La firma del Patto per l'Italia non ha risolto il conflitto sociale

Il bello deve ancora venire

di Vittorio Valenza

Colpo di grazia. Il cosiddetto Patto per l'Italia, sottoscritto dal governo e dalle parti sociali, con l'esclusione della sola Cgil, il 5 luglio scorso, "una giornata fortunata" secondo Silvio Berlusconi, rischia di dare il colpo di grazia ai già provati conti dello Stato. Tra la revisione delle aliquote Irpef per i redditi inferiori ai 25 mila euro, l'indennità di disoccupazione, lo sconto del due percento sulle imposte delle società, la riduzione dell'Irap, le provvidenze per il Mezzogiorno, non è sbagliato ipotizzare che il suo costo si aggiri intorno agli otto-nove miliardi di euro. Una cifra al di fuori delle già scarse disponibilità del governo. Così, il 15 luglio, la Corte dei Conti ha bocciato il Documento di programmazione economica, base della Finanziaria 2003, il quale, come noto, fa proprio il Patto per l'Italia. Secondo i giudici contabili, la manovra di 12 miliardi di euro proposta nel Dpef sarebbe del tutto insufficiente. Per rispettare le compatibilità europee, dovrebbero esserne recuperati almeno 18 o 19. Un osservatore, come Paolo Cirino Pomicino, di certo non pregiudizialmente ostile al governo, parla ormai di "rischio mortale, che corrono governo e maggioranza se non mettono mano per tempo e con maggiore energia al riordino dei conti pubblici". In autunno, quindi, in sede di Legge finanziaria, il governo dovrà scegliere. Potrà, come suggerisce Cirino Pomicino, avventurarsi in un maxi condono fiscale maxi tombale. Oppure trovare il modo di non dare corso all'accordo, magari incominciando da quella clausola che recita: "La prossima legge finanziaria non dovrà prevedere riduzione della spesa sociale rispetto allo scorso anno".

"Sole". In sostanza, a oggi, il Patto per l'Italia equivale a un assegno scoperto. Dopo lo sciopero generale del 16 aprile, Silvio Berlusconi, nel tentativo di fuoriuscire dal cul de sac nel quale lo avevano cacciato i massimalisti al seguito della Confindustria, potrebbe aver rifilato alla Cisl e alla Uil quella che in dialetto romanesco si chiama "una sola". Se così fosse, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti non dovrebbero, però, prendersela più di tanto. "Pan per focaccia", recita l'adagio popolare. Infatti, in quanto a tappeti taroccati, i Nostri non sono stati da meno. È vero che i miliardi del governo sono virtuali, ma anche la cosiddetta "deroga" all'Articolo 18 è più immaginaria che reale. Nel Patto, è scritto che le aziende al di sotto dei 15 dipendenti potranno superare la fatidica soglia mantenendo, per tre anni, la facoltà di licenziare, in carenza di "giusta causa", senza incorrere nel rischio del reintegro, ma pagando un indennizzo. Questo "non computo" non si applicherà alle aziende che sono scese sotto la soglia negli ultimi 12 mesi. E, naturalmente, non varrà per il pubblico impiego. In Italia, con riferimento all'industria ed ai servizi, le imprese dovrebbero essere circa tre milioni e mezzo. Di queste, stando ai dati forniti dal Patto per l'Italia, quelle fra i 10 ed i 15 "addetti" sarebbero circa 87.515, con 865 mila dipendenti. Già il dato fornito è, come si può vedere, improbabile: 865 mila diviso 87 mila 500 fa 9,89. Peccato che la classe di imprese censita avrebbe dovuto essere quella dai 10 ai 15 dipendenti. E non quella sotto i dieci. Rileviamo lo svarione, perché è emblematico del modo con il quale i cosiddetti "esperti" sono soliti affrontare i problemi: alla carlona. Pertanto, i casi sono due: o le imprese interessate sono molte di meno o i lavorati sono molti di più. Tuttavia, prendiamo il dato per buono. La deroga investe, potenzialmente, il 2,5 percento delle imprese. E già così, si capisce quanto la questione sia inconsistente. Poi, noi sappiamo che l'occupazione aumenta se l'economia tira. Evenienza che, purtroppo, non è all'orizzonte. Insomma, la misura rischia di fare il paio con quella del "sommerso" che doveva "emergere", ma che non è "emerso".

Entusiasmi. Allora perché, il presidente della Confindustria manifesta tanto entusiasmo: "L'accordo è molto importante ed è destinato a cambiare il mercato del lavoro in Italia creando per la prima volta dopo trent'anni tante flessibilità tutte insieme". Si accontenta di poco? "Cuor contento il ciel l'aiuta"? L'attacco è la migliore difesa? In tabù è stato finalmente scalfito? Incominciamo da quest'ultima motivazione. Finalmente, dopo tanti anni, l'odiato Articolo 18, baluardo della libertà sindacale, è stato, per la prima volta, toccato, seppur in modo ancora insoddisfacente. Una ferita inferta e, in pari tempo, un passo avanti. Errore. Infatti, come ricorda il Patto stesso, "Più volte le parti sociali hanno concordato con il Governo il "non computo" di alcune categorie di lavoratori": i contratti di formazione e lavoro nel 1984, quelli di apprendistato nel 1987, di reinserimento nel 1991, i lavoratori interinali nel 1997 e i "socialmente utili" nel 2000. Oppure, Antonio D'Amato vuole distogliere l'attenzione dei suoi associati da quei punti del Patto gravidi di spiacevoli conseguenze, per loro. Che reazione avranno, infatti, i nostri bravi imprenditorini, sempre alla ricerca di un qualche trucco per non pagare il dazio, quando leggeranno con attenzione le parti dell'accordo che parlano di "rami d'azienda", di "esternalizzazioni" e "collaborazioni coordinate e continuative"? Infatti, la Confindustria, in cambio della misera "deroga", ha dato il via libera all'introduzione di norme più rigide proprio in quei punti nei quali si sono realizzati, in questi anni, i maggiori profitti: le "esternalizzazioni" e le "collaborazioni coordinate e continuative" di comodo. Se D'Amato ha vinto, la sua è stata una vittoria di Pirro.

Punti caldi. Può anche darsi, però, che il Nostro veda dove noi non vediamo. In effetti, nel Patto, ci sono affermazioni inquietanti: il tasso di inflazione programmata per il 2003 è fissato all'1,4 percento. Come è noto, l'Accordo del 23 luglio '93 (governo Ciampi), pietra angolare sulla quale poggia l'edificio della cosiddetta "concertazione", riconfermato nel "Patto di Natale" del '98 (governo D'Alema), impone che "la dinamica degli effetti economici del contratto" sia "coerente con i tassi di inflazione programmata". Queste poche parole hanno determinato, negli ultimi dieci anni, una sostanziosa perdita di potere d'acquisto degli stipendi, dovuta alla costante differenza tra l'inflazione programmata e quella rilevata dall'Istat. A ben poco è servito l'altro paragrafo nel quale si dice che "ulteriori punti di riferimento del negoziato saranno costituiti dalla comparazione tra l'inflazione programmata e quella effettiva intervenuta nel precedente biennio". Anche perché la frase che lo completa ("da valutare anche alla luce delle eventuali variazioni delle ragioni di scambio del Paese") è un non senso nell'età della globalizzazione e conduce nel campo delle cento pertiche. Oggi, il rischio è ancora maggiore. Infatti, a nessuno sfugge che, con l'introduzione dell'euro, la rilevazione del tasso d'inflazione lascia molto a desiderare. Quindi, già l'inflazione programmata ha poco a che vedere con quella rilevata e, oggi, quella rilevata sembra non corrispondere a quella reale. È in questo contesto che, a dicembre, tre milioni di dipendenti pubblici rinnoveranno il contratto. E che, entro l'anno, scadranno quelli dei metalmeccanici e del commercio

Per ora. Per ora, Cisl e Uil hanno messo le mani avanti. Sul Corriere della Sera del 13 luglio 2002, Savino Pezzotta ha detto: "Noi non siamo d'accordo sui tassi indicati dal governo. L'1,4% per il 2003 non garantisce il potere d'acquisto delle retribuzioni." Per Adriano Musi, numero due della Uil: "L'1,4% di inflazione programmata per il 2003 è semplicemente incredibile". Inoltre, il segretario della Cisl ha annunciato che la sua organizzazione chiederà aumenti di retribuzione superiori al tasso di inflazione programmato. Resisteranno? Dipende. Lo scenario che molti, nel governo e tra i padroni, non solo intravedono, ma anche auspicano è, paradossalmente, quello descritto da Valentino Parlato sul Manifesto: "Cisl e Uil hanno svenduto, di contrabbando, felici di diventare forze di complemento dell'attuale governo dal quale soltanto traggono la loro legittimazione." In sostanza, facendo conto sul tradizionale collateralismo del sindacato italiano, tanti pensano che, vigente il sistema bipolare, la Cisl e la Uil saranno risucchiate nell'area governativa e, pertanto, che il Patto per l'Italia sia stato solo il primo passo, il più tormentato, in questa direzione. È in questa logica che bisogna inserire la risposta che il direttore generale della Confindustria ha inviato a Pezzotta: "Il tasso viene fissato dal Governo e a quello devono attenersi coloro che credono nell'accordo del '93", "o si è dentro al patto del luglio '93 o si è fuori"; nel primo caso bisogna "condividere" gli obiettivi, altrimenti "si fa come la Fiom e si sta fuori dalla politica dei redditi."

Divisione. L'autunno chiarirà le posizioni. Per ora, prendiamo atto che, per la prima volta negli ultimi dieci anni, i vertici sindacali mettono sotto accusa la logica dell'Accordo del 93, cioè l'ancoraggio delle richieste salariali al tasso di inflazione programmata. E, quindi, confidiamo che lo scenario descritto dal Manifesto, sia immaginario. Rimane il problema della divisione sindacale. Da noi, come in tutta l'Europa latina e a differenza dei paesi del Nord, il sindacato è, e non da oggi, plurale. Esistono, cioè, più sindacati. E, come ha di recente scritto, sul Corriere della Sera, Pietro Ichino: "In un sistema fondato, come il nostro, sul principio del pluralismo sindacale, un accordo firmato da un sindacato e non da un altro non dovrebbe considerarsi come una anomalia e tanto meno come una tragedia: che senso avrebbe il pluralismo sindacale se non quello di consentire che scelte diverse, anche sul terreno negoziale, possano confrontarsi liberamente?" Il ragionamento non fa una grinza. Tuttavia il pluralismo sindacale non è meramente sindacale. È frutto, piuttosto, attraverso la mediazione dei cosiddetti "partiti di massa", delle grandi idee che hanno contrassegnato la marcia dei lavoratori italiani verso l'emancipazione: il socialismo, il cristianesimo sociale e il comunismo. Quindi, finché sono esistiti i "partiti di massa", il pluralismo sindacale è stato sinonimo di collateralismo. E il collateralismo può degenerare in subalternità. Così è stato, per esempio, negli anni '50 e (perché no?) nel decennio che ci sta alle spalle. Oggi, il collateralismo sembra improponibile, perché se "le grandi narrazioni" ancora influiscono sulle politiche sindacali, non trovano, invece, alcuna corrispondenza nel quadro politico. La Cgil, per esempio, sta applicando la forma "anglosassone" del collateralismo: la cinghia di trasmissione gira alla rovescia. E, fin qui, ci pare ardito pensare che la Cisl e la Uil possano supportare Forza Italia, Alleanza nazionale o la Lega nord, mantenendo, nello stesso tempo, la loro rappresentatività. Siamo quindi di fronte a un pluralismo senza collateralismo?

Il problema. Nell'attesa di vedere come va a finire, un problema, però, reclama una soluzione urgente. Come ricorda Pietro Ichino: "Gli accordi o i non accordi sindacali producono degli effetti che investono non solo gli iscritti ai sindacati, ma l'insieme dei lavoratori cui quelle intese si riferiscono". E per il primordiale principio del "No taxation without rappresentation", un accordo collettivo destinato a produrre effetti sulla generalità dei lavoratori deve essere stipulato da chi rappresenta almeno la maggioranza di quei lavoratori. Altrimenti saremmo di fronte a un potere illegittimo. L'articolo 39 della nostra Costituzione indica come questo principio dovrebbe essere applicato. Se questa norma non ci piace, dobbiamo sostituirla con un'altra. Quindi, invece di perdere tempo con improbabili "riforme", sarebbe opportuno mettere mano alla soluzione di questo problema. Per esempio, a una normativa che regolamentando, con la supervisione del ministero del Lavoro, l'elezione dei rappresentanti sindacali, anche su liste contrapposte, consentisse di verificare che chi stipula l'accordo abbia davvero una rappresentatività necessaria. Questo aiuterebbe, fra l'altro, anche a sdrammatizzare il legittimo divergere delle scelte degli uni e degli altri.

16 agosto 2002

Per gentile concessione della "Tribuna di Lodi"


DALLA MARCIA DI PERUGIA ALLA COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DI BOLOGNA: L´EVENTUALE ALLEANZA PREOCCUPA LE GERARCHIE

Allarma la Curia l´abbraccio Cofferati-Papa boys 
Ma i cattolici «di base», da Assisi a Camaldoli, vanno verso i girotondini 


CITTA´DEL VATICANO COFFERATI ha lanciato un´opa sul volontariato cattolico?». Dalla marcia della pace Perugia-Assisi alla commemorazione delle vittime di Bologna la domanda-provocazione ricorre nelle sempre più frequenti manifestazioni congiunte e nelle mille occasioni di incontro fra il "popolo rosso" e vasti settori del no profit ecclesiale. «Molti valori sono in comune - spiegano gli ammiratori cattolici del Cinese - come si fa a difendere la famiglia se si lascia campo libero al precariato e all´instabilità sociale?». Però l´alleanza con Cofferati, ossia la preferenza accordata da ampi settori del mondo cattolico ad un´impostazione di sinistra «massimalista», preoccupa la Curia. Dietro il Portone di Bronzo non gradiscono la vicinanza tra Papa-boys e girotondini. Meglio non schierarsi e mantenere al primo punto la salvaguardia della propria identità di credenti: difesa della vita, famiglia, bioetica. E l´apprensione cresce man mano che si moltiplicano i segnali dell´ingresso degli eredi di Dossetti nella galassia Cofferati. A Camaldoli la «benedizione» impartita dal cardinale Martini ai vertici della sinistra cattolica riuniti attorno a Romano Prodi, a Milano la presa di posizione delle Acli a difesa dell´articolo 18, a Bologna i fischi degli scout al ministro Buttiglione, in tutta Italia l´intenso dibattito nelle associazioni ecclesiali sul nuovo Ulivo. La base della sinistra cattolica e settori della gerarchia seguono con grande interesse infatti il progettato rilancio ulivista. Tanto, osservano Oltretevere, che il leader Cgil può perfino rinunciare al ticket di candidati, uno di sinistra e uno moderato, ritenendo che le due tradizioni siano sempre più vicine. Il fermento nel mondo ecclesiale attorno ai temi della politica è testimoniato proprio dalle accuse formulate a Milano dalle Acli alla politica economica del governo. Nel mirino dei lavoratori cattolici c´è, soprattutto, il Patto per l´Italia, ossia l´impianto ispiratore dell´accordo sottoscritto da Cisl e da Uil e bocciato dalla Cgil. Una raffica di accuse alla maggioranza, che sovverte «gli equilibri sociali», e al neoliberismo, che «allarga l´area del precariato». Sul banco degli imputati ci sono anche i progetti dell´esecutivo su scuola, sanità e previdenza. La sinistra cattolica, inoltre, si ricompatta contro la delega che prevede la riduzione dei contributi per i neoassunti e «compromette la tenuta del sistema previdenziale pubblico». Al sindacato confederale, quindi, tocca «riscoprire il valore dell´unità come un fattore essenziale per consolidare la rappresentanza generale del lavoro e arginare la frammentazione sociale e le spinte particolaristiche». Il più criticato è il sindacato tradizionalmente più vicino, la Cisl, rimproverato dai cattolici di sinistra di aver venduto per un piatto, anzi per un «patto» di lenticchie (come recita uno slogan), diritti che, per loro natura, non andrebbero mai contrattati. 
Un attacco frontale, a partire dalla constatazione che «la forte attenuazione del principio di progressività del prelievo e la tendenza alla riduzione della pressione fiscale e dei contributi sociali avranno come conseguenza l´indebolimento della funzione redistributiva dello Stato e il ridimensionamento del sistema di protezione sociale pubblico». L´ultima edizione del meeting di Camaldoli, poi, ha accresciuto la vivacità del confronto. «I prodiani confermano la matrice montiniana in contrasto con la linea wojtyliana», sintetizzano i cristiani di base di Adista «sale Amato, scende Rutelli (ormai alleato con l´anti-Prodi, Franco Marini), apprezzamento per Cofferati, alleato meno insidioso di D´Alema e Fassino». Gli esponenti ecclesiali, culturali e politici vicini a Romano Prodi tengono viva la sua fiamma in vista del ritorno in Italia a fine 2004, quando cesserà il mandato europeo. «E´ netta la cesura tra i prodiani di matrice montiniana e gli esponenti ruinian-wojtyliani - sottolineano ad Adista - i primi hanno ribadito sulla scia del Concilio che la democrazia non è una delle tante scelte possibili nel mercato delle forme politiche ma è quella più compatibile e apprezzabile». Per Carlo Maria Martini la centralità della Parola di Dio, per il futuro dell´Europa, più che nella nostalgia della cristianità passata (che svalutava la Bibbia e si armava di catechismi) deve fondarsi sull´accesso diretto alla Bibbia da parte dei fedeli, così da consentire un dialogo fruttuoso con le altre religioni e le altre culture. Non è un caso che a Camaldoli Giovanni Bachelet abbia letto il brano della «Gaudium et Spes» dove la Chiesa si dice disponibile a rinunciare a privilegi per contribuire al bene comune, chiedendo di proseguire il cammino indicato da Giovanni XXIII. Poi Celestino Migliore, sottosegretario vaticano per i rapporti con gli Stati, ha messo in guardia dalla «laicizzazione dell´assetto sociale».

La Stampa
8/8/2002


Il massimalismo e l'Italia arretrata

di PIERO OTTONE


Sergio Cofferati sta combattendo la sua battaglia, e non sappiamo come andrà a finire. È chiaro per adesso solo questo, che la sua opposizione, estrema, rigida, intransigente, crea imbarazzo nella sinistra moderata, ma piace a molta gente. Lo sciopero generale ha avuto successo; la sua figura gode di grande popolarità; i giornali gli dedicano pagine intere. È dunque vero che in Italia c´è largo spazio per quello che si chiama per brevità, con termine approssimativo, massimalismo? Sì, è vero. Resta da chiedersi perché.
Non ce lo chiediamo abbastanza spesso, e facciamo, per dimostrarlo, un passo indietro. Tutti sappiamo che l´Italia ha dato vita nella seconda metà del Novecento al più forte partito comunista dell´Occidente; sappiamo che questo partito ebbe larghi favori, oltre che nel proletariato, anche fra intellettuali e borghesi, fra persone di specchiata onestà. Caduto il muro, tramontata l´Urss, abbiamo messo i comunisti sotto processo; qualcuno definisce ancora adesso il comunismo "la più grande calamità del nostro secolo"; e gli ex-comunisti, afflitti da complessi di colpa, non perdono occasione per scusarsi, per battersi il petto. Ma perché quel partito comunista così forte esisteva da noi e non, per esempio, in Inghilterra? Perché non c´era un grande partito comunista negli Usa? Fu, il nostro, un fenomeno caratteriale, una questione di cromosomi; fu un capriccio della storia? O non si potrebbe cercare qualche spiegazione più seria?
Domande analoghe (prima di arrivare a Cofferati) possiamo porle per tutta la tradizione del nostro massimalismo (chiamiamolo così), dall´occupazione delle fabbriche dopo l´altra guerra fino alle manifestazioni recenti, compresi i girotondi, che sono ormai un massimalismo casalingo, alla buona. Perché tutto questo?
Gli storici, i sociologi hanno affrontato il tema in saggi eruditi, ma qui vorrei offrire una risposta semplice, intuitiva, riducendo il problema ai minimi termini. La gente, ecco la risposta, vuole cambiare il sistema vigente (sistema politico, sistema economico) quando quel sistema è scadente, per non dire peggio. Gli americani, gli inglesi, gli scandinavi, gli olandesi non hanno partiti eversivi, o massimalisti, perché accettano il sistema vigente nei rispettivi paesi, la democrazia parlamentare, il capitalismo: segno che tutto sommato funziona bene. (Mentre in Russia lo zarismo era così malandato, e piaceva così poco, che i comunisti, addirittura, conquistarono il potere).
In Italia, il capitalismo non piaceva perché presentava, secondo l´espressione famosa di Ted Heath, primo ministro britannico, "una brutta faccia", an ugly face. In altre parole: perché la classe dirigente in senso lato, gli uomini politici, i notabili, gli uomini d´affari, nell´industria e nella finanza, non erano abbastanza efficienti, e abbastanza onesti, per legittimarsi di fronte al paese; non offrivano un livello sufficiente di giustizia, di benessere, di onestà. Il sistema non funzionava abbastanza bene per essere accettabile.
D´accordo: ora la faccia del capitalismo italiano è un po´ meno brutta, il benessere si è diffuso, il comportamento della classe dirigente è un po´ meno arrogante, tanto è vero che il partito comunista si è sciolto anche da noi, ha cambiato nome; non è più diffusa l´aspirazione a instaurare un sistema diverso. Ma la normalità, la convivenza civile è ancora un miraggio. Coloro che condannano il tono aspro del nostro dibattito politico, coloro che indicano come esempio il dibattito tranquillo di altri paesi, dimenticano che le condizioni generali, da noi, sono ancora diverse. Non ripeterò adesso l´elenco delle nostre anomalie: lo conoscete. Abbiamo servizi pubblici scadenti; e metodi di governo spregiudicati (l´arroganza del potere), adottati da ministri che antepongono l´interesse personale al bene comune, e quindi non possono legittimarsi di fronte all´opinione pubblica. Coloro che ci governano, se vivessero nei paesi che tanti commentatori bene intenzionati additano a esempio, non sarebbero al potere; forse non sarebbero neanche in libertà. Sono, queste circostanze della nostra vita nazionale, piccole variabili indipendenti?
Il massimalismo (chiamiamolo così) sarà dunque, come si dice, una nostra peculiarità; magari un nostro malanno nazionale. Ma non nasce per caso; non è dovuto al capriccio o al malanimo di questo o quel personaggio, ieri di un Lama, oggi di un Cofferati. Non è una questione di cattivo carattere. È il prezzo che si paga per un´arretratezza generale, di cui la classe dirigente porta la sua parte, non piccola, di responsabilità, In altre parole: ogni paese ha l´opposizione che si merita.

la Repubblica
23 luglio 2002


La Cgil? Boriosa e bulgara
Secondo i Ds, l'organizzazione sindacale è un colosso reso superbo dalla 
propria potenza. E Cofferati un conservatore pieno di sé. Ma di fronte al 
ciclone, la Quercia non sa cosa fare


di Giampaolo Pansa

Sono tre le spiegazioni che al vertice dei Ds danno del ciclone messo in moto da Sergio Cofferati. La prima dice: il successo del 23 marzo, con la sterminata manifestazione al Circo Massimo, gli ha dato alla testa, al Cinese e ai suoi. Stanno sempre lì a guardare e a riguardare il film di quell'adunata e ogni volta si convincono di essere i più forti. E che tutto il resto della sinistra, a cominciare dalla nomenklatura della Quercia, non avrà altro destino che sottomettersi ai conquistatori in arrivo dal palazzo di corso d'Italia.

La seconda spiegazione è più secca: la Cgil è in preda alla boria da organizzazione. Si ritiene l'unica grande struttura rimasta in piedi a sinistra, con cinque milioni e mezzo di iscritti, la cassa zeppa di soldi, una rete capillare in tutta Italia, da fare invidia a quella dei carabinieri. Un colosso, dunque, reso superbo dalla propria potenza. E che, fatalmente, si fa guidare dal principio che la forza organizzata è tutto, e che i Ds che l'hanno perduta devono cedere il passo.

La terza spiegazione riguarda personalmente Cofferati. Lui sarebbe in preda a un solipsismo tragico. Ossia a un individualismo esasperato, che gli fa pensare di essere l'unico leader in grado di ribaltare le sorti di una sinistra in declino. Il tragico si riferisce alle conseguenze di questa certezza. Perché, alla fine della fiera, dicono molti diessini, il Cinese si ritroverà a regnare su un territorio di rovine. Visto che avrà spaccato il movimento sindacale, il proprio partito e l'Ulivo.

Naturalmente, in pubblico i capi dei Ds si esprimono con molta cautela. Anche il cosiddetto "altolà" di Piero Fassino a Cofferati, nell'intervista a "Repubblica" di mercoledì 10 luglio, è un buffetto, non un cazzotto. In privato è tutta un'altra musica. I giudizi vengono sganciati come bombe a grappolo. Cariche di una spietatezza inusuale persino nelle guerre interne alla sinistra. Così, dopo quel tris di spiegazioni, ascoltate un po' quel che dicono le voci di dentro della Quercia.

Per cominciare, l'uomo Cofferati ti viene descritto come assai diverso dall'immagine che strega qualche milione di compagni. È un ombroso, pieno di sé. Un bonzo sindacale incapace di idee nuove e dalla progettualità uguale a zero. Un conservatore di marmo, che si muove come se l'Italia fosse ancora quella del 1948. Un autocrate che odia il dissenso, tanto d'aver trasformato la Cgil in un partito bulgaro. Dove chi non è d'accordo col gran capo, è stato epurato o è sulla strada di esserlo.

Ma il tratto del Cinese che fa imbestialire di più i piani alti della Quercia è il suo vezzo di mettere sotto accusa morale chi guida i Ds. Le requisitorie di Cofferati sono sempre intrise di un veleno speciale: quello del sospetto di alto tradimento. L'inquisitore di corso d'Italia grida ai Fassino, ai D'Alema, ai Bersani, ai Morando, ai Violante: voi non credete più ai valori della sinistra, alla sua identità, alla sua storia di lotte in difesa dei deboli. Dice uno degli accusati: è una logica staliniana, la contraddizione è dovuta al traditore che si annida nel tuo campo, se lo espelli elimini la contraddizione...

È questo pessimo soggetto che si prepara all'assalto finale del proprio partito. Su come avverrà l'attacco, nei Ds le opinioni divergono. La più diffusa sostiene che il Cinese metterà in atto un'offensiva esterna. Nel senso che non tenterà di conquistare le poltrone di Fassino e di D'Alema. E neppure di insediarsi dentro il baraccone diessino, un palazzo d'inverno ormai diroccato e senza potere. No, il Cinese cercherà di costruire accanto a questa Quercia in rovina un movimento nuovo, un partito diverso e concorrente. Che fatalmente completerà la disgregazione della casa politica alla quale lui ancora appartiene.

A quanti paventano questa offensiva, importa poco la sigla che verrà escogitata per il nuovo movimento cofferatista: si chiami Partito del Lavoro, Federazione delle sinistre o in qualche altro modo. Quel che li tiene sui carboni ardenti è la conseguenza della decisione del Cinese di fare da sé: lo svuotamento parziale del bacino di voti e di militanti dei Ds, la discesa sul campo di un'altra frazione del post-comunismo italiano, il quarto mini-partito, che liquiderà in via definitiva il patrimonio residuale dell'antico Pci. Il quale, si aggiunge, da Palmiro Togliatti in poi non è mai stato soltanto un partito del lavoro: ve lo rammentate tutto l'impegno del Migliore sui ceti medi da conquistare?

Sento dire ancora: se nascerà, il partito del Cinese sarà una faccenda piccola, più vicina al cinque che al dieci per cento, ma dagli esiti esiziali. Perché impedirà alla sinistra di tornare al governo per almeno vent'anni. E introdurrà un'ennesima lacerazione in un'area già dilaniata da troppi odi fraterni. Del resto, la divisione e l'isolamento sono già oggi i risultati più evidenti della politica di Cofferati nella Cgil. Non lo vedete? Ha ingaggiato una lotta mortale sull'articolo 18 senza preoccuparsi delle alleanze. E sta rompendo con tutti, persino con le cooperative, gli artigiani e gli esercenti rossi.

E tuttavia, i vertici dei Ds devono ammettere, a denti stretti, che il Cinese è un avversario molto difficile da contrastare. Oggi in Italia ci sono tre personaggi davvero popolari: papa Wojtyla, Silvio Berlusconi e Cofferati. Il leader della Cgil ha un successo che cresce di giorno in giorno nel popolo diessino. Una parte sempre più grande dei militanti della Quercia lo applaude, lo ammira, lo ama e, soprattutto, lo sente come il suo nuovo capo naturale. Senza rendersi conto di mettere in scena un dramma terribile: quello di un partito che ha il proprio leader altrove e non riconosce più come tali quelli che si è scelto in casa, con un congresso.

Il Cinese lo sa. E fa come il cuculo. Andando e parlando da una festa dell'Unità all'altra, secondo un calendario ben calibrato, mette le sue uova nel nido di Fassino e di D'Alema, e poi sta a vedere, sornione, che cosa ne verrà. Però le uova del cuculo di Cina hanno il verme, dicono alla Quercia. Il verme è la ragione stessa della sua popolarità: quella di aver scelto l'immagine del capo impegnato in uno scontro all'ultimo sangue con un governo di destra nemico di chi lavora. Un capo pronto anche a perdere, ma restando in piedi, con in pugno il vessillo di una battaglia giusta. Ma questa, sento dire ai piani alti della Quercia, è l'ennesima maschera dello sconfittismo, il male eterno della sinistra. L'ultima traduzione pratica della teoria che è meglio stare all'opposizione che governare.

Se però chiedi a qualche vip dei Ds quali mosse abbiano in mente per arginare la marcia del Cinese, la risposta è confusa o non c'è. Ecco la verità nuda e cruda: a parte il Correntone degli adoratori di Cofferati, oggi la Quercia non sa che cosa fare di fronte al ciclone cofferatista. Il Botteghino di via Nazionale è nell'angolo. Senza strategia e paralizzato da un terrore: che qualunque cosa si dica o si faccia, torni a vantaggio del capo della Cgil.

Dunque, agli assediati del Botteghino non resta che aspettare. Che cosa? L'uscita di Cofferati dal bunker di corso d'Italia, ormai fissata per il 21 settembre, salvo nuove proroghe in agguato. Allora, forse, si potrà ragionare e trattare. Sento dire: gli faremo delle proposte, un incarico di spicco nel partito, un seggio in Parlamento alla prima elezione suppletiva. Registro e penso che siano pie illusioni, balle rosse e gialle. Se non emergerà qualche cecchinaggio nefando, il Cinese non si fermerà. Segherà la Quercia. Farà il suo partito. E a quel punto la catastrofe della sinistra italiana sarà completa.

L'Espresso
18.07.2002


SILVIO&SERGIO, STRANA COPPIA

di Barbara Spinelli

C'E' chi segretamente rimpiange i tempi andati, quando i partiti rivoluzionari della sinistra esercitavano, su intellettuali e sindacati, una ferma e orgogliosa egemonia. L'intellettuale si muniva della propria scienza, ed era incaricato di dare al movimento operaio la coscienza di classe e l'universalismo che a esso mancava. Il sindacato faceva tutt'uno con la politica, e a seconda dei paesi si sottometteva al partito d'avanguardia o lo sottometteva, come accadeva nel laburismo che non era altro che il prolungamento parlamentare delle Trade Unions.

Si parlava a quei tempi di blocco storico, garantito burocraticamente da quello che Gramsci chiamava l'apparato egemonico. Lo stesso Gramsci era chiaro, in proposito: solo se ci si armava di simile apparato era possibile condurre, contro il capitalismo liberale, quella battaglia di erosione e di presa del potere che sarebbe stata insidiosa oltre che lunga. Contro la borghesia capitalista il movimento operaio era in guerra: o guerra di conquista del potere, o guerra di conquista dell'egemonia sulla società. Gramsci diede a questa seconda battaglia il nome di guerra di posizione, per distinguerla da quella bolscevica che era guerra di movimento. I corpi egemonizzati della società costituivano altrettante «trincee e fortificazioni» delle masse incamminate verso la rivoluzione.

Ma ecco che questa guerra oggi è finita, e non tanto perché gli eredi del partito di Togliatti e Berlinguer sono divenuti pallide ombre di se stessi, diminuiti elettoralmente e intellettualmente. Sia pure faticando, il partito si è congedato da quella ideologia, che poggiava tutta intera sul linguaggio burocratico-militare: la mobilitazione, la militanza, l'apparato, la conquista del potere al posto del mero esercizio del potere.

Non l'energia politica della sinistra storica si è assottigliata con il passare degli anni e dopo l'Ottantanove, ma l'uso arbitrario e improprio che della politica si faceva ai tempi dell'egemonia. Non più organici, gli intellettuali di sinistra sono come orfani, e si sentono smarriti. Hanno perso la loro missione di infondere scienza e coscienza alle avanguardie politiche. Non sono più usati ­ non hanno più l'utilità sociale che veniva loro conferita ­ e in qualche modo rimpiangono quell'antica e ambigua sudditanza. Sudditanza ambigua perché l'intellighenzia veniva investita di un potere certo e vasto, nel momento stesso in cui si asserviva.

Così succedeva per il sindacato: tanto più era ridotto a cinghia di trasmissione, tanto più decisivo era il potere di veto politico che poteva accampare. Il rancore verso Ds e Ulivo di molti intellettuali e dei dirigenti Cgil nasce anche da questa perdita: è il rancore di chi vorrebbe essere ancora organico, e fare tutt'uno con un'avanguardia che si ponga come obiettivo il dominare, anziché il governare. E' il rancore di chi, d'un tratto, perde la potenza abnorme che deteneva e diventa semplice parte separata della società civile. I partiti della sinistra non hanno più queste forze organiche ai fianchi, chiamate a dirigere la società e a incanalarla in gruppi militanti. Sono di nuovo sole davanti a se stesse, responsabili di se stesse e non più di una classe rivoluzionaria, universale.

Bisogna essere leninisti nel profondo del proprio animo per pensare che questo taglio con il passato sia una perdita d'identità, un lutto. Per rimpiangere, come fa Sergio Cofferati, i tempi della Prima Repubblica in cui «il sindacato aveva molti più margini ed elasticità», e fra Pci e Dc non esisteva la normale alternanza instauratasi oggi fra destra e sinistra ma c'era la «condivisione di molti valori, che rendeva più facili sia il confronto che il raggiungimento di accordi». Precisamente in questo consisteva, nell'epoca in cui l'alternanza era preclusa, l'apparato di egemonia: il partito rivoluzionario era al tempo stesso classe dominante e classe dirigente. Dominava il mondo borghese, con i suoi poteri di interdizione. Dirigeva i corpi sociali che s'impersonavano organicamente nell'intellettuale e nei sindacati.

Lungi dall'essere una diminuzione e un rimpicciolimento, questa perdita d' egemonia è una grande opportunità per la sinistra. E' una liberazione, non diversa dalla liberazione che ha conosciuto l'Est europeo emancipato dal comunismo. E' l'occasione, soprattutto, di riscoprire la politica con le sue specifiche leggi interne, con la sua autonomia. Autonomia che significa proprio questo: fine delle braccia e gambe rappresentate da sindacato e intellighenzia, fiducia nella capacità di dare a se stessi un nòmos, una legge di comportamento.

La sinistra va al potere non per dominare, o per dirigere una società vista come «massa». Va al potere per esercitarlo, tenendo conto che la società è fatta di individui ed elettori continuamente tentati ­ è la norma, in democrazia ­dall' infedeltà politica e dalla trasversalità militante. Quando Cofferati ricorda all 'Ulivo che lui, a differenza dei partiti d'opposizione, ha con sé «milioni di operai», ragiona ancora in termini di egemonia. La società- massa celebrata sotto forma di «milioni e milioni» è un vizio congenito dei partiti rivoluzionari, a sinistra come a destra: ogni volta è l'individuo libero a patirne. Lo scrittore Elias Canetti metteva in guardia contro questo fascino delle cifre a sei zeri: quando si ragiona in milioni, scrive nel libro Massa e Potere, «quando i milioni si issano a sempre nuove vette, allora il popolo, composto di milioni, viene ridotto a nulla».

Qui è la debolezza odierna di molti intellettuali o del sindacato Cgil in Italia: essi interpretano come vuoto e fallimento quello che è in realtà un arricchimento, e una riconquista di libertà. Perfino il candidato premier ha cessato di essere organica cinghia di trasmissione, per il partito di Fassino e D'Alema. Se l'alternanza lo esige, la sinistra si alleerà alle forze di centro e presenterà candidati non organici: come è accaduto ieri con Romano Prodi e come accade oggi con Francesco Rutelli. Non sono solo questi intellettuali e questo sindacato a restare imprigionati nel vecchio schema dell'egemonia.

Anche le forze avversarie ne sono prigioniere, e in particolare ne è schiavo volontario il presidente del Consiglio Berlusconi. Proprio lui che ha lanciato un'offensiva senza precedenti contro il sistema mentale comunista, sembra oggi nostalgico del vecchio gioco sospirato da Cofferati: di quel sistema che impediva l'alternanza fra due forze politiche autonome e paragonabili, ma che in cambio conferiva a singoli gruppi d'interesse un formidabile potere di interdizione e di influenza sulla politica.

Non a caso Berlusconi si sceglie come interlocutore il leader della Cgil, invitandolo addirittura a spartire con lui i terreni pasti della convivialità politica. Mentre finge di non conoscere Rutelli, e solo a sentirlo nominare simula stupore: «Chi è quest'uomo?». Forse c'è un motivo per questo finto stupore unito alla predilezione di Cofferati. Forse anche Berlusconi è in cuor suo figlio di quell'ideologia estinta che esalta l'egemonia dei partiti rivoluzionari sulla società. Forse anche per lui la politica è uno spazio vuoto, che i gruppi d'interesse sociali possono usurpare, scalzare, privatizzare, e infine trasformare in proprietà personale o corporativa. Da molti punti di vista, il capo del governo è l'alter ego di Cofferati.

Ambedue sognano ancora di esser classe dominante ­ dominante su «milioni e milioni», non su cittadini responsabili ­ e si immaginano alla guida di un apparato d'egemonia. Ambedue sono alle prese con un difficile compito: l' apprendimento della normale alternanza, fra destra e sinistra. Ambedue hanno una visione militarizzata della politica, delle piazze, delle militanze.

La politica che diventa autonoma non è una politica che si congeda dalla società civile. Al contrario: nuovi modelli di dialogo saranno necessari, per ascoltare quel che dicono i cittadini e per parlar loro un linguaggio di verità, privo di risentimento verso chi alle urne si rivela infedele. Non è neppure una politica che rinuncia al conflitto, a contenuti antagonisti. La politica uccide se stessa, quando cessa di dividere.

Quel che finisce è l'idea di una società simile a un organismo biologico, e di una politica che si appropria delle rappresentanze sociali (sindacato, classe imprenditoriale, intellighenzia) come ci si appropria degli organi di un unico corpo. Di simile politica organicista c'è bisogno quando incombono guerre, e quando il Tutto prevale sulle singole parti. E' da questo Tutto e da queste guerre che siamo per fortuna usciti, da quando le antiche egemonie sono andate perdute.

La Stampa
14 luglio 2002


La sinistra in lotta (contro se stessa)

TROPPI MANDARINI E UN SOLO CINESE

di PAOLO FRANCHI


Sarebbe bene che tutti si sforzassero di guardare con occhio più freddo allo scontro che vede contrapposti Sergio Cofferati e la Cgil da un lato, gli stati maggiori dell’Ulivo e, prima ancora, dei Ds dall’altro. Cominciando con il prendere atto che la nostra sinistra, o, più precisamente, il nostro centrosinistra, sta facendo i conti con un dilemma già affrontato da altre sinistre europee. La battaglia di Tony Blair contro la sinistra del suo partito e lo strapotere delle Trade Unions sul medesimo, così come quella di Gerhard Schröder contro Oskar Lafontaine nella socialdemocrazia tedesca, vertevano, al di là delle peculiarità nazionali, su temi analoghi a quelli oggi all’ordine del giorno in Italia. Si trattò, in entrambi i casi, di conflitti lunghi, difficili e complessi, che non diedero luogo a traumatiche rotture, ma lasciarono sul campo, politicamente parlando, morti e feriti. E non poteva essere altrimenti: in ballo c’erano due idee radicalmente diverse della natura e della funzione della sinistra, del suo insediamento sociale e dei suoi valori. Più che scandalizzarsi, e gridare all’estremismo in agguato o, all’opposto, al tradimento di classe, sarebbe il caso di preoccuparsi perché questo confronto tra due riformismi, latente in tutti gli anni in cui il centrosinistra ha governato, ha preso corpo tardi e male; e di fare il possibile non per sopirlo alla bell’e meglio, ma perché ne emerga chiaramente il contenuto. Che, schematizzando all’estremo, si può sintetizzare così. La sinistra dell’identità, dei valori e dei diritti propugnata da Cofferati è una sinistra laburista nel senso più classico del termine, nel senso che ha nel mondo del lavoro dipendente, nei suoi poteri consolidati, nella sua dignità storica di soggetto collettivo, il punto di riferimento primario ed essenziale, e nella Cgil la naturale roccaforte. Per Cofferati, l’avvento di un governo di centrodestra che mette apertamente in discussione tutto questo chiama a una lotta di resistenza, lo si è visto con il movimento sull’articolo 18, capace di suscitare consensi e adesioni che vanno ben oltre i diretti interessati. In ogni caso, quando in ballo c’è l’identità, è infinitamente meglio perdere una battaglia che non combatterla. 
Il fatto è, però, che al centrosinistra di D’Alema, Fassino e Amato, per non dire di Rutelli (quanti mandarini!) e della maggioranza della Margherita, quella identità va peggio che stretta. Nel senso che la ritengono politicamente e anche socialmente minoritaria e residuale, inadeguata e anzi dannosa per parlare a un Paese moderno, tornare a governarlo, riformarlo; e, intanto, per condurre una battaglia efficace contro un centrodestra che cominciano a reputare meno invincibile di quanto pensassero, allargando, come si diceva una volta, le alleanze. Possono persino essere grati (chi più, chi molto meno) a Cofferati per aver restituito al popolo del centrosinistra, nei mesi scorsi, la certezza di essere in vita. Ma si preoccupano del consenso vastissimo che lo circonda. E soprattutto sono convinti che, a seguirlo, si finirebbe dritti nel baratro. O, quanto meno, si resterebbe eternamente opposizione. 
Così stanno le cose, e non si capisce perché non bisognerebbe dirlo anche fuori delle segrete stanze, e darsi sin d’ora battaglia leale e aperta, e alla fine contarsi, piuttosto che consumarsi in una guerriglia estenuante e feroce. L’unica spiegazione è che nessuno sa bene come e dove potrebbe aver luogo il confronto: la Cgil c’è, ma i partiti sono ectoplasmi. Un guaio serio, non un’attenuante. Perché la contesa si risolva con una ricomposizione o, all’opposto, con una sinistra e un centrosinistra che, abitando in due case diverse, trovino il modo di coesistere, i contendenti farebbero bene a trovarle una sede e qualche regola. In caso contrario, c’è il rischio che si concluda, avrebbe detto il vecchio Marx, con la comune rovina delle parti in lotta. 

Corriere della Sera
13 luglio 2002


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