D’Alema-Cofferati faccia a faccia

Due strade opposte per la sinistra
Il presidente della Quercia: non si riconosce in noi chi cerca il cambiamento Il leader sindacale: la chiave è l’identità.

Amato: ritrovare capacità di egemonia


Esce domani in edicola e nelle librerie il nuovo numero di Italianieuropei , il bimestrale diretto da Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Oltre alla tavola rotonda tra i due direttori e Sergio Cofferati, della quale anticipiamo una sintesi, la rivista pubblica ampie sezioni sull’immigrazione, sulla scuola, sulla sinistra europea e una discussione tra Timothy Garton Ash e Daniel Cohn-Bendit sul ruolo degli Usa nel mondo.
Massimo D’Alema. La sensazione che si ha guardando a quanto sta accadendo in Europa, alle serie di sconfitte elettorali della sinistra, è che non si tratti solo della somma di singoli casi nazionali. Siamo davvero arrivati a quella fine del ciclo dei riformismi nazionali di matrice socialdemocratica di cui si parla da tempo. E per recuperare l’iniziativa politica è indispensabile che il socialismo europeo - autentico campo delle forze del cambiamento - esca dal recinto dell’ortodossia socialdemocratica per allargare i suoi confini ad altre culture politiche. Penso sia al rapporto tra riformismo socialista e nuovi movimenti, sia al dialogo con la cultura liberale, le forze di ispirazione cristiana e l’ambientalismo. Vale la pena ricordare che il Partito popolare europeo ha saputo rifondare se stesso nella seconda metà degli anni Novanta aprendo a forze moderate, conservatrici e persino populiste assai diverse dalla sua tradizione culturale. Si è trattato di una operazione discutibile e spregiudicata, ma che fa oggi del Ppe la maggiore forza politica europea che sembra trarre nuove opportunità dal legame con l’amministrazione conservatrice degli Usa.
Per tornare a vincere - e per evitare un disastroso riflusso delle sinistre sconfitte verso radicalismi nazionali condannati a restare minoranza - il socialismo europeo deve allargare i propri confini culturali e politici e assumere il tema dell’unità politica dell’Europa come asse centrale di una nuova strategia riformista.

Sergio Cofferati. La sinistra non è capace di raccogliere consensi se non introduce nelle politiche di risanamento visibili elementi di riformismo. Da Maastricht in avanti le politiche di contenimento sono state affidate alla sinistra europea, per comprensibili ragioni storiche. Ma laddove vi è una cesura tra risanamento e riformismo, sono i ceti moderati che incassano gli effetti per loro positivi del processo di aggiustamento economico ed è la destra a raccogliere i migliori risultati in termini di consenso. Perché in questo modo il processo europeo non è percepito né tantomeno condiviso nella sua interezza, ovvero come «moneta più democrazia e nuovo modello sociale», lasciando in evidenza solo l’Europa dell’euro e l’accentuazione delle ingiustizie sociali.
È fondamentale rendere evidenti le finalità ideali delle nostre politiche. Sarebbe stato necessario farlo anche nel caso delle politiche di contenimento della spesa pubblica, che la sinistra e il sindacato hanno condotto sulla base di una comune assunzione di responsabilità di fronte all’opinione pubblica. E sono convinto che la chiave per ridare iniziativa alla sinistra in Europa sia il rinvigorimento dei nostri comuni valori e delle nostre comuni identità politiche. Non so immaginare quale sia il modello più efficace per coniugare, oggi, valori e identità. Ma resto convinto che sia necessario dare ad entrambi nuovo vigore.

Giuliano Amato. È inevitabile che la nostra riflessione si concentri su questi due elementi, il tema delle identità culturali e quello del consenso dei ceti più disagiati. Perché da questi elementi originano domande alle quali la sinistra non ha saputo trovare risposte adeguate, facendosi trovare impreparata davanti alla forza ed anche alla durezza delle questioni non economiche e insufficiente anche su quelle economiche nel passaggio dal fordismo al post-fordismo. E la destra ha avuto buon gioco nell’improvvisare un impasto di legge e ordine, di liberismo e protezionismo, che ha saputo intercettare le varie domande a cui noi non abbiamo saputo rispondere. Guardando al futuro, sono convinto che il compito della sinistra sia quello di ritrovare quella che in termini gramsciani definirei una capacità di egemonia. Ovvero la capacità di comprendere e rappresentare una società estremamente diversificata, dove i potenziali esclusi che diffidano di noi convivono con quanti ritengono che l’economia debba essere ulteriormente liberata anche con gli strumenti di una maggiore concorrenza.
Ciò che abbiamo fatto ha espresso la nostra ricerca di un terreno comune che, all’insegna di una modernizzazione improntata ad equità, tenesse insieme questi aggregati sociali. Ma la ricerca non è riuscita e la sinistra di governo ha perso, insieme, una parte dei suoi consensi tradizionali e una buona parte di quelli non tradizionali che si erano rivolti a lei e che poi le hanno revocato la fiducia. Ecco, la nostra ricerca di una nuova egemonia deve tendere a ricomporre quell’insieme.

Massimo D’Alema. Sono convinto che la sinistra europea stia correndo un rischio molto grave. Essa rappresenta infatti una parte importante della società: quella parte - composta da ceti medi in particolare intellettuali e da larghe porzioni del lavoro salariato - che ha raggiunto un certo benessere e un livello mediamente elevato di cultura. Una parte che ha conquistato una buona qualità di vita, anche grazie alle battaglie sociali e civili segnate dalle iniziative della sinistra. Mi riferisco ad una componente fondamentale della società che garantisce la coesione sociale. Quelli siamo noi, quella è la nostra parte. Il problema è costituito dal fatto che questa parte della società tende a mobilitarsi solo quando vede in pericolo le conquiste materiali e valoriali che ne compongono l’identità. Quel «noi» scatta solo quando si sente minacciato. Ma in realtà esso è sottoposto ad una duplice pressione: dal basso, da parte di coloro che essendo fuori dal sistema delle garanzie vivono il lavoro in modi più incerti e precari; dall’alto, da quelle parti più affluenti della società che reclamano ancor più libertà dai vincoli e dalle garanzie.
Il rischio che corre la sinistra è di perdere la rappresentanza di quelle componenti della società maggiormente interessate al mutamento dello stato di cose esistenti. E dunque di assestarsi su una posizione di diffidenza verso qualsiasi cambiamento. Si tratta di un paradosso storico per una sinistra che è nata rappresentando coloro che non avevano che da «perdere le proprie catene».

Sergio Cofferati. La globalizzazione scatena sia il liberismo che il protezionismo. E se sul piano delle regole è necessario contrastare entrambi questi fenomeni, su quello delle nostre politiche dobbiamo assumere una visuale di lungo respiro. Su questi temi, in particolare, la sinistra ha mostrato di subire il fascino della novità o ha peccato di distrazione. Perché se è vero che le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi cambiano il modo di percepire il tempo e di esercitare la democrazia, occorrono politiche che siano in grado di tradurre il nuovo in maggiore libertà. E troppo spesso la sinistra ha mostrato di subire il fascino del nuovo senza distinguere tra i suoi effetti benefici o deleteri.
Insomma, io credo che qualsiasi discussione sui modelli di welfare perda di significato senza la dovuta attenzione alla dimensione immateriale dei valori e ai modi nei quali politiche anche efficaci vengono percepite. Continuo a stupirmi, tra l’altro, del fascino che l’idea di libertà propugnata da Silvio Berlusconi ha avuto su un Paese come l’Italia. E non c’è dubbio che la sinistra non abbia altra alternativa se non quella di tornare a guardare ai suoi valori e alle sue identità di riferimento.

Giuliano Amato. È vero anche, tuttavia, che la nostra strumentazione intellettuale è cambiata. E che questo rende ancora più difficile il compito di realizzare una nuova progettualità riformista. La prospettiva egemonica a cui mi riferivo poco fa deve tenere insieme convenienza individuale e altruismo. Mi pare evidente che questa prospettiva riesca a tenere insieme l’antico internazionalismo della sinistra con una nuova idea di libertà. Quell’idea che Amartya Sen è stato capace di declinare e che si presenta come libertà di partecipare pienamente al mondo nuovo dell’interdipendenza. Perché la chiave di volta di un programma riformista del futuro deve essere l’obiettivo di mettere tutti in condizione di poter partecipare ad un mondo nel quale nessuno è più in grado di pianificare la vita altrui, lavorando per potenziare le capacità individuali. E oggi è il sapere che ci mette in condizione di esprimere le nostre capacità e dunque di migliorare la nostra condizione.
Su questo bisogna costruire. E bisogna farlo, in un’ottica fondata sugli stessi principi, anche all’interno dei nostri Paesi. Ma naturalmente è necessario costruire essendo consapevoli delle capabilities di ognuno e soprattutto avendo un relativo agnosticismo davanti alle figure sociali che in questo modo possono dispiegarsi nell’insieme della nostra società.

Massimo D’Alema. La sinistra deve affermare con le sue parole che libertà significa realizzazione di ciascuno attraverso le chiavi del sapere e della conoscenza. E attorno ai nostri valori possiamo costruire una convergenza di consensi che vada oltre i nostri tradizionali blocchi sociali, definiti dalle politiche di welfare che abbiamo contribuito a realizzare. È questa necessità generale, comune a tante forze della sinistra europea, che deve essere tradotta anche per l’Italia in una nuova proposta di governo del Paese. Oggi il problema del riformismo italiano è di costruire un nuovo progetto di governo che abbia una più forte capacità espansiva verso il centro e verso la sinistra. L’attenzione alle alleanze, alla costruzione di un nuovo cartello di centrosinistra, è positiva ma non basta.
Nel 2001 non abbiamo perso solo perché le alleanze non hanno funzionato, ma anche perché il centrosinistra non aveva un forte e convincente progetto di governo per l’Italia. E io credo che, guardando alle ultime elezioni amministrative, sia già evidente un positivo segno di reazione dei diversi elettorati di sinistra. Per cui è possibile che proprio in Italia, dove la sinistra è stata la prima a cadere, il ciclo conservatore possa essere interrotto prima che in altri Paesi.

Corriere della Sera
25 giugno 2002 


L'Ulivo non ha bisogno di un Padre Pio

di Giuliano Amato

Come è stato possibile che le politiche riformiste abbiano incontrato - e il voto di ieri in Francia testimonia che continuano ad incontrare - tali e tante difficoltà da pregiudicare anche prove di governo di cui pure è ampiamente riconosciuta la validità? Per cercare di individuare le coordinate di una proposta riformista in un mondo in così profondo cambiamento credo sia utile tornare sulla riflessione promossa tra il 6 e l’8 giugno, alla Hartwell House, un albergo-castello della campagna inglese a 35 miglia da Londra, da «Policy Network», l’associazione delle fondazioni europee di ispirazione riformista (tra cui la nostra «Italianieuropei»), e dall’americana «The third way foundation», che fa capo a Bill Clinton.
Non sono venute fuori ricette: non ne ha nessuno. Come nessuno - nemmeno il Partito laburista - è immune dalle inquietudini che serpeggiano nei nostri elettorati più tradizionali, formati dai ceti più deboli, con minore qualificazione professionale e redditi bassi.
Il nostro riformismo, largamente proiettato sul solo terreno economico-sociale, ha stentato a cogliere le ragioni più profonde di un dissenso motivato non soltanto da preoccupazioni di carattere economico e sociale, ma sempre più da una vera e propria questione identitaria. Inoltre le nostre politiche economico-sociali hanno avuto il consenso degli elettori più in grado di riconoscersi nell'interesse generale, vale a dire i ceti medi progressisti, mentre gli elettori a cui tradizionalmente ci rivolgevamo hanno percepito, di tali politiche, più le restrizioni che i benefici, più i rischi di insicurezza che le nuove opportunità.
Il caso francese può considerarsi da manuale. Lì la sinistra riformista si è drammaticamente assottigliata per effetto di un duplice deflusso: da una parte, verso i partiti dell’estrema sinistra; dall’altra, verso i partiti prima dell’estrema destra, poi della destra. Mentre lì dove meno pressante è l’insoddisfazione economico-sociale, come in Olanda e in Danimarca, la condizione di insicurezza si è più acutamente manifestata come identitaria.
Dove è mancata, allora, la risposta riformista? Partiamo dal profilo economico-sociale. Al nostro elettorato tradizionale abbiamo offerto politiche di risanamento, di crescita e di liberalizzazione dei mercati che indubbiamente comportavano al primo impatto un costo sociale. Ma credevamo - e così avevamo promesso - che sarebbe stato ricompensato dai benefici sia in termini di sviluppo, e conseguentemente di crescita dell’occupazione, sia in termini di concorrenza e dinamismo dei prezzi sul mercato, e quindi di tutela e rafforzamento del potere d’acquisto dei salari. Non sempre, però, questo è accaduto. Non sempre alle liberalizzazioni è seguita maggiore occupazione e a volte è accaduto anzi il contrario. A loro volta i prezzi non sono tutti scesi in misura adeguata e, se pure lo hanno fatto, chi ha perso l’occupazione non si è affatto consolato per le nuove difese che poteva ora trovare come consumatore. 
A cospetto della debolezza, o meglio della incompiutezza della risposta riformista, ha avuto buon gioco il richiamo più schiettamente egoistico della destra. Che, paradossalmente, proclama convinzioni politiche liberiste ma è talmente cinica da praticare disinvoltamente politiche protezionistiche. Si veda cosa George W. Bush sta combinando davanti alla crisi dell’industria siderurgica del West Virginia o alle difficoltà dei suoi agricoltori a reggere la concorrenza dei prodotti agricoli dell’America latina. Beninteso, noi europei non siamo del tutto immuni dal virus protezionistico, soprattutto nelle politiche agro-alimentari: sappiamo, per dire, che basterebbe comprare un po’ di carne argentina per dare un po’ d’ossigeno alla tragica condizione economica di quel Paese, eppure non riusciamo a farlo (e a me non è affatto chiaro quali interessi così si difendano). Ma resta pur sempre vero che la cultura riformista non si è limitata ad assimilare il valore della concorrenza, ma ha maturato una visione solidaristica che porta a ritenere il libero commercio un importante fattore di promozione di sviluppo, dei paesi ricchi ma condiviso anche da quelli più poveri.
Entra così in campo l’altra questione, che nel gergo politico-sociologico è definita identitaria. Finché la crescita sarà squilibrata, giocoforza sulle frontiere dei paesi ricchi continueranno a riversarsi ondate di immigrazione sempre più massicce. Abbiamo giustamente affermato che bisogna saper riconoscere i diritti di tutti, ma non siamo stati sufficientemente in grado di cogliere il bisogno di sicurezza che, nel tempo, ha alimentato malessere, dissenso se non rifiuto dei nuovi arrivati, creando nuove aggregazioni sociali legate proprio a questo dissenso. Un bibliofilo che studiasse la nostra storia recente troverebbe traccia di questa analisi in una mozione dell’ultimo congresso dei Ds, precisamente nella parte della mozione liberal che ricordo essere stata scritta da Michele Salvati. Smarrita nel dibattito di Pesaro, questa tematica è riaffiorata nell’incontro alla Hartewell House. Dove anche gli inglesi hanno rilevato di riscontrare analoghe tensioni, tanto da temere che fenomeni di divaricazione possano manifestarsi anche alle prossime scadenze elettorali del Regno Unito.
Si è, naturalmente, cercato di capire se i fenomeni che stanno costellando l’Europa continentale abbiano un qualche riscontro negli Stati Uniti. Ma non sono, evidentemente, le stesse ragioni a spiegare la sconfitta elettorale di Al Gore. A parte la facile constatazione che se Bill Clinton avesse potuto ricandidarsi la vittoria dei democratici sarebbe stata assicurata, ciò che si è notato è che il rifugiarsi del candidato democratico nel vecchio populismo di sinistra non ha convinto quella grossa parte dell’elettorato democratico che si identifica nella maggioranza delle famiglie americane: famiglie che, in virtù del lavoro di entrambi i coniugi, possono ormai contare su un reddito medio annuo dai 50 mila dollari in su, vale a dire sopra i cento milioni delle nostre vecchie lire. 
Né la questione identitaria negli Usa si pone nei termini in cui la stiamo vivendo in Europa: per quanto non completamente risolta, è parte cruciale della storia di quel Paese la questione dei rapporti tra razze e gruppi etnici di ogni provenienza. La nostra, invece, è una tradizione cristiano-giudaica, e già al suo interno sanno gli ebrei quanto hanno patito nei momenti peggiori della nostra storia recente. Siamo umanamente spinti alla solidarietà, ma culturalmente impreparati a processi di integrazione che presuppongono la comprensione delle reciproche difficoltà e delle rispettive responsabilità. Cosa sappiamo delle comunità islamiche in Europa, delle differenze che ci sono tra di loro, quando non riusciamo nemmeno a distinguere tra Islam e fondamentalismo islamico? Quanti europei sanno che la tanto invisa poligamia, io credo giustamente invisa, non è un tratto comune del mondo islamico, ma è proibita anche in alcuni Stati arabi? Quale rapporto dovrà esserci fra la sharia e i principi a cui si ispira la nostra società? Sono tutti problemi che mettono in gioco culture, stili di vita e che devono essere esplicitamente affrontati e discussi, mettendo noi stessi, ma anche coloro che vengono a vivere con noi, davanti alle responsabilità imposte dalla comune convivenza. Se non lo facciamo, ciascuno reagirà in base a ciò che ha dentro. E i risultati saranno quelli che vediamo crescere pericolosamente in tutta Europa. 
Quanto al versante economico-sociale, non voglio ripetere la stessa predica per l'ennesima volta. Ma è certo che riconoscere che tutti aspirano ad essere liberi e devono arrivare ad esserlo significa saper anche riconoscere che vi sono delle sicurezze sociali di cui tutti hanno bisogno per esserlo davvero. Quante volte ci siamo detti che davanti ai rischi del XXI secolo le istituzioni di sicurezza sociale devono cambiare rispetto all’impianto costruito sui rischi dell’ultimo secolo del millennio che è alle nostre spalle? Ripetiamocelo, purché non si risolva sempre in una predica, su cui non si costruisce alcun risultato concreto.
Ecco che il quadro si viene componendo. Affrontarlo non significa certo tornare al passato. In un seminario caratterizzato soprattutto da presenze americane e inglesi, da parte di entrambi si è escluso che abbia senso tornare all’old democratic e all’old labour, cioè a partiti fondamentalmente redistributivi che non pongono al centro delle proprie politiche la crescita. Le gravi sconfitte che negli anni Ottanta avevano tenuto fuori dal potere sia i democratici americani sia i laburisti inglesi, e anche altre esperienze socialdemocratiche nel cuore dell’Europa, furono determinate dalla consapevolezza dei rispettivi elettorati che quei partiti, irresponsabili di fronte ai problemi della crescita, erano in fondo incapaci di promuoverla, mentre i successi dei democratici di Clinton e del New Labour di Blair sono stati largamente determinati dalla loro affidabilità nel governare in funzione della crescita. 
Per fare ciò che ora è necessario, dobbiamo stare nell’Internazionale socialista o nell’Internazionale democratica? Discussione inutile per un falso problema. Si è amplificato ad uso interno una questione assolutamente banale: i riformisti che sono nel Partito democratico americano hanno messo in campo l’esigenza di un collegamento più organico e continuo di una semplice sequenza di incontri, ed è assolutamente ovvio che pensassero a una forma organizzativa diversa dall’Internazionale socialista nella quale non si sono mai riconosciuti, così come è ovvio che noi appartenenti a partiti che aderiscono all’Internazionale socialista, quasi tutti tra gli europei presenti, abbiamo aderito alla proposta di un modulo organizzativo per i rapporti con i democratici americani e altre espressioni riformiste senza mai pensare di mettere in discussione la nostra appartenenza alla famiglia socialista. Questo non ci ha impedito di constatare che l’Internazionale socialista appare oggi come una gigantesca arca di Noé, dove ci si preoccupa più di un improbabile minimo denominatore comune tra le tante posizioni raccolte che di far funzionare la bussola che dovrebbe guidare la barca nei marosi della globalizzazione. Questo è un problema da risolvere, così come lo è per noi europei - ed è davvero urgente- l’apertura del Partito socialista europeo agli altri movimenti e partiti riformisti con cui i socialisti sono alleati in tanti paesi d’Europa. Più forte è l’esigenza dell’omogeneità politica tra i componenti delle medesime coalizioni riformiste, più senso ha una famiglia politica europea capace di includerli tutti.
Dunque, non si parte da zero. Nemmeno in Italia. Anche in quel di Londra è stato notato che, nella situazione difficile in cui versano le coalizioni di centrosinistra in Europa (eccezion fatta, per ora, per il Regno Unito), la sconfitta italiana risulta essere molto meno accentuata, in termini di perdita di voti, rispetto ai fenomeni in atto in altri paesi. Anzi, a quella sconfitta sono seguite prove amministrative, fino all’ultima che ha investito un quarto dell’elettorato nazionale, che testimoniano di una perdurante vitalità della coalizione sociale e dall’opposizione imperniata sull’Ulivo. Purtroppo, non sempre i comportamenti di coloro che guidano politicamente questa coalizione sembrano consapevoli delle responsabilità che derivano dal dovere di rappresentare una metà del paese. 
E sì che ce n’è bisogno. Basti vedere in quali condizioni di stagnazione è in questo momento l’Italia. Abbandonata a se stessa, l'economia italiana viaggia a un ritmo di crescita di poco superiore all’1%. È responsabilità dei riformisti essere operativi, come hanno saputo farlo anche in anni più difficili di questi, con politiche capaci di promuovere la crescita e capaci altresì di coinvolgere, offrendo loro un credibile futuro, anche coloro che da sempre avevamo saputo rappresentare. Non possiamo davvero ridurci a partito d’azione del XXI secolo, ineccepibile nel disegnare l'interesse generale del Pese, ma non in grado di mantenere o acquisire la maggioranza dei consensi. Tanto più provoca in me profondo disagio, se non senso di rivolta, vedere buona parte del gruppo dirigente dell’Ulivo rifiutarsi di riconoscere che il terreno dei problemi da affrontare ha per tutti i medesimi confini. Quando non si va alla ricerca di un nostro Padre Pio, si continua in una specie di gioco dei quattro cantoni dove ciascuno tende a collocarsi e a difendere il proprio posto, distinguendosi tra chi grida evviva a Blair e chi si scava una trincea proclamandosi anti-Blair. Così non si costruisce nulla, si smarrisce la propria dignità (ce n'era di più nelle provincie galliche davanti all'impero romano, mentre ora non c'è neppure più un impero britannico), si lavora tenacemente contro una pur essenziale identità comune davanti a problemi che sono comuni, si perde l’umiltà di lavorare insieme a cercare risposte che nessuno ha precostituite. Abbiamo bisogno di trovarle queste risposte, non di leader che se ne stanno chiusi ciascuno nel proprio angolo a inseguire la realtà con parole ormai prive di significati, quando il mondo che abbiamo davanti è fatto di realtà che cercano da noi nuovi significati e di esseri umani che cercano da noi nuove assonanze.

L'Unità
18.06.2002


Parla in presidente Ds: "Mi preoccupa la divaricazione tra riformismo senza radici e opposizione tutta sociale"
D'Alema: "Il Polo si batte ma serve lo spirito del '96"


dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI


SAN FRANCISCO - Non si sconfigge il terrorismo militarizzando i rapporti Nord-Sud, come sembra voler fare Bush. L'unilateralismo americano però è la conseguenza di una grave assenza dell'Europa dai grandi problemi mondiali. Perciò, mentre le destre europee sono subalterne a Bush, per la sinistra è essenziale costruire una nuova relazione tra Europa e America. Sono alcuni temi che Massimo D'Alema ha affrontato in questi giorni in California, negli incontri politici e nelle conferenze alle università di Berkeley e Stanford. In questa intervista a Repubblica il presidente dei Ds risponde a Bill Clinton sull'idea di un'Internazionale "democratica" per spezzare l'isolamento del socialismo europeo; respinge l'idea che ci sia un ciclo politico di destra; segnala il rischio maggiore per la sinistra italiana: la divaricazione tra un riformismo moderato senza radici e una radicalizzazione sociale destinata a rimanere minoritaria.

Una settimana fa, al seminario organizzato da Blair nel Buckinghamshire, Clinton ha attaccato la politica estera del suo successore e ha rilanciato il dialogo tra i New Democrats e la sinistra europea. Lei è venuto qui in America proprio a parlare di Medio Oriente, lotta al terrorismo...
"Il rapporto fra Europa e Stati Uniti è uno dei problemi fondamentali da cui la sinistra deve ripartire. L'unilateralismo di Bush, la sua lotta al terrorismo basata soprattutto sull'uso della forza, sono anche le conseguenze di un'assenza europea. La sfida al terrorismo va affrontata attraverso una nuova governance globale. Non riusciremo a vincerla se questa lotta viene percepita solo come la difesa del modello occidentale contro un impero del male, provocando nuove spaccature Nord-Sud. Rischiamo che il terrorismo diventi endemico, una sorta di guerra a bassa intensità contro l'Occidente. E' un terrorismo che nasce dal fondamentalismo ma trova alimento nelle diseguaglianze e nei diritti negati: come quelli dei palestinesi. Questo è un messaggio che interessa anche l'opinione pubblica americana e che ho ripetuto qui in California. Gli Stati Uniti non risolveranno i loro problemi di sicurezza con una militarizzazione dei rapporti Nord-Sud".

La globalizzazione senza regole può portare a un altro 11 settembre: è un avvertimento che lei ha ripreso nelle sue conferenze americane. Perché?
"Subito prima della California ero in Brasile. Mi ha colpito la guerra psicologica scatenata dai mercati internazionali contro la possibilità di un cambiamento politico in quel paese. Il finanziere George Soros in un'intervista ha fatto un'affermazione brutale e paradossale. Oggi come ai tempi dell'impero romano - ha detto - la democrazia è un privilegio riservato ai cittadini della potenza imperiale, cioè gli Stati Uniti. Il candidato della sinistra Lula - ha concluso - non può essere eletto perché i mercati, cioè gli Stati Uniti, non lo vogliono. Mi chiedo cosa ne pensino i brasiliani. Possono accettare questa limitazione della libertà? La violenza rischia di diventare un modo per le masse diseredate del Sud del pianeta di affermare il loro protagonismo".

Spiegare il terrorismo come una risposta alla globalizzazione "made in Usa" è anche un alibi per nascondere il fallimento di molte classi dirigenti dei paesi sottosviluppati, a cominciare dai regimi arabi. L'Europa e la sinistra possono stare a questo gioco?
"In Europa prevalgono delle destre subalterne alla visione americana, ma la sinistra non può certo rispondere in maniera speculare, cioè ritornando all'antiamericanismo: deve rilanciare invece una propria visione della partnership fra Europa e Stati Uniti. Dobbiamo essere coerenti con i nostri principi, batterci per la democrazia senza cedimenti, cosa che non sempre abbiamo fatto. Per esempio, è doveroso chiedere ai leader palestinesi e arabi che promuovano la democrazia, che combattano la corruzione, che facciano delle riforme interne per essere credibili. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle loro responsabilità, in nome di una vecchia logica da fronte anti-imperialista. Però non possiamo neppure accettare un doppio standard, quella logica per cui agli amici dell'Occidente tutto è permesso. L'uso della forza non è fonte di legittimità, altrimenti ognuno la usa come può: c'è chi ha gli aerei e chi ha i terroristi-kamikaze".

I leader progressisti che Clinton chiama a raccolta un tempo erano tutti al governo, ora quasi tutti all'opposizione. Come spiega una disfatta così generale?
"La riflessione sui limiti dell'esperienza riformista di questi anni si impone a Clinton come a noi. Tutti ci eravamo convinti che l'economia fosse la chiave, che lì ci fossero tutte le soluzioni: attraverso l'integrazione europea, la crescita, il benessere. Invece la chiave è politica. La sconfitta della sinistra in Europa si spiega così: malgrado i successi economici non abbiamo dato una risposta ai problemi di sicurezza e di identità".

E come si risponde a questo riflusso identitario?
"Una strada maestra è costruire l'Europa come una potenza globale. L'Europa sarà amata come una patria comune quando i suoi cittadini vedranno che conta, che ha influenza nel mondo, che è fonte di sicurezza. Altrimenti verrà percepita per lo più come una burocrazia impotente. Per ricostruire un progetto di governo della sinistra in Europa non basta la sommatoria di tante politiche nazionali. Deve essere più ambizioso sia nei contenuti - un governo della globalizzazione contro le diseguaglianze e le ingiustizie - sia nelle istituzioni, cioè nella "quantità" di Europa che vogliamo costruire: unione politica, difesa e sicurezza comune, politica estera, immigrazione. Non possiamo restare dove siamo, in mezzo al guado dell'integrazione europea, altrimenti alimentiamo il ripiegamento nazionalista".

Lei da presidente del Consiglio ospitò a Firenze un seminario della Terza via. Oggi non ci crede più?
"E' stato importante ricercare insieme nuove vie. Noi abbiamo indicato la necessità di una global governance. Ma sul piano dell'influenza concreta sulle scelte politiche i risultati sono stati molto modesti. Anche perché quel dialogo è rimasto ristretto ai rappresentanti dei paesi più ricchi senza allargarsi e coinvolgere altri. In America la presidenza Clinton ha avuto uno straordinario successo economico. Eppure anche qui negli Stati Uniti di fronte all'attacco del terrorismo prevale l'idea del fare da sé, un riflesso da grande potenza che spinge a destra".

Ma i partiti socialisti ormai sembrano incapaci di raccogliere la maggioranza dei consensi nelle società europee. Se volete sopravvivere in Europa non è indispensabile uscire dal guscio del socialismo? Amato ha rilanciato l'idea di una Internazionale democratica.
"L'esigenza di un allargamento del campo riformista è reale, è giusto pensare a un forum che raccolga forze di ispirazione diversa. E' importante in Europa per rompere l'isolamento dei socialisti. E certamente dobbiamo farne uno strumento di dialogo permanente con le correnti liberal degli Stati Uniti. Il nostro legame non può essere ristretto al socialismo europeo. Tuttavia questo rimane un riferimento fondamentale. Quando parlo di socialismo non mi riferisco a un modello ideologico, che appartiene al passato e va rivisto, ma a un campo di forze: non è distruggendolo o dividendolo tra innovatori e conservatori che si vince, bensì allargandolo. Il socialismo europeo ha pagato il suo isolamento. Oggi deve spezzarlo in due direzioni, sia dialogando con i nuovi movimenti, sia coalizzandosi con i diversi riformismi come abbiamo fatto con l'Ulivo".

Applicato in Italia, cosa significa?
"In Italia mi preoccupa la divaricazione tra un preteso riformismo moderno senza radici, e una opposizione tutta sociale. Il rischio è che i riformisti si disinteressino del sociale, e che l'opposizione più radicale rifiuti la politica considerandola come l'appannaggio di un'oligarchia".

Dietro queste categorie lei pensa a dei nomi? Rutelli? Cofferati?
"Io non voglio farli. Dico che dobbiamo tornare allo spirito del '96. Certo, allora era più semplice: si trattava di dire sì o no all'Europa, mentre oggi dobbiamo decidere quale Europa vogliamo costruire. Ma nel '96 riuscimmo a far capire alla base della sinistra che il patto sociale per entrare nell'euro, pur con i sacrifici che comportava, era conveniente sia per l'Italia che per il mondo del lavoro. Oggi dobbiamo ricostruire una sintesi politica di alto livello tra gli interessi del mondo del lavoro - comprese le tante figure sociali e attività professionali nuove e non protette - e l'interesse dell'Italia in una nuova Unione europea. Non dobbiamo dividerci tra chi persegue una radicalizzazione sociale e chi una modernizzazione senza basi sociali. Costruire questa nuova sintesi è un problema per l'Ulivo ma anche per le forze sindacali: come integrare la sacrosanta difesa dell'articolo 18 con la tutela del più vasto universo dei nuovi lavori".

Cosa legge nel risultato delle amministrative?
"Il voto conferma che non siamo necessariamente di fronte a un ciclo lungo di vittorie delle destre in Europa. Questa destra ha un carattere eterogeneo, è molto diversa da quella degli anni 80: reaganismo e thatcherismo avevano un carattere innovatore a modo loro - la spinta verso la liberalizzazione, il mercato - e seppero conquistarsi un'egemonia culturale. Oggi le destre rappresentano spinte contraddittorie, soprattutto in Italia: dall'estremismo leghista al moderatismo cattolico. Dov'è il programma liberista di Berlusconi? Non c'è crescita economica, le tasse non scendono, le pensioni non aumentano, neppure la sicurezza è migliorata. Una somma di promesse non è un programma di governo. L'unico risultato della gestione Berlusconi è l'inizio di un dissesto dei conti pubblici. Lui non ha capacità innovativa, ha solo aperto un conflitto sociale senza riuscire a realizzare un vero cambiamento".

Che cosa pensa dell'idea che l'Ulivo formi un governo-ombra? E lei farebbe il portavoce del gruppo parlamentare dell'Ulivo?
"Confesso che mi sento lontano, non solo geograficamente, da questa discussione. Sulle formule organizzative decida chi ne ha la responsabilità. Guardo con favore a tutte quelle scelte che possono realisticamente rilanciare il profilo unitario dell'Ulivo, in modo aperto al dialogo con altre forze di opposizione. Ma quello che mi sta più a cuore è ripartire dai contenuti. Abbiamo avuto un risultato elettorale positivo. E' importante perché dimostra che l'opposizione è vitale e combattiva. Ora bisogna ricostruire un nuovo progetto. Certo sono importanti le alleanze politiche, ma non dimentichiamo che l'Ulivo che vinse nel '96 si presentò innanzitutto come un progetto per il futuro dell'Italia ed è questo che dobbiamo saper proporre".

la Repubblica
16 giugno 2002


L’INTERVISTA 

Bertinotti: m’interessa il progetto di Rutelli
«L’Ulivo è morto, coalizione da rifare. Il ritorno di Prodi? No, in 8 anni è cambiato tutto»

di ALBERTO GENTILI

ROMA - «L’unità? E’ un auspicio che non si nega a nessuno. Lei ha mai sentito qualcuno dire: "Io sono per la divisione". Ma è presto, prestissimo, per parlare di unità delle opposizioni nel 2006». Fausto Bertinotti non condivide l'entusiasmo di Rutelli e Fassino. Quel..."abbiamo fatto bingo ai ballottaggi e ora restiamo insieme". «Tanto più», sostiene, «che ciò che ha funzionato a livello locale, non funziona sul piano nazionale. Qui siamo troppo distanti. Ed è fuorviante domandare: "Rifondazione si allea con il centrosinistra?" Questo perché il centrosinistra si scomporrà, è precipitato in un terremoto». 
Un terremoto? 
«Sì, e non reggerà alla prova. Andrà in pezzi. Poi si tratterà di vedere come si ricomporrà». 
Una idea ce l’ha? 
«Vedo tre polarità. Una neo-centrista, una laburista, e una sinistra di alternativa. E un eventuale accordo dipenderà da quanto l’ala neo-centrista saprà sottrarsi alle politiche neo-liberiste». 
Quando parla di neo-centristi pensa a Rutelli? 
«Penso al convegno in Inghilterra, con Blair e Clinton. Una cosa grossa, importante: una parte del centrosinistra nel Mondo dice: "Sapete cosa c’è? Dobbiamo, in un corpo a corpo con la destra, diventare una forza di governo". Io penso il contrario, ma ciò mi incuriosisce. E credo che Rutelli, esattamente come me, consideri finito il centrosinistra. Altrimenti non proporrebbe un’alleanza democratica con l’organizzazione di una forza neo-centrista. Ma la cosa straordinaria è che mentre tutti pensano cose diverse, tutti si riempiono la bocca con l’Ulivo. Che invece è morto. Aggiungo, che mentre non mi importa nulla del centrosinistra, intervisterei volentieri Rutelli». 
«Intervisterebbe Rutelli? 
«Sì. Il suo ragionamento sul neo-centrismo mi interessa. Anche come possibile interlocutore di domani». 
Si alleerebbe con lui? 
«La vedo difficile, ma andrei a vedere. In ogni caso questa strada dividerà il centrosinistra. Ed è proprio a chi non potrà e non può accettare l’ipotesi neo-centrista, io dico: "discutiamo della possibilità di eventuali convergenze". Con gli altri parleremo dopo». 
A stretto giro di posta potrebbero invitarla a far parte di un governo ombra. Accetterebbe? 
«No, grazie». 
E lo speaker unico? 
«Riguarda il centrosinistra, non Rifondazione». 
L’8 luglio Cofferati lascerà la Cgil. Cosa gli farebbe fare? 
«E’ abbastanza grande da decidere da solo». 
Potrebbe essere un competitor scomodo per lei. 
«Niente affatto. Spero che Cofferati continui ad essere un dissensore. Il punto cruciale di quel prisma che riguarda la società italiana e si chiama diritti dei lavoratori». 
Potrebbe mai lavorare insieme a Cofferati? 
«Ci ho lavorato insieme tanti anni. Ma io un partito ce l’ho...». 
Si parla di un ritorno di Prodi. Cosa ne pensa? 
«Anche questo riguarda il centrosinistra, non me. Ma questa opzione sarebbe l’espressione di una aggregazione politica in crisi. Ed è un’ipotesi che credo impossibile». 
Impossibile? 
«Certo. Dopo non è mai successo in natura che tutto torni come prima». 

Il Messaggero
Mercoledì 12 Giugno 2002


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