Fanno parte del Forum Nazionale della Sinistra:

Michele Achilli, Mario Artali, Alberto Asor Rosa, Giuseppe Averardi, Augusto Barbera,Pietro Barcellona, Adolfo Battaglia, Giorgio Benvenuto, Maria Luisa Boccia, Giorgio Bogi, Paolo Cabras, Luciano Cafagna, Giulio Calvisi, Antonio Cantaro, Anna Carli, Stefano Ceccanti, Gian Primo Cella, Giuseppe Chiarante, Franca Chiaromonte,Federico Coen, Luigi Colajanni,Mario Colombo, Umberto Colombo, Luigi Covatta, Famiano Crucianelli, Mariano D'Antonio, Biagio De' Giovanni, Guido De Guidi, Annamaria Debolini,Dolores Deidda, Daniele Del Giudice, Piero Di Siena,Ida Dominijanni, Antonio Duva, Guglielmo Epifani, Massimo Fichera, Vittorio Foa, Romano Forleo, Luciano Gal1ino, Gustavo Ghidini, Antonio Giolitti, Gino Giugni, Tullio Gregory, Libero Gualtieri,Mauro Guerra, Francesca Izzo,Paolo Leon, Setti Leone, Domenica Lucà, Giorgio Lunghini, Emanuele  Macaluso,Claudia Mancina, Alberto Martinelli, Guido Martinotti,Oreste Massari, Enzo Mattina, Marco Minniti, Adriano Musi, Fabio Mussi, Gianfranco Nappi, Giorgio Nebbia, Giovanni Palombarini, Stefano Passigli, Gianfranco Pasquino, Antonio Pedone,Luciano Pellicani, Giuseppe Pericu, Orazio Petracca, Luciano Pettinari, Mario Pirani, Luigi Porcari, Alfredo Reichlin, Vittorio Ripa di Meana, Fabio Roversi Monaco, Antonio Ruberti,Giorgio Ruffolo, Massimo Salvadori, Michele Salvati, Cesare Salvi,Pietro Scoppola, Anna Serafini, Massimo Serafini, Luigi Spaventa, Giuseppe Tamburrano, Giglia Tedesco, Francesco Tempestini, Giorgio Tonini, Aldo Tortorella, Nicola Tranfaglia, Bruno Trentin, Mario Tronti, Boris Ulianich, Giuseppe Vacca, Gianni Vattimo, Salvatore Veca, Fausto Vigevani,Gustavo Vìsentini, Paolo Vittorel1i, Luigi Viviani,Giovanna Zincone.



Ivano Barberini, Antonio Bassolino, Enzo Bianco, Bruno Bracalente, Massimo Cacciari, Vannino Chiti,Sergio Cofferati, Antonio La Forgia,Piero Larizza, Federico Palomba, Gabriele Panattoni, Mario Primicerio, Giampiero Rasimelli, Giancarlo Sangalli, Marcello Veneziale, Marco Venturi, Walter Vitali.

Stati generali della sinistra
Firenze 1998- 12-13-14 febbraio

Intervento di apertura di Giorgio Ruffolo

Vi ringrazio per questo incarico che mi onora.

Aprendo questa assemblea degli Stati Generali della sinistra, permettetemi di aggiungere poche parole in forma di saluto e di augurio, senza enfasi retorica, ma vi confesso anche non senza una intima emozione.

L’impresa cui ci accingiamo è grande, seria, impegnativa. E difficile.

La sinistra italiana ha alle spalle un secolo di passioni e di divisioni. Sedimenta inibizioni e anche qualche rancore.

Ma alla svolta del secolo si accinge, con uno scatto di innovazione politica, a fondare un partito nuovo, unitario, riformista.

Nel Gennaio del 1921 un giovane socialista, al secolo Secondino Tranquilli, poi divenuto famoso col nome di Ignazio Silone, annunciò con foga, al Congresso socialista: bruceremo su questa tribuna il fantoccio dell’unità.

Noi non siamo qui per ricomporre l’unità del partito di Livorno, dopo un secolo che ha cambiato la sinistra e il mondo.

Non c’è più una scissione tra socialisti e comunisti da sanare. C’è una sinistra nuova da fondare.

Si tratta di raccogliere finalmente in un solo alveo tutto ciò che è vivo e vitale di tutte le grandi tradizioni storiche, politiche, culturali della sinistra italiana.

C’è moltissimo di vivo e di vitale nelle tradizioni storiche del comunismo italiano, del socialismo italiano, della sinistra laica italiana, della sinistra cristiana italiana.

Ma si tratta anche di incontrare le nuove correnti di azione e di pensiero che si riconoscono nei movimenti ambientalisti, nella grande rivoluzione femminile, nella vasta mobilitazione dell’associazionismo.

Si tratta di fondare non solo un partito più grande, ma un partito nuovo. Non soltanto più ampio, ma più profondo, per attingere le domande e le istanze vitali della società civile.

Un partito aperto. Nell’Europa di Schengen sarebbe pretesa anacronistica quella di fissare confini rigidi alle potenzialità espansive di una sinistra moderna.

Da una parte vi sono forze di sinistra post-comuniste e socialiste, che non fanno parte oggi dell’alleanza dell’Ulivo, ma che possono e debbono essere recuperate come partecipi di una grande sinistra riformista. Dall’altra, nessuno può sognarsi di contrastare la confluenza possibile, in una unica formazione politica, di forze di sinistra e popolari e laiche, oggi alleate alla sinistra nell’ambito dell’Ulivo. Ciò è avvenuto già in alcuni paesi europei. Sta avvenendo in altri. Da noi, dove quelle forze hanno radici storiche diverse e profonde, quella confluenza, se ci sarà, avrà bisogno di maturare nel tempo. Niente sarebbe più dannoso di una confluenza artificiale e forzata. Niente sarebbe più debole di una partito politicamente invertebrato. Meglio mille volte una alleanza nitida e forte che un partito incerto nell’identità e fragile nella tenuta.

Nitida vogliamo anche che sia la sua collocazione nello spazio politico europeo. Nel nome e nel simbolo. Il socialismo europeo non è un lago di acque stagnanti. E’ un fiume vivo, capace di rinnovarsi e di fertilizzare. Lo ha ampiamente dimostrato raccogliendo una massa di consensi che gli permette di governare tredici paesi dell’Unione europea. Altro che cane morto!

Rinserrarsi nel modello socialdemocratico? Ma chi ci pensa? Ma chi è così ingenuo da sostenerlo? Dappertutto le sinistre europee stanno cercando nuove risposte ai problemi nuovi. Anziché alambiccare nuovi nomi per vecchie cose, occorre produrre idee nuove, politiche nuove, strumenti nuovi della politica.

Occorre rinnovare la cultura politica, aprendo la politica alla cultura. A questo dobbiamo lavorare. Su questo dobbiamo impegnarci.

Lasciatelo dire a un uomo anziano. Occorre essere più giovani, se possibile di età, e comunque di mente e di cuore.

Occorrono nuove risposte. E poiché l’aggettivo nuovo non è un lasciapassare, voglio dire concretamente che la sinistra, in un mondo rivoluzionato dalla mondializzazione dei mercati e dalla istantaneità delle tecniche, non può né rinchiudersi nei Niet di un difesismo bigotto né abbandonarsi a un’euforia mimetica e subalterna nei confronti di un neo-liberismo che è nuovo quanto poteva esserlo quello del XIX secolo.

La sinistra deve apprendere fino in fondo la lezione di una economia di mercato. Non può accettare la disumanità di una società di mercato.

Noi dobbiamo accettare le sfide della competizione e della mondializzazione. Ma dobbiamo predisporre gli argini e la canalizzazione e gli spazi nuovi dell’iniziativa sociale perché quel flusso non disgreghi la coesione sociale; perché si traduca in lavoro per tutti, in piena occupazione; perché non impantani la vita morale. Argini, canali, non dighe, non barriere. Governo, non gestione dell’economia.

Noi dobbiamo cogliere la mobilità mondiale dei capitali come l’occasione per coinvolgere nello sviluppo nuove immense masse di uomini del mondo escluso. Ma non dobbiamo permettere che sia smarrita la distinzione liberale tra mercati del risparmio e giochi d’azzardo distruttivi della ricchezza. I mercati sono strumenti da regolare. Non idoli e feticci da adorare.

Noi dobbiamo snidare la pigrizia, l’ignavia che stanno nelle pretese protezionistiche, dovunque si annidino, smantellare i grandi e i piccoli bunker del privilegio corporativo; ma dobbiamo farci carico dell’autentico bisogno di protezione dei più deboli, degli emarginati, degli esclusi, della "povera gente" diceva il Sindaco di Firenze che si chiamava Giorgio La Pira: per riportarli al lavoro, per assicurargli la dignità, per ristabilire instancabilmente qualche cosa che somigli all’eguaglianza delle opportunità.

Insomma: noi dobbiamo promuovere la cultura socialista e liberale dei meriti e dei bisogni.

Un’ultima nota, per concludere.

L’Italia è impegnata drammaticamente, lo dico senza esagerare, in due scommesse storiche, che la trasformeranno. 

Quella della riforma della sua Costituzione. Quella del suo ingresso nell’Unione Economica e monetaria europea. Questo è, per il nostro paese, un momento arduo, anche pericoloso. Ma è anche un momento alto, carico di futuro: di occasioni e di speranze.

La sinistra si sta dando carico di queste formidabili scommesse. Perderle, sarebbe precipitare non nella prima repubblica, ma in una deriva populista, antipolitica, plebiscitaria.

Una deriva che abbiamo sfiorato solo qualche anno fa; e che è ancora lì, minacciosa.

Io penso che noi le vinceremo, queste scommesse, perché ho fiducia in questo nostro paese. Sento che questo paese sta comprendendo, sta cambiando. Penso che forse sta, non per finire, ma per recedere, finalmente, un modello d’Italia alla pizzaiola, al tira a campare, un’Italia furbacchiona e autodenigratoria, insomma un’Italia all’italiana: e che sta emergendo un’Italia all’europea.

Questa Italia può ricevere molto, ma anche dare molto all’Europa.

Noi, di sinistra, possiamo amarla.

Noi, di sinistra, possiamo interpretarla.

Noi, di sinistra, possiamo rappresentarla.

Un nuovo partito
(prima degli Stati generali di Firenze...)

Il successo della difficile impresa di dar vita ad un nuovo partito non riposa solo sulla pur necessaria capacità di contemperare esigenze e sensibilità diverse, di mettere insieme quadri e militanti, “storie” difformi e conflittuali per condurle a variegata unità; le difficoltà maggiori stanno da un lato nell’interpretare il drammatico mutamento in corso nella economia e nella società contemporanea, dall’altro nel fornire una prospettiva credibile, dinanzi all’esaurirsi delle “ricette” tradizionali della sinistra.
Delle due operazioni necessarie, per dirla con Giorgio Ruffolo, “fondere un passato e fondare un futuro”, la più difficile è la seconda.

Il mondo nuovo che si spalanca dinanzi ai nostri occhi è pieno di opportunità e di pericoli.
“Prima del tempo di Cristoforo Colombo – scriveva qualche tempo fa Renato Ruggero, allora direttore generale della World Trade Organization [Charting the trade routes of the future: towards a borderless economy, 25.9.1997]- gli oceani dividevano il mondo. Ora lo uniscono. Migliaia di miglia di cavi di fibre ottiche intrecciano insieme oceani e continenti, come fanno milioni di onde sonore e di segnali elettromagnetici incrociando l’atmosfera sopra il nostro pianeta. Ventiquattro ore al giorno questa rete globale porta contratti d’affari, transazioni valutarie, informazioni mediche, risorse per l’istruzione, istantaneamente attraverso fusi orari, confini e culture. Le nuove strade commerciali degli anni 90 sono lampi laser e raggi dei satelliti. Il carico non è più seta e spezie, ma tecnologia, informazioni ed idee.”

La World Bank prevede che i paesi in via di sviluppo avranno una crescita annua tra il 5 e il 6 per cento da qui al 2020: questo significa che i paesi in via di sviluppo quasi raddoppieranno la loro quota della produzione mondiale, dal 16% circa del 1992 al 30% nel 2020.
Non si tratta solo di previsioni. Il Regno Unito, durante la prima rivoluzione industriale, impiegò 58 anni a raddoppiare il reddito pro-capite, la Germania 43, il Giappone 34. Ma ora la Malesia ha impiegato 11 anni, il Cile 10, la Cina 9.
E l’accelerazione prosegue. Dieci paesi in via di sviluppo, con un totale di più di 1.5 miliardi di abitanti hanno più che raddoppiato il reddito pro-capite tra il 1980 e il 1995. Tutto questo ha un impatto reale sulla vita quotidiana. L’UNDP – l’organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo – ci ricorda che la povertà è stata ridotta di più negli ultimi cinquant’anni che nei 500 precedenti. Dal 1960 i tassi di mortalità infantile sono quasi dimezzati.
L’UNDP si spinge fino ad ipotizzare che si possa sradicare la povertà globale nella prima parte del nuovo secolo: una utopia che sembra diventare una possibilità.
Ma non ci sono solo le opportunità, ci sono anche i pericoli, e tralascio deliberatamente quelli specifici al Vecchio Continente.
 Poche parole, anzi qualche riga, che traggo – traducendo liberamente - da uno splendido saggio di Arthur Schlesinger jr. [“Has Democracy a Future? in Foreign Affairs, settembre-ottobre 1997]
“La rivoluzione dei computer offre meravigliose nuove possibilità di distruzione creativa. Un obiettivo della creatività capitalistica è la globalizzazione dell’economia. Un non pianificato candidato per la distruzione capitalistica è lo stato nazionale, il luogo tradizionale della democrazia. Il computer trasforma il mercato senza ostacoli in un bestione globale che schiaccia attraverso le frontiere, che indebolisce i poteri nazionali di tassare e regolare, taglia l’erba sotto ai piedi alla gestione nazionale dei tassi di interesse e delle parità valutarie, allarga le disuguaglianze sia all’interno che tra le nazioni, tira giù le condizioni dei lavoratori, degrada l’ambiente, nega alle nazioni la possibilità di dare forma al loro stesso destino economico, non risponde a nessuno, crea una economia mondiale senza un ordinamento mondiale.
 Lo spazio elettronico è al di là del controllo nazionale. Non esistono autorità che possano assicurare il controllo internazionale. Dov’è ora la democrazia?”

Non facili, le risposte, ma quale affascinante impresa, costruire, in queste condizioni, un partito “con un cervello freddo e con un cuore caldo” come dice Giorgio Ruffolo, un partito che rappresenti per le nuove generazioni di lavoratori, il cui futuro si presenta assai diverso da quello delle generazioni precedenti, quella sicurezza e quella speranza che per il proletariato industriale rappresentò il movimento operaio e socialista all’inizio del secolo.


E qui sta l’altro grande filone di ricerca. Non si fa un nuovo, grande partito senza una idea di quale campo si intenda occupare, non bastano i programmi, occorre costruire l’identità del partito, basata su un “ programma fondamentale” che indichi mete di grande respiro e sappia quindi suscitare le energie necessarie all’impresa.
Si rassicurino i miei interlocutori: nessun ritorno dell’antico complesso palingenetico, nessuna nostalgia per gli approdi inevitabili della storia, ma, insieme alla accettazione piena del mercato, insieme alla rinuncia alle nebulose “terze vie” ci sarà pure il diritto di rifiutare il “pensiero unico” e l’idea che la storia sia già finita.
Anche qui mi soccorre Giorgio Ruffolo: “La sinistra deve accettare senza riserve l’economia di mercato. Non può invece accettare una società di mercato: una società organizzata …attorno al supremo principio della compravendita”


Torna, a mio avviso, con tutta la laicità necessaria, l’esigenza di un dibattito attorno al socialismo, che, almeno per la cultura cui appartengo non è “un grande avvenire dietro le spalle”


Leggo, in un interessante documento della Fondazione Pietro Nenni [Contributo alla discussione su “Il socialismo oggi”]

A-
Il socialismo è stato:
1)un’etica [la solidarietà con i meno fortunati, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, il costume semplice e onesto];
2)una dottrina [principalmente il marxismo] che ha interpretato la storia secondo categorie economico-sociali, prima fra tutte la lotta di classe;
3)un progetto di nuova società senza classi e senza stato in cui tutti gli esseri umani fossero liberi ed uguali;
4)una teoria degli strumenti: la collettivizzazione e il piano;
5)strategie [diversificate] per la conquista e l’esercizio del potere e per la costruzione della nuova società.

La scaletta è utile per ragionare, nelle occasioni che ci saranno, attorno a cosa rimane di un patrimonio di teorie, di regole, di finalità.
Molto è caduto, non solo il socialismo sovietico. Molto è inesorabilmente sbiadito, e non solo il determinismo marxista e l’analisi di una società che non c’è più.
“Alla socialdemocrazia in senso proprio, -scrive Domenico Settembrini [“C’è un futuro per il socialismo? E quale?” Laterza 1996] - cioè all’illusione della rivoluzione gradualista, pacifica e liberale – ma altrettanto radicale di quella violenta, nei suoi effetti palingenetici di rovesciamento del sistema – con la caduta del comunismo è davvero venuto a sprofondare il terreno sotto i piedi. Il comunismo l’ha trascinata nella propria irreversibile rovina perché le ha fatto mancare il fine ultimo, quello che dava nobiltà e durevolezza al provvisorio, al graduale, al contingente, e caricava di significato rivoluzionario le riforme: l’abolizione del capitalismo. Un obiettivo che non appare più auspicabile, perché – come ha dimostrato l’esperienza del socialismo reale – al di là, completamente al di là del capitalismo, non v’è la terra promessa, ma un abisso di miseria e di oppressione.”
La spietata – ed intempestiva, viste le vittorie successive delle socialdemocrazie- analisi di Settembrini è ugualmente utile per misurare problemi reali e valutare meglio il significato del dibattito che nelle socialdemocrazie è in corso ed ha prodotto, tra l’altro, nel partito laburista inglese la nota soppressione del punto 4 del programma che impegnava ad “assicurare ai lavoratori del braccio e della mente i pieni frutti del loro lavoro e la distribuzione più equa possibile dei medesimi, in base alla proprietà comune dei mezzi di produzione e al miglior sistema possibile di amministrazione e di controllo popolare di ogni industria e di ogni servizio”

La eliminazione di ogni ipotesi collettivista appare cioè l’indispensabile precondizione per la costruzione di un programma credibile.
Non mi pare, tuttavia, che sia sufficiente a renderlo adeguato. La questione di una prospettiva più ampia delle singole proposte programmatiche resta inevitabilmente aperta.
Gino Giugni, in un suo bel libro [Socialismo: l’eredità difficile –Il Mulino 1996] dopo avere sintetizzato con grande efficacia alcune delle questioni fondamentali del socialismo europeo ed italiano, si poneva la questione della eredità culturale ed ideale del riformismo socialista.
Il processo, finalmente avviato, di costituzione del nuovo partito, sembra mostrare una risposta possibile.
Che sia quella definitiva dipenderà anche, a mio avviso, dalla capacità di far rivivere questa più ampia ricerca.
Se stesse a me suggerire una traccia, sceglierei quel che
Carlo Rosselli scriveva, tra confino ed esilio nel ”Socialismo liberale”: “Il socialismo non è né la socializzazione, né il proletariato al potere e neppure la materiale uguaglianza. Il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini….”

Mario Artali


LA SINISTRA E LE CICALE

di GIORGIO RUFFOLO 

LE ELEZIONI amministrative sono state per la Cosa due - o comunque si voglia chiamarla - un insuccesso. È inutile negarlo, accampando interpretazioni consolatorie. È utile invece chiedersi se - come certi affermano - l'insuccesso sia dovuto all'inconsistenza del disegno. Io non lo credo affatto. Penso che il disegno fosse giusto. Che non sia stato seguito con la necessaria determinazione. Che andare a caccia di altre geometrie politiche sarebbe perdere tempo, schivare i problemi veri, aggravare le difficoltà della sinistra italiana. Che bisogna riprenderlo, su nuove e più solide basi.
Quel disegno nasceva dalla constatazione dell' anomalia della sinistra italiana in Europa, con un partito, il Pds, che costituisce, con il 20 per cento dell'elettorato circa, il corrispondente di partiti socialisti che gravitano attorno al 40 per cento. 

ANOMALA, in realtà, la sinistra italiana lo è stata per mezzo secolo: egemonizzata da un partito comunista relegato all'opposizione e contrapposto a una Dc sempre al governo, con un piccolo e inquieto partito socialista in mezzo. Quando quel quadro si è decomposto, la sinistra anziché ricomporsi, si è ulteriormente frammentata, in un quadro istituzionale confuso e anomalo anch'esso.
Il disegno di D'Alema mirava ad europeizzare finalmente il quadro in senso bipolare, con la riforma della Bicamerale; e ad europeizzare la sinistra, radicandola saldamente nella tradizione del socialismo riformista europeo. Per quanto riguarda la prima parte del disegno, bisogna dargli atto di averla perseguita fino all'ultimo, con un coraggio e una coerenza che gli sono stati riconosciuti più dagli avversari che dagli amici. Per quanto riguarda la seconda parte, penso invece che sia mancata una vera convinzione e una necessaria perseveranza. In particolare, sono mancati due elementi essenziali, che non scopro ora, nel dopo partita, ma sui quali ho insistito vanamente da molto tempo, fino alla noia.
Il primo è una reale volontà di risolvere la questione socialista. Il primo scopo di un partito che voleva radicarsi nel socialismo europeo era quello di recuperare i socialisti italiani: intendo dire, una gran parte di quell'elettorato che votava socialista non certo per opportunismo e malcostume, ma per un'antica e nobile tradizione riformista e democratica della sinistra: quella che oggi gli ex comunisti riconoscono come vittoriosa. Per questo occorreva un esplicito riconoscimento di quella tradizione, delle sue ragioni ideali e storiche; una recisa condanna di quell'irresponsabile e vendicativa campagna di denigrazione dei socialisti che il Pci ha favorito o addirittura promosso; un'assunzione di questa questione come prioritaria per la costituzione del nuovo partito. Invece si è deciso di rimuovere la questione socialista aggirandola dall'esterno, attraverso la legittimazione europea, e diluendola all'interno, in una specie di confederazione di rappresentanze "etnico-culturali" dignitose, ma singolarmente prive di retroterra. Ciò ha fatto mancare al nuovo disegno la spinta propulsiva necessaria per superare resistenze e rancori. La maggior parte dell'elettorato ex socialista è rimasto "al di fuori". Non erano certo gli altri piccoli raggruppamenti federati in grado di sostituirlo.
Il secondo elemento è stato il mancato collegamento della costituzione del nuovo partito a un progetto politico definito. La "fondazione" di una grande nuova sinistra riformista richiedeva particolarmente in Italia, dove una grande sinistra riformista non è mai esistita, un profondo ripensamento collettivo dei valori, del progetto, dei programmi. Per questo si era suggerita una vasta mobilitazione culturale di tutte le forze vive della sinistra in un grande Forum dal quale potesse emergere l'identità di un partito realmente "nuovo". Devo dire che questo grande disegno di mobilitazione culturale si è risolto in una serie di dignitosi seminari. Devo ricordare che in altri paesi, e soprattutto in Gran Bretagna, dove pure poggiava sulle strutture solidissime di un antico partito senza alcun bisogno di rilegittimazione, la "rivoluzione blairiana" è stata preceduta da uno sforzo di aggiornamento culturale vasto e profondo. 
Difetto di identificazione delle componenti prioritarie e, soprattutto, difetto di identificazione progettuale mi sembrano fattori sufficienti a spiegare l' impasse nella quale quel giusto disegno è caduto.
Non mi convincono però affatto le ragioni di coloro che da quell'impasse suggeriscono di uscire gettando a mare quel disegno per sostituirlo con un altro molto più astratto e indeterminato. Puntare sull'alleanza dell'Ulivo anziché sul partito? Che significa in pratica? Dappertutto in Europa la sinistra si fonda su partiti solidamente radicati nella società e fortemente strutturati. Quando, e accade spesso, formano delle alleanze, si guardano bene dallo sbiadire i loro contorni e la loro identità. Altro sarebbe puntare, attraverso l'alleanza, a una formazione politica più ampia, in pratica ad allargare i confini del "partito della sinistra" a forze con diverse tradizioni e provenienze storiche: come è accaduto altrove, in Europa (in Francia, in Spagna, in Inghilterra). Ma questo non si dice, anzi, si nega. Resta allora l'anomalia. E poiché è tale si tende curiosamente, anziché a ridurla, ad estenderla a tutta Europa e al mondo: inventandosi nuovi Ulivi europei e nuove internazionali mondiali. È un vecchio vizio della vecchia sinistra comunista quello di vendere l'arretratezza italiana per avanguardismo. 
Voglio dirlo con franchezza. Ho sempre apprezzato l'onestà e l'intelligenza di Walter Veltroni. Devo dire che mi convincono molto più la sua ottima performance governativa, la passione e la competenza con la quale ha finalmente dato forza e prestigio alla politica dei beni culturali che non le sue variazioni sul tema di nuove internazionali.
Penso che la risposta alle difficoltà che la sinistra e la stessa maggioranza dell'Ulivo incontrano oggi, alla loro indubbia battuta d'arresto, non debba essere cercata sul piano di nuove geometrie elettorali, ma su quello del progetto politico. Non costruendo meta-soggetti senza progetto. Ma un progetto sul quale fondare un soggetto. Il quale potrà pure abbracciare, col tempo, tutte le forze che oggi si riconoscono nell'Ulivo. E allora ci si accorgerà con stupore che è diventato molto simile ai partiti della sinistra europea, che continuano a chiamarsi socialisti e socialdemocratici, e che raccolgono sotto il loro ombrello socialisti, cattolici, protestanti, liberali, trotzkisti e buddisti. E che non c'è il pressante bisogno di ombrelli nuovi.
Le risposte vere, necessarie, bisogna darle ai problemi formidabili posti dalla mondializzazione, dalla rivoluzione tecnologica, dall'invecchiamento della popolazione, dall'insostenibilità dei regimi pensionistici, dalla persistente invadenza delle strutture burocratiche, dalle resistenze corporative, dalla congestione metropolitana, dalla minaccia dell'insicurezza, dal flagello della droga, dall'immigrazione, dall'insufficienza della formazione e dell'educazione, dal sottosviluppo culturale: problemi che, se non sono gestiti, provocano disoccupazione, ineguaglianza, demoralizzazione, ma che, se gestiti programmaticamente e pragmaticamente possono essere orientati verso soluzioni di sviluppo e di civiltà superiori.
La differenza tra la sinistra e la destra è proprio qui: che la sinistra deve assumersi il compito di regolare quei problemi secondo ragione e giustizia, mentre la destra li gestisce secondo la logica dei rapporti di forza. La sinistra una volta era votata a sovvertire l'ordine. Oggi è condannata a costruirlo. Perciò le si chiede capacità progettuale all' altezza di quei problemi formidabili.
La sinistra italiana ha dimostrato finora di saper guidare il paese attraverso il drammatico passaggio dell'Unione monetaria. Questo straordinario successo è dovuto in gran parte alla forte finalizzazione programmatica dell'azione di risanamento finanziario. Alla drammatizzazione di quei parametri di Maastricht tanto vilipesi. Alla tensione che si è riusciti a suscitare nella coscienza collettiva attorno a quei traguardi. Ciò che diventa necessario, ora che quella tensione si è allentata, è finalizzare in modo altrettanto strigente l'azione riformatrice, che pure su più terreni il governo ha cominciato a promuovere. Per questo è necessario fondare l'azione della sinistra su un progetto riformatore, che contrasti le derive populistiche, e renda espliciti e per quanto possibile quantificati i traguardi e i tempi di quel progetto: i parametri di una Maastricht sociale. Un progetto che risponda alle domande più urgenti della società.
Invece di inventare nuovi nomi, c'è bisogno di ridare vita ai nomi e alle forme esistenti. Invece di tracciare nuove internazionali, occorre dare il nostro contributo al compito cui la sinistra europea si appresta, di governare un'Europa che sta affrontando le sfide dell'unione monetaria e dell'allargamento. Occorre dare scopo e coesione a quel partito socialista europeo che per ora è solo uno slogan, e che terrà il suo Congresso a Milano nella prossima primavera.
Finiamola di parlare di geometrie politiche. È un discorso che non interessa proprio nessuno, quello dei nomi, delle sigle, dei colori. Mi ricordo di quel sonetto di Trilussa. Il camaleonte annuncia che assumerà nuovi colori. Gli rispondono le cicale: "Sai quanto ce ne frega a noi cecale, de che colore sei?". 


La Repubblica 
Sabato 13 Giugno 1998


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