GIÀ NELL´ITALIA DI MAZZINI E CARLO CATTANEO
L´immagine al potere
DICIAMO spesso che la politica di oggi è ormai ridotta alla comunicazione, e che la comunicazione è ormai ridotta all'immagine. Si tratta di concetti, oltreché ovvi, sbagliati, o piuttosto fuorvianti: perché non da oggi la politica si fonda sulla comunicazione, né da oggi è costruita sulle immagini. Senza scomodare l'epigrafia greca o la statuaria romana, basti evocare - alla metà del secondo millennio cristiano - l'impatto combinato dell'invenzione della stampa a caratteri mobili e dei progressi nella tecnica della xilografia, senza i quali la protesta di Martin Lutero non sarebbe divenuta la Riforma protestante. O basti evocare, oltre duecento anni fa, il ruolo svolto dai giornali e dalle caricature nella deriva radicale della Rivoluzione francese. Da Gutenberg a Internet, i media hanno una storia culturale e tecnologica che profondamente si intreccia con la storia politica. Ragionando a ritroso, varrebbe la pena di fare la storia della Repubblica italiana attraverso la rappresentazione dell'uomo (quasi mai della donna...) di potere e al potere. Per questo, si dovrebbe forse partire da certe fotografie, documenti-monumenti dell'immagine che il leader politico vuole comunicare di se stesso, o dell'immagine che l'opinione pubblica si è fatta di lui, o di entrambe. Una galleria di tal genere non potrebbe che comprendere, fin dalla prima sala, Silvio Berlusconi impegnato a fare il gesto delle corna dietro la testa del collega spagnolo in un summit internazionale; e accanto a questo dovrebbe figurare un altro gesto delle corna, diverso per intenzioni e per implicazioni: quello di Giovanni Leone nella Napoli infestata dal colera. Il ritratto fotografico «rubato» a Togliatti in un letto d'ospedale, dopo l'attentato del 1948, andrebbe riproposto accanto a qualche immagine di De Gasperi: l'altro asceta di una giovane Repubblica che - dopo piazza Venezia e piazzale Loreto - non voleva più saperne di corpi carismatici. In una sala o nell'altra della galleria, dovrebbe stare lo schivo Berlinguer preso in braccio da Roberto Benigni sul palco di un festival dell'Unità. E dovrebbe esserci un cadavere: Aldo Moro nel bagagliaio della Renault rossa, perché soltanto quando i brigatisti lo ammazzarono gli italiani gli riconobbero un corpo, e compresero che anche quello democristiano, per quanto etereo, era un potere incarnato. Se risaliamo fino al XIX secolo e guardiamo al nostro Risorgimento, già riscontriamo il tema della rappresentazione (e dell'auto-rappresentazione) del potere attraverso i mass media. La fotografia era allora una tecnica di invenzione recente, ma personaggi come Garibaldi e Mazzini seppero farne un uso intensivo e sistematico, diffondendo i propri ritratti come strumenti di propaganda e impiegandoli come mezzi di finanziamento: intuendo, cioè, che anche le religioni laiche hanno bisogno di santi. Dopo l'Unità, l'interprete più geniale della lotta politica come semiotica agiografica fu comunque il medico-patriota Agostino Bertani. Nel 1872, mezzo secolo prima che i bolscevichi di Mosca pensassero di imbalsamare il cadavere di Lenin e di esibirlo sulla piazza Rossa, Bertani ebbe la stessa idea per il cadavere di Mazzini: lo fece «pietrificare», e cercò di esporlo come un corpo-monumento nel cimitero genovese di Staglieno. Tre anni prima, a Lugano, era toccato a Bertani di chiudere gli occhi di un altro protagonista delle battaglie risorgimentali, Carlo Cattaneo; e anche in questo caso, il medico-patriota tentò di promuovere intorno all'immagine del santo laico qualcosa come un culto postumo. È quanto racconta, in un prezioso volumetto fresco di stampa, l'archivista Carlo Agliati, con Il ritratto carpito di Carlo Cattaneo (Edizioni Casagrande, e 13,70). Dove si legge della maschera di gesso formata sul viso dell'esule lombardo subito dopo la sua morte, secondo il gusto tutto ottocentesco dell'«ultimo ritratto», e della decisione di Bertani di ripartire dalla maschera funeraria per erigere, grazie al talento dello scultore ticinese Vincenzo Vela, un monumento che fosse degno della grandezza di Cattaneo: salvo contentarsi del busto (opera d'altri) che ancora si vede al famedio del cimitero monumentale di Milano. L'ostinazione degli amici nel promuovere il culto postumo di Cattaneo era tanto più grave in quanto, da vivo, questi era rifuggito dal compiacimento di se stesso; addirittura, dicendosi «iconoclasta fanatico», aveva sempre rifiutato di farsi fotografare. Altrettanto consapevolmente, uomini come Bertani si impegnarono in uno sforzo uguale e contrario. Pietrificando il corpo di Mazzini con sali minerali, «rubando» un ritratto al cadavere di Cattaneo, vollero ridurre l'idea repubblicana a un'icona, la politica a una strategia mediatica. L'avventura postuma ricostruita da Agliati contribuisce a dimostrare come l'Italia del Risorgimento non sia quella - o polverosa, o leziosa - che abbiamo imparato a detestare sui banchi di scuola. Perché appunto da allora gli italiani hanno dovuto fare i conti con uno dei maggiori problemi della modernità: il fatto che la democrazia funziona sulla base di numeri (il computo delle schede elettorali), mentre gli elettori sono mossi da passioni, votano con il cuore e con gli occhi oltre che con il cervello. Aveva un bel dire Cattaneo: «Io, filosofo autentico e patentato, aborrendo la fotografia per principio, non posso poi contraddirmi come un ministro, ammettendola per me». Il futuro apparteneva non ai filosofi, ma a ministri fin troppo fotografati.
Sergio Luzzatto
La Stampa
10/12/2002
Le statue distrutte
Siamo tutti (e da sempre) talebani
di FRANCESCO MERLO
Si sa solo che i talebani hanno cominciato la distruzione accanendosi sul viso, che pure nel passato era già stato aggredito e quasi spianato da altri islamici, da altri iconoclasti. Anch’essi, dunque, hanno infierito sulla faccia, contro «l’espressione» delle più grandi statue del mondo, quei Buddha di 55 e 33 metri d’altezza che furono scavati nella roccia di Bamiyan 1.500 anni fa. Dopo avere cancellato con lo scalpello il volto delle statue, lo sguardo del passato, gli estremisti islamici sono passati al resto e, giovedì primo marzo, come racconta l’ Associated Press , hanno fatto fuoco con i fucili, con le mitragliatrici, con i carri armati, con le bombe e con tante altre armi «occidentali» per «finire» le vecchie statue nella maniera più spettacolare: pietra su pietra. Anche nell’«esecuzione» delle statue più piccole, quelle d’avorio per esempio, la polizia religiosa talebana ha cominciato con il cancellare il viso, l’espressione del volto, il rimprovero del tempo. Per capire la sapienza del metodo, immaginate la distruzione della Gioconda a partire da quelle labbra sulle quali ci sorride il Rinascimento, immaginate di strappare alla Gioconda la strana mescolanza di evidenza e di mistero, di misticismo e di naturalismo, il sorriso che racchiude un’intera epoca e la sua concezione del mondo. Ebbene, questo modo di distruggere non è «vandalismo», non è «oscurantismo»: è molto di più, e di peggio.
E’ scienza della distruzione quella che i talebani stanno attuando in Afghanistan, una scienza antica che giustamente sta indignando il mondo occidentale, sebbene sia la prova che vogliono diventare come il mondo occidentale questi talebani che aggrediscono il passato usando benissimo Internet e i telefoni cellulari e la tecnologia più futurista.
E’ infatti da noi e non dal Corano che hanno imparato a violare il passato, a sbriciolarlo e a sfarinarlo per impossessarsi del futuro.
Nei talebani non c’è soltanto l’iconoclastia che vieta e distrugge tutte le presuntuose rappresentazioni antropomorfiche di Dio, l’idea, non peregrina, che un principio assoluto non possa avere un volto. C’è tutta la cultura occidentale, c’è Duchamp che oltraggia la Gioconda mettendole un paio di baffi e c’è l’estremizzazione della furia sovversiva del mercato pubblicitario che ha rifatto la pettinatura alla stessa Gioconda: liscia gassata o...
Nell’orrore talebano ci sono tutte le persecuzioni religiose d’Occidente: quelle dei romani contro i cristiani; la sistematica distruzione per conto di Cristo di immagini, monumenti e statue nel secolo iconolastico, dal 711 all’843; le persecuzioni dei cristiani contro gli ebrei; le Crociate contro l’Islam e contro i cristiani ortodossi; le guerre dei cristiani ufficiali contro i cristiani ereticali; l’etnocidio cristiano degli aztechi e degli Incas; le guerre di religione tra cattolici e protestanti; l’evangelizzazione protestante del Nord America, con l’eliminazione delle religioni e dei templi di Manitù; l’inquisizione e i roghi delle streghe. Maestri dei talebani sono anche i rivoluzionari francesi che, nella loro frenesia da apostati, decapitarono le statue dei santi e distrussero, cantando, chiese e monumenti: «Notre Saint-Père est un dindon. /Le calotin est un fripon. / Notre archeve^que est un scélérat. / Alleluja». E i comunardi bruciarono le Tuilieres e l’Ho^tel de Ville. I bolscevichi distrussero le chiese e vendettero agli antiquari le icone greco-ortodosse. Stalin volle una piscina al posto della cattedrale di Mosca. I nazisti bruciarono i libri «degenerati». E le guardie rosse di Mao impiccarono i professori d’università e demolirono non solo i templi, ma anche le case antiche, con l’incoraggiamento estasiato dei giovani del mondo occidentale, i famosi sessantottini che gridavano, come oggi i talebani, «siamo realisti, chiediamo l’impossibile».
Oggi sono i talebani che hanno la presunzione di rappresentare Dio in terra e in suo nome uccidono, distruggono l’arte, mortificano l’essere umano nelle donne. Ma ben prima di loro l’intrusione di Dio nella storia si chiamava Apocalisse, rivelazione. I talebani sono gli eredi più feroci dell’antica presunzione di abitare il mondo nel nome di Dio, i moderni interpreti di quella devastazione della storia umana inevitabile ogni volta che si cerca di far stare l’Infinito nel finito.
Chi lo ha fatto non ha mai avuto scampo e purtroppo non ne avrà: o ha perseguitato o è stato perseguitato. Questo di oggi è il tempo delle intolleranze islamiche, di quella parte più estremista degli islamici che abbiamo istruito e preparato, dei talebani, nostri figli e nostri fratelli. (E putroppo ai cristiani tocca di nuovo il ruolo dei perseguitati, malgrado certe illusioni mediatiche romane, legate ai presunti Papa-boys e all’attivismo politico dei cardinali italiani, da Biffi a Sodano. Un interessantissimo studio fatto dai protestanti e dai cattolici francesi e pubblicato da «Le Monde» il 14 febbraio scorso, rivela infatti che le persecuzioni dei cristiani, ormai ridotti nel mondo a minoranza religiosa, sono in drammatica, inquietante espansione, tanto nella quantità quanto nella qualità della ferocia, soprattutto in Cina, Pakistan, India, Vietnam, Sudan, Nigeria e in quell’Iran dove la conversione di un musulmano al cristianesimo viene punita con la morte).
Francesco Merlo
Corriere della Sera
4 marzo 2001
Il Daily Telegraph svela il ritocco al simbolo della resistenza al «blitz» di Hitler
Foto storica? No, falso storico
La scena non era abbastanza drammatica, fiamme e fumo vennero dipinti a mano
Una delle più celebri viste panoramiche di Londra è devastata dalle fiamme: le case bruciano, una terribile nube di fumo nero rende il cielo quasi invisibile. Ma dall’inferno emerge, intatta, la cupola della cattedrale di St. Paul. Come il marine ritratto da Robert Capa mentre sbarca a Omaha Beach, o l’ingresso delle truppe alleate a Parigi immortalato da Cartier-Bresson, la cupola di St. Paul tra le fiamme rappresenta una delle immagini-chiave della seconda guerra mondiale: il simbolo dello «splendido isolamento» di Londra nella resistenza al nazismo.
Peccato però che quella foto, pubblicata esattamente 60 anni fa dal Daily Mail , sia un clamoroso falso. E’ toccato a un altro quotidiano londinese, il Daily Telegraph , smascherare con un certo dispiacere il trucco (o meglio, il ritocco) compiuto dai tipografi del Mail sessant’anni fa.
Osservando la foto originale infatti, con i moderni metodi di analisi è stato possibile scoprire come il fumo nero e le fiamme che avvolgono le case nella parte inferiore della foto siano state dipinte sull’originale, che presentava una vista assai meno drammatica.
Non che la città fosse immune dai danni delle bombe, anzi: le conseguenze del blitz hitleriano sono ampiamente documentate. Il fatto è che mancava un panorama di grande impatto: e con un poco di vernice nera e grigia, il gioco giornalistico è riuscito. Così il Daily Mail poté definire, nella didascalia, quella cupola miracolosamente intatta come «il simbolo del Bene che resiste al Male». E indubbiamente, concordano gli storici, l’immagine contribuì a dare grande conforto morale alla nazione (gli Usa non erano ancora entrati in guerra).
La storia della foto di Herbert Mason (che comunque per quello scatto rischiò la vita: restò per tutta la notte su un tetto di Fleet Street a riprendere l’attacco tedesco) presenta poi un altro aspetto curioso: sui giornali tedeschi, la stessa immagine divenne anche strumento di propaganda hitleriana. Fu infatti riprodotta spesso dalla stampa nazista per mostrare alla nazione come Londra era stata danneggiata e fosse prossima alla resa.
La piccola grande «bugia di guerra» del quotidiano ha provocato un dibattito tra i media britannici: scelta giustificabile (gli incendi c’erano davvero, più che un falso vero e proprio è una «drammatizzazione» ricostruita) o grave violazione della fiducia dei lettori?
Quel che è certo è che dopo le accuse contro Robert Capa (c’è chi sostiene che la famosissima immagine del miliziano ucciso durante la guerra di Spagna sia un falso), i dubbi sul celebre bacio dei due ragazzi parigini (foto costruita con due modelli e non «momento decisivo» salvato per sempre dal genio di Doisneau), un altro caposaldo della storia del fotogiornalismo è crollato. E il simbolo dell’«ora più bella» della Gran Bretagna assediata dalle bombe naziste, da oggi emoziona un po’ di meno.
Matteo Persivale
Corriere della Sera
Domenica 31 Dicembre 2000
"E'
un caso concreto di socialismo
reale"
(l'incubo: baciare Breznev)
La tesi dell'economista Mario
Deaglio
MILANO (c.b.) - "Il
villaggio turistico? Un caso
evidente di socialismo
realizzato".
L'affermazione è
dell'economista Mario Deaglio,
che dopo alcune vacanze
trascorse al Club Med ha
sviluppato una sua particolare
analisi di questa forma di
turismo.
Quali sono gli elementi di
socialismo reale?
"Nel villaggio turistico
tutto è compreso,
indipendentemente da quello
che uno usa. In albergo se uno
beve un bicchiere in più o
chiede un servizio particolare
glielo fanno pagare a parte.
Il denaro non esiste, non
viene usato, se non per
transazioni marginali, e mai
sotto forma di vero denaro, ma
di collanine colorate o
tagliandi. I clienti possono
fare tutti gli sport che
vogliono, con l'unica
limitazione che ci sia posto,
e si mettano in coda".
A ognuno secondo i suoi
bisogni.
"Proprio così. Una volta
che uno è entrato in questo
mondo artificiale è uguale a
tutti gli altri. Non esistono
più distinzioni di classe. Fa
riflettere che questa
realizzazione artificiale del
socialismo avvenga nel bel
mezzo della società dei
consumi. Il villaggio rivela
l'origine di sinistra dei suoi
fondatori, almeno da un punto
di vista culturale".
Un socialismo reale di un
mondo molto lontano dalla
realtà.
"Certo. Il villaggio non
ha contatti con la comunità
circostante. Ma questa
atmosfera artificiale è forse
proprio quella che si cerca:
non avere riferimenti con la
vita di tutti i giorni".
L'entusiasmo artificiale non
è fastidioso?
"No. E la privacy è
abbastanza rispettata.
L'animazione non è più
aggressiva come alle origini.
E molti villaggi sono dotati
di biblioteche per chi
preferisce leggere anziché
giocare".
La Repubblica
3 ottobre 2000