Populismo lo spettro che si aggira per il mondo

REMO BODEI

Il moderno populismo ha una data di nascita: il 1895. È l´anno in cui Gustave Le Bon pubblica La psicologia delle folle e, per combinazione, quello stesso in cui i fratelli Lumière mostrano al pubblico i primi filmati.
Dinanzi ai tentativi dei nuovi "barbari", delle masse ignoranti e violente, di organizzarsi tramite i partiti socialisti, e dinanzi all´incapacità delle élite liberali di porre un freno alla loro rovinosa ascesa, Le Bon suggerisce un modello di politica incentrato sulla figura del meneur des foules. Qualche decennio più tardi, l´espressione sarà resa nelle varie lingue con i termini Duce, Führer, Caudillo, Conducator. Eppure, sebbene Mussolini si sia vantato di aver letto diverse volte la sua opera, non si può ridurre Le Bon a un semplice precursore del fascismo. Anche il presidente degli Stati Uniti Theodor Roosevelt l´ammirava.
Alla base della teoria di Le Bon sta la convinzione che, negli stati moderni, la stragrande maggioranza degli uomini è incapace di dirigere autonomamente la propria vita. Infatti, una volta incrinata la fede nei dogmi della Chiesa e dello Stato, nessuna autorità riesce più a imporsi e nessun ragionamento personale ha da solo la forza di orientare il pensiero e l´azione. Il meneur des foules deve dunque restaurare artificialmente la capacità delle masse di credere in un´autorità indiscutibile, che si rivolga direttamente a esse con discorsi che sembrino l´eco rinforzata della vox populi, la traduzione efficace di ciò che ciascuno vorrebbe sentirsi dire. A tale scopo, egli costruisce miti inverificabili, inventa slogan, fa scrivere articoli e libri su di sé e lascia che s´innalzino statue per consolidare la fede nella sua forza e infallibilità. Sposta così il baricentro della politica dal parlamento e dalla discussione pubblica verso la piazza e il monologo.
La figura del politico che si serve della persuasione razionale per raggiungere i suoi fini viene sostituita da quella dell´artista che plasma il materiale umano a sua immagine e somiglianza o dell´ipnotizzatore, capace di far partecipare gli svegli a un sogno comune, di inserire le loro emozioni e idee entro lo schema di ideologie dominate da una logica dell´inverosimile e dell´irreale che fa aggio sulla logica della realtà. Coadiuvato da uno stuolo d´esperti (o addirittura da un Ministero della propaganda), il demagogo, trascinatore di folle, si trasforma in psicagogo, abile nel penetrare dentro l´anima e le motivazioni del "popolo", così da trasformarlo in comparsa che si crede protagonista.
Com´è mutato il populismo oggi? Per comprenderlo, occorre partire da un evento di cui non ci siamo quasi accorti. Della caduta del muro di Berlino si è parlato molto; poco o nulla della caduta delle pareti domestiche, provocata dalla televisione che ha fatto entrare la politica in casa, infrangendo quel diaframma che - realmente e simbolicamente - separava lo spazio pubblico da quello privato. La soglia di casa non costituisce più un invalicabile confine fra due mondi separati, un limite dinanzi al quale si arrestava persino il potere assoluto del sovrano di Hobbes. Si produce una nuova forma di politicizzazione, che coinvolge progressivamente figure per tradizione più legate più alla dimensione concava della famiglia che non alla dimensione convessa della politica. Attraverso la radio, i "regimi totalitari di massa" ? com´è accaduto in Italia con il fascismo - avevano già cominciato a stanare le donne, i bambini e i ceti che non si erano mai interessati della vita pubblica dalla sfera privata, trasformarli in "massaie rurali", "giovani italiane", «figli della lupa» o "balilla".
Ora tale metamorfosi della politica ha luogo, in modo più efficace ma meno visibile, per mezzo della televisione, che genera un consenso "forzato", non perché strappato con la violenza, ma perché conseguito mediante una forzatura, allo stesso modo in cui s´inducono gli ortaggi a una crescita accelerata in serra. Tale serra, in cui il consenso viene populisticamente drogato, è oggi rappresentata dalla casa.
Dopo i bambini, gli anziani, specie le "nonne, mamme e zie" sono i più esposti agli effetti della televisione, ma, ovviamente, non i soli. Certo, essi costituiscono non solo una riserva di voti finora trascurata, ma anche la punta emergente di una numerosa quantità di cittadini che spesso hanno allentato o perduto quelle relazioni domestiche, interpersonali e politiche alle quali una volta s´intrecciava l´esistenza individuale: la famiglia allargata dove più generazioni convivevano sotto lo stesso tetto, la comunità di vicinato o di fabbrica, le riunioni in parrocchia, gli incontri nelle case del popolo e nelle sezioni di partito. Si tratta di soggetti che non hanno, per lo più, rapporto con la politica militante, che assorbono e valutano la vita politica soprattutto attraverso le immagini e i discorsi della televisione. E si tratta, per lo più, di una politica a basso costo di partecipazione, che si può elaborare in poltrona e che non richiede defatiganti riunioni, sfilate e comizi.
Decine di milioni di cittadini adulti e attivi, uomini e donne, sono tuttavia egualmente catturati dalla politica ?addomesticata´, nel duplice senso di una politica introdotta nella casa e di una politica adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, delle aspettative, delle paure e dei litigi domestici. Per questo, i protagonisti della lotta politica si caricano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di ?tifo´ pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk shows e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.
Dobbiamo ipotizzare che tali forme di populismo evolvano verso eventuali regimi videocratici soft? Sebbene le democrazie siano dotate di robusti anticorpi, un rischio remoto non è da escludere. Il potere assunto dalla televisione è, tuttavia, più l´effetto di un disagio sociale che una causa di pericolo. La democrazia appare, infatti, sempre più minacciata dalla scarsità di risorse da ridistribuire, sia materiali che simboliche. Il loro prosciugarsi - entro un orizzonte d´aspettative sociali decrescenti - viene surrogato da un pathos ipercompensativo di partecipazione mimetica alla vita pubblica, da un´inflazione di sceneggiature, psicodrammi e messaggi politici sopra le righe. Azzarderei pertanto l´ipotesi secondo cui gli elementi spettacolari tendono, in questo caso, a crescere in proporzione diretta all´aumento delle difficoltà da superare. Si possono cioè considerare gli ingredienti di teatralità fine a se stessi, puramente emotivi, in parte come sostituti di azioni efficaci e, in parte, come pubblici cerimoniali propiziatori. Certo, nessuna politica si riduce a teatralità, per quanto non si riesca a farne a meno. Il populismo è nefasto proprio perché la politica a "uso esterno" prevale sulla soluzione coraggiosa dei problemi. Ma quale politico è disposto a fare a meno di un consenso più facilmente acquisibile?
la Repubblica
12 novembre 2003 


La storia di un fenomeno che oggi è in piena espansione
Molti seguaci nessun maestro
La sua visione del mondo fa del popolo il depositario esclusivo dei valori positivi
MARCO TARCHI

Molti padri, interpreti e seguaci, nessun maestro. Sebbene si indugi ancora a negargli lo status di teoria politica a pieno titolo, il populismo ha dietro di sé una storia lunga e multiforme. La sua visione del mondo che fa della volontà del popolo, rappresentato come se fosse un aggregato sociale omogeneo, depositario esclusivo dei valori positivi, il termine costante di riferimento e la fonte principale d´ispirazione per i comportamenti degli individui, sin da fine Ottocento si è presentata sulla scena di vari paesi, declinandosi in forme specifiche ad ogni contesto. L´esordio avvenne nella Russia nei narodniki, giovani intellettuali urbani che migrarono nelle campagne per trovare nella purezza della vita rurale il cemento rigeneratore di uno spirito popolare autentico estintosi a Mosca o a San Pietroburgo. Pochi anni dopo negli Usa la nascita del People´s Party riprodusse lo stereotipo della naturale onestà contadina minacciata dalla protervia dei parassiti del governo di Washington. Da allora in poi la mentalità populista, divisa tra il rifiuto della politica di professione, unito alla richiesta di affidare alla gente comune la gestione dei propri affari, e la tentazione di affidare l´espressione della propria voce a un uomo forte, un outsider venuto dal basso, si è diffusa a macchia d´olio, anche se tramite una continua alternanza di ondate di piena e secche.
Al primo populismo agrario ne è seguito negli anni fra le due guerre mondiali un secondo, politico ed economico, che ha celebrato i suoi fasti soprattutto in America Latina con Eva e Juan Domingo Peron, Getulio Vargas e i molti sodali e imitatori, impegnati nell´incorporare le masse dei rispettivi paesi in uno sforzo di modernizzazione che non cancellasse il radicamento nelle tradizioni locali ma ne proiettasse i capisaldi in un contesto dinamico. Sin da allora la lettura schematica e manichea della realtà che caratterizza questa mentalità ha esercitato una importante funzione di sintesi, globale e cicatrizzante, come l´ha ben definita Ludovico Incisa di Camerana, che ha permesso ai suoi sostenitori di rimuovere il peso dei conflitti di interessi sulla politica o di attribuirne l´esistenza alla colpevole incapacità di classi dirigenti oligarchiche corrotte oppure all´interferenza di soggetti esterni ostili.
Ciò spiega perché il populismo abbia trovato proseliti a destra come a sinistra nella variegata coorte dei caudillos impegnati a liberare le proprie nazioni dal peso della dipendenza dai poteri economici locali e internazionali, presentandosi come uno schema di azione buono tanto per conservatori "illuminati" quanto per militari progressisti.
Ciò spiega perché la contrapposizione tra il "buon" popolo e le egoistiche élite che ne sfruttano l´ingenuità e la capacità di sacrificio, accompagnata dalla diffusione di una oleografia nella quale predomina la figura di uno o più capri espiatori, gli agenti "antipopolari" che sarebbero alle radici dei mali di cui soffre la comunità nazionale, ha fatto proseliti in molte aree del mondo pur senza mai trovare interpreti dottrinari capaci di dar corpo a qualcosa di assimilabile a un´ideologia. Gli esperimenti populisti, contraddistinti da un complesso di atteggiamenti e convinzioni convergenti, si sono moltiplicati. In Africa nell´era postcoloniale seguita al tramonto dell´illusione di un indolore trapianto delle istituzioni democratiche occidentali. In Asia sotto forma di dittature e di sviluppo. Ma anche negli Usa, dove un sottile filo rosso ha collegato la retorica e lo stile di uomini come Huey Long, il governatore della Louisiana degli anni Trenta ucciso da un attentato mentre la sua sfida al Big Government eccitava gli animi di molti seguaci, di George Wallace, il governatore dell´Alabama che sfidò alla fine degli anni Sessanta democratici e repubblicani incassando a sua volta le pallottole di un contestatore, e del più pragmatico e tecnologico Ross Perot, avversario di Clinton e Bush senior.
Grazie all´elasticità dei riferimenti ideali e ai connotati emotivi dello stile comunicativo, che ha il vantaggio di offrire soluzioni apparentemente semplici ai problemi di individui e gruppi che vivono con incertezza e paura la crescita dei conflitti sociali nei paesi più sviluppati, il populismo si è infine diffuso anche in Europa. In una versione spuria, gravata da uno statalismo estraneo al suo codice genetico, il primo a importarlo è stato il fascismo, ma solo dopo il 1945 le sue stigmate antipolitiche si sono impresse nel vecchio continente in modo autonomo. Copiato nello stile a destra e a sinistra, le sue manifestazioni originali si sono conservate nella sostanza in fenomeni come il qualunquismo e il poujadismo e hanno preso vigore negli anni Settanta con la crisi delle politiche conservatrici e socialdemocratiche in Scandinavia (i Partiti del progresso degli anni Settanta), diventando in seguito una formula di relativo successo che sta contagiando un intero continente.

la Repubblica
12 novembre 2003 


Il caso
Quando i politici dicono bugie
RALF DAHRENDORF


IL SOSPETTO che i politici siano inclini a mentire è antico quanto la stessa politica. Eppure, quando una bugia viene portata alla luce spesso le conseguenze sono nefaste – almeno nei paesi democratici – per il politico in questione. Di fatto, è praticamente questo l´unico modo rapido e definitivo per toglierlo di mezzo; ragion per cui è un metodo privilegiato dagli oppositori politici.
Ma cos´è esattamente una bugia nel mondo politico? Uno dei casi più eclatanti ha portato alle dimissioni di un primo ministro, Anneli Jaatteenmaki, la prima donna ad occupare questa carica in Finlandia. Durante la campagna elettorale per la sua elezione aveva accusato il suo predecessore di ambiguità, per aver tenuto ai cittadini finlandesi un discorso diverso dalle dichiarazioni fatte al presidente americano George W. Bush.

Le sue informazioni erano basate sui dati del ministero degli esteri finlandese. Ma aveva preso visione di quei documenti? Interrogata in proposito, si era confusa e aveva finito per dire di non conoscerli. Fu invece dimostrato il contrario, e poiché risultò che era in possesso di un documento segreto, si dimise dalla carica.
Anche il parlamento tedesco ha in corso un´indagine sul cancelliere Gerhard Schroeder, accusato di aver «lesinato la verità» durante la campagna elettorale. Ma il suo caso è molto diverso. L´opposizione, che ancora risente dello smacco subito alle ultime elezioni, perse di stretta misura l´autunno scorso, lo ha accusato di aver occultato la debolezza della situazione economica tedesca e le sue conseguenze per il bilancio nazionale.
A quasi un anno dalle elezioni, un comitato parlamentare d´inchiesta sta ancora ascoltando i «testimoni», e non sembra che l´indagine sia destinata a fare molta strada. Nel migliore dei casi, i deputati finiranno per offrire al pubblico un´ennesima versione di uno degli espedienti prediletti dai politici, concludendo che in effetti l´indagato aveva detto la verità, nient´altro che la verità ma non proprio tutta la verità.
Attualmente il caso più grave è quello del presidente Bush e del primo ministro britannico Tony Blair. Di fatto, quest´ultimo è oramai l´unico ad essere sotto accusa, dato che l´apparente successo del conflitto iracheno sembra aver assolto Bush (almeno per ora) da ogni possibile peccato. Blair è invece duramente attaccato dalla Commissione parlamentare per gli affari esteri per aver sopravvalutato la minaccia rappresentata da Saddam Hussein.
A quanto si sostiene, i dati dell´intelligence sarebbero stati gonfiati dagli accoliti di Blair. E più in particolare, non esisterebbero prove che il dittatore iracheno sarebbe stato in grado, come ha asserito il premier britannico, di lanciare le sue armi di distruzione di massa (ADM) «nel giro di 45 minuti».
Ma quanto è importante che questa informazione fosse rigorosamente veritiera? Non sappiamo forse, in base a prove raccolte in passato, che Saddam Hussein intendeva dotarsi di ADM per utilizzarle quando se ne fosse presentata l´occasione? Forse che le ragioni di questa guerra non sono superate dalla sua realtà? E in definitiva, il problema è davvero quello di aver mentito?
Nel caso britannico la risposta non è tanto semplice. A metà del suo secondo mandato, Tony Blair sta attraverso un brutto momento. All´interno del suo stesso partito, i suoi oppositori tendono sempre più a prendere il posto dell´inconsistente opposizione conservatrice. Blair è oggi molto più vulnerabile di un anno fa, e deve muoversi con la massima cautela per evitare ulteriori defezioni dai propri ranghi.
C´è poi un´altra questione. Le ragioni addotte per la guerra in Iraq non sono mai state del tutto chiare. Quello delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam era soltanto uno di tutta una sequenza di argomenti. C´era anche - almeno negli Usa - il desiderio di vendicare gli attacchi terroristici contro New York e Washington; e c´erano gli interessi geopolitici.
Tony Blair ha inoltre espresso la propria indignazione morale nei confronti del dittatore iracheno, che aveva agito verso il suo popolo in maniera tale da giustificare l´esigenza di un cambiamento di regime. Lo schieramento favorevole alla guerra si era mostrato spesso riluttante su alcuni di questi argomenti per privilegiarne altri; e chi aveva puntato sulla questione delle ADM oggi si sente tradito. Robin Cook e Clare Short, i due ministri che si sono dimessi a causa di questa vicenda, continuano ad attaccare Blair per le sue «bugie» perché vogliono la loro propria rivincita.
Finora Blair si è dimostrato refrattario ad ogni accusa, lanciandosi anzi al contrattacco contro la BBC, che non aveva mai sostenuto la guerra con grande entusiasmo. E´ stato il sentore corrotto delle bugie a generare quell´incertezza che ora plana su Blair come un avvoltoio? Oppure, più in generale, il primo ministro sta perdendo la fiducia dei cittadini, e persino quella dei suoi amici ed alleati di un tempo?
La fiducia è un bene vitale per tutti i politici; e una volta perduta, è assai difficile da riconquistare. Blair ha adottato spesso l´atteggiamento di chi dice: «Fidatevi di me!», e lo ha fatto anche per la guerra in Iraq. In ogni caso, per perdere la fiducia dei cittadini non c´è neppure bisogno di essere stati colti in flagrante peccato di menzogna; è sufficiente l´ombra del dubbio. Di fatto, la reputazione di un politico può essere danneggiata anche quando nessuno mette in discussione la veridicità delle sue dichiarazioni. Basta la sensazione che stia cercando di trarre in inganno la gente, o semplicemente dimostri di non avere le idee chiare.
Un leader può dire la verità, nient´altro che la verità ma non proprio tutta la verità, e continuare a godere della fiducia della popolazione. Ma una volta che l´abbia persa, non sarà più creduto neppure quando è sincero.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
Copyright: Project Syndicate/Institute for Human Sciences, febbraio 2003

la Repubblica
14 luglio 2003 


Il conflitto sociale motore della democrazia
ALAIN TOURAINE


È VERO, tanto raramente si riflette sulla democrazia, quanto assiduamente se ne parla e non sembra esserci un motivo preciso per disquisire sulle definizioni formali, come quella di Dahl, e su considerazioni morali piuttosto che politiche, oppure storiche piuttosto che analitiche. Ecco spiegata l´importanza dell´articolo di Michele Salvati (13 giugno scorso). Non ho nulla da dire su ciò che in quell´articolo può forse essere di maggior utilità per gli italiani, vale a dire il monito affinché non si limitino a esprimere disprezzo per Berlusconi. È in qualità di cittadino di un paese democratico che voglio esprimere quanto abbia apprezzato le idee di Michele Salvati e approfondire una questione della massima importanza.
Affinché il processo decisionale possa partire dal basso, ascendere verso l´alto e lì rimanervi, al riparo da ogni forma di assolutismo, è necessario che siano soddisfatte tre condizioni fondamentali. La prima è che per poter essere presentate al mondo politico le rivendicazioni sociali devono essere sufficientemente definite, trasparenti ed equilibrate. Dal canto suo il mondo politico deve non soltanto saper rispondere alle esigenze della democrazia rappresentativa, ma deve soprattutto essere credibile nelle modalità con cui opera e nella definizione delle sue campagne principali. Infine, la tutela contro ogni forma di assolutismo presuppone che l´affermazione dei diritti individuali, che condizionano tutti gli interventi politici, sia garantita al di sopra delle istituzioni – in particolare a livello costituzionale. Chiarisco subito, tuttavia, che oggi l´ambito di questi diritti si è considerevolmente dilatato. A partire dalla fine del XIX secolo, ai diritti sociali si sono aggiunti i diritti civili, e in seguito – molto più recentemente - i diritti culturali, al cui nucleo potrebbero ascriversi i diritti cosiddetti di "genere", ovvero il riconoscimento dei diritti delle donne e delle minoranze sessuali. L´analisi di Michele Salvati insiste sull´opportunità del senso della misura, in quanto il sistema democratico non può funzionare qualora le richieste che gli sono rivolte non siano contenute, allorché non sia possibile fornire soluzioni quantomeno parziali a problemi a loro volta disomogenei, e infine qualora non vi sia uno scontro diretto con un potere autoritario. Questa riflessione apparentemente marginale in realtà è estremamente importante, perché se una situazione si presenta come rivoluzionaria, come se dovesse implicare delle riforme radicali che esulano dall´ambito di tutti i contesti istituzionali, diverrebbe impossibile parlare di democrazia. Se noi consideriamo la democrazia come un valore supremo, è proprio perché l´epoca delle grandi rivoluzioni si è conclusa, perché crediamo necessario apprendere a gestire le nostre vicende piuttosto che lasciarci travolgere da una tempesta. Ho dunque chiarito, in relazione al livello superiore, quanto la democrazia richieda l´eliminazione più completa possibile di tutte le istituzioni la cui funzione consiste nel mantenere, trasmettere o adattare un ordine consolidato. A tale livello superiore, quello degli interventi dello Stato e delle politiche pubbliche, la cosa più importante è diffondere quanto più possibile il principio dei diritti umani, che fornisce il presupposto non sociale indispensabile al buon funzionamento degli insiemi sociali. La libertà, l´uguaglianza, la giustizia non sono forme di organizzazione sociale, bensì principi che si oppongono a – o cui sono contrapposte – tutte le aspirazioni del potere e del governo, alle quali si piegano molto più volentieri coloro che detengono l´autorità. È dunque del livello inferiore, quello in cui si configurano le rivendicazioni, che occorre innanzi tutto occuparsi. Io credo che sia opportuno pertanto formulare l´ipotesi che non possa esistere una democrazia che non è stata partorita o messa inizialmente in moto da un movimento sociale, che a sua volta potrebbe anche prendere una piega non democratica, ma che deve invece incanalarsi verso la democrazia senza fare del tutto assegnamento sui pregi del sistema democratico stesso. La democrazia sociale, alla nascita della quale abbiamo assistito alla fine del XIX secolo, seguendone quindi lo sviluppo nella seconda metà del XX, fu il frutto dell´impegno del movimento operaio, perfino nei paesi democratici che tardarono maggiormente a riconoscere i diritti sociali, come avvenne negli Stati Uniti e in Francia, a differenza della Gran Bretagna e della Germania. Più precisamente fu il movimento operaio, il sindacalismo, che concertò tutte le varianti del Welfare state che dopo la seconda Guerra mondiale o in anni a noi più recenti hanno trasformato i paesi europei. Il motivo principale del gravissimo e crescente cedimento della democrazia odierna è che essa non porta più in ambito politico le istanze del movimento sociale. Al contrario, si potrebbe quasi affermare che nel mondo occidentale, e negli Stati Uniti più ancora che in Europa, il riconoscimento dei diritti culturali è in regresso, tanto esasperata è diventata la paura dell´insicurezza, del terrorismo, del fanatismo religioso, ecc. Laddove fino a poco tempo fa si udivano ancora appelli alla diversità e al pluralismo, ora si sente difendere il concetto predominante di convergenza dei valori culturali dominanti. A causa del suo attaccamento alla dimensione più internazionalista in tema di difesa dei diritti umani, la Francia è anche il paese in cui è più forte il diniego a riconoscere i diritti culturali, al punto che rischia che in futuro si verifichino degli scontri – scontri che peraltro alcuni sembrano perfino vagheggiare, auspicando che questo paese laico conduca contro l´Islam una lotta altrettanto lunga e risoluta quanto quella combattuta in passato contro la Chiesa cattolica. Così, diventa difficile e pressoché impossibile per una forza politica patrocinare il concetto secondo cui la diversità dei mezzi di modernizzazione non contraddice l´insieme di ciò di cui è fatta la modernità: il razionalismo, la laicità, il riconoscimento dei diritti della persona. Ci fu un periodo in cui il movimento femminile riuscì a innescare delle riforme legali e amministrative sufficienti a far parlare di un´ulteriore passo avanti della democrazia. Tuttavia i progressi ottenuti non comportarono l´affacciarsi di nuove rivendicazioni, così che ora le esigenze o le opinioni femminili non avvertono il bisogno di un´espressione politica.

Questo è il concetto che vorrei annettere all´apprezzabile analisi di Michele Salvati: l´ordine politico non è maggiormente democratico se è indipendente dalle forze esterne che premono su di lui. Anzi, è proprio quando un movimento sociale si oppone alle forme costituite di dominazione e di funzionamento che i meccanismi democratici possono intervenire per evitare una lacerazione senza fine tra il conservatorismo e lo spirito rivoluzionario. Forse la frammentazione o la dissoluzione delle forze politiche è prodotta anc h´essa dall´assenza di questo primum movens, perché come definire la destra e la sinistra del mondo globalizzato se non tenendo presente che la destra si prefigge di parlare a nome delle forze più globali e più impersonali, prima di tutto il mercato, mentre la sinistra, che conferisce maggior importanza agli attori piuttosto che al sistema, è per sua natura più sensibile al necessario riconoscimento dei diritti sociali e culturali?
È opportuno sottolineare la necessità di ridare priorità alle istanze e ai conflitti sociali, non tanto affinché questi soverchino le istituzioni politiche, ma al contrario, affinché siano in grado di trattare e di trasformare quelle rivendicazioni sociali in istanze di modelli democratici. È questo il trionfo della democrazia.
La condizione imprescindibile per rafforzare la democrazia è che i nostri paesi, congiuntamente, a livello di Europa, siano capaci di elaborare e di proporre un progetto mondiale, che si contrapponga apertamente alle modalità di raffronto imposte dagli Stati Uniti, e che faccia assegnamento su una ricerca paziente e al tempo stesso fruttuosa di percorsi verso la modernità che non identifichino quest´ultima con le forme più estreme di modernizzazione – tra le quali vanno inclusi il laicismo o il repubblicanesimo alla francese. In altre parole, a ridare vita alle istituzioni democratiche sarà più di ogni altra cosa l´elaborazione da parte dell´Europa di una politica mondiale.
(Traduzione di Anna Bissanti)

la Repubblica
10 luglio 2003


Le diseguaglianze del nuovo capitalismo

di GIORGIO RUFFOLO


Si può dire che il secolo da poco trascorso abbia avuto come tema dominante tragico della sua storia quello dell´eguaglianza. Attorno a quello si sono svolti i suoi grandi drammi cruenti. Entrati nel XXI secolo, abbiamo l´impressione che questo tema abbia perduto la sua centralità politica; o che addirittura sia stato rimosso dalla coscienza collettiva. Ci stiamo rassegnando, nel mondo del capitalismo avanzato, a un destino di diseguaglianze crescenti?
Gli Stati Uniti d´America sono, senza alcun dubbio, lo spazio politico e sociale nel quale dobbiamo cercare la conferma di questa impressione. E´ lì che bisogna leggere i messaggi più significativi al nuovo secolo, provenienti dalla società più ricca e dalla nazione più potente. Rispetto all´eguaglianza, gli Stati Uniti hanno attraversato, nel Novecento, tre fasi ben distinte. La prima, dall´inizio del secolo alla grande crisi degli anni trenta, è la Gilded Age del capitalismo selvaggio: un tempo di crescita tumultuosa e di laceranti disparità sociali. La seconda, dalla fine della guerra agli anni settanta, segna una crescita altrettanto vigorosa, ma orientata in un senso nettamente egualitario. E´ l´età della iperclasse media, del crogiuolo sociale entro il quale sembravano sciogliersi le vecchie classi antagoniste. La distanza tra il capo e la coda della società, tra la fascia dei redditi familiari più alta e quella più bassa, si restringe, in quella fase, notevolmente (i primi aumentano del 2,4%, i secondi del 3% all´anno). Dalla fine degli anni settanta però la scena cambia ancora, bruscamente: una crescita, nell´insieme del periodo, più lenta, si accompagna a una tendenza di fondo nettamente disegualitaria: la fascia dei più ricchi registra, tra il 1973 e la fine del secolo, un aumento medio dei suoi redditi dell´1,5% all´anno, quella dei più poveri addirittura una diminuzione, dello 0,6% all´anno: le due rive si allontanano, il golfo torna largo.
Che cosa ha provocato questa nuova inversione? Seguiamo (con parole nostre) il ragionamento che Paul Krugman ha svolto in un suo recente saggio. E´ avvenuto un mutamento della struttura sociale della classe dirigente capitalistica. E, più alla radice, un mutamento del clima etico della società americana. Nell´era roosveltiana, al capitalismo rampante e sbrigliato degli avventurieri, dei baroni predatori e dei grandi Gatsby era subentrato un capitalismo organizzato. La tecnocrazia aveva soppiantato la plutocrazia alla guida delle grandi Corporations. Queste non erano più vascelli corsari abbandonati al timone spericolato di capitani ossessionati dalle balene del massimo profitto, ma organizzazioni complesse ordinate come reggimenti prussiani, affidate ad esperti selezionati attraverso dure carriere e cooptati ai riparo dei capricci di un azionariato sempre più diffuso. Quei tecnocrati erano molto più preoccupati dello sviluppo di lungo periodo della Grande Impresa (la Tecnostruttura, la battezzò Galbraith), della espansione delle sue dimensioni complessive, che della massimizzazione a breve termine dei suoi profitti. E quindi, molto più propensi a stabilire rapporti di cooperazione durevole con i lavoratori e con i loro sindacati attraverso la contrattazione collettiva; molto più inclini a stabilizzare le condizioni del mercato attraverso la fissazione oligopolistica dei prezzi; molto più disponibili a collaborare con l´amministrazione pubblica dell´economia, persino entro forme di programmazione concertata.
Ora: quella "rivoluzione manageriale" che sembrava stabilizzarsi in una nuova forma di capitalismo tecnocratico è stata spazzata via. Con la globalizzazione, il capitalismo ha vinto una battaglia storica: ha sconfitto, in America e in Europa, la sinistra riformista. Questa è la verità che sta dietro le chiacchiere dei "riformisti della cattedra". Ha sottratto il mercato mondiale alla sovranità degli Stati. Ha mercatizzato gran parte del territorio conquistato dallo Stato sociale. E, soprattutto, ha rimercatizzato la grande impresa capitalistica, riconsegnandola al controllo del capitale finanziario. La Tecnostruttura si è dissolta in una rete di centri di profitto che competono tra loro. I managers sono venduti e comprati, contesi ad altissimi prezzi che misurano la loro "efficienza", cioè la loro abilità nel farsi strada. Come per le stelle dello spettacolo e per i grandi calciatori, i loro redditi riflettono, ben al di là dei loro meriti e demeriti, rendite "posizionali": derivanti, cioè, dalla posizione che essi occupano nella ragnatela gerarchica, che gli permette di fissarsi essi stessi lo stipendio e di influire sul corso delle azioni che costituiscono parte importante del loro reddito. L´impresa mercatizzata risponde alle sollecitazioni dei mercati in tempo reale, trasmettendole immediatamente alla sua organizzazione che deve essere, quindi, "flessibilizzata" al massimo: niente sicurezza del posto di lavoro, niente contrattazioni collettive, niente stabilizzazione dei prezzi, niente contrattazione programmatica con il potere politico (contrattazione, sì, ma tout court). Risultato: lo "spazio economico" si dilata, le posizioni che ciascuno vi assume diventano più lontane e più precarie.
Ci si può domandare se siamo tornati alla Gilded Age, agli anni del capitalismo selvaggio. La risposta è no, per ragioni rassicuranti e per ragioni inquietanti. Le prime riguardano la politica economica, che è ben lontana dall´ottusità del liberalismo economico degli anni venti; e la politica sociale: quel che resta, nonostante tutto, della rete di protezione sociale intessuta dai governi democratici. Le altre riguardano l´esasperazione delle diseguaglianze, e la fiacchezza della reazione che esse suscitano in una opinione pubblica che sembra rassegnarvisi. La portata della diseguaglianza non è misurata solo dalla favolosa distanza che si è creata tra i più fortunati e la gente comune in termini di reddito (da 70 volte a 300 volte negli ultimi trent´anni), ma dalla tendenza alla secessione sociale. E cioè alla formazione di mondi separati che si allontanano l´uno dall´altro: come quello dei supermanagers pagati 120 milioni di dollari l´anno, e "pensionati" con liquidazioni che comprendono l´uso vitalizio dell´appartamento a Manhattan, il rimborso delle spese vive (vitto e biancheria) e l´uso gratuito dell´aereo aziendale (è il caso, tutt´altro che unico, di Jack Welch, Chief Executive della General Electric, che almeno non ha truccato i conti); e l´altro mondo, quello dell´Odissea dei sotto-sette (lavoratori precari a meno di sette dollari l´ora) raccontata in un reportage dickensiano da Barbara Ehrenreich, giornalista che ha vissuto per due anni tra di loro, flessibilmente, lavorando da sguattera, da cameriera, da donna delle pulizie, da badante (Nich and Dimed, Undercover in Low-Wage USA, 2001).
Per rendere sopportabili le stridenti iniquità sociali che certo non sono mancate nel passato, la cultura delle élites capitalistiche ricorreva a un´etica superiore che potesse riscattarle: la pazienza cattolica, o la morale utilitaristica nelle sue tante versioni, la austerità calvinista o il mito "eroico" dell´imprenditore schumpeteriano. La peculiarità del nostro tempo, non soltanto in America, è la rinuncia all´etica (un Premier inglese, Mac Millan, diceva: se volete l´etica, rivolgetevi al vescovo) e il ricorso brutale ma mobilitante a quella che potremmo definire l´antietica della lotteria: il miraggio che, nel gioco di una redistribuzione perversa dai moltissimi ai pochissimi, ci si possa trovare vincenti. La lotteria è il paradigma di una società che può reggersi solo grazie all´illusione. Era il grande Aristotele, dopo tutto, ad affermare che agli uomini non importa di sapere, ma solo di credere.
Il problema è: a quanti e per quanto tempo, basterà credere nei Dulcamara della lotteria globalizzata? Il nuovo capitalismo globalizzato e rimercatizzato potrà fare a meno, a lungo o per sempre, di una base etica? Uno degli economisti più brillanti del secolo scorso, Fred Hirsch, credeva proprio di no, e vedeva nel "rientro morale" la sola speranza del capitalismo di non andare incontro a un nuovo disastro del tipo anni trenta. Precisava però che non è necessario "essere morali". Basta essere tanto intelligenti da farlo credere. Forse anche questo è diventato difficile.

la Repubblica
24 giugno 2003 


Le idee dei filosofi nell'arsenale dei politici
RALF DAHRENDORF


John Maynard Keynes, forse il più grande economista del XX secolo, disse una volta che a lungo termine, il corso della storia è determinato, dagli intellettuali e dalle loro idee non meno che dai politici. Non si riferiva ai vari consulenti speciali, ideatori di programmi ad uso immediato o autori dei discorsi di presidenti e capi di governo. E neppure ai commentatori della stampa o della tv, o ai pundit i cui scritti servono da sottofondo musicale ai politici. Intendeva gli autori di idee autenticamente feconde. Come la tesi dello stesso Keynes, sulla necessità che di tanto in tanto lo Stato intervenga a sostegno della domanda aggregata per salvare il capitalismo.
Ma naturalmente, Keynes ci ha anche ricordato che a lungo termine saremo tutti morti. Di fatto, la sua influenza ha raggiunto il culmine dopo la sua morte, negli Anni 50, e soprattutto dopo il 1960. E anche gli ispiratori (se questo è il termine corretto) delle minacce totalitarie del XX secolo erano morti da tempo quando le loro idee hanno dato frutto. In altri termini, è raro che gli effetti politici della produzione intellettuale si manifestino nell´immediato. Bisogna attendere che arrivi il loro momento.
Queste considerazioni inducono a rilevare un´altra caratteristica delle grandi idee guida dei periodi storici: la loro tendenza a sorgere ai margini delle ortodossie imperanti. Tanto che al loro primo apparire sono considerate quasi irrilevanti, e comunque non in sintonia con lo spirito del tempo.
Si possono citare ad esempio due libri: La via dell´asservimento di Friedrich von Hayek e La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper, entrambi pubblicati alla fine della seconda guerra mondiale. Ma per assistere al loro trionfo si è dovuto attendere fino al 1989, quando le nuove società emergenti dal crollo del comunismo hanno sentito la necessità di un linguaggio per esprimere i propri obiettivi. Non a caso, fu allora che quei due libri vennero tradotti in quasi tutte le lingue dell´Europa dell´Est e dei Balcani.
Allo stesso modo, i panegirici di Milton Friedman sul capitalismo puro apparivano curiosamente fuori luogo negli Anni 60, all´apogeo della socialdemocrazia. Ma alla fine degli Anni 70 venne la stagflazione, risultante dalla concomitanza tra inflazione e basso livello di crescita economica. Mentre gli economisti più inclini al pessimismo, come Mancur Olson, sostenevano che solo una rivoluzione o una guerra sarebbe stata in grado di sciogliere le rigidezze dello status quo, Ronald Reagan e Margareth Thatcher recuperarono le tesi di Friedman, accanto a quelle di Hayek e di altri. Anche in questo caso, si trattava di conferire sostanza e di prestare un linguaggio a intenzioni percepite vagamente, in lieve anticipo ma nel senso della dinamica degli umori popolari.
Non ho mai attribuito un significato e un pedigree intellettuale del tutto identici alla politica della "terza via", che da qualche anno è sulla cresta dell´onda. Certo, l´idea di realizzare la quadratura del cerchio tra giustizia e crescita rispondeva a una necessità, ma non era tale da suscitare su vasta scala l´entusiasmo e il sostegno popolare. E la stessa Teoria della giustizia di John Rawls, benché feconda, è rimasta un passatempo per pochi piuttosto che un precetto ad uso dei più.
Ma mentre ancora perdurava il concetto di "terza via", stavano guadagnando terreno altre idee che inizialmente erano apparse marginali, se non assurde. Assumendo a fondamento le concezioni di Friedman e Hayek sull´inversione di rotta rispetto al welfare socialdemocratico, si aggiungevano al rudimento di Stato residuale alcune nuove idee, per uno Stato esclusivamente imbevuto di quello che Joseph Nye definisce hard power: termine che riassume i concetti di "legge e ordine" all´interno e di potenza militare verso l´esterno. Uno Stato per un mondo hobbesiano, ove la sicurezza è posta al vertice della scala dei valori.
Concetti del genere hanno una lunga storia. Guardando al XX secolo, alcuni li collegano a figure quali Leo Strauss, di origini tedesche ma emigrato in America, e persino a Carl Schmitt, il giurista di Hitler. Più recentemente, queste tesi sono state adottate da un gruppo di autori vicini alla rivista americana Commentary. E i think tank di Washington hanno contribuito a trasformarle in un potente arsenale intellettuale a uso dei neoconservatori, che prosperano all´ombra dell´amministrazione Bush (anche se a titolo personale, il presidente non fa parte di questo gruppo).
Ancora una volta, emergono alla ribalta idee nate tempo fa, ai margini di un´epoca caratterizzata da un´ortodossia assai più liberale. E raccolte, quando i tempi erano maturi, da politici che avevano trovato in esse un utile principio organizzativo. Idee che forniscono a un tempo le massime per l´azione e il linguaggio adatto a "vendere" quest´azione al più vasto pubblico. E dominano la scena intellettuale, tanto che tutte le alternative sembrano ormai prive di qualsiasi opportunità. E che persino i liberali appaiono un po´ sfocati. O c´è forse un altro Keynes pronto a spiccare il volo?

L´autore, sociologo, ex rettore della London School of Economics, guida il St. Anthony´s College di Oxford
Copyright Project Syndicate/Institute for Human Sciences, febbraio 2003

la Repubblica
18 giugno 2003 


Ora governano le minoranze e la democrazia va in crisi
Forse nasceranno nuovi partiti che porteranno una ventata d´aria fresca ma non basterà Per superare il problema bisogna ripensare tutto il sistema
In tutto il mondo l´affluenza alle urne è in forte calo rispetto a vent´anni fa: per il Parlamento europeo la partecipazione è addirittura risibile

RALF DAHRENDORF



È accaduto qualcosa alla democrazia intesa come governo eletto dal popolo ed è accaduto in tutto il mondo. In qualche modo la gente non crede più nelle elezioni. L´affluenza alle urne è in calo in molti paesi; nel caso specifico delle elezioni per il Parlamento Europeo il livello di partecipazione al voto è talmente risibile da mettere in dubbio la legittimità del risultato. Ma, affluenza a parte, siamo ormai abituati ad accettare come "vincitori" partiti o singoli canditati che ottengono il 25% dei suffragi. Dall´Olanda all´Argentina, dalla Finlandia al Giappone, i governi di maggioranza sono formati con il sostegno di una minoranza.
Quelle che all´apparenza sembrano eccezioni non danno prova del contrario. Solo pochi presidenti americani hanno potuto contare su una percentuale di consensi elettorali significativamente superiore al 10% degli aventi diritto al voto. In realtà la metà degli aventi diritto al voto negli Usa non è neppure inserita negli elenchi e, dei registrati, la metà non si reca alle urne. Dei votanti meno della metà si esprime a favore del candidato vincente. Persino la maggioranza ottenuta da Tony Blair alla Camera dei Comuni britannica grazie a quella che è stata definita una «valanga di voti» in realtà poggia su basi fragili: alle ultime elezioni, nel 2002, il partito laburista ha ricevuto solo il 40% dei suffragi a fronte di un´affluenza alle urne pari al 60%.
Nella maggior parte dei paesi la situazione è palesemente molto diversa rispetto alle elezioni di venti anni fa, per non parlare di cinquanta anni prima. Che cosa è successo?
Una risposta va trovata nella diffidenza degli elettori nei confronti dei partiti politici. La democrazia elettorale opera nella maggior parte dei paesi per il tramite di organizzazioni che presentano candidati in rappresentanza di particolari pacchetti di opzioni politiche, un "manifesto" o una "piattaforma". Per un certo numero di motivi però questa prassi collaudata non funziona più.
Le piattaforme ideologiche hanno perso forza, gli elettori non accettano i pacchetti offerti dai partiti, preferiscono scegliere singole opzioni. Inoltre i partiti politici sono diventati delle "macchine", organizzatissimi sistemi di quadri. Il paradosso è che venendo meno le ideologie distintive, i partiti somigliano sempre più a gruppi tribali, in cui l´appartenenza conta più dei credo.
Questa evoluzione ha allontanato i partiti dagli elettori. Poiché la gente in genere non ha granché desiderio di iscriversi ad un´associazione politica, giocare al partito diventa uno sport praticato da una minoranza. Ciò accresce la diffidenza nei confronti dei partiti politici, non da ultimo perché, come tutti gli sport a livello professionistico, è un´attività costosa.
Se gli oneri vanno a pesare sulle spalle del contribuente, nasce risentimento. Ma in assenza di finanziamento statale i partiti devono procurarsi fondi tramite canali spesso sospetti, se non illegali. Molti grandi scandali politici degli ultimi decenni hanno avuto origine da finanziamenti offerti a partiti e singoli canditati.
Altri indicatori, come il forte calo degli iscritti, confermano la scarsa popolarità di cui godono oggi i partiti. Eppure continuano ad essere indispensabili alla democrazia elettiva. Dato che la loro sede d´azione è il Parlamento, il distacco dall´elettorato incide su una delle fondamentali istituzioni democratiche. I cittadini non guardano più ai parlamenti come a organi che li rappresentano, legittimati quindi a prendere decisioni per loro conto.
A questo punto entra in gioco un secondo elemento, del tutto distinto. Gli individui sono sempre più impazienti. In qualità di consumatori sono abituati a ricevere immediata gratificazione. Da elettori invece sono costretti ad attendere prima di vedere i risultati prodotti dalla scelta esercitata alle urne. A volte i desiderata non si realizzano. La democrazia ha bisogno di tempo, non solo per le elezioni, ma per deliberare ed esercitare un ruolo di controllo e di equilibrio. L´elettore-consumatore però non sa accettare tutto questo e volta le spalle.
Esistono delle alternative, ma ciascuna pone specifici problemi come soluzione democratica. L´azione diretta, attraverso le manifestazioni, è ormai un´evenienza regolare e spesso efficace. Chi è meno incline alla mobilità può dare in alternativa espressione elettronica alle proprie opinioni nelle chat-room su Internet o indirizzando e-mail ai leader politici. Ci sono poi organizzazioni non governative, spesso non democratiche nelle loro strutture, tuttavia più vicine, a quanto sembra, ai cittadini. Oltre a queste esiste poi naturalmente la possibilità di staccare del tutto la spina, lasciando la politica ai professionisti per concentrarsi su altre dimensioni della vita.
Quest´ultima è l´opzione che presenta i rischi maggiori, perché va a sostegno del subdolo autoritarismo che contraddistingue il nostro tempo. Ma anche gli altri segni di allontanamento creano una condizione di grande instabilità in cui non si può mai dire quanto le opinioni prevalenti siano rappresentative. C´è chi vuole togliersi d´impiccio con una democrazia più diretta. Ma non si può creare un rapporto continuativo tra governanti e governati riducendo il dibattito pubblico a semplici alternative referendarie.
Sono molti gli argomenti che depongono a favore del mantenimento delle istituzioni classiche della democrazia parlamentare e giustificano lo sforzo di riavvicinarle ai cittadini. Dopo tutto la diffidenza nei confronti dei partiti e il calo dell´affluenza alle urne sono forse solo fenomeni passeggeri. Può essere che nascano nuovi partiti portando una ventata d´aria nelle competizioni elettorali e nei governi rappresentativi. Ma con tutta probabilità ciò non basterà a ridare ai governi eletti la legittimazione popolare perduta. Ripensare la democrazia e le sue istituzioni deve essere quindi un´assoluta priorità per tutti coloro che hanno a cuore il costituirsi della libertà.

Traduzione di Emilia Benghi 

la Repubblica
21 maggio 2003 


Riflessioni sulla democrazia
LIBERTA’ UN FRAGILE FUTURO

di GUIDO ROSSI

Le moderne democrazie non sembrano affatto preparate ad affrontare le tre sfide maggiori che l’inizio del Terzo millennio sta proponendo: la lotta al terrorismo, i problemi della globalizzazione e i cambiamenti di una società sempre più di anziani. Queste sono le conclusioni che Fareed Zakaria, il direttore di Newsweek International , tira alla fine del suo recente libro «The future of freedom», Futuro della libertà. L’analisi spietata delle democrazie illiberali fa temere l’effetto distruttivo di un vento giacobino che tende a spazzar via gli effetti benefici che il liberalismo costituzionale ha posto alla base della civiltà occidentale. È dal liberalismo che nasce la democrazia e non viceversa.
Ma il liberalismo costituzionale, ispirato al principio di tolleranza, si fonda sullo Stato di diritto, sulla separazione dei poteri, sulla protezione delle libertà e intrinsecamente non ha nulla a che vedere con la democrazia, sicché spesso se ne discosta. Jugoslavia e Indonesia erano certamente più tolleranti quando erano rette da dittatori come Tito e Suharto che non nelle attuali democrazie. Il liberalismo costituzionale riguarda le finalità dei governi e non le procedure per la loro selezione. Quando le democrazie non sono liberali il futuro delle libertà è in pericolo e le stesse democrazie non hanno avvenire.
La deriva democratica è l’abuso della maggioranza e questo abuso minaccia soprattutto il liberalismo. Nessuno può dimenticare che nelle famose elezioni del 1933 i nazisti ebbero il quarantaquattro per cento dei voti, pari ai voti degli altri tre partiti perdenti messi insieme, e furono richiesti di formare il governo. Il nazionalismo autoritario razzista trionfò alla fine della Repubblica di Weimar non in spregio, bensì a causa della democratizzazione della vita politica .
Ci si chiede oggi perché noti personaggi della politica e del giornalismo che avevano in passato militato nelle file dell’estrema sinistra siano adesso con disinvoltura passati alla destra e li si accusa di aver tradito la democrazia, per scopi non sempre candidi. La diagnosi è sbagliata: erano illiberali prima, sono illiberali oggi e soprattutto credono nel potere giacobino del popolo, o meglio della maggioranza.
Se si crede che la maggioranza rappresenti la melior pars dei cittadini e che il suo volere possa porre nel nulla i principi basilari del liberalismo: quali, ad esempio, i diritti fondamentali dei cittadini, dalla libertà di opinione a quella di associazione, e i principi base del costituzionalismo, della divisione e indipendenza dei tre poteri, il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario, secondo gli insegnamenti di Montesquieu e Tocqueville, allora la democrazia in quanto tale è una conchiglia vuota e può anche diventare pericolosa.
Nel quarto secolo avanti Cristo ad Atene, dove si dice la democrazia greca abbia avuto il suo maggior splendore, l’assemblea popolare, con voto democratico, condannò a morte, per le sue opinioni, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi. L’esecuzione di Socrate fu democratica, ma non liberale.
Il vento giacobino minaccia molte democrazie occidentali, da quella statunitense a quella italiana. Le maggioranze che impongono le loro volontà in patria e all’estero, che pretendono di esportare con le guerre la loro democrazia, che attaccano i principi costituzionali di libertà, che attaccano indiscriminatamente i poteri dello Stato svilendo l’indipendenza della magistratura, vivono nell’abuso e coltivando indisturbati conflitti di interesse, minacciano la libertà dei cittadini e possono solo esaltarsi nell’autoreferenzialità di circoli viziosi e di ambizioni totalizzanti.
Val forse la pena allora di ricordare loro un’antica storia raccontata nel suo libro «Il diritto come sistema autopoietico» da Gunther Teubner.
Accadde una volta che il rabbino Eliezer esponesse un’interpretazione di un problema giuridico del Talmud. L’interpretazione non era condivisa dalla maggioranza, sicché Eliezer affermò che, qualora egli fosse stato nel giusto, un carrubo fuori della Sinagoga si sarebbe mosso di un passo, un ruscello vicino avrebbe dovuto scorrere al contrario e le pareti della Sinagoga avrebbero dovuto piegarsi. Tutto ciò avvenne, ma puntualmente ogni volta i rabbini dichiararono che, essendo la maggioranza, solo loro erano nel giusto. Allora Eliezer dichiarò che il Cielo avrebbe confermato le sue tesi. Quando una voce celeste confermò la validità dell’interpretazione di Eliezer, i rabbini replicarono: «Noi non ascolteremo la voce del Cielo, ... (perché) bisogna inchinarsi all’opinione della maggioranza». E Dio rise.

Corriere della Sera
24 maggio 2003


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