo problema ha assunto dimensioni di vasta portata, e solo attraverso i negoziati per l´accesso all´Ue s´è assicurata l´attuazione di riforme amministrative in questo senso.

Il secondo imperativo riguarda lo stato di diritto. La legalità, che occupa un posto diverso a seconda delle culture, presenta problemi particolari nei paesi islamici. È comunque di importanza cruciale compiere ogni sforzo per la formazione e l´insediamento di un apparato giudiziario imparziale e incorruttibile. Non basta che i giudici siano onesti: devono anche essere considerati tali, e godere quindi della necessaria fiducia. Il processo dell´instaurazione dello stato di diritto ha presentato grosse difficoltà, ed è rimasto incompiuto nella maggior parte dei paesi emersi da un regime dittatoriale; ma è questa, anche in Iraq, la chiave per il successo della ripresa.

Uno dei punti cruciali che ho sottolineato nel mio libro del '90, intitolato Reflections on the Revolution in Europe (Riflessioni sulla Rivoluzione in Europa) è applicabile anche all´Iraq. La via che conduce dal collasso di un regime dittatoriale fondato sull´ideologia verso un ordinamento più liberale passa per una valle di lacrime. È quindi probabile che la situazione peggiori prima che si possa vedere un miglioramento. Ciò vale soprattutto sul piano economico. Persino il ministro tedesco dell´economia Ludwig Erhard, tanto applaudito nella Germania postbellica per aver realizzato il miracolo economico, attraversò un periodo di grande impopolarità all´inizio degli Anni '50, quando - almeno in apparenza - soltanto pochi riuscivano ad arricchirsi, mentre la maggioranza della popolazione rimaneva povera, a volte persino più di prima. Nel processo di ripresa, è semplicemente necessario che per qualche tempo la gente mantenga i nervi saldi. 

Un esempio recente in questo senso è quello della Polonia. Ma per ottenere un simile risultato bisogna avere una leadership credibile, e poter ragionevolmente sperare in un miglioramento non troppo lontano nel tempo. In alternativa, se in questo periodo di transizione le cose dovessero mettersi male, si rischierebbero nuovi sommovimenti, e la vittoria di una qualche forma di fondamentalismo. Perciò l´avvertimento "Attenti alla valle di lacrime!" è quello che dovrà esser preso in più seria considerazione dai responsabili della ricostruzione d´un Iraq scosso dal terrore della dittatura e dai disastri della guerra.

(copyright Project Syndicate/Institute for Human Sciences)

la Repubblica
17 aprile 2003 


L’ITALIA CHE DA’ UNA MANO

di GASPARE BARBIELLINI AMIDEI


È innegabile, anche di fronte agli avvenimenti di ieri, che la questione irachena sia ormai più umanitaria che militare. E l’intervento italiano, in parte già in atto, è tra i più preziosi. Grati per la solidarietà, le bandiere arcobaleno e le preghiere, gli iracheni avrebbero forse più bisogno, per esempio, di una veloce presenza dei nostri carabinieri nelle città sbranate dai saccheggi. L’Italia è in grado di esportare una tecnologia umana della sicurezza che è famosa nel mondo ed è stata sperimentata dai Balcani alla lontana Timor Est. Ci sono almeno tre motivi che renderebbero prioritario un nostro intervento: 1) la moderazione e il dialogo che hanno caratterizzato da mezzo secolo tutte le politiche di Roma nei confronti del Medio Oriente: non siamo odiati in nessuna parte di questo scacchiere; 2) il tono pacato del cattolicesimo, protagonista di instancabile diplomazia e caratterizzato dalle esortazioni del Pontefice; 3) la consapevole appartenenza di entrambi i Paesi a tradizioni antiche di altissima dignità. I nostri carabinieri a Bagdad difenderebbero o magari recupererebbero pezzi di una memoria, tesori archeologici che sono tracce di una civiltà cui tutti dobbiamo molto, dallo scrivere al ragionare al numerare. Noi italiani abbiamo imparato a scuola che sette millenni or sono uomini saggi sotto il cielo di quella che ora è Bagdad presero a contare le stelle e a collocarle in uno zodiaco, conquistando così il modo moderno di comprendere lo scorrere del tempo. E’ un delitto da tribunale di Norimberga devastare (e lasciar devastare) un museo come quello di Bag- dad o bruciare la sua biblioteca. 
Ci sono difficoltà procedurali: le fiamme della devastazione corrono più veloci della burocrazia internazionale. Essenziale è raggiungere quindi in Parlamento una consapevolezza vasta della nostra utilità. Da essa potrebbe discendere, per obbligo di responsabilità comune, una sufficiente concordia. Ci si può muovere anche prima che l’Onu metta il timbro sul passaporto. In sé e per sé l’Italia è libera di aiutare un altro popolo per un terremoto, un’alluvione. Nella dottrina internazionale si trovano forse argomenti incoraggianti per allargare la fattispecie a un soccorso contro furti e banditismi. Oggi non esiste un governo iracheno. Questa è una complicazione. C’è però un popolo che soffre. È come un naufrago che non vorrebbe attendere il permesso della capitaneria per ricevere una mano che lo faccia salire su una zattera. 
Serve una sterilizzazione politica delle volontà umanitarie. In una cornice così tormentata nessun gesto può essere condizionato dalle ritorsioni fra gli schieramenti. Da noi non ci sono stati né vinti né vincitori, c’è un’opinione pubblica turbata prima dalla guerra e ora dalle sofferenze postbelliche. Essa è disponibile a vedere un’Italia che si rende utile. In alcuni settori della sinistra parrebbe cogliersi un’intelligente sensibilità alla nuova situazione. Si sta maturando forse tra i due poli una comune determinazione a sgomberare la scena dell’intervento umanitario dalle polemiche della politica politicante. In campo governativo tornano proficui, oltre alla recente prudenza, i non pochi silenzi che fino all’altroieri erano stati rimproverati dagli oltranzisti del campo filoamericano e dai pacifisti più accesi. Essere attivi nel salvare le vittime della guerra non è soltanto una scelta eticamente importante. È una mossa di interesse nazionale. 

Corriere della Sera
15 aprile 2003


La forza e la fragilità dell´impero americano
Un´esaltazione missionaria sembra aver investito gli Usa
Questo sta portando una fase storica d´instabilità cronica

di GIORGIO RUFFOLO


C´è chi, di fronte alla sfida americana, ha evocato le due più grandi avventure imperialistiche dell´antichità occidentale: quella di Atene, che finì in un disastro; e quella di Roma, che fu uno straordinario successo. È naturale chiedersi se oggi siamo di fronte a un´impresa analoga, argomentando intorno al suo possibile esito. Questo tema è brillantemente affrontato da Antonio Gambino nel libro-intervista: "Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani". Di quel libro condivido quasi tutto. In quel quasi c´è il titolo. Antiamericano, come antisemita, mi sembra un concetto che esprime il rifiuto d´una civiltà storica, non d´una ideologia politica. Si poteva, anzi si doveva essere antinazisti, ieri senza essere antitedeschi: aborrendo Hitler senza mettere in causa Goethe e Beethoven. Questo, anche Gambino lo dice. E allora? Non basta prendersela con Bush? (che poi non è Hitler).
Ma, come spiega Gambino, in causa non c´è solo Bush. La svolta di Bush è lo sbocco disinibito d´una corrente che viene da lontano, d´una tentazione solipsistica che si manifestava ieri con l´isolazionismo e si rovescia oggi nell´unilateralismo: figli ambedue di un complesso di superiorità messianica che è una componente strutturale della cultura Usa. Non la sola, però. Per lungo tempo, questa corrente "americanizzante" è stata sovrastata dall´altra, democratica, universalistica, "europeizzante", che ha segnato l´ascesa della supremazia americana nel mondo, che ha ispirato la politica lungimirante, aperta, coinvolgente - come dev´essere quella d´una autentica egemonia - della prima fase del dopoguerra: la politica di Bretton Woods, del piano Marshall, della ricostruzione giapponese.
Oggi, la prima ha nettamente il sopravvento sulla seconda, e la sinistra liberal Usa appare intimidita e come paralizzata dal vento di un´autoesaltazione missionaria, che investe l´America della responsabilità di governare il mondo intero. Di questa sindrome c´erano stati preannunci significativi: come il Vietnam, come la sfida nixoniana del dollaro sganciato dall´oro. Ma allora c´era l´Urss, che agiva da limite, oltre che da pretesto. Oggi, l´onnipotenza militare ed economica dell´America ha spazzato via ogni inibizione moderatrice. E il terrorismo, che è una piaga reale e tremenda del nostro tempo, che ha radici complesse nei conflitti etnici, politici, economici e religiosi determinati dalle caratteristiche d´uno sviluppo tumultuoso e ineguale, è ipostatizzato, personificato in una serie di cosiddetti Stati canaglia, di concreti nemici che possono e devono esser colpiti e sconfitti.
S´entra così in una fase storica di guerra continua, contro ogni nemico via via scelto come il vilain of the piece: una condizione d´instabilità cronica, che non può che alimentare il terrorismo che si dichiara di voler combattere. La conclusione di Gambino è coerente con questa diagnosi. Ci sarà un impero americano? Nessuno è profeta. Ma un impero, per sorgere, deve far precipitare le sue energie in un oceano di stabilità: in una pax, romana, britannica, americana. Quale pax possa sorgere da questa dichiarazione di guerra continua, Dio solo lo sa.
Conclusioni pessimistiche, dunque. Non per consolarci, ma per ampliare il raggio della questione, voglio accennare a una tesi che, partendo dalle stesse premesse di Gambino, giunge a conclusioni differenti. È quella del libro di Emmanuel Todd, "Après l´Empire". Todd è quell´autore cui toccò l´invidiabile fortuna d´azzeccare in pieno una profezia. Nel '76, argomentò in un libro, "La chute de l´empire", la sua previsione d´una "decomposizione della sfera sovietica". Oggi, in questo suo libro, annuncia "la decomposizione del sistema americano". Parte, quindi, con un buon handicap.
La premessa è la stessa di Gambino: la svolta americana da un universalismo democratico a un unilateralismo aggressivo. Egli vede però la causa di questa svolta non in una condizione d´onnipotenza, ma, al contrario, di crescente impotenza relativa americana. Certo, l´America è una superpotenza. Ma non tanto super da tenere il passo con un mondo che diviene sempre più vasto e sempre più complesso; e che nessuno Stato, per quanto potente, potrà mai governare. Proprio l´oscura coscienza di questo crescente divario sta alla base dell´insicurezza americana e del crescente avventurismo della sua politica. Come ogni studioso serio, Todd argomenta quest´ipotesi con una serie di dati e di riferimenti concreti. Dico la verità: sul piano della potenza militare, anche se dichiaro la mia incompetenza, non mi pare che la tesi d´un declino Usa sia persuasiva. Certo, l´America non può far la guerra a tutti contemporaneamente. Ma può applicare la strategia degli Orazi, colpendo un nemico per volta: anche se è strategia costosissima, soprattutto per i nemici. Sul piano economico, invece, il ragionamento di Todd mi pare ineccepibile. Non solo la produzione totale americana, che dopo la guerra rappresentava una metà del prodotto mondiale, è caduta a un quarto. Ma l´elemento decisivo è il declino della produttività. Noi siamo stati intronati dal coro degli incensatori del modello americano sulla superiorità di quel modello e della sua nuova economia, sulla vecchia e anchilosata economia europea. Ma quale superiorità? Da più di un quinquennio il deficit commerciale Usa non ha fatto che crescere. L´America è molto meno competitiva dell´Europa e del Giappone. Essa consuma molto più di quanto produce. Il suo mostruoso deficit è coperto dal risparmio degli europei e dei giapponesi, che acquistano titoli americani: sempre meno azioni e sempre più obbligazioni e buoni del tesoro. Titoli che non rappresentano ricchezza reale, ma solo speranza di ricchezza. La superiorità Usa si basa dunque sulle aspettative fiduciose del mondo degli investitori finanziari. Un risparmio che alimenta il consumo. Una base certamente non granitica, costituita da un circolo che si può in ogni momento spezzare: i risparmiatori stranieri investono nei titoli Usa perché il dollaro è forte, e il dollaro è forte perché i risparmiatori investono in titoli americani. L´egemonia ateniese e quella romana si basava sul tributo di ricchezze reali delle colonie e delle province, prelevato con la forza. Quella Usa non si basa né sulla forza, né sulla produttività, ma sulla fiducia, che è vulnerabile. Todd ha ragione quando afferma che l´economia americana è un´economia dipendente, lui dice addirittura "predatrice". Non compete con i beni, ma con i dollari, e cioè con i simboli di se stessa. Gli economisti del pensiero unico diventano improvvisamente keynesiani, poi, quando affermano che, così facendo, gli americani sostengono la domanda mondiale. Ragionano come i sostenitori del consumo improduttivo, bersagliati da Adam Smith. Che cosa farebbero i cocchieri, i mimi, i servitori se non ci fossero i principi e i duchi prekeneysiani? Farebbero cose più utili, rispondeva lo scozzese. Che farebbe il mondo senza la spesa eccedentaria degli americani? Ripartirebbe produzione e consumi in modo meno squilibrato e iniquo.
Dunque, è vero che gli Usa, almeno dal punto di vista economico, non solo non sono strapotenti, ma sono fragili e vulnerabili. Se l´Europa utilizzasse il suo immenso potenziale economico per fare dell´euro una moneta mondiale di forza pari a quella del dollaro, renderebbe un servizio prezioso all´equilibrio mondiale, e, per tale via, agli Usa stessi. Todd è convinto che lo farà. Gambino ne dubita assai. Il futuro non è scritto. Entrambi possono aver ragione. Di sicuro ci sono due cose: l´Europa, che è divenuta una grande realtà economica, può diventare una grande realtà politica. Inoltre, è una grande area pacifica. Non è poco

la Repubblica
14 aprile 2003 


L'ultima sfida dei "No war" sopravvivere anche alla pace
San Francisco, Londra, Roma, Berlino: domani tornano le manifestazioni
Finiti i bombardamenti, il movimento deve trovare nuovi obiettivi unificanti
Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna sono tornati forti i sentimenti patriottici
In Germania imbarazzo per gli immigrati iracheni in festa. "Ma sfileremo lo stesso"


DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI 


san francisco - Sopravviverà il movimento pacifista a quelle immagini storiche da Bagdad, della folla festante mentre si abbatteva la statua di Saddam Hussein? A sfilare contro la guerra, quando tanti iracheni esultano per la fine di una dittatura sanguinaria, non c´è il rischio di stare dalla parte sbagliata della Storia? I dubbi agitano le coscienze, attraversano quell´ampio schieramento di forze mobilitate contro la guerra, che domani tornano a manifestare in molte città del mondo - da Roma a Berlino, da Londra a San Francisco. Rischiano di essere meno numerosi che nei mesi scorsi, quelli che scenderanno in piazza per protestare contro una guerra ormai quasi finita. E insieme alle difficoltà create dalla rapida vittoria angloamericana affiorano nuove divisioni nel fronte pacifista.
«Questo movimento deve cambiare rapidamente indirizzo, focalizzarsi su obiettivi nuovi» dice Hari Dillon di MoveOn, uno degli organizzatori della manifestazione di domani a San Francisco. «Sapevamo che sarebbero arrivati i momenti difficili. Sono arrivati prima del previsto» dice Paul George del Peace and Justice Center. In nessun altro posto la crisi del movimento per la pace è stata così repentina come in California, roccaforte della sinistra americana. In due settimane i sondaggi hanno registrato un terremoto. Si è passati da una maggioranza di "no" alla guerra prima che iniziasse, al risultato clamoroso di questo martedì (quando ormai la vittoria era certa, e con un bilancio di vittime modesto tra gli angloamericani): 76% di californiani favorevoli alla guerra, 63% perfino nella Bay Area di San Francisco e Berkeley, solitamente un´isola di radicalismo. Due settimane di combattimenti hanno provocato cambiamenti impensabili. L´organizzazione pacifista guidata dall´ex ministro della Giustizia Ramsey Clark ha comprato un paginone di pubblicità sul San Francisco Chronicle per l´impeachment di Bush e Cheney. In altri tempi avrebbe riscosso solo applausi, in questa zona dove Al Gore stravinse su Bush nel 2000: invece il giornale è stato subissato di proteste dai lettori, contrari ad attaccare il capo dello Stato quando i soldati americani sono al fronte. E sempre a San Francisco è stato applaudito un comizio del candidato democratico alle presidenziali Joseph Liebermann, che come molti suoi compagni di partito ha appoggiato la guerra di Bush.
Anche a Washington e a New York il movimento pacifista americano ora cerca di risalire la china aggiornando gli obiettivi. Non è facile riconquistare influenza in un´America ricompattata dalla vittoria. «Certo che a Bagdad sono felici di essere liberati di Saddam - dice Andrew Buffa leader di United for Peace and Justice - ma non vogliono un´occupazione militare americana del loro paese». I nuovi titoli-denuncia apparsi sul sito Antiwar.com alla vigilia della manifestazione di domani illustrano il cambio di priorità: «La prossima guerra di Rumsfeld: Siria, Iran o Corea del Nord?», «Dove sono le prove delle armi chimiche?», «Chi controllerà il petrolio iracheno, gli amici del Pentagono?», «Stragi di civili, ospedali allo stremo: è una catastrofe umanitaria». Ma il rischio è che ai cortei di massa del mese scorso si sostituiscano manifestazioni più piccole e più radicali.
La Gran Bretagna ha vissuto lo stesso declino. Il milione di manifestanti che paralizzarono Londra il 15 febbraio per denunciare l´asse Blair-Bush, si era già dimezzato nei cortei del 22 marzo, cioè quando i soldati inglesi erano ormai al fronte. Come in America, era scattata la solidarietà con i propri ragazzi in pericolo, e il riflesso patriottico.
Domani quanti sfileranno a Londra? «La guerra non è finita - dice Chris Nineman portavoce del movimento britannico Stop The War Coalition - e malgrado il trionfalismo dei nostri media la gente sente che stiamo imponendo un´occupazione coloniale. Bush e Blair ci trascinano verso un´avventura di cui non conosciamo la fine».
A Berlino la leader del movimento no-global Attac, Malte Kreutzefeld, ammette che «la situazione è difficile per i pacifisti». Anche per l´effetto che hanno avuto sull´opinione pubblica tedesca le manifestazioni spontanee di migliaia di immigrati iracheni che sono scesi in piazza a Norimberga per festeggiare la caduta di Saddam. Ma il potente sindacato Dgb conferma che parteciperà al corteo di Berlino e il suo slogan adesso è «Vogliamo l´Onu per ricostruire l´Iraq».
In Italia il largo fronte per la pace vive la stessa difficile ricerca di una seconda fase. Il comitato organizzatore della manifestazione di domani continua a denunciare una guerra «ingiusta e illegale», che ormai però sembra giunta alle battute finali. Vittorio Agnoletto del Social Forum chiede «l´autodeterminazione del popolo iracheno» ma questo, almeno ufficialmente, è l´obiettivo dichiarato anche da Bush e Blair. Bertinotti invita a scendere in piazza contro la strategia della guerra preventiva, perché questa non sia «la prima delle guerre di un ciclo». Resta però il ricordo che l´ala radicale del movimento si augurava la vittoria irachena, cioè del regime di Saddam. I Ds e la Cgil puntano sul ruolo dell´Onu per la ricostruzione dell´Iraq. É la posizione di Chirac e Schroeder, e in fondo dello stesso Blair. É la partita decisiva su cui già si concentra la diplomazia internazionale, ma non è uno slogan così potente come il "no alla guerra" che fece scendere decine di milioni di persone in piazza nel mondo intero.

la Repubblica
11 aprile 2003 


LA NUOVA GUERRA
L´ITALIA
Amato: "La sinistra riscopra le ragioni dell'Occidente"
sulla strada di blair Molti criticano Blair: ma perbacco, noi dobbiamo starci come Sinistra e come Europa, nel dibattito sul futuro dell´Iraq e del mondo
radici comuni Tra noi e gli Usa ci sono radici comuni: la sinistra le ha smarrite, perdendo i contatti con la realtà, come dimostrano le liti sulle mozioni o sulle basi
Intervista al vicepresidente della Convenzione europea sugli effetti della guerra
L´ex premier striglia gli alleati sui rapporti con la Ue e con gli Stati Uniti


di MASSIMO GIANNINI


ROMA - Presidente Giuliano Amato, cosa insegna questa guerra alla sinistra italiana? Quali macerie lascia, nel campo del riformismo?
«A questo punto la sinistra italiana deve guardarsi allo specchio. Per capire dove si vuole trovare rispetto alle grandi questioni che riguardano il mondo intero. Deve decidere se ne vuol parlare per fini accademici, ma allora smette di fare politica. Oppure se ne vuol parlare per incidere sul futuro degli eventi, ma allora si deve porre il problema: chi sono, con chi, per che cosa».
Finora queste domande sono state eluse. O hanno avuto risposte irrealistiche o grottesche, come le tre mozioni sugli aiuti umanitari.
«La discussione se ci dovesse essere il "cessate il fuoco" con o senza condizioni ha avuto un che di onirico».
La lite sulle basi italiane non è stata altrettanto surreale?
«Questo mi ha colpito: la facilità con la quale la sinistra italiana è passata dal no alla guerra a un no al fatto che noi siamo un paese amico degli Stati Uniti. Mentre da noi montava la polemica sulle basi, Schroeder le stava dando consapevole del fatto che una cosa è non partecipare direttamente a una guerra alla quale si è contrari, fatta da un Paese amico, altra cosa è negare l´amicizia. Sono due cose diverse. Non a caso del mitico e celebrato "compagno Schroeder", in quei giorni, a sinistra si preferiva non parlare più. È la conferma che alcuni di noi hanno perso il contatto con la realtà».
L´ultima polemica è stata tra chi auspicava una guerra breve e i fautori di una guerra lunga.
«Guerra lunga, lei capisce cosa significa? Noi vogliamo essere parte di un grande movimento internazionale che include ovviamente i democratici americani. Ma proprio loro, che hanno figli e fratelli a combattere in Iraq, come possono reagire di fronte a un pezzo di sinistra italiana che preferisce una guerra lunga?»
Da cosa nascono queste regressioni politico-culturali?
«Dobbiamo dirimere una questione di fondo. Noi siamo ancora Occidente? Vogliamo continuare ad esserlo? E l´Occidente, grazie o a causa della guerra in Iraq, ha cessato di esistere perché esserne parte significa essere portatori di guerre unilaterali insieme a Bush? O significa qualcos´altro? Dopo l´11 settembre, constatammo che le ragioni dell´esistenza dell´Occidente andavano molto al di là della Guerra Fredda o della Nato. D´altra parte l´Occidente ha cominciato a nascere quando i padri pellegrini del Mayflower lasciarono l´Europa in preda a Hobbes per portarsi al di là dell´Oceano non Kant (come dice Kagan) ma Locke. Cioè l´idea di una legge superiore, di diritti umani al di sopra di ciò che i legislatori possono fare, di un ordine che non dipende dalla potenza di un singolo Paese. Furono loro, e non noi, che poi offrirono queste idee al mondo attraverso la creazione delle Nazioni Unite volute da Roosvelt».
Dopo l´11 settembre si disse: «siamo tutti occidentali».
«E si parlò allora, dalle due sponde dell´Oceano, di una minaccia unificante del terrorismo, che non veniva dall´Islam ma da una delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo come una minaccia per la civiltà che noi europei e americani, insieme, incarnavamo. Nacque così l´idea di un´alleanza globale: offrimmo agli Usa la solidarietà dell´articolo 5 del Trattato Nato e andammo fino all´Afghanistan».
Oggi quel patrimonio culturale comune dell´Occidente, che avevamo ritrovato, è di nuovo disperso. Non è così?
«Qualcosa è cambiato, da allora. È emerso in modo sempre più vistoso che da parte dei neoconservatori americani il bisogno di sicurezza viene fatto prevalere sull´ordine internazionale garantito dalle istituzioni sovranazionali. E quindi ci siamo ritrovati davanti ad un´America che si affida a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo, e cioè la "macht-politik", che oggi premia gli Stati Uniti, domani potrebbe premiare la Cina».
Si può dire allora che la prima responsabilità di questa dissipazione dell´identità occidentale dopo l´11 settembre sia stata dell´America, con la guerra unilaterale all´Iraq?
«Questo sicuramente ha rappresentato una divergenza non piccola. Ma in virtù di questa divergenza a sinistra ho visto emergere due pericolosi fili dominanti. Da una parte un pacifismo estremo, tale da rifiutare comunque l´uso della forza militare. Dall´altra parte (e in ragione di ciò che rispetto a questo pacifismo estremo gli Stati Uniti finivano per simboleggiare con l´attacco all´Iraq) una rottura ritenuta scontata della relazione transatlantica. Le stesse caratteristiche della minaccia terroristica sono state dimenticate, quando quel pacifismo estremo addirittura nega in assoluto che possano esserci interventi militari preventivi, usando categorie che avevano un senso quando la minaccia poteva venire soltanto da o tra Stati. Ma il terrorismo è tutt´altra cosa. E lo si può anche prevenire, senza che questo significhi giustificare la guerra in Iraq. Tra l´altro la Carta Onu prevede all´articolo 39 che la forza militare può essere usata non solo contro aggressioni ma anche contro minacce alla pace. E all´articolo 50 prevede anche l´uso di misure preventive. Non ci si può chiudere in assoluti che finiscono per diventare sofismi davanti alla realtà. C´è stata una fuga nell´estremismo, che è diventata ideologica, e ha impedito alla sinistra di mantenere una connessione con i fatti e un´incidenza sui fatti».
Quindi l´occasione è perduta?
«Non del tutto. La sinistra ha tanto da offrire per un mondo migliore. In una chiave che paradossalmente è la stessa che, in profondità, sta muovendo l´opinione pubblica americana: e cioè l´idea che, dopo quello che è accaduto, lo status quo non lo possiamo più mantenere. Occorre un atteggiamento "pro-active", attivo e dinamicamente rivolto a cambiare lo stato del mondo, perché il mondo così com´è è insieme insicuro ed ingiusto. Ed entro certi limiti c´è un legame diretto tra il suo tasso di ingiustizia e il suo tasso di insicurezza. È qui che va data risposta alle domande più rilevanti di quei movimenti in nome dei quali una parte della sinistra si sta avvitando nell´estremismo ideologico».
E come può fare la sinistra ad uscire dall´estremismo ideologico?
«Rendendosi conto che questi problemi di possono affrontare solo con azioni di dimensione europea concertate con gli Stati Uniti. Siamo noi la parte più ricca del mondo. Siamo noi che condividiamo storicamente quei valori di cui, sia pure in termini integrati con altre culture, il mondo ha bisogno. Non possiamo nasconderci dietro a un dito: la democrazia è un´invenzione europea, se diciamo che il mondo ha bisogno di più democrazia diciamo che il mondo ha bisogno di questa invenzione europea».
Ma a sinistra c´è chi attacca Bush e Blair obiettando che la nostra democrazia è inesportabile nel mondo arabo.
«Naturalmente una democrazia nel Sub-Sahara non avrà le caratteristiche di Westminster, perché per esserci nascerà dalla coscienza di chi ci vive, non da quella di chi è nato ad Oxford. Ma mi chiedo: l´idea di un´Europa antagonista degli Usa può migliorare il mondo? Aiuta l´idea di un´Europa potenza civile dove quel che conta è solo l´aggettivo ma non il sostantivo? È utile l´idea di un Medioriente in cui non abbiamo il coraggio di riconoscere, con tutta la simpatia per i palestinesi, che Israele è una parte di noi? E comunque, visto che le simpatie prevalenti in Europa vanno oggettivamente alla Palestina, possiamo contribuire alla pace in quell´area senza metterci insieme agli Usa, che per converso hanno un rapporto privilegiato con gli israeliani?».
C´è un altro problema: che si fa se il gigante americano interpreta come «onnipotenza» il suo status di superpotenza?
«Al di là di un certo limite la potenza militare è impotenza. All´umiliazione che si diffonde nel mondo arabo per la sconfitta del falso eroe Saddam da parte di Golia non potrà porre rimedio un´ulteriore prova di forza di Golia, ma quella che noi europei chiamiamo cooperazione economica, politica, istituzionale. E di questo si renderanno conto anche negli Stati Uniti».
Cosa le suggerisce tanto ottimismo su Bush?
«In questo momento hanno vinto i neoconservatori. Ma gli Stati Uniti sono una grande democrazia. All´interno del partito repubblicano ci sono voci diverse, c´è un partito democratico, c´è un futuro da affrontare. Se ne sta discutendo. Perbacco, entriamo in questa discussione! Entriamoci come sinistra, e come Europa».
Anche su questo la sinistra si è divisa. Per Rutelli e Fassino Blair va sostenuto, per Cofferati è il modello peggiore. Non è il segnale di una insanabile irriducibilità tra le due sinistre?
«Le due sinistre esistono da sempre, e non lo dica a un socialista come me. Riformisti e massimalisti, in forme diverse, finiscono sempre per riprodursi. Nella sinistra "più sinistra" c´è un rifiuto di Blair, ma se di fronte ai tragici problemi di oggi si costruisce un tessuto politico di risposte effettive, ci si accorge che su questa strada si incontrerà naturalmente il partito laburista inglese. E forse si incontreranno anche i socialdemocratici tedeschi: per la Germania la solidità del legame con gli Usa è troppo forte, e verrà fuori in futuro».
Così la sinistra italiana, che in questi mesi è finita più volte a sinistra di Schroeder, si ritroverà ancora più spiazzata, no?
«La nostra sinistra deve riuscire davvero a non essere provinciale. Deve rispondere alle domande dei movimenti, non echeggiarle, o peggio perdersi nel piccolo ginepraio degli organigrammi. La risposta ai movimenti non si dà concedendo uno spazio in più a Casarini in un´assemblea, ma dimostrando un percepibile impegno per la soluzione dei problemi globali che in questi anni gli stessi movimenti hanno cercato di simboleggiare. Questo è per me il terreno naturale di una politica di sinistra del nostro tempo».
Lei è convinto che la Conferenza dei Ds a Milano sia servita?
«Ritengo di sì. La Conferenza segna un passo avanti. Si sono focalizzati i grandi obiettivi di un programma riformista. Naturalmente ora bisognerà fare i conti con le lotte intestine e le pretese di chi dice "sì però tu levati di qui perché mi ci devo mettere io", oppure "questo si può fare a condizione che"».
Allude a Sergio Cofferati e al correntone?
«Non alludo a nessuno. Un ulteriore esito positivo della Conferenza sta anche nel fatto che d´ora in poi l´interazione politica tra Cofferati e i Ds avverrà all´interno del partito cui lui stesso appartiene, e non più solo dalle postazioni rappresentate da una Fondazione, da un sito e dalla Bicocca. Ci vuole buona volontà da parte di tutti. Se sono davvero i problemi del mondo quelli che ci preoccupano, allora ci riusciamo. Se invece ci preoccupa il nostro personale ruolo nell´Ulivo, e quindi i problemi del mondo sono solo un pretesto per collocarci su questo o quel ramo dell´albero, allora possiamo continuare a comportarci come troppi hanno fatto finora. Ma in questo caso la cosa non mi interessa più».

la Repubblica
9 aprile 2003


I pericoli della pax americana

di MASSIMO L. SALVADORI


All´interno dell´amministrazione Bush si confrontano due linee di politica estera. L´una, rappresentata dai "falchi" come Rumsfeld e Cheney, si basa sul concetto che essere l´unica superpotenza rende superflua per gli Stati Uniti la ricerca di una politica delle relazioni internazionali la quale passi attraverso i vincoli formali delle Nazioni Unite e l´accordo con l´Ue; l´altra, che ha il suo esponente in Powell, cerca di trovare un punto di incontro tra l´America, le Nazioni Unite, l´Europa e gli alleati esterni. L´una conferisce alla sola America il compito di ridisegnare la mappa dell´ordine mondiale da intendersi come pax americana e quindi porta la superpotenza a considerare il resto del mondo alla stregua di un bacino su cui esercitare il proprio dominio e dove pescare volta per volta gli alleati utili e funzionali ai suoi interessi, secondo la teoria che chi tiene nelle mani le chiavi della potenza suprema ha il diritto di non subire la volontà di altri. L´altra condivide bensì con la prima l´idea che la posizione di superpotenza unica degli Usa debba costituire il punto di partenza, ma ritiene al tempo stesso che l´azione americana abbia bisogno, nel quadro di un progetto di egemonia, di una legittimazione internazionale e perciò di consenso da parte anzitutto dei tradizionali alleati europei, ma anche della Russia e della Cina, da perseguirsi con una mediazione politica e concessioni quanto meno relative ai loro interessi. La linea Rumsfeld di imporre prima l´attacco all´Iraq a prescindere dall´Onu e poi, a guerra finita, al paese vinto un governo americano contro le richieste dello stesso alleato Blair manifesta dunque appieno il volto di una nuova strategia del dominio nella politica estera degli Stati Uniti; laddove la linea negoziatrice di Powell, dapprima sconfitta ma ora tornata di scena in conseguenza dell´insuccesso della guerra lampo, mostra quello di una strategia dell´egemonia che si sforza ancora piuttosto affannosamente e contraddittoriamente di affermarsi. Pare evidente che le due linee non potranno convivere a lungo all´interno dell´amministrazione.
L´unilateralismo che Bush intende proiettare sul resto del mondo in virtù di una forza non sfidabile rappresenta un mutamento di qualità rispetto alle fasi principali della politica estera americana, pur tutte fondate su un inamovibile elemento di continuità: la convinzione profonda degli americani in ogni periodo della loro storia di essere i portatori di un destino unico nella storia mondiale sotto la benevola protezione della Provvidenza grazie alle virtù delle loro istituzioni e del loro sistema sociale. Considerandosi a partire dalla costituzione dell´Unione come faro della civiltà, fino a quando furono deboli gli Stati Uniti fecero prevalere una politica di isolazionismo rispetto alle tendenze imperialistiche delle potenze europee; quando invece, divenuti la maggiore potenza economica, si sentirono sufficientemente forti ma minacciati dalla prospettiva di una vittoria tedesca nella prima guerra mondiale, misero fine all´isolazionismo assumendosi con Wilson il compito di guidare la ricostruzione dell´ordine internazionale in chiave democratica e liberista. Il progetto wilsoniano fu distrutto dagli effetti congiunti della rivoluzione bolscevica, dell´ostilità di Francia e Gran Bretagna, della decisione del Congresso americano di voltare le spalle al ginepraio europeo e del rifiuto di questo di tradurre la superiorità economica dell´America in leadership politica mondiale. Il risultato fu un ritorno all´isolazionismo, abbandonato per sempre da Roosevelt nel 1941. Dopo la formazione di due blocchi e la sfida con l´Urss, gli Usa, unica superpotenza economica ma solo una delle superpotenze politiche e militari, delinearono la loro politica estera seguendo il principio della difesa della sicurezza dell´Occidente inquadrata nei propri interessi nazionali. Tale difesa è stata da essi perseguita quando possibile - in corrispondenza con i propri principi interni - con una guida egemonica e il sostegno alla democrazia (fu questo il caso dei rapporti con gli Stati democratici europei in posizione di netta dipendenza); quando necessario con l´appoggio aperto ai regimi autoritari e dittatoriali giudicati utili e la sovversione anche con la violenza di regimi democratici considerati una minaccia per gli interessi americani.
Una volta crollato l´impero sovietico, durante l´amministrazione Clinton gli Stati Uniti poterono raccogliere frutti che più ricchi non avrebbero potuto essere. La Russia di Eltsin reggeva sul loro appoggio, la Cina si inseriva sempre più nel mercato unico, la globalizzazione procedeva affiancando l´espansione della democrazia a quella del capitalismo, l´Europa proseguiva la sua marcia verso l´unità sotto le ali della superpotenza e del dollaro forte. Il potere degli Stati Uniti assumeva così il volto di un´egemonia legittimata dal possesso di tutti i jolly e capace di dare alla loro forza materiale una base di diffuso consenso internazionale consolidata da un uso politico della superpotenza. Sembrava che l´utopia wilsoniana di un´America a capo di un mondo sempre più democratico e liberista avesse trovato la sua attuazione.
Orbene, l´amministrazione Bush ha operato il rovesciamento di questa impostazione. L´avvento di Bush aveva segnato in politica interna il controllo del governo da parte di un´oligarchia di plutocrati portatori in prima persona degli interessi prevalenti del complesso finanziario-industriale-militare. L´11 settembre ha creato le condizioni perché quel rovesciamento venisse proiettato dai repubblicani dalla politica interna a quella estera. La ben giustificata lotta al terrorismo ha mutato segno, diventando un progetto di dominio americano sul pianeta - a partire dalla "pacificazione" di tutta l´area mediorientale per controllarne le risorse petrolifere - da ottenere mediante la forza militare e coprire con l´appello al diritto alla democrazia dei paesi individuati selettivamente dagli americani, anche a costo di determinare la crisi dell´Onu e dell´Ue. La svolta della politica estera Usa è clamorosa e apre le incognite più gravi.
Powell sembra aver capito – ma non è ancora chiaro fino a che punto - le lezioni che salgono dalle resistenze al pugno di Bush. Queste resistenze sono di vario tipo: vanno dall´opposizione di Francia, Germania, Russia e Cina a quella di tanta parte dell´opinione pubblica internazionale, dalla mobilitazione crescente delle masse mediorientali all´inquietudine e alla paura dei maggiori governi dei paesi islamici, per arrivare per un verso all´imprevista resistenza militare dell´Iraq, per l´altro alle nuove divergenze tra Usa e Gran Bretagna circa il post-Saddam. E per questo Powell, dopo essersi anche lui molto compromesso, sta correndo in qualche modo ai ripari. Ma la lezione maggiore che probabilmente egli ha capito è che gli Stati Uniti, se posseggono le risorse militari per soggiogare il mondo, non hanno quelle politiche. Ora il confronto tra due linee per aspetti cruciali non componibili si è trasferito all´interno dell´amministrazione americana e dal suo esito dipende il futuro.

la Repubblica
9 aprile 2003 


«Il pacifismo arcobaleno farà perdere l’Ulivo»
Sartori attacca tutti: «Il Papa esagera, Berlusconi è un pesce fuor d’acqua, e basta con le furberie» 

di MARIO AJELLO

ROMA — Professor Giovanni Sartori, lei non sarà mica, come Epifani, un «nè-nè»: nè con Bush nè con Saddam? 
«L’equilibrismo non è nella mia natura. Io mi comprometto sempre». 
E quindi? 
«Quindi non sono e non posso essere un "nè-nè". Ma c’è anche di peggio: quelli che preferiscono l’anti-americanismo all’anti-saddamismo». 
Lei, che vive da tanti decenni a New York, consiglia allora di tifare Bush? 
«Quando una guerra è cominciata, ci si deve schierare, senza furbizie elettorali. Io ho detto e stradetto, fino a un minuto prima che scoppiasse, che si trattava di un conflitto sbagliato e controproducente e non ho cambiato opinione. Ma adesso che si combatte, spero che vincano gli anglo-americani. Al più presto e senza troppo spargimento di sangue». 
Sartori non sventola la bandiera arcobaleno? 
«Non sventolo nessuna bandiera. Questo pacifismo è cieco e non lo approvo. Anzi, lo sa come lo chiamo?». 
No. 
«Cieco-pacismo. Chi è "senza se e senza ma" non vede niente». 
Gli occhi devono restare aperti? 
«Su questi problemi, non mi lascio trasportare dall’utero, anche perchè non ce l’ho. Sono un pacifista razionale». 
Insomma Bush non è uguale a Hitler? 
«Basta con queste stupidaggini alla Gino Strada. Critico Bush infinite volte e su un’infinità di temi. Ma preferisco che vinca lui e non Saddam. E mi sembra che anche la Chiesa stia esagerando». 
Oddio, critica il Papa? 
«La tradizione cattolica ha sempre affrontato questi temi, tenendo conto della loro complessità: guerra giusta, guerra ingiusta, guerra necessaria, guerra di aggressione, guerra di difesa...». 
E ora? 
«Ora anche il Papa promuove il "cieco-pacismo". Temo che il pacifismo assoluto diventi una dottrina della resa: a chi ti attacca, devi offrire l’altra guancia». 
E’ così temerario da prendersela con il Santo Padre? 
«Mi trovo in beata solitudine. E ricordo un versetto: "Beata solitudo, o sola beatitudo". Quindi se il Papa mi esclude dalla sua benevolenza, debbo accettare». 
Alla condotta dei pacifisti, preferisce quella del governo Berlusconi? 
«Nient’affatto. Vedo Berlusconi come un pesce fuor d’acqua, non abituato a nuotare nel mare dell’impopolarità. Si sente scomodo a prendere posizioni non in linea con i sondaggi e con la maggioranza degli italiani che sono contrari al conflitto». 
Sta dicendo che nè il Polo nè l’Ulivo sono all’altezza della situazione? 
«Io sono di questo parere, ma se me lo fa dire mi rovina sia a destra sia a sinistra». 
La sinistra sta esagerando negli sventolii arcobaleno? 
«E’ appiattita sulle posizioni di Cofferati e di Bertinotti. Alle prossime elezioni politiche fra tre anni, e non alle amministrative che ci sono fra poco, questo estremismo costerà caro all’Ulivo. Rischiano di perdere il voto dei moderati». 
Se Giuliano Ferrara organizza una «Usa Day», lei vi andrà? 
«Neanche per sogno». 
Perchè è un americano vero con tanto di casa affacciata sul Central Park? 
«Perchè sono troppo vecchio per questi esercizi atletici in piazza. Per di più, non ho mai aderito a una marcia o firmato appelli». 
Che rarità! 
«E’ la beata solitudine di cui sopra». 
L’Italia avrà un ruolo nel ricomporre i cocci europei? 
«Dipende dall’abilità di Berlusconi. Finora il Cavaliere ha tentato di fare due giochi. Quello del mediatore europeo e quello dell’amico americano. Quest’ultimo gli occorre per coprirsi sul conflitto di interessi». 
In che senso? 
«Berlusconi si aspetta che Bush ricambi la sua amicizia con altrettanta amicizia nel coprire la sua anomalia. E cioè il suo cumulo di potere politico ed economico. Insomma, il Cavaliere ha bisogno di Bush, per presentarsi al mondo come un leader immacolato». 

Il Messaggero
Sabato 29 Marzo 2003


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina