Previdenza e fisco in chiave aziendale

riceviamo

e volentieri pubblichiamo, sperando di incoraggiare il dibattito e la costruzione

di una seria piattaforma del centrosinistra

Una riforma radicale

I provvedimenti

Meridiani paralleli della delega su fisco e previdenza

Conclusioni

Superamento della finanza pubblica

Roberto Romano, Ufficio Studi Cgil Lombardia

Con la collaborazione di Domenico Gallo (Magistrato), Sergio Ferrari (vicedirettore dell’Enea)

27 dicembre ’01

Una riforma radicale

Nel discorso di fine anno il presidente del Consiglio ha manifestato la propria soddisfazione: nessun governo in 6 mesi è riuscito a fare quanto il nostro governo di centrodestra.

Una affermazione politica dirimente e mai così efficace e prossima alla verità.

Della finanziaria si è già detto molto (su questo tema si veda il sito della CGIL Lombardia), ma le deleghe chieste dal governo in materia di lavoro, previdenza e fisco rappresentano i meridiani e i paralleli di un progetto economico, politico e sociale che non ha precedenti nella storia repubblicana italiana.

Infatti, le deleghe avanzate dal governo piegano o modificano, dipende dal luogo di osservazione, le più elementari teorie economiche e sociali degli ultimi cinquant'anni, e stravolgono il senso profondo della Carta Costituzionale, in particolare gli articoli che interessano l'impegno pubblico nell’economia, la tutela del risparmio, la distribuzione della ricchezza e, se possibile, le forme e i modi di realizzare un bilancio pubblico.

In particolare si osserva una forte e ingiustificata azione di svuotamento del principio della progressività delle imposte, posto dall’art. 53 della Costituzione a tutela dell’eguaglianza, nonché del principio di cui all'articolo 81, in tema di bilancio, che obbliga il governo a trovare la copertura economica per le spese aggiuntive. Per questa via si perviene ad un radicale depotenziamento del principio di eguaglianza sostanziale, di cui all'articolo 3, secondo comma, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, per garantire il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione dei cittadini alla vita politica ed economica del paese.

Con l'intervento sulla previdenza, invece, si svuotano altri importanti capisaldi della Costituzione: si pensi all'articolo 47 che tutela il risparmio in tutte le sue forme (compromesso con l'obbligatorietà del trasferimento del Tfr ai fondi pensioni - aperti o chiusi -) , all'articolo 38 che interessa il diritto a tutti i lavoratori ad avere una assicurazione per la vecchiaia. La delega sul mercato del lavoro intende la disoccupazione come "volontaria”, almeno nel suo impianto tecnico-teorico, mentre la Costituzione parla di disoccupazione involontaria, tanto da giustificare l’articolo 3 della legge fondamentale della Repubblica.

Di tutto questo non si trova, purtroppo, traccia nell'attuale dibattito politico del Centro Sinistra, preoccupato a "rispondere" colpo su colpo ai singoli provvedimenti del governo, ma insufficiente a leggere l'organicità del progetto sociale ed economico del centro destra.

Più d’uno ha scritto e dichiarato che i precedenti governi di Centro Sinistra hanno “contribuito”, c’è chi dice in modo decisivo e chi invece in modo marginale, allo sviluppo delle politiche del Centro Destra attraverso l’idea del “capitalismo o mercato temperato”, ma quanto messo in campo da questo Governo va oltre la più fervida immaginazione. Per esempio sul fisco riesce ad essere molto più a destra del presidente americano.

Sostanzialmente questo governo si affranca dal capitalismo e dal liberismo classista di stampo anglosassone che almeno immaginava e immagina il mantenimento di un ente regolatore al di sopra delle parti.

Non a caso è in discussione la Costituzione, così come le forme e i modi per produrre reddito, tant’è che l'Italia sembra allontanarsi dai pur minimi elementi di coesione europea sanciti con il trattato di Maastricht e dalla carta dei diritti di Nizza.

In realtà, i provvedimenti proposti dall'attuale governo rispondono a logiche di gestione che non rispondono alle "regole del mercato". Infatti, chi sostiene il mercato già da tempo avanza la tesi dei limiti e dei fallimenti dello stesso mercato, tanto è vero che i più parlano di regole, come a segnare l’insufficienza del mercato comeregolatore e intermediatore delle contraddizioni economiche e sociali sviluppate dal sistema economico.

Questo governo pensa alla finanza pubblica solo in termini di economia aziendale. È infatti attraverso questo passaggio logico, tutt'altro che scontato, che è possibile capire la ratio dei provvedimenti adottati dal Ministro Tremonti e dal Presidente del Consiglio, per non parlare delle forme e dei modi per realizzarli. Infatti, molte delle misure intraprese, in particolare sulla materia previdenziale e fiscale, non rispondono ai principi della "scienze delle finanze", ma a comportamenti aziendalistici il cui unico scopo è quello di produrre profitti attraverso la riduzione dei costi e di scaricare all'esterno tutte le diseconomie.

Purtroppo, le tecniche di gestione e di organizzazione dell’azienda non possono adattarsi o funzionare per la finanza pubblica in quanto il bilancio pubblico risponde a vincoli, principi e fini diametralmente opposti a quelli realizzati dalle imprese:

·le imprese devono produrre profitto; il bilancio pubblico deve creare le condizioni per fare crescere l’economia generale del paese e distribuire la ricchezza a tutti i suoi cittadini anche attraverso l’erogazione di servizi universalistici .

Se le deleghe in campo fiscale e previdenziale possono avere una concreta possibilità di sviluppo è ancora tutto da dimostrare. Sono in gioco qualcosa come 100 mila e più miliardi di lire: i vantaggi dal lato aziendale sono certi e sicuri, mentre gli effetti per la finanza pubblica sono devastanti.

Gli interventi proposti presuppongono almeno due passaggi:

·da un lato si sperequa il reddito e si riducono le entrate pubbliche;

·da un altro lato, in ragione delle minori entrate, si costringe la finanza pubblica a rinunciare al suo ruolo storico di intermediazione sociale attraverso la compressione - soppressione - di alcuni importanti servizi universalistici pari ad almeno 45 mila miliardi per l'IRPEF, 55 mila miliardi per l’Irap e a 20000 miliardi di imposte minori.

Il paradosso è, per esempio, che la decontribuzione di 3-5 punti per i nuovi assunti a parità di prestazione dovrebbe essere coperta dalla fiscalità generale, ma i tagli fiscali proposti non sembrano andare nella direzione di soddisfare, almeno parzialmente, questi intenti. C'è una evidente contraddizione che sarà pagata duramente in primo luogo proprio dall’Inps (minori entrate) e, in un secondo tempo, dagli attuali pensionati che si vedranno ridotto l’assegno previdenziale in ragione delle minori entrate dell’Inps che non trovano nessuna copertura nella fiscalità generale.

Questi rischi sono stati ampiamente documentati proprio a partire dalla esperienza statunitense.

Jeffrey Sachs, eminente economista, afferma: "un profondo taglio fiscale ostacola la capacità della Fed di muovere i tassi al ribasso.... mentre i tagli metteranno in pericolo le solide condizioni del bilancio che sono stati uno dei fattori chiave del boom americano. Un ritorno all’era dei deficit pubblici, che può arrivare da una combinazione di tagli fiscali e rallentamento della crescita attesi, rischia di rendere l'economia più vulnerabile ad eventuali shock nei prossimi anni".

Adottare come obiettivo il contenimento della spesa pubblica quando si sostengono interventi che allo stesso tempo prevedono minori entrate e maggiori uscite diventa se non difficile, almeno improbabile, salvo che la riduzione delle entrate non sia compensata dall’azzeramento di alcuni insostituibili servizi universalistici. Infatti, l'entità dei risparmi immaginati è equivalente al totale della spesa sanitaria. E’ proprio sulla spesa sanitaria che si vuole aprire alle assicurazioni integrative private e alle fondazioni.

Ma è proprio sul piano teorico che la proposta del Ministro per l'economia non trova un adeguato sostegno teorico. Infatti, da molto tempo è stato compreso, come la corretta distribuzione del reddito può influenzare il ritmo di espansione dell'economia.

Un primo effetto può manifestarsi nelle fasi di decollo industriale del paese, attraverso una insufficiente domanda, soprattutto quando l'adozione di tecnologie più avanzate dipende da un livello critico di domanda interna che non può essere risolta attraverso una spinta polarizzazione dello stesso reddito.

Inoltre, può manifestarsi un contenimento della capacità di crescita.

La distribuzione diseguale del reddito riduce l’accumulazione di capitale umano e per questa via deprime il tasso di crescita dell'intero sistema economico, cioè le persone più povere potrebbero essere escluse dalla possibilità di conseguire una educazione adeguata e sarebbero costrette ad accettare i lavori a più bassa qualifica, cioè Come già affermato in una altro passaggio di questo contributo, gli interventi in materia fiscale e previdenziale non possono essere letti con l’occhio della finanza pubblica ma, per essere compresi, occorre adottare un modello prossimo al mercato aziendale.

I provvedimenti

Innanzi tutto questi provvedimenti sono stati annunciati da tempo attraverso il documento di programmazione economico finanziario e la relazione previsionale e programmatica, almeno per quanto riguarda l'impianto finanziario e il loro impatto economico.

Nel documento di programmazione economico finanziario si manifesta l'intenzione da parte del governo di comprimere le uscite dello stato dal 47% del prodotto interno lordo del duemila al 39% del 2006, che permetterebbe una riduzione delle entrate pubbliche dal 46% al 40%, con una compressione della pressione fiscale particolarmente sostenuta, cioè dal 42,7% del 2000 al 37% del 2006.

Siamo quindi in presenza di un significativo intervento finanziario che ha come sbocco finale una netta contrazione del ruolo pubblico nell’economia, ma che oggi si arricchisce di una grave e ingiustificata sperequazione del reddito. Soprattutto sarà il sud a pagare il maggiore onere per quanto riguarda la possibilità di rilancio del suo territorio in ragione della riduzione del ruolo pubblico per rilanciare l'economia nelle aree svantaggiate, mentre per la previdenza sarà proprio il nord a pagare e a subire le maggiori pressioni in ragione del suo tessuto produttivo.

Riduzione delle uscite dello stato in % del Pil 2000-2006


Anno 2000

Anno 2006

Tendenziale

47,00

46,00

Programmatico

47,00

39,00

Riduzione entrate dello stato in % del Pil


Anno 2000

Anno 2006

Tendenziale

46,00

45,00

Programmatico

46,00

40,00

Riduzione pressione fiscale in % del Pil


Anno 2000

Anno 2006

Tendenziale

42,7

42,0

Programmatico

42,7

37,00

Fonte: Dpef

La riforma fiscale come quella previdenziale, ma soprattutto gli effetti finanziari sull'equilibrio di bilancio e quindi sulla capacità di spesa dello stato, avranno delle inevitabili e pericolose conseguenze anche in ordine alla riforma costituzionale da poco approvata dal popolo italiano.

Infatti, la Commissione del Senato che si occupa di riforme costituzionali, così come la cabina di regia per l'attuazione della stessa riforma, hanno più volte ricordato la difficoltà di attuare il "progetto" costituzionale per le materie "concorrenti".

Inoltre, il trasferimento di risorse dal centro alla periferia amplifica i conflitti tra i diversi livelli di governo, che saranno esacerbati dalla insufficiente dotazione finanziaria del governo nazionale e delle regioni, in ragione delle deleghe appena indicate.

Se da un punto di vista finanziario non si sentiva certamente il bisogno di frammentare capitoli importanti della spesa pubblica in ragione delle diseconomie di scala che inevitabilmente faranno lievitare i costi di tutti il servizi universalistici - il federalismo è sicuramente più oneroso del centralismo come ha ben documentato la Svimez e l'Ufficio Studi della CGIL Lombardia - la riforma fiscale e la dimensione finanziaria dei provvedimenti adottati determinerà anche lo svuotamento, in alcuni casi l'azzeramento, di questi servizi.

Se il federalismo comporta una crescente disponibilità finanziaria occorre adattare il fisco a questa necessità, ma evidentemente non è in gioco la maggiore disponibilità finanziaria delle regioni, ma piuttosto il ruolo e lo scopo della finanza pubblica nell’economia del paese, cioè il sostegno alle attività di "pubblico privato" in sostituzione del "pubblico statale", tant'è che nella riforma dell'IRPEF le spese "socialmente utili" sono deducibili.

La stessa intenzione del governo di modificare l'Irap potrebbe segnare negativamente la gestione del federalismo fiscale, mentre la riduzione delle entrate pubbliche comprometterebbe anche il decreto legislativo 56/2000 e il fondo perequativo. Infatti, se è vero che il decreto legislativo 56/2000 è finanziato dall'Iva, è altrettanto vero che le spese obbligatorie dello stato (leggasi interessi passivi, difesa, giustizia, stipendi, solo per indicare le spese non ripartibili) intercettano una quota molto consistente del bilancio pubblico e sarebbero, forse, appena coperte dalle più contenute entrate e dalle aggiuntive uscite per far fronte ai maggiori oneri che lo stato si deve caricare per la decontribuzione per i nuovi assunti e gli aggiuntivi aiuti (minori entrate) ai fondi integrativi pensionistici chiusi e/o aperti.

Sostanzialmente, i provvedimenti adottati esacerbano la già precaria condizione del bilancio pubblico (determinando un federalismo fiscale fondato sulla sola capacità economica delle regioni) e per questa via determinano delle diseconomie sull'intero sistema economico, con un evidente alleggerimento per le economie aziendali.

Meridiani paralleli della delega su fisco e previdenza

Enrico De Mita su Il sole 24 ore del 21 dicembre scrive a proposito della riforma fiscale: “ All'insegna della libertà, ma forse lasciando in ombra i doveri costituzionali di solidarietà, compare una riforma del sistema fiscale statale, anzi "la riforma", come è detto nel primo articolo del progetto, della quale fin dalla campagna elettorale e con la soppressione dell’imposta di successione avevamo avuto i segni premeditori ".

Continuando De Mita: "Una riforma improvvisata quanto meno nel disegno complessivo, ma che affonda le sue radici in una concezione della legge fiscale, come legge "odiosa", intesa come mera limitazione della libertà economica e non come doveroso concorso della spesa pubblica in base ai principi costituzionali ".

Una riforma improvvisata e distante dalla concezione "liberale" del fisco, cioè il giusto concorso alla spesa pubblica. Questa è la sintesi della riforma fiscale che non trova e non può trovare i tempi della sua applicazione tanto è improvvisata. Infatti, la variabile crescita economica è determinante e condiziona gli spazi finanziari a disposizione, anche se lo stesso Ministro del Tesoro afferma che esistono altre voci "come la riduzione della spesa del bilancio dello stato".

Se da un punto di vista della semplificazione fiscale è sicuramente apprezzabile il disegno di delega, in quanto il sistema fiscale statale dovrebbe fondarsi su cinque imposte principali contro le attuali nove, l'impatto sociale appare di difficile gestione.

Le principali 5 imposte saranno:

1.Imposta sul reddito;

2.Imposte sul reddito delle società;

3.Imposta sul valore aggiunto;

4.Imposta sui servizi;

5.Accisa.

Queste nuove 5 imposte hanno le presenti caratteristiche:

·L’IRPEF diventa un imposta sul reddito di persone fisiche e per gli enti non commerciali. Saranno esentati i redditi al di sotto dei 100 mila euro; le attuali detrazioni saranno sostituite da deduzioni; le cinque aliquote saranno ridotte a due (23% fino a 100 mila euro e 33% per i redditi superiori);

·L’imposta sulle società che dovrebbe ampliare la base imponibile, riducendo l'aliquota al 33%; saranno estesi gli studi di settore sino a determinare soglie di fatturato; sarà inoltre introdotta la partecipation exemption per le plusvalenze realizzate da partecipazioni in altre società e il "consolidato fiscale” per i gruppi, esteso anche a controllate non residenti;

·Sarà ridotta la indetraibilità dell’Iva e le anomalie nella composizione dell'imponibile e sarà semplificata in molti adempimenti formali; ci sarà una razionalizzazione dei regimi speciali e la stessa IVA sarà coordinata con l'accisa;

·L’imposta sui servizi è tesa a ridurre le attuali imposte di registro, imposte ipotecarie e catastali, bollo, concessioni governative, tassa sui contratti di borsa, l'imposta sulle assicurazioni e l’imposta sull’intrattenimento;

·L’accisa sarà coordinata con l'IVA e razionalizzata per ottenere la finalità di tutela dell'ambiente e della salute, premiando i comportamenti sostenibili.

Tutti gli interventi sono estremamente pericolosi, soprattutto se consideriamo che l'Irap non fa parte del progetto di delega, anche se da tempo è sotto osservazione per un sua probabile rimodulazione che dovrà necessariamente incastrarsi con l’imposta per le società.

In questo saggio appare opportuno soffermarsi sulla rimodulazione delle aliquote IRPEF.

Innanzi tutto occorre capire cosa è l'IRPEF: è l'imposta che colpisce con aliquote progressive il reddito eccedente il fabbisogno fondamentale della vita.

La nuova imposta sui redditi invece sembra muoversi su un terreno contrario e prefigura una società fondata sulla "carità". Infatti, nelle deduzioni all'imponibile troviamo alcune spese socialmente utili. Di sicuro quest'ultima categoria non dovrebbe appartenere alla configurazione dell'imposta personale, ma è solo un incentivo che viene utilizzato in sede fiscale, senza che faccia parte della struttura fondamentale dell'imposta.

Nella delega e nel progetto che sottendesi può leggere qualcosa di più sottile, ma non per questo meno pericoloso. Infatti, la gerarchia dovrebbe essere la seguente: minimo vitale, spese necessarie di vita del contribuente e della famiglia. Le spese socialmente utili potrebbero anche non esserci per la loro funzione extrafiscale, ma dalla nota tecnica della delega fiscale tali spese sono parte di un progetto di politica economica teso a "rimette alla iniziativa dei privati il perseguimento di finalità socialmente utili”.

Enrico De Mita su Il sole ventiquattro ore del 14 dicembre 2001 relativamente alla nuova configurazione delle curve IRPEF afferma: "Con la riforma annunciata le aliquote diventerebbero due (23% fino a 100 mila e 33% per i redditi superiori). Viene rispettata la progressività, la parità del sacrificio in base al reddito? Prescindendo del tutto dalla loro entità, a me sembra che due sole aliquote siano solo la parvenza della progressività.... Una aliquota che diventa proporzionale dopo cento mila euro non mi sembra figlia di una disciplina improntata al principio di progressività. Sotto questo profilo mi pare che un qualche elemento di arbitrarietà e di non ragionevolezza vi sia."

Effetto della delega sull’irpef

confronto tra il prelievo irpef attuale sul reddito ipotizzata nella delega fiscale. Valori in euro arrontondati all’unità

Imponibile

Irpef attuale*

Imposta futura

Differenza

note

5000

900

1150

250

No tax area

10000

1800

2300

500

15000

2980

3450

470

Aliquota del 23%

20000

4541

4600

59

25000

6141

5750

-391

30000

7741

6900

-841

35000

9622

8050

-1572

40000

11572

9200

-2372

50000

15472

11500

-3972

60000

19372

13800

-5572

80000

27788

18400

-9388

100000

36788

23000

-13788

120000

45788

29600

-16188

Aliquota del 33%

140000

54788

36200

-18588

160000

63788

42800

-20988

180000

72788

49400

-23388

200000

81788

56000

-25788

· Aliquote redditi 2001: 18% fino a 20 milioni, 24% fino a 30 milioni, 32% fino a 60 milioni, 39% fino a 135 milioni, 45% oltre i 135 milioni.

· Complessivamente il livello del prelievo scenderà inevitabilmente, perdendo 12 punti percentuali nei sui picchi massimi: all’attuale aliquota del 45% applicata oltre i 135 milioni di lire si sostituirà una aliquota del 33% a valere sui redditi sopra i 100 mila euro

Fonte: il sole 24 ore del 21 dicembre ’01

.

L'altro grande anello della riforma è legato alla delega previdenziale. In particolare sono le misure tese alla decontribuzione del 3-5% per le imprese su tutti i neo assunti, cioè quelli che passeranno dal contratto a termine a quello a tempo indeterminato - da notare la stretta connessione con la delega sul mercato del lavoro e in particolare con l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori –, le misure tese a fare aumentare l'aliquota contributiva dal 13 al 16,9% per i lavoratori parasubordinati, nonché l'obbligo di trasferire il Tfr maturando ai fondi pensione, a sollevare incertezze e forti preoccupazioni.

Lo stesso presidente del Civ (Inps) ha manifestato forti perplessità: "Non individuo in un trasferimento di risorse dalfondo parasubordinati, o da altri fondi, o da un aumento dell'occupazione la sanatoria per il mancato incasso della riduzione dei contributi per i lavoratori neoassunti. Deve invece esserci necessariamente un intervento della fiscalità generale, senza il quale la delega è da ripensare".

Il presidente del Civ ha perfettamente ragione, in quanto i provvedimenti fiscali non sembrano e non possono soddisfare questo bisogno in ragione della riduzione della pressione fiscale pari a quasi 100 mila miliardi di lire e più.

Quindi, queste deleghe possono solo compromettere l'equilibrio finanziario dell'Inps e condizionare anche le attuali pensioni in ragione della decontribuzione e delle mancate entrate dello stesso Inps.

Soprattutto si esercita una ingiustificata frammentazione del mercato del lavoro che interessa soprattutto i giovani, su cui già pesa la riforma Dini.

Per quanto riguarda invece i fondi pensione si tratta di una manovra spregiudicata e ancora una volta a carico dello stato e del mondo del lavoro, che presenta forti perplessità di costituzionalità. Tutto il Tfr maturando sarà destinato alla previdenza integrativa, tranne qualche eccezione legata ai soggetti più anziani, assieme a un ampliamento della deducibilità sui versamenti ai fondi e con un abbattimento della aliquota di rendimento (cioè minori entrate per lo stato), oltre a un forte sostegno alle imprese: la già citata decontribuzione, aumento della esenzione contributiva per le imprese dal 3 al 4% per la quota salariale legata ai contratti nazionali e forti agevolazioni per l'accesso al credito delle piccole e medie imprese.

Inoltre, il governo riesce a produrre una ulteriore frammentazione del mercato del lavoro. Sicuramente esiste la necessità di sostenere la "libera scelta" di andare in pensione, ma la decisione di subordinare la scelta di rinviare la pensione usufruendo del bonus contributivo e fiscale alla stipula di nuovi contratti a tempo della durata di almeno due anni e quindi al consenso del datore di lavoro, è un maldestro tentativo di segmentare il mercato del lavoro e le tipologie contrattuali.

Principali interventi in materia previdenziale
Liberalizzazione dell’età pensionabile

Il lavoratore che supera l'età di vecchiaia (uomini a 65 anni, donne 60) potrà restare al lavoro se vuole e se il datore di lavoro è d'accordo. Al lavoratore che resta varranno gli incentivi contributivi previsti in generale per chi rinuncia a ritirarsi anche se ha maturato il diritto alla pensione: l'esenzione dai contributi se rimane almeno due anni.

Incentivi a rimanere

Il lavoratore che matura i requisiti per la pensione di anzianità può avere un certificato dall'ente di previdenza a cui è iscritto che attesti il diritto alla pensione. Se deciderà di restare al lavoro potrà ritirarsi dalla attività in qualsiasi momento. Per chi, dopo avere ottenuto i requisiti per l'anzianità, si impegna a restare al lavoro almeno due anni con un "contratto a tempo" rinnovabile è prevista l'esenzione totale dal pagamento dei contributi, che saranno destinati in misura non inferiore al 50% al lavoratore e per il resto alla riduzione del costo del lavoro.

Decontribuzione

Per incentivare l'occupazione il governo punta a una riduzione non inferiore a 3 e non superiore a 5 punti degli oneri contributivi dovuti dal datore di lavoro alla previdenza pubblica per i neoassunti, cioè quelli che passano dal contratto a tempo a termine a quello a tempo indeterminato. La misura sarà a carico dell’inps e quindi non avrà effetti negativi sulla pensione futura.

Si al cumulo

Si amplierà progressivamente la possibilità di cumulare totalmente pensione di anzianità e altri redditi da lavoro in funzione della anzianità contributiva e della età. L'abolizione non si estenderà ai dipendenti pubblici, che comunque non potranno lavorare oltre i 67 anni (70 per i dirigenti). Per il pubblico impiego scatterà una estensione graduale della riforma prevista per il privato.

Parasubordinati

Aumenta l'aliquota contributiva dal 13 al 16,9% e dovrebbero anche migliorare alcune prestazioni come quelle per la maternità e per la disoccupazione. Sono esclusi dall'aumento gli amministratori, sindaci e revisori di società e coloro che sono iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria o già percepiscono trattamenti pensionistici.

Fondi pensione

La previdenza integrativa sarà rilanciata facendo leva sulla destinazione di tutto il Tfr maturando ai fondi pensione, tranne qualche eccezione per i lavoratori più anziani. Il governo si impegna a garantire che il conferimento delle liquidazioni sia senza oneri per le imprese: sono previste compensazioni in termini di accesso al credito, riduzioni del costo del lavoro ed eliminazione del contributo per il finanziamento del fondo di garanzia del Tfr.

Conclusioni

I meridiani e i paralleli delle riforme su fisco e previdenza sono stati efficacemente tratteggiati dal professore Pizzuti (manifesto del 18 dicembre 2001): "La riforma si giustifica dunque solo per gli interessi parziali dei grandi gruppi economici e finanziari, che però non coincidono con gli interessi generali della società".

Questa tesi è ampiamente condivisibile, anche se occorre sottolineare che i rischi del progetto avanzato dal governo di centro destra vanno ben oltre gli interessi parziali di una parte del paese. Infatti, attraverso lo svuotamento della pubblica amministrazione, non a caso si esercita una forzatura sulla Costituzione, si cerca di realizzare e consolidare il cosiddetto "pubblico privato", cioè una società con un orizzonte che va ben oltre i "legittimi interessi" di una parte del sistema economico.

Forse l'Europa e i modesti principi sanciti con la carta dei diritti di Nizza possano essere l'ultimo baluardo per difendersi da un sistema di interessi particolari che sta condizionato, purtroppo, l'intero assetto costituzionale ed economico del paese.


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