Ds, fuori donne e socialisti
ROMA — Tornano a fare politica, i Ds: con una certosina lottizzazione per correnti degli organi dirigenti, con la conversione in presidente di garanzia da parte di Massimo D'Alema e con la presentazione di due ordini del giorno su medioriente e lavoro. Primi passi per riemergere dal baratro politico e di consensi (sondaggi attorno al 9%) degli ultimi mesi.
La direzione (il parlamentino del partito) riunita ieri si è dotata di tre presidenti (Chiaromonte, Negri, Battaglia), uno per componente. Logica conseguenza è stata l'esclusione di Valdo Spini e con lui dell'invocata apertura agli uomini della tradizione socialista: «Più diminuiscono i voti — ha commentato Spini — più si moltiplicano le poltrone». Anche Giorgio Ruffolo ha dovuto lasciare la presidenza della commissione progetto all'ex segretario della Cgil, Bruno Trentin.
Anche il direttivo (organismo intermedio tra direzione e segreteria) avrà una composizione rigorosamente proporzionale alle correnti. Al contrario, sarà di stretta fede fassinian-dalemiana la segreteria. E qui, forse, si può rilevare l'unica vera nota di discontinuità rispetto al recente passato: infatti, fatta eccezione per Bersani, la Turco, Chiti e la Finocchiaro, i rimanenti nove esponenti della segreteria non hanno mai ricoperto incarichi di rielievo e sono piuttosto giovani.
«Si tratta di una segreteria molto nuova», ha commentato soddisfatto Fassino. Tra l'altro, la segreteria, come la direzione, ha visto quasi un dimezzamento dei membri (da 23 a 13). E che il clima interno sia decisamente migliorato, è testimoniato anche dal fatto che il cosiddetto correntone non ha votato contro la segreteria proposta da Fassino, ma si è astenuto. L'unico accenno di rissa registrato ieri è stato sulla partecipazione delle donne agli organi dirigenti. Lo statuto prevede una quota del 40%, ma le proposte delle varie correnti si fermavano appena al 23%. Ne è scaturito uno scaricabarile nel quale ognuno auspicava fossero gli altri a rimettere mano alle liste presentate. Lo stallo è stato inevitabile e alla fine è stata riesumata la proposta originaria, con buona pace dello statuto e delle donne.
Per il resto si è trattato di una giornata all'insegna del dialogo. In particolare Massimo D'Alema ha dismesso i panni del pasdaran per vestire quelli del presidente di garanzia. Significativo il fatto che si sia ritagliato il ruolo di mediatore sul delicato ordine del giorno relativo al conflitto arabo-israeliano.
Il Correntone ha chiesto ed ottenuto che fosse inclusa una esplicita condanna per la reazione di Sharon agli attentati palestinesi. Nel documento in questione si manifesta anche preoccupazione per l'ipotesi di una estensione del conflitto in Afghanistan e si propone l'intervento di una forza internazionale di interposizione in medioriente.
E' vero che i documenti sui quali si è registrato maggiore dissenso saranno presi in esame il 18 dicembre, ma se si considera la lacerazione del partito sulla partecipazione italiana al conflitto, la presa di posizione di ieri ha comunque una valenza politica. Così come quella che condanna senza appello l'ipotesi di una modifica dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori (quello che impedisce il licenziamento senza giusta causa). Su questo punto, incassato il placet della maggioranza, la sinistra interna rilancia: «In Parlamento — dice Alfiero Grandi — l'opposizione deve prendere in considerazione l'ipotesi dell'ostruzionismo».
paolo.meli@quotidiano.net
Paolo Meli
Il Resto del Carlino
5 dicembre 2001
L'unione dei riformisti e l'utopia concreta
di Giorgio Ruffolo
Soddisfazione molta, entusiasmo un po' meno. Così riassumerei i sentimenti che ho provato al secondo Congresso dei Democratici di sinistra. Soddisfazione, perché un percorso s'è concluso, con l'approdo che molti di noi desideravano. Entusiasmo moderato, per il lungo tempo sprecato e per i costi sofferti: usura di dirigenti, emigrazione di militanti, perdita attuale e potenziale di voti, regalati alla destra.
Una cosa chiara il Congresso l'ha detta. Abbiamo bisogno di un «grande partito socialista riformista che eserciti nel nostro paese lo stesso ruolo dei partiti socialisti europei» (Fassino).
Meno chiaro il percorso per giungervi. Anzitutto, c'è da chiedersi se non sia venuto il momento di ampliare la portata del disegno ponendo due fondamentali questioni presentate finora come reciprocamente alternative: la ristrutturazione dell'Ulivo in una Federazione dapprima, ma con l'obiettivo di arrivare in un tempo non remoto a un normale partito di tutti i riformisti; e la sua adesione all'Internazionale socialista e al partito socialista europeo. Due salti di qualità di portata storica.
C'è poi il problema fondamentale del metodo. È realistico pensare che il nuovo Soggetto nasca da un'aggregazione di pezzi e pezzettini dell'attuale mosaico politico? Rispondendo a Giovanni Berlinguer, che nel suo pur elegante e nobile intervento aveva parlato dei rischi di anemizzazione di un'ennesima prova del sangue, Giuliano Amato ha risposto giustamente che non si tratta di un prelievo, ma di una trasfusione. E ha aggiunto tuttavia con spirito: non sarò io la robusta contadina che ne assicurerà il successo. Ma è concepibile che quella trasfusione possa realizzarsi, domani attraverso un'aggregazione tra diessini di Fassino e socialisti di Boselli, dopo domani magari con la Margherita: e con altri fiori? Il fatto è che queste aggregazioni, per quanto rispettabili siano i componenti, non suscitano passioni e mobilitazioni. Le Cose tre e le Cose quattro sono da scongiurare. Non è da innesti e trapianti di microchirurgia politica che possiamo aspettarci la nascita del nuovo Soggetto.
I nuovi grandi soggetti politici nascono da domande profonde della società cui una classe politica dirigente sappia dare una risposta progettuale. L'essenza del riformismo sta qui. La grande illusione marxista era che la storia covasse un progetto. Non c'è alcun progetto nella storia. Ci sono domande cui occorre dare risposte, in un senso o nell'altro. E il riformismo autentico costruisce risposte ispirate a una alta concezione umanistica del progresso sociale, ma che si offrono, al tempo stesso, alla verifica della fattibilità.
Il riformismo socialdemocratico e liberale degli Anni QuarantaCinquanta è nato dai progetti sociali fabiani, dalle proposte economiche keynesiane, dai programmi di Beveridge. Un grande partito del riformismo socialista italiano può nascere soltanto da una grande proposta al Paese, da un progetto per il paese.
Quando a Torino lanciammo il Progetto 2000 intendevano proprio questo: che è solo da una risposta alta ai problemi del paese da una proposta impegnativa, da una scommessa sulla realizzazione possibile di una società più efficace e più giusta che si potevano aggregare le forze potenziali di una grande sinistra riformista. Il Progetto non era un esercizio intellettuale. Era un modo di dare senso all'azione politica, per chiedere su quell'impegno il consenso popolare. Doveva essere non un messaggio edificante, ma il timone dell'azione politica. Purtroppo, proprio com'era avvenuto nel partito socialista di Craxi, quel progetto, dopo essere stato solennemente approvato, fu affidato alle bancarelle del Congresso, mentre i dirigenti del partito pensavano alle "cose serie". È stato amaro dover vedere lo stesso brutto film due volte. Non certo per ragioni personali.
Ma per essere costretti a constatare quanto sia forte ancora, nella sinistra italiana, la tendenza a oscillare tra l'evocazione retorica (quanti proclami solenni, anche a Pesaro, sulle donne, sui giovani, sulla miseria, l'oppressione, l'ingiustizia, lo scempio ambientale e via applaudendo) e la cucina politica, senza concretamente impegnarsi nel costruttivismo progettuale riformista. E quanto sia forte il rischio, che al partito socialista fu fatale, di scambiare il realismo politico con un empirismo operativo che può scivolare facilmente nell'opportunismo.
Il grande soggetto politico riformista può nascere soltanto da una grande proposta, che si radichi nella storia passata di questo paese per disegnare il profilo di una società possibile, di una repubblica dal volto umano, come diceva Giuseppe Saragat. Una repubblica possibile: questa è la differenza tra il progetto e l'utopia. Una Repubblica che sappia rispondere ai bisogni profondi di politica e di giustizia che riaffiorano tra i giovani. Ai quali si dice giustamente che non ci si può limitare ad avanzare domande. Che bisogna dare risposte. Ma chi le deve dare, quelle risposte, se non i riformisti? E potrà mai essere preso sul serio un riformismo che non è in grado di dire come diavolo lo vorrebbe riformare, questo paese? Intendiamoci. Questo non è soltanto un problema dei democratici di sinistra italiani. I grandi partiti socialisti europei, cui essi giustamente si affiancano considerandoli come punti di riferimento essenziali, sono anch'essi di fronte a problemi di profondo rinnovamento progettuale. Li sentono meno perché, a differenza dei Ds, appartengono a partiti saldamente radicati in una tradizione storica che sembra esimerli dall'obbligo di "ripensarsi". Sembra, ma non è così. Infatti, il periodo storico che attraversiamo segna una drammatica cesura con il mondo in cui nacque il riformismo socialdemocratico.
Hanno di fronte un capitalismo profondamente trasformato, ricco di un formidabile potenziale tecnologico e, a differenza di quello di Ford e di Charlot, sostenuto da un vasto retroterra di consenso sociale. Le gloriose risposte che essi hanno dato a metà del secolo scorso non sono più valide all'inizio del secolo nuovo. Le loro risposte attuali a quelle trasformazioni sono di portata molto minore di quelle prodotte dalle socialdemocrazie che traevano ispirazione da Keynes, da Beveridge, dai fabiani. La "terza via", per esempio, mi sembra, più che altro, una pista di emergenza che corre parallela alla grande autostrada del neoliberismo.
Questi partiti non sembrano capaci di cogliere appieno neppure la grande occasione che la costruzione dell'Europa rappresenta per la sinistra. E restano pateticamente attaccati alla grande nutrice dello Stato nazionale. È vero: governano ancora nella maggior parte dell'Europa. Ma più per la paura di un liberismo selvaggio che per l'attrazione dei loro progetti. E ogni anno ormai, da qualche anno, si stacca un vagone del convoglio. Passare dal governo all'opposizione non è un dramma, in condizioni di costituzionalità democratica, è vero. Ma a prescindere dal fatto che queste condizioni non sono affatto date una volta per sempre, e che tentazioni antidemocratiche e reazionarie serpeggiano minacciosamente in Europa, il vero pericolo è passare dall'iniziativa al difensivismo politico.
In Europa, come in Italia, le chances della sinistra dipendono dalla sua capacità di produrre un messaggio forte: che ritrovi nel passato le radici di passione e ragione da cui è nata e che proietti nel futuro l'immagine di un'"utopia concreta".
La Repubblica
24 novembre 2001
"La lezione del Dottor Sottile"
Piaccia o no, il vero, grande discorso di sinistra al congresso dei Ds l'ha fatto un esterno, Giuliano Amato, fra le ovazioni. Chi l'avrebbe detto che il Dottor Sottile avrebbe saputo infiammare come nessun altro l'assemblea di Pesaro?
di CURZIO MALTESE
Brillante, colto, anti conformista. In un partito dove da anni si usa il bilancino per soppesare ogni aggettivo e il più vago riferimento al passato, dove ogni frase viene scritta pensando già alla possibile accusa di «comunismo», Amato s'è divertito ad abbattere a braccio le mura soffocanti della cautela. Ha citato due volte Carlo Marx come grande profeta della globalizzazione. Ha definito il movimento no global «una benedizione del Signore» per la sinistra. Ha rivendicato la gloria del welfare e la centralità, anzi l'«imprescindibilità» del sindacato. S'è lanciato perfino in una metafora su «Ladri di biciclette» da fari invidia a Togliatti. Ha detto insomma più «cose di sinistra» di quante il popolo diessino ne avesse ascoltate dai suoi ultimi segretari.
E il popolo, grato e liberato, lo ha applaudito come una star. L'amatissimo professore s'è tolto il gusto di ribaltare il più consolidato dei luoghi comuni (o «comunisti»?) di questi anni. Che diventare socialdemocratici, socialisti europei, riformisti, equivalga per l'ex Pci a buttare nella spazzatura ogni vaga idea di cambiare il mondo, ogni slancio di giustizia sociale, per infilarsi una bombetta e cominciare un lungo e devoto pellegrinaggio fra la City, la Confindustria e perfino le tombe dei ragazzi di Salò. Quando più probabilmente, per un partito ingessato in un moderatismo perbene e dissanguato dai mille esami, diventare riformisti ormai significa fare una svolta a sinistra.
Qualche dietrologo dirà che il Dottor Sottile ha soltanto cercato di offrire una sintesi superiore alla tesi (Fassino) e all'antitesi (Cofferati), emerse da questo congresso. E in questo modo candidarsi naturalmente al ruolo di presidente «super partes» del riformismo italiano, visto che D'Alema certo non lo è. I dietrologi di solito con Amato hanno ragione. Ma stavolta il calcolo, se c'è, sembra molto più grande.
Il tono e lo stile, più ancora del contenuto, del discorso di Amato ha rivelato la vera contraddizione di questo e dei precedenti congressi di «svolta» e di «cambiamento». Che non è una questione di Fassino contro Cofferati o, prima di D'Alema contro Veltroni. Ma la contraddizione di un partito che troppo spesso ha cambiato musica senza mai cambiare i direttori d'orchestra. Dove i segretari vengono tutti dalla stessa covata, così come i dirigenti, con l'eccezione non troppo significativa di Valdo Spini. Con un'evidente problema di rappresentanza già nei confronti dei militanti Ds, che per metà non viene dal Pci, figurarsi fra l'elettorato potenziale di «una grande forza della sinistra europea».
E' questo che impedisce a molti elettori di riconoscere nei Ds una sinistra davvero nuova, non la difesa dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. E' questo che impedisce alla sinistra di candidarsi direttamente alla guida del Paese, la obbliga a cercarsi ogni volta un «papa laico» in prestito, Prodi o Rutelli. Ed è sempre la ragione per cui nessun nuovo segretario può permettersi, come Amato, il lusso di dire tante e schiette «cose di sinistra» .
Amato ha già detto che non toccherà più a lui offrire il «sangue giovane» per il rinnovamento del partito. Ha piuttosto indicato la strada per fare e non per sembrare un partito riformista europeo. Tanto riformista da poter accogliere il radicalismo degli Agnoletto e, perché no, dei Bertinotti, accanto agli eredi del socialismo e del comunismo: tutti eredi della secolare cultura socialista, del partito nato nel 1892. Ha abbozzato in definitiva l'agenda del prossimo congresso, dove è sicuro che lui svolgerà un ruolo importante, non più da esterno. Chiamato nel partito da quel lungo applauso dell'assemblea diessina. Il segno concreto che le divisioni del passato «sono ormai storia, non più politica».
La Repubblica
19 novembre 2001
Democratici di sinistra a che punto è la notte?
Convincere gli elettori e le forze dell'Ulivo della nuova identità emersa dal congresso e saper riformare anche il gruppo dirigente sono le prime sfide di Fassino Ma i primi ostacoli vengono dalla distinzione ancora incerta tra i "due riformismi" che si sono scontrati a Pesaro e dal ruolo che nel partito avrà Massimo D'Alema
MICHELE SALVATI
Erano tre i problemi espliciti sui quali si è svolto il lungo confronto conclusosi col congresso di Pesaro: il programma per il paese, l'identità del partito, le alleanze politiche. Per complicare le cose, al di sotto ce ne stava un quarto, non dichiarato ma non per questo meno importante: il problema D'Alema. Dopo quattro mesi di dibattiti, dopo un Congresso "vero" (e lo è stato), siamo più vicini ad una soluzione soddisfacente? Per i Ds e la sinistra, in primo luogo, ma soprattutto per garantire al paese un'opposizione efficace al centrodestra?
Partiamo dal programma, e anzitutto dal cuore del programma, dalle politiche economicosociali. Sapevamo di avere due sinistre, una sinistra di governo e una antagonistica; adesso la sinistra di governo si divide abbastanza limpidamente in due riformismi, quello più tradizionale di Cofferati e quello più liberal di Fassino, con il pungolo di Morando (che ci stia a fare, a questo punto, il partito di Cossutta, proprio non si capisce). E' lo stato di fatto che troviamo quasi ovunque nei socialismi europei ed è un buon passo verso il paese "normale" che sogna D'Alema. La distinzione tra i due riformismi è ancora un po' sporcata da incoerenze interne ai due schieramenti, soprattutto nel "correntone": non vedo bene il mio amico Mauro Agostini, eccellente capogruppo della commissione finanze nella passata legislatura, sotto l'egemonia ideologica della sinistra interna. E non son pochi quelli come lui. Ma, insomma, è pur sempre un passo avanti rispetto al congresso di Torino.
L'identità. Qui ci sono due questioni. La prima ha a che fare con la difficoltà di "vendere" una posizione come quella di Fassino. Di persuadere i giovani, i militanti, gli operai, le persone col cuore a sinistra – non solo i moderati e i realisti — che si tratta della migliore sinistra possibile: una sinistra realistica, ma anche entusiasmante, con un grande disegno per il paese. Blair c'è riuscito, attraverso una rivoluzione ideologica vera, una spietata battaglia organizzativa e una efficace campagna mediatica. Ma non è facile: il rischio di cadere in un modesto migliorismo, di non affrontare di petto i problemi per non urtare suscettibilità e mettere alla prova il consenso ricevuto, è sempre incombente. La seconda questione è ancor più difficile. Blair è un laburista; Fassino e il gruppo dirigente che ha intorno (quasi) tutti excomunisti. Insieme alla revisione ideologicoculturale dev'esserci anche una qualche forma di discontinuità organizzativa, immediatamente evidente, e a questo dovrebbe servire il passaggio verso un nuovo partito di socialismo europeo di cui Fassino parla nella sua relazione. L'esito in cui si è caduti con la "Cosa 2" – la cooptazione subordinata di pur apprezzabili individualità — è un rischio sempre presente. Anche perché c'è un secondo processo che dovrebbe svolgersi simultaneamente: quello di un forte irrobustimento della coalizione. Che cosa si fa? Ci si mobilità per il nuovo partito e insieme per la coalizione? Cioè per suscitare orgoglio per una identità ridefinita e, allo stesso tempo, per stemperarla nell'Ulivo?
L'Ulivo, appunto. Come per la mamma o la Croce Rossa, nessuno è contro l'Ulivo, anche perché è evidente a tutti che con una coalizione non litigiosa, senza un messaggio semplice e un candidato premier accettato – anzi, fortemente appoggiato — da tutti i partiti, contro Berlusconi non si vince. E chi doveva fare autocritica, l'ha fatta seriamente. Forse è mancato il senso d'urgenza e la convinzione che tutto, ma proprio tutto, dev'essere subordinato alla costruzione di una coalizione vincente. Credo però che peccati di egemonismo da parte dei Ds non ce ne saranno più, al di là di una leale difesa delle proprie idee, e questo è uno dei risultati più confortanti del congresso. Vedremo presto se alle parole (e alle sincere intenzioni) di oggi corrisponderanno i fatti: un Ulivo fatto di partiti, una casa di cui – a differenza della Casa delle Libertà — nessuno è il reale proprietario, è difficile da gestire, e la cooperazione è sempre a un passo dal trasformarsi in concorrenza.
Infine, il problema non esplicito: il ruolo di Massimo D'Alema. Questo problema ha avuto conseguenze significative sulla dislocazione delle forze in campo durante il congresso (senza di esso non si sarebbe formato il "correntone") e avrà ripercussioni non piccole in futuro: democratici e popolari – forze essenziali per l'Ulivo — non dimenticano così facilmente i torti che ritengono di aver subito e Fassino farà più fatica ad affermare la sua leadership. Soprattutto non si capisce che posto resti libero per Giuliano Amato, il segno di discontinuità più forte e credibile che i Ds potrebbero inviare se volessero seriamente affrontare un nuovo – l'ultimo si spera — processo costituente. Data la decisione di D'Alema di fare solo mezzo passo indietro, dalla segreteria ma non dalla presidenza, e dati i rapporti di forza interni al partito, meglio che le cose siano andate come sono andate: sarebbe stata una rottura difficilmente rimediabile se D'Alema non avesse ottenuto una maggioranza adeguata.
Riprendiamo la nostra domanda iniziale: con questo congresso, di quanto ci siamo avvicinati ad una soluzione delle difficoltà della sinistra (e del centrosinistra)? La risposta è che ci siamo avvicinati, ma che la fine delle difficoltà non è ancora in vista. E' la risposta della sentinella nella profezia di Isaia. "Una voce chiama da Seir in Edom: sentinella quanto durerà la notte? E la sentinella risponde: verrà il mattino, ma è ancor notte. Se volete domandare, tornate un'altra volta".
la Repubblica
22 novembre 2001
«Amato leader o niente fusione»
Pronti. Pronti a fare l'innesto con i Ds, ma a una condizione: che prima si decida di affidare la guida del nuovo partito a Giuliano Amato. E' la risposta che Enrico Boselli, segretario dello Sdi, consegna al nostro giornale dopo il congresso di Pesaro.
Non si può dire che manchi di chiarezza, Boselli.
«A Pesaro ho giudicato quello di Fassino un ''buon inizio''. Si è cominciato con il piede giusto, volendo imboccare la strada del socialismo europeo e anche di quello italiano, aggiuno io, che finora era rimasto nell'ombra. Poi lui ci ha invitati ad aprire una discussione politica. Lo faccio. Gli dico che il partito da costruire insieme dev'essere veramente nuovo. E perciò dobbiamo prima sciogliere il nodo della leadership».
Ce ne sono altri?
«Quello prioritario, il più importante, direi decisivo, è affidare la guida a Giuliano Amato. Poi ci sono altre questioni. Ad esempio: a quali partiti Fassino pensa di rivolgersi, oltre che al mio? A quale simbolo e quale nome pensa? E quali sono i punti fondamentali del programma? Mi riferisco al campo delle politiche pubbliche, ovvero stato sociale, mercato del lavoro: sono i terreni fondamentali su cui le socialdemocrazie europee hanno cambiato il passo. Ma nel programma va chiarita anche la posizione sulla giustizia».
Quindi c'è anche questo nodo.
«Sì, è importante sapere cosa vorrà fare, su questo tema, il nuovo partito, perché, tanto per restare all'oggi, lo Sdi non voterà la mozione di sfiducia a Taormina proposta dall'Ulivo. E questo per un motivo. E' giusto censurarlo: un sottosegretario non può chiedere che i giudici vengano arrestati. Però come censura Taormina, una mozione di centrosinistra dovrebbe censurare anche i giudici che sconfinano nella politica. Non possiamo avere due pesi e due misure. E su questo punto dobbiamo essere molto chiari. Un nuovo partito europeo non può che essere profondamente garantista».
Torniamo ad Amato,
«Non è un mistero che penso a lui. Per tante ragioni. La più politica nasce dalla considerazione che la Margherita è diventata quasi il primo partito dell'Ulivo perché non si è presentata agli italiani come un ''partito popolare'' più grande o come l'erede della Dc. Anche nella scelta del suo leader. Rutelli è tutto fuorché postdemocristiano. Così a sinistra, un nuovo partito non può essere diretto da un esponente che proviene dal vecchio partito comunista italiano».
Così però sembra che vogliate che i Ds si consegnino ai socialisti.
«Non ragionerei in questi termini. La storia è la storia. Fassino lo ha detto, al congresso: ''Caduto il muro di Berlino, noi siamo cambiati''. Perché? Perché il comunismo ha fallito. Il socialismo democratico no. C'è una personalità che non divide, ma unisce, come si è visto dagli applausi che Amato ha ricevuto a Pesaro».
E Amato ci starebbe?
«Certamente sì».
E come si concilierebbe questo suo impegno con la carica europea cui aspira?
«Non ci sono incompatibilità. E il suo eventuale incarico in Europa durerebbe un anno e mezzo. Se c'è la volontà politica, questo non è un problema. E nella seconda settimana di marzo, quando terremo il nostro congresso, potremmo attuare anche noi la nostra svolta».
Quale sarebbe il vostro simbolo ideale?
«La rosa del socialismo europeo. Senza richiami ai partiti che furono perché se i ds vogliono mantenere un segno della Quercia, noi allora vogliamo il Garofano».
Rosa e Margherita nell'Ulivo. Lei, dopo il voto sulla guerra, aveva proposto un Ulivo a due velocità: da una parte Sdi, Ds e Margherita, dall'altra Verdi e Pdci.
«Ho preso atto che sulla guerra l'Ulivo si è diviso. E da quella vicenda, per me fondamentale, ho preso atto che l'Ulivo degli ultimi anni non c'è più. C'è un suo nucleo riformista composto da Ds, Sdi e Margherita e poi un centrosinistra più largo che si trova unito soprattutto dalla necessità di sconfiggere la destra. In questa fase è giusto far nascere una Rosa accanto alla Margherita. E attenzione: una Rosa non conflittuale con la Margherita. Ma in un secondo tempo penso che si porrà il problema di un unico partito dell'Ulivo».
Prima delle politiche del 2006? E Amato e Rutelli saranno di nuovo in concorrenza come candidati premier?
«Questo mi sembra un problema prematuro. Ma prima della scadenza del 2006 sì, io vedo la possibilità di un'altra fusione. Tra Rosa e Margherita. Mi spiego: se Putin può stare nella Nato e io posso stare con Veltroni, perché non potrei stare anche con Parisi? Quali sono le grandi differenze? Io comincio a vederne sempre meno. E' un problema che dovremo affrontare. D'altra parte la strada, ne sono convinto, è quella tracciata da Romano Prodi nel suo discorso di Formia: la casa comune di tutti i riformisti. Le contaminazioni tra il riformismo socialista e cattolico e liberal democratico sono già avvenute anche a livello europeo. Fassino stesso ha ricordato Antonio Gutierrez e Delors come cattolici e socialisti».
Quindi Prodi dovrebbe fare una scelta analoga?
«Non c'è dubbio che è stato lui a indicarci la bussola. E' bene che non venga coinvolto nella vicende italiane fino a quando non finirà il suo mandato in Europa. Ma poi lui resta una risorsa fondamentale. Perché ha creato l'Ulivo e lo ha fatto vincere».
di Itti Drioli
Il Resto del Carlino
21 novembre 2001
«Ambigua la svolta Ds»
ROMA — Grande vecchio della sinistra italiana, senz'altro, ma soprattutto esponente di spicco di quell'ala migliorista che nel Pci si riconosceva in Giorgio Napolitano e che, nel giorno della sua 'svolta socialdemocratica', ha ricevuto i dovuti onori dal neosegretario ds Piero Fassino. Il guaio, però, è che Emanuele Macaluso non è affatto persuaso delle reale efficacia di quella svolta. «Vorrei crederci — dice — ma ho molte perplessità».
Cominciamo dalla prima.
«Beh, per imporre al partito una svolta nella direzione del socialismo europeo, Fassino avrebbe dovuto essere più chiaro nei rapporti con la sinistra interna e soprattutto col sindacato».
E invece?
«Invece, mi è parso piuttosto cauto e timoroso di andare allo scontro con Cofferati. Troppo ambiguo, insomma».
Beh, Fassino ha battuto molto sul tasto della «modernizzazione»...
«Ha elencato i temi, ha enunciato le sfide, ma non le soluzioni».
Si riferisce al tema del lavoro?
«Certo, ma anche ai rapporti con la maggioranza».
Ossia?
«Ossia, è vero che il conflitto di interessi di Berlusconi è un problema, ma che senso ha parlarne in sede congressuale?».
Di cosa avrebbe dovuto parlare?
«Del perché la maggioranza del Paese ha votato il centrodestra piuttosto che il centrosinistra... A mancare è stata un'analisi del blocco sociale che sostiene Berlusconi confrontato a quello dell'Ulivo. Non ci si può limitare a dire che molti operai hanno votato Casa delle libertà, occorre anche chiarire il perché e giungere a conclusioni operative...».
Per farlo avrebbe dovuto rompere con la sinistra interna.
«Perché 'rompere'? In Germania, Lafontaine si è allontanato da Schroeder, ma non per questo ha dato vita a una scissione. Mi sembra incredibile che ciascun leader o leaderino pretenda di rappresentare l'intera sinistra italiana. Che scelgano a chi fare riferimento. La sinistra deve avere un unico corpo in cui convivano le differenze...».
Purché siano chiare.
«Esatto, e ad oggi lo sono poco. E' per questo che temo che si ritorni a una gestione consociativa del partito».
Altre perplessità?
«Il mancato rinnovamento della classe dirigente».
Troppi ex Pci?
«Eh, sì, non c'è stata alcuna discontinuità con il passato. Il gruppo dirigente ds ormai da anni è composto dalle stesse persone, che al massimo si scambiano i ruoli come giocassero ai quattro cantoni».
Invoca energie nuove?
«Certo, anche per spezzare questo legame soffocante con il passato e rinnovare un po' la mentalità e le capacità d'analisi. Giuliano Amato l'ha detto chiaramente...».
Per la verità, il discorso di Amato è apparso un po' furbetto...
«Ha fatto un discorso tattico, è vero, ma il suo obiettivo era quello di sedurre la platea, superare il passato craxiano e farsi accettare dai dirigenti e dai delegati ds».
C'è riuscito bene.
«Sì, e poiché l'uomo è un vero riformatore, verrà il momento in cui entrerà nel merito delle questioni».
Macaluso, sembra di capire che per lei questo congresso non ha avuto alcun elemento di novità...
«Solo uno, ma importante: ha cristallizzato una chiara divisione nel partito tra favorevoli e contrari alla guerra. E i primi si sono inseriti a pieno titolo nel solco delle socialdemocrazie europee».
Dicono che Fassino si muoverà nell'ombra di D'Alema.
«Non credo, anche perché il ruolo cambia spesso gli uomini e i loro rapporti. Piero ha una forte personalità, spero solo che abbia il coraggio di esprimerla».
di Andrea Cangini
Il Resto del Carlino
20 novembre 2001
DS, TROPPI VUOTI RIEMPITI DI PAROLE
di NAPOLEONE COLAJANNI
QUANDO fu indetto, il congresso dei Ds aveva due obiettivi: definire l’identità fino ad oggi imprecisa di questo partito, e, in conseguenza definire la sua posizione nell’Ulivo, di cui non era chiara la natura, se fosse cioè l’embrione di un partito unico della sinistra o una coalizione, in vario modo strutturata, di partiti diversi. Nel corso del dibattito congressuale si è abbattuta sui Ds la tegola della guerra al terrorismo, col rischio che la posizione verso questa diventasse il discrimine al suo interno. Il pericolo è stato evitato, le diverse posizioni hanno trovato un compromesso unitario senza eccessivi trasformismi e questo è da considerarsi un dato positivo. Dividersi, anche senza scissioni, tra favorevoli e contrari ai bombardamenti, tra globalizzatori e no global, sarebbe stata proprio la rovina.
Sul punto essenziale però, l’identità socialdemocratica di questo partito, le parole si sono sprecate, ma i contenuti sono stati evanescenti. Gli approfondimenti autentici della realtà dei cambiamenti sociali sono stati casuali e di peso assai scarso, tranne, forse, qualche spunto di Sergio Cofferati, e senza analisi non si può dare ragione delle proprie posizioni. Questo vuoto non può esser colmato dal continuo riferimento alla sinistra europea, in cui si danno per avvenute mutazioni culturali e politiche che sono ancora ben lontane dall’essere compiute. Il socialismo europeo una via per la costruzione dell’Europa non l’ha ancora trovata; non ha ancora una politica economica capace di fare i conti con le contraddizioni del capitalismo contemporaneo senza che si riduca a liberismo compassionevole; sulla globalizzazione la confusione di idee regna sovrana e non si va al di là di espressioni e slogan che servono solo a tentare di mettere a posto la propria coscienza, mentre i governi socialisti nella maggior parte dei paesi europei sono in grado, e quindi avrebbero il dovere, di prendere iniziative significative.
Al compito di indicare i contenuti del riformismo il congresso è venuto meno. Nella relazione di Piero Fassino il riformismo è diventato uno stato d’animo, né si può onestamente dire che Giuliano Amato sia andato molto al di là, se non su un punto, cioè che il carattere essenziale del rinnovato partito è la raccolta di tutte le forze che si sono mano a mano staccate dal tronco del partito socialista fondato nel 1892 a Genova, compresa Rifondazione, ed in questo Amato è stato assai più laico di tanti liberal. Si consoliderebbe in questo modo un dato che dal dibattito congressuale pare acquisito e cioè l’apertura ad una permanente dialettica interna, prenda questa o no il carattere di organizzazione per correnti, come credo sarebbe pur opportuno affermare esplicitamente. E tali espressioni sia pure indirette, come indiretti sono stati tutti i riferimenti anche di altri, ha permesso di vedere una soluzione per il secondo obiettivo del congresso, la posizione nell’Ulivo. L’idea prevalente, espressa cautamente da Amato e da altri, è nei fatti che l’Ulivo sia una coalizione di partiti, come quella tra il Partito Socialista francese e i comunisti, o tra la Spd e i Grünen. A meno di ricadute nello stato confusionale, questo sarebbe un altro dato positivo.
Sui contenuti concreti, sulle proposte di governo, siamo a zero o quasi, e di ciò bisogna pur dare una spiegazione, perché non può trattarsi di semplice trascuratezza. Mi sembra che qui si riproponga un limite del vecchio Pci, il “far politica" come compito essenziale relegando i contenuti alle pedanterie degli specialisti o alle improvvisazioni degli ignoranti, e puntando tutto sul sofisma per associazione di idee, per cui le parole non vengono utilizzate per quel che significano, ma per i sentimenti che suscitano. In sostanza non siamo alla fine delle incertezze sull’identità dei Ds e nemmeno al principio della fine, bisogna contentarsi della proclamazione dell’impegno a cambiare le cose.
Fassino ha detto che l’obiettivo è la vittoria elettorale nel 2006, ma non è detto che il tempo basti. Un aiuto autentico può venire ai Ds da una cultura italiana che sappia mettere avanti non solo le proprie analisi, ma anche le proprie proposte, pronta a ribattere senza complessi ogni manifestazione di sufficienza, di presunzione, di arroganza, tutte cose che i Ds hanno praticato finora, palesemente con scarso successo. Fassino promette qualcosa di diverso. Staremo a vedere, ma non con le mani in mano, perché avere una sinistra degna di questo nome è una cosa troppo importante per l’Italia.
Il Messaggero
20 novembre 2001