DS e dintorni
Trovo sempre più sconcertante il modo di ragionare di una parte della sinistra italiana (una parte, sia ben chiaro,rumorosa ma di incerta consistenza).
Per molti di costoro i problemi starebbero nella non sufficiente fedeltà dei Ds alla storia del PCI.
Per me al contrario le vere questioni stanno nell'eccesso di continuismo con quella storia, e - superata la fase che vide il successo tutto italiano del PCI- con la parte negativa di quella storia, il centralismo "democratico" variamente mascherato, le abitudine cooptative interne, l'adeguamento tattico alle diverse situazioni senza discussione vera ed aperta e senza riflessione strategica (la strategia essendo a suo tempo data, e consistendo nell'adesione al campo delle forze "rivoluzionarie", alias URSS e dintorni).
Circola ancora oggi un semplicismo denigratorio rispetto all'altra sinistra, quella che - da Saragat a Nenni,da De Martino a Mancini, da Craxi a Lombardi ed a Ruffolo oggi- tenta di trovare in autonomia - ma non in solitudine, perchè eravamo e siamo nell'Internazionale socialista e nel PSE da sempre - le risposte.
Anche quando le risposte erano - spesso - diverse tra di loro, non legittimavano la scomunica.
Craxi non poteva scomunicare Lombardi e Ruffolo,De Martino e Mancini: poteva batterci, e ci ha battuto.
Se è avvenuto qualche ragione ci sarà stata- e non mancherà occasione di discuterne- così come vorrei che anche i compagni socialisti di diverso orientamento riflettessero sul fatto che, se è finita come è finita, non basta la teoria del "complotto" a spiegare ogni cosa.
Quali torti quella prospettiva avesse - politici, perchè non faccio nè il giudice nè il moralista di professione-lo si è visto dopo: ed in politica si danno giudizi politici, altrimenti avrebbe avuto ragione - ed invece storicamente aveva torto - Salvemini, che chiamò Giolitti "ministro della malavita".
Non ci vuole molto a capire - oggi- che se aveva torto Craxi, nella sua "fissazione" anti-PCI, non aveva certo ragione Berlinguer, con il compromesso storico, il "governo degli onesti" e via divagando.
"Dimenticare Berlinguer" non l'ho scritto io, ma Myriam Mafai, che oltretutto qualcosa ne sapeva,anche in casa. Rifondazione con tutta questa storia c'entra poco, è più figlia dei massimalismi socialisti - da Basso ai post-Morandiani- che del comunismo "ortodosso".
Non a caso toglie Lenin dallo statuto: se potesse forse ci metterebbe "Rosa la rossa", che per molti di noi è stato un amore giovanile e che ammoniva che la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente da te, ciò che non è proprio compatibile con leninismi e post-leninismi.
Ora il problema che abbiamo davanti non è quello di inventarci passati fittizi, come quello del comunismo liberale (e chi sarebbe stato il comunista liberale,qualcuno che, figlio politico di Antonio Giolitti, ne propose la radiazione dal PCI, secondo i costumi della casa?)
Ognuno è figlio della sua storia, non di una inventata, ed ognuna delle storie merita un bilancio più rispettoso e meno sbrigativo di quello della polemica a sinistra, che non diviene mai dibattito serio, ma al più invettiva in nome di qualche immagine salvifica, poco compatibile con la storia reale, e molto con la peggiore propaganda.
Il problema che abbiamo di fronte è se riusciamo ad andare oltre e costruire un pezzo di futuro, senza mitologie e senza miracoli.
Qui sta la parte che richiede qualche creatività.
Certo, l'allenza per battere la destra deve essere larga e variegata, e non credo possa prescindere da nessuno - da Rifondazione ai "moderati" antiberlusconiani.
Il problema dell'alleanza come tale - un centro sinistra largo ed articolato - sarà quello di mettere insieme un semplice(?) programma di governo, con impegni e progetti circoscritti, non una visione comune della storia e del futuro.
Ma è pensabile che si possa costruire questa alleanza senza un nucleo che abbia ed avverta profondamente come propria una prospettiva più vasta? E come è pensabile una prospettiva più vasta senza un aggancio solido e non rituale con la nuova realtà politico-territoriale che non solo è sotto i nostri occhi, è nelle nostre speranze, l'Europa?
Non è solo il necessario confluire -o il ritorno- delle nostre vicende personali in quella grande storia collettiva -il Partito socialista- che iniziò a Genova più di un secolo fa, è un fatto di più ampie proporzioni, che abbraccia sempre di più aree - dai credenti alla
Delors, agli ambientalisti riformisti, a tutte le nuove storie ed i nuovi contributi della sinistra democratica e di governo -che hanno seguito percorsi politici e culturali diversi ma ormai confluenti.
A me pare questa la ragione per cui la "sinistra repubblicana" dei DS (Bogi, Battaglia etc) accetta ormai pienamente la propettiva del Partito del socialismo europeo come prospettiva comune. Ma non è tutto.
Posso fare una scommessa? Dove può andare Prodi al termine del suo mandato? Con Aznar? Come potranno i cattolici democratici e riformatori stare in Europa con le destre moderate?
Non si tratta ciè di pensare la prospettiva come un semplice prolungamento del passato, ma neppure di credere che la tattica sia tutto e che non occorra riaprire seriamente la discussione per capire dove le nostre storie possono portarci -fermi i valori di fondo- in un mondo che è così profondamente cambiato.
Se si insisterà a fare quello che a parole si nega (PCI-PDS-DS lo dice Berlusconi, ma lo pensano in molti in questa sinistra stanca e rinunciataria) l'insuccesso sarà sicuro, e non sarà rimedio sufficiente l'abilità tattica, che oltretutto comincia a scarseggiare.
Costruire in Italia il nuovo partito del socialismo richiede che si riapra una discussione vera, come quella che fu tentata - e sabotata- con il "progetto Ruffolo" , e lo chiamo così non solo per intenderci, ma anche come doveroso omaggio a chi ci ha provato sul serio.
Questa volta la discussione va ampliata ed approfondita, resa un momento di mobilitazione e di confronto anche con forze e movimenti che devono sentire che una fase vera si è riaperta, non l'eterno trucchetto delle cooptazioni subalterne: anche perchè sciocchi in giro ce ne sono, ma abbastanza sciocchi da crederci dubito.
E se poi qualcuno ci cascasse, a cosa servirebbe?
Coraggio compagni: l'alternativa è il vuoto, ed il vuoto, come sappiamo, prima o poi qualcuno lo riempie.
Mario Artali
10 gennaio 2002
Nei DS non e' solo un problema di cofondatori
E' bene essere consapevoli che il problema dei DS non è solo un problema dei cofondatori, bensì che questo non è che la punta dell'iceberg di un malessere che il Congresso avrebbe dovuto sanare e che non ha sanato.
E' vero che ai cofondatori è stato riservato un trattamento inutilmente umiliante. Ma è altresì vero che ciò è stato frutto di una chiusura autoreferenziale del gruppo dirigente.
Insomma il Congresso non ha risolto i problemi di una reale democrazia interna per tutto il partito, cofondatori o pidiessini che dir si voglia.
Il modo caotico e senza garanzie con il quale si è svolta la lievitazione dei posti in Direzione da 200 a 309, nel Comitato direttivo dai previsti 25 a 47, se ha penalizzato in particolare i cofondatori non ha certo dato spettacolo di rappresentatività e di trasparenza, in linea con le esigenze di riforma della politica che sosteniamo sul piano più generale.
C'è quindi un problema di nodi politici che non mi sembra siano stati sciolti in modo soddisfacente.
Si tratta, per esempio, dei nodi del programma generale del partito (non certo risolti dall'abbandono di Ruffolo), e più specificamente di quelli della politica scolastica per ritrovare una forte presenza nel mondo della scuola, del rapporto con il sindacato che mi sembra ancora lontano dell'essere definito, della rappresentanza sociale di un partito moderno che sia veramente "partito del popolo attivo", della nuova immagine del partito che deve essere più simile al socialismo europeo nel motto e nel simbolo.
Se l'alternativa di fronte a cui il congresso è stato posto era quella rinnovarsi o morire non mi sembra che ancora un vero rinnovamento e una vera apertura dei DS all'esterno sia stato realizzata.
Dietro il problema degli esponenti politici del cui contributo si è ritenuto di fare a meno, c'è quindi un problema di metodo e di contenuti.
Si può anche tenere in non conto gli uomini ma non è lecito disprezzare le idee che hanno incarnato e che incarnano.
Valdo Spini
Roma, 12 dicembre 2001
la secca risposta di Giorgio Ruffolo al commento di Paolo Mieli:
PARTITO DS
Le «nomine»
Caro Mieli, poche righe per tranquillizzarla, a proposito delle «nomine» nel partito ds. Io non ho «perso il posto». Quello di parlamentare europeo mi impegna intensamente e serenamente. E quanto all’incarico di presidente della Commissione del Progetto, l’ho lasciato per mia scelta e nonostante il cortese invito del Segretario del partito a riassumerlo. L’invito al silenzio della protesta, per me, dunque, non vale: anche perché non ho parlato. Quanto agli amici che hanno espresso giudizi sulla formazione degli organi dirigenti ds, mi pare che lo abbiano fatto con la dignità e coerenza che è loro propria e sulla quale non hanno alcun bisogno di ricevere lezioni. Di chicchessia.
Giorgio Ruffolo
Parlamento europeo
Corriere della Sera
12 dicembre 2001
Le proteste degli esclusi dall’olimpo dei Ds
Alcuni giorni fa, Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul Corriere che, ad essere coerenti, i Ds dopo il congresso di Pesaro avrebbero dovuto immettere nel vertice del loro partito personalità rappresentative della tradizione socialista. Gente, come Ottaviano Del Turco o Ugo
Intini, che ha attraversato indenne la stagione delle tangenti. E che è sempre rimasta con la sinistra. Mi era parsa un’ottima idea. E invece non se n’è fatto nulla. Anzi, sono rimasti esclusi, oltre ad alcuni socialisti come Valdo Spini e Giorgio Ruffolo, anche leader repubblicani e cristiano sociali. Che, giustamente, hanno lamentato l’eccessivo peso della tradizione comunista nella composizione del nuovo gruppo dirigente. Maria De Vivo , Napoli
risponde Paolo Mieli
Cara signora De Vivo, se è per questo neanche Giuliano Amato, che io sappia, è entrato nel partito di Piero Fassino. Non perché sia stato tenuto fuori, anzi. Ma vorrà pur dire qualcosa il fatto che uno degli uomini di punta di quella formazione, dopo aver tenuto a Pesaro un discorso a cui è stata attribuita fondamentale importanza, rifiuti addirittura di prenderne la tessera.
Gli esclusi, come lei ben ricorda, hanno protestato chiamando in causa il persistente tasso di Pci e di comunismo. Il repubblicano Stelio De Carolis ha minacciato di abbandonare il partito dicendo che lì ormai «o si è ex pci o non si va avanti». Il cristiano sociale Giorgio Tonini ha detto: «Hanno eletto un vertice monoculturale di ex comunisti». Per poi aggiungere: «È desolante». Ruffolo è stato meno drastico anche perché Fassino lo ha trattato con maggior garbo, inviandogli una lettera di commiato che l’Unità ha reso pubblica con il titolo: «Dobbiamo anche a te il successo di Pesaro». Ma per quel che riguarda i socialisti, pure loro si sono risentiti. Eccome. Sono d’accordo con lei che non è un bel vedere. È buffo che ci si richiami alla tradizione cattolica, socialista e democratica e poi si dia spazio, per i posti che contano, soprattutto a coloro che provengono da quella comunista. Tutte persone che all’epoca - per citare solo i fatti più recenti - si erano battute contro gli
euromissili, contro l’ingresso nel serpente monetario europeo, per il mantenimento della scala mobile, contro la guerra all’Iraq. Si dirà: poi, però, sono cambiate. E infatti è sacrosanto che siedano nell’olimpo dei Ds. Ma, quantomeno, assieme a qualcuno che in quei frangenti - anni Ottanta e primi anni Novanta - militava in quella sinistra moderata a cui oggi la quercia fa riferimento.
Non credo, però, che quel che è accaduto sia attribuibile a una «persistenza di comunismo». È piuttosto frutto di una spartizione, molto accentuata, che non lascia spazio agli «esterni». Le correnti sono forti. Le sottocorrenti anche. Ognuna vuole avere per sé quella fetta di potere che si è conquistata nella battaglia precongressuale. E non c’è posto per gli altri.
Altri, ai quali mi permetto di dire una cosa in più. Ogni riflessione in pubblico su quanto è rimasto in vita del «vecchio Pci» è lecita. Figuriamoci. Però è triste che questi ex democristiani, socialisti e repubblicani denuncino il peso dell’eredità togliattian-berlingueriana (della quale evidentemente non si erano accorti negli anni in cui furono cooptati tra i
Ds) ora che hanno perso il posto. Oggi per loro sarebbe più elegante il silenzio. Molto più elegante.
Corriere della Sera
11 dicembre 2001
Caro Direttore Colombo,
condivido in pieno le riserve formulate da Giorgio Ruffolo (su Repubblica del 30 novembre e ora anche su L'Unità dell'8 dicembre) circa l'esito del Congresso di Pesaro dei DS, con particolare riguardo alla mancata valorizzazione in quella sede (e ancor più nelle elezioni di maggio) del Progetto 2000 che era stato elaborato dallo stesso Ruffolo con la partecipazione di molti altri compagni tra cui il sottoscritto. Né mi lascia indifferente l'amarezza espressa da Valdo Spini per il fallimento della Cosa Due, reso più che mai evidente, al Congresso di Pesaro, dall'esclusione dagli organi direttivi del Partito della maggior parte dei compagni di provenienza socialista e repubblicana.
Mi sarei astenuto tuttavia dal commentare questi fatti, che del resto si commentano da soli, se non mi fossi sentito chiamare in causa anche personalmente da un articolo pubblicato su L'Unità dell'8 dicembre, a firma di Giuseppe Tamburrano, in cui si rimproverano i socialisti che hanno espresso sul Congresso di Pesaro le riserve di cui sopra di voler sfruttare una sorta di "rendita di posizione". Credo invece che si debba dare atto a coloro che nel 1997 parteciparono ai c.d. Stati generali di Firenze di aver offerto coraggiosamente al partito ex comunista l'occasione di intraprendere quel cammino verso la fondazione di un partito pienamente partecipe del riformismo socialista europeo a cui è pervenuto in modo esplicito solo quattro anni dopo. E ciò vale in particolare per quanti di noi in questi anni si sono impegnati nel tentativo di dare a questa scelta di identità quel costrutto programmatico e progettuale di cui oggi lo stesso Tamburrano sottolinea la necessità. Altro che rendita di posizione!
Non credo sia stato più meritorio l'atteggiamento di quei socialisti che, di fronte al travaglio dell'ex PCI, hanno preferito restare alla finestra, salvo ad esprimere ex post il loro voto sulla pagella del Congresso.
Ciò detto, sento il bisogno di rivolgere al compagno Bruno Trentin - verso il quale ho una stima non minore di quella che ho per Ruffolo - l'augurio di poter portare avanti un itinerario progettuale permanente, non inferiore a quello che era stato tracciato dalla Commissione per il progetto negli anni trascorsi.
Federico Coen
Roma, 10.12.2001
Esclusi dagli organismi dirigenti, cresce il malumore di chi non proviene dall’ex Pci. Bogi: potremmo andarcene
Ds, per protesta Ruffolo lascia la commissione sulla nuova Quercia
ROMA - «Noi che non veniamo dal Pci siamo soltanto 19 su 309 nella direzione dei Ds». La denuncia è di Valdo Spini, che della direzione è l’ex presidente. Ma i mugugni e le proteste di laburisti, socialisti e repubblicani che nel partito di Fassino erano entrati con l’illusione della Cosa2 aumentano di giorno in giorno. Spini, Bogi, Giugni e Ruffolo, nonostante avessero appoggiato il neosegretario Fassino e il presidente D’Alema, non sono soddisfatti del trattamento che gli è stato riservato adesso che gli organismi dirigenti sono stati rinnovati. Spini ha perso il posto, Bogi non è neppure in direzione, Giorgio Ruffolo, al quale Walter Veltroni aveva assegnato il delicato incarico di presidiare la commissione per il progetto, quella che deve immaginare il nuovo partito socialdemocratico e il suo programma, non è stato neppure messo nel direttivo dei Ds. Martedì scorso era stato Spini a proporre di aggiungere il suo nome all’elenco dei 47 del direttivo. Tentativo fallito perché si sarebbe dovuto mettere mano al delicato equilibrio tra correnti, tra quote di uomini e donne: troppo complicato e Fassino ha deciso di soprassedere. Reazione immediata di Ruffolo che ha deciso di lasciare la presidenza della commissione per il progetto: le decisioni del congresso di Pesaro lo lasciano perplesso. Insomma il nuovo partito non gli piace. Conclusioni simili portano Giorgio Bogi, leader della componente dei repubblicani, a chiedere alla riunione della sua corrente di decidere se lasciare il partito oppure no. In realtà Fassino qualche innesto di personaggi non ex pci lo ha fatto: sono due in segreteria, Mimmo Lucà dei cristiano sociali e Antonello Cabras, socialista.
Corriere della Sera
9 dicembre 2001
Ulivo sfaldato/ Il Pri lascia l'Ulivo e passa da Berlusconi. De Carolis: lì c'è spazio solo per i comunisti
Mentre il Nuovo Psi, o almeno la parte che fa riferimento a Bobo Craxi e Claudio Martelli, resiste alle lusinghe del Centrosinistra accusandolo di essere monoculturale, esclusivamente a guida comunista, anche la componente repubblicana ha annunciato di lasciare l'Ulivo.
Stelio De Carolis, ex senatore Ds, annuncia che ci sarà una riunione a livello nazionale per sciogliere le righe. "Usciremo tutti - spiega a Radio radicale - tenendo conto anche di un congresso, quello di Pesaro, che ha fortemente
penalizzato tutte le componenti. Quelli che sono rimasti sono lì a titolo personale. Dove c'è una forte tradizione repubblicana, dove c'era stata una adesione spontanea ai Ds con gli stati generali di Firenze. il rumore sara' tanto. Anche perchè non abbiamo intravisto nessun segnale di rinnovamento.
Attualmente, soprattutto in quelle zone, o si è ex Pci o non si va avanti nel nuovo partito.
"Anche Bogi lascera' i Ds? "Con Bogi - dice De Carolis - sono d'accordo su queste dichiarazioni, mi ha confermato pochi minuti fa che assumeremo una presa di posizione nazionale." Dove andrete? "Alcuni di noi torneranno alla casa madre, nel Pri." Ma sta nella maggioranza. "Quando un partito fa una scelta e questa è sancita da un congresso bisogna accettarla democraticamente".
Affari Italiani
6 dicembre 2001
Commento dell'Associazione di tendenza dei Socialisti Liberali
sulla riunione della Direzione nazionale dei Democratici di Sinistra
di martedì 4 Dicembre a Roma.
In quella sede, in apertura, il segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino ha proposto l'elezione di una presidenza a tre, con un componente designato da ciascuna mozione congressuale. E ciò nonostante che lo statuto, all'art.15, primo comma, affermi chiaramente: "La Direzione è presieduta da un presidente eletto tra i propri membri".
Dopo un intervento di Mario Artali che si è espresso in senso contrario alla proposta, motivando la sua posizione con il trattamento più generale riservato ai cofondatori e più in particolare alla provenienza socialista, ha preso la parola il Presidente uscente
Valdo Spini.
Spini ha ricordato che la Direzione eletta al precedente congresso di Torino ha lavorato intensamente.
Dal giorno dell'elezione del presidente, avvenuta a Roma il 31 gennaio del 2000, ha effettuato otto riunioni, più tre dell'organismo ristretto ( il Comitato Direttivo) più una della Assemblea Nazionale , dalla stessa Direzione convocata. Nella sua ultima riunione, avvenuta il 25 giugno del 2001, la Direzione ha convocato il congresso nazionale straordinario, che sì svolto poi il mese scorso a Pesaro ed ha portato all'elezione del Segretario nazionale Piero Fassino e della nuova Direzione.
Pur in un periodo caratterizzato da una notevole instabilità nella vita del partito, la Direzione ha saputo assicurare collegialità e regolarità della sua vita interna.
E' questo un patrimonio da rivendicare a tutto il partito, aldilà delle correnti e delle mozioni, delle provenienze e delle culture. Non è stato quindi un caso che sia stato il presidente delle direzione a redigere, insieme ai candidati alla segreteria (Fassino, Berlinguer, Morando).
Quella Dichiarazione Comune di Intenti, che ha dato al congresso serenità e ai compagni chiamati ad esprimersi fiducia nel congresso stesso. Del resto, la Dichiarazione Comune di Intenti, era stata preceduta dall'elaborazione e dalla proposta dello stesso Spini, di una Dichiarazione di Principi e di Valori, che, se pur non al momento accettata, potrà in seguito essere utile al dibattito culturale del partito.
Tanto più amareggia, ha continuato Spini che si parli della trasformazione della presidenza in una presidenza a tre in funzione di garanzia. Questa funzione di garanzia è stata esercitata.
Siamo in realtà di fronte ad una legge socio-politica molto negativa, e cioè che tanto più diminuiscono i voti, tanto più aumentano i posti. Per questo non posso convenire con la proposta stessa che assume tutte le caratteristiche di una lottizzazione.
Messa ai voti dal segretario Piero Fassino la proposta della presidenza a tre è stata votata col voto contrario dei membri laburisti delle direzione e l'astensione dei Riformatori per l'Europa.
Successivamente Fassino ha proposto un Comitato Direttivo di 47 membri. Spini (tra i designati) è andato alla tribuna per proporre l'ingresso anche di Giorgio Ruffolo. Alcune compagne hanno fatto notare che non si rispettava la quota prevista per le donne, mentre Franco Bassanini ha proposto l'ingresso di Luigi Berlinguer. Dopo una sospensione dei lavori, il segretario Fassino ha proposto l'integrazione della lista con Ruffolo, Luigi Berlinguer e quattro compagne da distribuire tra le componenti. Dopo una serie di interventi contrari, Fassino ha ritirato la sua proposta. Il Comitato Direttivo è rimasto di 47 membri e Ruffolo non è entrato.
Per quanto riguarda la commissione Progetto, alla sua presidenza Ruffolo veniva sostituito da Bruno Trentin.
E' evidente che questo insieme di vicende ci lascia sorpresi, amareggiati, perplessi e preoccupati . Su di esse vogliamo a mente fredda aprire un dibattito ampio e approfondito.
risponde Paolo Mieli
Fassino è convincente, ma questo non basta
Ho visto nei giorni scorsi sul Corriere le osservazioni che le hanno fatto alcuni lettori in merito alle sue troppo generose valutazioni sul «partito di Fassino». Pur avendo votato per la sinistra, devo dirle che anch'io penso che lei abbia peccato di magnanimità nel valutare le vicende precongressuali dei Ds.
Anche se, lo riconosco, il mio giudizio è fortemente influenzato da come sono andate le elezioni in Molise e in Sicilia. Un'autentica catastrofe.
Maria Fucilieri
Milano
Cara signora Fucilieri, avevo scritto per tempo che, fosse per me, avrei scelto altri leader per quel partito. Avrei cercato di essere più innovativo. Più coraggioso. Anche nell'affrontare i temi all'ordine del giorno del congresso.
Ciò detto, devo aggiungere che persone come Piero Fassino o come, ad esempio, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino le giudico convincenti. Hanno carattere, non mi dispiacciono affatto. Ma evidentemente questo non basta.
Ho ricevuto decine di lettere che, come la sua, chiedono qualche chiarimento in più: di Franca Littera da Decimomannu, Nicola Vacca da Roma, Aldo Braccani dall'Aquila, Alberto Vizio e Domenico Capussela da Milano, Guido Taddei da Montecatini Terme, per citare le più recenti. Tutti sono colpiti da quel che di drammatico è accaduto nelle due regioni di cui lei ha parlato. E da ciò che ne hanno scritto alcuni importanti commentatori. Luigi La Spina su La Stampa ha sostenuto con acutezza che nel Sud i Ds rischiano «non solo la disfatta ma la sostanziale scomparsa». Arturo Gismondi, sul Giornale , li ha accusati di aver dilapidato un patrimonio elettorale che «aveva raggiunto nel passato punte cospicue». Dai Ds, invece, si è levato un silenzio pressoché unanime. A parte qualche dichiarazione di circostanza, forse solo Antonio Padellaro sull' Unità è parso rendersi conto della catastrofe.
Prima del congresso i dirigenti di quel partito avevano detto «o si cambia o si muore». Io, lei ha ragione, avevo creduto facessero sul serio. Poi però hanno descritto il decennio alle loro spalle - in cui per oltre la metà del tempo erano stati al governo - come una lunga «traversata del deserto»(?). Hanno celebrato la loro stagione a Palazzo Chigi con critiche lunari e autocongratulazioni ben piantate sulla terra. Hanno salutato un discorso non certo esaustivo di Giuliano Amato come la testimonianza di una svolta epocale. Svolta di cui, per giunta, si erano già celebrati i fasti ad ogni loro assise, negli ultimi anni. E si son dati alla latitanza al momento in cui avrebbero dovuto offrire spiegazioni su quelle due bestiali batoste. Ovvio che non ne abbiano parlato dal momento che a Pesaro avevano dimenticato di rispondere alla domanda più importante: chi e che cosa ci hanno portati vicini alla rovina?
Detto questo, mi spiace, ma continuo a pensare che chiunque, anche gli elettori del centrodestra, debba augurarsi che quel partito resti in piedi. Per il buon funzionamento della nostra democrazia. Anche se mi rendo conto che dovrei smetterla - ancorché mi capiti di rado - di far confusione tra auspici ed analisi. Che è sempre un male. Soprattutto in casi come questi.
Corriere della Sera
1°dicembre 2001
DS: MA È VERA SVOLTA?
Le ambiguità, le mezze verità, i pudori di un’occasione (forse) mancata.
Le svolte non finiscono mai, lamentava l’ex numero due, Pietro Folena. Può darsi. Ma siamo sicuri che quella disegnata a Pesaro sia più netta rispetto al passato? A noi non pare ci sia stata vera soluzione di continuità, o di continuismo nella storia del Pci-Pds-Ds. Continuiamo a svoltare e a perdere voti, accusavano gli oppositori di Fassino. Vero: ma forse perché ogni passo avanti verso una visione europea del socialismo era seguita da un mezzo passo indietro, fra ambiguità e incertezze. E nonostante le ripetute scissioni, c’era sempre qualche cosa da tenere insieme. Stavolta, lo ha detto con chiarezza un D’Alema perfino autocritico, il partito dei postcomunisti è all’ultima spiaggia. Vero: non serve salvare l’unità, e l’unanimità di facciata per perdere il partito. E del resto non si vedono scissioni possibili all’orizzonte.
Le assise avevano risolto già all’apertura il problema della segreteria (Fassino incoronato nel dibattito precongressuale, con una maggioranza più ampia delle previsioni), il confronto attorno alla “tavola rotonda” è apparso più duro e chiaro di quanto effettivamente non sia stato. “Ci sono due visioni del riformismo”, ha dovuto ammettere Sergio Cofferati. Una puramente difensiva, l’altra che tenta di conciliare, come ha spiegato Amato, sviluppo, distribuzione dei redditi, diritti individuali. Una volta tanto senza fumisterie solidaristiche alla Don Milani. La maggioranza vincitrice tenta l’aggancio definitivo al socialismo europeo: ma il ritardo resta notevole, visto che l’Europa progressista e modernista del New Labour e di Neue Mitte ha già superato a sua volta l’ortodossia socialdemocratica e guarda avanti, ad un progetto di democrazia integrale. D’Alema fa ammenda dell’errore d’aver contrapposto socialismo e Ulivo e parrebbe togliere il vero ostacolo sul percorso di riunificazione del centrosinistra, nel quale forze diverse svolgano la propria parte senza competizioni interne (sebbene sia giusto ricordare che un leader si riconosce dalla sua capacità di anticipare le soluzioni, piuttosto che dalla disposizione a riconoscere, sempre in ritardo, i propri errori). E c’è almeno da sperare che finalmente si chiuda, come ha suggerito Amato, la frattura aperta, ottant’anni fa, nella famiglia socialista. Ora siamo tutti riformisti: ha potuto dire non senza soddisfazione l’ex delfino di Craxi, prendendo stavolta solo applausi.
Ci sono due visioni anche sulla guerra, anche se la presa di Kabul rende puramente testimoniale (e politicamente inutile) quella fiancheggiatrice di un pacifismo ancora immerso nelle logiche della guerra fredda. E ci sono due visioni sull’approccio ai temi della globalizzazione, dove chissà se prevarrà quella “paternalistica” di Amato: i nostri figli marciano con l’entusiasmo della gioventù, a noi tocca indicare soluzioni, con la saggezza della politica.
Giovanni Berlinguer ha fatto la sua parte, dando dignità ad un “correntone” che univa a sua volta posizioni inconciliabili, tenute insieme solo dalle esigenze della lotta interna e perciò perdente, come è perdente qualsiasi opposizione che riesce a dire solo dei “no”. La Quercia si è infiammata e commossa per il vecchio professore, che però esce di scena e non lascia eredi. Lascia ruggini, inquietudini, resistenze. Lascia un’anima ancora nostalgicamente rivolta ai riti, alle parole d’ordine e ai miti del passato. Fassino farebbe bene a non lasciarsene condizionare. Si è perso troppo tempo e troppe svolte sono state finora incomplete.
Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire. Soprattutto perché ha lasciato intatto il dilemma rappresentato dal futuro e dal contenuto dell’Ulivo, una formula lasciata volutamente imprecisa a cui è stato tributato formale omaggio, sottintendendo una specie di ideologia confusa ed ambigua, equidistante dal cattolicesimo democratico e dal socialismo tradizionali, un compromesso incruento per cui ogni elettore ci può vedere quello che vuole.
Ma non è così. Anzi, l’Ulivo potrebbe essere un tentativo di fronteggiare le sfide di un mondo diverso, dopo la guerra fredda, dopo l’irruzione della globalizzazione, dopo il tramonto della lotta di classe, dopo l’assalto del terrorismo e del fondamentalismo. Certamente, grazie all’Ulivo e al suo richiamo alle correnti più avanzate del movimento democratico internazionale, un risultato si potrebbe conseguire: affievolire – se non è addirittura annullare – la vecchia distinzione fra i modelli di società “anglosassone” e “renano” (o franco-tedesco). Cioè, da un lato, un modello più aggressivamente favorevole al mercato, alla privatizzazione delle industrie di Stato, alla deregulation e alle regole della concorrenza, contemporaneamente riducendo il carico fiscale e ridimensionavano le reti di sicurezza sociale per i meno fortunati. E, dall’altro, un modello che conferisce un ruolo strategico di guida da parte dello Stato nella programmazione economica, nell’istituzione di generosi sistemi di salvaguardia sociale, della protezione dell’industria e dell’agricoltura nazionale, nella promozione di ampio grado di consultazione fra sindacati e imprenditori.
Tutto questo, se si fa eccezione per qualche timido accenno di Fassino alla necessità di riformare l’articolo 18 sui licenziamenti e per la orgogliosa rivendicazione del ruolo del sindacato da parte di Cofferati, è mancato dalla discussione di Pesaro. Così come non è stato del tutto convincente l’elogio della forma partito, esattamente nel momento in cui i partiti tradizionali non riescono ad uscire dal loro perimetro, a filtrare esigenze ed aspirazioni della società civile, a svolgere la funzione di cinghia di trasmissione e di selezione delle classi dirigenti.
Il coraggio, chi non ce l'ha, non se lo può dare. Forse occorre ripensare al tragitto politico che ci possa condurre alla fine di una traversata del deserto purtroppo ancora lunga. Senza escludere nulla. Con la voglia di sperimentare nuovi strumenti e nuove idee che i dirigenti del partito dei Ds, troppo preoccupati di salvaguardare equilibri interni e posizioni di rendita, non hanno l'audacia - o la forza - di esplorare.
19 Novembre 2001
Democrazia Repubblicana (http://www.democraziarepubblicana.org)