Una cosa
grande, ne vale la pena
Appello socialista e del riformismo laico per un grande partito moderno
della sinistra a forte capacità di attrazione.
Sommario 1.Uno strumento per vincere la crisi -2.Fallimento del duello a
sinistra.-3. Unire il meglio di più esperienze: socialisti, ex comunisti,
riformisti laici. -4. Le tentazioni pericolose. -5. Un compito arduo e i suoi
problemi.
1.
Uno strumento per vincere la crisi
1.1
La società italiana sta soffrendo in modo particolarmente acuto e critico del
processo di grande trasformazione in corso nel mondo e che presenta drammatici
profili demografici [invecchiamento della popolazione], occupazionali
[contrazione strutturale del lavoro dipendente], convivenziali [effetti delle
migrazioni, conflitti etnici o anche solo regionalistici], economici [critica
ipersensibilizzazione dei singoli spazi economici alle sollecitazioni esterne
per effetto della cosiddetta globalizzazione dei mercati], finanziari [onerosità
insostenibile del vecchio sistema di protezione e sicurezza sociale].
Vecchi
squilibri territoriali e inestirpate debolezze della società italiana rendono
quest’ultima particolarmente vulnerabile all’urto di queste novità. La
soluzione europea vuole essere anche una risposta alla sfida dei nuovi problemi
mondiali con il consolidamento di un’area integrata e potenziata da una forte
moneta unica: ma l’Italia incontra notevoli difficoltà a partecipare a questa
risposta, e, quindi, a beneficiarne. Una situazione di tale tipo richiede, per
essere fronteggiata, un sistema politico efficiente e funzionante. Non è
questo, oggi, il caso del nostro paese, che è stato investito da una grave
crisi politica, dalla quale non è ancora uscito e che, nonostante qualche
importante avvenimento chiarificatore - come il successo elettorale dell’Ulivo
-, appare ancora carica di spinte centripete. La crisi del vecchio sistema dei
partiti, in particolare, non è stata ancora superata da nuove forme di solida,
stabile, fiduciosa aggregazione di consensi e di forze in grado di esprimere la
univoca sicurezza decisionale e la stabilità necessarie a far fronte a una
situazione storica assai difficile e densa di inquietudini. In una situazione
siffatta non possono non assumere assoluta priorità quei fattori aggregativi
che possano formarsi sulla base di valori e procedure dichiaratamente
democratici.
Viene
oggi prospettata - in un’ottica che sembra rispondere esattamente a questa
grave sfida della situazione - una possibilità che non aveva mai avuto spazio
nel nostro paese: la formazione di
un grande partito socialista o riformista di tipo europeo, unitariamente
inserito nella grande famiglia della Internazionale Socialista. Un tale partito
non solo costituirebbe finalmente il punto di riferimento unitario di tutte le
forze del mondo del lavoro, e di coloro che nel mondo del lavoro ravvisano la
base dei valori essenziali della società, secondo l’esempio che viene dalla
generalità dei paesi europei, ma potrebbe porsi - per i suoi requisiti di
modernità aliena da estremismi ed utopismi - come punto di riferimento
fondamentale e centro di una coalizione priva di contraddizioni limitanti e
capace di largo consenso fiduciario e di stabilità.
Si realizzerebbero così, in primo luogo, quelle condizioni di solidità
- che tuttora mancano - perché un sistema maggioritario democratico possa
affermarsi da noi senza incertezze e possa consolidarsi in esso il successo di
una sinistra alleata a larghe forze di centro; in secondo luogo si perverrebbe
al superamento chiarificatore di divisioni tradizionali che furono coltivate con
accanimento per oltre settanta anni nel nostro paese, sulla base di illusioni
generose ma aberranti da un lato, di diffidenze che sottovalutavano le capacità
di mutamento e maturazione che in una forza vitale può indurre [magari dapprima
per gradi e poi per salti] l’esperienza storica, dall’altro.
1.2 Questa
prospettiva si presenta da noi, è vero, con grave ritardo rispetto ad altri
paesi. Ma non per questo può considerarsi obsoleta e superata da altre e
migliori alternative istituzionali. Un grande partito riformista è tuttora una
articolazione indispensabile al funzionamento della democrazia in un paese
moderno avente istituzioni e cultura sociale e politica di tradizione europea.
Non possono considerarsi realistiche fughe in avanti che vogliano assumere
all’improvviso modelli d’oltre-atlantico generati da esperienze storiche
profondamente diverse e che, per ciò stesso, ci allontanerebbero da quel
contesto europeo che, invece, appare oggi l’essenziale sostegno per il
superamento della crisi italiana. In nessun altro modo si può pensare, in
particolare, di assicurare meglio,
in un contesto politico di cultura europea, quelle funzioni essenziali di
collegamento fra il mondo del lavoro - perno unitario della società moderna - e
la vita politica che sono non solo indispensabili
al miglioramento in cui si sostanzia un moderno riformismo socialista o, se si
vuole, socialista-liberale, ma appaiono anche una delle chiavi di volta per la
soluzione della crisi italiana.
1.3 La
sinistra italiana ha una vicenda lunga, complessa e articolata, ricca di
convergenze, a partire da quella dell’antifascismo, ma anche di divisioni e di
contrasti, per molto tempo inevitabili, che l’hanno però indebolita. Oggi la
controversia cruciale sul tema della libertà e dei modi di intendere il
rapporto fra giustizia e libertà che divise Gramsci, Turati, Rosselli, poi
Togliatti, Nenni, Saragat, La Malfa, è risolta con generale accettazione dei
principi del socialismo liberale. E’ dunque possibile un grande partito
riformista, che unifichi il meglio della esperienza della sinistra italiana,
rispettivamente nelle sue acquisizioni strutturali e di formazione di una
cultura riformista moderna, e che permetterebbe di fondere la forza della
propria tradizione culturale con la più ampia apertura innovativa al mutamento
oggi in atto nel mondo e che investe globalmente ogni società, in modi però in
parte peculiari a ciascuna. Un tale grande partito permetterebbe di affrontare
questa realtà, nell’area italiana, in fecondo collegamento e coordinamento
con le vitali forze analoghe del socialismo e del riformismo europeo e mondiale,
quali quelle che si raccolgono nella Internazionale Socialista.
1.4 Un
grande e moderno partito riformista ha bisogno di una solida struttura
organizzativa, semplice al centro, capillare in periferia, con ampia
articolazione istituzionale nei tradizionali campi del sindacato,
dell’amministrazione municipale e regionale, della cooperazione e in quelli
moderni dello studio e della formazione; ed
ha altresì bisogno di una moderna e sperimentata cultura riformista che -
unendo il realismo operativo alla immaginazione progettuale e al senso della
iniziativa - pervada dirigenti, quadri e militanti destinati ad operare in
quelle strutture, in quelle istituzioni, nelle istanze rappresentative e di
governo cui possono essere chiamati dalla scelta democratica degli elettori.
1.5 Le
peculiari vicende storiche entro cui si inscrive la formazione della sinistra
italiana hanno prodotto equivoci ed ambiguità relativamente alla nozione di
“riformismo” , che solo oggi possono essere dissipate. Con l’espressione
“riformismo” non deve intendersi - come spesso si è fatto - la enunciazione
onorifica di grandi progetti o di formule fumose come “svolta”, “nuovo
modello di sviluppo”, “riforma del settore x o y”. Né per riformismo può
intendersi la meccanica proposta di trasferimento degli oneri e delle difficoltà
di ogni problema conflittuale a carico del settore pubblico. E neanche il
successo di “lotta” che ottiene nell’oggi a duro carico del domani. Il
contrario del riformismo, infatti, non è solo l’atto che si inscrive
esplicitamente nella prospettiva rivoluzionaria, ma l’atto puramente
dimostrativo [ci siamo battuti per x, abbiamo dimostrato che gli altri non
vogliono y, abbiamo ottenuto z], che - erede dell’ambiguo attendismo
rivoluzionario - resta l’unico atto politico significativo per chi sceglie le
rendite politiche della opposizione permanente. Riformismo è invece, al tempo
stesso, interpretazione progettuale di bisogni civici e vocazione quotidiana ed
operativa alla soluzione pratica più avanzata dei problemi che sorgono dalla
società, più produttiva non di effetti
dimostrativi ma di effetti concreti nel quadro di una visione evolutiva
moderna e aggiornata della realtà sociale in cui si assume in rapporto di
continuità e di coerenza la responsabilità e del presente e del futuro,
rifiutando la prassi che nell’oggi massimizza esclusivamente forza che solo
domani, avvenuta una rottura, potrà essere usata con assunzione di
responsabilità per le conseguenze. E’ buona amministrazione, ma non soltanto
buona amministrazione. Buona amministrazione non è ancora né cultura di
governo, in senso proprio, né riformismo. Cultura di governo è anche
assunzione di responsabilità [quindi non utopia] verso il futuro in grandi ed
anche scabrosi problemi; e riformismo è, in più, continua e fertile
immaginazione operativa verso un meglio possibile nell’oggi con salvaguardia
del domani.
2.
Fallimento del duello a sinistra.
2.1 Sarebbe
difficile dire che la lunga competizione fra quelli che erano i due grandi
partiti della sinistra italiana sia stata veramente vinta da uno dei due
concorrenti. Appare vero piuttosto che essa è terminata in un modo poco
glorioso per ambo le parti, una delle quali è andata in pezzi per
l’impopolarità arrecatale da degenerazioni affaristiche, e l’altra è
sopravvissuta alla propria tragedia ideologica con pericolose amputazioni.
2.2
Il partito socialista, lasciando cadere le
occasioni che gli si offrivano di prendere l’iniziativa di un processo
unitario di cui - anche in ragione dei suoi successi politici e della sua
fermezza ideologica - avrebbe potuto agevolmente controllare le condizioni, ha
preferito mettersi sulla arida strada del perseguimento di un potere sempre più
fine a sé stesso, contrattandolo minoritariamente
entro una coalizione divenuta ormai impopolare. E, inoltre, lo ha fatto
senza più ricercare allargamenti motivati di consenso, ma utilizzando come
risorsa politica crescentemente centrale l’affarismo politico e in un modo
sempre più impopolarmente scoperto. Una azione giudiziaria, forse
intenzionalmente spietata, ha però goduto, non certo per caso, di un favore di
pubblico che è stata purtroppo la vera condanna di quella prassi politica.
2.3 Il vecchio partito comunista, dal canto suo, è stato preso alla
sprovvista dal crollo improvviso del regime del paese che per decenni aveva
considerato come propria “guida”: è stato costretto ad affrettare di corsa
una conversione domandata ed attesa, ma che, nonostante molti passi in avanti,
mai era stato capace di risolvere definitivamente di propria iniziativa; e lo ha
fatto sotto la spinta di un evento brutale della storia, all’ultimo momento...
Mai veramente preparata da una seria rieducazione di massa, che ormai da decenni
le evidenze della storia imponevano, quella conversione ha finito col produrre,
tra l’altro, anche per questo, una grave e preoccupante scissione che ha
aggravato la precarietà dello stato della sinistra in Italia.
2.4 Affrontando la crisi determinata nel vecchio PSI dalla vicenda
giudiziaria con spirito aggressivo e “gioioso”, il PDS ha contribuito alla
formazione di un risentimento nell’area socialista che ne ha favorito la
dispersione anche al di fuori dell’ambito della sinistra, con il risultato [a]
di una riduzione netta dell’elettorato potenziale della sinistra, [b] della
esposizione del PDS stesso al ricatto elettorale dell’ala sorta per scissione
alla propria sinistra, [c] di un ritorno di fiamma settario e retro
nell’ambito dello stesso PDS.
2.5 L’effetto complessivo di questa vicenda è,
dunque, allo stato delle cose, oltre al disorientamento, una grande dispersione
di quello che era stato l’elettorato della sinistra: dispersione sia fuori
dell’area della sinistra che entro quest’area stessa. Nell’un caso come
nell’altro, sia pure con modalità diverse, gli effetti sono decisamente
negativi. Questa ingloriosa conclusione, al di là delle contingenti vicende di
questi ultimi anni e mesi, che devono
realisticamente considerarsi in gran parte determinati dalla disordinata
burrasca di una crisi ancora aperta, si presenta, alla lunga, come assai
rischiosa per l’intera area della sinistra, qualora una seria e solida
iniziativa politica unitaria non rinnovi profondamente la prospettiva
strutturale e politica di quest’area, permettendole
in tal modo di prendere in mano altresì il corso della crisi stessa del paese.
2.6 Si può voltare pagina, ma non ignorare il passato.
Non lo fa, criticamente, che chiede consensi dal nulla. Non può farlo chi
chiede la conferma e l’allargamento dei propri consensi. Non può farlo chi,
addirittura, cerca il recupero di quelli perduti sulla base di scelte che
sembrano mutare radicalmente rispetto a quelle precedenti. Si deve guardare al
futuro, proporne i problemi, ma il soggetto che propone può costruire la sua
legittimità a farlo solo presentando delle credenziali; se sa mostrare di avere
una visione chiara del proprio passato, se sa dimostrare di essere erede dei
suoi meriti e non vittima dei suoi mali e sa dimostrare di saper distinguere con
totale lucidità gli uni dagli altri. Altri sono nella situazione politica
italiana i soggetti politici senza passato.
3 Unire il meglio di più esperienze.
3.1
Il nuovo partito della sinistra italiana non può essere concepito come la somma
di iscritti o di elettori oggi disponibili presso i contraenti dell’accordo
che si sta cercando. Se così fosse l’iniziativa sarebbe condannata al
fallimento che ha colpito tutti i casi di “unificazione” che si sono messi
su una simile strada. Il nuovo partito deve essere veramente una cosa nuova, che si offre come tale all’intera area della sinistra
italiana e che è nuova perché vuole offrire il meglio di esperienze formatesi
separatamente e vuole proiettare nei problemi del futuro la sua scelta unitaria.
Questo “meglio” rispettivo non si presta a dosaggi e quantificazioni, ma va
valorizzato in tutta la estensione di quanto ne esiste!
3.2.1 Il meglio della esperienza comunista è ben noto: la costante e professionale attenzione al
rapporto con la propria base e il proprio seguito elettorale, la serietà
organizzativa, il coscienzioso impegno amministrativo, la scrupolosa pretesa
dell’onestà personale per i propri dirigenti e quadri. Tutte queste qualità
, in sé stesse, sono da considerarsi appropriate e meritevoli in qualsiasi
formazione politica socialista del mondo e non solo entro una prospettiva
fideistica rivoluzionaria o di attendismo rivoluzionario.
3.2.2 L’importante è che queste caratteristiche non si trasformino, con il
pretesto della disciplina rivoluzionaria, o anche senza questo pretesto, in
autoritarismo illiberale; in carrierismo gerarchico; in barriera settaria fra
chi sta più dentro gli arcana imperii e chi ci sta meno; in ritualismo che
sancisca credenziali di sottomissione alle regole di appartenenza; in
missionarismo burocratico su finalità obsolete; e così via.
3.3.1 Il meglio della esperienza socialista, a sua volta, non è affatto
ignoto; e non lo è agli stessi ex-comunisti, i quali ne fecero oggetto di
costante attenzione da quando i socialisti presero ad orientarsi - con successi
e frustrazioni, giuste intuizioni ed errori, tentativi e correzioni - verso una
cultura di governo, cioè verso il “riformismo”. Una genuina tensione
riformista che si è tradotta negli anni in innovazioni di legge e di
istituzioni, in accumulo pratico di esperienza e in capacità di proposta e di
elaborazione, in stile di azione o di riflessione, è certamente il meglio
dell’esperienza socialista, lungo un itinerario storico che abbraccia un terzo
di secolo di esperienze e di tentativi che si sono misurati con una realtà in
movimento e con problemi che mutavano anche profondamente. Essa ha dato ottimi
uomini di governo, ottimi parlamentari, ottimi amministratori, ottimi
sindacalisti. Si è trovata in difficoltà perché stretto fra una forza
maggiore di coalizione diffidente e immobilista e una opposizione spesso
ingiustamente ed ingenerosamente ostile. Ha cercato allora spazio
nell’esercizio ardito e scabroso di un potere coalittivo.
3.3.2 L’importante è che lo sforzo per creare le
condizioni di forza politica entro le quali idee, iniziative, attitudini di tipo
riformistico possono trovare spazio e farsi valere, non degeneri nella ricerca
di potere fine a se stesso, o in un luogo di esercizio di professionismo
politico individuale, attraverso il quale, con il pretesto delle necessità
finanziarie della politica, può affermarsi e dilagare l’affarismo, la
corruzione, l’arricchimento personale.
3.4 A queste due componenti deve aggiungersene una terza
che ha avuto grandi meriti ideali e politici anche se inadeguati riconoscimenti
elettorali: quella dell’area del riformismo laico che proviene dalla
tradizione di “Giustizia e Libertà”, del partito d’azione, del partito
repubblicano, e che ha contato nomi che vanno da Carlo Rosselli a Ugo La Malfa a
Leo Valiani a Giovanni Spadolini. Essa è stata la più coerente nella difesa
dei valori di libertà, ha avuto grandi meriti nell’ammonire a sinistra cosa
è concretezza e cultura di governo, è stata decisiva nel proporre alla cultura
riformista i valori delle riforme laiche e civili, è stata di esempio nel
sostenere costantemente l’esigenza di una indissolubile unione di etica e
politica. La strenua polemica che essa ha sempre condotto sui temi della libertà
politica, della democrazia formale, della funzionalità del mercato, non trova
oggi più ostacoli e dubbi a sinistra. Ciò rende perfettamente possibile una
piena integrazione della carica di riformismo civile e di cultura riformista di
governo di questa corrente in un grande partito unitario del riformismo.
3.5 Una
grande forza unitaria che raccogliesse il meglio delle due esperienze,
sbarazzandole delle scorie, e impegnandosi ad un attivo sforzo di fusione
interna da grande partito moderno, potrebbe disporre di un eccezionale
patrimonio integrato di risorse organizzative, professionali, intellettuali,
politiche.
3.6 E’
opportuno ribadire che solo questo patrimonio integrato di risorse politiche
appare in grado di produrre quei risultati che appaiono essenziali alla
soluzione della crisi italiana. Non si tratta quindi di arricchire di un tanto
risorse di per sé già autosufficienti, ma di creare una forza nuova,
produttiva di un valore aggiunto che possa essere vittoriosamente speso per la
soluzione definitiva della crisi italiana e
che non è possibile ottenere, allo stato delle cose, in alcun altro modo. Ma
questa forza nuova non si presenta come velleitaria promessa di soggetti
sconosciuti in cerca di consensi. Essa ha alle spalle le credenziali di un
passato di realizzazioni, di ricerca, di discussione, e anche di illusioni e di
errori: ma di illusioni e di errori che sono stati riconosciuti, criticati,
corretti, attraverso una esperienza critica e una maturazione che sono - esse
stesse - una forza.
4. Le tentazioni pericolose.
4.1 Anche
chi, in ambedue i campi, è sensibile alla grande prospettiva di una formazione
politica unitaria della sinistra italiana con forte capacità di attrazione al
centro può essere indotto a pensarne la realizzazione in termini inappropriati
4.2 Nell’ambito
della forza maggiore - quella costituita dal PDS - si può essere tentati
dall’idea che sia possibile “fare tutto da soli” con una
autotrasformazione eventualmente
completata da una assimilazione alla spicciolata di singole personalità della
vecchia area socialista. Una tentazione siffatta rinuncerebbe [a] all’effetto
choc di una nuova convivenza ad armi pari per una accelerata trasformazione del
personale del partito ex-comunista, rischiando la propria sclerosi in vecchi
moduli ovvero una evoluzione totalmente disorientata; [b] ripeterebbe vecchie
tattiche di utilizzo di “indipendenti di sinistra” a scopo prevalente di
esposizione dimostrativa, che appaiono ormai a decrescente rendimento; [c]
solleciterebbe di fatto la vecchia area socialista ad accentuare il proprio
risentimento e a ricercare vie e forme per una propria riorganizzazione e,
riproducendo condizioni da “duello a sinistra” , introdurrebbe ambo le
parti, per inerzia posizionale, a immeschinirsi in atteggiamenti di poco
respiro. Va sottolineato che a quegli atteggiamenti settari va imputata una
responsabilità non piccola per la formazione di quel risentimento socialista
che ebbe peso decisivo nella reazione elettorale del 1994 e nella prolungata
confusione che ne è seguita, con conseguente aggravamento della crisi italiana.
4.3 Nell’area
ex-socialista e delle formazioni laico-riformiste può, invece,
prendere piede la tentazione
di preferire una sorta di via gradualistica che dia tempo di riorganizzare in
qualche modo l’area stessa, oggi in condizioni organizzative ed elettorali del
tutto asimmetriche rispetto all’altro contraente: quasi una differenza fra
stato solido da un lato e stato liquido o gassoso dall’altro. Se ne possono
comprendere le motivazioni, derivanti dal disagio di quella asimmetria. I rischi
di una simile tentazione sono però molteplici: [a] l’operazione, così
condotta, darebbe luogo ad una sommatoria di quantità diverse con peso diverso,
di cui una fatalmente minoritaria, e con diversità che si prolungherebbe, anche
questo fatalmente, nella formazione unitaria ammesso che, per questa via, si
arrivi a pervenirvi; [b] la capacità di presa sull’area ex-socialista, nonché
sull’area laico-riformista, nella loro ampiezza originaria, sarebbero
inesorabilmente ridotte, perché le fasce di quelle aree oggi più distanti non
si troverebbero di fronte a una novità radicale dotata di inedite capacità di
attrazione; [c] il fatto compiuto di un rafforzamento autonomo, per quanto
minoritario, di un gruppo socialista, o di uno o più gruppi laico-riformisti,
può creare, nelle precarie circostanze politiche presenti, una prospettiva
falsamente allettante di rendite da racket
small party, alle quali, per quanto piccole, si potrebbe essere tentati di
non rinunciare.
4.4
Qualora si seguissero i comportamenti di cui si è detto il
destino della sinistra sarebbe quello di una inesorabile frantumazione,
rispetto alla quale la convenienza di grandi accordi di coalizione imposti da
leggi elettorali maggioritarie non varrebbe ad eliminare i danni all’immagine
e alla capacità di governo. Ne verrebbe
menomato il perseguimento efficace delle finalità politiche della azione
riformista, i rapporti fra partiti e gruppi si immeschinirebbero in un
contenzioso spartitorio, lo spirito di divisione alla lunga finirebbe col
prevalere. La struttura di coalizione, invece di dar forza ai rispettivi
partecipanti, li indebolirebbe in astiosi contrasti. Tutt’altro è
l’intendimento di una scelta unitaria, la cui carta essenziale è la creazione
di una forza una e grande, atta, per le maggiori possibilità consentite da
dimensioni interamente nuove, di moltiplicare la propria capacità di attrazione
e il proprio peso politico. Non ci si può stancare di sottolineare
l’importanza e la portata che può avere questo segno di una radicale
inversione di marcia rispetto al gioco al massacro delle divisioni gruppuscolari
che, alla lunga, potrebbe tradursi in un fallimento del tentativo di un
maggioritario democratico e nel diffondersi di tentazioni alla falsa
aggregazione del personalismo autoritario. A una siffatta riflessione vanno
particolarmente sollecitati coloro che, a seguito della insana campagna di
anti-socialismo che si è sovrapposta alla vicenda giudiziaria relativa a casi
di illecito finanziamento politico, sono stati sospinti in posizioni di
risentimento, le quali, seppur generate da reazioni non illegittime, hanno però
finito con l’accrescere il quadro della confusione politica: contribuendo in
modo determinante a produrre mostri genetici con tre teste, incapaci di univocità
direzionale e, comunque, di sopravvivenza, nonché a fornire di improvvida
legittimazione soggetti politici pericolosamente disgregativi.
5.
Un compito arduo e i suoi problemi.
5.1 Arduo
è il compito, molteplici i problemi qualora ci si accinga a creare la cosa
nuova, la forza una e grande di cui ci stiamo prospettando l’opportunità ed i
grandi vantaggi politici. Non dovrà trattarsi di una operazione di facciata,
che lascerebbe il tempo che trova. Non potrà ridursi ad una distribuzione di
responsabilità e posti entro una struttura di tipo sommatorio fra due
contraenti, peggio ancora se fra un contraente maggiore e un gruppo di
contraenti minori. Non dovrà lasciare nemmeno il sospetto che il nocciolo
pratico dell’operazione sia uno scambio fra assoluzioni morali e giudiziarie e
assoluzioni ideologiche o avalli internazionali. Non potrà essere affrontata in
modo tale da lasciare segni etnici sulla pelle dei membri del nuovo partito: un partito Sarajevo non durerebbe a lungo.
5.2 L’unica
condizione alla quale sembra possibile evitare i rischi di una malriuscita
giustapposizione è che la costituzione del nuovo partito si svolga in un clima
interno di forte tensione politica, civica e morale quale può essere alimentato
dalla consapevolezza che l’entrare a far parte di una formazione politica che
rappresenta un salto di dimensione accresce per ciò stesso le possibilità di
ciascuno e la possibilità di tutti di operare per il bene del paese in
modi nuovi e fin qui non agibili, con alto apporto di valore aggiunto. Tutto
lo sforzo di preparazione del nuovo partito deve essere allora concentrato non
su trattative debilitanti, ma su un grande sforzo creativo comune di discussione
e confronto su ciò che si vorrà fare, e come, una volta uniti insieme; nonché
su ciò che non si vorrà più fare, sulla base della lezione dell’esperienza
5.3 Le
modalità di questo grande confronto creativo sono tutte da studiare. Il primo
problema pratico è quello delle credenziali. Da un lato la legittimazione
rappresentativa è data dagli organi di un partito esistente. Ma dall’altra
parte, la parte socialista, la parte laico-riformista? Qui non potrà trattarsi
che di una investitura dotata di solidi requisiti, sostitutivi di numeri che non
possono essere contati nel presente, e più significativi, comunque, dei numeri
stessi: una forte e indiscutibile rappresentatività dei proponenti per notorietà,
meriti e integrità morale. Tale investitura potrà essere motivata attraverso
iniziative di discussione attraverso le quali potrà essere provato ed
evidenziato l’apporto peculiare che la cultura, l’esperienza, la capacità
di proposta socialista sono in grado di dare alla nuova grande formazione
politica e, attraverso essa, al paese. Il
secondo problema è quello della costituzione di un organo preparatorio. Un
gruppo paritetico composto da un limitato numero di persone - nominato sulla
base di credenziali appropriate - potrebbe studiare un programma di temi e di
appuntamenti sui quali e nei quali concretizzare il confronto - potremmo
chiamarli Stati generali -, nelle sue articolazioni e nelle sue procedure
territoriali, da realizzare in un arco di tempo definito, per esempio
trimestrale. Il terzo problema è la gestione di quelli che qui chiamiamo Stati
generali, cioè le scelte tematiche, l’organizzazione e la regia politica
degli incontri.
5.4.1 L’immagine
del nuovo partito dovrà essere quella di una sinistra riformista di governo,
interamente proiettata nei problemi del futuro, libera da ogni conservatorismo
delle illusioni, per la quale il passato sarà soprattutto credenziale di
generosità combattiva, dolorosa e critica esperienza vissuta di un secolo duro
e sanguinoso e non zavorra ideologica
5.4.2 Il
modello di partito cui ci si dovrà ispirare dovrà conciliare quattro principi,
nessuno dei quali potrà essere
oggetto di rinuncia o di compromesso devitalizzante: un’ampia democrazia della
partecipazione, una pluralità di modi di espressione dotati di assicurata
capacità di influenza, una solida forza organizzativa e una efficiente unità
di direzione. Non, dunque, struttura gerarchico-burocratico-autoritaria, non
semplice recapito comune di agglomerati personalistici, clientelari o
correntizi, e neanche semplice area di opinione o mero “movimento”. Non vi
dovranno essere - non ovviamente in diritto, ma neanche in fatto - membri di
prima, seconda e terza classe. I momenti della definizione della linea politica,
del controllo delle decisioni rispetto alla conformità a questa linea, della
scelta delle candidature a incarichi di partito, politici e amministrativi,
dovranno essere regolati dalla più ampia trasparenza, e da procedure formali
rigorose: non scelte arbitrarie e segrete, non irresponsabili acclamazioni. Al
tempo stesso la solidità organizzativa e la capacità di decisione unitaria
dovranno essere considerate - per cultura da radicare solidamente fra gli
iscritti e non per imposizione di vertice - valori primari ed esistenziali,
senza i quali non può esservi vera aggregazione e forza politica. Un partito
siffatto è tutto da costruire.
5.4.3 In quali forme sarà possibile rendere evidente e
indiscutibile, sostanziale e non formale, la novità assoluta della composizione
della nuova forza politica? E’ questo un punto delicatissimo, sul quale si
giocherà, già a partire dall’immediato, la credibilità di quella che, per
le ragioni che si sono dette, appare una grande e storica novità, per il paese
e per la sinistra. Ciò che l’opinione pubblica vedrà per prima cosa saranno
gli uomini scelti, le funzioni loro affidate, le credenziali di cui sembrano
disporre, la loro capacità di recare un apporto che sia al tempo stesso in
linea con gli intenti del nuovo partito ed
espressione indiscutibile di una pluralità di convergenze. Occorreranno
significativi riconoscimenti, scelte audaci, di grande visibilità: non
certamente dosaggi di avvilente piccolo cabotaggio. Il requisito della
ineccepibilità morale di tali scelte è fuori discussione: altrettanto dovrà
esserlo il superamento di ogni ostracismo. Le prossime elezioni amministrative
potrebbero essere, per la verifica di tutto questo, un appuntamento decisivo.
5.5 Si tratta dunque di impegno grande come la posta in gioco, da affrontarsi con solida volontà, pazienza e tenacia. Non ci si deve nascondere la eventualità che l’operazione non riesca, che essa, per ostilità diffuse ed insormontabili, possa fallire. Di questo, se sarà il caso, sarà bene prendere atto e non accettare soluzioni prive di quei requisiti che hanno indotto coloro che ne erano convinti a tentare: dire questo non indebolisce ma dà forza e solennità all’impegno che si vuole assumere. E - perché non dirlo a conclusione di questa riflessione e di questo sincero invito unitario?- se malauguratamente un tale sforzo dovesse fallire, l’averlo intrapreso sarà stato comunque un segnale di riscossa capace all’occorrenza di rimettere propulsivamente in moto forze già disperse, nella ricerca di eventuali altre e diverse piste.
bozza riservata per la discussione Venerdì 13 settembre 1996