PARLAMENTARIZZAZIONE E DEMOCRATIZZAZIONE 

di Max Weber

Il testo Parlamento e governo apparve in Germania nel maggio 1918 e, aspetto da sottolineare, fu pubblicato nel nostro paese già l'anno seguente, dalla casa editrice Laterza, su iniziativa di Benedetto Croce.  

Siamo in presenza di un’opera più complessa di quanto potrebbe apparire a prima vista, sia per la pluralità dei temi trattati, sia per lo stile dell’autore, infarcito di continui esempi e richiami alle realtà sociali e politiche europee e nordamericana. In realtà, proprio il versante comparativistico ha contribuito al successo e alla longevità dello studio di Weber (unitamente ad alcune fondamentali intuizioni), che tuttavia mai si presenta agli occhi del lettore con supponenza accademica, dal momento che fu preciso intento del sociologo inseguire l’obiettivo della divulgazione, pur senza mortificare il rigore scientifico.

Parlamento e governo si compone di sei capitoli, alcuni dei quali ripropongono in parte il contenuto di articoli pubblicati nell'arco del 1917. E, come il lettore potrà constatare di persona, l'eco della "grande guerra" è molto forte, cos' come aleggia lo spettro dell'incertezza per la sorte e per l'evoluzione di quelle istituzioni - il Parlamento in primis - che, al di là dell'irripetibile esempio britannico, erano l'oggetto del contendere politico, spesso trasversalmente agli schieramenti partitici. L'ascesa dei partiti di classe, tra l'altro, che in Germania aveva rappresentato un capitolo di ricchezza ben lungi dall'esaurirsi, imponeva nuove riflessioni sulla natura di una democrazia parlamentare, quale anche nella patria di Weber prendeva piede come risultato del crollo dell'impero guglielmino in seguito alla disfatta bellica.

Ed uno degli elementi trainanti dello sforzo concettuale di Weber fu, non a caso, l’ispezione del nesso tra quella che potremmo definire la circolazione delle élites all’interno di uno stato liberale ottocentesco e l’inedita forza e legittimazione dei capi di partiti non più formatisi nell’emiciclo parlamentare, ma rivendicanti il proprio essere su precisi contenuti programmatici e, non di rado, marcatamente ideologici.

Detto altrimenti, l’asse portante di questo libro è il problema della direzione politica, in merito al quale, la tendenza a scrutarne i contenuti con pre-giudizi o, al “meglio”, con toni fuorvianti, fu non piccola causa del lento agonizzare della Repubblica di Weimar, che vide la luce con l’omonima e celebre Costituzione appena qualche mese più tardi della stampa del lavoro weberiano.

Qui presentiamo ampi stralci del quinto capitolo, nella speranza di poter fare cosa gradita a molti lettori, ma al contempo con la consapevolezza che le pagine che seguono non prosciugano minimamente la molteplicità dei lasciti teorici di Weber, non foss’altro perché, proprio per la peculiarità della penna dello studioso, nonché per la densità della sua produzione scientifica, tanto più sorprendente perché concentrata in pochi anni, impossibile sarebbe isolare una singola pagina in cui rintracciare le fondamenta della sua complessa elaborazione.

Sarebbe comunque stato poco accorto, dato il tema che si cerca di aggredire in questo numero della rivista, non dare voce a chi, più di ogni altro, nel ventesimo secolo ha tentato un approccio rigoroso ed innovativo alla questione. 

                   

  Parlamentarizzazione e democratizzazione non stanno affatto necessariamente in correlazione, bensì spesso in antitesi tra di loro. Recentemente si è non di rado perfino ritenuto che stiano in un’antitesi necessaria, in quanto un parlamentarismo reale sarebbe possibile solamente in un sistema bipartitico e questo soltanto con un dominio aristocratico di notabili all’interno dei partiti. Effettivamente, l’antico parlamentarismo inglese, conformemente alla sua origine cetuale, non era – anche dopo il Reformbill e fino alla guerra – realmente “democratico” nel senso continentale, già nel diritto elettorale. Il censo residenziale e gli effettivi diritti di voto plurimo avevano pur sempre una portata tale che, se fossero adottati nella nostra situazione, nel Reichstag siederebbero certamente la metà degli attuali socialdemocratici e anche molti deputati del Centro in meno rispetto ad oggi. (Per quanto da noi, in cambio, manca il ruolo degli irlandesi nel parlamento). E, fino al sistema del caucus di Chamberlain, entrambi i partiti erano completamente dominati da clubs di notabili. Nel caso che ora venga realmente attuata la richiesta del suffragio universale, avanzata per la prima volta dai Levellers nell’accampamento militare di Cromwell, e perfino del suffragio femminile (in un primo tempo limitato), il carattere del parlamento inglese dovrà sicuramente mutare fortemente. Il sistema bipartitico, in cui già gli irlandesi avevano aperto delle fessure, si disgregherà ulteriormente con la crescita dei socialisti e la burocratizzazione dei partiti andrà ancora più avanti.

Il noto sistema bipartitico spagnolo, fondato sulla precisa convenzione dei notabili dei partiti, che le elezioni si svolgano nel senso di un avvicendamento periodico al potere dei candidati alle cariche da entrambe le parti, proprio ora sembra soccombere al primo assalto di elezioni serie. Ma elimineranno questi mutamenti il parlamentarismo ? La stabilità e la posizione formale di potenza dei parlamenti non è in sé minacciata da una democrazia elettorale. Lo dimostrano la Francia e gli altri stati con diritto elettorale paritario, dove i ministeri provengono tutti dai parlamenti e si appoggiano sulla loro maggioranza. Ma certamente lo spirito del parlamento francese è molto diverso da quello del parlamento inglese. Solo che proprio la Francia non è un paese in cui si potrebbero studiare le conseguenze tipiche della democrazia per il parlamentarismo. Il forte carattere piccolo-borghese e soprattutto da piccoli redditieri della sua popolazione stabile crea le condizioni per una specifica forma di dominio dei notabili nei partiti e per una peculiare influenza della haute finance, quali non sussistono nelle condizioni di uno stato industriale avanzato. La struttura dei partiti francesi è inconcepibile in un simile stato, come lo è certamente anche il sistema bipartitico storico dell’Inghilterra.

[…]

Già con il grado di sviluppo attualmente raggiunto, è comunque definitivamente scomparsa la vecchia situazione in cui le elezioni avvenivano sulla basa di idee e parole d’ordine che erano prima formulate da ideologi e diffuse e discusse sulla stampa e in libere assemblee e in cui i comitati costituiti ad hoc, in seguito gli eletti si riunivano in partiti e questi gruppi parlamentari variabili nella loro composizione restavano allora a capo delle persone accomunate dalle stesse idee sparse nel paese e in particolare formulavano le parole d’ordine per le prossime elezioni. Dovunque, solo in tempi più o meno rapidi, entra in primo piano il funzionario di partito come elemento propulsivo della tattica di partito e acanto a lui entra in primo piano il finanziamento. Accanto ai contributi regolari che nelle organizzazioni di massa di classe come il partito socialdemocratico rappresentano naturalmente la parte relativamente più importante, i problemi finanziari richiamano sempre di nuovo in campo il mecenatismo di partito, che prima dominava incontrastato e che anche nel partito socialdemocratico non è mai mancato del tutto. Nel partito del Centro un singolo mecenate come il signor A. Thyssen rivendica – e con successo – il ruolo sociale almeno di un arcivescovo. Nella sinistra borghese il mecenatismo come fonte di finanziamento è di media importanza, mentre a destra ha un’importanza essenzialmente più forte. Ma è nei partiti borghesi di centro del genere dei nazional-liberali e dei vecchi liberali conservatori che, per la natura della causa, esso ha l’importanza maggiore. La modesta forza attuale di questi partiti di centro costituisce perciò un primo criterio approssimativo dell’importanza del denaro in sé – va le a dire del denaro dato individualmente da interessati – in elezioni basate sul diritto elettorale paritario. E anche in questi partiti è assolutamente fuori discussione che il denaro, che per essi ovviamente è particolarmente indispensabile, riesca da solo a produrre le cifre elettorali. Questi partiti vivono piuttosto di un caratteristico connubio delle potenza finanziarie con quella larga parte dell’ambiente letterario, soprattutto insegnanti accademici ed extraccademici, che rimane sentimentalmente attaccata alle reminiscenze dell’era bismarckiana. Ad essi, in quanto abbonati, è interessata una parte della stampa borghese sproporzionatamente grande rispetto al numero degli elettori, il cui atteggiamento è imitato in forma annacquata anche dalla stampa di inserzione completamente priva di idee, perché è un atteggiamento che fa comodo ai circoli ufficiali e affaristici.

Per quanto quindi sia diversa la struttura sociale interna dei partiti tedeschi, tuttavia qui, come dappertutto, la burocratizzazione e l’economia finanziaria razionale rappresentano fenomeni concomitanti della democratizzazione. Ciò comporta però un lavoro per la propaganda elettorale molto più continuativo e intenso di quello che i vecchi partiti di notabili abbiano mai conosciuto. Il numero dei discorsi elettorali che oggi un candidato deve tenere, possibilmente in ogni piccola località della sua circoscrizione, è in costante aumento, come pure il numero delle visite e dei rendiconti che deve fare e le corrispondenze di partito, i clichés per la stampa di partito e le pubblicità di ogni genere che occorrono. E, nello stesso modo, aumenta la durezza e la spregiudicatezza dei mezzi di lotta. [...]

La questione politica, piuttosto, è unicamente questa: che tipo di conseguenze ha questa progressiva democratizzazione dei mezzi e delle organizzazioni della lotta politica per la forma dell’impresa politica, sia extraparlamentare che parlamentare ? Infatti gli sviluppi di cui abbiamo parlato da ultimo vanno di pari passo con l’organizzazione del lavoro parlamentare […]

Entrambe le cose richiamano però una figura caratteristica: il politico di professione, cioè un uomo che, almeno idealmente, ma nella maggior parte dei casi materialmente, fa dell’impresa politica all’interno di un partito il contenuto della sua esistenza. Si può amare oppure odiare questa figura, ma essa nella sua forma odierna è l’inevitabile prodotto della razionalizzazione e della specializzazione del lavoro politico di partito sul terreno delle elezioni di massa. Anche qui, di nuovo, è del tutto indifferente quale grado di influenza e di responsabilità politica sia messo nelle mani dei partiti attraverso la parlamentarizzazione.

Esistono due specie di politici di professione: quelli che vivono materialmente “del” partito e dell’attività politica – nella situazione americana i grandi e piccoli “imprenditori” politici, i bosses, e nella nostra situazione i “lavoratori” politici, i funzionari di partito stipendiati – oppure quelli che, avendo una situazione patrimoniale che gliene dà la possibilità, sono indotti dalla loro convinzione a vivere ”per” la politica, facendone il sostentamento ideale della loro vita, come fece ad esempio Paul Singer nella socialdemocrazia, che fu nello stesso tempo un mecenate di partito in grande stile. Beninteso, qui non si vuole contestare ai funzionari di partito l’”idealismo”. Almeno nella sinistra, al contrario, proprio i funzionari di partito hanno fornito intere schiere di irreprensibili uomini politici di carattere come se ne possono trovare pochi in altri strati. Lungi quindi dall’essere l’idealismo una funzione della situazione patrimoniale, è vero tuttavia che la vita “per” la politica è più agevole per il compagno di partito possidente. Questo elemento economicamente indipendente sia verso l’alto che verso il basso è quanto mai auspicabile all’interno della vita di partito e si spera che anche in futuro non mancherà del tutto specialmente nei partiti radicali. Certo, oggi non si potrà mai far fronte con ciò alla vera e propria impresa di partito: la massa del lavoro al di fuori del parlamento graverà sempre sui funzionari di partito. Ma questi funzionari, già per il fatto di essere assorbiti dal lavoro dell’impresa, non sono affatto sempre i candidati appropriati per il parlamento stesso. Ciò vale piuttosto in misura relativamente grande solo per la socialdemocrazia. Nella maggior parte dei partiti borghesi, invece, il segretario di partito, per i vincoli che gli derivano dalla sua carica, non è affatto sempre il candidato più adatto.

All’interno del parlamento la burocrazia di partito, per quanto sia senz’altro auspicabile ed utile la rappresentanza di questo elemento, non avrebbe un’azione favorevole se predominasse da sola. Ma  un tale predominio non sussiste neppure all’interno del partito più fortemente burocratizzato, cioè la socialdemocrazia. Oltre tutto, la burocrazia di partito susciterebbe ancora relativamente meno di ogni altra il pericolo di un dominio dello “spirito burocratico” a danno di reali nature di capo. Ciò che fa temere molto di più questo pericolo è la necessità di avere considerazione, nella ricerca dei voti, per le moderne organizzazioni di interessati, e quindi l’infiltrazione degli impiegati di queste organizzazioni nelle liste dei candidati dei partiti, la quale crescerebbe in misura assai notevole se venisse attuato un suffragio proporzionale sotto forma di uno scrutinio generale di lista. Un parlamento composto esclusivamente da tali impiegati sarebbe politicamente sterile. Tuttavia, lo spirito degli impiegati di queste organizzazioni – quali sono i partiti stessi e ad esempio i sindacati -  in conseguenza dell’addestramento nella lotta con il pubblico, è essenzialmente diverso dallo spirito degli impiegati statali che lavorano pacificamente nell'archivio. Perciò quel pericolo sarebbe relativamente minimo proprio nei partiti radicali, soprattutto nei socialdemocratici, perché la violenza della lotta si oppone in maniera relativamente forte al fossilizzarsi, anche lì comunque non raro, in uno strato di prebendari di partito. Tuttavia, anche in questi partiti, i veri e propri capi erano soltanto in piccola parte funzionari di partito.

[…]

La questione che poniamo è questa: in quale direzione si sviluppa il gruppo dirigente nei partiti, sotto la pressione della democratizzazione e dell’importanza crescente dei politici di professione, dei funzionari di partito e dei funzionari di soggetti interessati, e quali ripercussioni ha ciò sulla vita parlamentare ?

La concezione dei letterati che da noi è popolare liquida rapidamente la questione degli effetti della "democratizzazione”: trionfa il demagogo, e il demagogo che ha successo è l’uomo che è più spregiudicato nei mezzi per cercare di conquistare le masse. Un’idealizzazione delle realtà della vita sarebbe un’inutile illusione. La tesi dell’importanza crescente del demagogo non di rado è risultata esatta in questo senso cattivo e nel senso giusto è effettivamente esatta. Nel senso cattivo essa vale per la democrazia più o meno nella stessa misura in cui vale per gli effetti della monarchia quella osservazione che fece qualche decennio fa un noto generale ad un monarca che governava da sé: «Vostra Maestà ben presto non vedrà più che canaglie attorno a sé». Una considerazione obiettiva della selezione democratica prenderà sempre a confronto altre organizzazioni umane e il loro sistema di selezione. Basta dare uno sguardo ai dati personali di alcune organizzazioni burocratiche, compreso anche il miglior corpo di ufficiali, per vedere che il riconoscimento interiore da parte dei funzionari inferiori che il superiore, soprattutto il nuovo superiore che fatto una rapida carriera, “meriti” la sua posizione non costituisce affatto la regola, bensì l’eccezione. Il più profondo scetticismo riguardo alla saggezza dell’assegnazione delle cariche, sia per i motivi che hanno guidato tale assegnazione sia per i mezzi attraverso i quali titolari di cariche particolarmente fortunati hanno ottenuto i loro posti, domina (a prescindere dalle chiacchiere meschine) l’opinione della grande maggioranza proprio delle personalità serie che stanno addentro a questo meccanismo. Solo che questa critica, per lo più muta, si svolge lontano dalla luce del sole, per cui il pubblico non ne ha alcun sospetto. Ma innumerevoli esperienze, che ognuno può fare nella realtà che lo circonda, insegnano che la misura della sottomissione di fronte all’apparato, cioè il grado di “comodità” dell’inferiore per il superiore, è la qualità che garantisce la carriera nel modo più sicuro. La selezione, a giudicare dalla media, non è certo una selezione di capi nati. Nella assegnazione delle cariche accademiche lo scetticismo degli iniziati in una gran parte dei casi è lo stesso, sebbene qui potrebbe farsi sentire il controllo dell’opinione pubblica di fronte alle prestazioni offerte, cosa che in genere non avviene affatto nel caso del funzionario. Invece, il politico che giunge al potere pubblico – e tanto più il capo di partito – è esposto all’opinione pubblica attraverso la critica dei nemici e dei concorrenti sulla stampa, e può star certo che nella lotta contro di lui verranno messi in luce senza riguardo i motivi e i mezzi che sono stati alla base della sua carriera. Un’osservazione obiettiva dovrebbe quindi arrivare alla conclusione che la selezione nell’ambito della demagogia di partito, vista nel lungo periodo e nell’insieme, non avviene affatto secondo criteri più inopportuni di quelli che vigono dietro le porte chiuse della burocrazia. […]

È di importanza decisiva il fatto che, in ogni caso, solo persone selezionate nella lotta politica hanno l’esperienza necessaria per essere capi politici, poiché tutta la politica, nella sua essenza, è lotta. Per questo va meglio in media il tanto vituperato “mestiere di demagogo” che la stanza delle pratiche, che certamente per l’amministrazione effettiva offre un addestramento infinitamente superiore. Certo non senza vistose discrepanze. Succede che un mero oratore, privo di ingegno e di temperamento politico, raggiunga un forte potere politico. Ma per August Bebel, ad esempio, questa caratterizzazione già non varrebbe. Egli era un uomo di temperamento, certo non era un intellettuale. L’epoca dei martiri e la coincidenza di essere stato uno dei primi tra di essi, ma, insieme a ciò, il temperamento che caratterizzava la sua personalità gli diedero la fiducia incondizionata delle masse, che compagni di partito intellettualmente di gran lunga più significativi non riuscirono a contendergli. Eugen Richter, Lieber, Erzberger appartengono tutti ad un tipo qualitativamente simile. Essi erano “demagoghi” di successo, al contrario di intelletti e temperamenti di gran lunga più forti che, nonostante il fortissimo successo di massa come oratori, non raggiunsero alcun potere nel partito. Ciò non è un caso, tuttavia non lo è la conseguenza della democratizzazione, ma della forzata limitazione alla “politica negativa”. Democratizzazione e demagogia vanno assieme. Ciò, però, del tutto indipendente dalla forma della costituzione dello stato, in quanto le masse non possono più venire trattate semplicemente come oggetto passivo di amministrazione, ma nella loro presa di posizione fanno sentire in qualche modo attivamente il loro peso. Anche le moderne monarchie hanno percorso a loro modo la via della demagogia. Discorsi, telegrammi, ogni genere di mezzi per influenzare l’opinione pubblica sono messi in moto da esse per il proprio prestigio, e non si può affermare che questa forma di propaganda politica si sia dimostrata meno pericolosa per la politica dello stato della più appassionata demagogia elettorale concepibile, anzi, al contrario. […]

Non si potrà quindi comunque affermare che la “demagogia” sia una caratteristica di una forma di stato democratica in senso politico. Le odiose lotte di satrapi e gli intrighi degli aspiranti ministri nel gennaio 1918 si svolsero nuovamente sulla stampa e nelle assemblee popolari. Questa demagogia non rimase senza influenza. In Germania abbiamo demagogia e influenza della plebe senza democrazia, anzi, a causa della mancanza di una democrazia regolata.

Qui si discuteranno invece unicamente le conseguenze dell’effettiva importanza della demagogia per la struttura delle cariche politiche dirigenti e quindi si solleverà la questione del modo in cui, in seguito a ciò, democrazia e parlamentarismo stanno in rapporto tra di loro.

L’importanza dell’attiva democratizzazione di massa sta nel fatto che il capo politico non viene più proclamato candidato in base al riconoscimento della sua buona prova nella cerchia di uno strato di notabili, per poi diventare capo in virtù del suo emergere in parlamento, bensì conquista la fiducia e la fede delle masse in sé, e quindi il suo potere, con mezzi demagogici di massa. Nella sua essenza, questo significa una svolta cesaristica nella selezione dei capi, e, in effetti, ogni democrazia ha questa inclinazione. Il mezzo specificamente cesaristico è il plebiscito. Esso non è una normale “votazione” e “elezione”, bensì la professione di una “fede” nella vocazione di capo di colui il quale pretende per sé questa acclamazione. Il capo può arrivare in alto seguendo la via militaristica, di dittatore militare – come Napoleone I – facendo sanzionare la sua posizione per mezzo di un plebiscito; oppure per via civile, attraverso una sanzione plebiscitaria di un politico non militare – come Napoleone III – alla quale si sottomette l’esercito. Queste due vie di selezione dei capi stanno entrambe in tensione tanto con il principio parlamentare quanto (naturalmente) con il legittimismo monarchico ereditario. Ogni tipo di elezione popolare diretta del supremo detentore del potere, ma più ancora ogni specie di posizione di potenza che si fondi sul dato di fatto della fiducia delle masse, non dei parlamenti -  anche la posizione di potenza di un eroe popolare di guerra come Hindenburg –, tende verso quelle forme “pure” di acclamazione cesaristica. In particolare, naturalmente, la posizione di potenza del presidente degli Stati Uniti, legittimata da una designazione e da un’elezione (formalmente) “democratica”, la cui superiorità nei confronti del parlamento si fonda appunto su questo. Le speranze che una figura così cesaristica come Bismarck collegava al diritto elettorale paritario e la natura della sua demagogia antiparlamentare erano rivolte nella stessa direzione, solo adattate nella loro formulazione e nella loro retorica alle condizioni legittimistiche della posizione di  ministro. Come il legittimismo ereditario della monarchia reagisca contro questi poteri cesaristici, lo dimostrò il modo in cui Bismarck si dimise dalla sua carica. Ogni democrazia parlamentare cerca anch’essa, da parte sua, di eliminare deliberatamente i metodi plebiscitari di elezione dei capi, pericolosi per la potenza del parlamento, come hanno fatto specialmente la Costituzione francese adesso in vigore e il diritto elettorale francese (con la riabolizione dello scrutinio di lista a causa del pericolo boulangista).

Certamente questo è stato pagato con quella mancanza di autorità dei poteri supremi presso le masse che è tipica della Francia e che contrasta in maniera così caratteristica con la posizione di potenza del presidente americano. Nelle monarchie ereditarie democratizzate, d’altra parte, l’elemento casaristico-plebiscitario è sempre fortemente temperato. Tuttavia esso non manca. La posizione dell’attuale primo ministro inglese sostanzialmente non si fonda affatto sulla fiducia del parlamento e dei suoi partiti, ma sulla fiducia delle masse nel paese e dell’esercito in guerra. Ma il parlamento si rassegna (internamente abbastanza controvoglia) alla situazione. Sussiste quindi il contrasto tra una scelta plebiscitaria e una scelta parlamentare dei capi. Ma l’esistenza del parlamento non perde per questo la sua importanza. Infatti, di fronte al fiduciario (sostanzialmente) cesaristico delle masse in Inghilterra essa garantisce: 1) la stabilità e 2) il controllo della sua posizione di partenza; 3) il mantenimento delle garanzie giuridiche civili contro di lui; 4) una forma regolata nella quale i politici che cercano di ottenere la fiducia delle masse diano prove di sè nell’ambito del lavoro parlamentare e 5) una forma pacifica di rimozione del dittatore cesaristico quando egli ha perduto la fiducia delle masse.

Ma il fatto che proprio le grandi decisioni della politica, anche e proprio nella democrazia, vengano prese da singoli individui, è questa inevitabile circostanza a far sì che la democrazia di massa, fin dai tempi di Pericle, ottenga i suoi successi positivi a prezzo di forti concessioni al principio cesaristico di selezione dei capi.[…]

Quale sia l’importanza che di fronte a questa circostanza spetti al parlamento in una democrazia di massa, è già stato spiegato con l’esempio dell’Inghilterra. Ma vi sono non soltanto “socialisti”, ma anche “democratici” che, con sentimenti sinceri, odiano talmente il meccanismo parlamentare da scrivere sulla loro bandiera “socialismo senza parlamento” e “democrazia senza parlamento”. Antipatie sentimentali troppo forti naturalmente non si lasciano “confutare”. Solo che bisogna rendersi conto di ciò che esse significherebbero oggi, spinte alle loro conseguenze pratiche, e ciò naturalmente nelle condizioni del nostro ordinamento statale monarchico.

Che cosa rappresenterebbe nell’ambito di questa Costituzione, con il suo potere burocratico autoritario, una democrazia senza alcuna struttura parlamentare ? Una tale democratizzazione soltanto passiva sarebbe una forma assolutamente pura del potere burocratico incontrollato a noi ben noto, che si può definire “reggimento monarchico”. Oppure, se messo in connessione con l’organizzazione dell’economia auspicata da questi “socialisti”, sarebbe un moderno duplicato razionale dell’antico “stato liturgico”. Gruppi di interessati legittimati e (a parole !) controllati dalla burocrazia di stato sarebbero attivamente i portatori dell’autoamministrazione sindacale e passivamente i portatori degli oneri statali.

Esaminiamo un po’ più da vicino questa prospettiva dell’avvenire. La sua realizzazione non significherebbe, per quanto si può prevedere, una eliminazione dell’imprenditore economico privato, anche nel caso di ampie “statalizzazioni”. Essa significherebbe, invece, un’organizzazione di grandi e piccoli capitalisti, di piccoli produttori non proprietari e di lavoratori salariati, con possibilità di acquisizione in qualche modo regolamentare e- questa è la cosa più importante ! – garantite monopolisticamente per ogni categoria. Ciò sarebbe “socialismo” più o meno nello stesso senso in cui lo era lo stato del “Nuovo Regno” dell’antico Egitto. Sarebbe “democrazia” solo se si facesse in modo che la volontà della massa fosse decisiva per il modo di direzione di questa economia sindacata. Non si vede come ciò potrebbe accadere senza una rappresentanza che garantisca il potere della massa e che controlli costantemente i sindacati: un parlamento democratizzato, quindi, che intervenga sulle circostanza oggettive e personali di questa amministrazione. Senza una rappresentanza popolare del tipo attuale ci sarebbe da attendersi che l’economia sindacata si evolva verso una politica corporativa della sussistenza assicurata, cioè verso una economia stazionaria e verso l’eliminazione dell’interesse economico alla razionalizzazione. Infatti, questo interesse alla garanzia corporativa della sussistenza è stato ovunque determinante per gli interessati ad acquisire profitti senza capitali o con scarsi capitali, se appunto essi erano organizzati monopolisticamente. Chi vuole potrà anche considerare questo come l'ideale "democratico” e “socialistico” del futuro. Ma ci vuole tutto il superficiale dilettantismo dei letterati per scambiare una simile cartellizzazione degli interessi di profitto e di salario con l’ideale, adesso così spesso sostenuto, che in futuro la direzione della produzione dei beni dovrà essere commisurata al bisogno e non, come adesso, all’interesse del profitto, come succede sempre.

Infatti è del tutto evidente che la via per la realizzazione di quest’ultimo ideale non sarebbe certo quella di cominciare dalla sindacalizzazione e monopolizzazione degli interessi di profitto, ma precisamente il contrario, cioè quella di cominciare dall’organizzazione degli interessi dei consumatori.

[…]

L’eliminazione realmente totale dei parlamenti non è stata ancora chiesta sul serio da nessun democratico, per quanto prevenuto contro la loro forma odierna. Da tutte le parti si è concordi nel lasciarli sussistere come istanze che abbiano il potere per riuscire ad ottenere la pubblicità dell'amministrazione, la verifica del bilancio e la discussione e l’approvazione dei disegni di legge – funzioni nelle quali sono effettivamente insostituibili in ogni democrazia.

L’opposizione contro di essi – quando è sinceramente democratica e non è, come di regola, un disonesto camuffamento di interessi di potenza della burocrazia – auspica piuttosto essenzialmente due cose: 1) che non siano le risoluzioni del parlamento, ma che sia il voto popolare obbligatorio, ad essere decisivo per la creazione delle leggi; 2) che non sussista il sistema parlamentare, vale a dire che i parlamenti non siano sedi di selezione dei politici dirigenti e che la loro fiducia o sfiducia non sia decisiva per la loro permanenza in carica. Nella democrazia americana, come è noto, questo è diritto vigente. Esso deriva in parte dall’elezione popolare del capo dello stato e di altri funzionari, in parte dal cosiddetto principio della “divisione dei poteri”.

Le esperienze della democrazia americana insegnano però con sufficiente chiarezza che questa forma di eliminazione del parlamentarismo ugualmente non offre, rispetto al sistema parlamentare, la minima garanzia di un’amministrazione più imparziale e più incorruttibile, infatti accade proprio il contrario. Certo, con l’elezione popolare del capo dello stato nel complesso non si sono fatte cattive esperienze. In ogni caso, negli ultimi decenni il numero dei presidenti realmente inadeguati è stato per lo meno non superiore al numero dei monarchi inadeguati delle monarchie ereditarie. Per contro, gli stessi americani sono nel complesso soddisfatti solo in misura molto limitata del principio dell’elezione popolare dei funzionari. Non soltanto esso, se lo si pensa come un principio generalizzato, elimina ciò che distingue tecnicamente il meccanismo burocratico, cioè la disciplina di ufficio, ma non assicura neanche alcuna garanzia per la qualità dei funzionari, e ciò proprio nella sua applicazione massiccia in un grande stato moderno. Inoltre, contrariamente al sistema parlamentare, esso pone la selezione dei candidati all’ufficio in mano a cricche occulte e molto più prive di responsabilità di fronte al pubblico in confronto ad un partito parlamentare e al suo capo, le quali presentano i candidati agli elettori tecnicamente impreparati: un sistema di assegnazione estremamente inadeguato per funzionari amministrativi ai quali si richiede una qualificazione tecnica specialistica. Proprio per le esigenze amministrative più moderne, ma anche nella magistratura, in America notoriamente i funzionari specializzati nominati dal capo di stato eletto funzionano incomparabilmente meglio sia dal punto di vista tecnico che per quanto riguarda la loro incorruttibilità. La selezione di funzionari specializzati e la selezione di capi politici sono appunto due cose diverse. Invece la sfiducia verso i parlamenti impotenti e perciò corrotti in singoli stati americani ha condotto all’estensione della legislazione popolare diretta.

La votazione popolare, come mezzo tanto di elezione quanto di legislazione, ha limiti intrinseci che derivano della sue caratteristiche tecniche. Essa risponde soltanto con un “sì” o con un “no”. In nessuno stato di massa le è assegnata la funzione più importante del parlamento, cioè l’approvazione del bilancio. Ma in un grande stato di massa essa ostacolerebbe nel modo più grave anche l’attuazione di tutte quelle leggi che si fondano su una composizione di interessi contrastanti. Infatti, i motivi più opposti possono dar luogo ad un “no” se non esiste alcun mezzo per comporre in basa ad una trattativa i conflitti di interessi presenti. Ciò che appunto il referendum ignora è il compromesso, sul quale si fonda inevitabilmente la maggioranza di tutte le leggi in ogni stato di massa con forti conflitti interni strutturali di natura regionale, sociale, confessionale e di altro genere. Non si vede in che modo, se ci fossero votazioni popolari, in uno stato di massa con forti conflitti di classe si potrebbe giungere in genere all’accettazione di leggi fiscali di carattere diverso da progressive confische del reddito e del patrimonio e “nazionalizzazioni”. Proprio questa conseguenza ad un socialista forse non sembrerebbe temibile. Solo che non si conosce alcun esempio – neanche in America e nemmeno belle condizioni molto favorevoli dei cantoni svizzeri, con la loro popolazione che, in virtù di un’antica tradizione, ha una mentalità realistica ed è politicamente preparata – di un apparato statale che sotto la pressione del referendum abbia anche effettivamente applicato queste imposte sul patrimonio, spesso nominalmente molto alte e in parte confiscatorie.

Inoltre, i princìpi plebiscitari indeboliscono l’importanza personale dei capi di partito e la responsabilità dei funzionari. Una sconfessione dei funzionari dirigenti per mezzo di una votazione popolare che respinga le loro proposte non ha come conseguenza le loro dimissioni, come la avrebbe un voto di sfiducia in uno stato parlamentare, e nemmeno può averla. Infatti, il voto negativo non lascia riconoscere i suoi motivi e non fa carico alla massa che dà il voto negativo, come avviene per una maggioranza parlamentare di partito che vota contro il governo, del dovere di sostituire poi da parte sua i funzionari sconfessati con propri capi responsabili.                      

Per di più, quanto più crescerebbe la gestione economica in proprio della burocrazia statale, tanto più si farebbe fatalmente sensibile la mancanza di un organo di controllo autonomo che, come fa il parlamento, richieda pubblicamente spiegazioni agli onnipotenti funzionari e abbia il potere di costringerli a rendere conto. Nello stato di massa, il mezzo specifico della democrazia puramente plebiscitaria, cioè le elezioni e le votazioni popolari dirette e ancor più il referendum abrogativo, è assolutamente inadeguato come mezzo tanto per la selezione di funzionari specializzati quanto per la critica della loro prestazione. E se già per il meccanismo di partito delle elezioni parlamentari non è piccola l’importanza del denaro degli interessati, nel caso di un dominio esclusivo delle elezioni e delle votazioni popolari nelle condizioni di uno stato di massa, la sua potenza e la forza d’urto degli apparati demagogici da esso sostenuti crescerebbero a dismisura. L’elezione e la votazione popolari obbligatorie costituiscono certamente il polo radicalmente opposto della situazione, spesso lamentata, in cui il cittadino nello stato parlamentare politicamente non farebbe nient’altro che introdurre ogni paio d’anni in un’urna la scheda elettorale consegnata già stampata dalle organizzazioni di partito. Si è posta la questione se ciò sia un mezzo di educazione politica. Lo è senza dubbio soltanto nelle condizioni prima discusse di una pubblicità e di un controllo dell’amministrazione che abituino i cittadini a seguire costantemente il modo in cui vengono amministrati i loro affari. Ma la votazione popolare obbligatoria può chiamare eventualmente il cittadino alle urne, per votare delle leggi, dozzine di volte in pochi mesi. Inoltre, l’elezione popolare gli impone di votare su lunghe liste di candidati all’ufficio a lui personalmente perfettamente sconosciuti, che non possono essere giudicati da lui nella loro qualificazione specialistica. La mancanza della qualificazione specialistica (che neanche il monarca possiede) in sé non è certamente un argomento contro la scelta democratica dei funzionari. Infatti, non occorre sicuramente essere un calzolaio per sapere se stringe la scarpa che ha fatto il calzolaio. Solo che, nell’elezione popolare dei funzionari specializzati, è troppo grande il pericolo non solo di non riuscire a individuare la persona del vero colpevole della cattiva amministrazione, ma anche di ingannarsi rispetto a essa, al contrario del sistema parlamentare, nel quale l’elettore si attiene al capo del partito responsabile della nomina dei funzionari. E, per l’attuazione di tutte le leggi tecnicamente complicate, proprio la votazione popolare può mettere troppo facilmente il risultato in mano a interessati astuti ma occulti. Sotto questo aspetto, nei paesi europei con una sviluppata burocrazia specializzata, le condizioni sono essenzialmente diverse rispetto all’America, dove la votazione popolare viene considerata l’unico correttivo contro la corruzione delle legislazioni, che lì sono inevitabilmente subalterne. […]

Nelle monarchie ereditarie il parlamento è assolutamente indispensabile, in quanto il monarca non può lavorare con semplici funzionari elettorali né, se è lui che nomina i funzionari, può prendere partito egli stesso, se non vuole che venga compromessa la sua specifica funzione di politica interna, cioè quella di rendere possibile una soluzione non conflittuale nel caso in cui manchi l’univocità del clima politico e dei rapporti di forza. Accanto ai capi “cesaristici”, è però indispensabile il potere del parlamento nelle monarchie ereditarie, se non altro per la circostanza che vi possono essere lunghi periodi in cui manchino uomini di fiducia delle masse che abbiano un riconoscimento in qualche modo generale. Il problema del successore è stato ovunque il tallone di Achille di ogni potere puramente cesaristico. Ascesa, arresto e caduta di un capo cesaristico si compiono più facilmente senza il pericolo di catastrofi interne, laddove l’effettiva partecipazione al potere di potenti organi di rappresentanza tiene in piedi senza interruzioni la continuità politica e le garanzie costituzionali dell’ordinamento civile.

Il punto che in realtà dà in definitiva impulso ai democratici ostili al parlamento è chiaro: il carattere largamente volontaristico del modo in cui i partiti fanno politica e, perciò, anche dello stesso potere parlamentare dei partiti. In effetti, come abbiamo visto, in questo sistema si contrappongono partecipanti “attivi” e “passivi” alla vita politica. L’attività politica è attività di interessati (dove per “interessati” non si intendono quegli interessati materiali che, in misura più o meno forte, influiscono sulla politica in ogni forma di ordinamento statale, ma quegli interessati politici che aspirano alla potenza e alla responsabilità politica, allo scopo di realizzare determinati progetti politici). Ma appunto questa attività di interessati costituisce l’elemento essenziale. Infatti, non è la “massa” politicamente passiva che genera da sé il capo, ma è il capo politico che si acquisisce il seguito e conquista la massa attraverso la “demagogia”. È così in ogni ordinamento statale, per quanto democratico esso sia. Perciò, è molto più pertinente la domanda inversa: in una democrazia di massa pienamente sviluppata i partiti consentono realmente l’ascesa di temperamenti di capo ? Sono in grado di recepire nuove idee ? Essi diventano schiavi della burocratizzazione in modo del tutto simile all’apparato statale. Creare partiti completamente nuovi con il relativo apparato di organizzazione e di imprese di stampa, richiede oggi un tale dispendio di denaro e di lavoro ed è così difficile di fronte alla solida posizione di potenza della stampa esistente, che praticamente non viene quasi preso in considerazione. I partiti esistenti, però, sono stereotipati. I loro posti di funzionario costituiscono il “nutrimento” dei loro titolari. Il loro patrimonio di idee è fissato in larga misura in scritti di propaganda e nella stampa di partito. Interessi materiali degli editori e degli autori che vi partecipano ostacolano il ritiro dalla circolazione di questi scritti con una trasformazione delle idee. E, oltretutto, il politico di professione che deve vivere del partito desidera non veder svalutato il possesso “ideale” di idee e di slogan, vale a dire i suoi strumenti del mestiere intellettuali. Perciò, la recezione di nuove idee ad opera dei partiti si compie in modo relativamente rapido soltanto dove esistono puri partiti di patronato degli uffici completamente privi di princìpi, come in America, i quali, per ogni elezione, inseriscono di nuovo nelle loro “piattaforme” quelle “assi” delle quali di volta in volta si aspettano una forza di attrazione nella campagna elettorale. Ancora più difficile sembra l’ascesa di nuovi capi. Al vertice dei nuovi partiti si vedono da lungo tempo gli stessi dirigenti, per lo più personalmente degni della massima stima, ma che, altrettanto spesso, non si distinguono né intellettualmente né per forte temperamento politico. Si è già parlato del risentimento corporativo contro uomini nuovi: esso è nella natura delle cose. Anche qui la situazione è in parte diversa proprio in partiti quali sono quelli americani. Estremamente stabili lì sono i detentori del potere all’interno dei partiti: i bosses. Essi aspirano solo alla potenza, non all’onore o alla responsabilità. E proprio nell’interesse del mantenimento della loro posizione di potenza, essi non si espongono alle peripezie di una propria candidatura, in occasione della quale le loro manovre politiche sarebbero discusse pubblicamente e perciò la loro persona potrebbe compromettere le possibilità del partito. Per questo motivo, non di rado, anche se non sempre volentieri, essi presentano come candidati degli “uomini nuovi”. Lo fanno volentieri quando essi sono “fidati” nel loro senso. Malvolentieri, ma spinti dalla necessità, quando in qualche modo essi per la loro “novità”, cioè per qualche specifica prestazione notoria, hanno una tale forza di attrazione, che la loro prestazione appare necessaria nell’interesse della vittoria elettorale. Questa situazione, creata dalle condizioni dell’elezione popolare, non è assolutamente trasferibile da noi ed è anche difficilmente auspicabile. Altrettanto poco trasferibile è la situazione francese e italiana, contrassegnata dal fatto che un numero di personalità politiche “ministeriabili”, di tanto in tanto integrato da nuovi elementi, ma piuttosto limitato, si avvicenda nelle cariche direttive in una combinazione sempre differente: ciò rappresenta una conseguenza della struttura dei partiti in quei paesi. […]

I partiti rigidamente organizzati che vogliono realmente affermarsi nella potenza statale devono subordinarsi agli uomini di fiducia delle masse, se essi hanno la natura del capo, mentre l’allentato seguito del parlamento francese è notoriamente la vera e propria patria dei puri intrighi parlamentari. La solida organizzazione dei partiti e, soprattutto, la necessità per i capi di massa di formarsi partecipando, secondo regole stabilite convenzionalmente, ai lavori delle commissioni del parlamento, dando buona prova di sé, offre un livello pur sempre forte di garanzia del fatto che queste persone cesaristiche che hanno la fiducia delle masse si sottomettano alle rigide forme giuridiche della vita statale e che non vengano scelte in modo puramente emotivo, cioè unicamente in base alle qualità “demagogiche” nel senso cattivo della parola. Proprio nelle condizioni odierne di selezione dei capi, le condizioni fondamentali di una politica stabile sono costituite da un parlamento forte e da partiti parlamentari responsabili, e cioè dalla loro funzione di luogo di selezione e di prova dei capi di massa come dirigenti dello stato.

Infatti, per la politica statale il pericolo della democrazia di massa sta in primo luogo nella possibilità di una forte prevalenza di elementi emotivi nella politica. La “massa” in quanto tale (prescindendo da quali strati sociali la compongano nel singolo caso) “pensa soltanto fino a domani”. Essa infatti, come insegna ogni esperienza, è sempre esposta agli influssi puramente emozionali e irrazionali del momento. (Essa condivide, del resto, questo carattere di nuovo con la moderna monarchia "auto-governante”, che presenta gli stessi fenomeni). La testa fredda e lucida – e una politica democratica che abbia successo, si fa appunto con la testa – domina tanto più nelle decisioni responsabili 1) quanto più piccolo è il numero di coloro che prendono parte alla valutazione delle possibilità e 2) quanto più univocamente le responsabilità sono evidenti a ciascuno di essi stessi e alle persone da loro guidate. La superiorità del Senato americano sulla Camera dei rappresentanti, ad esempio, è essenziale in funzione al minor numero dei senatori; le migliori prestazioni politiche del parlamento inglese sono il prodotto di una responsabilità univoca. Dove viene meno questa, viene meno anche la prestazione del potere di partito, come ogni altra. E sullo stesso fondamento si basa la funzionalità politico-statale dell’impresa di partito che funzioni per mezzo di gruppi politici di interessati stabilmente organizzati. D’altro lato, è completamente irrazionale per la politica statale la “massa” non organizzata, cioè la democrazia della strada. Essa ha il massimo potere in paesi con un parlamento impotente o politicamente screditato, e cioè soprattutto in mancanza di partiti razionalmente organizzati. Da noi, a prescindere dalla mancanza della cultura da caffè latina e dalla maggiore tranquillità del temperamento, organizzazioni come i sindacati, ma anche come il partito socialdemocratico, costituiscono un contrappeso molto importante contro il potere momentaneo e irrazionale della strada, tipico dei popoli puramente plebiscitari. A cominciare dall’epidemia di colera di Amburgo fino a oggi, in casi di insufficienza dell’apparato statale si è dovuto ogni volta fare appello a queste organizzazioni. Non bisogna dimenticarlo, quando è passato il momento del bisogno. 

Max Weber (Erfurt 1864 – Monaco 1920) 

tratto da: Parlamento e governo,  Roma-Bari, Laterza, 1993, pp.95-96, 99-118

ripreso da : Dissensi  

N° 1  Gennaio-Marzo   2001


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