IL CONVEGNO DS SULL´INDUSTRIA DELL´AUTO A CONFRONTO CON LA CONFERENZA DEL PCI NEL 1980 
Fiat e sinistra, vent´anni dopo 


CI sono a volte paragoni e confronti che si impongono con la forza delle cose. La settimana scorsa, i Democratici di sinistra hanno organizzato a Torino un convegno sull'industria dell'auto che aveva lo scopo di misurarsi con le trasformazioni che stanno avvenendo nell'universo della Fiat. Ora, l'evento richiamava inevitabilmente alla memoria (almeno presso coloro che hanno un'età sufficiente per riandare indietro nel tempo) la temperie politica e sindacale di un'altra storica crisi dell'industria dell'auto, quella del 1980. Anche nel febbraio di ventidue anni fa, il maggior partito della sinistra d'allora, il Pci, aveva indetto una conferenza dei lavoratori dell'auto per fare i conti con i cambiamenti e le prospettive della maggiore impresa italiana. 
Continuità e differenze balzano immediatamente all'occhio. Le continuità sono principalmente legate alle persone: Piero Fassino, che nell'80 era il responsabile della commissione fabbriche dei comunisti torinesi, è ora il segretario nazionale dei Ds, colui che ha tirato le conclusioni politiche del convegno. L'introduzione è stata invece svolta da un altro esponente della segreteria dei Ds - il responsabile dei problemi del lavoro Cesare Damiano - che ha fatto una lunga carriera partendo dalla Fiom torinese. Coloro che nell'80 erano giovani dirigenti, appena trentenni, del movimento operaio di Torino sono saliti di rango, fino a proporsi come artefici del mutamento di natura della sinistra italiana, su cui deve aver indubbiamente influito la lunga e tormentata vicenda Fiat di oltre vent'anni fa. Ma le differenze spiccano ben più delle continuità. A cominciare dalla cornice sociale che ha fatto da involucro all'iniziativa diessina: non più centinaia e centinaia di quadri operai mobilitati all'interno di una struttura ampia come quella del Teatro Nuovo, ma un più ristretto gruppo di uomini di partito e dei sindacati, raccolti nella anodina sala congressi di un albergo. Lontanissime poi le forme e il linguaggio di oggi rispetto a quelli dominanti quando ancora era viva la tradizione comunista: chi, nel tempestoso 1980, avrebbe immaginato di poter accogliere un giorno a pieno titolo nel dibattito della sinistra le voci non solo di sindacati come la Uil e la Cisl, ma addirittura del Fismic, il sindacato aziendale per eccellenza? Il pluralismo sindacale è accettato realisticamente come un dato di fatto e i Ds, pur guardando attentamente alle mosse di Cofferati e della Cgil, non sembrano voler ignorare le altre rappresentanze del mondo del lavoro, con cui sanno di dover convivere. Ma la novità più grande sta certamente nel fatto che il convegno di Torino ha avuto presenze e ospiti di riguardo inassimilabili all'universo tradizionale della sinistra. A portare il punto di vista degli imprenditori è stato il presidente stesso dell'Unione industriale di Torino, Andrea Pininfarina, il figlio di colui che occupava la stessa responsabilità nell'autunno del 1980. Ma ancor più clamoroso è il fatto che per la prima volta a discutere, in un'assemblea del genere, dei problemi connessi all'attuale travaglio dell'industria automobilistica sia stato l'amministratore delegato della Fiat Auto, Giancarlo Boschetti. Quest'ultimo, parlando con sciolta franchezza, ha tracciato un'analisi del tornante che la Fiat deve affrontare con gli accenti, precisi e insieme colloquiali, di un manager pronto a spiegare le questioni dell'industria mediante il medesimo approccio a un uditorio politico come a un pubblico di analisti finanziari. Tutti segni dei tempi, che testimoniano come due decenni siano trascorsi incidendo in profondità sulla cultura e lo stile di una sinistra passata alla prova del governo. Non a caso, il tono prevalente è sembrato improntato alla ricerca di un rapporto di cooperazione fra politica, industria e interessi organizzati come via maestra per assicurare la tenuta e il rilancio dell'economia torinese. Questo è stato infatti il denominatore comune di numerosi interventi, a partire da quello del sindaco di Torino Sergio Chiamparino, uno dei primi a trarre una lezione rigorosa dalle vicende dell'80. La distanza rispetto all'atmosfera prevalente due decenni or sono appare enorme, così come la distanza che separa le analisi odierne da quelle che tendevano a sottolineare perentoriamente le inadeguatezze e le incapacità strutturali del capitalismo. Eppure, nel paragone fra ieri e oggi, non tutto torna a vantaggio del presente.Nel febbraio 1980, il Partito comunista aveva presentato i risultati di una "ricerca di massa", condotta dal Cespe (il centro di politica economica del Pci) e dall'Istituto Gramsci torinese sotto la guida di Aris Accornero, dedicata alla condizione e all'orientamento dei lavoratori della Fiat. Si trattava in effetti di un sondaggio somministrato a decine di migliaia di operai e realizzato grazie all'apporto volontario delle organizzazioni di fabbrica comuniste, coordinate da Fassino. I dati di quella consultazione si rivelarono da subito dirompenti per chi aveva voglia di rifletterci sopra. Essi mostravano come la componente più cospicua del mondo del lavoro Fiat non fosse affatto percorsa da intenti di contrapposizione antagonistica con la direzione aziendale, ma fosse incline a utilizzare piuttosto gli strumenti della negoziazione per conseguire assetti e relazioni di lavoro confacenti ai propri interessi.Poi,com'è noto, il Partito comunista non fece uso di queste rilevazioni - magari sommarie ma indicative delle reali attitudini dei lavoratori - per contrastare gli indirizzi più militanti che prevalsero nel movimento operaio e che portarono alla sconfitta sindacale al termine della lotta dei "trentacinque giorni". Oggi la sinistra pare aver perso questa capacità di prospezione sociale. Produce spesso analisi che inclinano a soffermarsi sul versante economico e tecnico dei problemi dell'industria, ma trascura la dimensione sociale del cambiamento. E invece sarebbe importante scavare più a fondo negli orientamenti del mondo del lavoro per facilitare il suo adattamento alle nuove situazioni occupazionali. Per sostenere con efficacia la trasformazione dell'industria occorrono politiche sociali più in grado di incontrarsi con le necessità e le aspettative dei lavoratori. Il mutamento dell'industria dell'auto è destinato a innescare reazioni a catena sulla struttura dell'occupazione: sarebbe bene poter coadiuvare questo movimento in modo da assecondare gli sforzi di adattamento dei lavoratori.È proprio qui che potrebbe venire un contributo da una politica intenzionata a ricostruire un canale di comunicazione con la società non limitato agli slogan e agli effetti superficiali. È nei processi di cambiamento che si possono restituire basi sociali a una politica votata ad assecondare il miglioramento della società, come insegna la miglior esperienza socialdemocratica del Novecento. 
Giuseppe Berta

La Stampa
4/7/2002


DS: SI AUTOSOSPENDONO IN 3 MILA IN POLEMICA CON LA CGIL 

Palermo, 2 lug. - (Adnkronos) - Tremila iscritti siciliani alla Uil e ai Democratici di sinistra hanno scelto di autosospendersi dal partito della Quercia inviando una lettera aperta al segretario siciliano dei Ds, Antonello Cracolici. I tremila fanno parte dell'associazione 'Riformatori per l'Europa', guidata in Sicilia dal sindacalista Uil Luigi Ciotta. Le dimissioni dei tremila iscritti sono state provocate da un ordine del giorno votato dalla direzione dei Ds dell'Isola a sostegno della Cgil, sulle vicende legate alla trattativa per la modifica dell'art. 18. ''La direzione regionale dei Ds - ha scritto Luigi Ciotta - ha approvato un ordine del giorno a sostegno delle posizioni della Cgil, sul confronto con il governo, in contrapposizione a quelle della Uil''. E cio', ha sottolineato il leader sindacale, e' stato fatto ''a differenza di quanto avvenuto nella direzione nazionale dei Ds''.


«Collateralismo con Confindustria»

Debenedetti: quella volta che Cofferati attaccò Biagi 


ROMA- «È negativo il clima da guerra che si respira di questi tempi sull'art.18». All'assemblea nazionale della corrente liberal della Quercia, il senatore Franco Debenedetti affronta il caso del giorno che riguarda la polemica scatenata dalle lettere di Marco Biagi in cui si accusa, tra l'altro, il leader della Cgil Sergio Cofferati; il parlamentare esprime il disagio, che molti tra i liberal vivono, per la rottura sindacale e le polemiche in atto. 
Debenedetti ritiene che «non si doveva parlare di patto scellerato» riferendosi ad un eventuale accordo tra governo Cisl e Uil perchè così «non si fa altro che avvelenare il clima» e ricorda un convegno dove Sergio Cofferati e Marco Biagi polemizzarono. 
«Mi ricordo - dice Debenedetti - di un convegno a Torino dove c'erano Pezzotta, Cofferati, il ministro Maroni, Marco Biagi e Parisi della Confindustria. Cofferati accusò Biagi di collateralismo con le posizioni della Confindustria, ma poi nella polemica con Biagi dovette ritrattare. Mi ricordo - aggiunge Debenedetti - che in quell'occasione Parisi disse a Cofferati: "L'hai fatta grossa"». 
Altro non dice Debenedetti che sostiene la necessità che il dibattito sull'art.18 sia più sereno e sostiene che il centrosinistra deve mettere in campo le proprie proposte di riforma del mercato del lavoro senza colpire i diritti delle persone. Il senatore, avvicinato dopo il suo intervento, non si ricorda esattamente la data di quel convegno di Torino dove Cofferati e Biagi erano presenti, pensa sia stato a febbraio. 
Fatto curioso è che queste perplessità sulle posizioni di Cofferati, Debenedetti le abbia espresse all'assemblea dei liberal che, casualmente, si tiene nella sede provinciale della Cgil di Roma. 

Il Messaggero
Domenica 30 Giugno 2002 


IL DISSENSO E IL CRIMINE


Aveva ancora la scorta, Marco Biagi, nella primavera dell'anno scorso quando veniva una volta alla settimana a Milano per seguire da vicino la fase di attuazione del «suo» patto Milano lavoro , stipulato l'anno prima da Cisl e Uil con la giunta Albertini, e per insegnare il diritto comunitario al Master europeo in scienze del lavoro alla Statale. Qualche volta consumavamo insieme un panino, in attesa dell'ora della sua lezione, con l'assistenza un po' incombente delle sue due guardie del corpo. Fu in una di quelle occasioni che mi parlò, con amarezza, di un «cordone sanitario» che, anche a Bologna, sentiva intorno a sé in quella che lui stesso considerava come la parte migliore della comunità degli studiosi di diritto del lavoro, della quale era e si sentiva, accademicamente parlando, un «figlio». Anche con la Cgil, che aveva rifiutato di firmare l'accordo milanese da lui progettato e di aderire al centro studi modenese da lui fondato, Marco era in rotta di collisione; ma di quello scontro aspro mi ha sempre parlato come di un fatto scontato e, tutto sommato, fisiologico. 
In quel periodo aveva già avuto minacce anonime, scritte e per telefono; ma chi vuole davvero aggredire non preavverte la vittima; e comunque - almeno a Milano - la scorta c'era. Quando, in autunno, Marco mi disse di avere paura ogni volta che varcava la soglia di casa, la scorta gli era stata tolta. 
Dell'integrale autenticità dei suoi messaggi di luglio e settembre alle autorità, che in questi giorni vengono resi pubblici, giudicheranno i magistrati; ma che Marco a quel punto si considerasse gravemente esposto e indifeso chiunque gli fosse vicino lo sa. Ai primi di ottobre era uscito il Libro bianco a cui, con altri studiosi, aveva lavorato da tempo; lo scontro politico-sindacale aveva assunto dimensioni nazionali. Marco era costernato perché in quello scontro, muro contro muro, nessuno entrava nel merito delle riforme proposte: queste si erano ridotte a pura causa occasionale per una prova di forza all'ultimo sangue fra governo e opposizione, nella quale la posta in gioco era principalmente un'altra. E mentre i servizi di sicurezza tracciavano un identikit del probabile prossimo bersaglio dei terroristi che corrispondeva a lui in modo impressionante, i suoi editoriali sul Sole 24 ore chiedevano insistentemente che ci si fermasse a ragionare, a riflettere sulle differenze tra il nostro diritto del lavoro e quello degli altri Paesi europei e sulle linee guida per la riforma del mercato del lavoro indicate dall'Unione. 
Certo, nessuno è stato più refrattario a quei suoi appelli di quanto lo sia stata la Cgil; ma adombrare per questo che la Cgil possa avere una qualche responsabilità nell'assassinio di Marco Biagi significa non distinguere tra il dissenso (anche molto aspro) e l'aggressione criminale, tra la libera dialettica delle forze politiche e sindacali contrapposte in uno Stato democratico e la violenza omicida. Ancora più inaccettabile è che l'ombra di un sospetto del genere possa allungarsi su Sergio Cofferati. Chi dissente dalle sue idee può imputargli di avere, in quest'ultimo anno, sacrificato all'emergenza politica la capacità progettuale della sua confederazione, di aver preferito alla complessità di un disegno di riforma del nostro mercato del lavoro la semplicità di un messaggio mediatico vincente («no ai licenziamenti»); ma nessuno, neanche chi critica più ferocemente le sue idee, o chi dissente da qualche eccesso di durezza nelle sue ultime battute, può negare che il suo decennio alla guida della Cgil è stato caratterizzato da una non comune trasparenza di comportamento e correttezza verso gli avversari. E Dio sa quanto entrambe siano merce rara sotto questi chiari di luna. 

di PIETRO ICHINO 

Corriere della Sera
29 giugno 2002


Cofferati e la battaglia per l'articolo 18

di Franco Debenedetti


Nella battaglia sull'articolo 18 la CGIL non é riuscita a bloccare la miniriforma del Governo, ma i risultati che ottiene sono notevoli: le sue manifestazioni sono state un grande successo organizzativo; la sua linea politica trova consensi in larga parte delle sinistra e ha avuto un effetto tonificante su tutta l'opposizione. Soprattutto ha dettato lei le parole del confronto, ridicolizzando sul piano della comunicazione un Governo padrone dei media.
Ma se le intese raggiunte da chi é rimasto al tavolo della trattativa si tradurranno in modifiche di legge, per la sinistra come fronteggiarle davanti all'opinione pubblica nei mesi e forse negli anni a venire, costituisce uno dei più impegnativi banchi di prova in vista di come presentarci alle prossime elezioni politiche. Proprio per questo, non é materia che poteva essere chiusa con un documento presentato inopinatamente dalla minoranza in direzione. Per un partito come i DS, affrontare questo dibattito con la stessa libertà con cui abbiamo svolto il nostro ultimo congresso, vista l'importanza della posta in gioco- lo ripeto, le prossime elezioni - é un dovere che non può essere surrogato con nessuna delega al sindacato. 

La CGIL ha fatto dell'art. 18 una bandiera, e su quella bandiere ha scritto la parola "diritti". Così ha vinto la battaglia della comunicazione: il suo messaggio è passato, nella testa di milioni di italiani si è radicata l'idea che il reintegro ordinato dai giudici sia la sola tutela di un diritto che altrimenti verrebbe leso; dunque, per logica implicazione, che ogni licenziamento sia sospetto di essere discriminatorio, fino a prova del contrario.
Questo messaggio fa però pagare un prezzo politico: perché relazioni industriali basate su questi presupposti sono in contraddizione con quelle necessarie per un'economia avanzata. C'è un nesso molto stretto tra efficienza del sistema delle imprese e qualità delle relazioni industriali. Rapporti di lavoro irrigiditi nei sospetti sono la negazione della "partecipazione integrativa" (l'espressione è di Guido Baglioni), la sola che consente di superare l'inefficienza insita in ogni organizzazione gerarchica del lavoro; e dunque una forza politica che faccia propria una simile visione del mondo dell'impresa é la negazione di una leadership adatta a guidare un Paese sulla strada dello sviluppo, verso un'economia della conoscenza. Certo che esistono sfruttamenti e discriminazioni (anche se in Italia possiamo contare su un sistema giudiziario dotato di acuta e vigile sensibilità al riguardo e pronto ad applicarla con severità): ma un conto é considerarli una zavorra da cui liberare il Paese, altro invece vederli come l'inevitabile conseguenza di ogni organizzazione capitalistica del lavoro.
Questo messaggio fa anche pagare un prezzo sociale al mondo del lavoro: la spaccatura che vi si produce, tra chi ha il massimo di protezione e chi non ne ha affatto. Mi spiego: é certamente vero che rendere più facili i licenziamenti accresce la diversità dei redditi dei lavoratori all'interno di una stessa impresa, a danno di quelli che l'azienda considera non essenziali e più facilmente sostituibili. Ma è lì che sta l'origine del problema, nell'handicap di partenza di alcuni lavoratori; ed é lì che va risolto, come fanno i paesi che allo scopo dedicano risorse pari ad alcuni punti percentuali di PIL. Se la preoccupazione sono i diritti, l'obbiettivo diventa far carico all'azienda di non espellere i lavoratori, non di ridurre le diversità. Il risultato, che è sotto gli occhi di tutti, é che in tal modo le diversità si riproducono all'esterno, come disuguaglianza tra lavoratori di serie A e lavoratori di serie B e C. Fino alla piaga della disoccupazione di lungo periodo, che non a caso nel nostro Paese è maggiore che in ogni altra economia sviluppata.
Una tale visione comporta il superamento di un equivoco che a sinistra resta talora pericolosamente aperto. Il problema delle tutele non é (tanto) un problema tra datore di lavoro e lavoratori, é (soprattutto) un problema interno alla classe operaia. L'industria la flessibilità in qualche modo la recupera sempre. Anche l'art.18 é come un'assicurazione sulla stabilità del posto di lavoro: ma il premio sono i lavoratori a pagarlo, tutti i lavoratori, anche quelli che potrebbero farne a meno. Volere estendere meccanicamente le tutele anche alle categorie dei lavoratori che oggi ne sono prive, é un' illusione: per l'industria le tutele sono un costo, e il costo totale che il sistema delle imprese può pagare dipende dal tipo di specializzazione produttiva. Irrigidire il sistema finisce solo per aumentare le disparità. E il sindacato lo sa bene: non sono opera del maligno le fattispecie contrattuali proliferate nel nostro Paese, ma forme, a volte surrettizie, di flessibilità tutte introdotte con il loro placet. Voler avere la rigidità all'italiana e gli ammortizzatori sociali alla danese é un controsenso, per ragioni non di incompatibilità economica, bensì logica e pratica: perché la rigidità in uscita ha, come altra faccia della stessa medaglia, la rigidità in entrata, e non ha senso spendere soldi - in gran parte dei lavoratori stessi - per sbattere la testa contro un mercato irrigidito dalle leggi e incattivito da sospetti e risentimenti.

Le ragioni vere per una riforma che liberi il mercato del lavoro non sono di efficienza, ma soprattutto di equità: é anni che lo si ripete. E' stato un clamoroso errore, quello del Governo, di giustificare la modifica dell'art. 18 con le ragioni dell'occupazione. Tant'è che ne é uscita una riformicchia pasticciata, una nuova categoria di lavoratori - vogliamo chiamarli gli "oltresoglisti"?- che complicheranno un panorama già affollato di tipologie contrattuali. A noi di sinistra devono premere le ragioni dell'equità, riformare un mercato del lavoro tra i peggiori del mondo, spacccato in una dicotomia radicale. Ma non era la redistribuzione uno dei principi della sinistra? Realizzare un sistema di ammortizzatori sociali "alla danese" non é solo un problema di risorse, ma richiede un radicale cambiamento di prospettiva da parte di chi ne beneficia e da parte dell'amministrazione che li eroga. Sono discorsi fatte mille volte, e io so bene quanto forte sia le resistenza a discuterne all'interno della sinistra, ricordo perfettamente le reazioni che ho avuto, anche tra i lettori di questo giornale, quando ho provato a farli.

Oggi le cose sono cambiate: perché Cofferati chiede di partire dalla battaglia per l'art.18 per un'offensiva contro il Governo ad ampio raggio e con una varietà di strumenti. Ma chi considera che scopo della sinistra non debba essere fornire conforto indentitario ai propri simpatizzanti, bensì candidarsi a guidare il paese, il doppio prezzo della proposta Cofferati - quello politico e quello sociale - appare pesante, certamente tale da superare gli eventuali vantaggi. 
"Sono convinto che la sinistra europea stia correndo un rischio molto grave", scrive Massimo D'Alema, sull'ultimo numero di ItalianiEuropei. " [La sinistra] rappresenta [...] una parte della società che ha raggiunto un certo benessere e un livello mediamente alto di cultura. [...]. Essa é sottoposta a una duplice pressione: dal basso, da parte di coloro che essendo fuori dal sistema delle garanzie vivono il lavoro in modi più incerti e precari; dall'alto, da quelle parti più affluenti che reclamano ancora più libertà dai vincoli e dalle garanzie". Né agli uni né agli altri il discorso dei diritti, intesi come diritti formali consacrati soltanto in nome di legge, porta qualcosa: non offre aiuto a chi ne é privo, e non é sentito come necessario da chi può contare sulle proprie capacità e sulle conoscenze acquisite. Non c'é posto, in questa prospettiva, per l'arroccamento in difesa di un diritto minacciato: non c'era, devo ricordarlo, nel progetto di legge Treu del marzo 2000. Se di diritti si trattasse, se valgono oggi, avrebbero dovuto valere anche allora. E se poi si giustifica il mutamento delle posizioni con le mutate circostanze politiche, questa é la prova che non di diritti é il discorso, ma di contratti, in cui rileva l'affidabilità della controparte.

"Non é impossibile pensare a evoluzioni del capitalismo in cui la disoccupazione non fa paura perché le tutele del reddito, della formazione professionale e della dignità del lavoratore sono molto più forti. E in cui il livello di civiltà degli imprenditori è molto più alto e dunque le crisi dovute a imperizia arroganza e speculazione sono fortemente ridotte e pesantemente sanzionate dalla stessa collettività degli imprenditori." Lo scriveva Michele Salvati nel 1996. Valeva allora per la sinistra al Governo; é il solo manifesto con cui oggi la sinistra può chiedere al Paese di ritornare a governarlo. Io continuo a crederci.

l'Unità
28 giugno 2002


Cgil-Ds, dura polemica 
Cofferati: bugiardi. Fassino tenta di mediare 




ROMA. Che tiri brutta aria all´indomani dello "strappo" con la Cgil consumatosi nella direzione in cui la maggioranza non ha votato l´ordine del giorno del correntone d´appoggio al sindacato, Piero Fassino lo capisce già la sera della riunione del parlamentino ds. Alle federazioni della Quercia arrivano fax e telefonate di iscritti ed elettori: avete abbandonato Cofferati, è il ritornello. Come se non bastasse il segretario non riesce nemmeno a contattare il Cinese che è letteralmente fuori della grazia di Dio e non si fa trovare. Il giorno dopo la situazione non migliora. Anzi. Nuove proteste, in tutta Italia, e il telefono di Cofferati continua a tacere. Ma Fassino non sa che il peggio deve ancora venire e che l´ira del numero uno della Cgil sta per abbattersi su di lui e sul Botteghino. L´accusa del Cinese è pesante: siete dei «bugiardi». Tutto nasce dal tentativo del coordinatore della segreteria, Vannino Chiti, di mettere una pezza alla situazione che si è venuta a creare. Il dirigente ds assicura alle agenzie che il leader della Quercia ha avuto un colloquio con il segretario della Cgil e che c´è stato un chiarimento. Ma la toppa è peggiore del buco. Il Cinese si arrabbia ancor di più: «Bugiardi», sibila, e giù una serie di giudizi non proprio lusinghieri nei confronti dei vertici della Quercia: «Hanno fatto una stupidaggine e non sarò io a cavargli le castagne dal fuoco». Quindi, in serata, Cofferati detta alle agenzie una replica durissima: «Non ho parlato con Fassino - dice - l´affermazione di Chiti non corrisponde al vero e l´annunciato chiarimento non c´è stato. E´ pessima e deleteria pratica quella di accreditare colloqui mai avvenuti per giustificare o sostenere le proprie posizioni». Che, ovviamente, agli occhi del Cinese, non sono nè giustificabili nè sostenibili. E pensare che è tutto il giorno che Fassino cercava di porre rimedio a quello che è successo in direzione. Nella riunione della segreteria, in mattinata, avverte: «Sono preoccupato, la nostra base rischia di fraintendere, e noi corriamo il pericolo di uscire con un´immagine devastante. Perciò bisognerà fare una campagna capillare d´informazione perchè non è vero che noi siamo contro la Cgil». Con i fedelissimi, poi, il segretario si sfoga. Ce l´ha con l´Unità, il cui titolo d´apertura, in prima pagina è: "I ds si dividono sul sindacato". Ce l´ha con il correntone: «Presentare quell´ordine del giorno - dice - è stato un grave errore. Sapevano quello che facevano e non l´hanno voluto ritirare». E ce l´ha con la situazione, assai delicata, in cui si trova, tra l´incudine Rutelli e il martello Cofferati: «Noi - sbotta Fassino con i suoi - non siamo il partito di un sindacato». Come a dire: a fare la cinghia di trasmissione della Cgil non ci stiamo: «Bisogna lavorare per l´unità sindacale», è il ritornello del segretario. Sfoghi a parte, Fassino si mette all´opera. Domani, nella riunione con i segretari regionali, vuole cercare di sensibilizzare i quadri periferici perchè spieghino alla base che «i ds non sono contro la Cgil». Quindi, tramite il capogruppo Luciano Violante, fa precettare tutti i deputati per il question time di oggi pomeriggio, quello con i ministri che hanno attaccato Cofferati. Tanta fatica per niente. Il Cinese non è tipo da perdonare. Eppure nei ds, una certa insofferenza nei confronti del leader della Cgil si intravvede in tanti discorsi dei dirigenti della maggioranza che difendono la posizione assunta il giorno prima in direzione. «Lotito della Uil non poteva parlare contro l´ordine del giorno del correntone? Ma non siamo in Russia. Eppoi c´è il primato della politica», sbotta Pierluigi Bersani in Transatlantico. E Marco Minniti osserva: «Non esiste il diritto di lesa maestà». Mentre Chiti ricorda: «Anche all´epoca di Kinnock era stata superata l´idea del partito laburista cinghia di trasmissione del sindacato». C´è insofferenza, sì, ma adesso dopo la reazione di Cofferati i ds sono in difficoltà. Dal Botteghino si fa sapere che Fassino è riuscito a parlare almeno con Guglielmo Epifani e che Bersani ha avuto un colloquio con Sergio Cofferati. Ossia con il futuro e l´attuale segretario della Cgil. Ma cos´è questa replica di via Nazionale di fronte allo schiaffo che il Cinese ha voluto pubblicamente dare alla dirigenza della Quercia? 
Maria Teresa Meli

La Stampa
26/6/2002


Direzione Ds, bocciato il documento pro-Cgil

Fassino: difesa dell’articolo 18 senza metterci magliette. Il sindacato: fortissima irritazione



ROMA - Quando Piero Fassino annuncia che «questa non è la linea dei ds» e dunque la maggioranza del suo partito non voterà l’ordine del giorno presentato dal correntone per impegnare la Quercia «a sostenere la posizione della Cgil, auspicando che quella posizione venga assunta dall’intero mondo sindacale», appare evidente a molti in sala che si è consumato uno strappo. Per il segretario dei ds è stata solo questione di «coerenza», di tenere la barra del partito, perché «non è il momento di mettersi magliette né di riprodurre nell’Ulivo le fratture che ci sono nel sindacato». Si affrettano i «cofferatiani» a protestare, come fa Cesare Salvi, che «siamo un partito che non riesce neppure a prendere posizione a favore della Cgil, anche se il documento che avevamo proposto non è affatto eversivo». O Gloria Buffo che implicitamente accusa Fassino di essersi accodato a Rutelli, avendo scelto «una posizione diplomatica e non politica». Ma il peso della scelta di Fassino appare ancora più chiaro in serata, quando dalla Cgil, fanno sapere che «c’è fortissima irritazione» per quello che è successo nella direzione della Quercia, «perché non si può dire che si è contro la modifica dell’articolo 18 e poi ci si schiera con chi questa modifica l’ha già accettata». Non basta che intervenga Bersani a dire che «non ci sono frizioni con la Cgil, né cambi di linea del partito». 
I ds ieri hanno ribadito che sono contrari alle modifiche dell’articolo 18, «che - scandisce Fassino - consideriamo inaccettabili». Pierluigi Bersani annuncia persino che «c’è anche la possibilità di promuovere il referendum se in Parlamento passeranno modifiche all’articolo 18». Non è dunque un disaccordo sul «merito» delle riforme e della trattativa con il governo, ma sulle prospettive: Fassino vuole preservare l’unità della coalizione e non perdere il contatto con il mondo riformista. E non è un caso che subito arrivi l’apprezzamento della Margherita per «le sue posizioni - spiega Renzo Lusetti - che si preoccupano giustamente di preservare l'unità dell'Ulivo e favorire la ricomposizione dell'unità sindacale, in un momento in cui il Paese ha bisogno di un'opposizione compatta di fronte all'arroganza del governo». 
La relazione di Fassino, che conteneva ampie parti proprio su questi temi, ieri mattina ha ricevuto il plauso del leader del correntone Giovanni Berlinguer che ha rilevato soltanto come mancassero riferimenti «alla nuova situazione internazionale». Ma poi la minoranza ha presentato il suo ordine del giorno, preparato durante il weekend di riflessione vicino a Firenze (ospite, per un comizio, Sergio Cofferati). Non che il correntone abbia una posizione unitaria sul tema della riforma del lavoro, e lo si è visto durante il seminario dei giorni scorsi. Infatti nel documento non c’è nessun riferimento specifico ai referendum sull’articolo 18, visto che quello che vuole proporre Fausto Bertinotti, ha già provocato lacerazioni anche dentro la minoranza diessina. Non c’è neppure alcun attacco diretto alla linea di Fassino, soltanto l’esplicita richiesta di sostenere Cofferati. Per il segretario dei ds è comunque troppo. 
Ben presto si capisce che il tentativo di trovare una mediazione - cosa avvenuta invece per la presa di posizione sulla Rai - è inutile. Ma il leader dei Ds ha deciso che non può schiacciare i ds sulla posizione della Cgil. Ha lavorato in questi giorni per una proposta unitaria dell’Ulivo sul tema del lavoro e che non vuole subire l’accelerata di Rutelli che su questi temi aveva schierato subito la Margherita. Tanto più che proprio ieri mattina, mentre nella sala di via dei Frentani - alla quale si è affacciato anche Walter Veltroni - si discuteva del futuro dell’Ulivo, Sergio Cofferati annunciava nuove proposte di legge e la raccolta di cinque milioni di firme: «Sapevamo che prima o poi l’avrebbe fatto - spiega Bersani - Speriamo che le proposte dell’Ulivo e quelle della Cgil siano compatibili e almeno in parte sovrapponibili», ma certo sul contenuto delle proposte appena presentate dal leader della Cgil, i leader dei Ds non sapevano molto. 
La strada per Fassino è comunque segnata: procedere uniti nell’Ulivo e auspicare l’unità sindacale, cercando di non cadere nella trappola dello scontro: «L’avversario per la Cgil non sono gli altri sindacati ma il governo e la Confindustria», cercava di spiegare il segretario dei Ds. E non a caso, per affondare la proposta del correntone di schierare la Quercia a fianco della Cgil, sale sul palco della direzione diessina Franco Lotito, che è segretario confederale della Uil: «Questa proposta renderebbe più acuta la divisione nel sindacato e la proietterebbe anche all’interno del mondo dei lavoratori». Un rituale che indigna Cofferati: «Adesso - si sfogano i suoi - tutti penseranno che i ds stanno con la Uil». Poche ore prima un altro dei segretari confederali Uil Guglielmo Loy aveva scritto a Fassino annunciando l’autosospensione dal partito «che ha scelto di stare con la Cgil». Così è lo stesso Fassino ad intervenire, senza intermediari, per chiedere di non votare il documento di appoggio alla Cgil. Passa la sua linea per 61 voti, quelli della maggioranza e dei liberal di Morando, a 20, quelli del correntone. 

Gianna Fregonara 

Corriere della Sera
25 giugno 2002


Lavoro, vuota disputa sull’art. 18
Una riforma vera Ma non è quella dei licenziamenti



Che delle tre deroghe all'articolo 18 proposte dal governo due fossero destinate a cadere, perché tecnicamente sbagliate, lo abbiamo scritto già tre mesi fa: «La realtà è che l'unica delle tre... destinata a produrre qualche - pur modesto - effetto è quella relativa alle aziende a ridosso della soglia dei quindici dipendenti» ( Corriere , 23 marzo 2002). La facile profezia si è puntualmente avverata. Neppure la deroga rimasta, cioè l'esenzione dall'articolo 18 per le imprese che varcheranno in futuro la soglia dei 15 dipendenti, può peraltro considerarsi del tutto al riparo da rischi: quando due imprenditori, con uguale numero di dipendenti superiore a 15, si troveranno soggetti a due normative diverse sui licenziamenti, solo perché uno dei due avrà varcato quella soglia recentemente e l'altro no, la questione dovrà essere esaminata dalla Corte Costituzionale. Anche se la deroga supererà questa verifica, il suo campo di applicazione effettivo, nei due o tre anni previsti per la sua sperimentazione, sarà comunque modestissimo.
E i giudici del lavoro ne presidieranno con prevedibile severità i confini, come del resto hanno fatto finora, per impedire le elusioni fraudolente oggi paventate dagli oppositori.
Quanto agli effetti occupazionali, non sarà questo mini-ritocco all'articolo 18, oltretutto rivedibile a breve scadenza, a mutare significativamente il quadro delle convenienze per le imprese; sono altre e molto più ampie le deroghe sostanziali al principio di stabilità del posto che consentono ai datori di lavoro di mantenersi al di fuori del campo di applicazione dell'articolo 18 o comunque di evitare quel vincolo nel singolo rapporto: basti pensare ai contratti di apprendistato, di formazione e lavoro, o di «collaborazione coordinata e continuativa».
La cosa più stupefacente, però, non è che contro la mini-riforma dell'articolo 18 folle sterminate siano scese in piazza e milioni di persone abbiano scioperato; ma che in questo scontro titanico non sia stata dedicata alcuna attenzione alle riforme vere, contenute nel disegno di legge-delega che il Parlamento sta approvando. Una di queste è la possibilità per le agenzie di lavoro temporaneo di svolgere anche attività di collocamento ordinario: cosa sulla quale è difficile dissentire. Un'altra è l'introduzione nel nostro ordinamento dello staff leasing , un istituto proprio dei sistemi anglosassoni. Questo sì è un cambiamento profondo del nostro diritto del lavoro, che incide in qualche misura anche, per così dire, sul suo Dna e sul quale ci si sarebbe potuti attendere un dibattito serio: in pratica, sarà possibile affidare in permanenza a un'agenzia specializzata la gestione di una parte dell'organico aziendale e dei rapporti sindacali relativi a esso. Questo, beninteso, accade largamente già da tempo anche in Italia, sotto forma di «decentramento» di servizi logistici, di pulizia, di vigilanza, di data-entry (caricam ento informatico di dati) e simili; ma lo si deve mascherare come appalto di servizi, perché altrimenti una legge di quarant'anni fa lo vieterebbe.
Il fatto è che spiegare a decine di milioni di persone che cosa è lo staff leasing , l'innovazione profonda che esso comporta nell'impianto del nostro diritto del lavoro, è pressoché impossibile. È invece enormemente più facile mobilitare decine di milioni di persone con lo slogan «no ai licenziamenti»: poco importa che i licenziamenti siano davvero minacciati oppure no. In realtà, quella dei licenziamenti, di cui si è discusso in questi mesi nelle piazze e alla televisione, non è una riforma reale, ma una riforma virtuale, esistente soltanto nel mondo della comunicazione di massa. Ed è accaduto, curiosamente, che su questo terreno tutto virtuale Berlusconi, il re dei massmedia , sia stato battuto da Cofferati con uno slogan; mentre su di un altro aspetto del diritto del lavoro sta compiendosi una riforma reale e profonda senza che, almeno finora, il movimento sindacale apparentemente se ne sia accorto.
P.S. Ieri su la Repubblica Eugenio Scalfari accennava alle nuove norme sulle agenzie di collocamento, di lavoro temporaneo e di staff leasing , qualificando riassuntivamente le agenzie stesse come «il volto moderno del caporalato». Ancora uno slogan. Ma le agenzie private di collocamento e di lavoro temporaneo sono state introdotte in Italia dal centrosinistra, con il «pacchetto Treu» del 1997, preventivamente approvato da Cgil, Cisl e Uil nel dicembre 1996: tutti attentatori ai sacrosanti diritti del lavoro?

di PIETRO ICHINO

Corriere della Sera
24 giugno 2002


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